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mercoledì 9 febbraio 2022

Omelia p. Gregorio Battaglia (VIDEO) - V Domenica del Tempo Ordinario Anno C - 06/02/2022

Omelia p. Gregorio Battaglia


V Domenica del Tempo Ordinario Anno C
06/02/2022

Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto


... C'è fame della Parola di Dio ... una parola che dà senso, una parola che sostiene, una parola che ci può nutrire, una parola che ci può permettere di guardare anche un futuro incerto ...
Il mare nella Bibbia è sempre l'immagine di qualcosa di imprevisto ... ed è anche l'immagine del male ... la vita è rappresentata dalla barca, ma si può affrontare il male? possiamo affrontare il futuro che sembra non ci sia più? come affrontarlo, come avventurarsi? ... 
Gesù vede questa povera umanità che cerca di arrabattarsi, ma è un'umanità sconfitta, un'umanità che sembra quasi perdere la possibilità di sperare ancora ... Gesù sale sulla barca ... Simone con molta umiltà dice "sulla tua Parola getterò le reti" ed è il miracolo ... c'è una fecondità se noi impariamo a fidarci di Lui ... non che d'incanto la storia diventi facilissima, ma è la nostra vita che acquista un significato vero, scopriamo che con Lui la nostra vita davvero trova un senso, che non è solo quello di tirare avanti ... è quello di sentirsi pieno, di sentire che veramente sto vivendo, che sto imparando a vivere con Lui perché sulla sua Parola si può giocare; ma dove ci conduce la sua Parola? ... 
Siamo pronti a seguirlo?

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#PENSARE E DIRE di Gianfranco Ravasi

#PENSARE E DIRE
di Gianfranco Ravasi



Gli uomini saggi sono sempre veritieri sia nella loro condotta, sia nei loro discorsi. Non dicono tutto quello che pensano, ma pensano tutto quello che dicono.

Lo scrittore settecentesco tedesco Ephraim G. Lessing nel suo Manuale di morale ci ha lasciato questo monito suggestivo e incisivo. Parole sacrosante ieri e oggi: basta solo aprire la televisione o ascoltare certi dialoghi quotidiani o seguire i contenuti dei social per scoprire come irrompa una valanga di stupidità, di chiacchiere, di pensieri vani e fatui. Essi eruttano da un’interiorità sempre più intisichita, prossima a identificarsi con la superficie, con l’esteriorità. Mettiamo, però, l’accento su un altro aspetto, quello della sincerità. A prima vista questa è una virtù da lodare ed è naturale che così avvenga contro ogni falsità, ipocrisia, doppiezza e slealtà. Tuttavia c’è una sincerità che si rivela non solo come ingenuità o dabbenaggine e imperizia, ma anche come immaturità, imprudenza, stupidità vera e propria, svelamento della vacuità interiore. In questa luce vale la lezione di Lessing: essere «veritieri nella condotta e nei discorsi» vale solo quando si ha una formazione e una ricchezza interiore, ossia quando si è saggi. Altrimenti si corre il rischio di espettorare banalità, insulsaggini, scemenze e volgarità. Il pensare e il dire sono, quindi, correlati e, senza un autentico e sostanzioso pensiero, il silenzio è d’oro (cosa che, ahimè, di rado accade).

(Fonte: “Il Sole 24 Ore - Domenica” del 7 novembre 2021)

martedì 8 febbraio 2022

Preghiera e riflessione contro la tratta, “una ferita profonda” - video (in italiano) con la diretta streaming della maratona mondiale di preghiera

Preghiera e riflessione contro la tratta,
“una ferita profonda” 

Nell’odierna memoria liturgica di Santa Giuseppina Bakhita, si celebra la Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone che il Papa ha ricordato domenica scorsa all’Angelus. A partire dalle 9, prevista una maratona online per pregare insieme e fare luce su questo triste fenomeno


Le luci della strada, quella dei fari delle auto che si fermano, accanto alle luci spente del sogno di tante ragazze, partite con la speranza nel cuore e ora costrette all’inferno. Su di loro Papa Francesco ha posato lo sguardo domenica scorsa all’Angelus per ricordare l’odierna Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone. “Una ferita profonda, - ha detto - inferta dalla ricerca vergognosa di interessi economici senza alcun rispetto per la persona umana”.

Tante ragazze – le vediamo sulle strade – che non sono libere, sono schiave dei trafficanti, che le mandano a lavorare e, se non portano i soldi, le picchiano. Oggi succede questo nelle nostre città.

La Giornata cade nella memoria di santa Giuseppina Bakhita, simbolo universale dell'impegno della Chiesa contro la tratta, nata nel 1869 in un villaggio del Darfur, nel Sud Sudan, schiava già a 9 anni. Il suo nome “Bakhita”, imposto dai mercanti di schiavi, vuol dire “fortunata” ma è uno schiaffo alla sua dignità. Da quel buco nero fatto di violenza e oltraggio, Bakhita ne esce con l’aiuto di Dio che conosce e incontra in Italia. Diventa suora canossiana e, dopo la morte, la sua storia di liberazione è segno di speranza per tutti.

La fragilità della condizione femminile

Quest’anno il tema dell’ottava Giornata è “La forza della cura. Donne, economia e tratta di persone”. Stando ai dati Onu, le bambine e le donne rappresentano il 72 per cento delle vittime della tratta. I due terzi degli analfabeti del mondo sono donne; il tasso di partecipazione alla forza lavoro, tra i 25 e i 54 anni, è pari al 90 per cento per gli uomini e poco meno di due terzi per le donne. Il 30 per cento delle giovani donne non studia, non lavora, non segue corsi di formazione. A pesare la pandemia che ha aumentato esponenzialmente il business della tratta, le condizioni di vulnerabilità per le persone più a rischio e le disuguaglianze tra uomini e donne.

Uniti in preghiera in un giro del mondo

A partire dalle 9 fino alle 17 prenderà il via online sul sito www.preghieracontrotratta.org una maratona di preghiera che prenderà il via dall'Oceania, l'Asia e il Medio Oriente, per poi passare in Africa, Europa, Sud America e concludersi con il Nord America. Sarà trasmessa in diretta streaming in cinque lingue: francese, inglese, italiano, portoghese, spagnolo. Si susseguiranno testimonianze di religiose e consacrati, ma anche sopravvissute, attivisti, volontari, economiste, imprenditrici da più di 30 Paesi del mondo. L’iniziativa è promossa dalla rete internazionale anti-tratta Talitha Kum, dalle Unioni Internazionali delle Superiore e dei Superiori Generali, in partenariato con la Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio allo Sviluppo Umano Integrale, Caritas Internationalis, l'Unione Mondiale delle Organizzazioni Femminili Cattoliche, il Movimento dei Focolari, il Jesuit Refugee Service e tante altre organizzazioni in tutto il mondo.

Un’ondata di solidarietà

Accompagnare e proteggere le vittime della tratta “spesso invisibili, ma che sono tra le più vulnerabili”. È la raccomandazione del segretario generale di Caritas Internationalis, Aloysius John, in occasione di questa Giornata nella quale invita ad azioni concrete per contrastare il fenomeno, esortando i governi a tutelare le vittime e a stabilire piani nazionali anti-tratta. Una piaga che coinvolge “uomini, donne e bambini costretti a svolgere lavori forzati o pericolosi, oppure sfruttati sessualmente. Alcuni di loro – afferma il segretario di Caritas Internationalis - vengono presi con la forza, altri vengono inizialmente ingannati, ma tutti sperimentano condizioni terribili”. L’appello è di fermare la tratta affrontando le cause profonde che costringono le persone a fuggire e le espongono al rischio di essere sfruttate: povertà estrema, dovuta anche ai cambiamenti climatici e al degrado ambientale, conflitti e violenze. Lavorare – è l’altra indicazione - anche per “un'economia inclusiva che permetta alle persone di vivere con dignità nei propri Paesi”.

