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mercoledì 13 gennaio 2016

La rivoluzione dell’ascolto di Luigino Bruni


Un uomo di nome Giobbe/8 -
La verità della vita sta nelle domande giovani e povere


La rivoluzione dell’ascolto
di Luigino Bruni 







"… E non aspetto nessuno: / fra quattro mura / stupefatte di spazio / più che un deserto / non aspetto nessuno: / ma deve venire; / verrà, se resisto, / a sbocciare non visto, / verrà d'improvviso, / quando meno l'avverto: / verrà quasi perdono / di quanto fa morire, / verrà a farmi certo / del suo e mio tesoro, / verrà come ristoro / delle mie e sue pene, / verrà, forse già viene il suo bisbiglio."
Clemente Rebora, Canti Anonimi

Nelle persone, nelle comunità, nelle civiltà, nelle fedi, esiste un ciclo che alterna fede e ideologia, religione e idolatria. All’inizio del cammino si è sedotti da una voce che ci chiama: si crede, si parte. Ma dopo aver percorso un certo tratto di strada, a volte molto lungo, ci si ritrova quasi sempre dentro una ideologia, se non una idolatria. È un esito molto probabile, forse inevitabile, perché l’ideologia e l’idolatria sono prodotti naturali delle fedi e delle religioni. La lettura onesta e nuda del libro di Giobbe – non a caso posto al centro di una Bibbia che ha nell’idolatria il suo principale nemico – è una potente cura di queste gravi malattie delle religioni, perché costringe ad abbandonare le risposte che abbiamo maturato e conquistato a fatica per buona parte di vita, per tornare, umili e veri, alle prime domande della giovinezza.
...
Il mondo non è lasciato al caso, la Provvidenza deve essere all’opera, Giobbe non lo nega; ma ci invita a cercare registri diversi da quelli della teologia del suo tempo (e del nostro). Giobbe cerca un altro Dio, e lo cerca anche per difenderlo dalla verità della storia. Giobbe ci ricorda allora che chi crede in Dio e lo ama non deve raccontare teologie che non reggono di fronte all’evidenza storica. Eppure sono molti, troppi, i nostri racconti su Dio che non fanno altro che associarlo alla nostra banalità, che vengono necessariamente smentiti dalla verità delle domande di Giobbe e dei racconti dei viaggiatori. Giobbe chiede solo più silenzio, più mani sulla bocca, per lasciarsi stupire dalla verità che accade nella storia che non può essere contro la verità di Dio. Il suo è un appello a una religione che sappia dar conto delle gioie e dei dolori veri della gente reale. Il resto è solo vanità e falsa consolazione: "E voi vorreste consolarmi con argomenti vani! Nelle vostre risposte non c'è altro che inganno" (21,34). Saper tacere e trattenere in gola le nostre risposte certe per ascoltare le grida dei Giobbe del proprio tempo è stato importante in ogni epoca, ma è stato ed è essenziale nei grandi momenti di passaggio, quando le risposte ufficiali delle religioni, delle culture e delle filosofie non bastano più per rispondere alle domande più difficili dei giusti e delle vittime innocenti, quando le spiegazioni convenzionali del dolore, della morte, della fede, non appagano più Giobbe. È soprattutto in questi momenti che occorre mettersi all’ascolto profondo dell’uomo di Uz, e lasciarsi convertire. Perché se non lo facciamo le religioni restano bloccate dentro le ideologie, gli idoli prendono il posto della fede
Anche oggi Giobbe non capisce più le nostre risposte, non lo consolano, lo tormentano. E ci invita almeno a tacere, ad ascoltarlo. Ci sono troppe grida anelanti un Dio diverso che si alzano verso il cielo, che vengono ammutite dalla nostre risposte troppo semplici, poco solidali, lontane dalla gente, che non sanno ascoltare i viaggiatori del nostro tempo. La Bibbia fu capace di ascoltare l’urlo scandaloso e scomodo di Giobbe, lo incise per sempre sulla sua roccia, e così gli diede la dignità più grande. Saremo noi capaci oggi di fare altrettanto con le grida e le domande che mandano in crisi le nostre teologie? Sapremo riscrivere nuovi poemi ascoltando la voce delle nostre vittime? O continueremo a indossare nel dramma del vivere le maschere degli amici di Giobbe? Le nuove primavere delle religioni e delle civiltà cominciano quando, gli amici di Giobbe, imparano a tacere, abbandonano le vecchie e inadeguate certezze, e si mettono ad ascoltare le grida delle vittime, dei lontani, dei poveri, seduti sugli stessi mucchi di letame

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A chi fanno comodo la nostra paura e questo stato di perenne emergenza di Alberto Maggi


A chi fanno comodo la nostra paura e questo stato di perenne emergenza
di Alberto Maggi


"Quelli che hanno compreso molto bene l’utilità della paura sono i detentori del potere. Per essi è fondamentale che il popolo viva sempre sotto una cappa costante di paure e allarmi crescenti, per renderlo così remissivo e ubbidiente...". 

La sapienza biblica ha sempre messo in guardia dalla paura, quello stato emotivo che può paralizzare l’uomo rendendolo prigioniero di un’inquietudine che si alimenta di se stessa. Già il Qoèlet scriveva che “Chi bada al vento non semina mai, e chi osserva le nuvole non miete” (Qo 11,4), e Gesù, nella parabola dei talenti, mette in guardia dalla paura che spinge l’uomo a seppellire la fortuna che gli è stata affidata con il dono del talento (unità di peso di circa una trentina di chilogrammi d’oro). Per paura di perderlo costui ha infatti nascosto il prezioso talento sotto terra per conservarlo integro, e invece gli sarà tolto in quanto non l’ha messo a frutto (Mt 25,14-30).

Quelli che hanno compreso molto bene l’utilità della paura sono i detentori del potere. Per essi è fondamentale che il popolo viva sempre sotto una cappa costante di paure e allarmi crescenti, per renderlo così remissivo e ubbidiente. Per questo, al fine di ottenere ciò, oltre le armi che i potenti hanno per sottomettere le persone (coercizioni fisiche o morali), creano condizioni permanenti di paura, nell’attesa di quel che di terrificante può accadere. Ecco allora l’enfatizzazione voluta di ogni aspetto della vita quotidiana che viene esasperato e drammatizzato, dai normali avvicendamenti meteorologici che diventano sempre una calamità e una costante allerta (il normale gelo invernale si trasforma in freddo polare o siberiano, l’acquazzone in bomba d’acqua, il caldo è sempre sahariano), ai problemi dell’umanità, dove tutto è un’emergenza, una crisi, una catastrofe.

