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mercoledì 27 agosto 2025

Anche a Gaza esiste un Dio e chi crede non può tacere di Tommaso Montanari

Anche a Gaza esiste un Dio 
e chi crede non può tacere 
di Tommaso Montanari


La verità. Nei giorni scorsi, suor Giovanna della Piccola famiglia dell’Annunziata in Giordania ha ribadito: “Non può mai esserci neutralità davanti a un genocidio”


Mi sono chiesto a lungo perché papa Francesco ogni giorno chiamasse Gaza. Certo: per essere lì, per confortare, per condividere la prova, per portare nel modo più visibile la presenza della Chiesa. Ma nel vecchio papa che, in punto di morte, parla ogni giorno con questo enorme campo di sterminio dove è in corso un genocidio – un genocidio perpetrato anche dagli stati occidentali che si dicono cristiani, anche dall’Italia – c’è qualcosa di più. E io credo che fosse questo: Francesco sentiva che Dio è a Gaza.

Non solo nella parrocchia di Gaza: in tutto quel popolo. Mentre l’Occidente ricco e potente attraversa una lunga notte di Dio, mentre Dio sembra non farsi trovare nemmeno nelle nostre chiese, a Gaza con ogni evidenza Dio c’è. Nella passione e morte di Gaza, c’è il Dio dei vivi. Il Dio giusto giudice. Il principe della pace. Le parole di Giovanna, monaca della Piccola famiglia dell’Annunziata del Monastero di Ma’ in, in Giordania, risuonano in questa direzione: “Mi addolora profondamente vedere una Chiesa quasi silente. …Ma non può esserci neutralità davanti a un genocidio. O si è complici, o si sceglie la verità. E oggi, la verità urla dalle macerie di Gaza. Decine di migliaia di morti, bambini mutilati nel corpo e nell’anima, ospedali distrutti, famiglie cancellate. Tutto questo accade nel silenzio – o nella complicità – di molti poteri, anche religiosi. Non basta più dirsi ‘in preghiera’. Non basta condannare ‘la violenza in generale’. Dove siamo noi, mentre un popolo viene annientato? Dove sono le nostre comunità, le nostre diocesi? Dove sono le parole profetiche? Dove sono i gesti concreti? … E ancora vi ripropongo quello che da mesi mi sembra l’unico gesto possibile: radunare un centinaio tra religiose e religiosi, e andare a Roma, davanti al Quirinale, a pregare giorno e notte, a leggere i Salmi e il Vangelo. A chiedere con la forza mite della preghiera che il governo italiano interrompa ogni vendita di armi a Israele, che si rompano i legami economici con chi porta avanti un’opera di annientamento. E poi, andiamo anche in piazza San Pietro, con cartelli semplici, diretti, che chiedano al Papa di muoversi: – di andare a Gaza;
- di condannare pubblicamente Israele;
- di lanciare appelli incessanti perché i Paesi occidentali si mobilitino per fermare il genocidio”. Sono parole che hanno due chiavi di lettura. Quella, urgente, di una mobilitazione piena della Chiesa nel mondo. Una mobilitazione che non c’è. Ma ne hanno anche un’altra, per così dire anagogica. Una chiave che porta in altro lo sguardo. Il senso spirituale di queste parole è: dobbiamo convertirci. Lo sguardo verso Gaza è uno sguardo di conversione. Uno sguardo di metanoia: di capovolgimento totale delle nostre convinzioni profonde, delle nostre priorità, del nostro modo di sentire e vedere. Gaza è il margine, la pietra scartata dal costruttore, la pietra d’inciampo. Cristo è a Gaza.

Scrive Gustavo Gutiérrez in Teologia della liberazione: “Convertirsi è sapere ed esperimentare che, contrariamente alle leggi della fisica, si sta in piedi, secondo l’evangelo, solo quando il nostro baricentro cade fuori di noi”. Ecco, il nostro baricentro non è a Roma: è a Gaza. Ecco perché papa Francesco, guidato dallo Spirito di profezia, chiamava Gaza; voleva andare a Gaza; non essere separato da Gaza.