La pandemia, alleata della tratta

Alla maratona di preghiera prenderà parte anche la Comunità Papa Giovanni XXIII, alle 14 è prevista la testimonianza di una famiglia da Malmö, in Svezia. In questi mesi la Comunità fondata da don Oreste Benzi ha avviato tre nuovi progetti a Modena, Savona, Rimini per incontrare le vittime della tratta. Durante la pandemia – spiegano – la prostituzione ha cambiato volto diventando sempre più invisibile, spostandosi negli appartamenti, nei centri benessere, nei centri massaggi. “Nonostante il Covid abbiamo continuato ad accogliere vittime di tratta a scopo sessuale, lavorativo o accattonaggio – spiega Giovanni Paolo Ramonda, presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII –. Nel 2021 abbiamo aiutato 100 persone, principalmente donne tra i 24 e i 27 anni; numerose sono accolte nelle nostre case famiglia a causa delle ferite indelebili che i trafficanti ed i clienti le hanno lasciato. Molte di esse hanno sviluppato patologie psichiatriche invalidanti. Inoltre continuiamo a sostenere molte donne nel loro percorso verso l’autonomia, in particolari le madri”.
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Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone, 8 Febbraio 2022
 
L’ottava Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone, 8 Febbraio 2022 ha come tema “La forza della cura – donne, economia e tratta di persone”. Il tema è scelto in continuità con l’anno precedente dove iniziammo a riflettere sulla connessione tra economia e tratta di persone. L’edizione 2022 propone di mettere al centro le donne. Sono loro, infatti, ad essere maggiormente colpite dalla violenza della tratta. Allo stesso tempo, hanno un ruolo fondamentale e importante nel processo di trasformazione dell’economia di sfruttamento in un’economia della cura.

Guarda il video con la diretta streaming su youtube


Il Papa su Rai 3 da Fazio, Mancuso: “In tv per raggiungere tutti. Con empatia e umorismo Francesco ha toccato il cuore alla gente”



Il Papa su Rai 3 da Fazio, Mancuso:
“In tv per raggiungere tutti. Con empatia e umorismo Francesco ha toccato il cuore alla gente”

Il Teologo: «C’è stata riflessione, non spettacolarizzazione, oltre all’attualità sono stati affrontati temi come fiducia, libertà e preghiera»

Vito Mancuso, teologo e filosofo

«Sull’intervista del Papa in tv, in un contesto popolare inedito per un Pontefice, avevo delle perplessità, e invece mi ha letteralmente conquistato». Lo esclama Vito Mancuso, teologo e filosofo cattolico (peraltro considerato da una gran parte della galassia ecclesiale un «eretico»), dopo avere seguito lo storico colloquio di Fabio Fazio in collegamento con il Pontefice a «Che Tempo Che Fa» ieri sera su Rai 3. Dopo le prime domande e risposte Mancuso temeva che «ci si soffermasse “soltanto” sui temi “orizzontali”, seppure scottanti e decisivi come migranti, guerra, il Mediterraneo visto come un “cimitero”, sfruttamento del pianeta. Poi il dialogo ha assunto anche una toccante e illuminante dimensione “verticale”».

Ci spiega?
«Francesco e Fazio sono “saliti” su argomenti come il senso del dolore, la sofferenza dei bambini, la preghiera, il problema del male, la fiducia, la libertà. E a quel punto hanno raggiunto un livello di completezza massima, come si può fare in televisione. Fabio Fazio è stato bravissimo. E papa Francesco ha rivelato tutta la sua spontaneità, sincerità e profondità umana. C’è stata riflessione e spinta evangelizzatrice, non spettacolarizzazione».

Che passaggio sceglie?
«È stato bellissimo quando Bergoglio ha parlato del senso dell’umorismo, legatissimo alla dimensione spirituale: essere spiritosi significa anche vivere la spiritualità. Una sottolineatura preziosissima per questi tempi cupi: oggi c’è un immenso bisogno di spiritualità, che non può prescindere dalla solitudine, il raccoglimento, ma anche l’umorismo».

Qual è stato l’obiettivo comunicativo del Papa?
«Credo che lo spirito che abbia animato il Pontefice nell’accettare di essere ospite in un programma tv come quello condotto da Fazio si possa esprimere attraverso queste parole dell’apostolo Paolo: “Mi sono fatto tutto a tutti per salvare a ogni costo qualcuno” (1 Corinzi 9,22). In quel passo San Paolo dice che si è “fatto come Giudeo per i Giudei per guadagnare i Giudei” (versetto 20), “come uno che è senza Legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono senza Legge” (21) e mostra come la sua intenzione evangelizzatrice l’abbia portato a dialogare con tutti incontrandoli laddove si trovano».

Lei pensa che la Chiesa debba seguire questa strada?
«Apparendo dopo la sua risurrezione, Gesù ordinò agli apostoli di arrivare “fino all’estremo limite della Terra” e l’intera storia della Chiesa mostra alla perfezione di essere pervasa da slancio. Oggi la Terra geograficamente parlando non ha più limiti estremi, è tutta perfettamente conosciuta, è tutta centro e periferia, si usa definirla “villaggio globale”, ma antropologicamente parlando esistono ancora limiti estremi e il mondo dello spettacolo e dell’intrattenimento è certamente uno di questi. Quindi è nell’ordine delle cose che la Chiesa vada anche in programmi “leggeri” come quello di Fazio, senza contare che questa atmosfera di leggerezza può diventare una di quelle virtù necessarie del nuovo millennio di cui parlava Italo Calvino nelle “Lezioni americane”, cioè il contrario della pesantezza e della seriosità».

Però nella galassia cattolica c’è chi ha disapprovato questa scelta di Bergoglio...
«Si correva un pericolo. Non si trattava della Chiesa, si trattava del Papa. Se il desiderio di farsi tutto a tutti cancella la sua differenza rispetto a ogni altro apostolo o missionario, è la suprema carica della Chiesa cattolica che ne risente. Questo era il grande rischio. Ma Francesco è stato bravissimo a superarlo, e Fazio, con le sue domande e con il tono della voce, è stato attentissimo a non intaccare la sacralità del Santo Padre. E così Francesco in una trasmissione televisiva generalista ha saputo essere il Capo supremo della Chiesa cattolica e allo stesso tempo il Papa della gente, che sa parlare al cuore delle persone in modo straordinario, con un’empatia coinvolgente e incoraggiante».



lunedì 7 febbraio 2022

Papa Francesco, l'intervista integrale a Che tempo che fa. Migranti, guerre e bambini: i temi affrontati dal Pontefice (Testo e video)


Papa Francesco, l'intervista integrale a Che tempo che fa. Migranti, guerre e bambini: i temi affrontati dal Pontefice


La trasmissione Che Tempo che Fa è iniziata con la domanda di Fabio Fazio a Papa Francesco: 
«Lei ha incontrato migliaia di persone e ha ascoltato migliaia di storie di sofferenza e a volte di dolore indicibile. Come fa? Come riesce ad abbracciare tutti e sopportare un peso così grande?»

Ecco la risposta integrale del pontefice. 
«Buonasera e grazie di questo incontro. Mi piace tanto. La domanda è un po’ forzata perché se lei va e vede tanta gente che sopporta cose brutte, per cose quotidiane… tanta gente per esempio, per essere attuali, che nella propria debolezza sopportano difficoltà familiari, difficoltà economiche, padri di famiglia che vedono che il salario non arriva a fine mese, e poi con la pandemia (ancora di più), credo che non sarei onesto se io dicessi che io sopporto tanto. No, io sono uno che sopporta come tutta la gente sopporta. E poi non sono solo, c’è tanta gente che mi aiuta, tutta la Chiesa, i Vescovi, gli impiegati accanto a me, uomini e donne bravi che mi aiutano… per questo, ti dico la verità, non sono un campione di peso che sopporta le cose. Sopporto come la maggioranza della gente sopporta».

MIGRANTI.
« Questo è un segnale un po’ della cultura dell’indifferenza. C’è un problema di categorizzazione; ci sono categorie, al primo posto e al secondo posto: le categorie al primo posto in questo momento, mi spiace dirlo, sono le guerre. La gente è al secondo posto. Pensa per esempio allo Yemen: da quanto tempo lo Yemen soffre la guerra e da quanto si parla dei bambini dello Yemen? Un esempio chiaro, e non si trova soluzione al problema da anni. Non voglio esagerare, più di 7 sicuro, se non 10. Ci sono categorie che importano e altre sono in basso: i bambini, i migranti, i poveri, coloro che non hanno da mangiare. Questi non contano, almeno non contano al primo posto, perché c’è gente che vuole bene a questa gente, che cerca di aiutarle, ma nell’immaginario universale quello che conta è la guerra, la vendita delle armi. Pensa che con un anno senza fare armi, si potrebbe dare da mangiare ed educazione a tutto il mondo, in modo gratuito. Ma questo è in secondo piano. Si pensa alle guerre, e noi siamo abituati a questo. È dura ma è la verità. E le guerre producono quello che lei ha detto: bambini che muoiono di freddo o pensa ad Alan Kurdi sulla spiaggia e tanti altri che non conosciamo. Ma questi sono seconda categoria, la prima categoria è la guerra. Non voglio fare il tragico ma è la verità. Vediamo come si mobilitano le economie e cosa è più importante oggi, la guerra: la guerra ideologica, di poteri, la guerra commerciale e tante fabbriche di armi».