Ma l’ambizione di ogni potente non è solo quella di essere temuto, ma anche amato dai suoi sottomessi, in modo che l’oppressore sia visto come benefattore, il dominatore come il salvatore. Per realizzare questo si crea o s’ingigantisce un pericolo reale o meno, costringendo le persone a vivere costantemente nell’assillante sospetto verso i loro simili, che vengono squadrati come potenziali nemici dai quali solo il potente può proteggere. È la paralisi: per paura degli altri ci si isola, per timore del maltempo o degli attentati non ci si muove, per paura del peccato si reprime la propria vitalità, per paura delle malattie ci si ammala. E l’esperienza insegna che a forza di gridare “Attenti al lupo!”, si rischia di non accorgersi del pericolo se non quando questo è reale ed è ormai troppo tardi. Ciò non significa ignorare i pericoli e le difficoltà che s’incontrano nella vita, ma saper scrutare il cielo e i segni dei tempi per non scorgere solo notturni uccellacci di malaugurio ma anche solari colombe portatrici di pace.

L’AUTORE – Alberto Maggi, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, ha studiato nelle Pontificie Facoltà Teologiche Marianum e Gregoriana di Roma e all’École Biblique et Archéologique française di Gerusalemme. Fondatore del Centro Studi Biblici «G. Vannucci» (www.studibiblici.it) a Montefano (Macerata), cura la divulgazione delle sacre scritture interpretandole sempre al servizio della giustizia, mai del potere. Ha pubblicato, tra gli altri: Roba da preti; Nostra Signora degli eretici; Come leggere il Vangelo (e non perdere la fede); Parabole come pietre; La follia di Dio e Versetti pericolosi. È in libreria con Garzanti Chi non muore si rivede – Il mio viaggio di fede e allegria tra il dolore e la vita. 
(fonte: IL LIBRAIO)


martedì 12 gennaio 2016

"La preghiera fa miracoli e impedisce al cuore di indurirsi, dimenticando la pietà" Papa Francesco

"La preghiera fa miracoli 
e impedisce al cuore di indurirsi,
 dimenticando la pietà"
 Papa Francesco 


Omelia Messa 

a Santa Marta 

12 gennaio 2016




La forza della preghiera, vero motore della vita della Chiesa, è stata al centro dell’omelia di Papa Francesco nella messa celebrata martedì 12 gennaio a Santa Marta.

La riflessione del Pontefice ha preso spunto dalla lettura del brano del primo libro di Samuele (1, 9-20), in cui sono citati tre protagonisti: Anna, il sacerdote Eli e il Signore. La donna, ha spiegato il Papa, «con la sua famiglia, con suo marito, ogni anno, saliva al tempio per adorare Dio». Anna era una donna devota e pietosa, piena di fede, che però «portava su di sé una croce che la faceva soffrire tanto: era sterile. Lei voleva un figlio».

La descrizione della preghiera accorata di Anna mostra «come lei quasi lotta col Signore», prolungando la sua implorazione con «animo amareggiato, piangendo dirottamente». Una preghiera che si risolve in un voto: «Signore, se vorrai considerare la miseria della tua schiava e ricordarti di me; se non dimenticherai la tua schiava e darai alla tua schiava un figlio maschio, io lo offrirò al Signore per tutti i giorni della sua vita». Con grande umiltà, ha spiegato Francesco, riconoscendosi «miserabile» e «schiava», ella ha fatto «il voto di offrire il figlio».

Dunque Anna, ha sottolineato il Papa, «ce l’ha messa tutta per arrivare a quello che voleva»: la sua insistenza salta agli occhi e viene notata dall’anziano sacerdote Eli, il quale «stava osservando la sua bocca». Anna, infatti, «pregava in cuor suo», muovendo soltanto le labbra senza far udire la propria voce. È un’immagine intensa quella proposta dalla Scrittura, perché riflette «il coraggio di una donna di fede che con il suo dolore, con le sue lacrime, chiede al Signore la grazia».

A tale riguardo, il Pontefice ha commentato che nella Chiesa ci sono «tante donne brave così», che «vanno a pregare come se fosse una scommessa», e ha ricordato, per esempio, la figura di santa Monica, la madre di Agostino, «che con le sue lacrime è riuscita ad avere la grazia della conversione di suo figlio».

Il Papa si è quindi soffermato ad analizzare il personaggio di Eli, non cattivo, ma «un povero uomo», rivelando tra l’altro di provare per lui «una certa simpatia», perché «anche in me — ha confidato — trovo difetti che mi fanno avvicinare a lui e capirlo bene».

Questo anziano sacerdote «era caduto nel tepore, aveva perso la devozione» e «non aveva la forza di fermare i suoi due figli», che erano sacerdoti «ma delinquenti», loro sì, davvero cattivi «che sfruttavano la gente». Eli è, insomma, «un povero uomo senza forza» e, per questo, incapace di «capire il cuore di questa donna». Così vedendo Anna muovere le labbra, angosciata, pensa: «Ma questa ha bevuto troppo!». E l’episodio custodisce un insegnamento per tutti noi: «con quanta facilità — ha detto Francesco — noi giudichiamo le persone, con quanta facilità non abbiamo il rispetto di dire: “Ma cosa avrà nel suo cuore? Non lo so, ma io non dico nulla”». E ha aggiunto: «Quando manca la pietà nel cuore, sempre si pensa male, si giudica male, forse per giustificare noi stessi».

Il fraintendimento di Eli è tale che «alla fine lui le disse: “Fino a quando rimarrai ubriaca?”». E qui emerge ancora l’umiltà di Anna, che non risponde: «Ma tu che sei vecchio, che ne sai?». Al contrario, la donna dice: «No, mio signore». E pur sapendo tutti cosa facessero i suoi figli, non rimprovera Eli rinfacciandogli: «I tuoi figli cosa fanno?». Invece gli spiega: «Io sono una donna affranta e non ho bevuto né vino né altra bevanda inebriante, ma sto solo sfogando il mio cuore davanti al Signore. Non considerare la tua schiava una donna perversa, poiché finora mi ha fatto parlare l’eccesso del mio dolore e della mia angoscia».

In queste parole Papa Francesco ha individuato «la preghiera col dolore e con l’angoscia» di Anna, «che affida quel dolore e angoscia al Signore». E in ciò, ha aggiunto il Pontefice, Anna ci ricorda Cristo: infatti «questa preghiera l’ha conosciuta Gesù nell’Orto degli Ulivi, quando era tanta l’angoscia e tanto il dolore che gli è venuto quel sudore di sangue, e non ha rimproverato il Padre: “Padre, se tu vuoi toglimi questo, ma sia fatta la tua volontà”». Al contrario, anche «Gesù ha risposto sulla stessa strada di questa donna: la mitezza». Da qui la constatazione di come a volte «noi preghiamo, chiediamo al Signore, ma tante volte non sappiamo arrivare proprio a quella lotta col Signore, alle lacrime, a chiedere, chiedere la grazia».

