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martedì 28 ottobre 2025

Il fallimento dell’Onu e l’alternativa possibile di Luigi Ferrajoli

Il fallimento dell’Onu 
e l’alternativa possibile  
di Luigi Ferrajoli


Ottanta anni fa, il 24 ottobre 1945, all’indomani delle due spaventose guerre mondiali, è entrata in vigore la Carta dell’Onu, con la sua promessa di pace. Una promessa non mantenuta, dato che l’Onu non è riuscita a impedire nessuna delle tante guerre che in questi otto decenni hanno insanguinato l’umanità. Il suo lento logoramento, fino all’odierno fallimento, si è aggravato con la fine della guerra fredda.

Con il crollo del muro di Berlino e con l’implosione dell’Urss avrebbe potuto aprirsi un’era di pace. Venuto meno il “nemico” con la fine del comunismo sovietico, non avevano più senso le alleanze militari, inclusa la Nato, che avrebbe potuto sciogliersi, unitamente allo scioglimento, se l’avesse proposto la superpotenza Usa allora incontrastata, di tutti gli eserciti nazionali.

Si sarebbe attuato l’auspicio formulato da Emanuele Kant nel 1795, e l’Onu avrebbe potuto rifondarsi come una Federazione mondiale basata sulla pace e sull’uguaglianza dei popoli e delle persone.

È invece accaduto esattamente il contrario. L’Occidente ha vissuto l’89 come una vittoria e come una sconfitta del suo nemico storico. Ma non è riuscito a rimanere privo del nemico. È andato perciò alla ricerca di nuovi nemici, primo tra tutti il terrorismo, in grado di sorreggere la sua corsa a sempre nuovi armamenti, la sua concezione unilaterale delle relazioni internazionali, il suo suprematismo rispetto alle periferie povere del mondo. Il diritto internazionale è stato frattanto da più parti sistematicamente violato.

OGGI PREVALGONO apertamente la legge del più forte, la logica del nemico e il disprezzo per il diritto. Basti pensare all’intera vicenda palestinese e alle parole sprezzanti nei confronti dell’Onu e del suo segretario Guterres pronunciate da Trump e da Netanyahu.

Siamo in presenza, in breve, di un fallimento del ruolo di garanzia del diritto, nell’ordinamento internazionale, ma anche all’interno delle nostre democrazie. Si tratta di un terribile paradosso.

Nel momento in cui le catastrofi e le sfide globali – il mondo in guerra, i pericoli di un conflitto atomico, il riscaldamento climatico, la crescita delle disuguaglianze e il dramma dei migranti – richiederebbero un aumento del ruolo del diritto quale sistema di limiti imposti ai poteri selvaggi degli Stati e dei mercati, si è prodotto il fenomeno diametralmente opposto: una tendenziale involuzione autocratica dei sistemi politici; la loro sostanziale subordinazione ai poteri economici e finanziari globali, sempre più identificati con pochi multimiliardari; il sostanziale negazionismo delle emergenze globali da parte di questi nuovi padroni del mondo e, insieme, il crollo, fin quasi alla scomparsa, del ruolo delle Nazioni Unite.

Nel convegno sulla crisi dell’Onu che si svolgerà oggi a Roma, in via Panisperna 207, abbiamo opposto a questa crisi la possibilità di un’alternativa. Il fallimento dell’Onu ha mostrato i limiti della carta del 1945 e dalle tante carte internazionali dei diritti umani.

QUELLE CARTE sono fallite – e non potevano non fallire – per due ragioni. La prima è stata la loro mancanza della forza vincolante che è propria delle odierne costituzioni avanzate, cioè di una loro rigida sopraordinazione alle fonti statali, e la conseguente impunità delle loro violazioni sistematiche. La seconda è stata la mancata previsione di adeguate garanzie e istituzioni di garanzia dei diritti di libertà e dei diritti sociali in esse proclamati. I principi della pace e dell’uguaglianza e i diritti fondamentali stipulati in tante carte internazionali sono perciò rimasti, letteralmente, sulla carta.

L’ALTERNATIVA CONSISTE chiaramente nel superamento di questi due limiti. È un’alternativa radicale: il pericolo nucleare, l’inabitabilità della Terra tra crescenti e atroci sofferenze e il caos globale, oppure la rifondazione della carta dell’Onu e delle altre carte internazionali che introduca, come nel nostro progetto di una Costituzione della Terra, rigide garanzie dei principi in esse stabiliti.

QUESTE GARANZIE sono tutte vitali: la previsione come crimini contro l’umanità della produzione e del commercio di tutte le armi, non solo di quelle nucleari ma di tutte le armi da fuoco, a tutela della pace e della sicurezza; un demanio planetario che sottragga al mercato e alla dissipazione i beni vitali della natura, come l’acqua potabile, le grandi foreste e i grandi ghiacciai; la trasformazione dell’Oms, dell’Unesco e della Fao in istituzioni in grado di garantire a tutti salute, istruzione e alimentazione di base; la garanzia del diritto di tutti gli esseri umani di circolare liberamente sulla terra; un fisco globale progressivo in grado di finanziare le istituzioni globali di garanzia e di impedire le odierne accumulazioni sterminate di ricchezze.

Non si tratta di un’ipotesi utopistica. Si tratta della sola risposta razionale e realistica allo stesso dilemma che fu affrontato quasi quattro secoli fa da Thomas Hobbes, quando l’umanità non era dotata delle capacità di autodistruzione odierne. Neppure si tratterebbe di un ordinamento nuovo. Sarebbe l’attuazione di principi e diritti già scritti nelle carte internazionali vigenti: un’attuazione non solo giuridicamente dovuta, ma anche necessaria ed urgente, dato che da essa dipende, per la prima volta nella storia, la sopravvivenza dell’umanità.

(Fonte: “il manifesto” - 24 ottobre 2025)

lunedì 27 ottobre 2025

Terza Assemblea sinodale Approvato il Documento finale del Cammino sinodale: ai vescovi il compito di attuarlo nelle diocesi italiane - L’Introduzione di Mons. Castellucci - Le conclusioni del Card. Zuppi.

Terza Assemblea sinodale 
Approvato il Documento finale del Cammino sinodale:
ai vescovi il compito di attuarlo nelle diocesi italiane

Con 781 voti favorevoli, la Terza Assemblea del Cammino sinodale approva il Documento di sintesi “Lievito di pace e di speranza”. Il testo diventa ora riferimento per orientamenti e delibere della Chiesa italiana. Forte attenzione a sinodalità, corresponsabilità, ruolo dei laici e partecipazione delle donne

(Foto Siciliani - Gennari/SIR)

Con 781 “placet” su 809 votanti, la Terza Assemblea sinodale ha approvato il Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese in Italia, intitolato “Lievito di pace e di speranza”. Il voto – elettronico e a scrutinio segreto – ha riguardato l’intero testo e le tre sezioni in cui è articolato: 124 proposizioni complessive, frutto del confronto emerso nella seconda Assemblea e rielaborato con il contributo della Presidenza Cei, del Comitato sinodale, del Consiglio Permanente, degli Uffici e delle Regioni ecclesiastiche. “Una volta che oggi questa Assemblea ha congedato il testo con il suo voto – ha affermato il card. Matteo Zuppi, presidente della Cei -, è ora compito dei Pastori assumere tutto, individuare priorità, coinvolgere forze vecchie e nuove per dare corpo alle parole. Collegialità e sinodalità”. La prossima Assemblea generale della Cei, in programma a novembre 2025, sarà interamente dedicata alla discussione del Documento, che ora diventa riferimento centrale per l’elaborazione di orientamenti e delibere. Il Consiglio Permanente ha disposto la creazione di un gruppo di vescovi che, con il sostegno degli organi statutari, guiderà questa fase di recezione e discernimento.