Trovare Dio ad Auschwitz sembrò impossibile. Eppure, c’era. Fare teologia ad Ayacucho (dove la povertà assoluta è solo morte), pareva impossibile. Eppure, si è fatta. Oggi, una Chiesa che voglia riuscire ad annunciare la speranza a un mondo disperato, deve farlo da Gaza. Il teologo della speranza, il protestante Jürgen Moltmann, ha scritto che “se Paolo chiama la morte ‘l’ultimo nemico’, bisogna d’altra parte proclamare che il Cristo risorto, e con lui la speranza della risurrezione, sono i nemici della morte e di un mondo che vi si adatta. Pace con Dio significa discordia con il mondo, poiché il pungolo del futuro promesso incide inesorabilmente nella carne di ogni incompiuta realtà presente… Questa speranza fa della comunità cristiana un elemento di perenne disturbo nelle comunità umane. Essa fa della comunità la fonte di impulsi sempre rinnovati tendenti a realizzare il diritto, la libertà e l’umanità quaggiù, alla luce del futuro che è stato annunciato e che deve venire”. 
Non parlare di Gaza, in tempo opportuno e in tempo non opportuno (per usare le parole di Paolo); non essere a Gaza continuamente con il cuore; non desiderare andare a Gaza: questo significa peccare contro la speranza, cioè adattarsi al mondo com’è. Se abbiamo speranza, allora dobbiamo predicare che il Risorto è nemico del genocidio di Gaza: è irriducibile a questo scandalo di una morte violenta inflitta dai potenti sugli inermi, di questa strage di massa, di questo satanico trionfo del male. “Non è tanto il peccato che ci conduce alla perdizione – diceva Giovanni Crisostomo – quanto piuttosto la mancanza di speranza”. Ecco perché Francesco chiamava Gaza, ogni giorno

(Fonte: "Il Fatto Quotidiano" - 25.08.2025)


Leggi anche il post già pubblicato:
- TACERE È DIRSI COMPLICI - Lettera aperta sul dramma odierno del popolo palestinese dei Frati della Fraternità Carmelitana di Barcellona Pozzo di Gotto

martedì 26 agosto 2025

#L’ abitudine di Gianfranco Ravasi

#L’ abitudine 
di Gianfranco Ravasi 


Non andare dove porta un sentiero.
Va’ invece dove non c’è sentiero e apri una strada.

Il suo nome può essere cercato in una storia della letteratura americana, così come in un dizionario di filosofia, perché egli seppe intrecciare la poesia (pubblicò nel 1847 una raccolta intitolata semplicemente Poesie) con la riflessione filosofica nota come “trascendentalismo” e legata a una storia di pensiero di taglio idealistico-hegeliano con venature panteistiche. È Ralph Waldo Emerson (1803-82) e noi abbiamo attinto a una sua lirica che contiene un messaggio semplice ma incisivo. Immaginiamo un bosco o una pianura attraversati da un sentiero che conosciamo. Il ricordo può andare a una scena tratteggiata da Dante all’ingresso del Purgatorio, quando con Virgilio, sta inoltrandosi in quell’orizzonte: «Noi andavam per lo solingo piano / com’ che torna a la perduta strada» (I, 118-119).

La via nota, smarrita e ritrovata, è un paradigma spirituale che può diventare una parabola della conversione. Emerson, però, propone di aprire una nuova strada. Essa, certo, si basa sul rischio dell’ignoto, ma può essere anche la sorgente di una scoperta: tutte le grandi invenzioni e gli stessi capolavori artistici o letterari sbocciano da un’avventura dello spirito e della mente lungo tracciati inediti ed esperienze creative e innovatrici. La tentazione dell’abitudine è sempre in agguato perché è quieto vivere e assenza di fastidi. Sappiamo, però, quanto essa sia pericolosa perché lentamente fa precipitare nell’assuefazione e nella noia. È, perciò, necessario un guizzo, uno squarcio di novità nel tessuto della monotonia, e questo vale per tutte le realtà umane così da impedire che sfioriscano. Scriveva Shakespeare in un suo sonetto Sweets grown common lose their dear delight, anche le cose più dolci, diventate ordinarie, perdono la loro meravigliosa delizia.