GUERRA: 
«La guerra è un controsenso della creazione; nella Bibbia è curioso: Dio crea l’uomo e la donna, andate in tutto il mondo, lavorate, fate figli, possedete la Terra. E subito dopo, una guerra fra fratelli. Uno cattivo contro un innocente, per invidia; e poi una guerra culturale, diciamo così, con la torre di Babele… subito vengono le guerre. C’è come un anti senso della creazione, per questo la guerra è sempre distruzione. Per esempio, lavorare la terra, curare i figli, portare avanti una famiglia, far crescere la società: questo è costruire. Fare la guerra è distruggere. È una meccanica di distruzione».

MIGRANTI: 
 «Quello che si fa con i migranti è criminale. Per arrivare al mare soffrono tanto. Ci sono dei filmati sui lager, e uso questa parola sul serio, lager, nella Libia, lager dei trafficanti. Quanto soffrono nelle mani dei trafficanti coloro che vogliono fuggire. Se volete vedere questi filmati, sono nella sezione migranti e rifugiati del Dicastero dello Sviluppo Umano. Soffrono e poi rischiano per attraversare il Mediterraneo. Poi, alcune volte, sono respinti, per qualcuno che per responsabilità locale dice ‘No, qui non vengono’; ci sono queste navi che girano cercando un porto, che tornano o che muoiono sul mare. Questo succede oggi. Una cosa è vera: ogni Paese deve dire quanti migranti può accogliere; questo è un problema di politica interna che deve essere pensato bene e dire ‘Io posso fino a questo numero’. C’è l’Unione Europea, bisogna mettersi d’accordo, così si fa l’equilibrio, in comunione. Adesso c’è l’ingiustizia: vengono in Spagna e in Italia, i due Paesi più vicini, e non li ricevono altrove. Il migrante va sempre accolto, accompagnato, promosso e integrato. Accolto perché c’è la difficoltà, poi accompagnarlo, promuoverlo e integrarlo nella società. Quest’ultimo aspetto è molto importante. Pensate alla tragedia di Zaventem, questo l’ho detto tante volte, i ragazzi che hanno fatto quello erano belgi, nati in Belgio, ma figli di migranti ghettizzati, non integrati. Lì crescono le ideologie, tanto. Ci sono Paesi che con il calo demografico che vivono, penso alla Spagna, all’Italia e altri, hanno bisogno di gente. Un migrante integrato aiuta quel Paese. Dobbiamo pensare intelligentemente alla politica migratoria, una politica continentale. È una responsabilità nostra. Il fatto che il Mediterraneo sia oggi il cimitero più grande d’Europa ci deve far pensare. Credo che questo sia realismo puro».

BAMBINI:
«Sui privilegi e la tentazione di guardare dall’altra parte: Su questo si deve pensare perché chi è nato in un Paese sviluppato con la possibilità della scuola, dell’università, del lavoro deve ringraziare; succede una psicologia che ci chiude: noi vediamo tutte queste cose, le vediamo. Vediamo i bambini che muoiono, migranti annegati, le ingiustizie le vediamo anche nei nostri Paesi, ma c’è sempre una tentazione molto brutta, quella di guardare da un’altra parte, non guardare. Con i media vediamo tutto ma prendiamo distanza e guardiamo da un’altra parte. Ci lamentiamo un po’, ‘è una tragedia!’ ma poi è come se nulla fosse accaduto. Non basta vedere, è necessario sentire, è necessario toccare. Qui entra la psicologia dell’indifferenza, ‘Io vedo ma non mi coinvolgo, non tocco e vado avanti’. Quando Gesù ci parla di come dobbiamo comportarci col prossimo, ci dice la parabola del buon samaritano; ci parla prima di due persone brave: uno scriba e un dottore della legge, un uomo osservante della legge, che passa, vede e continua; un sacerdote, forse un buon sacerdote, passa, vede e continua. Soltanto un uomo, uno straniero, si ferma, tocca e se ne prende carico. Ci manca il toccare le miserie e toccare ci porta all’eroicità. Penso ai medici, agli infermieri e infermiere che hanno dato la vita in questa pandemia: hanno toccato il male e hanno scelto di rimanere lì con gli ammalati. Questo è grande, ma se tu non tocchi… una volta ho letto un articolo molto bello, (che diceva) ‘Il tatto è il senso più completo, più pieno, quello che ci mette la realtà nel cuore. Quando qualcuno viene a consultarmi o a confessarsi, io domando se danno l’elemosina (e rispondono) ‘Sì, sì”; e quando chiedo se quando danno l’elemosina toccano la mano della persona (rispondono) ‘Ah, non so, non me ne sono accorto’; e chiedo se guardano negli occhi quella persona o se guardano da un’altra parte. Toccare, farsi carico dell’altro. Ma se noi guardiamo senza toccare con le nostre mani cos’è il dolore della gente, non potremo mai trovare una soluzione a questo».

CLIMA: 
«Stiamo vedendo questa realtà un po’ dappertutto, pensiamo in Amazzonia, la deforestazione. Sappiamo cosa significa una politica di deforestazione: meno ossigeno, cambiamento climatico, morte della biodiversità, uccidere la Madre Terra. Significa non avere quel rapporto che hanno quei popoli aborigeni, originari, che loro chiamano ‘il buon vivere’, che non è la buona vita, ma vivere in armonia con la Terra. Ho ascoltato una canzone bellissima di Roberto Carlos poco fa: ‘Papà, perché il fiume non canta più?’ ‘La verità, figlio mio, è che il fiume non c’è più. Lo abbiamo finito noi’. Questo è un dramma. Il capo degli scienziati italiani in un convegno che si è tenuto qui in Vaticano alcuni mesi ha detto: ‘La mia nipotina, nata alcuni giorni fa, se le cose non cambiano, dovrà vivere entro 30 anni in un mondo inabitabile’. (Dobbiamo) metterci questo in testa: prenderci a carico la Madre Terra. I pescatori di San Benedetto del Tronto che sono venuti da me hanno trovato in un anno 3 milioni di tonnellate, o comunque una quantità enorme, di plastica. Poi sono tornati e mi hanno parlato del doppio ma si sono organizzati e prendono ogni rifiuto dal mare per pulirlo, perché sentono che il mare è cosa loro, sono entrati in sintonia con la Terra e l’hanno curata. Buttare via plastica in mare è criminale, questo uccide la biodiversità, la Terra, tutto. Prendersi cura del Creato è un’educazione che dobbiamo imparare».

MUSICA E TANGO: 
«Sulla sua visita a un negozio di musica: La curiosità è lecita, tutti siamo curiosi… Prima di tutto non sono andato a comprare. Queste persone sono amici miei da anni, hanno risistemato il negozio. Sono andato a benedire il nuovo negozio. Gli voglio bene, siamo amici. Era di notte, era scuro, proprio lì c’era un giornalista che aspettava un amico per prendere un taxi… per questo la notizia è uscita. È vero che ascolto musica, mi piacciono i classici, tanto. Anche il tango mi piace tanto. Ma un porteño che non balla il tango non è un porteño».

