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sabato 9 gennaio 2016

«La sorpresa di un abbraccio» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)



S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
8 gennaio 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 


Papa Francesco:
“l'abbraccio dell'amore di Dio”

L’anno santo della misericordia ci ricorda che «Dio ama sempre per primo», senza condizioni, e ci accoglie così come siamo per abbracciarci e perdonarci come un padre. È soprattutto a coloro che si riconoscono peccatori che Francesco ha ricordato la certezza dell’amore di Dio, celebrando la messa venerdì mattina, 8 gennaio, nella cappella della Casa Santa Marta.

«L’apostolo Giovanni — ha spiegato il Papa — continua a parlare ai primi cristiani sui due comandamenti che Gesù ci ha insegnato: amare Dio e amare il prossimo». Si legge, infatti, nel passo della sua prima lettera (4, 7-10) proposto dalla liturgia: «Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio». E «questa parola “amore” — ha fatto notare Francesco — è una parola che si usa tante volte e non si sa, quando si usa, cosa significhi esattamente». Che cosa è, dunque, l’amore? A volte, ha detto il Pontefice, «pensiamo all’amore delle telenovele: no, quello non sembra amore. O l’amore può sembrare un entusiasmo per una persona e poi si spegne».

La questione vera, dunque, è: «da dove viene il vero amore?». Scrive Giovanni: «Chiunque ama è stato generato da Dio, perché Dio è amore». L’apostolo non dice «ogni amore è Dio». Dice invece: «Dio è amore». E, prosegue Giovanni, «Dio ci ha amato tanto da mandare nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui». Perciò, ha affermato Francesco, ecco «Dio che dà la sua vita in Gesù, per dare a noi la vita». Dunque, ha proseguito, «l’amore è bello, amare è bello e nel cielo ci sarà soltanto l’amore, la carità: lo dice Paolo». E se l’amore «è bello, si fa sempre forte e cresce nel dono della propria vita: cresce nel dare se stesso agli altri».

Francesco ha riletto quindi un altro passo della lettera di Giovanni: «In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi». E ha rimarcato che «Dio ci ha amato per primo; lui ci ha dato la vita per amore, ha dato la vita e suo Figlio per amore». Perciò «quando noi troviamo Dio, c’è sempre una sorpresa: è lui che ci aspetta per primo; è lui che trova noi».

Facendo riferimento al passo liturgico tratto dal Vangelo di Marco (6, 34-44), che racconta l’episodio della moltiplicazione dei pani, il Papa ha invitato a guardare Gesù. «Quella gente — ha spiegato — lo seguiva per sentirlo, perché parlava come uno che ha autorità, non come gli scribi». Ma «lui guardava quella gente e andava oltre. Proprio perché amava, dice il Vangelo, “ebbe compassione di loro”, che non è lo stesso di avere pietà». La parola giusta è proprio «compassione: l’amore lo porta a “patire con” loro, a coinvolgersi nella vita della gente». E «il Signore sta sempre lì, amando per primo: lui ci aspetta, lui è la sorpresa».

È precisamente quello che accade, ha ricordato il Papa, ad «Andrea quando va da Pietro a dirgli: “Abbiamo trovato il Messia, vieni!”. Pietro va e Gesù lo guarda e gli dice: “Tu sei Simone? Sarai Pietro”. Lo aspettava con una missione. Lo aveva amato prima».

Lo stesso avviene «quando Zaccheo, che era piccolo, sale sull’albero per poter vedere meglio Gesù». Il quale «passa, alza gli occhi e dice: “Scendi Zaccheo, voglio andare a cena a casa tua”. E Zaccheo, che voleva incontrare Gesù, si accorse che Gesù lo aspettava».

Ancora, Francesco ha rammentato la storia di Natanaele che «va a vedere colui che gli dicono sia il messia, e un po’ scettico dice: “Io ti ho visto sotto l’albero di fico”». Dunque, «sempre Dio ama per primo». Lo ricorda anche la parabola del figliol prodigo: «Quando il figlio, che aveva speso tutti i soldi dell’eredità del padre in una vita di vizi, torna a casa, si accorge che il papà lo stava aspettando. Dio sempre per primo ci aspetta. Prima di noi, sempre. E quando l’altro figlio non vuole venire alla festa, perché non capisce l’atteggiamento del papà, va il babbo a cercarlo. E così fa Dio con noi: ci ama per primo, sempre».

Così, ha rilanciato il Papa, «possiamo vedere nel Vangelo come ama Dio: quando noi abbiamo qualcosa nel cuore e vogliamo chiedere perdono al Signore, è lui che ci aspetta per dare il perdono».

Quest’anno della misericordia, ha affermato Francesco, «un po’ è anche questo: che noi sappiamo che il Signore ci sta aspettando, ognuno di noi» E ci aspetta «per abbracciarci, niente di più, per dire: “Figlio, figlia, ti amo. Ho lasciato che crocefiggessero mio Figlio per te; questo è il prezzo del mio amore; questo è il regalo di amore”».

Il Papa ha suggerito di pensare sempre a questa verità: «Il Signore mi aspetta, il Signore vuole che io apra la porta del mio cuore, perché lui è lì che mi aspetta per entrare». Senza condizioni.

Certo, qualcuno potrebbe dire: «Ma, padre, no, no, io avrei voglia, ma ho tante cose brutte dentro!». Chiara, in proposito, la risposta di Francesco: «È meglio! Meglio! Perché lui ti aspetta, così come tu sei, non come ti dicono che “si deve fare”. Si deve essere come sei tu. Ti ama così, per abbracciarti, baciarti, perdonarti».

Ecco, quindi, l’esortazione conclusiva del Papa, che ha invitato ad andare senza indugi dal Signore e dire: «Ma tu sai Signore che io ti amo». Oppure, se proprio «non me la sento, di dirla così: “Tu sai Signore che io vorrei amarti, ma sono tanto peccatore, tanto peccatrice”». Con la certezza che lui farà come il padre «col figliol prodigo che ha speso tutti i soldi nei vizi. Non ti lascerà finire il tuo discorso, con un abbraccio ti farà tacere: l’abbraccio dell’amore di Dio».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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venerdì 8 gennaio 2016

LA PERDITA DELLA SPERANZA di Marek Halter


LA PERDITA DELLA SPERANZA

di Marek Halter


Questo è il paradosso dell'ondata migratoria verso il Vecchio continente, che si può capire soltanto guardando da che cosa fugge tutta questa gente. È vero, ci sono state altre grandi migrazioni in Europa, e la violenza che ci affligge oggi non è più spaventosa di quella che conobbero i miei genitori o i miei nonni, così come la nostra crisi economica non è più profonda di quella che funestò l'Occidente negli anni Trenta. Ma c'è una grande novità rispetto al passato: l'assenza di speranza. Se oggi nel nostro mondo ci fosse più speranza, sono certo che la gente scenderebbe nelle piazze per aiutare i profughi, e che sarebbe pronta a fare un nuovo "maggio ‘68" pur di salvarli.