(Fonte: Il sole 24 ore Domenica - 27 luglio 2025)

lunedì 25 agosto 2025

Ezzideen Shehab: "Guarda con orrore, l’abisso della storia: ... Auschwitz, ne senti l’eco? Non è finito. Ritorna, muta, riappare con nuove maschere. E ora la vittima indossa il volto del carnefice... Gaza sta finendo. ... Eppure... qualcosa rimane. Un silenzio... Quel silenzio non morirà. Ti perseguiterà. Perseguiterà il mondo. Perseguiterà Dio stesso".

Le parole di Ezzideen Shehab scrittore, giornalista e medico trentenne a Gaza:


“Da giorni non riesco a respirare. Il petto mi brucia, la gola si chiude. Vaghiamo come pazzi, sconvolti, in attesa del colpo, dell’ordine che ci strapperà via di nuovo. 
Abbiamo conosciuto la guerra, sì, due anni infiniti, che ci hanno rosicchiato come i topi rosicchiano le ossa di un cadavere, ma questo… questo è peggio, infinitamente peggio. Ci dicono di andarcene. Di nuovo. Per la quinta volta. Senti? La quinta! E questa volta, o Dio, questa volta, sappiamo che è l’ultima. L’ultima. Non torneremo. Mai. Non domani, non fra dieci anni, nemmeno nei ricordi sbiaditi dei nostri figli.

La porta che chiudo ora dietro di me non si aprirà mai più alla mia mano. Quel suono, legno contro legno, non è una porta che si chiude. È la mia anima che viene inchiodata nella sua bara. Sono vivo, eppure sono già sepolto.
E cos’è questo esilio? Non è un viaggio, no! È strappare l’ultimo tremulo filo dell’anima umana. Non vogliono uomini, o donne, o bambini. Vogliono ombre. Ombre che strisciano sulla polvere, senza volto, senza nome, senza memoria. Un popolo di tende! Sì, tende! Una nazione il cui destino è tela e corda, la cui più alta ambizione è uno straccio che sbatte al vento. Signore, non è forse una morte più spietata della tomba? Lasciare un uomo che respira, ma derubarlo di tutto ciò che lo rende uomo, condannarlo a camminare come un fantasma che non può nemmeno morire.

La città, la nostra città, amata, tradita, sarà cancellata, spianata e sputata in polvere. Le sue pietre sparse come cenere al vento. Le case dove i bambini litigavano, dove le madri cantavano, dove il pane usciva caldo dal forno, tutto finito, finito per sempre. E poi, o Dio misericordioso, dimenticheremo. Sì, dimenticheremo! Nel tormento della sete, lottando per una goccia d’acqua, dimenticheremo le nostre strade, i nostri muri, le nostre chiavi, le nostre porte. Dimenticheremo il calore dell’inverno le pungenti notti d’estate. Dimenticheremo i vicini, le liti, i matrimoni, le canzoni. Dimenticheremo persino di essere stati umani.

Dimmi, Signore, come può l’uomo dimenticare se stesso? Come può la memoria essere strappata dall’anima come la carne dall’osso? Ricordaci! Ricordaci prima che la rottura sia completa. Ricorda gli occhi dei bambini prima che la loro luce si spenga. Ricorda le lacrime delle madri, le stesse lacrime delle tue madri. Ricorda che abbiamo urlato, che non siamo rimasti in silenzio, che abbiamo provato con gli ultimi brandelli delle nostre forze.

E guarda, guarda con orrore, l’abisso della storia: come coloro che un tempo piangevano nei ghetti, che barcollavano nei campi, che soffocavano nei forni, ora vedono i loro leader preparare il nostro esilio. Auschwitz, ne senti l’eco? Non è finito. Ritorna, muta, riappare con nuove maschere. E ora la vittima indossa il volto del carnefice. Questa è la bestemmia più infernale: che coloro che portano le cicatrici dell’Olocausto ora vedono i loro leader realizzare un Olocausto nuovo.