BULLISMO: 
«Il problema dell’aggressività sociale è un problema che hanno studiato gli psicologi e i sociologi bene. E per questo non mi permetto di dire una parola perché loro sono coloro che sanno spiegare bene. Soltanto sottolineo una cosa: come è cresciuto il numero dei suicidi giovanili. Cosa significa? C’è un’aggressività che scoppia, pensa nella scuola il bullying. Quando ti prendono un ragazzo o una ragazza e dai dai dai, per distruggerlo. Questa è un’aggressività nascosta. Questa aggressività è un problema sociale, non è soltanto l’aggressività di una persona malata, ma socialmente il bullying è un problema che si dà, eccome. Quest’aggressività nostra va educata. L’aggressività non è una cosa in se stessa negativa perché ci vuole essere aggressivo per dominare la natura, per andare avanti, costruire, c’è un’aggressività positiva diciamo così. Ma c’è un’aggressività distruttiva che incomincia anche con una cosa molto piccola ma voglio menzionarla qui: comincia con la lingua, il chiacchiericcio. Ma il chiacchiericcio, nelle famiglie, nei quartieri, distrugge. Un nunzio apostolico ha fatto uno studio del chiacchiericcio, molto buono, e nella copertina la stampa è questa: l’impronta digitale e uno che, come un filo, la stira per distruggerla. Questo è il chiacchiericcio. Distrugge l’identità. Il chiacchiericcio non è una cosa che si fa soltanto tra i governanti, si trova tra le famiglie. Per questo mi permetto di consigliare, per non distruggerci: no al chiacchiericcio. Se tu hai una cosa contro l’altro o te la mangi te o vai da lui e dilla in faccia, essere coraggiosi, coraggiose. Ma no, è una cosa dolce chiacchierare degli altri e questo distrugge. Sembra un sermone morale ma è una realtà: lì incominciano le guerre, le divisioni».

FIGLI E GENITORI:
«Il rapporto fra i genitori e figli io dico sempre una parola: vicinanza. Vicinanza con i figli. Quando si confessano coppie giovani o quando parlo con loro, faccio sempre una domanda: ‘Tu giochi con i tuoi figli?’ Quella gratuità di papà e mamma col figlio. Alle volte sento risposte dolorose ‘Ma Padre, quando io esco da casa per lavorare loro dormono e quando torno la notte stanno dormendo un’altra volta’. È la società crudele che si stacca dai figli. Ma la gratuità con i propri figli: giocare con i figli e non spaventarsi dei figli, delle cose che dicono, delle ipotesi, o anche quando un figlio, già più grande, adolescente, fa qualche scivolata, essere vicino, parlare come padre, come madre. La vicinanza. I genitori che non sono vicini ai figli, che per stare tranquilli ‘Ma prendi la chiave della macchina, vai’ questi non fanno bene. I genitori devono essere, mi permetto la parola, quasi complici con i figli. Quella complicità genitoriale che fa che crescano insieme padri e figli. E questo è tanto bello».

SOLIDARIETA' 
«Nella società vediamo quante volte si guardano gli altri dall’alto in basso per dominarli, sottometterli, e non per aiutarli a rialzarsi. Pensa soltanto - è una storia triste, ma di tutti i giorni - a quegli impiegati che devono pagare col proprio corpo la stabilità lavorativa, perché il loro capo li guarda dall’alto in basso, ma per dominarli. È un esempio di tutti i giorni, ma veramente di tutti i giorni. Invece questo gesto è lecito soltanto per fare questo: io posso guardare un altro dall’alto in basso soltanto a rischio di cadere anch’io, per fare un gesto nobile: alzati fratello, alzati sorella. Altri sguardi dall’alto in basso non sono leciti, mai, perché sarebbero sguardi di dominazione, e questo non va bene».

MALE: 
«Dio ci ha fatto buoni ma liberi. E quella libertà è quello che è capace di fare del male. Quella libertà è capace di fare tanto bene e anche tanto male. Siamo liberi, no? Nel mito della Creazione c’è scritto: “Non fare questo, perché accadrebbe questo. E tu hai fatto questo, e ti ammali”. E come [Dio] ci ha fatto liberi, noi siamo padroni delle nostre decisioni e anche di fare decisioni sbagliate. Questa è la libertà che ci ha dato Dio».

«Dirò una cosa che forse farà scandalizzare qualcuno, ma dirò la verità: la capacità di essere perdonato è un diritto umano. Tutti noi abbiamo il diritto di essere perdonati se chiediamo perdono. È un diritto che nasce proprio dalla natura di Dio ed è stato dato in eredità agli uomini. Noi abbiamo dimenticato che qualcuno che chiede perdono ha il diritto di essere perdonato. Tu hai fatto qualcosa, lo paghi. No! Hai il diritto di essere perdonato, e se poi tu hai qualche debito con la società arrangiati per pagarlo, ma con il perdono. Il papà del figliol prodigo aspettava il figlio per perdonarlo, e il figlio aveva il diritto di essere perdonato, ma lui non lo sapeva, per questo dubitava tanto. L’anno scorso alcuni ragazzi hanno fatto un’opera sul figliol prodigo con la musica pop, bellissima, e l’ultimo atto era su quando il figliol prodigo decide di ritornare a casa. E dice a un amico: “Sai, ho paura che papà non mi riceva e anche che chiami la polizia e mi mandi in carcere, ho paura”. E l’amico gli consiglia: “Invia una lettera a papà, digli papà ho sbagliato, vorrei trovarti, vorrei chiederti perdono, ma ho paura di avvicinarmi. Per favore, se tu sei disposto a ricevermi, a perdonarmi, metti un fazzoletto bianco in una finestra della casa”. Questa è la lettera che invia al papà, e poi l’opera finisce quando il figlio sta tornando a casa e, quando prende proprio il cammino che va diretto alla casa, guarda la casa e la casa è piena di fazzoletti bianchi, piena. Un simbolo del perdono di Dio, un perdono che noi abbiamo ereditato. E non solo di perdonare e di essere perdonati, ma anche il diritto umano di essere perdonati. Questo è importante, non dimentichiamocelo».

«Sull’inspiegabile sofferenza degli innocenti: È vero, Dio ci dà la libertà, e tanti mali vengono proprio perché l’uomo ha perso la capacità di seguire le regole, ha cambiato la natura, ha cambiato tante cose, e anche per le proprie fragilità umane. E Dio lascia che questo vada avanti. Per me, una domanda a cui non sono mai riuscito a rispondere e che alcune volte mi scandalizza un po’ è: “Perché soffrono i bambini? Perché soffrono i bambini?”. Io non trovo spiegazioni a questo. Io ho fede, cerco di amare Dio che è mio padre, ma mi domando: “Ma perché soffrono i bambini?”. E non c’è risposta. Lui è forte, sì, onnipotente nell’amore. Invece l’odio, la distruzione, sono nelle mani di un altro che ha seminato per invidia il Male nel mondo. Ma il Signore rispetta fino alla fine, accompagna sempre, rispetta. E poi ha lasciato che suo figlio morisse così e lo ha lasciato andare. È un esempio di come è Dio: non è crudele, è un mistero forse che noi non capiamo bene, ma nel rapporto di Dio padre con suo figlio possiamo vedere bene cosa c’è nel cuore di Dio quando succedono queste cose. Dio è forte, è onnipotente, nell’amore. Con le cose sbagliate c’è una curiosità che mi è sempre tornata: con il Male non si parla. Dialogare con il Male è pericoloso. E tanta gente va, cerca di dialogare con il Male - anche io mi sono trovato in questa situazione tante volte - ma mi chiedo perché, un dialogo con il Male, è una cosa brutta quella. Gesù non ha mai dialogato con il Diavolo, mai, mai! E quando ha dovuto rispondere, nel deserto, gli ha risposto con la risposta di Dio, tre situazioni della Bibbia, ma mai lo ha fatto entrare, o lo caccia via o gli risponde con la Bibbia. Ma il dialogo con il Male non va bene, questo vale per tutte le tentazioni. E quando ti viene questa tentazione, “perché soffrono i bambini?”, io trovo una sola strada: soffrire con loro. E per me in questo è stato un gran maestro Dostoevskij.»

Sulle priorità dei governanti della Terra: 
«Ci sono tante persone con cui parlo che hanno tanti ideali, uno degli ultimi capi di Stato che ho incontrato era una meraviglia come sentiva [le mie stesse priorità], ma poi ci sono i condizionamenti politici, sociali, anche della politica mondiale, che fermano le buone intenzioni, e allora si deve negoziare tanto. Comunque ho trovato tanta gente che pensa che dovremmo cambiare. Ma in Fratelli tutti, nel primo capitolo, io ho voluto soffermarmi sulle ombre, su quali sono oggi le ombre di questa società. E lì credo di averne descritte la maggioranza, quelle sono le malattie sociali di oggi. Tanta gente, tanti governanti che sono bravi, che hanno buone intenzioni, ma tante volte non sono liberi davanti a questa pressione delle ombre che sono culturalmente oggi nel mondo. Credo che leggendo quel capitolo potremo capire perché c’è questa impotenza politica, tante volte».