È piuttosto il contrario che avviene. Basta pensare a Schengen, che ci aveva reso così felici di aver costruito un Continente senza frontiere. Ma che cosa fanno i leader europei? Alla prima crisi chiudono i confini rimettendo in questione gli accordi firmati solo pochi anni fa. E che dire della Svezia, Paese storicamente democratico. Nessuno, infatti, ha dimenticato che durante la Seconda guerra mondiale, quando era una nazione neutrale, accolse quegli ebrei danesi che rischiavano di essere deportati nei lager nazisti e che arrivano a bordo di pescherecci stretti come sardine. Ricordiamo anche che Stoccolma inviò una sua delegazione in Ungheria nel tentativo di salvare altri ebrei che Eichmann stava inviando ad Auschwitz.

C'è da chiedersi perché gli svedesi di oggi sono meno solidali degli svedesi di ieri, adesso che non hanno più l'esercito del Reich alle loro frontiere e che vivono tutti nel benessere. Di che cosa hanno paura? Temono forse che i migranti mangino il loro pane, che sposino le loro donne, che rubino loro il lavoro? È questa forma di egoismo che mi preoccupa, perché dietro di esso si nasconde la paura di qualcosa d'indefinito. Certo, c'è il timore dell'Islam. Ma al mondo i musulmani sono 1,3 miliardi di persone, e non sono tutti terroristi. Anzi, quelli che si rivendicano dello Stato Islamico sono un'infima minoranza, a dir tanto 50mila uomini, e noi europei siamo 500 milioni di persone. Quanto agli intellettuali, su questa vicenda mi sembrano molto confusi. Da un lato ci sono i benpensanti, che sostengono che non bisogna in alcun modo tirare in ballo l'Islam in quanto tale; e dall'altro, ci sono i malpensanti, ossia quelli dell'estrema destra xenofoba, che usano la religione per designare il "nemico" e per ottenere da parte dei governi leggi più dure per combatterlo. Viviamo una tale crisi morale che non ci sono più modelli da proporre. E la nostra società non piace più per via della disoccupazione, degli stipendi che non crescono o delle troppe tasse che dobbiamo pagare. Perché dunque dover dimostrarsi solidale con quei musulmani o con quegli arabi cristiani che fuggono dalla Siria, dove sono minacciati di morte? È come se mancasse un buon motivo per rimboccarsi le maniche e cominciare ad aiutare il prossimo. Per il momento siamo tutti sullo stesso treno, che va nella direzione sbagliata. Chi ne è consapevole si limita a urlarlo ai quattro venti, senza avere però il coraggio di scendere alla prima stazione.

Ho appena sentito sulla Bbc di un villaggio siriano assediato da mesi dalle truppe del regime di Damasco, non lontano dal confine libanese, la cui popolazione per non morire di fame si nutre di fili d'erba. Per salvare quei poveretti basterebbe aggrapparsi alla morale che abbiamo elaborato attraverso la nostra storia, dai filosofi greci alla Bibbia fino ad arrivare all'Islam, e che è sempre valida. La riassume una sura del Corano che si ritrova anche nel Talmud e che dice che salvare una vita umana equivale a salvare tutta l'umanità. E che uccidere un uomo è come uccidere l'intera umanità.
(fonte testo: La Repubblica - immagini a cura dello staff di Quelli della Via)



«Ogni fratello nostro è carne di Cristo"» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
7 gennaio 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 



Papa Francesco:
“le opere di misericordia ci avvicinano a Dio”

Chi mette in pratica le opere di misericordia ha la controprova che la sua azione viene da Dio: l’unico criterio per capirlo ruota infatti intorno alla concretezza dell’«incarnazione, di Gesù venuto nella carne». E così non ha senso «immaginare piani pastorali e nuovi metodi per avvicinare la gente» se la fede in Gesù incarnato non porta al servizio degli altri. Francesco lo ha ricordato celebrando la messa giovedì mattina, 7 gennaio, nella cappella della Casa Santa Marta. E ha messo anche in guardia da coloro che hanno solo un’apparenza di spiritualità perché, ha detto, se quello spirito non viene da Dio è «l’anticristo», l’espressione della «mondanità».

Per questa riflessione, il Papa ha preso le mosse dalla prima lettera di san Giovanni (3,22—4,6), facendo subito notare come l’apostolo riprenda «una parola di Gesù nell’ultima cena: “rimanere”». Precisamente Giovanni scrive: «Chi osserva i suoi comandamenti, “rimane” in Dio e Dio in lui». E «questo “rimanere” in Dio è un po’ il respiro della vita cristiana, e lo stile» ha spiegato Francesco. Infatti possiamo dire che «un cristiano è quello che rimane in Dio». Scrive ancora Giovanni nella sua lettera: «In questo conosciamo che Dio rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato».

Dunque, ha rilanciato Francesco, «un cristiano è quello che “ha” lo Spirito Santo e si lascia guidare da Lui: rimanere in Dio e Dio rimane in noi, per lo Spirito che ci ha dato». E ha anche ripreso l’avvertimento dell’apostolo a «stare attenti: e qui viene il problema. State attenti, non prestate fede a ogni spirito, ma mettete alla prova gli spiriti, per saggiare se provengono veramente da Dio». Proprio «questa è la regola quotidiana di vita che ci insegna Giovanni».

«Mettere alla prova gli spiriti», dunque. «Ma cosa vuol dire quel “mettere alla prova gli spiriti”? Sembra che ci siano fantasmi...». Invece no, ha affermato il Pontefice, perché in realtà Giovanni suggerisce di «mettere alla prova gli spiriti per saggiare da dove vengono: saggiare lo spirito, cosa succede nel mio cuore». Così «ci porta lì, al cuore», a chiederci appunto «cosa succede, cosa sento nel mio cuore, cosa voglio fare? La radice di ciò che sto sentendo adesso, da dove viene?».

Ecco, ha spiegato il Papa, «questo è mettere alla prova per “saggiare”». E proprio «il verbo saggiare» è quello più appropriato per verificare davvero «se questo che sento viene da Dio, dallo spirito che mi fa rimanere in Dio, o se viene dall’altro». Alla domanda «chi è l’altro?», la risposta di Francesco è netta: «L’anticristo». Del resto, ha precisato, «il ragionamento di Giovanni è semplice, diretto, io direi circolare, perché torna sullo stesso argomento: o sei di Gesù o sei nel mondo». E «riprende quello che Gesù, anche, aveva chiesto al Padre per tutti noi: di non toglierci dal mondo, ma di difenderci dal mondo». Perché «la mondanità è lo spirito che ci allontana dallo spirito di Dio che ci fa rimanere nel Signore».

A questo punto Francesco ha dato voce agli interrogativi che, naturalmente, sorgono sulla questione: «Ma, padre, va bene, sì, è tutto chiaro, ma quali sono i criteri per fare un bel discernimento di quello che accade nella mia anima?». Giovanni propone un solo criterio e lo presenta con queste parole: «In questo potete riconoscere lo spirito di Dio: ogni spirito — ogni emozione, ogni ispirazione che io sento — che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio; e ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio».

«Il criterio è Gesù venuto nella carne, il criterio è l’incarnazione» ha insistito Francesco. Tanto che «io posso sentire tante cose dentro, anche cose buone, idee buone. ma se queste idee buone, questi sentimenti non mi portano a Dio che si è fatto carne, non mi portano al prossimo, al fratello, non sono di Dio». Ed è per questo che «Giovanni incomincia questo passo della sua lettera dicendo: “Questo è il comandamento di Dio: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri”».