Francesco ha citato in proposito un episodio accaduto nel santuario di Luján, a Buenos Aires, dove c’era una famiglia con una figlia di nove anni molto malata. «Dopo settimane di cura — ha raccontato Francesco — non era riuscita a uscire da quella malattia, era peggiorata e i medici, verso le 6 di sera», avevano detto ai genitori che le restavano poche ore di vita. Allora «il papà, un uomo umile, un lavoratore, subito è uscito dall’ospedale e se ne è andato al santuario della Madonna, a Luján», distante settanta chilometri. Essendo «arrivato verso le 10 di sera, era tutto chiuso, e si è aggrappato alla grata della porta e ha pregato la Madonna e ha lottato nella preghiera. Questo — ha precisato — è un fatto veramente accaduto, nel tempo che io ero lì. E così è rimasto fino alle 5 del mattino».

Quell’uomo «pregava, piangeva per sua figlia, lottava con Dio per intercessione della Madonna per sua figlia. Poi è tornato, è arrivato in ospedale verso le 7, le 8, è andato a cercare sua moglie e lei piangeva e questo signore pensò che la ragazza fosse morta e lei diceva: “Non capisco, non capisco... Sono venuti i medici e ci hanno detto che non capiscono loro cosa è successo”. E la bambina tornò a casa».

In pratica — ha osservato il Papa — con «quella fede, quella preghiera davanti a Dio, convinto che lui è capace di tutto, perché è il Signore», il padre di Buenos Aires ricorda la donna del testo biblico. La quale non solo ha ottenuto «il miracolo di avere un figlio dopo un anno e poi, dice la Bibbia, che ne avrà tanti altri», ma è anche riuscita nel «miracolo di svegliare un po’ l’anima tiepida di quel sacerdote». E quando Anna «spiega a quel sacerdote — che aveva perso tutto, tutto, tutta la spiritualità, tutta la pietà — perché piangeva, lui che le aveva chiamata “ubriaca”, le dice: “Vai in pace e il Dio di Israele ti conceda quello che gli hai chiesto”. Ha fatto uscire da sotto la cenere il piccolo fuoco sacerdotale che era nelle braci».

Ecco allora l’insegnamento conclusivo. «La preghiera — ha detto Francesco — fa miracoli». E li fa anche a quei «cristiani, siano fedeli laici, siano sacerdoti, vescovi, che hanno perso la devozione».

Inoltre — ha spiegato — «la preghiera dei fedeli cambia la Chiesa: non siamo noi, i Papi, i vescovi, i sacerdoti, le suore a portare avanti la Chiesa, sono i santi! E i santi sono questi», come la donna del brano biblico: «I santi sono quelli che hanno il coraggio di credere che Dio è il Signore e che può fare tutto». Da qui l’esortazione a invocare il Padre affinché «ci dia la grazia della fiducia nella preghiera, di pregare con coraggio e anche di svegliare la pietà, quando l’abbiamo persa, e andare avanti col popolo di Dio all’incontro con lui».
(Sintesi a cura "L'Osservatore Romano")

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Servizio CTV



Consegnata a Papa Francesco la prima copia dell’edizione italiana del libro-intervista del Santo Padre "Il nome di Dio è Misericordia".

Marina Berlusconi, presidente del Gruppo Mondadori, ha consegnato oggi a Papa Francesco a Casa Santa Marta la prima copia dell’edizione italiana del libro-intervista del Santo Padre Il nome di Dio è Misericordia. Una conversazione con Andrea Tornielli – edito da Piemme, assieme ad alcuni esemplari delle principali edizioni del volume, che domani (12/01/2016) sarà lanciato in contemporanea in 86 Paesi nel mondo.
All’incontro erano presenti, oltre al giornalista Andrea Tornielli, Ernesto Mauri, amministratore delegato del Gruppo Mondadori, Enrico Selva Coddè, amministratore delegato di Mondadori Libri, e altri rappresentanti di Mondadori e Piemme. Insieme a loro hanno presenziato Monsignor Giuseppe Costa (direttore della Libreria Editrice Vaticana), Zhang Agostino Jianquing (detenuto del carcere di Padova che nell’aprile del 2015 ha ricevuto i sacramenti del battesimo, della comunione e della cresima) e Roberto Benigni, che domani interverranno alla presentazione del libro in programma alle ore 11 all’Istituto Patristico Augustinianum; saranno presenti anche il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano, e Padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa vaticana.

Per la prima volta in un volume-intervista a sua firma, Francesco si rivolge a ogni uomo e donna del pianeta in un dialogo semplice, intimo e diretto. Il Papa affronta il tema della misericordia, così centrale nel suo insegnamento e nella sua esperienza personale di uomo, di sacerdote e di pastore. Questo libro è la sintesi del suo magistero e del suo pontificato. Il Santo Padre ha voluto vergare personalmente le copertine delle edizioni in lingua italiana, inglese, francese, tedesca, spagnola e portoghese.

Andrea Tornielli vaticanista, giornalista del quotidiano La Stampa e responsabile del sito Vatican Insider, collabora con varie riviste internazionali. Numerose le sue pubblicazioni, tra cui ricordiamo la prima biografia del Pontefice, Francesco. Insieme (2013), tradotta il 16 lingue, e il volume Papa Francesco. Questa economia uccide, tradotto in 9 lingue
(di Redazione Papaboys)
Vedi anche il nostro post precedente:


"Basta con l'indifferenza! Occorre ribaltare la cultura dello scarto" Papa Francesco, discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa sede

Basta con l'indifferenza! 
Occorre ribaltare la cultura dello scarto!
Papa Francesco

11.01.2016 - Papa Francesco ha incontrato stamani nella Sala Regia in Vaticano il Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede per il tradizionale scambio di auguri di inizio anno.