Scrivi i nostri nomi, ti imploro, ti grido, sui tuoi muri, nei tuoi libri, nelle tue preghiere. Incidili nella pietra, prima che svaniscano nella polvere. Perché domani persino tu dubiterai che abbiamo mai camminato sulla terra. E quando i tuoi figli chiederanno: sono mai stati un popolo? Hanno respirato? Hanno amato? Erano umani? Che cosa risponderai allora, quando la tua stessa memoria ti tradirà?
E Gaza, la mia Gaza, sta finendo. Sì, finendo. Questo è il quinto esilio, e l’ultimo. L’ultimo! Una fine più nera delle pagine più nere della storia, più oscura delle più oscure profezie mai osate immaginare. Eppure, anche mentre scrivo, attraverso lacrime che mi accecano, qualcosa rimane. Un silenzio. Un silenzio più pesante della pietra, più pesante delle tombe, più pesante persino dello sguardo di Dio. Un silenzio che divora il grido stesso, che ruggisce più forte di tutte le urla messe insieme. Quel silenzio non morirà. Ti perseguiterà. Perseguiterà il mondo. Perseguiterà Dio stesso".
Dottor Ezzideen Shehab

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Vedi anche il post:



Leone XIV: "La nostra fede è autentica quando abbraccia tutta la nostra vita, quando diventa un criterio per le nostre scelte, quando ci rende donne e uomini che si impegnano nel bene e rischiano nell’amore proprio come ha fatto Gesù" Angelus 24/08/2025 (testo e video)


PAPA LEONE XIV
ANGELUS
Piazza San Pietro
Domenica, 24 agosto 2025



Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Al centro del Vangelo di oggi (Lc 13,22-30) troviamo l’immagine della “porta stretta”, usata da Gesù per rispondere a un tale che gli chiede se sono pochi quelli che si salvano; Gesù dice: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno» (v. 24).

A prima vista, questa immagine fa sorgere in noi qualche domanda: se Dio è il Padre dell’amore e della misericordia, che sempre rimane con le braccia aperte per accoglierci, perché Gesù dice che la porta della salvezza è stretta?

Certamente, il Signore non vuole scoraggiarci. Le sue parole, invece, servono soprattutto a scuotere la presunzione di coloro che pensano di essere già salvati, di quelli che praticano la religione e, perciò, si sentono già a posto. In realtà, essi non hanno compreso che non basta compiere atti religiosi se questi non trasformano il cuore: il Signore non vuole un culto separato dalla vita e non gradisce sacrifici e preghiere se non ci conducono a vivere l’amore verso i fratelli e a praticare la giustizia. Per questo, quando si presenteranno davanti al Signore vantandosi di aver mangiato e bevuto con Lui e di aver ascoltato i suoi insegnamenti, si sentiranno rispondere: «Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!» (v. 27).

Fratelli e sorelle, è bella la provocazione che ci giunge dal Vangelo di oggi: mentre a volte ci capita di giudicare chi è lontano dalla fede, Gesù mette in crisi “la sicurezza dei credenti”. Egli, infatti, ci dice che non basta professare la fede con le parole, mangiare e bere con Lui celebrando l’Eucaristia o conoscere bene gli insegnamenti cristiani. La nostra fede è autentica quando abbraccia tutta la nostra vita, quando diventa un criterio per le nostre scelte, quando ci rende donne e uomini che si impegnano nel bene e rischiano nell’amore proprio come ha fatto Gesù; Egli non ha scelto la via facile del successo o del potere ma, pur di salvarci, ci ha amati fino ad attraversare la “porta stretta” della Croce. Lui è la misura della nostra fede, Lui è la porta che dobbiamo attraversare per essere salvati (Cfr Gv 10,9), vivendo il suo stesso amore e diventando, con la nostra vita, operatori di giustizia e di pace.

A volte, questo significa compiere scelte faticose e impopolari, lottare contro il proprio egoismo e spendersi per gli altri, perseverare nel bene laddove sembrano prevalere le logiche del male, e così via. Ma, oltrepassando questa soglia, scopriremo che la vita si spalanca davanti a noi in modo nuovo, e, fin d’ora, entreremo nel cuore largo di Dio e nella gioia della festa eterna che Egli ha preparato per noi.

Invochiamo la Vergine Maria, perché ci aiuti ad attraversare con coraggio la “porta stretta” del Vangelo, così che possiamo aprirci con gioia alla larghezza dell’amore di Dio Padre.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Esprimo la mia vicinanza alla popolazione di Cabo Delgado, in Mozambico, vittima di una situazione di insicurezza e violenza che continua a provocare morti e sfollati. Mentre faccio appello a non dimenticare questi nostri fratelli e sorelle, vi invito a pregare per loro ed esprimo la speranza che gli sforzi dei responsabili del Paese riescano a ristabilire la sicurezza e la pace in quel territorio.