Applicando questa verità alla vita cristiana di ogni giorno, il Pontefice ha ricordato che «possiamo fare tanti piani pastorali, immaginare nuovi metodi per avvicinarci alla gente, ma se non facciamo la strada di Dio venuto in carne, del Figlio di Dio che si è fatto uomo per camminare con noi, non siamo sulla strada del buon spirito». Anzi, a prevalere «è l’anticristo, è la mondanità, è lo spirito del mondo».

Già, ha aggiunto, «quanta gente troviamo, nella vita, che sembra spirituale, ma non parlare di fare opere di misericordia». E «perché? Perché le opere di misericordia sono proprio il concreto della nostra confessione che il Figlio di Dio si è fatto carne: visitare gli ammalati, dare da mangiare a chi non ha cibo, aver cura degli scartati». Le «opere di misericordia», dunque, «perché ogni nostro fratello, che dobbiamo amare, è carne di Cristo: Dio si è fatto carne per identificarsi con noi e quello che soffre è il Cristo che lo soffre».

Ecco che, ha detto Francesco, «se tu vai per questa strada, se tu senti questo, vai bene» perché proprio «questo è il criterio del discernimento per non confondere i sentimenti, gli spiriti, per non andare su una strada che non va».

Ritornano, dunque, le parole di Giovanni: «Non prestate fede a ogni spirito — state attenti — ma mettete alla prova gli spiriti, per saggiare se provengono veramente da Dio». Perciò, ha ribadito con forza, «il servizio al prossimo, al fratello, alla sorella che ha bisogno — sono tanti i bisogni — anche di un consiglio, del mio orecchio per essere ascoltato: questi sono i segni che andiamo sulla strada del buono spirito, cioè sulla strada del Verbo di Dio che si è fatto carne».

Prima di riprendere la celebrazione della messa, Francesco ha chiesto «al Signore la grazia di conoscere bene cosa succede nel nostro cuore, cosa ci piace fare, cioè quello che a me tocca di più: se lo spirito di Dio, che mi porta al servizio degli altri, o lo spirito del mondo che gira intorno a me stesso, alle mie chiusure, ai miei egoismi, a tante altre cose», Sì, ha concluso il Papa, «chiediamo la grazia di conoscere cosa succede nel nostro cuore».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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giovedì 7 gennaio 2016

Intenzione di preghiera di Papa Francesco per il mese di Gennaio 2016: "il dialogo sincero fra uomini e donne di religioni differenti porti frutti di pace e di giustizia" (videomessaggio)

Intenzione di preghiera di Papa Francesco per il mese di Gennaio 2016:
"il dialogo sincero fra uomini e donne di religioni differenti porti frutti di pace e di giustizia"

«Tra fedi diverse, abbiamo una sola certezza: siamo tutti figli di Dio». 
Lo dice il Pontefice nel breve testo diffuso ieri in undici lingue Promossa dall'«Apostolato della preghiera» l'iniziativa sarà ripetuta da Francesco ogni mese dell' Anno Santo «Molti pensano in modo diverso, sentono in modo diverso, cercano Dio o trovano Dio in modi diversi. In questa moltitudine, in questa ampia gamma di religioni, c' è una sola certezza per noi: siamo tutti figli di Dio». Così dice il Papa in un videomessaggio diffuso ieri in spagnolo e sottotitolato in dieci lingue, una breve riflessione sull'importanza del dialogo interreligioso. 
Quest' anno, infatti, Francesco presenterà ogni mese un' intenzione di preghiera rivolta alla Chiesa universale e lo farà in un breve filmato prodotto dall'agenzia di comunicazione argentina "La Machi". 
Nel primo della serie, il Pontefice, ripreso mentre parla avvolto da una luce morbida seduto a una scrivania, ricorda che «la maggior parte delle persone sulla terra si dichiara credente. E questo dovrebbe portare a un dialogo tra le religioni. Non dobbiamo smettere di pregare per questo e collaborare con chi la pensa diversamente. Confido in voi per diffondere la mia petizione di questo mese: perché il dialogo sincero fra uomini e donne di religioni differenti porti frutti di pace e di giustizia. Confido nella vostra preghiera». 
A inframmezzare queste parole sono le immagini di un musulmano, un ebreo, un sacerdote cattolico, una donna buddista, più altre che ritraggono Bergoglio con rappresentanti di diverse religioni o confessioni cristiane. L' iniziativa è promossa dall'Apostolato della preghiera, che fa capo alla Compagnia di Gesù e ha alle spalle una storia lunga e gloriosa...
(testo tratto dall'articolo «Il dialogo tra religioni porti pace e giustizia». In un video l' invito del Papa alla preghiera di Andrea Galli su Avvenire)

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CREDO NELL'AMORE!!!


Omelia di p. Aurelio Antista (VIDEO) - 06/01/2016 -


Omelia di p. Aurelio Antista


- 06/01/2016 - 
Epifania del Signore

Fraternità Carmelitana 
di Barcellona Pozzo di Gotto



... Noi sappiamo che la fede è un dono di Dio ed è un dono offerto a tutti, a noi è richiesto un cammino di ricerca per accogliere quel dono, ci viene chiesto di metterci in cammino, in ricerca perché quel dono possiamo riconoscerlo ed accoglierlo...
I Magi vengono da lontano, dall'Oriente, sono uomini pagani, ma sono uomini saggi... certamente sono persone non soddisfatte dello status quo della loro vita, ma sono uomini in ricerca di qualcosa, di qualcuno che dia pienezza di senso alla loro vita e alla storia intera; essi vedono un segno, una luce, una stella che ai loro occhi avvisa un evento straordinario e si mettono in cammino...
... il cammino che ogni uomo, ogni donna che viene alla fede è chiamato a fare...


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Papa Francesco Epifania del Signore 2016: Omelia e Angelus (testi e video)


 SANTA MESSA 

La Chiesa “non brilla di luce propria”, ma è al servizio della “luce di Cristo”: farla risplendere vuol dire “far emergere il desiderio di Dio che ognuno porta in sé”. Lo ha affermato Papa Francesco alla Messa per la Solennità dell’Epifania, presieduta nella Basilica di San Pietro. 
Di seguito, il testo integrale dell’omelia del Papa.

Le parole del profeta Isaia – rivolte alla città santa Gerusalemme – ci chiamano ad alzarci, ad uscire, uscire dalle nostre chiusure, uscire da noi stessi, e a riconoscere lo splendore della luce che illumina la nostra esistenza: «Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te» (60,1). La “tua luce” è la gloria del Signore. La Chiesa non può illudersi di brillare di luce propria, non può. Lo ricorda con una bella espressione sant’Ambrogio, utilizzando la luna come metafora della Chiesa: «Veramente come la luna è la Chiesa: […] rifulge non della propria luce, ma di quella di Cristo. Trae il proprio splendore dal Sole di giustizia, così che può dire: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”» (Exameron, IV, 8, 32). Cristo è la vera luce che rischiara; e nella misura in cui la Chiesa rimane ancorata a Lui, nella misura in cui si lascia illuminare da Lui, riesce a illuminare la vita delle persone e dei popoli. Per questo i santi Padri riconoscevano nella Chiesa il “mysterium lunae”.