“Il Cammino sinodale oggi è terminato – ha aggiunto Zuppi – ma ci accompagnerà lo stile sinodale, che ci spinge a realizzare nel tempo ciò che abbiamo intuito, discusso, scritto e votato”.

Una bellezza che nasce dall’ascolto reciproco

“Quattro anni belli”, ha detto mons. Erio Castellucci, presidente del Comitato nazionale del Cammino sinodale, nel suo intervento introduttivo. “La bellezza, per i cristiani, non è solo armonia, ma è dono, impegno, sacrificio. La nota della bellezza mi pare in grado di riassumere questi anni, che possiamo ora vivere con gioia ed entusiasmo”. Richiamando le tappe del processo avviato nel 2021 su impulso di Papa Francesco, Castellucci ha ricordato come il Sinodo sia stato innanzitutto un’esperienza di persone e relazioni, più che di testi o strutture. “50mila gruppi – ha detto – si sono incontrati, ascoltati e confrontati. È stato un fenomeno unico nella recente storia della Chiesa in Italia”.

Dopo l’interruzione della seconda Assemblea e il ritiro del primo testo delle proposizioni, ritenuto inadeguato, il lavoro ripreso nei mesi successivi ha prodotto un nuovo Documento capace di mediare posizioni diverse senza cedere al compromesso.

“Non è un testo perfetto – ha aggiunto Castellucci – ma riflette il percorso fatto e il senso di fede delle nostre comunità”. Il voto, ha precisato, non è stato espressione di appartenenze, ma atto di coscienza ecclesiale: “Il primato della coscienza personale, inciso nei testi conciliari, deve ispirare il momento assembleare che stiamo vivendo”.
(Foto Siciliani – Gennari/SIR)

Una Chiesa che si lascia trasformare dallo Spirito

A introdurre i lavori è stato padre Sabino Chialà, priore di Bose, con una meditazione sulla spiritualità del discernimento sinodale: “I passi, quando sono veri, trasformano. Non si può camminare restando gli stessi”. Chialà ha ricordato che il cammino sinodale non può ridursi a forma o a meccanismo decisionale, ma deve restare esperienza dello Spirito: “Scelte che non tradiscono ma approfondiscono il deposito della fede, che aiutano a comprendere meglio e a rimanere fedeli al Vangelo di Gesù Cristo”. Nel messaggio indirizzato a Papa Leone XIV, i partecipanti hanno espresso gratitudine per l’accompagnamento ricevuto:

“Il Cammino sinodale ci ha aiutato a riscoprire lo stile della vita e della missione della Chiesa”, scrivono.

Il Papa, ricevendoli nel giugno scorso, aveva esortato a “restare uniti e non difendersi dalle provocazioni dello Spirito. La sinodalità diventi mentalità”. Una raccomandazione che i delegati hanno voluto fare propria: “Assumiamo questo auspicio come impegno concreto da incarnare e vivere sin d’ora”. Per questo il Cammino sinodale – ha ricordato ancora Zuppi – è stato anche “un cantiere di corresponsabilità differenziata”, un’opera di comunione costruita a più mani, nella quale “la profezia non è massimalista né minimalista, ma evangelicamente realista”.

(Foto Siciliani – Gennari/SIR)

Proposte approvate con ampio consenso, ma non senza confronti

Nel dettaglio delle votazioni, il Documento di sintesi è stato approvato con una larghissima maggioranza: l’introduzione ha ricevuto 832 voti favorevoli su 847 (98,23%) e la prima parte 812 su 846 (96%). La sezione iniziale, dedicata al rinnovamento dello stile ecclesiale e missionario, ha raccolto i consensi più ampi. Tra i singoli punti, spicca la proposta 25(e), sulla formazione sinodale dei ministri e dei laici, con 828 voti favorevoli su 844 (98,10%). Anche la 24(d), che sollecita una maggiore sinodalità dei vescovi, ha superato il 97% di approvazione (822 su 844). La 24(e), sull’evangelizzazione digitale, pur approvata con ampio consenso (778 su 847), si attesta attorno al 91,85%. Più articolato il quadro nella Parte III, “La corresponsabilità nella missione e nella guida della comunità”: non esiste un voto aggregato per l’intera sezione, ma la media dei risultati indica una percentuale attorno all’89%, con punte di dissenso significative. La proposta meno votata in assoluto è la 71(c), che chiede il pieno coinvolgimento delle donne nei processi decisionali e nei ruoli di responsabilità: approvata con 625 voti su 813 (76,88%), ha registrato il numero più alto di voti contrari (188). Seguono la 72(d), sull’affidamento stabile ai laici di compiti di guida pastorale e amministrativa (636 voti su 810, 78,52%), e la 71(b), sul riconoscimento delle donne nei ruoli di insegnamento teologico (661 su 817, 80,91%). Anche la 72(c), che apre al discernimento sui nuovi ministeri laicali, pur approvata con l’82,37%, riflette un confronto acceso. Al di fuori della Parte III, la proposta 30(c), sull’ascolto delle persone ferite o escluse, ha raccolto 672 voti favorevoli su 826 (81,35%), con 154 contrari: un dato che segnala la delicatezza del tema. Sul piano amministrativo, la 74(c), sull’introduzione di strumenti di valutazione e trasparenza, è stata approvata con 781 voti su 815 (95,83%), ma non senza qualche riserva. L’insieme dei dati restituisce un quadro in cui la Chiesa italiana condivide in modo ampio la prospettiva di uno stile più sinodale, pur mostrando cautele e resistenze quando si toccano strutture di potere, ruoli di guida e nuove forme ministeriali.
(fonte: SIR, articolo di Riccardo Benotti 25/10/2025)

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Per approfondire:

Gli adolescenti italiani tra ansia e fiducia: il futuro come responsabilità

Gli adolescenti italiani tra ansia e fiducia:
il futuro come responsabilità

La ricerca del Cremit dell’Università Cattolica fotografa una generazione inquieta ma consapevole: preoccupata per l’incertezza, ma pronta a costruire il domani con studio, impegno e relazioni solide


Pensano al futuro con apprensione ma anche con senso di responsabilità. Sono consapevoli dei rischi del presente, ma non rinunciano a progettare, a credere nel cambiamento, a immaginare un domani migliore. È il ritratto degli adolescenti italiani delineato dalla ricerca del CREMIT (Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media, all’Innovazione e alla Tecnologia) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, promossa da Avvenire e da ScuolAttiva Onlus. Lo studio, presentato oggi nell’aula Bontadini dell’ateneo milanese durante il convegno “Siamo futuro: gli e le adolescenti si raccontano”, ha coinvolto 752 giovani tra i 16 e i 18 anni provenienti da tutta Italia.