Sul futuro della Chiesa: 
«Io immagino la Chiesa del futuro come l’ha immaginata San Paolo VI dopo il Concilio, con l’esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi. Poi io ho ne ho fatta un’altra, che si chiama EvangeliiGaudium, ma non è tanto originale, è un plagio di Evangelii Nuntiandi. Io ho solo cercato di indicare la strada della Chiesa verso il futuro: una Chiesa in pellegrinaggio. E oggi il male più grande della Chiesa, il più grande, è la mondanità spirituale. Una Chiesa mondana. Un grande teologo, il cardinale de Lubac, diceva che la mondanità spirituale è il peggio dei mali che possono accadere alla Chiesa, peggio ancora del male dei Papi libertini. Peggio ancora, dice, peggio ancora. E questa mondanità spirituale dentro la Chiesa fa crescere una cosa brutta, il clericalismo, che è una perversione della Chiesa. Il clericalismo che c’è nella rigidità, e sotto ogni tipo di rigidità c’è putredine, sempre. Queste sono le cose brutte che succedono oggi nella Chiesa, la mondanità spirituale che crea questo clericalismo e che porta a posizioni rigide, ideologicamente rigide, e l’ideologia prende il posto del Vangelo. Sugli atteggiamenti pastorali ne dico solo due, che sono vecchi: il pelagianesimo e lo gnosticismo. Il pelagianesimo è credere che con la mia forza posso andare avanti. No, la Chiesa va avanti con la forza di Dio, la misericordia di Dio e la forza dello Spirito Santo. E lo gnosticismo, quello mistico, senza Dio, questa spiritualità vuota… no, senza la carne di Cristo non c’è intesa possibile, senza la carne di Cristo non c’è redenzione possibile. Dobbiamo tornare al centro un’altra volta: “Il verbo si è fatto carne”. In questo scandalo della croce, del verbo incarnato, c’è il futuro della Chiesa».

Sulla preghiera: 
«Pregare è quello che fa il bambino quando si sente limitato, impotente, [dice] “papà, mamma”. Questo è il primo grido della preghiera. Ma se tu non credi che hai un papà, che hai una mamma vicino, non sai gridare, non sai chiedere. E pregare significa guardare i nostri limiti, i nostri bisogni, i nostri peccati, e dire: “Papà, guardami. Il tuo sguardo mi purifica, mi dà forza”. Pregare è entrare con la forza, oltre i limiti, oltre l’orizzonte, e per noi cristiani pregare è incontrare “papà”, come “Paolo”. Questa parola non la invento io. San Paolo dice che Dio è padre, e noi diciamo “papà”, non padre. E quando tu ti abitui a dire “papà” a Dio significa che stai andando bene, sulla strada della religione, ma se tu pensi che Dio è quello che ti annienterà nell’Inferno, se tu pensi che Dio se ne infischia della tua vita, che non gli importa, la tua religione sarà superstizione. Pregare significa guardare, dai miei bisogni, dalla mia piccolezza, come fanno i bambini che dicono “papà”. È una cosa interessante: i bambini, nel loro sviluppo psicologico, passano per quella che si chiama l’età dei perché. Perché si svegliano, vedono la vita e non capiscono, e dicono: “Papà, perché? Papà, perché?”. Ma se noi guardiamo bene, il bambino non aspetta la risposta del papà, quando il papà incomincia a rispondere va a un’altra domanda. Quello che vuole il bambino è che lo sguardo del papà sia su di lui. Non importa la spiegazione, importa solo che il papà lo guardi, e questo gli dà sicurezza. Pregare è un po’ tutto questo».

AMICI:
«Sì, ho degli amici che mi aiutano, conoscono la mia vita come un uomo normale, non che io sia normale, no. Io ho delle mie anormalità eh, ma come un uomo comune che ha degli amici; e a me piace stare con gli amici qualche volta a raccontare cose mie, ascoltare quelle di loro, ma anzi io ho bisogno degli amici. Per questo uno dei motivi per i quali io non sono andato ad abitare nell’appartamento pontificio, perché i papi che c’erano prima erano Santi e io non me la cavo, non sono tanto Santo. Ho bisogno dei rapporti umani, per questo abito in questo albergo di Santa Marta dove si trova gente che parla con tutti, trovi degli amici. È una vita per me più facile, l’altra non me la sento di farla, non ho le forze e le amicizie a me danno forza. Anzi, ho bisogno degli amici, sono pochi eh, sono pochi ma veri».

Su come immaginava il suo futuro da bambino: 
«Vi dirò una cosa che vi scandalizzerà, la prima cosa che io volevo fare era il macellaio. Perché quando andavo con la nonna o la mamma a fare le spese alla fiera lì, vedevo che il macellaio aveva una borsa qui e metteva i soldi dentro no? Una volta ho detto “A me piacerebbe essere macellaio”, “Ma perché?”, “Eh, per i soldi, tanti soldi che ha, no?”. Eh, ma su questo si capisce la radice genovese che ho dalla parte materna. Che siamo, i genovesi, un po’ attaccati ai soldi. Piemontesi pure ma anche simulano di più. Questo… da bambino. Poi la cosa che è venuta è la chimica, mi piaceva tanto, ho fatto la chimica, ho lavorato in laboratorio e lì ho iniziato la medicina. Stavo preparando l’ingresso in facoltà di medicina quando è arrivata la vocazione a 19 anni e sono entrato in seminario. Ma la chimica è stata una cosa che mi ha sedotto tanto, lo studio della chimica e poi è andata per la medicina e alla fine qui».

Sul fatto che non veda più la televisione dal 16 luglio 1990: 
«È stato il Signore a muovere il cuore poi il giorno dopo, il giorno della Madonna del Carmine, ho sentito che dovevo fare questo. Ho guardato soltanto eventi, la presa di possesso dei Presidenti, un incidente aereo, le Torri Gemelle… ma soltanto queste cose, punto e niente di più. Sì, non guardo la televisione, questo non perché la condanno ma è una decisione che ho fatto al Signore quando me la chiedeva ma, volevo sottolineare una cosa che lei ha menzionato, il senso dell’umorismo, per favore, è una medicina. Nella esortazione apostolica Gaudete et Exsultate sulla Santità c’è la nota 101. Cercatela, c’è la preghiera di San Thomas More sul senso dell’umorismo. Io la prego da più di quaranta anni. È una preghiera per pregare tanto, ti fa tanto bene. Senso dell’umorismo che ti fa relativizzare le cose e anche ti dà una gioia grande, ti fa gioioso. Questo fa tanto bene, fa tanto bene».

Le ultime parole rivolte al pubblico: 
«Mi viene in mente una cosa ma la dirò alla fine. Ringraziare la pazienza. Chiedere di pregare per me, ne ho bisogno, e se qualcuno di voi non prega perché non crede, non sa o non può almeno che mi mandi buoni pensieri, buone ondate. Ne ho bisogno della vicinanza della gente. Grazie. E questo per congedarmi, mi viene in mente una scena di un film del dopoguerra che mi ha fatto tanto bene… Per finalizzare il dialogo, credo che fosse Vittorio De sica che faceva l’indovino, leggeva le mani “grazie 100 lire”, io vi dico “100 preghiere”, “100 lire, 100 preghiere. Grazie”»




La storia di John, il ragazzo del Ghana di cui ha parlato il Papa all'Angelus

La storia di John, il ragazzo del Ghana 

di cui ha parlato il Papa all'Angelus

Siamo stati a Vignale, dove viveva John Baldri, 25 anni, il ragazzo malato terminale di cancro, che ora grazie a una colletta dei cittadini del piccolo centro del Monferrato, è tornato nella sua terra ad abbracciare la famiglia. A raccontarci questa storia di solidarietà e accoglienza sono il sindaco, il parroco e i proprietari della cantina dove lui aveva trovato lavoro, che abbiamo incontrato.



Papa Francesco era commosso oggi, mentre raccontava la bellissima storia di solidarietà nata intorno a un giovanissimo ragazzo del Ghana, John, migrante di 25 anni, che aveva trovato una nuova vita e un lavoro in una cantina del Monferrato. Un terribile male lo ha colpito e lui chiedeva solo di riabbracciare suo papà prima di morire. Nella sua terra, tra le braccia delle persone che non vedeva più da anni. Questa la storia triste, quella bellissima è quella del paese che si è stretto intorno a questa fragile vita, per aiutarla. Come i "santi della porta accanto" di cui appunto ha parlato il Papa.