Abbiamo bisogno di questa luce che viene dall’alto per corrispondere in maniera coerente alla vocazione che abbiamo ricevuto. Annunciare il Vangelo di Cristo non è una scelta tra le tante che possiamo fare, e non è neppure una professione. Per la Chiesa, essere missionaria non significa fare proselitismo; per la Chiesa, essere missionaria equivale ad esprimere la sua stessa natura: essere illuminata da Dio e riflettere la sua luce. Questo è il suo servizio. Non c’è un’altra strada. La missione è la sua vocazione: far risplendere la luce di Cristo è il suo servizio. Quante persone attendono da noi questo impegno missionario, perché hanno bisogno di Cristo, hanno bisogno di conoscere il volto del Padre.

I Magi, di cui ci parla il Vangelo di Matteo, sono testimonianza vivente del fatto che i semi di verità sono presenti ovunque, perché sono dono del Creatore che chiama tutti a riconoscerlo come Padre buono e fedele. I Magi rappresentano gli uomini di ogni parte della terra che vengono accolti nella casa di Dio. Davanti a Gesù non esiste più divisione alcuna di razza, di lingua e di cultura: in quel Bambino, tutta l’umanità trova la sua unità. 
E la Chiesa ha il compito di riconoscere e far emergere in modo più chiaro il desiderio di Dio che ognuno porta in sé. Questo è il servizio della Chiesa, con la luce che essa riflette: far emergere il desiderio di Dio che ognuno porta in sé. Come i Magi tante persone, anche ai nostri giorni, vivono con il “cuore inquieto” che continua a domandare senza trovare risposte certe - è l’inquietudine dello Spirito Santo che si muove nei cuori. Sono anche loro alla ricerca della stella che indica la strada verso Betlemme.

Quante stelle ci sono nel cielo! Eppure, i Magi ne hanno seguita una diversa, nuova, che per loro brillava molto di più. Avevano scrutato a lungo il grande libro del cielo per trovare una risposta ai loro interrogativi - avevano il cuore inquieto -, e finalmente la luce era apparsa. Quella stella li cambiò. Fece loro dimenticare gli interessi quotidiani, e si misero subito in cammino. Diedero ascolto ad una voce che nell’intimo li spingeva a seguire quella luce - è la voce dello Spirito Santo, che opera in tutte le persone -; ed essa li guidò finché trovarono il re dei Giudei in una povera casa di Betlemme.

Tutto questo è un insegnamento per noi. Oggi ci farà bene ripetere la domanda dei Magi: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti per adorarlo» (Mt 2,2). Siamo sollecitati, soprattutto in un periodo come il nostro, a porci in ricerca dei segni che Dio offre, sapendo che richiedono il nostro impegno per decifrarli e comprendere così la sua volontà. Siamo interpellati ad andare a Betlemme per trovare il Bambino e sua Madre. Seguiamo la luce che Dio ci offre – piccolina…; l’inno del breviario poeticamente ci dice che i Magi “lumen requirunt lumine”: quella piccola luce –, la luce che promana dal volto di Cristo, pieno di misericordia e di fedeltà. E, una volta giunti davanti a Lui, adoriamolo con tutto il cuore, e presentiamogli i nostri doni: la nostra libertà, la nostra intelligenza, il nostro amore. La vera sapienza si nasconde nel volto di questo Bambino. E’ qui, nella semplicità di Betlemme, che trova sintesi la vita della Chiesa. E’ qui la sorgente di quella luce, che attrae a sé ogni persona nel mondo e orienta il cammino dei popoli sulla via della pace.

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 ANGELUS 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nel Vangelo di oggi, il racconto dei Magi, venuti dall’oriente a Betlemme per adorare il Messia, conferisce alla festa dell’Epifania un respiro di universalità. E questo è il respiro della Chiesa, la quale desidera che tutti i popoli della terra possano incontrare Gesù, fare esperienza del suo amore misericordioso. E’ questo il desiderio della Chiesa: che trovino la misericordia di Gesù, il suo amore.

Il Cristo è appena nato, non sa ancora parlare, e tutte le genti – rappresentate dai Magi – possono già incontrarlo, riconoscerlo, adorarlo. Dicono i Magi: «Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo» (Mt 2,2). Erode ha sentito questo appena i Magi sono giunti a Gerusalemme. Questi Magi erano uomini prestigiosi, di regioni lontane e culture diverse, e si erano incamminati verso la terra di Israele per adorare il re che era nato. La Chiesa da sempre ha visto in essi l’immagine dell’intera umanità, e con la celebrazione di oggi, della festa dell’Epifania vuole quasi indicare rispettosamente ad ogni uomo e ogni donna di questo mondo il Bambino che è nato per la salvezza di tutti.

Nella notte di Natale Gesù si è manifestato ai pastori, uomini umili e disprezzati - alcuni dicono dei briganti -; furono loro i primi a portare un po’ di calore in quella fredda grotta di Betlemme. Ora giungono i Magi da terre lontane, anch’essi attratti misteriosamente da quel Bambino. I pastori e i Magi sono molto diversi tra loro; una cosa però li accomuna: il cielo. I pastori di Betlemme accorsero subito a vedere Gesù non perché fossero particolarmente buoni, ma perché vegliavano di notte e, alzando gli occhi al cielo, videro un segno, ascoltarono il suo messaggio e lo seguirono. Così pure i Magi: scrutavano i cieli, videro una nuova stella, interpretarono il segno e si misero in cammino, da lontano. I pastori e i Magi ci insegnano che per incontrare Gesù è necessario saper alzare lo sguardo al cielo, non essere ripiegati su se stessi, sul proprio egoismo, ma avere il cuore e la mente aperti all’orizzonte di Dio, che sempre ci sorprende, saper accogliere i suoi messaggi, e rispondere con prontezza e generosità. 
I Magi, dice il Vangelo, «al vedere la stella, provarono una gioia grandissima» (Mt 2,10). Anche per noi c’è una grande consolazione nel vedere la stella, ossia nel sentirci guidati e non abbandonati al nostro destino. E la stella è il Vangelo, la Parola del Signore, come dice il salmo: «Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino» (119,105). Questa luce ci guida verso Cristo. Senza l’ascolto del Vangelo, non è possibile incontrarlo! I Magi, infatti, seguendo la stella giunsero fino al luogo dove si trovava Gesù. E qui «videro il Bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono» (Mt 2,11). L’esperienza dei Magi ci esorta a non accontentarci della mediocrità, a non “vivacchiare”, ma a cercare il senso delle cose, a scrutare con passione il grande mistero della vita. E ci insegna a non scandalizzarci della piccolezza e della povertà, ma a riconoscere la maestà nell’umiltà, e saperci inginocchiare di fronte ad essa.
La Vergine Maria, che accolse i Magi a Betlemme, ci aiuti ad alzare lo sguardo da noi stessi, a lasciarci guidare dalla stella del Vangelo per incontrare Gesù, e a saperci abbassare per adorarlo. Così potremo portare agli altri un raggio della sua luce, e condividere con loro la gioia del cammino.

Dopo l'Angelus:

Cari fratelli e sorelle,

oggi esprimiamo la nostra vicinanza spirituale ai fratelli e alle sorelle dell’Oriente cristiano, cattolici e ortodossi, molti dei quali celebrano domani il Natale del Signore. Ad essi giunga il nostro augurio di pace e di bene. E anche un bell’applauso come saluto!

Ricordiamo anche che l’Epifania è la Giornata Mondiale dell’Infanzia Missionaria. È la festa dei bambini che, con le loro preghiere e i loro sacrifici, aiutano i coetanei più bisognosi facendosi missionari e testimoni di fraternità e di condivisione.