Tra inquietudine e progettualità

Dalla ricerca emerge una generazione sospesa tra paura e speranza. Quasi tre ragazzi su quattro dichiarano di pensare spesso o continuamente al proprio futuro: una riflessione che oscilla tra ansia e desiderio di pianificazione. Le emozioni prevalenti sono preoccupazione, insicurezza e ansia, ma convivono con curiosità e motivazione. Alla domanda “quale parola associ al futuro?”, le risposte più frequenti sono “cambiamento” (15%), “responsabilità” (12%), “ambizione” (11%), “indipendenza economica” (11%) e “speranza” (9%). Un lessico che riflette consapevolezza, senso del dovere e voglia di autonomia.

La formazione al centro

Lo studio conferma l’importanza attribuita dai giovani all’istruzione: il 76,7% intende laurearsi, riconoscendo nella formazione universitaria la chiave per l’autorealizzazione. Un 18,7%, invece, preferirebbe entrare subito nel mondo del lavoro, scegliendo un percorso più pratico e diretto.
Sul piano professionale prevale il bisogno di sicurezza: il 70% sogna un impiego stabile a tempo indeterminato, ma cresce l’interesse per forme di lavoro autonomo (20%) e ibrido o flessibile (35%). Nonostante l’incertezza, il 60% degli intervistati si immagina soddisfatto della propria situazione economica futura, mentre un 36% pensa di dover continuare a impegnarsi per migliorarla.

Tecnologia e ambiente: risorse da gestire con misura

La tecnologia è vista come strumento di supporto: per il 43% dei giovani serve a migliorare la vita quotidiana e lavorativa, ma non deve sostituirsi alle decisioni umane. È una generazione che parla di equilibrio tra online e vita reale, segno di un approccio critico e consapevole al digitale.
Anche sul fronte ambientale emerge lucidità: la crisi climatica è percepita come un fatto irreversibile, ma non senza speranza. I ragazzi chiedono impegno collettivo e responsabilità personale, convinti che il cambiamento sia possibile.

Famiglia, amicizia e volontariato: i pilastri del domani

Accanto a tecnologia e lavoro, la dimensione relazionale resta centrale. La famiglia rimane un punto di riferimento valoriale e simbolico: molti si immaginano genitori intorno ai quarant’anni, in un equilibrio tra tradizione e libertà. L’amicizia è considerata una presenza costante, una rete affettiva autentica.
Particolarmente significativo è il dato sul volontariato: il 42% dei giovani dichiara di essere impegnato in attività solidali, con una partecipazione più alta tra le ragazze (48%) rispetto ai ragazzi (32%). Le esperienze più diffuse riguardano oratori, doposcuola e associazioni sportive. Non si tratta di un rifugio, ma di una scelta consapevole: chi si dedica agli altri mostra più fiducia e serenità rispetto al futuro, trasformando la preoccupazione in responsabilità.

Un ottimismo consapevole

La ricerca, commentata dalle docenti Alessandra Carenzio, Linda Lombi e Annalisa Valle, insieme alla professoressa Cecilia Delvecchio dell’Istituto “Mattei” di San Donato, e con il contributo di giovani come Chiara Luzi (Centro Ricerche Orientamento Scolastico e Professionale) ed Elena Di Natale (Medici Senza Frontiere), delinea dunque un ritratto complesso e maturo.
Come ha osservato Matteo Lancini, presidente della Fondazione Minotauro, intervenuto in dialogo con gli studenti, questi ragazzi non sono rassegnati ma consapevoli: cercano stabilità, senza rinunciare alla libertà e all’innovazione.

Nel complesso, l’indagine racconta una generazione che crede nel futuro, ma lo affronta con i piedi per terra. Giovani che vogliono costruire, non solo sognare; responsabili, ma non disillusi; realisti, ma non cinici. In loro la paura dell’incertezza convive con la fiducia di poter incidere davvero sul mondo.
(fonte: Famiglia Cristiana 24/10/2025)

Leone XIV: "Gesù ci dà un messaggio potente: non è ostentando i propri meriti che ci si salva, né nascondendo i propri errori, ma presentandosi onestamente, così come siamo, davanti a Dio, a se stessi e agli altri, chiedendo perdono e affidandosi alla grazia del Signore." Angelus 26/10/2025 (testo e video)

PAPA LEONE XIV

ANGELUS

Piazza San Pietro
XXX Domenica del Tempo Ordinario, 26 ottobre 2025


Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Oggi il Vangelo (cfr Lc 18,9-14) ci presenta due personaggi, un fariseo e un pubblicano, che pregano nel Tempio.

Il primo vanta un lungo elenco di meriti. Le opere buone che compie sono molte, e per questo si sente migliore degli altri, che giudica in modo sprezzante. Sta in piedi, a testa alta. Il suo atteggiamento è chiaramente presuntuoso: denota un’osservanza della Legge esatta, sì, ma povera d’amore, fatta di “dare” e di “avere”, di debiti e crediti, priva di misericordia.

Anche il pubblicano sta pregando, ma in modo molto diverso. Ha tanto da farsi perdonare: è un esattore al soldo dell’Impero romano, e lavora con un contratto di appalto che gli permette di speculare sui proventi a scapito dei suoi stessi connazionali. Eppure, alla fine della parabola, Gesù ci dice che proprio lui, tra i due, è quello che torna a casa “giustificato”, cioè perdonato e rinnovato dall’incontro con Dio. Perché?

Anzitutto, il pubblicano ha il coraggio e l’umiltà di presentarsi davanti a Dio. Non si chiude nel suo mondo, non si rassegna al male che ha fatto. Lascia i luoghi in cui è temuto, al sicuro, protetto dal potere che esercita sugli altri. Viene al Tempio da solo, senza scorta, anche a costo di affrontare sguardi duri e giudizi taglienti, e si mette davanti al Signore, in fondo, a testa bassa, pronunciando poche parole: «O Dio, abbi pietà di me peccatore» (v. 13).

Così Gesù ci dà un messaggio potente: non è ostentando i propri meriti che ci si salva, né nascondendo i propri errori, ma presentandosi onestamente, così come siamo, davanti a Dio, a se stessi e agli altri, chiedendo perdono e affidandosi alla grazia del Signore.