... Anche oggi come duemila anni fa, “udiamo il grido di Rachele che piange i suoi figli perché non sono più” ...“E’ la voce delle migliaia di persone che piangono in fuga da guerre orribili, da persecuzioni e violazioni dei diritti umani, o da instabilità politica o sociale, che rendono spesso impossibile la vita in patria”. È il grido di quanti sono costretti a fuggire per evitare le barbarie indicibili praticate verso persone indifese, come i bambini e i disabili, o il martirio per la sola appartenenza religiosa”.
...
Udiamo la voce di Giacobbe che dice ai suoi figli” di lasciare la propria terra per conservarsi “in vita e non morire”. ...“di quanti fuggono dalla miseria estrema, per l’impossibilità di sfamare la famiglia o di accedere alle cure mediche e all’istruzione, dal degrado senza prospettive di alcun progresso, o anche a causa dei cambiamenti climatici e di condizioni climatiche estreme”. Purtroppo, è noto come la fame sia ancora una delle piaghe più gravi del nostro mondo, con milioni di bambini che ogni anno muoiono a causa di essa”. ...
Come non vedere in tutto ciò il frutto di quella “cultura dello scarto” che mette in pericolo la persona umana, sacrificando uomini e donne agli idoli del profitto e del consumo? È grave assuefarci a queste situazioni di povertà e di bisogno, ai drammi di tante persone e farle diventare “normalità”. Le persone non sono più sentite come un valore primario da rispettare e tutelare, specie se povere o disabili, se “non servono ancora” – come i nascituri –, o “non servono più” – come gli anziani. Siamo diventati insensibili ad ogni forma di spreco, a partire da quello alimentare, che è tra i più deprecabili, quando ci sono molte persone e famiglie che soffrono fame e malnutrizione
...
Nell’affrontare la questione migratoria non si potranno tralasciare, infatti, i risvolti culturali connessi, a partire da quelli legati all’appartenenza religiosa. L’estremismo e il fondamentalismo trovano un terreno fertile non solo in una strumentalizzazione della religione per fini di potere, ma anche nel vuoto di ideali e nella perdita d’identità – anche religiosa –, che drammaticamente connota il cosiddetto Occidente. Da tale vuoto nasce la paura che spinge a vedere l’altro come un pericolo ed un nemico, a chiudersi in sé stessi, arroccandosi su posizioni preconcette. Il fenomeno migratorio pone, dunque, un serio interrogativo culturale, al quale non ci si può esimere dal rispondere. L’accoglienza può essere dunque un’occasione propizia per una nuova comprensione e apertura di orizzonte, sia per chi è accolto, il quale ha il dovere di rispettare i valori, le tradizioni e le leggi della comunità che lo ospita, sia per quest’ultima, chiamata a valorizzare quanto ogni immigrato può offrire a vantaggio di tutta la comunità. In tale ambito, la Santa Sede rinnova il proprio impegno in campo ecumenico ed interreligioso per instaurare un dialogo sincero e leale che, valorizzando le particolarità e l’identità propria di ciascuno, favorisca una convivenza armoniosa fra tutte le componenti sociali.
...
Gran parte delle cause delle migrazioni si potevano affrontare già da tempo. Si sarebbero così potute prevenire tante sciagure o, almeno, mitigarne le conseguenze più crudeli. Anche oggi, e prima che sia troppo tardi, molto si potrebbe fare per fermare le tragedie e costruire la pace. Ciò significherebbe però rimettere in discussione abitudini e prassi consolidate, a partire dalle problematiche connesse al commercio degli armamenti, al problema dell’approvvigionamento di materie prime e di energia, agli investimenti, alle politiche finanziarie e di sostegno allo sviluppo, fino alla grave piaga della corruzione. Siamo consapevoli poi che, sul tema della migrazione, occorra stabilire progetti a medio e lungo termine che vadano oltre la risposta di emergenza. Essi dovrebbero da un lato aiutare effettivamente l’integrazione dei migranti nei Paesi di accoglienza e, nel contempo, favorire lo sviluppo dei Paesi di provenienza con politiche solidali, che però non sottomettano gli aiuti a strategie e pratiche ideologicamente estranee o contrarie alle culture dei popoli cui sono indirizzate.
...
La sfida che più di ogni altra ci attende è però quella di vincere l’indifferenza per costruire insieme la pace, la quale rimane un bene da perseguire sempre. Purtroppo tra le tante parti del nostro amato mondo che la bramano ardentemente, vi è la Terra che Dio ha prediletto e scelto per mostrare a tutti il volto della sua misericordia. Il mio augurio è che questo nuovo anno possa sanare le profonde ferite che separano Israeliani e Palestinesi e permettere la pacifica convivenza di due popoli che – ne sono certo – dal profondo del cuore null’altro chiedono che pace!
...

Leggi tutto: Discorso al corpo diplomatico - 11 gennaio 2015


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lunedì 11 gennaio 2016

Domani esce il libro-intervista con Francesco - anticipazioni e videointervista ad Andrea Tornielli

“Il nome di Dio è Misericordia”.

E’ il titolo del libro-intervista di Papa Francesco con il vaticanista Andrea Tornielli. Il volume - edito dalla Piemme - con un lancio mondiale in 86 Paesi verrà presentato martedì 12 gennaio a Roma con la presenza di Roberto Benigni e diretta di Tv2000. Oggi su quattro giornali italiani: La Stampa,Corriere della Sera, Repubblica ed Avvenire sono stati pubblicati quattro differenti estratti del volume che riproponiamo insieme all'articolo e video del vaticanista Andrea Tornielli che ha curato l'intervista a Papa Francesco.


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Il 13 marzo 2015, mentre ascoltavo l’omelia della liturgia penitenziale al termine della quale Papa Francesco stava per annunciare l’Anno Santo straordinario, ho pensato: sarebbe bello potergli porgere alcune domande incentrate sui temi della misericordia e del perdono, per approfondire ciò che quelle parole avevano significato per lui, come uomo e come sacerdote. Senza la preoccupazione di ottenere qualche frase a effetto che entrasse nel dibattito mediatico attorno al sinodo sulla famiglia, spesso ridotto a un derby fra opposte tifoserie. Mi piaceva l’idea di un’intervista che facesse emergere il cuore di Francesco, il suo sguardo. Un testo che lasciasse aperte delle porte, in un tempo, come quello giubilare, durante il quale la Chiesa intende mostrare in modo particolare, e ancora più significativo, il suo volto di misericordia.


Sarà disponibile da martedì 12 gennaio, anche in versione ebook, il libro intervista di papa Francesco Il nome di Dio è misericordia (Edizioni Piemme; pagine 120; euro 15) frutto di una conversazione con il vaticanista del quotidiano “La Stampa”, Andrea Tornielli. Volume di cui pubblichiamo un’anticipazione. Si tratta del passaggio in cui il Papa spiega che cos’è per lui la misericordia, quale posto ha nel suo cuore. In particolare rispondendo alle domande di Tornielli, Francesco ricorda il capitolo 16 del Libro di Ezechiele in cui si paragona Israele a una bambina «gettata via». Dio invece la salva, la ripulisce, la unge, la veste e, una volta cresciuta, l’adorna di seta e gioielli. Per tutta risposta lei, «infatuata della sua stessa bellezza», si prostituisce arrivando a pagare i suoi amanti. Malgrado questo, Dio non dimenticherà la Sua alleanza, ma la metterà sopra le sue sorelle maggiori perché, quando verrà perdonata, Israele si ricordi e si vergogni. A seguire le parole di papa Francesco tratte dal libro.

Il Papa è un uomo che ha bisogno della misericordia di Dio. L’ho detto sinceramente, anche di fronte ai carcerati di Palmasola, in Bolivia, davanti a quegli uomini e a quelle donne che mi hanno accolto con tanto calore. A loro ho ricordato che anche san Pietro e san Paolo erano stati carcerati. Ho un rapporto speciale con coloro che vivono in prigione, privati della loro libertà. Sono stato sempre molto attaccato a loro, proprio per questa coscienza del mio essere peccatore. Ogni volta che varco la porta di un carcere per una celebrazione o per una visita, mi viene sempre questo pensiero: perché loro e non io?


Un affondo profondissimo nel cuore del cristianesimo e, dunque, nell'essenza del pontificato di Francesco: Dio è misericordia, nessun peccato è troppo grande ai suoi occhi. È il succo del primo libro del Papa, "Il nome di Dio è misericordia" (Piemme), scritto col vaticanista Andrea Tornielli e che sarà presentato a Roma il 12 gennaio (data di uscita in contemporanea in 86 Paesi) con la presenza di Roberto Benigni e diretta di Tv2000.