Rivolgo il mio cordiale saluto a tutti voi, singoli pellegrini, famiglie, gruppi parrocchiali e associazioni, provenienti dall’Italia e da diversi Paesi. In particolare saluto i fedeli di Acerra, Modena e Terlizzi; la Scuola di arte sacra di Firenze; i giovani del Campo internazionale del Lions Club.

Un saluto speciale a quanti danno vita al corteo storico-folcloristico, dedicato quest’anno al territorio della Valle dell’Amaseno. Desidero ricordare anche il corteo dei Magi che si svolge in numerose città della Polonia con larga partecipazione di famiglie e associazioni; come pure il presepe vivente realizzato al Campidoglio dall’UNITALSI e dai Frati Minori coinvolgendo le persone con disabilità.

A tutti auguro una buona festa. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

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Papa Francesco & Tonino Bello per una Chiesa di pace

Umberto Folena intervista Sergio Paronetto

Papa Francesco & Tonino Bello per una Chiesa di pace


«Amiamo il mondo e la sua storia. Vogliamogli bene. Prendiamolo sottobraccio. Usiamogli misericordia. Non opponiamogli sempre di fronte i rigori della legge se non li abbiamo prima temperati con dosi di tenerezza». Chi è costui che parla? Papa Francesco oggi, verrebbe da pensare. Invece è don Tonino Bello quasi 23 anni fa.

È solo un esempio della straordinaria consonanza di accenti tra Bello e Bergoglio. E già da qui si capisce che il compito di Sergio Paronetto, scovare e commentare i punti d’incontro tra i due, non dev’essere stato troppo difficile. Paronetto, vicepresidente di Pax Christi, nelle ultime settimane ha pubblicato ben due libri, che partono dal Concilio per arrivare alle ultime ore: Pace, nuovo umanesimo. Dal Concilio Vaticano II a papa Francesco (Cittadella, pp. 124, euro 11,90) e Amare il mondo, creare la pace. Papa Francesco e Tonino Bello (La Meridiana, pp. 110, euro 14,50).

Paronetto, lei individua tanti punti di contatto tra papa Bergoglio e il vescovo Bello. Il principale?
«Il programma. Don Tonino pensava alla necessità di abbandonare i segni del potere e di alimentare il potere dei segni. Di edificare una "Chiesa del grembiule". Pronta a tessere la convivialità delle differenze. Disarmata e samaritana. Il papa espone lo stesso orientamento nella Evangelii gaudiume nella Laudato si'».

La pace non rischia però di restare un’invocazione vuota, una speranza fragile?
«Con tutti i nostri limiti, vogliamo dare alla pace nonviolenta braccia e gambe, mente e cuore, sangue e respiro. E vorremmo facesse altrettanto la comunità cristiana, convertita al lieto annuncio di Cristo "nostra pace"».

Nei suoi due libri, la pace non sembra un annuncio tra i tanti.
«La pace-shalom, pienezza di vita, è l’unico annuncio cristiano. Lo ricordo con le parole di don Tonino: "La pace è l’unico brano che la Chiesa è abilitata a interpretare. Quando parla di pace, il suo messaggio è già esauriente. Tutte le altre verità della Scrittura non sono che i colori dell’arcobaleno in cui si scompone l’unico raggio di sole: la pace».

A legare Bello e Bergoglio è anche, e soprattutto, san Francesco.
«Nel 1962 don Tonino entrava nell’ordine francescano secolare incontrando in san Francesco d’Assisi i temi vitali della povertà, della minorità, dell’itineranza, della libertà e l’impulso a realizzare la triade ecumenica "pace, giustizia e salvaguardia del creato". La scelta di Bergoglio, appena eletto Papa, è analoga: assume il nome stesso di Francesco, lo stile e il sogno».

Ancor più in profondità, lei afferma che a unire i due è la Parola di Dio. In che senso?
«La Parola "ruminata" quotidianamente. Parola che si traduce in attenzione ai problemi delle persone, in cura dei poveri, in propensione a privilegiare le esistenze (i volti) rispetto alle essenze (dottrine), in annuncio coinvolgente e concreto della pace».

Lei parla, per entrambi, di un linguaggio «performativo». Che cosa significa?
«È il comune linguaggio esistenziale, "parabolico", non interessato a condannare o a "predicare" ma a risvegliare, appassionare, trasformare».

Solo consonanze lessicali o qualcosa di molto più profondo?
«Tra Bello e Bergoglio c’è un intimo con-sentire, un’interiore sim-patia. Vivono la pace come realismo profetico, inquietudine creativa, disarmo globale. Come "rivoluzione della tenerezza" (Bergoglio) e "capacità di misericordia" (Bello). Io ho scritto appena due piccoli libri. Abbastanza, però, per rendermi conto che una lettura comparativa completa richiederebbe anni di lavoro appassionato nel vivo dei problemi attuali».
(fonte: Avvenire)


Vedi anche il nostro post precedente:

e le schede dei libri:



mercoledì 6 gennaio 2016

L’Epifania, manifestazione dell’anti-regalità di Gesù di Enzo Bianchi


L’Epifania, manifestazione dell’anti-regalità di Gesù


JR unframed (Senza cornice) Ellis Island, installazione di carta su muro*

6 gennaio 2016
Epifania del Signore

Mt 2,1-12

Commento al Vangelo
di ENZO BIANCHI



Alla nascita e alla morte di Gesù risuona per lui lo stesso titolo, “Re dei giudei”. Alla nascita – è il testo che oggi la liturgia ci propone – lo dicono i magi e lo ripetono gli scribi ed Erode; alla morte lo fa scrivere Pilato su un cartello (cf. Mc 15,26 e par.; Gv 19,19), lo usano i soldati per schernirlo (cf. Mc 15,18; Mt 27,29; Gv 19,3), lo leggono tutti i presenti all’esecuzione barbara della crocifissione (cf. Gv 19,20). Alla nascita e sotto la croce vi è la stessa rivelazione: l’umanità è una nella ricerca di Dio e nel ripudio di Dio, o meglio nel credere al bene con speranza oppure nel non credere al bene, preferendo la violenza, il male.

Dunque il vangelo dell’Epifania, della manifestazione dell’identità di Gesù alle genti, a quelli che non erano ebrei, figli di Israele, è un vangelo decisivo, che dà alla festa odierna un particolare significato: Gesù è nato Re dei giudei, ma per tutti, e tutti possono andare a lui. In questo racconto di Matteo c’è la storia, ma c’è anche una lettura che l’evangelista fa nella fede. Nasce un bambino in una semplice famiglia formata da un artigiano, Giuseppe, e dalla sua giovane moglie, Maria; nasce in una stalla, riparo per il gregge nella campagna di Betlemme, eppure alcuni uomini da lontano, dall’oriente, o meglio dalla loro sapienza orientata, nella loro ricerca sono portati a vedere in questa semplice nascita il compimento del loro cercare, la pienezza della loro sapienza. Tutti gli umani di ogni tempo e cultura, infatti, hanno in comune soprattutto la ricerca del bene, anche se poi contraddicono questo loro desiderio così impegnativo. In ogni essere umano c’è un anelito al bene, alla vita piena, alla pace, e questo fuoco che abita gli umani li spinge a cercare, a mettersi in cammino, a dichiarare per loro insufficiente la terra che abitano, l’orizzonte consueto. Per questo cammino gli umani cercano e trovano come segnali ciò che possono: il cielo, la terra, il mare e anche le creature animate e inanimate con le quali sanno comunicare.