Commentando questo episodio, Sant’Agostino paragona il fariseo a un malato che, per vergogna e orgoglio, nasconde al medico le sue piaghe, e il pubblicano a un altro che, con umiltà e saggezza, mette a nudo davanti al dottore le proprie ferite, per quanto brutte a vedersi, chiedendo aiuto. E conclude: «Non ci stupisce […] se quel pubblicano, che non ebbe vergogna a mostrare la sua parte malata, se ne tornò […] guarito» (Sermo 351,1).

Cari fratelli e sorelle, facciamo così anche noi. Non abbiamo paura di riconoscere i nostri errori, di metterli a nudo assumendocene la responsabilità e affidandoli alla misericordia di Dio. Potrà così crescere, in noi e attorno a noi, il suo Regno, che non appartiene ai superbi, ma agli umili, e che si coltiva, nella preghiera e nella vita, attraverso l’onestà, il perdono e la gratitudine.

Chiediamo a Maria, modello di santità, che ci aiuti a crescere in queste virtù.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Sono vicino con affetto alle popolazioni del Messico orientale, colpite nei giorni scorsi dall’alluvione. Prego per le famiglie e per tutti coloro che soffrono a causa di questa calamità, e affido al Signore, per intercessione della Vergine Santa, le anime dei defunti.

Prosegue incessante la nostra preghiera per la pace, particolarmente mediante la recita comunitaria del santo Rosario. Contemplando i misteri di Cristo insieme con la Vergine Maria, facciamo nostra la sofferenza e la speranza dei bambini, delle madri, dei padri, degli anziani vittime delle guerre… E da questa intercessione del cuore nascono tanti gesti di carità evangelica, di vicinanza concreta, di solidarietà… A tutti coloro che, ogni giorno, con fiduciosa perseveranza, portano avanti questo impegno, ripeto: “Beati gli operatori di pace”!

Saluto tutti voi, romani e pellegrini provenienti dall’Italia e da tante parti del mondo, in particolare quelli di Logroño, in Spagna, San Pedro del Paraguay, Recreio (Brasile) e i cubani residenti in Europa.

Saluto inoltre i fedeli di Ginosa, Genova, Corato, Fornovo San Giovanni, Milano, San Giovanni Ilarione, Porto Legnago, i ragazzi di Scicli, i cresimandi della Diocesi di Saluzzo, le Suore Riparatrici del Sacro Cuore che celebrano 150 anni di fondazione, il gruppo di Comunione e Liberazione di Pavia e la Corale Polifonica di Milazzo.

Grazie a tutti! Buona domenica!
Guarda il video



domenica 26 ottobre 2025

25/10/2025 Udienza giubilare la catechesi di Leone XIV sul tema «sperare non è sapere» - Diventare popolo in cui gli opposti si compongono in unità

All’udienza giubilare la catechesi di Leone XIV sul tema
«sperare non è sapere»

Diventare popolo
in cui gli opposti
si compongono in unità


«Anche nella Chiesa di oggi» molte «domande mettono in crisi il nostro insegnamento»: quelle «dei giovani, dei poveri, delle donne, di chi è stato messo in silenzio o condannato, perché diverso dalla maggioranza». Ecco perché «siamo in un tempo benedetto! La Chiesa diventa esperta di umanità, se ha nel cuore l’eco delle sue domande». È l’insegnamento attuale che Leone XIV ricava dagli interrogativi del cardinale Nicola Cusano. Il teologo del quindicesimo secolo ha infatti ispirato la catechesi del Papa all’udienza giubilare di stamane in piazza San Pietro. Agli oltre quarantamila fedeli presenti e ai tanti che lo seguivano attraverso i media, il Pontefice ha offerto una riflessione sul tema «Sperare è non sapere». Del resto, ha spiegato, «noi non abbiamo già le risposte a tutte le domande. Abbiamo però Gesù. Seguiamo Gesù. E allora speriamo ciò che ancora non vediamo». Da qui l’auspicio di Leone XIV: «Diventiamo un popolo in cui gli opposti si compongono in unità»; «impariamo, avanzando un passo dopo l’altro. È un cammino non solo della Chiesa, ma di tutta l’umanità». Ed è, ha assicurato il Papa, «un cammino di speranza».

Tra i saluti ai gruppi di pellegrini presenti, particolarmente significativo quello rivolto ai polacchi, con il ricordo del «centenario della storica Bolla di Papa Pio XI — già eroico Nunzio Apostolico a Varsavia — che riorganizzò l’amministrazione della Chiesa in Polonia e, dopo il tragico periodo delle spartizioni e delle guerre, creò alcune nuove diocesi».
(fonte: L'Osservatore Romano 25/10/2025)

Leggi anche:

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO C

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO C 
26 Ottobre 2025


Per chi presiede

Fratelli e sorelle, il Signore ci ha ricordato che la preghiera è necessaria come il respiro e che deve essere, soprattutto, un incontro vero con il Tu amante del Padre. Con umiltà e confidenza innalziamo a Lui le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/   Ascoltaci, o Padre

  

Lettore


- Fa’ della tua Chiesa, o Padre, una vera casa di preghiera, dove sia possibile gustare la tua presenza che perdona, che abbraccia e che crea comunione tra i fratelli e le sorelle. Fa’ che in essa nessuno si senta escluso, ma che ognuno possa trovare nel volto degli altri non dei giudici, ma dei fratelli e delle sorelle, con i quali costruire una comunità di fede. Preghiamo.

- A Te, o Padre, affidiamo la guerra ancora in corso tra Russia e Ucraìna: illumina e sostieni movimenti popolari nonviolenti ed iniziative dei governi volti a fermare questa guerra. Ti affidiamo anche la fragile tregua nella terra di Gaza tra Israele e il popolo palestinese: fa’ che questa tregua si trasformi in un vero percorso di pace e di ricostruzione urbanistica del territorio e soprattutto di ricostruzione civile, morale e culturale delle persone. Preghiamo.

- Vogliamo ricordare, o Padre, il dramma dei tanti migranti, giovani e ragazzi, che affrontano il mar Mediterraneo e dove molti di loro perdono la vita. Illumina con la tua sapienza i governanti della nostra Europa, affinché sappiamo progettare veri cammini di inclusione e di piena integrazione. Preghiamo.

- Sostieni, o Padre, le nostre famiglie. Liberale dall’individualismo, affinché possano costruire una comunità domestica fondata sul rispetto umano e sull’amore maturo e responsabile che si prende cura dell’altro, e non sull’amore possessivo, il cui esito spesso si traduce in relazioni violente, fino al femminicidio. Preghiamo.

- Davanti a te, o Padre, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo, inoltre, delle donne – sempre più numerose – vittime di femminicidio e delle vittime – anch’esse sempre più numerose – degli incidenti sul lavoro. Accogli tutti nella gioia della Tua presenza. Preghiamo.


Per chi presiede

O Dio nostro Padre, ti abbiamo presentato le nostre suppliche: accoglile, se sono conformi alla tua volontà e ai tuoi progetti; e dona a noi la consapevolezza delle nostre fragilità e l’umiltà di compiere un vero cammino di conversione. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.

AMEN.


