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venerdì 29 agosto 2025

Migliaia di operatori sanitari (e non solo) hanno digiunato per Gaza


Migliaia di operatori sanitari hanno digiunato per Gaza

Chiedono la fine dei bombardamenti, che il governo non venda più armi ad Israele, che venga riconosciuto il genocidio in atto a Gaza. A Pavia raccolti 120 mila euro per la Palestina. Tante persone in fila per donare cibo per la Global Sumud Flotilla. Il 30 agosto don Nandino Capovilla invita a partecipare alla marcia verso la tomba di don Mazzolari.

Operatori sanitari digiunano per Gaza

C’è una marea di solidarietà, pietà e indignazione che sta crescendo, in Italia, chiedendo la fine dei bombardamenti a Gaza. La fine dell’evacuazione forzata dei palestinesi, la fine dell’affamamento di migliaia di bambini e delle loro famiglie. La fine dell’occupazione della terra perpetrata dai coloni israeliani nei confronti delle comunità, anche cattoliche, della Cisgiordania. La fine di quella che viene vissuta come una enorme ingiustizia nei confronti di un popolo ormai allo stremo.

Palestinesi aspettano di ricevere un pasto nel sud della Striscia di Gaza. Foto Ansa EPA/HAITHAM IMAD

In un’intervista del 2018, la giornalista Francesca Fagnani chiese alla leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni cosa la commuovesse. La risposta dell’attuale premier fu: “I bambini. Da quando è nata mia figlia, non posso più sentire storie tristi che riguardano i bambini perché attacco a piangere…”.

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, al Meeting “Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi”. 
Foto del Governo con licenza CC-BY-NC-SA 3.0 IT

Mercoledì 27 agosto scorso, al Meeting di Rimini la premier ha rivendicato l’accoglienza di piccoli palestinesi malnutriti e mutilati nei nostri ospedali e ha affermato: “Chiediamo a Israele di cessare gli attacchi, di fermare l’occupazione militare a Gaza, di porre fine all’espansione degli insediamenti dei coloni in Cisgiordania, di consentire il pieno accesso degli aiuti umanitari nella Striscia, di partire dalle proposte dei paesi arabi per definire un quadro di stabilità e sicurezza”.


Tuttavia, le sole dichiarazioni non sono sufficienti. La ragion di Stato non può prevalere sulle vite umane: vanno bloccate le forniture d’armi, vanno imposte sanzioni, servono azioni concrete. Bisogna fermare il genocidio e l’esodo forzato dei palestinesi. Lo chiedono da settimane anche medici, infermieri, personale amministrativo, farmacisti e operatori sanitari di tutt’Italia che oggi hanno digiunato per Gaza “mettendoci la faccia”. Le loro foto stanno rimbalzando su tutti i social da Firenze a Caserta, Lecce, Parma, Torino, Napoli, Milano, Catania, Bologna… Gli operatori che hanno aderito sono decine di migliaia e gli ospedali coinvolti circa 500.

Giornata di digiuno e presidio contro il genocidio a Gaza promossa dagli operatori e dalle operatrici del servizio sanitario della rete #digiunogaza, dalla rete Sanitari per Gaza presso ospedale Molinette. Torino 28 agosto 2025 ANSA/TINO ROMANO

Migliaia e migliaia di operatori sanitari impegnati a difendere la vita e la dignità umana stanno dicendo basta al massacro in atto in Palestina.

È bastato poco per provocare quest’ondata di indignazione. Tutto è iniziato appena un mese fa, dal senso di impotenza di Daniela Gianelli e Francesco Niccolai, rispettivamente responsabile dell’ufficio stampa e responsabile della formazione dell’Asl Toscana Nord Ovest.

Operatori sanitari toscani in digiuno contro il genocidio a Gaza

Dal loro desiderio di fare qualcosa per la popolazione palestinese. «Io e il mio collega Francesco Niccolai stavamo parlando della situazione di Gaza, pensando a cosa potevamo fare. A un certo punto ci siamo detti: perché non proviamo a fare un giorno di digiuno per la Palestina, per dare un segnale che la sanità c’è?».

In poche ore è arrivata l’adesione di centinaia di operatori sanitari, non solo toscani, ma anche di altre città italiane. Fino alla manifestazione di oggi.


A promuovere la giornata di digiuno per Gaza – che si è svolta fuori dall’orario di lavoro, dalle 12.30 alle 14.30 – sono stati gli operatori e le operatrici del servizio sanitario delle reti #digiunogaza e “Sanitari per Gaza” e della campagna BDS “TEVA? No grazie”.

«In nome dei valori deontologici che ci accomunano e che ci impegnano a difendere sempre e comunque la dignità umana – hanno scritto – esprimiamo la nostra profonda indignazione e rifiutiamo di rimanere in silenzio di fronte al genocidio in corso a Gaza, pianificato deliberatamente dal Governo di Israele con la complicità dei governi occidentali».


I promotori hanno spiegato che «assistiamo da mesi con sgomento alle bombe, alle deportazioni, alle uccisioni di persone in fila per ottenere cibo, alla distruzione di tutte le infrastrutture civili e sanitarie, alla gravissima carestia e malnutrizione che sta subendo la popolazione. All’arresto, alla tortura e all’uccisione di personale sanitario (secondo l’OMS almeno 1.400 sanitari uccisi) anche nel pieno esercizio delle sue funzioni».