Ed è davvero un'intera comunità, quella che ha preso per mano questo giovane nel suo ultimo desiderio.

Da sinistra, il parroco di Vignale Monferrato, don Andrea Tancini, il consigliere
comunale Gian Mario Cotti, il sindaco Tina Corona, e Gabriella Roato
Arriviamo a Vignale Monferrato che è quasi sera, la nebbia avvolge le colline e i vigneti. E nella cantina Gaudio, tra il profumo della malvasia e tra etichette di prestigio, scopriamo qualcosa di più di questa storia che ha appassionato tanti cattolici oggi. Ad attenderci per raccontare chi è John e cosa è successo in queste ore ci sono i proprietari della tenuta e in particolare Gabriella Roato Gaudio, 67 anni, insieme con una cara amica, il sindaco di Vignale, Tina Corona, 71 portati in modo splendido, nonostante la fatica di ben tre mandati. E poi ci sono il parroco don Andrea Tancini, 46, e in rappresentanza della comunità parrocchiale e del Comune, Gian Mario Cotti.

«John Badri è arrivato qui dal Ghana passando dalla Libia. Lì è rimasto due anni, subendo torture di cui porta ancora i segni sul corpo», spiega Gabriella Roato. «Nella sua lunga peregrinazione poi è arrivato qui. Una storia purtroppo come tante. Qui ha vissuto con un suo connazionale, un nostro dipendente, in un appartamento della parrocchia. A un certo punto John ha cominciato a stare molto male, e quando purtroppo è stato scoperto il tumore al fegato che l'aveva colpito con violenza, era già al quarto stadio della malattia. Dal punto di vista medico e chirurgico non c'era già più nulla da fare».

John è cattolico, frequentava la parrocchia e tutti lo conoscevano. Di giorno girava in bicicletta per il paese, la gente lo aveva accolto con simpatia. «Quando ha cominciato a stare più male, veniva in chiesa a pregare. Ma soprattutto si faceva accompagnare da me nella preghiera nei mesi in cui l'ospedale di Casale Monferrato lo aveva ricoverato nell'hospice per le malattie terminali», spiega Gian Mario Cotti, con il luccichio negli occhi.

Prende la parola don Andrea, che vuole ricordare uno dei momenti più struggenti. Vorrebbe che a raccontarlo fosse la signora Gabriella. «Lei è quella che ha fatto di più per John, da quando si è ammalato. Ma è modesta... », dice lui. «Fu lei a chiedere lo scorso dicembre al ragazzo cosa volesse come regalo di Natale. E lui: "vorrei tornare a casa da mio padre". Ormai capiva che le sue speranze si stavano riducendo a un lumicino. Era una guerra contro il tempo: con i giorni contati tutti si sono messi in moto per aiutare John a tornare nella sua casa in Ghana».

Gabriella ci fa vedere un biglietto della KTM via Amsterdam: il primo volo disponibile perché il suo fisico provato potesse sopportare il viaggio e arrivare in condizioni accettabili dal fratello maggiore, dagli altri cinque fratelli e dal papà. «Abbiamo mosso mare e monti per trovare il volo e perché John potesse avere anche un accompagnatore, il suo coinquilino, Il sindaco ha fatto partire anche una pensione di invalidità per lui. Una corsa concitata contro la sua malattia».

Sono tutti ancora stupiti e frastornati a Vignola. John è partito giovedì, anche noi di Famiglia Cristiana abbiamo sentito la sua voce attraverso un WhatsApp che ha appena mandato, per dire: "sto bene, le cure fanno bene (n.d.r. purtroppo la morfina). Grazie, grazie!».

E "grazie" è la parola che nel suo italiano ancora un po' stentato (parla bene invece l'inglese) ripete più spesso. «John è un ragazzo buonissimo, puro, quasi ingenuo, nonostante le vicende terribili che ha attraversato», spiega ancora la signora Roato Gaudio.

E John ora è nella sua terra grazie a una grande colletta che hanno fatto in paese, nel negozio di alimentari e bar di Ernesto, e poi in un'altra bottega. Sono intervenute decine di persone, con generosità.

«Abbiamo potuto lasciargli anche dei soldi per partire e ora stiamo mandandogliene altri per comprare le medicine, che là sono a pagamento anche in ospedale. Suo fratello Prosper lavora ad Accra, nella capitale, proprio in un istituto medico. Si sta ora occupando di lui. Ci manda continuamente foto e notizie», continua Gabriella.

Il sindaco Tina Corona ascolta compiaciuta le parole della cara amica. «Come Comune di Vignale siamo subito intervenuti. Il qui presente Cotti è un nostro consigliere. Lui e Gabriella sono stati il tramite per portare a termine questo progetto di aiuto nel più breve tempo possibile. Sono orgogliosa di essere il primo cittadino di questo paese così generoso. Per me è un onore. Un giorno volevo fare un post su Facebook per dire che John stava finalmente salendo sull'aereo. Non me lo hanno permesso. Gli abitanti di Vignale hanno aiutato ma non volevamo farsi pubblicità».

Mentre siamo seduti a un tavolo con loro il telefono del sindaco, del parroco, della cantina continuano a suonare. Sono i colleghi di Ansa, Corriere della Sera, La Stampa, del tg regionale... Ma qui tutti sono stupiti e continuano a chiedersi: «Come avrà fatto il Papa a conoscere questa nostra storia? Neppure il Vescovo di Casale Monferrato ne sa nulla. Siamo felici, ma siamo rimasti stupefatti oggi quando ha parlato Francesco in San Pietro».

Il consigliere Cotti aggiunge: «Il Papa dice che bisogna parlare dei buoni esempi, perché siano di ispirazione agli altri. Lo dice anche il Vangelo. Va bene così, ora potremo raccontare la nostra storia a tutti».

La storia di cittadini di un paese che sono santi di ogni giorno, i "santi della porta accanto".
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Giusi Galimberti 06/02/2022)


Vedi anche il post:


«Il Signore è il Dio della vicinanza, della compassione, della tenerezza, e non cerca perfezionismo: cerca accoglienza... Scacciamo il pessimismo e la sfiducia e prendiamo il largo con Gesù!» Papa Francesco Angelus 06/02/2022 (testo e video)

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 6 febbraio 2022




Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Vangelo della Liturgia odierna ci porta sulle rive del lago di Galilea. La folla fa ressa attorno a Gesù, mentre alcuni pescatori delusi, tra cui Simon Pietro, lavano le reti dopo una notte di pesca andata male. Ed ecco che Gesù sale proprio sulla barca di Simone; poi lo invita a prendere il largo e a gettare ancora le reti (cfr Lc 5,1-4). Fermiamoci su queste due azioni di Gesù: dapprima sale sulla barca e poi, la seconda, invita a prendere il largo. È stata una notte andata male, senza pesci, ma Pietro si fida e prende il largo.

Anzitutto, Gesù sale sulla barca di Simone. Per fare cosa? Per insegnare. Chiede proprio quella barca, che non è piena di pesci ma è tornata a riva vuota, dopo una notte di fatiche e delusioni. È una bella immagine anche per noi. Ogni giorno la barca della nostra vita lascia le rive di casa per inoltrarsi nel mare delle attività quotidiane; ogni giorno cerchiamo di “pescare al largo”, di coltivare sogni, di portare avanti progetti, di vivere l’amore nelle nostre relazioni. Ma spesso, come Pietro, viviamo la “notte delle reti vuote” – la notte delle reti vuote –, la delusione di impegnarci tanto e di non vedere i risultati sperati: «Abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla» (v. 5), dice Simone. Quante volte anche noi restiamo con un senso di sconfitta, mentre nel cuore nascono delusione e amarezza. Due tarli pericolosissimi.