"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 51 - 2024/2025 - XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno C

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino


 XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno C

Vangelo:

La Fede è l'architrave della porta di ingresso del Regno, gli stipiti che la sostengono sono la preghiera e l'umiltà. Senza la preghiera la Fede muore di asfissia, senza l'umiltà cresce in presunzione. Chi ritiene di essere giusto (oggi diremmo santo), inevitabilmente si gonfia d'orgoglio e disprezza i fratelli; è quello che Gesù chiama: «il lievito dei farisei» (Lc 12,1ss), la mentalità che ci fa credere di essere superiori agli altri, che ci fa disprezzare coloro che sono diversi da noi, come i pubblicani, ritenuti peccatori insalvabili, causa diretta del ritardato avvento del Regno di Dio. Di contro, il fariseo è l'immagine del credente integerrimo, irreprensibile, l'uomo-in-piedi che osa vantare crediti persino davanti all'Altissimo. La sua preghiera, infatti, non è un rendimento di grazie a Dio per quanto ha ricevuto, ma una continua lode di sé che lo gonfia a dismisura separandolo dal resto degli uomini. «Davanti a Colui che ha detto: "IO-SONO", egli gode del suo: "IO-NON-SONO". La sua è la preghiera del nulla, una preghiera satanica» (cit.). Sciorina davanti alla Shekinà, la Divina Presenza, tutto il suo armamentario di buone azioni, ma la sua preghiera e la sua adorazione non sono rivolte a Dio, ma centrate su se stesso. Nonostante le apparenze, il fariseo non sta davanti al Signore, ma al suo ego (pros heauton = davanti a se stesso), ritiene di meritare la stima, il plauso e la ricompensa di Yahweh per tutto quanto fa: ma dove lo trova il Signore uno più bravo e più buono di lui? Chi crede di essere migliore degli altri quando prega, è lontano mille miglia da Colui che si è fatto ultimo e più piccolo di tutti. Senza l'umiltà e la retta conoscenza di sé - che ci fanno consapevoli di peccato - non esiste preghiera. L'azione del fariseo è riprovata perché egli ritiene di essere giusto separandosi così dai fratelli, al contrario della preghiera del pubblicano, che viene accolta perché cosciente di essere peccatore. E' lo scandalo del Vangelo, la Buona Notizia che Dio ci ama non per i nostri meriti (qualcuno, forse, può vantarne?), ma perché è nostro Padre e non può fare altro.

sabato 25 ottobre 2025

QUESTIONE DI STELLE “Le regole della preghiera, semplici come quelle della vita: 1. Se metti al centro l’io, nessuna relazione funziona. Il tu viene prima dell’io. 2. Si prega non per ottenere ma per incamminarsi ed essere trasformati.” - XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO C - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

QUESTIONE DI STELLE


Le regole della preghiera, semplici come quelle della vita: 
 1. Se metti al centro l’io, nessuna relazione funziona. Il tu viene prima dell’io.  
2. Si prega non per ottenere, ma per incamminarsi ed essere trasformati.

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato». Lc 18,9-14
 
QUESTIONE DI STELLE
 
Le regole della preghiera, semplici come quelle della vita:
1. Se metti al centro l’io, nessuna relazione funziona. Il tu viene prima dell’io.
2. Si prega non per ottenere ma per incamminarsi ed essere trasformati.

Due personaggi salgono al tempio a pregare: un fariseo devoto e buon cittadino, che paga le decime anche più di quanto dovuto, digiuna il doppio di quanto richiesto, e prega. E un pubblicano, un pubblico trasgressore della legge, uomo di denaro e di potere.

Il primo, ritto davanti all’altare, inizia ringraziando, ed è il modo giusto; ma poi sbaglia tutto, perché non fa che innalzare un monumento a se stesso; non vuole provare ad alzare la sua vita all’altezza di Dio, ma abbassare Dio alla sua misura.

E raddoppia lo sbaglio aggiungendo: io non sono come gli altri, tutti imbroglioni, ladri, falsi, disonesti. Io sono molto meglio. Ma non si può lodare Dio e disprezzare i suoi figli; è ateismo dire preghiere e al tempo stesso denigrare, umiliare, accusare.

Si possono osservare tutte le regole formali della religione, “ma guai a quelli che pagano la decima della menta, dell’aneto e del cumino, e poi trasgrediscono giustizia, compassione, fedeltà” (Mt 23,23). Guai ai formalisti, che hanno cura per le più piccole rubriche e disprezzo per l’uomo.

Ed ecco il pubblicano, un grumo di umanità ricurva in fondo al buio del tempio, e della sua vita: fermatosi a distanza, si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.

Non sa neanche tanto cosa dire, ma mette in campo tutto: corpo, cuore e voce; ne fa uscire una supplica, dove sorge un piccolo termine che cambia tutto: «tu», «Signore, tu abbi pietà di me peccatore».

E sotto quelle parole affiora tutto il non detto di una vita: “Sono un ladro, è vero, ma così non sto bene, non sono contento. Vorrei essere diverso, ma non ci riesco, non ce la faccio ancora, ma tu abbi pietà e aiuta”.

Lui tornò a casa sua giustificato. Perché l’altro no?

Perché il fariseo ha continuato a far ruotare tutto attorno a un altro piccolo termine seduttore: ‘io’, io pago, io digiuno, io... In fondo non prega Dio, ma l’immagine di sé proiettata nel cielo, una maschera che deforma il volto di Dio.

La parabola ci rivela due regole della preghiera, semplici come quelle della vita.

1. Se metti al centro l’io, nessuna relazione funziona. Non nella coppia, non con i figli o in comunità, tanto meno con Dio. Il tu viene prima dell’io.

2. Si prega non per ottenere ma per incamminarsi ed essere trasformati.

Il pubblicano tornò a casa perdonato, non perché più onesto o più umile del fariseo (Dio non si merita, neppure con l’umiltà) ma perché si apre – come una porta che si apre al sole, una vela che si inarca al vento – a Dio che entra in lui, con la sua misericordia, questa straordinaria debolezza di Dio che è la sua vera onnipotenza.

Il fariseo non vuole assolutamente cambiare, lui è a posto, sono gli altri a essere sbagliati, e forse un po’ anche Dio.

Il pubblicano invece si batte il petto perché non è contento, vorrebbe cambiare la sua vita, su di una misura più alta. Non sa più dov’è la sua stella, l’ha persa e vuole incamminarsi a cercarla.

Se smetto di cercare la mia stella, per me finisce il cielo.


Gaza, appello MSF: “Evacuazioni mediche aumentino in modo drastico e urgente”

Gaza, appello MSF:
“Evacuazioni mediche aumentino in modo drastico e urgente”

740 pazienti, di cui 137 bambini, morti in attesa di un’evacuazione medica mai avvenuta.
  • Servono cure immediate e urgenti
  • Le evacuazioni mediche e gli aiuti umanitari vanno incrementati
  • Poche evacuazioni, molto squilibrio tra chi accoglie

Servono cure immediate e urgenti

Chiediamo ai governi di tutto il mondo di aumentare in modo drastico e urgente le evacuazioni mediche per migliaia di pazienti che non hanno accesso alle cure necessarie a Gaza. Queste evacuazioni devono essere accompagnate da un impegno costante per mantenere il fragile cessate il fuoco — già violato più volte — e per garantire un afflusso massiccio e senza restrizioni di aiuti umanitari nella Striscia.