"La più grande eredità che voi potrete dare ai vostri bambini è la fede" Papa Francesco. FESTA DEL BATTESIMO DEL SIGNORE,Santa Messa con Battesimo di alcuni bambini e Angelus - 10 gennaio 2016

 BATTESIMO DEL SIGNORE 
 10 GENNAIO 2016 


Damiano Maria, Rocco, Valentina, Greta, Pier Giorgio, Vittoria, Ginevra Francesca Maria, Sofia Maria Guadalupe, Thomas... Sono 26 - 13 maschi e 13 femmine - i neonati che nella cappella Sistina ricevono il battesimo per mano di papa Francesco. Un concerto di voci, mentre il Papa pronuncia a a braccio la sua breve ma intensa omelia sotto gli affreschi di Michelangelo, in una Cappella Sistina insolitamente vestita a festa di famiglie con bambini. I biberon, anche in mano ai papà, erano spuntati sia prima dell'inizio che durante il rito, che è stato accompagnato dal coro a tratti insistente del pianto dei piccoli neonati e di qualche fratello maggiore desideroso di attenzione. 


 
 

Omelia

Quaranta giorni dopo la nascita, Gesù è portato al Tempio. Maria e Giuseppe lo portarono per presentarlo a Dio. Oggi, nella festa del Battesimo del Signore, voi genitori portate i vostri figli a ricevere il Battesimo, a ricevere quello che avete chiesto all’inizio, quando io vi ho fatto la prima domanda: “La fede. Io voglio per mio figlio la fede”. E così la fede viene trasmessa da una generazione all’altra, come una catena, nel corso dei tempi.

Questi bambini, queste bambine, passati gli anni, occuperanno il vostro posto con un altro figlio - i vostri nipotini - e chiederanno lo stesso: la fede. La fede che il Battesimo ci dà. La fede che lo Spirito Santo oggi porta nel cuore, nell’anima, nella vita di questi vostri figli.

Voi avete chiesto la fede. La Chiesa, quando vi consegnerà la candela accesa, vi dirà di custodire la fede in questi bambini. E, alla fine, non dimenticatevi che la più grande eredità che voi potrete dare ai vostri bambini è la fede. Abbiate cura che non venga persa, di farla crescere e lasciarla come eredità.
Vi auguro questo oggi, in questo giorno gioioso per voi: vi auguro che siate capaci di far crescere questi bambini nella fede e che la più grande eredità che loro riceveranno da voi sia proprio la fede.

E un avviso soltanto: quando un bambino piange perché ha fame, alle mamme dico: se il tuo bambino ha fame, dagli da mangiare qui, con tutta libertà.


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ANGELUS

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
In questa domenica dopo l’Epifania celebriamo il Battesimo di Gesù, e facciamo memoria grata del nostro Battesimo. In tale contesto,stamattina ho battezzato 26 neonati: preghiamo per loro!

Il Vangelo ci presenta Gesù, nelle acque del fiume Giordano, al centro di una meravigliosa rivelazione divina. Scrive san Luca: «Mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese su di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento”» (Lc 3,21-22). In questo modo Gesù viene consacrato e manifestato dal Padre come il Messia salvatore e liberatore.

In questo evento – attestato da tutti e quattro i Vangeli – è avvenuto il passaggio dal battesimo di Giovanni Battista, basato sul simbolo dell’acqua, al Battesimo di Gesù «in Spirito Santo e fuoco» (Lc 3,16). Lo Spirito Santo infatti nel Battesimo cristiano è l’artefice principale: è Colui che brucia e distrugge il peccato originale, restituendo al battezzato la bellezza della grazia divina; è Colui che ci libera dal dominio delle tenebre, cioè del peccato, e ci trasferisce nel regno della luce, cioè dell’amore, della verità e della pace: questo è il regno della luce. Pensiamo a quale dignità ci eleva il Battesimo! «Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!» (1 Gv 3,1), esclama l’apostolo Giovanni. Tale realtà stupenda di essere figli di Dio comporta la responsabilità di seguire Gesù, il Servo obbediente, e riprodurre in noi stessi i suoi lineamenti: cioè mansuetudine, umiltà, tenerezza. E questo non è facile, specialmente se intorno a noi c’è tanta intolleranza, superbia, durezza. Ma con la forza che ci viene dallo Spirito Santo è possibile!

Lo Spirito Santo, ricevuto per la prima volta nel giorno del nostro Battesimo, ci apre il cuore alla Verità, a tutta la Verità. Lo Spirito spinge la nostra vita sul sentiero impegnativo ma gioioso della carità e della solidarietà verso i nostri fratelli. Lo Spirito ci dona la tenerezza del perdono divino e ci pervade con la forza invincibile della misericordia del Padre. Non dimentichiamo che lo Spirito Santo è una presenza viva e vivificante in chi lo accoglie, prega in noi e ci riempie di gioia spirituale.

Oggi, festa del Battesimo di Gesù, pensiamo al giorno del nostro Battesimo. Tutti noi siamo stati battezzati, ringraziamo per questo dono. E vi faccio una domanda: chi di voi conosce la data del suo Battesimo? Sicuramente non tutti. Perciò vi invito ad andare a cercare la data, chiedendo per esempio ai vostri genitori, ai vostri nonni, ai vostri padrini, o andando in parrocchia. E’ molto importante conoscerla, perché è una data da festeggiare: è la data della nostra rinascita come figli di Dio. Per questo, compito a casa per questa settimana: andare a cercare la data del mio Battesimo. Festeggiare quel giorno significa riaffermare la nostra adesione a Gesù, con l’impegno di vivere da cristiani, membri della Chiesa e di una umanità nuova, in cui tutti sono fratelli.

La Vergine Maria, prima discepola del suo Figlio Gesù, ci aiuti a vivere con gioia e fervore apostolico il nostro Battesimo, accogliendo ogni giorno il dono dello Spirito Santo, che ci fa figli di Dio.

Dopo l'Angelus:

Cari fratelli e sorelle,

saluto tutti voi, fedeli di Roma e pellegrini venuti dall’Italia e da diversi Paesi.

Saluto in particolare gli studenti dell’Istituto Bachiller Diego Sánchez de Talavera La Real, Spagna; il coro degli Alpini di Martinengo con i familiari; il gruppo adolescenti di San Bernardo in Lodi.

Come dicevo, in questa festa del Battesimo di Gesù, secondo la tradizione ho battezzato numerosi bambini. Ora vorrei far giungere una speciale benedizione a tutti i bambini che sono stati battezzati recentemente, ma anche ai giovani e agli adulti che hanno ricevuto da poco i Sacramenti dell’iniziazione cristiana o che ad essi si stanno preparando. La grazia di Cristo li accompagni sempre!