Gli operatori sanitari fanno tre richieste. Chiedono al Governo di “sospendere immediatamente accordi militari e fornitura di armi ad Israele e di chiedere con urgenza il cessate il fuoco e l’apertura di corridoi umanitari per aiuti alimentari e sanitari alla popolazione di Gaza”. Alle Aziende ed Istituzioni sanitarie, agli Ordini professionali, alle Società scientifiche, alle Università ed ai Centri di ricerca chiedono di adottare formalmente una Dichiarazione ove si riconosca il genocidio in corso e si affermi l’impegno a contrastarlo con ogni mezzo a disposizione.


Infine, chiedono a medici, farmacisti, ai pazienti, a Regioni e Comuni di aderire alla campagna di boicottaggio No Teva promossa contro la società farmaceutica israeliana TEVA, complice di occupazione e apartheid, da cui trae profitti, ma anche attivamente coinvolta nel genocidio.


“I medici non possono tacere”, ha dichiarato Pietro Dattolo, presidente dell’Ordine dei Medici della provincia di Firenze. “Auspico – ha affermato il presidente dell’Ordine dei medici di Lecce, Antonio De Maria – che questo giorno di digiuno che attraversa la sanità italiana scuota le coscienze e spinga tutti a una protesta corale contro il genocidio in corso. Alla violenza opponiamo la resistenza pacifica che spesso è più potente di un’arma”.


“Sono mesi che cerco di sentirmi meno inutile informandomi, protestando, donando e boicottando i prodotti israeliani e delle aziende che lucrano su questo massacro. Sono felice come infermiera – ha scritto Francesca M. – di partecipare a questa iniziativa”. Laura M. ha invece digiunato “in memoria dei colleghi uccisi, in solidarietà a quelli che lavorano per attenuare la sofferenza di tutte le vittime di questo massacro pur in una condizione di estrema sofferenza e privazione personale (fame, lutti familiari, turni infiniti) e con strutture sanitarie al collasso. E perché non è più possibile sopportare il silenzio e l’inazione del nostro governo di fronte a questo genocidio”.


Andrea M. ha aderito “perché è una delle poche cose che posso fare per essere dalla parte giusta della storia”. Giusi S. ha digiunato “perché la vita va difesa, sempre”, mentre Cristiana V. perché “non voglio che venga distrutto un popolo con la sua terra”. Al digiuno si sono uniti anche i volontari dell’associazione Libera contro le mafie, fondata da don Luigi Ciotti.


Gli operatori sanitari non sono gli unici ad essersi mobilitati. A Pavia, in un incontro organizzato dalla Diocesi e dalla Caritas a cui doveva intervenire il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, poi assente per l’aggravarsi della situazione a Gaza, sono stati raccolti oltre 120 mila euro in pochi giorni per la popolazione palestinese.

“La situazione che si sta vivendo a Gaza è molto grave. La parte sud della città – ha detto Pizzaballa, secondo quanto riportato da Agensir – è stata quasi completamente rasa al suolo, al nord l’80% è distrutto. Manca il cibo. Non arrivano le medicine. Molti vivono nelle tende, senza nulla, senza privacy. Trasferire le popolazioni, come si vuol fare a Gaza, è immorale, oltre che contrario alle convenzioni internazionali”.

Decine di artisti, youtuber, attivisti stanno invece promuovendo da giorni la mobilitazione della Global Sumud Flotilla: una missione navale pacifica, che coinvolge persone di decine di Paesi del mondo, che cercherà pacificamente di rompere il blocco illegittimo imposto da Israele e di portare a Gaza, via mare, medicine e cibo. Nei vari depositi allestiti, come per esempio a Genova, ci sono state lunghe file di cittadini che volevano dare un contributo. Alla fine, sono state raccolte 50 tonnellate di cibo.

Nandino Capovilla, a destra, in una foto di archivio del 2024 in Palestina. Fonte: Bocche scucite

Di pace a Gaza si è parlato anche alla Mostra del cinema di Venezia. Nel suo intervento, don Nandino Capovilla, sacerdote espulso da Israele al suo arrivo a Tel Aviv, nelle scorse settimane, per il suo impegno per i palestinesi, ha dichiarato: “Da prete che crede fermamente nella nonviolenza attiva, non posso che condannare l’uso delle armi, da qualsiasi parte le si impugni. Da cittadino sostengo la manifestazione che si terrà sabato” a Mantova, con una marcia verso la tomba di don Mazzolari, e — ha aggiunto don Capovilla -“tutti i modi pacifici con cui la società civile, in ogni parte del mondo sta ‘disertando il silenzio’ e la scorta mediatica del genocidio, facendo fiorire creativamente azioni di dissenso, partecipazione e impegno. Ricerchiamo la bussola verso cui orientarci per fermare il massacro, perché si ritorni alla parola, al diritto, all’umanità che tutti ci accomunano. Per non perdere ancora vite umane. Per non perderci. Aggrappiamoci ai valori che sottendono i diritti che i nostri padri e nonni hanno formulato: mai più per tutte e tutti, per una vita degna per tutte e tutti. E con coraggio uniamoci, sempre di più. Perché si fermi tutto questo male”.

Un ragazzo piange la morte del fratello presso l’Al-Shifa di Gaza City, 23 luglio 2025.
Ansa, EPA/MOHAMMED SABER

È con il cuore spezzato che vediamo bambini morire di fame ogni giorno, le loro case distrutte, le loro famiglie umiliate per un po’ di farina e cacciate dalle loro terre. Se fossimo noi, o i nostri cari, al loro posto, continueremmo a far finta di niente?
(fonte: Città Nuova, articolo di Sara Fornaro 28/08/2025)