Le evacuazioni mediche da Gaza sono riprese il 22 ottobre, dopo una sospensione iniziata il 29 settembre. Esortiamo i governi di tutto il mondo a salvare vite umane aumentando urgentemente e in modo significativo questa vitale via di salvezza. Le autorità israeliane devono consentire ai pazienti di lasciare Gaza per ricevere le cure di cui hanno bisogno e garantire il loro diritto a farvi ritorno.

I palestinesi a Gaza stanno subendo un genocidio. Il sistema sanitario è al collasso. Le forze israeliane hanno attaccato gli ospedali, distruggendoli. Hanno ucciso, arrestato e costretto alla fuga il personale medico, oltre ad aver sistematicamente bloccato l’ingresso dei rifornimenti nella Striscia”.
dr. Javid Abdelmoneimpresidente internazionale MSF

A ottobre 2025, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), oltre 15.600 persone – di cui il 25% bambini – sono in attesa di un’evacuazione medica salvavita da Gaza.

Tra i pazienti ci sono persone con gravi traumi causati da arma da fuoco o da esplosioni, oltre a malati affetti da patologie croniche e potenzialmente letali come tumori o insufficienza renale.

Pazienti come Mira, una bambina di 10 anni, a cui è stata diagnosticata un’insufficienza renale acuta, e Yazan, un bambino di 7 anni con anomalie cerebrali congenite che necessiterebbero di interventi chirurgici regolari. Da più di un anno aspettano che un paese li accolga per ricevere le cure necessarie, prima che sia troppo tardi.

Questi pazienti non possono aspettare che il sistema sanitario venga ricostruito: hanno bisogno di cure immediate e urgenti. Tra luglio 2024 e agosto 2025, almeno 740 pazienti, tra cui 137 bambini, sono morti in attesa di essere evacuati. Si tratta di morti evitabili, causate non solo dalla distruzione degli ospedali, ma anche dall’inazione politica”.
dr. J. Abdelmoneim

Tra queste morti evitabili c’è anche quella di Sarah, nata con una rara malattia genetica che comprometteva la capacità del suo corpo di assorbire i nutrienti. Sarah è morta a soli 6 mesi mentre aspettava di essere evacuata per ricevere una diagnosi appropriata e cure adeguate.

Le evacuazioni mediche e gli aiuti umanitari vanno incrementati

Riconoscendo l’impegno dell’Italia, primo paese occidentale per numero di persone accolte (196), esortiamo il governo italiano a rafforzare ulteriormente le evacuazioni alla luce degli ingenti bisogni ancora presenti.

Insieme ad altre associazioni, abbiamo inoltre manifestato alle autorità la nostra disponibilità a collaborare nella presa in carico dei pazienti una volta in Italia (in fondo al comunicato il numero di evacuazioni mediche effettuate per paese).

A livello mondiale, in una lettera aperta indirizzata ai capi di stato, il dottor Abdelmoneim avverte anche che il cessate il fuoco da solo non porrà fine alla catastrofe medica e umanitaria in corso che i palestinesi continuano a subire.

Sebbene stiano iniziando ad arrivare più aiuti umanitari, chiediamo che gli ingressi vengano rapidamente incrementati – includendo forniture mediche, carburante, acqua potabile, cibo e rifugi – per soddisfare gli enormi bisogni di due milioni di persone, molte delle quali stanno tornando alle rovine delle loro case mentre l’inverno si avvicina.

A ottobre 2025, l’OMS ha confermato che solo 14 dei 36 ospedali di Gaza sono ancora parzialmente funzionanti. Nessuno di questi è pienamente operativo, in seguito agli attacchi sistematici e diretti da parte di Israele, tra cui offensive terrestri, bombardamenti con carri armati e attacchi aerei.

Secondo il ministero della salute, sono stati uccisi 1.722 operatori sanitari. Appena una settimana prima del cessate il fuoco, 2 operatori della nostra équipe – un terapista occupazionale e un fisioterapista – sono stati uccisi da un attacco aereo israeliano mentre si recavano al lavoro. In totale, negli ultimi 2 anni sono stati uccisi 15 operatori del nostro team.

Un chirurgo ortopedico della nostra organizzazione, il dottor Mohammed Obeid, è detenuto in condizioni durissime dall’ottobre 2024. Chiediamo con urgenza il suo rilascio. La perdita di operatori sanitari è devastante per i pazienti di Gaza.

Poche evacuazioni, molto squilibrio tra chi accoglie

Mentre alcuni paesi come Egitto, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Turchia e Giordania hanno fatto la loro parte, altri non hanno fatto praticamente nulla. Questa inazione è indifendibile”.
dr. J. Abdelmoneim

Per sottolineare la portata di questa inazione, abbiamo pubblicato i dati delle evacuazioni mediche da Gaza, mettendo a confronto gli sforzi compiuti dai vari paesi.

Questi dati rivelano un forte squilibrio: mentre una manciata di paesi ha aperto le porte a migliaia di pazienti, molti governi che hanno la capacità di fare di più ne hanno accolti pochi o nessuno.

Esortiamo i governi a:
  • continuare a fare pressione per garantire che il cessate il fuoco sia mantenuto e accompagnato da un massiccio afflusso di aiuti umanitari,
  • aumentare in modo drastico e con urgenza il numero di evacuazioni mediche da Gaza, ed esercitare la propria influenza per garantire che Israele non blocchi le evacuazioni mediche,
  • dare priorità alle evacuazioni in base all’urgenza medica e alle necessità cliniche, anche per gli adulti e gli anziani che costituiscono il 75% dei pazienti in lista d’attesa,
  • accelerare le procedure amministrative e di rilascio dei visti per i pazienti e gli accompagnatori, al fine di ridurre ritardi che mettono a rischio la vita dei pazienti,
  • garantire il diritto dei pazienti di rimanere all’estero, qualora lo desiderino, assicurando al contempo il diritto a un ritorno sicuro, dignitoso e volontario a Gaza,
  • fornire condizioni di vita dignitose ai pazienti e a chi li assiste, cure di follow-up e servizi di riabilitazione durante la permanenza all’estero. L’assistenza deve includere il supporto psicologico, necessario per tutti i pazienti e per chi li assiste.

Totale evacuazioni mediche per paese
(dati aggiornati al 21 ottobre 2025)

Egitto 3.995
UAE 1.499
Qatar 970
Turchia 441
Giordania 240
Italia 196
Algeria 136
Tunisia 73
Oman 56
Romania 48
Spagna 45
UK 39
Norvegia 28
USA 28
Francia 27
Belgio 14
Irlanda 12
Grecia 10
Svizzera 7
Malta 4
Canada 2
Giappone 2
Lussemburgo 2
Australia 1
(fonte: MEDICI SENZA FRONTIERE 23/10/2025)


Enzo Bianchi Quali i confini della Chiesa di Cristo?