E a tutti auguro una buona domenica. Non dimenticatevi il compito a casa: cercare la data del mio Battesimo. E per favore, non dimenticatevi anche di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!


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Storie di carità e di speranza più forti delle difficoltà - Tutto posso in Colui che mi dà la forza

Tutto posso in Colui che mi dà la forza

Alcuni bambini malati di cancro, un ragazzo con la Sindrome di Down che non perde mai il sorriso. Storie di carità e di speranza più forti delle difficoltà

Loro non sono come i bambini che giocano nei vicoli e nei giardini. Le stagioni della loro vita sono simili: non c'è differenza tra la primavera e l'inverno, tra l'estate e l'autunno. 

Lui è un bambino innocente, ma i sogni della sua infanzia sono stati distrutti prematuramente; sembrerebbe che la speranza sia svanita dai suoi occhi e  le strade della vita gli siano state chiuse in faccia.
La sua situazione rappresenta le sofferenze di tutti i bambini che devono affrontare la durezza della vita, ma la sfida più grande è quella di essere ancora vivo e di lottare per la sopravvivenza.
La Speranza di questi bambini e di tutti quelli con delle esigenze speciali si rinnova nel tempo Natalizio. Perché non dovrebbe? D’altronde Cristo è nato in un'umile grotta, portando la luce della salvezza a tutti gli uomini.


S.E. Mons. WILLIAM SHOMALI 
Vescovo ausiliare Patriarcato latino di Gerusalemme 

“Abbiamo uno sguardo di rispetto verso i disabili e i malati? Sono stati creati a immagine di Dio e la loro disabilità non cancella questo fatto. Hanno la stessa dignità di tutti gli uomini senza handicap. 
Il disabile non ha bisogno della nostra compassione, ha bisogno del nostro amore. Voglio aggiungere un’altra cosa: chi si comporta con rispetto e dignità verso i disabili e gli anziani, sarà oggetto di grazia per la loro presenza. La casa che si prende cura del malato sarà benedetta e riceverà cento volte tanto.”

Lui è sempre sorridente, sorride in qualunque luogo lo portino i suoi piedi, sorride al mondo intero, sia che esso gli sorrida o gli tenga il broncio.
Viene verso di te con la semplicità dell’impaziente, attacca bottone, anche se non ti conosce.
Il suo lessico non contiene espressioni di rabbia ne’ di odio. 
Quando ti parla, le parole escono dalla sua bocca con spontaneità e probabilmente con una grande difficoltà, ma sono autentiche ed elegantemente sincere, senza falsità.
“I miei genitori mi vogliono molto bene”
Possiede un cromosoma in più e questo è ciò che lo distingue da noi, noi normali. Il cromosoma dell’innocenza, che sta lentamente scomparendo dal nostro mondo pieno di cattiveria e di odio. Ma questo angelo rimane un angelo che incarna l’inno della carità, come disse San Paolo nella sua Lettera ai Corinzi. Nella carità si compiono i miracoli, nella carità si realizza l’impossibile!

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domenica 10 gennaio 2016

Il battesimo è una cosa seria!

«La Chiesa italiana ha grandi santi il cui esempio possono aiutarla a vivere la fede con umiltà, disinteresse e letizia, da Francesco d’Assisi a Filippo Neri. Ma pensiamo anche alla semplicità di personaggi inventati come don Camillo che fa coppia con Peppone. Mi colpisce come nelle storie di Guareschi la preghiera di un buon parroco si unisca alla evidente vicinanza con la gente. Di sé don Camillo diceva: «Sono un povero prete di campagna che conosce i suoi parrocchiani uno per uno, li ama, che ne sa i dolori e le gioie, che soffre e sa ridere con loro». Vicinanza alla gente e preghiera sono la chiave per vivere un umanesimo cristiano popolare, umile, generoso, lieto. Se perdiamo questo contatto con il popolo fedele di Dio perdiamo in umanità e non andiamo da nessuna parte...» (stralcio del discorso di Papa Francesco in cattedrale a Firenze, al quinto convegno sulla Chiesa italiana - 10/11/2015)
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Don Camillo e Peppone sono così familiari nell'immaginario collettivo italiano che perfino il Papa, nel discorso alla Chiesa italiana radunata a convegno a Firenze, ha voluto citare i due personaggi nati dalla penna sagace di Guareschi 
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Certamente molta popolarità è dovuta ai simpatici film che periodicamente sono trasmessi dalle reti televisive nazionali, sempre con un buon successo di pubblico. È il ritratto di un'Italia antica, semplice e leale (ma non idilliaca!), che ha fatto grande questo paese, tanto nella vita civile quanto in quella religiosa, come ha detto il Papa. 

Nel primo libro della serie Mondo piccolo lo scrittore emiliano inserisce un racconto che ha la sua più remota origine nel Vangelo che chiude il tempo di Natale, con la narrazione del Battesimo di Gesù nel fiume Giordano. 
La novella di Guareschi si intitola Il Battesimo: la moglie di Peppone chiede a don Camillo di battezzare il figlio appena nato con il nome di Lenin Libero Antonio. Di fronte a un nome così marcato politicamente il parroco rifiuta in malo modo, ma, come spesso accade, invece di trovare approvazione nel Cristo dell'altar maggiore con cui è solito dialogare, riceve un duro rimprovero: 
«Don Camillo, hai fatto una gran brutta cosa! Va' a richiamare quelle gente e battezza il bambino!» 
Piccata e comica la risposta del sacerdote: 
«-Gesù [...] dovete metterVi in mente che il battesimo non è mica una burletta. Il battesimo è una cosa sacra. Il battesimo...- 
- Don Camillo - lo interruppe il Cristo. - A me vuoi insegnare cos'è il battesimo? A me che l'ho inventato?-» 
...
Ed ecco la scena nel film Don Camillo del 1952 di Julien Duvivier:

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L'episodio, in sé divertente, indica l'importanza del Battesimo per un cristiano "tiepido" come Peppone, tanto da insistere, fino ai pugni, per vedere il figlio battezzato. 
«Il battesimo non è mica una burletta. Il battesimo è una cosa sacra» dice don Camillo al Cristo. È l'inizio della vita dell'uomo come Figlio di Dio, così importante che perfino il Figlio stesso ha voluto immergersi nelle acque del fiume Giordano, come un peccatore qualunque, pur non essendo tale.


Nelle nostre città, dove diminuisce la frequenza ai sacramenti, flette ma resiste la richiesta di battezzare i figli: certo molto giocano la convenzione e la festa familiare, però rimane sottesa l'immagine che il bambino presentato al fonte è un «figlio prediletto», come annuncia la voce dal cielo su Gesù in preghiera.
È veramente un innalzamento della nostra vita, fino ad arrivare al cielo, che si apre.