Venerdì scorso, 22 agosto, abbiamo accompagnato con la nostra preghiera e con il digiuno i fratelli e le sorelle che soffrono a causa delle guerre. Oggi ci uniamo ai nostri fratelli ucraini i quali, con l’iniziativa spirituale “Preghiera Mondiale per l’Ucraina”, chiedono che il Signore doni la pace al loro martoriato Paese.

Saluto tutti voi, fedeli di Roma e pellegrini di vari Paesi, in particolare quelli di Karaganda, in Kazakistan, Budapest e la comunità del Pontificio Collegio Nord Americano. Sono lieto di accogliere la Banda Musicale di Gozzano e i gruppi parrocchiali di Bellagio, Vidigulfo, Carbonia, Corlo e Val Cavallina. Saluto, inoltre, i fedeli giunti in bicicletta da Rovato e da Manerbio, e il gruppo della Via Lucis itinerante.

A tutti voi auguro una buona domenica.

Guarda il video


domenica 24 agosto 2025

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO C

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO C
24 Agosto 2025


Per chi presiede

Fratelli e sorelle, siamo impegnati anche noi a salire con Gesù verso Gerusalemme, la città che parla di fraternità e di convivialità tra i popoli. Preghiamo il Signore Gesù perché sappiamo camminare spediti dietro di Lui, ed insieme diciamo:

R/   Convertici a Te, Signore

  

Lettore


- Rinnova, Signore Gesù, il cuore della tua Chiesa, perché possa essere in mezzo ai popoli della terra segno e sacramento di fraternità e di comunione. Donale di attraversare la “porta stretta” della vita nuova in Te e del tuo Vangelo, affinché non si rinchiuda nel ritualismo sterile delle proprie liturgie e in una evangelizzazione asettica e astratta, ma apra il suo cuore verso il mondo, perché la pace e la convivialità diventino realtà possibili e attuabili. Preghiamo.

- Signore Gesù, vieni in aiuto al nostro mondo che ha smarrito la via del dialogo, che ha smesso di sognare una possibile convivenza planetaria. I grandi della terra hanno imboccata la strada delle contrapposizioni, dimenticando l’urgenza climatica ed il dramma di tanti popoli votati alla fame ed alla guerra. Vieni e cambia il nostro cuore o Signore. Preghiamo.

- Ti affidiamo, Signore Gesù, il nostro Paese e coloro che lo governano: illuminali con la tua Sapienza, affinché la verità e la trasparenza delle loro azioni li orientino verso la buona politica, che si fa attenta ai poveri e agli emarginati. Preghiamo.

- Ricordati, Signore Gesù, dei ragazzi e dei giovani, che si trovano ad affrontare un mondo, che corre in fretta con la sua tecnologia, ma che smarrisce ogni giorno di più il senso dell’umano, diventando incapace di costruire una rete di rapporti, che consentano ad uomini e donne di sentirsi parte viva di una comunità. Preghiamo.

- Ci ricordiamo, Signore Gesù, dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo delle vittime delle guerre, in particolare a Gaza e in Ucraina, delle vittime della violenza nelle famiglie, delle vittime dei disastri climatici e ambientali. Possano tutti riposare nella tua pace. Preghiamo



Per chi presiede

Signore Gesù, accogli le suppliche della tua Chiesa in preghiera. Aiuta tutti noi a compiere un vero cammino di maturità cristiana, aprendo il cuore al tuo Vangelo e ai fratelli e sorelle nella fede e in umanità. Te lo chiediamo perché sei nostro Fratello e Signore, vivente nei secoli dei secoli.

AMEN.