In quel lungo pellegrinaggio, soprattutto della mente e del cuore, alcuni sapienti, i magi, hanno guardato alle stelle, alla sabbia del deserto, alle bestie che cavalcavano, al bagaglio che trasportavano con sé, per vivere e per fare doni. Per chi scruta l’orizzonte sempre sorge una stella, sempre – come dice il nostro brano evangelico – c’è un oriente, un alzarsi, che invita al cammino. E così è avvenuto per quei mágoi, che dall’oriente (apò anatolôn) giungono a Gerusalemme, la città santa, l’ombelico del mondo (cf. Sal 48,3; cf. Ez 5,5; 38,12). Essi chiedono: “Dov’è il Re dei giudei che è nato?”, proprio ai giudei che non si erano accorti della nascita del loro Re. Non se n’era accorto il re che regnava in quel momento, Erode, non se n’erano accorti i sacerdoti e neppure gli esperti delle sante Scritture, gli scribi. Ecco lo scandalo: chi è deputato a conoscere e a osservare ciò che accade non sa, chi è capace di interpretare puntualmente le Scritture in riferimento al Re dei giudei lo annuncia con chiarezza e certezza, eppure in una situazione di radicale accecamento. È così, e ancora oggi avviene così: si possono conoscere le parole di Dio contenute nelle Scritture, si possono citare e spiegare con competenza, si possono addirittura insegnare agli altri, eppure, nel contempo, restare in una situazione di totale cecità o sordità, manifestazioni della sklerokardía, della callosità del cuore…

Questa venuta dei magi causa però inquietudine, turbamento da parte dei rappresentanti del potere politico e di tutta Gerusalemme, perché quando il potere ne vede sorgere un altro teme e trema, sentendosi minacciato. Da quell’ora l’inquietudine e il turbamento non cesseranno, fino al giorno in cui questo Re dei giudei che è nato sarà finito per sempre, rivestito di un manto di porpora, con una canna come scettro in mano, con una corona di spine sulla testa, deriso, sbeffeggiato e infine appeso nudo a un palo, la croce!

Eppure quei sapienti obbedienti alle Scritture dei giudei, anzi ri-orientati dalle Scritture, riescono nuovamente a vedere la stella, che li conduce fino al bambino Re Messia, a Betlemme, dove trovano ciò che cercavano ma che certamente non si aspettavano così: non una reggia, non una corte regale in festa, non lo sfarzo degno della nascita di un principe, ma semplicemente un bambino e sua madre. Contemplano non quello che avevano tanto atteso e cercato, ma altro. E come convertiti, mutati nella loro mente e nel loro cuore, riconoscono la regalità nell’anti-regalità, la regalità potente e universale nella debolezza umana, in un infante incapace di parlare e di essere eloquente con la parola. Eppure i magi capiscono, giungono alla fede, pur non avendo né la rivelazione né le sante Scritture; e non a caso Matteo annota che fanno ritorno al loro paese attraverso un altro cammino, cioè un altro modo di pensare e di vivere.

Così avviene la rivelazione, per i giudei e per le genti: solo guardando alla debolezza di Gesù, al suo essere piccolo, si può comprendere la sua vera regalità, la sua vera identità, non plasmata in base alle immagini dei re e dei potenti di questo mondo. Per altre strade gli altri vangeli diranno la stessa cosa: contemplazione (theoría) di Gesù è il vederlo crocifisso (cf. Lc 23,48); visione di Gesù è il vederlo come seme caduto a terra (cf. Gv 12,24). Quei magi, convertiti alla vista del bambino in quella povera famiglia, in quella greppia, adorano, si prostrano e gli offrono in dono oro, incenso e mirra, prodotti preziosi dell’oriente, elaborati dalla cultura delle genti. Ciò che Gesù risorto potrà dire ai discepoli – “Andate e fate discepole tutte le genti” (Mt 28,19) – ha qui la sua primizia. Le genti divengono discepole quando cercano con sincerità, si aprono con audacia e si mettono in cammino senza indugio.

Quanti uomini e quante donne, dall’oriente e dall’occidente, dal nord e dal sud, come questi magi cercano il bene, si sentono viandanti, in cammino, si esercitano a riconoscere la salvezza come umanizzazione e lavorano perché l’umano sia sempre più umano. Lo sappiano o meno, sono persone alle quali ogni bambino che nasce, ogni umano che viene al mondo appare con la dignità di un re; appare come un fratello o una sorella che attende da noi il nostro oro (ciò che abbiamo), il nostro incenso (il profumo sprigionato dalla nostra presenza), la nostra mirra (ciò che sappiamo sacrificare di noi stessi, spendendo la vita per l’altro).

L’Epifania è manifestazione della vera regalità a tutti, cristiani e non cristiani. Ma ormai ci incamminiamo verso la Pasqua, come ricorda l’indizione della data di questa festa delle feste, che oggi viene fatta nelle chiese d’oriente e d’occidente: la Pasqua, quando il Re dei giudei farà la fine di chiunque osa pensare e mettere in pratica una regalità come servizio dell’altro e non come potere violento. Ma l’ultima parola spetta a Dio, al Dio di Gesù!

* Una descrizione dell'opera di JR si trova al termine del commento al Vangelo nel sito della Comunità di Bose L’Epifania, manifestazione dell’anti-regalità


Preghiera dei Fedeli Epifania del Signore 06/01/2016





Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)





Preghiera dei Fedeli



EPIFANIA, DAI MAGI ALLA BEFANA, LE COSE DA SAPERE

Gentile da Fabriano, Adorazione dei Magi
 EPIFANIA, DAI MAGI ALLA BEFANA, LE COSE DA SAPERE

Che c'entra la Befana con il giorno dei Magi? Qual è il legame tra la vecchia che porta i doni ai più piccoli e i misteriosi re (che re non erano, ma forse astrologi, e non erano nemmeno tre) che offrirono a Gesù Bambino oro, incenso e mirra? Nel libroStoria e leggende di Babbo Natale e della Befana(Newton Compton) gli autori Claudio Corvino ed Erberto Petoia riportano una leggenda secondo la quale i Magi, diretti a Betlemme con i doni, non riuscendo a trovare la strada chiesero informazioni a un'anziana. La quale, nonostante le loro insistenze, affinché li seguisse per far visita al Bambino, restò ferma. Salvo poi dopo pentirsi della sua riluttanza. Per questo preparò un cesto di dolci, uscì e cercò i re. Ma non li trovò. A quel punto decise che si sarebbe fermata a ogni casa lungo il suo cammino, donando qualcosa ai bimbi, sperando che uno di essi fosse Gesù. 
Da allora porta regali a tutti i piccoli. Ecco quindi che “epifania”, parola greca che significa “manifestazione divina, apparizione” (quella di Cristo Signore a tutti i popoli in questo caso) si è guastato ed è diventato befana.
Botticelli, Adorazione dei Magi

In Italia è comunque una festa molto popolare e sentita, dà luogo a diverse manifestazioni e tradizioni, dai pranzi e i doni offerti per i più poveri a quella, squisitamente religiosa, specie al Sud, del bacio del Bambinello nei presepi viventi allestiti per Natale. Fino al corteo dei Magi e le sagre di paese. 
Nel 1978 il governo Andreotti la abolì, ma poi fu reintrodotta nel calendario religioso e civile dal 1985. 