Guareschi ci aiuta a far memoria dell'importanza di quel semplice rito e dalle sue pagine sembrano uscire domande che ci toccano: quanti cristiani ricordano la loro data di battesimo? Quanti hanno sentimenti di riconoscenza per essere stati battezzati? Quanti ne riconoscono il valore? Quanti, in fondo, si ricordano semplicemente di essere "figli di Dio"?
E forse il Cristo stesso potrebbe dire, a coloro che spesso socchiudono le porte delle Chiese a chi non è considerato "regolare": «Hai fatto una gran brutta cosa! Va' a richiamare quella gente...».
Per poi ammettere, con le stesso parole che il Crocifisso rivolge a Don Camillo riguardo a Peppone minaccioso: «Non sono sistemi da approvare, ma si possono comprendere».

Comprendere... per andare a «richiamare quella gente».



Preghiera dei Fedeli Battesimo del Signore - Anno C





Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)





Preghiera dei Fedeli


"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 6/2015-2016 (C) di Santino Coppolino

'Un cuore che ascolta - lev shomea'
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino



Vangelo: 
Lc 3,15-16.21-22 



"Oh se Tu squarciassi i cieli e scendessi !"(Is 63,19). Così prega il profeta Isaia, implorando che Dio manifesti agli uomini il suo volto d'amore per tanto, troppo tempo tenuto nascosto. Adesso nel battesimo del Figlio amato il Padre esaudisce il desiderio dell'uomo. I cieli, che si erano chiusi per la disobbedienza e il peccato di Adamo, ora attraverso l'immersione di Gesù nella nostra realtà umana, gesto d'amore obbediente, si aprono per mai più richiudersi. Dio, in Gesù, ha assunto la nostra fragilità fino alle estreme conseguenze, fino a consegnare la sua vita sulla croce, così che anche il velo del tempio, segno di separazione fra Dio e l'uomo, "si squarciò a metà"(23,45). Ora il Signore dell'universo pianta definitivamente la sua tenda in mezzo a noi. La discesa dello Spirito Santo, che è la vita stessa di Dio, su Gesù è il sigillo del Padre sulla vita del Figlio, così come le lingue di fuoco nel giorno di Pentecoste sulla Chiesa riunita nel cenacolo (cfr. At 2,3). E' il Soffio di Dio donato all'uomo, quello preannunciato dal profeta Ezechiele al cap. 37 che ridona vita alle ossa inaridite; è lo "Spirito di sapienza e di intelligenza, di consiglio e di fortezza, di conoscenza e di timore del Signore" profetizzato da Isaia (11,2). E' lo Spirito che fa di noi creature nuove, che ci rende figli nel Figlio, oggetto del suo compiacimento. Nel suo battesimo Gesù ha fatto propria la storia di peccato dell'umanità, egli scende fino in fondo nelle acque, nel male e nella morte dell'uomo, ma non ne rimane prigioniero, risorgendo e donando a tutti misericordia. "Su di lui riposa, infatti, la colomba di Noè, che annuncia la salvezza per una umanità riemersa dal caos" ( S. Fausti) 


sabato 9 gennaio 2016

UN BIMBO NATO IN STAZIONE di Alex Zanotelli


UN BIMBO NATO IN STAZIONE
di Alex Zanotelli


Un Natale povero il nostro, celebrato alla Stazione Ferroviaria di Napoli (Piazza Garibaldi) con un centinaio di persone tra cui senza fissa dimora e migranti. Infatti la Stazione è un punto di riferimento per i senza fissa dimora e i profughi. Quale luogo migliore per celebrare la nascita di quel povero Gesù che nasce per strada da due poveri migranti, Giuseppe e Maria, in cammino, come oggi milioni e milioni di persone in fuga da guerre e da fame! L’ONU parla di sessanta milioni di profughi accolti, in gran parte da paesi poveri del Sud del mondo.
Mentre l’opulenta ‘Europa’ non riesce ad accogliere un milione di rifugiati che quest’anno sono entrati nel vecchio continente. Di questo abbiamo riflettuto celebrando la Messa di Natale, di questi nuovi Giuseppe e Maria che bussano alla nostra porta, ma che troviamo difficoltà ad accoglierli. "Non c’è posto per loro nell’albergo." Quel Bimbo ‘nasce’ sempre ‘fuori’, nel villaggio di Betlemme, alla periferia dell’Impero, in una ‘mangiatoia’. 
Nel primo presepe ideato da S.Francesco a Greccio, accanto al Bimbo c’erano il bue e l’asino vivi. “Il bue conosce il suo proprietario -aveva detto il profeta Isaia- e l’asino la greppia del suo padrone, ma il mio popolo non mi conosce.” Parole che fotografano bene l’Europa dei mercati. Quell’Europa che ha fatto annegare nel 2015 settecento bambini in mare. Quell’Europa che ha pagato alla Turchia tre miliardi di euro perché blocchi due milioni di profughi siriani. Quell’Europa che al Vertice di Malta ha pagato ai capi di stato africani un miliardo e mezzo di dollari per bloccare i migranti sub-sahariani. Ma quell’esodo di donne, bambini, uomini in cerca di vita è inarrestabile. Le egoistiche politiche europee portano solo a nuovi morti (nel Mediterraneo hanno trovato la morte almeno trentamila migranti!) e al trionfo delle mafie che guadagnano fortune sulla pelle degli impoveriti. Basterebbe aprire corridoi umanitari, come l’Europa ha fatto durante la II Guerra Mondiale. Invece l’Europa inventa ora una Guardia Costiera che avrà il dovere di salvare i profughi portandoli negli hot-spots (punti di raccolta) dove saranno identificati, anche con le impronte digitali. Chi non sarà riconosciuto come profugo (e sarà la stragrande maggioranza!) verrà rispedito dall’inferno da cui è fuggito. E’ questa la logica conclusione della criminale divisione che la UE fa tra profughi e migranti economici. Un’operazione questa del rispedire a casa i migranti che costerà per il 2015-16 oltre nove miliardi di euro! Tutto questo, mentre l’Europa continua a costruire ‘muri’ di acciaio per bloccare al suo interno i migranti. Così hanno fatto la Spagna, la Grecia, la Turchia, la Bulgaria. Mentre l’Ungheria ha appena finito un ‘muro’ di acciaio di 175 km che è costato 21 milioni di euro. Ora è il turno della Slovenia. Allo stesso tempo Francia, Inghilterra, Austria hanno creato posti di blocco alle proprie frontiere. Tutto questo per impedire ai profughi di arrivare nel paese agognato, dove purtroppo troveranno un crescente razzismo fomentato anche da partiti xenofobi. Un razzismo che in tanti paesi diventa legge di Stato come è avvenuto in Italia con la Fini-Bossi e i decreti Maroni (Qualcuno ha definito tutto questo Razzismo di Stato).
E’ stato questo lo scenario che abbiamo tenuto davanti ai nostri occhi, mentre abbiamo celebrato la Messa di Mezzanotte in quella fredda Stazione ferroviaria di Napoli, piena di migranti e senza fissa dimora, il frutto amaro del nostro Sistema economico-finanziario, di quel 20% del mondo che consuma da solo il 90% dei beni prodotti. E’ questo il ‘mondo’ che celebra nel Natale la sua più grande festa, quella del mercato, quella del consumismo. Ma quel Bimbo anche oggi nasce ‘fuori’. Su quel nostro altare (una scatola di cartone), assieme al pane e al vino , abbiamo posto tutti questi bimbi nati come Lui, lungo il viaggio e quei settecento che, dall’inizio del 2015, sono morti in mare. Vi abbiamo messo i milioni di migranti in viaggio per deserti, per mare, in cerca di vita. Ma vi abbiamo messo anche le porte che si sono aperte in questa vecchia e egoista Europa per accogliere l’Altro. Le famiglie che con un grande coraggio hanno aperto le porte dell’accoglienza dei migranti. Come la famiglia Antonio e Nicoletta Calò di Treviso che sono venuti a Napoli a raccontarmi come abbiano deciso, insieme con i loro quattro figli, di accogliere in casa sei migranti. E ancora i conventi, le case di religiosi, le parrocchie (purtroppo ancora pochi hanno accolto l’invito di Papa Francesco!) che hanno aperto le porte ai profughi. L’impegno di tanti gruppi, comitati che si battono, anche qui a Napoli, per l’accoglienza e i diritti degli immigrati, come lo jus soli. E la lunga lotta dei comitati di Napoli per ottenere l’approvazione di un delibera del Comune, lo scorso novembre, che mette a disposizione dei senza fissa dimora 1.500 mq del Real Albergo dei Poveri, costruito dai Borboni per i poveri della città partenopea. Lì troveranno tra poco un luogo ove ‘sentirsi a casa’ in piena dignità. Anche questo è un piccolo miracolo che si sta realizzando. Sono i ‘miracoli’ che nascono dal basso, i piccoli doni di Natale.
Davvero quel Bimbo che duemila anni fa nasce ‘fuori’, per strada, nasce oggi in mezzo a noi nella carne di questi migranti, di questi senza fissa dimora che sono, come dice Papa Francesco, la “carne di Cristo.”
Penso sia questo il grande dono di Natale che Dio fa all’Europa. Nella speranza che possiamo tutti capirlo e accoglierli.