"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 42 - 2024/2025 anno C

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino


 XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO C

Vangelo:
Lc 13,22-30

Convertirsi non è diventare buoni e bravi (per un cristiano è il minimo sindacale), ma mutare radicalmente il modo di pensare e sentire la vita, prendere finalmente coscienza delle nostre miserie e infedeltà per aprirsi alla misericordia del Padre, passare dall'auto giustificazione per i nostri presunti meriti alla accoglienza della gratuità della grazia di Dio. L'amore del Padre, infatti, non ci è dato per i nostri meriti (se mai possiamo vantarne), ma per i nostri bisogni. «Per la Scrittura all'uomo non è possibile salvare se stesso: tutti, infatti, siamo salvati per l'amore gratuito del Padre. Salvare, perciò, è un verbo che possiamo coniugare solo al passivo» (cit). La salvezza è un dono gratuito di Dio, per questo Gesù è sempre in movimento, sempre in viaggio, per cercare e trovare ogni frammento di umanità perduto per poi presentarlo al Padre. La salvezza, però, è anche lotta - la nostra - che comporta una grande fatica, la fatica di accogliere noi stessi per quello che siamo e il suo costo è l'intera nostra vita. «Bisogna, perciò, operare come se tutto dipendesse da noi, ben consapevoli, però, che tutto dipende da Dio» (I. di Loyola). La salvezza ha una sola porta, un'unica e sola via d'uscita e questa porta è Gesù, l'umile servo degli uomini, e per attraversare questa porta è necessario perdere peso, essere magri, sgonfiati dalla idropisia del nostro super-io (cfr. Lc 14,1-6), accogliendo di vivere di grazia e di misericordia. Nessuno, infatti, è in grado di salvare se stesso perché Uno solo è l'Uomo forte che ci salva: Gesù Nazareno, nostro fratello e Signore. «La conversione più grande, allora, è riconoscersi peccatori: stare all'inferno senza disperare» (Silvano del Monte Athos)


sabato 23 agosto 2025

LA PORTA DEI MARGINI “Se potessimo sostituire l’indifferenza verso l’altro con l’inchino davanti ad ogni figlio di Dio, ad ogni vita ogni angolo del mondo diventerebbe casa." - XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO C - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

LA PORTA DEI MARGINI


Se potessimo sostituire l’indifferenza verso l’altro 
con l’inchino davanti ad ogni figlio di Dio, ad ogni vita 
ogni angolo del mondo diventerebbe casa.



In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».  Luca 13,22-30

 
LA PORTA DEI MARGINI
 
Se potessimo sostituire l’indifferenza verso l’altro con l’inchino davanti ad ogni figlio di Dio, ad ogni vita ogni angolo del mondo diventerebbe casa.


Una sottile angoscia ci coglie davanti a quella porta stretta, angoscia che cresce quando la porta da stretta diventa chiusa, e quella voce da dentro risponde: «Non vi conosco».

Tutta la vita a cercarti, e ora sei Tu che ci allontani?

Il vangelo inizia con una porta piccola e una folla che le si accalca davanti.

Poi come in una dissolvenza appare una scena multicolore e allegra: verranno da oriente e da occidente, da nord e da sud e siederanno a mensa.

Ai credenti che si affollano davanti a porte sbagliate che non conducono da nessuna parte, la parabola dice: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta». Il testo originale dice: “lottate per passare, combattete”, ma non contro chi fa ressa o contro le misure della porta. Contro qualcosa d’altro.

La porta stretta disegna i miei contorni precisi, i miei limiti, i confini del mio io. Sono i margini che mi restituiscono la mia immagine più autentica, liberata da tutto il superfluo.

Allora accetta serenamente i “no” che la vita ti dice.

E accogli i tuoi limiti, non i tuoi vanti.

David Turoldo raccontava: per anni ho abitato nella vecchia torre di un’abbazia millenaria. Ogni mattina uscivo da una porticina appena sufficiente per passare. Dovevo abbassare la testa, e mi pareva così di fare il mio inchino al mondo, alla pianura, alle case, alla creazione tutta.

La vita contiene misteri immensi, ma per entrarci devi lottare con la tua statura illusoria, con il complesso di superiorità, devi inchinarti.

Se potessimo sostituire l’indifferenza verso l’altro con l’inchino davanti ad ogni figlio di Dio, ad ogni vita, come il poeta da quella torre, ogni angolo del mondo diventerebbe casa.

La porta stretta l’ha passata anche Dio, quando si è chinato sull’umanità passando per la porta piccola dell’incarnazione. Una porta di umiltà, che non vuol dire abbassare la testa ma alzare gli occhi, distoglierli da sé e guardare verso il cielo, il mondo, le persone. Umiltà è tornare all’essenza delle nostre relazioni, a non possedere cose ma a sentirsi responsabili di tutto.