È il Vangelo di Matteo a narrare l'episodio della visita dei Magi a Gesù Bambino i quali da Oriente giungono a Gerusalemme e chiedono “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo”. Il significato è teologico: i Magi simboleggiano gli stranieri e i pagani che riconoscono la venuta del vero Dio. Originariamente, si pensa comunque che i personaggi non sono tre e non sono Re. La provenienza da Oriente fa pensare alla Persia, perché «magio» è un vocabolo di questa terra ma dall'etimologia un po' oscura. Indica comunque una tribù originaria dell'Iran occidentale nel cui ambito erano scelti i sacerdoti che aderiranno alla riforma di Zoroastro.

Leggende e interpretazioni si sprecano. I Padri della Chiesa ne hanno date diverse. Tertulliano, nel II secolo, concede ai Magi la qualifica di Re; nello stesso periodo Sant'Ireneo spiega il significato dei tre doni: la mirra è l'olio tradizionalmente utilizzato per la sepoltura e allude alla Passione di Cristo, l'oro è simbolo di regalità, l'incenso è riservato a Dio. Nel XII secolo, invece, Bernardo di Chiaravallespiegherà che l'oro era per alleviare la povertà della Vergine, l'incenso per disinfettare la stalla di Betlemme e la mirra come un vermifugo. Lutero, quattro secoli dopo, li associa a fede, speranza e carità, le tre virtù teologali. 
Un'altra leggenda armena vuole che i Re Magi fossero fratelli e riferisce i loro nomi: Melkon, che regnava sui Persiani; Baldassarre, il secondo, sugli indiani; Gaspare, il terzo, possedeva il paese degli Arabi.

Al di là delle leggende, sterminate, la Chiesa li ha sempre considerati come simbolo dell'uomo che si mette alla ricerca di Dio: «Essi», ha detto Benedetto XVI nell'omelia della solennità dell'Epifania del 2011, «erano probabilmente dei sapienti che scrutavano il cielo, ma non per cercare di “leggere” negli astri il futuro, eventualmente per ricavarne un guadagno; erano piuttosto uomini “in ricerca” di qualcosa di più, in ricerca della vera luce, che sia in grado di indicare la strada da percorrere nella vita. Erano persone certe che nella creazione esiste quella che potremmo definire la “firma” di Dio, una firma che l’uomo può e deve tentare di scoprire e decifrare».

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A Natale c'è posto per tutti di don Giovanni Berti

A Natale c'è posto per tutti

EPIFANIA del Signore
Mt 2,1-12

La tradizione del presepe napoletano è conosciuta in tutto il mondo. In una zona ben specifica del centro storico di Napoli, via San Gregorio Armeno, ci sono un infinità di piccole e piccolissime botteghe artigianali che producono ogni anno le statuette che vanno poi ad arricchire i presepi della città partenopea e di tutto il mondo.
Accanto ai personaggi principali, la sacra famiglia, pastori e angeli, si trovano esposte di volta in volta nuove statuine con personaggi diversissimi, legati alla storia e all’attualità. E’ proprio questo che ha reso così famosa questa via di Napoli, perché ogni anno gli artisti del presepe aggiungono personaggi presi dalla cronaca e dall’attualità, dai più disparati ambienti di vita: lo sport, la politica, il cinema, la musica, la religione… Sembra che un indice di popolarità attuale dei personaggi pubblici passi proprio da queste botteghe del presepe.
bottega del presepe  in via Gregorio Armeno, Napoli
E’ davvero singolare e potrebbe sembrare una cosa quasi blasfema accostare alla Natività di Gesù tanti dei personaggi rappresentati che sembrano avere non nulla a che fare con il messaggio del presepe.
Eppure dietro questa tradizione popolare si nasconde un messaggio molto evangelico.
Se ci allontaniamo da questa via di Napoli e andiamo sulle pagine del racconto evangelico, vediamo che la scelta operata dall’evangelista Matteo non è meno strana e sorprendente.
L’evangelista Luca aveva raccontato di pastori come primi adoratori di Gesù, Matteo invece fa apparire in scena questi personaggi davvero strani, i Magi, che stando letteralmente al racconto rappresentano tutto quello che di più lontano ci può essere con il Messia atteso dal popolo d’Israele.
Sono pagani, venuti da un posto distante e quindi fuori dalla terra promessa, luogo ritenuto unico dalla benedizione di Dio. Il loro mestiere è quello della magia, che dal punto di vista della religione ebraica era segno di maledizione e paganesimo da condannare. E’ quindi molto comprensibile lo sconcerto di Erode e dei rappresentanti religiosi di Gerusalemme quando questi maghi pagani si presentano con il loro messaggio («Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo»). Che cosa c’entrano questi con il Messia, con la nostra tradizione e con la nostra religione? Che diritto hanno di essere qui?
Sconcerto, paura e alla fine violenza (il racconto che segue narra della strage degli innocenti ad opera di Erode) si impadroniscono di coloro che avrebbero dovuto essere i primi a riconoscere la venuta di Gesù, ma che in realtà sono bloccati e irrigiditi entro le mura difensive della città santa.
Ed ecco allora che i primi ad arrivare a Dio sono proprio i più lontani ed esclusi, e in questo si vede anticipata tutta la storia successiva di Gesù. Infatti Gesù da lontano (da Dio) scende per radunare il mondo intero, annullando lontananze fisiche e relazionali, annunciando il messaggio luminoso (come la sua stella) della misericordia di Dio.
E’ questa misericordia che dona una gioia profonda agli “indegni” maghi pagani che si ritrovano faccia a faccia con la bontà universale di Dio. Sembrava che non c’entrassero nulla con Dio e ora si ritrovano in prima fila.
Per questo quando guardo le bizzarre statuine dei laboratori di Napoli, mi ricordo che Gesù è davvero per tutti, e che il suo messaggio di misericordia non va smorzato ma amplificato dalla mia condotta personale che si deve rivestire di misericordia e accoglienza senza limiti.
Le statuine napoletane rappresentano solo personaggi famosi, ma attorno al cuore di Gesù c’è posto anche per chi è sconosciuto e dimenticato, per chi è lontano e nascosto, per chi è uomo e donna indipendentemente da cultura, religione, situazione di vita…
Giovanni don


martedì 5 gennaio 2016

"NON RINUNCIATE MAI ALLA FELICITÀ..." ormai virale il discorso del Papa, ma... non è Francesco!!!