Enzo Bianchi
Quali i confini della Chiesa di Cristo?

La nostra natura di mendicanti in ricerca ci aiuta a voler cercare un silenzio muto, ma ricco di grazia

Famiglia Cristiana - 19 Ottobre 2025
Rubrica: Cristiano, chi sei?


Nel Salmo 65 colui che prega ha l’audacia di dire: “Per te, Signore, anche il silenzio è lode!”. Sì, la lode a Dio non è fatta solo con le parole, con il canto, ma anche con il silenzio. Com’è possibile? In verità chi prega veramente dando del “tu” a Dio sente il bisogno a volte semplicemente di restare in silenzio, non muto ma in un silenzio di adorazione davanti a Dio. Perché in noi c’è un non-detto e un non-dicibile che è significativo, che è eloquente, anche se non si esprime verbalmente. Purtroppo oggi si è poco esercitati a questo silenzio che viene a mancare nella liturgia e di conseguenza non è più indicato come necessario nella preghiera personale. Certamente è abbastanza praticato il silenzio di meditazione che segue l’ascolto o la lettura della parola di Dio. Ciò che è stato ascoltato va deposto nel cuore, va pensato e meditato, va “ruminato”, direbbero i padri monastici medievali, in modo da restare impresso e non facilmente dimenticabile. Custodire la parola di Dio nel proprio cuore è arte decisiva per un ascolto che diventi obbedienza e pratica. Maria, la madre di Gesù, resta il modello di chi vuole custodire e serbare la parola di Dio in cuor suo (cf. Lc 2,21). Silenzio di stupore, silenzio della fede! Sappiamo che c’è un silenzio muto che coglie a volte il credente nella preghiera, e non è un silenzio contrassegnato dalla grazia, ma va anch’esso accettato per essere consapevoli della nostra qualità di mendicanti. Dobbiamo chiedere di saper comunicare con lui anche con il silenzio, facendo del silenzio la nostra possibile lode nei giorni di aridità.

Mi confidava un abba dell’Athos: “Da un anno non ho parole per pregare, ma vado in chiesa e sto alla presenza di Dio in silenzio. Mi basta che lui mi guardi!”.
(fonte: blog dell'autore)



venerdì 24 ottobre 2025

Giuseppe Savagnone: I morti senza tomba che non dobbiamo dimenticare

Giuseppe Savagnone

I morti senza tomba che non dobbiamo dimenticare

Foto di Zach Lucero su Unsplash

«Seppellire i morti»

Ha assunto in questi giorni grande risalto – mettendo addirittura in forse la prima fase del piano di pace di Trump – la questione della mancata restituzione, da parte di Hamas, dei corpi di alcuni degli ostaggi israeliani non più in vita.

I loro familiari, pur straziati dal dolore per non averli visti tornare a casa, vogliono a tutti i costi riaverli almeno morti, per poter dare loro- – è stato spiegato – «degna sepoltura».

Un desiderio umanissimo, che non può non suscitare, al di là di tutte le considerazioni politiche e diplomatiche, la piena solidarietà di chiunque. Anche a chi non avesse presenti le testimonianze letterarie circa il ruolo delle tombe – si pensi a «I sepolcri» di Ugo Foscolo – è noto che esse hanno caratterizzato l’esperienza della nostra specie fin dalle sue più remote origini, segnando uno iato rispetto a quella delle altre, che, per quanto ne sappiamo, non si prendono particolare cura di seppellire e di onorare i loro morti.

E lo Stato ebraico ha preso sul serio la delusione di queste famiglie, fino al punto di bloccare per alcune ore la riapertura, appena avvenuta, del valico di Rafah, indispensabile per far finalmente accedere gli aiuti umanitari alla disperata popolazione palestinese. Anche se forse si potrebbe discutere la scelta di garantire il rispetto per i morti i infierendo ulteriormente sui due milioni di vivi .

I corpi degli altri

Una perplessità che si accentua quando ci si chiede che ne sia stato, per contro, dei corpi dei circa sessantacinquemila abitanti di Gaza che, secondo calcoli confermati da più parti sono stati uccisi dopo il 7 ottobre.

Anch’essi erano, nella stragrande maggioranza – l’83% – innocenti civili. E la violenza che li ha uccisi non è stata meno spaventosa di quella che il 7 ottobre ha distrutto le vite degli israeliani.

La giustificazione ufficiale, spesso ripetuta, del loro sacrificio è stata che essi erano utilizzati come scudi umani dai terroristi. La responsabilità della loro tragica morte sarebbe dunque di Hamas, non dell’esercito israeliano, costretto a considerarli dolorosi “danni collaterali” nel suo impegno a colpire i propri obiettivi, sempre rigorosamente militari.

È stato in questa logica che sono stati bombardati e rasi al suolo ospedali, moschee, abitazioni civili, dietro cui, secondo il comando dell’Idf, si nascondevano centri di comando di Hamas.

Con la pretesa di rispettare, così il diritto internazionale, forse ignorando che esso vieta di colpire i civili, senza “se” e senza “ma.”

In realtà – come ha recentemente fatto notare il direttore del quotidiano «La Stampa», Andrea Malaguti – , anche il buon senso si ribella all’idea che, per colpire un nemico – fosse pure colpevole dei peggiori crimini – si abbia il diritto di sterminare degli innocenti. Accetteremmo che venisse fatto saltare in aria un palazzo, con dentro tutti i suoi abitanti, per il lodevole scopo di eliminare un pericolosissimo mafioso che ci si è asserragliato?

A questo va aggiunto che il governo di Tel Aviv ha sempre escluso ogni verifica delle sue affermazioni da parte di osservatori indipendenti e anche l’accesso dei giornalisti stranieri è stato rigorosamente vietato. Le informazioni sull’eccidio della povera gente di Gaza e soprattutto le immagini che ce le hanno fatte rivivere sono trapelate grazie ai reporter palestinesi, i quali hanno sfidato, a rischio della vita, il muro di silenzio eretto dei soldati israeliani, che infatti ne hanno uccisi, in due anni, ben 210 .

Ma le loro testimonianze sono state confermate dal giornale di Gerusalemme «Haasretz», che non esitato a denunciare la caccia scatenata in questi ultimi mesi dall’Idf agli inermi civili.

Dove sono stati sepolti questi morti? Molti sono rimasti sotto le macerie. E sembra siano assai più numerosi di quelli inclusi nei calcoli ufficiali. Di altri – moltissimi i bambini portati tra le braccia dalle loro madri e dai loro padri disperati – – abbiamo visto, nelle immagini della televisione, i corpi straziati, ma di funerali, di sepolture in cimiteri veri e propri, non abbiamo avuto il minimo indizio. E del resto le circostanze drammatiche in cui sono morti rendono molto improbabile che siano state possibili cerimonie funebri.