(fonte: http://www.comboniani.org)


Teresa d’Avila mistagoga: l’arte di accompagnare all’esperienza di Dio di p. Gregorio Battaglia (VIDEO INTEGRALE)

Teresa d’Avila mistagoga: 
l’arte di accompagnare all’esperienza di Dio 
di p. Gregorio Battaglia, ocarm 
(VIDEO INTEGRALE)


25.11.2015 - incontro inserito nell'ambito dei

I MERCOLEDÌ DELLA SPIRITUALITÀ 2015
S. TERESA D’AVILA 
DONNA IN CAMMINO CON DIO
Nel V Centenario della nascita (1515-2015)

promossi dalla Fraternità Carmelitana



1. Vita cristiana e mistagogia
Nel nostro riflettere sulla vita cristiana difficilmente ricorre il termine “mistero” ed anche nel linguaggio liturgico non è molto richiamata la frase: “celebrando i santi misteri”. Eppure questo termine è proprio quello che più di tutti ci aiuta a meglio comprendere il senso e la novità della vita cristiana. Nei primi secoli della Chiesa si dedicava una cura particolare verso quei fedeli che avendo ricevuto il battesimo necessitavano di essere introdotti nel “mistero” celebrato. Tutto questo andava sotto il nome di “mistagogia”.
Bisogna subito dire che il termine “mistagogia” ha ripreso a circolare tra i credenti soltanto dopo il Concilio Vaticano II, soprattutto per l’avvertito bisogno di tornare a parlare all’interno delle comunità cristiane di una vera “iniziazione cristiana”. Essa, cioè, è da intendersi come un processo di interiorizzazione dell’azione “misteriosa”, ma reale, che il Signore continua ad operare nella vita di ogni credente, che si è aperto, nella fede, all’accoglienza della “buona notizia”.
Nel 1978 la Conferenza Episcopale Italiana ha pubblicato in italiano il nuovo “Rito dell’iniziazione cristiana degli adulti” (RICA) e nelle premesse al “RICA” viene detto che esso «riguarda direttamente coloro che non sono stati battezzati e che sono mossi dallo Spirito Santo ad aprire il cuore alla fede; ma interessa anche coloro che, pur battezzati, non hanno ricevuto alcuna educazione né catechistica, né sacramentale» (p. XI).
...
La vita cristiana, del resto, non può essere ridotta ad un compendio di norme morali e di pratiche religiose da adempiere con una certa puntigliosità, come se tutto dovesse dipendere dal soggetto umano, prescindendo dall’azione, che lo Spirito Santo esercita nella vita del credente. Essa è, invece, da intendersi, grazie all’azione dello Spirito, come un progressivo inserimento nel mistero (= progetto) di Cristo, il nuovo Adamo, paradigma di un’umanità ricreata.
...
Teresa ha ben sperimentato nella propria vita quanto sia necessario e vitale coltivare la propria relazione con il Signore Gesù, con la sua umanità e con la sua parola. La vita nuova ricevuta nel battesimo e alimentata dalla partecipazione eucaristica deve poter trovare degli spazi personali, dove poter meglio interiorizzare e vivere in profondità la relazione con il proprio Signore e tutto questo per lei è reso possibile dallo spazio della preghiera, da intendersi come un ascolto ed allo stesso tempo come un parlare con l’Amico.

Bisogna riconoscere che il mancato accompagnamento mistagogico provoca in tante persone, che si dicono cristiane, una specie di riduzione del cristianesimo ad un pacchetto di norme morali da osservare o ad un complesso di pratiche religiose da adempiere con la speranza di ricevere in dono l’entrata nel paradiso. Sono pochi quei cristiani, che giungono a prendere chiara coscienza della loro condizione di “figli”, grazie a quel legame che il battesimo ha realizzato tra loro e Cristo Gesù Signore.

Coloro, che maturano in sé la coscienza di sentirsi in Gesù “figli” del Padre celeste, iniziano a prendere coscienza che vivere di fede significa, innanzitutto, aprirsi a questa relazione di comunione con Cristo ed in Lui con tutta la Santa Trinità. Essi sono portati a scoprire che la vita cristiana prima di essere un codice di comportamento è, soprattutto, relazione da vivere con quel Dio, che in Gesù, si è presentato come “comunione di Persone” e che in Lui ci invita a partecipare di questa stessa comunione. Annota Herraiz: «La breve e densa consegna teresiana in vista della formazione dell’uomo nuovo, di un io relazionale, amico, sta in questa affermazione: la verità ti farà libero per amare»
Se c’è una passione in Teresa è proprio quella di coinvolgere altri in questa esperienza di comunione con il Dio, che non è soltanto Uno ed Unico, ma si è rivelato come mistero di comunione, che coinvolge le Tre persone Trinitarie in una danza di dono e di accoglienza e che a sua volta desidera coinvolgere la creatura umana in questo cerchio dell’amore. 
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