"NON RINUNCIATE MAI ALLA FELICITÀ..."
Il discorso di Papa Francesco è virale, ma la realtà è un'altra

Sul web sta circolando un discorso che avrebbe recitato Papa Francesco per augurare ai fedeli un felice 2016. È intitolato "Non rinunciate mai alla felicità", ma è una bufala. «Nelle ultime ore, abbiamo ricevuto moltissime mail in cui ci chiedono una risposta sull'autenticità di un testo attribuito a Papa Francesco; testo che sarebbe un ampio stralcio di un suo presunto discorso pronunciato durante i lavori della recente Assemblea ordinaria del Sinodo sulla famiglia. Com'è ben noto, da quando è stato eletto Papa, a Francesco nella rete vengono attribuite frasi, preghiere, discorsi e dichiarazioni che si rivelano al primo controllo false». È quanto scrive il sito di informazione religiosa Il Sismografo. «Anche in questa occasione - si avverte - le riflessioni attribuite al Papa sulla famiglia, l'amicizia, la vita, i rapporti umani e altro, sono infondate e non appartengono al suo magistero. Naturalmente, non c'è traccia di questi singolari pensieri nelle sei allocuzioni da lui pronunciate nel corso del recente Sinodo e neanche in altri testi ufficiali». 
IL DISCORSO BUFALA COMPLETO 
"Puoi aver difetti, essere ansioso e vivere qualche volta irritato, ma non dimenticate che la tua vita è la più grande azienda al mondo. Solo tu puoi impedirle che vada in declino. In molti ti apprezzano, ti ammirano e ti amano. Mi piacerebbe che ricordassi che essere felice, non è avere un cielo senza tempeste, una strada senza incidenti stradali, lavoro senza fatica, relazioni senza delusioni. Essere felici è trovare forza nel perdono, speranza nelle battaglie, sicurezza sul palcoscenico della paura, amore nei disaccordi. Essere felici non è solo apprezzare il sorriso, ma anche riflettere sulla tristezza. Non è solo celebrare i successi, ma apprendere lezioni dai fallimenti. Non è solo sentirsi allegri con gli applausi, ma essere allegri nell’anonimato. Essere felici è riconoscere che vale la pena vivere la vita, nonostante tutte le sfide, incomprensioni e periodi di crisi. Essere felici non è una fatalità del destino, ma una conquista per coloro che sono in grado viaggiare dentro il proprio essere. Essere felici è smettere di sentirsi vittima dei problemi e diventare attore della propria storia. È attraversare deserti fuori di sé, ma essere in grado di trovare un’oasi nei recessi della nostra anima. È ringraziare Dio ogni mattina per il miracolo della vita. Essere felici non è avere paura dei propri sentimenti. È saper parlare di sé. È aver coraggio per ascoltare un “No”. È sentirsi sicuri nel ricevere una critica, anche se ingiusta. È baciare i figli, coccolare i genitori, vivere momenti poetici con gli amici, anche se ci feriscono. Essere felici è lasciar vivere la creatura che vive in ognuno di noi, libera, gioiosa e semplice. È aver la maturità per poter dire: “Mi sono sbagliato”. È avere il coraggio di dire: “Perdonami”. È avere la sensibilità per esprimere: “Ho bisogno di te”. È avere la capacità di dire: “Ti amo”. Che la tua vita diventi un giardino di opportunità per essere felice. Che nelle tue primavere sii amante della gioia. Che nei tuoi inverni sii amico della saggezza. E che quando sbagli strada, inizi tutto daccapo. Poiché così sarai più appassionato per la vita. E scoprirai che essere felice non è avere una vita perfetta. Ma usare le lacrime per irrigare la tolleranza. Utilizzare le perdite per affinare la pazienza. Utilizzare gli errori per scolpire la serenità. Utilizzare il dolore per lapidare il piacere. Utilizzare gli ostacoli per aprire le finestre dell’intelligenza. Non mollare mai, non rinunciare mai alle persone che ami. Non rinunciare mai alla felicità, poiché la vita è uno spettacolo incredibile!”
(fonte: Leggo)

È la pigra mattina di Capodanno quando mia moglie riceve su WhatsApp, da una collega, un bel testo firmato "Papa Francesco". Me lo mostra col 90% di ammirazione e il 10% di perplessità: «Hai visto cosa ha detto il Papa? Ma l'ha detto lui?».
Volentieri mi metto al lavoro: lancio su Google una stringa e mi imbatto per primo nel sito di un commercialista di Forlì (tinyurl.com/h7alrc7). Come lui un'altra fonte, dall'aspetto più giornalistico, lo contestualizza tra i discorsi pronunciati da Francesco al Sinodo sulla famiglia. Non mi pare... Un terzo sito lo colloca nell'Incontro mondiale delle famiglie di Filadelfia. Allora verifico: ma non c'è. Cerco con stringhe diverse, trovo sempre lo stesso testo, integro, del quale nessuno mi dice altro se non che è di Papa Francesco, che è sulla famiglia, che è dell'autunno scorso.
...
Eppure, se continuo a cercare in Rete, trovo che è stato ripreso e accreditato da fonti ecclesiali (parrocchie, religiosi), e rilanciato sui social network anche da persone certamente non digiune dell'attualità vaticana. Nonché, il giorno di Natale, dalla pagina Facebook di Claudio Baglioni (8.560 like, 5.540 share): che a Santo Stefano si scusa e dice che circola sul web, anonimo, dal 2008...



TERESA D'AVILA, DONNA IN CAMMINO - HOREB n. 72 - 3/2015

TERESA D'AVILA, 
DONNA IN CAMMINO

HOREB n. 72 - 3/2015


TRACCE DI SPIRITUALITÀ 
A CURA DEI CARMELITANI




EDITORIALE

       Spesso si ritiene che i mistici siano persone privilegiate che percorrono un cammino diverso rispetto ai cristiani comuni. E, invece, se ci accostiamo ai loro scritti e al loro vissuto, ci rendiamo conto che sono persone come noi che, però, si sono lasciate conquistare dallo sguardo di Dio, e, piano piano, hanno consentito a Lui di farsi presente nel frammento della loro vita, e così si sono ritrovate nella storia, nel quotidiano a vivere gli eventi con la stessa passione di Dio. 


Fra questi mistici, c’è certamente la carmelitana S. Teresa d’Avila di cui quest’anno ricorre il quinto centenario della nascita (1515-2015). Teresa, nei suoi Scritti, ci racconta che anche lei era una creatura come noi, impastata di carne, di ossa e di peccato. Evidenzia anche, però, che attraverso una faticosa esperienza di ascolto e di preghiera le è stato concesso di percorrere un “cammino”, il più impegnativo della vita, che le ha consentito di passare da una esistenza superficiale e alienata in banalità, a una relazione sempre più viva e amicale con Dio. Questa relazione vitale con Dio, ci racconta Teresa, le ha aperto gli occhi facendole conoscere le proprie fragilità, ma soprattutto l’ha fatta crescere nella consapevolezza di essere, comunque, figlia amata di Dio e della Chiesa. Grazie a questa presa di coscienza, in lei è maturata una più profonda umanità, una maggiore libertà, e una grande generosità. 

Ci dice, ancora, Teresa che l’incontro con Dio, “coltivato” attraverso la contemplazione del volto umano di Gesù, anziché estraniarla dal mondo, ha deposto nella sua vita l’ansia e il tormento per i propri fratelli e per la Chiesa, nella quale si è sentita inserita in modo vitale e con una missione particolare da compiere. Così, in un’epoca in cui le donne non avevano voce nella Chiesa e nella società e per lo più restavano relegate nella cerchia familiare, Teresa, visitata dallo sguardo di Dio, con coraggio, e sfidando le maglie dell’Inquisizione, si è fatta promotrice di un processo di rinnovamento nella chiesa, richiamandola, col suo vissuto e con i suoi scritti, a lasciare una logica di potere e a seguire la via tracciata dal Signore Gesù. 

È in questa prospettiva che riproponiamo l’esperienza di Teresa d’Avila, esperienza che riteniamo propositiva e profetica per la chiesa e per l’uomo di oggi.

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