Tanto più che la maggior parte degli sventurati colpiti dal fuoco israeliano non si trovavano neppure nei loro villaggi, nei luoghi dove erano vissuti fino al 7 ottobre.

Da quel momento non hanno più avuto una dimora, perché una delle caratteristiche disumane dell’offensiva dell’Idf è stata quella di costringere la popolazione a continui spostamenti, con ordini perentori che intimavano di lasciare le loro case e di spostarsi in luoghi più sicuri, poi a loro volta colpiti e quindi di nuovo abbandonati. In questo nomadismo è stato inevitabile abbandonare i morti per cercare di salvare i vivi.

Ma di questi corpi senza tomba, o con tombe improvvisate, nessuno parla. Come se l’opera di misericordia di seppellire i morti – raccomandata anche dal cristianesimo, ma conosciuta da tutte le società umane – non valesse per i gazawi, ma solo per gli israeliani.

Un massacro cancellato

In realtà, nella solenne cerimonia della firma della pace, nessuno ha parlato neppure del massacro di cui questi uomini, queste donne, questi bambini, sono stati vittime. «Una carneficina», l’ha definita il segretario di Stato vaticano Parolin. Un termine più tecnico ha usato la Commissione indipendente dell’ONU, che, al termine di un’accurata inchiesta, ha parlato esplicitamente di «genocidio». Ma già prima la Corte Penale Internazionale aveva emesso un mandato di cattura nei confronti del presidente israeliano Netanyahu e del suo ministro della guerra per «crimini contro l’umanità».

Tutto questo sembra essere stato di colpo cancellato dall’entusiasmo collettivo per una pace a cui tutti anelavano, anche a prezzo di rinunciare – col solito doppio standard usato in questi anni rispetto alla guerra in Ucraina – alla precisazione che una pace è veramente tale solo se è giusta. E la giustizia non è compatibile con la rimozione della memoria.

Il silenzio sui corpi massacrati dei palestinesi – reso più assordante dal grido di dolore e di rabbia per la mancata restituzione di quelli degli ostaggi morti – è stato in realtà silenzio sulle colpe di chi ha provocato, compiuto e permesso questo genocidio.

Perché di esso, a Sharm el Sheikh, non si è detta neppure una parola. Già in sé era problematica la passerella di capi di governo occidentali (compresa la nostra premier, che ha molto tenuto ad essere invitata), convocati da Trump senza altro ruolo che quello, ridicolo e umiliante per loro, di fare da cornice alla sua auto-celebrazione e di avallare con la loro presenza il valore storico di una pace a cui non avevano contribuito e della cui fragilità si sono avuti i primi i segnali dopo appena due giorni.

Ma l’assenza di un qualsiasi cenno al massacro che si è prolungato per due anni e alle responsabilità non solo degli assenti – Hamas , che l’ha provocato, e Netanyahu che ne è stato il diretto autore – ma anche dei presenti, incapaci (con la sola eccezione della Spagna) di muovere un dito per fermarlo, e anzi, in modi diversi, attivi sostenitori del governo israeliano, ha dato a questo spettacolo mediatico il significato di un colpo di spugna sul passato.

La riscrittura della storia e il dovere della memoria

Contemporaneamente è cominciata una campagna per riscrivere la storia di questo passato. Come nel romanzo 1984, di Orwell. Così sta accadendo in Italia.

Emblematica la presa di posizione di Incoronata Boccia – ex vicedirettrice del Tg1 e attualmente a capo dell’ufficio stampa della Rai – che, intervenendo a un convegno sul 7 ottobre promosso dall’Unione delle comunità ebraiche italiane, ha dichiarato: «Si è parlato spesso del cinismo e della spietatezza dell’esercito israeliano, eppure non esiste una sola prova che siano state sventagliate delle mitragliate contro civili inermi. Eppure questo veniva raccontato, questo è stato detto senza alcuna verifica delle fonti. Vergogna, vergogna, vergogna, lo affermo tre volte».

Poi ha parlato di Hamas come dell’organizzatrice di questa gigantesca fake news: «La vogliamo candidare all’Oscar per la miglior regia a cui noi giornalisti ci siamo piegati senza alcuno spirito critico? Sono stati allestiti set, ci sono state delle immagini, delle inchieste, che hanno provato che quella informazione era propaganda».

Boccia non ha precisato quali siano queste inchieste. Tanto meno ha spiegato come mai lo stesso Trump abbia affermato, già nella sua prima conferenza stampa con Netanyahu, nel febbraio scorso, che «Gaza è un inferno, nessuno ci vuole vivere», perché si tratta ormai di «un luogo distrutto». Anche lui complice del complotto antisemita che accusa Israele di colpe non commesse?

Forse, a davanti a queste evidenze, a vergognarsi non dovrebbero essere i giornalisti che ne hanno semplicemente preso atto, ma proprio Incoronata Boccia. Che però – questo è il problema – non è una voce qualsiasi, ma la responsabile dell’ufficio stampa del servizio pubblico della Rai.

Ma non è la sola. Nello stesso convegno Mario Sechi, ex portavoce della premier e direttore di «Libero», ha contestato le accuse – ampiamente documentate da mille immagini televisive, da tutte le organizzazioni umanitarie e perfino da soldati dell’esercito israeliano – di ave affamato il popolo palestinese: «A Gaza – ha detto, con un sarcasmo che a lui e al suo pubblico forse è sembrato spiritoso – non ne ho visti tanti dimagriti…»

E del resto già i giornali di destra avevano pienamente avallato la tesi esposta all’ONU, nell’Assemblea del 25 settembre scorso, da Netanyahu, secondo cui a Gaza non c’era fame e il solo problema era creato da Hamas, che sequestrava gli approvvigionamenti forniti largamente da Israele. Una tesi smentita clamorosamente proprio dal piano Trump, che prevede lo sblocco, da parte di Israele, del valico di Rafah, attraverso cui dovrebbero passare gli aiuti umanitari.

Siamo solo all’inizio di un’operazione di rimozione che – con la complicità di un meccanismo mediatico condannato a inseguire l’attualità per garantirsi l’audience – dei 65.000 morti senza tomba di Gaza parlerà sempre meno fino a negarne presto perfino l’esistenza.

Molti di questi corpi resteranno per sempre sotto le macerie su cui verrà edificato il resort di lusso auspicato da Trump.

Non saranno certo i governi a coltivare una memoria che grida contro di loro. Sta a noi mantenere vivo il ricordo di queste migliaia di uomini, donne, bambini, assassinati in nome della civiltà e della democrazia.

Le persone comuni, soprattutto i giovani, che hanno sfilato nei cortei chiedendo la fine del massacro, devono adesso assumersi un compito più difficile: quello di non dimenticare. Non potendo dare loro una vera sepoltura, sarà questo il solo modo che ci rimane per onorare quei morti.
(fonte: Tuttavia 17/10/2025)