Che cosa fa allora il Signore? Sceglie proprio di salire sulla nostra barca. Da lì vuole annunciare il Vangelo. Proprio quella barca vuota, simbolo delle nostre incapacità, diventa la “cattedra” di Gesù, il pulpito da cui proclama la Parola. E questo ama fare il Signore – il Signore è il Signore delle sorprese, dei miracoli nelle sorprese –: salire sulla barca della nostra vita quando non abbiamo nulla da offrirgli; entrare nei nostri vuoti e riempirli con la sua presenza; servirsi della nostra povertà per annunciare la sua ricchezza, delle nostre miserie per proclamare la sua misericordia. Ricordiamoci questo: Dio non vuole una nave da crociera, gli basta una povera barca “sgangherata”, purché lo accogliamo. Questo sì, accoglierlo; non interessa su quale barca, accoglierlo. Ma noi – mi domando – lo facciamo salire sulla barca della nostra vita? Gli mettiamo a disposizione il poco che abbiamo? A volte ci sentiamo indegni di Lui perché siamo peccatori. Ma questa è una scusa che al Signore non piace, perché lo allontana da noi! Lui è il Dio della vicinanza, della compassione, della tenerezza, e non cerca perfezionismo: cerca accoglienza. Anche a te dice: “Fammi salire sulla barca della tua vita” – “Ma, Signore, guarda…” – “Così, fammi salire, così com’è”. Pensiamoci.

Così il Signore ricostruisce la fiducia di Pietro. Salito sulla sua barca, dopo aver predicato gli dice: «Prendi il largo» (v. 4). Non era un’ora adatta per pescare, era pieno giorno, ma Pietro si fida di Gesù. Non si basa sulle strategie dei pescatori, che ben conosceva, ma si basa sulla novità di Gesù. Quello stupore che lo muoveva a fare quello che Gesù gli diceva. È così anche per noi: se ospitiamo il Signore sulla nostra barca, possiamo prendere il largo. Con Gesù si naviga nel mare della vita senza paura, senza cedere alla delusione quando non si pesca nulla e senza arrendersi al “non c’è più niente da fare”. Sempre, nella vita personale come in quella della Chiesa e della società, c’è qualcosa di bello e di coraggioso che si può fare, sempre. Sempre possiamo ricominciare, sempre il Signore ci invita a rimetterci in gioco perché Lui apre nuove possibilità. E allora accogliamo l’invito: scacciamo il pessimismo e la sfiducia e prendiamo il largo con Gesù! Anche la nostra piccola barca vuota assisterà a una pesca miracolosa.

Preghiamo Maria, che come nessun altro ha accolto il Signore sulla barca della vita: ci incoraggi e interceda per noi.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

Oggi si celebra la Giornata internazionale contro le mutilazioni genitali femminili. Sono circa tre milioni le ragazze che, ogni anno, subiscono tale intervento, spesso in condizioni molto pericolose per la loro salute. Questa pratica, purtroppo diffusa in diverse regioni del mondo, umilia la dignità della donna e attenta gravemente alla sua integrità fisica.

E martedì prossimo, memoria liturgica di Santa Giuseppina Bakhita, si celebrerà la Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone. Questa è una ferita profonda, inferta dalla ricerca vergognosa di interessi economici senza alcun rispetto per la persona umana. Tante ragazze – le vediamo sulle strade – che non sono libere, sono schiave dei trafficanti, che le mandano a lavorare e, se non portano i soldi, le picchiano. Oggi succede questo nelle nostre città. Pensiamoci sul serio.

Davanti a queste piaghe dell’umanità, esprimo il mio dolore ed esorto quanti ne hanno la responsabilità ad agire in modo deciso, per impedire sia lo sfruttamento sia le pratiche umilianti che affliggono in particolare le donne e le bambine.


Oggi, in Italia, si celebra anche la Giornata per la Vita, sul tema “Custodire ogni vita”. Questo appello vale per tutti, specialmente per le categorie più deboli: gli anziani, i malati, e anche i bambini a cui si impedisce di nascere. Mi unisco ai Vescovi italiani nel promuovere la cultura della vita come risposta alla logica dello scarto e al calo demografico. Ogni vita va custodita, sempre!

Noi siamo abituati a vedere, a leggere sui media tante cose brutte, notizie brutte, incidenti, assassinii… tante cose. Ma io vorrei oggi menzionare due cose belle. Una, nel Marocco, come tutto un popolo si è aggrappato per salvare Rayan. Era tutto il popolo lì, lavorando per salvare un bambino! Ce l’hanno messa tutta. Purtroppo non ce l’ha fatta. Ma quell’esempio – oggi leggevo sul Messaggero –, quelle fotografie di un popolo, lì, aspettando per salvare un bambino... Grazie a questo popolo per questa testimonianza!

E un’altra, che è successa qui in Italia, e non uscirà sul giornale. Nel Monferrato: John, un ragazzo ghanese, 25 anni, migrante, che per arrivare qui ha sofferto tutto quello che soffrono tanti migranti, e alla fine si è sistemato nel Monferrato, ha incominciato a lavorare, a fare il suo futuro, in un’azienda vinicola. E poi si è ammalato di un cancro terribile, è in fin di vita. E quando gli hanno detto la verità, cosa avrebbe voluto fare, [ha risposto:] “Tornare a casa per abbracciare mio papà prima di morire”. Morendo, ha pensato al papà. E in quel paese del Monferrato hanno fatto subito una raccolta e, imbottito di morfina, lo hanno messo sull’aereo, lui e un compagno, e lo hanno inviato perché potesse morire tra le braccia del suo papà. Questo ci fa vedere che oggi, in mezzo a tante brutte notizie, ci sono cose belle, ci sono dei “santi della porta accanto”. Grazie per queste due testimonianze che ci fanno bene.

Saluto tutti voi, romani e pellegrini! In particolare, quelli provenienti dalla Germania, dalla Polonia e da Valencia (Spagna); come pure gli studenti universitari di Madrid – sono rumorosi, questi spagnoli! – e i fedeli della parrocchia San Francesco d’Assisi in Roma. Un saluto speciale alle religiose del gruppo Talitha Kum, impegnate contro la tratta. Grazie! Grazie per quello che fate, per il vostro coraggio. Grazie. Vi incoraggio nel vostro lavoro e benedico la statua di Santa Giuseppina Bakhita.

E a tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci.

Guarda il video


domenica 6 febbraio 2022

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - V Domenica del Tempo Ordinario - Anno C


Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli

  V Domenica del Tempo Ordinario
Anno C
6 febbraio 2022 


Per chi presiede 

Fratelli e sorelle, dopo aver ascoltato e meditato la Parola, che il Signore oggi ha rivolto a tutti noi, rispondiamo ad essa innalzando a Lui le nostre preghiere e le nostre intercessioni ed insieme diciamo:

R/ Ascoltaci, Signore


Lettore

- Tu, Signore, sei salito sulla barca di Simon Pietro ed hai chiesto a tutti di operare avendo piena fiducia nella tua Parola: dona alla tua Chiesa la stessa disponibilità di Pietro, per affrontare l’abisso della storia dei nostri giorni fidandosi unicamente di Te e della efficacia creativa della tua Parola. Preghiamo.

- Risveglia, Signore, in tutte le comunità cristiane e nei vari gruppi e movimenti un gusto e un desiderio di conoscere la tua Parola. Dona a tutti un cuore che sappia ascoltare la Parola scritta e quella che Tu ci rivolgi attraverso gli altri e attraverso gli avvenimenti della vita. Preghiamo.

- Nel terzo anniversario della firma del documento sulla Fratellanza universale, redatto da papa Francesco e dall’imam Al Tayyeb, noi ti preghiamo, Signore, perché questo evento stimoli credenti e non credenti a percorrere le vie dell’incontro e della vera solidarietà. Preghiamo.

- Ti affidiamo, Signore, il difficile rapporto tra la Russia e l’Ucraina. Dona ai paesi della NATO pensieri di pace, affinché sia evitato di cimentarsi in un pericoloso braccio di ferro con la Russia. Ti affidiamo, inoltre, tutti i paesi dove si combatte, dove si continua a morire per le atroci violenze e per la fame. Preghiamo.

- Non distogliere, Signore, il tuo sguardo da noi, dalle nostre case, dai nostri familiari. Sii vicino a chi è malato, accompagna la crescita dei ragazzi e dei giovani, conforta chi è solo, accogli il respiro dei morenti. Preghiamo.

- Ti ricordiamo, Signore, i nostri parenti e amici defunti e le vittime del corona-virus [pausa di silenzio]; ti ricordiamo anche coloro che sono morti nella disperazione del suicidio e coloro che hanno perso la vita sul posto di lavoro. Concedi a tutti di dimorare con i santi nella Gerusalemme celeste. Preghiamo.


Per chi presiede 

Signore Gesù, ascolta le nostre preghiere e aiutaci a sempre fidarci della tua Parola, perché cresciamo come veri e autentici cristiani, capaci di portare in questa nostra storia complessa e dolorosa, gesti di vita, di speranza e di amore. Te lo chiediamo perché sei nostro Signore e Maestro nei secoli dei secoli. AMEN.


6 febbraio 2022 - 44ª Giornata Nazionale per la Vita - Messaggio CEI: "Custodire ogni vita"

CEI Messaggio per la 44ª Giornata Nazionale per la Vita
Custodire ogni vita


Pubblichiamo il Messaggio che il Consiglio Episcopale Permanente della CEI ha preparato per la 44ª Giornata Nazionale per la Vita che si celebra il 6 febbraio 2022 sul tema «Custodire ogni vita. “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse” (Gen 2,15)».


Al di là di ogni illusione di onnipotenza e autosufficienza, la pandemia ha messo in luce numerose fragilità a livello personale, comunitario e sociale. Non si è trattato quasi mai di fenomeni nuovi; ne emerge però con rinnovata consapevolezza l’evidenza che la vita ha bisogno di essere custodita. Abbiamo capito che nessuno può bastare a sé stesso: “La lezione della recente pandemia, se vogliamo essere onesti, è la consapevolezza di essere una comunità mondiale che naviga sulla stessa barca, dove il male di uno va a danno di tutti. Ci siamo ricordati che nessuno si salva da solo, che ci si può salvare unicamente insieme” (Papa Francesco, Omelia, 20 ottobre 2020). Ciascuno ha bisogno che qualcun altro si prenda cura di lui, che custodisca la sua vita dal male, dal bisogno, dalla solitudine, dalla disperazione.

Questo è vero per tutti, ma riguarda in maniera particolare le categorie più deboli, che nella pandemia hanno sofferto di più e che porteranno più a lungo di altre il peso delle conseguenze che tale fenomeno sta comportando.

Il nostro pensiero va innanzitutto alle nuove generazioni e agli anziani. Le prime, pur risultando tra quelle meno colpite dal virus, hanno subito importanti contraccolpi psicologici, con l’aumento esponenziale di diversi disturbi della crescita; molti adolescenti e giovani, inoltre, non riescono tuttora a guardare con fiducia al proprio futuro. Anche le giovani famiglie hanno avuto ripercussioni negative dalla crisi pandemica, come dimostra l’ulteriore picco della denatalità raggiunto nel 2020-2021, segno evidente di crescente incertezza. Tra le persone anziane, vittime in gran numero del Covid-19, non poche si trovano ancora oggi in una condizione di solitudine e paura, faticando a ritrovare motivazioni ed energie per uscire di casa e ristabilire relazioni aperte con gli altri. Quelle poi che vivono una situazione di infermità subiscono un isolamento anche maggiore, nel quale diventa più difficile affrontare con serenità la vecchiaia. Nelle strutture residenziali le precauzioni adottate per preservare gli ospiti dal contagio hanno comportato notevoli limitazioni alle relazioni, che solo ora si vanno progressivamente ripristinando.

Anche le fragilità sociali sono state acuite, con l’aumento delle famiglie – specialmente giovani e numerose – in situazione di povertà assoluta, della disoccupazione e del precariato, della conflittualità domestica. Il Rapporto 2021 di Caritas italiana ha rilevato quasi mezzo milione di nuovi poveri, tra cui emergono donne e giovani, e la presenza di inedite forme di disagio, non tutte legate a fattori economici.

Se poi il nostro sguardo si allarga, non possiamo fare a meno di notare che, come sempre accade, le conseguenze della pandemia sono ancora più gravi nei popoli poveri, ancora assai lontani dal livello di profilassi raggiunto nei Paesi ricchi grazie alla vaccinazione di massa.

Dinanzi a tale situazione, Papa Francesco ci ha offerto San Giuseppe come modello di coloro che si impegnano nel custodire la vita: “Tutti possono trovare in San Giuseppe, l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta, un intercessore, un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà” (Patris Corde). Nelle diverse circostanze della sua vicenda familiare, egli costantemente e in molti modi si prende cura delle persone che ha intorno, in obbedienza al volere di Dio. Pur rimanendo nell’ombra, svolge un’azione decisiva nella storia della salvezza, tanto da essere invocato come custode e patrono della Chiesa.

Sin dai primi giorni della pandemia moltissime persone si sono impegnate a custodire ogni vita, sia nell’esercizio della professione, sia nelle diverse espressioni del volontariato, sia nelle forme semplici del vicinato solidale. Alcuni hanno pagato un prezzo molto alto per la loro generosa dedizione. A tutti va la nostra gratitudine e il nostro incoraggiamento: sono loro la parte migliore della Chiesa e del Paese; a loro è legata la speranza di una ripartenza che ci renda davvero migliori.

Non sono mancate, tuttavia, manifestazioni di egoismo, indifferenza e irresponsabilità, caratterizzate spesso da una malintesa affermazione di libertà e da una distorta concezione dei diritti. Molto spesso si è trattato di persone comprensibilmente impaurite e confuse, anch’esse in fondo vittime della pandemia; in altri casi, però, tali comportamenti e discorsi hanno espresso una visione della persona umana e dei rapporti sociali assai lontana dal Vangelo e dallo spirito della Costituzione. Anche la riaffermazione del “diritto all’aborto” e la prospettiva di un referendum per depenalizzare l’omicidio del consenziente vanno nella medesima direzione. “Senza voler entrare nelle importanti questioni giuridiche implicate, è necessario ribadire che non vi è espressione di compassione nell’aiutare a morire, ma il prevalere di una concezione antropologica e nichilista in cui non trovano più spazio né la speranza né le relazioni interpersonali. […] Chi soffre va accompagnato e aiutato a ritrovare ragioni di vita; occorre chiedere l’applicazione della legge sulle cure palliative e la terapia del dolore” (Card. G. Bassetti, Introduzione ai lavori del Consiglio Episcopale Permanente, 27 settembre 2021). Il vero diritto da rivendicare è quello che ogni vita, terminale o nascente, sia adeguatamente custodita. Mettere termine a un’esistenza non è mai una vittoria, né della libertà, né dell’umanità, né della democrazia: è quasi sempre il tragico esito di persone lasciate sole con i loro problemi e la loro disperazione.

La risposta che ogni vita fragile silenziosamente sollecita è quella della custodia. Come comunità cristiana facciamo continuamente l’esperienza che quando una persona è accolta, accompagnata, sostenuta, incoraggiata, ogni problema può essere superato o comunque fronteggiato con coraggio e speranza.

“Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato! La vocazione del custodire non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. È il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. È il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. È l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori. È il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene” (Papa Francesco, Omelia, 19 marzo 2013).

Le persone, le famiglie, le comunità e le istituzioni non si sottraggano a questo compito, imboccando ipocrite scorciatoie, ma si impegnino sempre più seriamente a custodire ogni vita. Potremo così affermare che la lezione della pandemia non sarà andata sprecata.

Roma, 28 settembre 2021
IL CONSIGLIO EPISCOPALE PERMANENTE
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA


"Un cuore che ascolta lev shomea" - n. 14/2021-2022 anno C

 "Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino


V Domenica del Tempo Ordinario

Vangelo:


Chiunque ha un po' di pratica con la pesca, sa bene che pescare di giorno è da sciocchi e sostanzialmente inutile. Non è, forse, di notte che si calano le reti? Non è con il favore delle tenebre, con l'inganno dell'oscurità che si catturano pesci e... uomini? Tutto, perciò, sembra essere contrario alla speranza che l'invito di Gesù a gettare le reti giunga a buon fine. Il Signore desidera, invece, farci comprendere che non sono certo i nostri sforzi e le nostre furbizie a riempire le reti, non sono le nostre tecniche o tattiche, le nostre strategie pastorali, per quanto moderne e raffinate, ad evangelizzare. «L'obbedienza alla Parola di Gesù è l'unico motivo per poter sperare l'impossibile che essa promette a coloro che vi obbediscono. La Fede non ha altro appoggio!» (cit.). Quando obbediamo alla voce di Gesù facciamo esperienza reale della sua promessa, la sua Parola in noi diviene efficace e la promessa del Padre si realizza. Come Maria che, obbedendo al progetto del Signore, concepirà (gr. Syllèmpse 1,31) nel suo grembo la Parola della Vita, così anche la Chiesa, in obbedienza alla Parola del suo Maestro, sarà capace di concepire (gr. Syllabésthai 5,7) in se stessa una moltitudine di fratelli.