La porta della parabola è stretta ma è aperta; stretta ma bella, perché apre su uno spazio festoso, la mensa imbandita, un turbinìo di arrivi, dove Dio non è un dovere ma un vino di festa.

Stretta ma sufficiente. Infatti la sala è piena, vengono i lontani che forse non sono migliori di noi che siamo i vicini, ma hanno operato giustizia più di noi, magari senza saperlo. Sono i sorpresi, quelli che al giudizio universale dicono: ma quando mai Signore ti abbiamo visto povero! Lui li riconoscerà come suoi e spalancherà la porta.

Un paradosso non facile: entrano nella sala quelli che non hanno mai ascoltato e mai visto, e fuori restano quelli che hanno mangiato e bevuto con il Signore. È possibile stare a un millimetro da Lui, tra riti e formule, incensi e indulgenze, ma non conoscerlo davvero e rimanergli estranei, freddi al fuoco che è venuto a portare.

Dalla porta limitata, una storia di salvezza.



La fame di Gaza è la nostra vergogna globale, ma il mondo preferisce stare a guardare di Binaifer Nowrojee

La fame di Gaza 
è la nostra vergogna globale, 
ma il mondo preferisce 
stare a guardare 
di Binaifer Nowrojee **


Gli esperti stimano che migliaia di bambini gazawi siano ormai troppo deboli per mangiare: «Sono arrivati a quello stadio di grave malnutrizione acuta in cui il loro corpo non riesce a digerire il cibo». Il diritto internazionale proibisce l’uso della fame come arma di guerra, ma finora la comunità internazionale ha distolto lo sguardo. Si può solo sperare che si agisca subito per salvare almeno una parte della nostra umanità

La fame è il lento e silenzioso disfacimento del corpo. Privato del nutrimento di base, il corpo brucia prima le riserve di zucchero nel fegato. Poi scioglie i muscoli e il grasso, rompendo i tessuti per mantenere in vita il cervello e altri organi vitali. Man mano che queste riserve si esauriscono, il cuore perde forza, il sistema immunitario si arrende e la mente inizia a spegnersi. La pelle si stringe sulle ossa e il respiro diventa debole. Gli organi iniziano a cedere in successione, la vista viene meno e il corpo, ormai vuoto, scivola via. È un modo prolungato e straziante di morire.

Assedio totale
Tutti noi abbiamo visto le immagini di neonati e bambini palestinesi emaciati che muoiono di fame tra le braccia delle loro madri. Ma ora che Israele sta intensificando la sua guerra – intraprendendo una nuova campagna per “conquistare” Gaza City – altre migliaia di civili palestinesi potrebbero essere uccisi, dalle bombe o dalla fame.

«Non si tratta più di una crisi alimentare incombente», ha dichiarato il 10 agosto Ramesh Rajasingham, un alto funzionario umanitario delle Nazioni Unite, al Consiglio di Sicurezza. «Questa è fame pura e semplice». Alex de Waal, esperto di carestie, stima che migliaia di bambini gazawi siano ormai troppo deboli per mangiare, anche se avessero accesso al cibo. «Sono arrivati a quello stadio di grave malnutrizione acuta in cui il loro corpo non riesce a digerire il cibo».

C’è un crescente consenso sul fatto che a Gaza Israele stia commettendo i crimini più gravi, compreso l’uso della fame come metodo di guerra. I gruppi palestinesi e internazionali per i diritti umani hanno lanciato l’allarme su questo rischio a pochi mesi dall’inizio della guerra e da allora è stato ripreso da Stati di ogni continente e da molti in Israele. L’ex primo ministro Ehud Olmert, ad esempio, ha denunciato quelli che descrive come crimini di guerra a Gaza e i principali gruppi israeliani per i diritti umani affermano che le azioni di Israele nel territorio equivalgono a un genocidio.

Il 9 ottobre 2023, due giorni dopo che Hamas aveva ucciso più di 1.200 israeliani e preso più di 200 ostaggi – di per sé un grave crimine di guerra – l’allora ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant annunciò: «Ho ordinato un assedio totale della Striscia di Gaza. Non ci sarà elettricità, né cibo, né carburante, tutto è chiuso. Stiamo combattendo contro animali umani e agiremo di conseguenza». La popolazione di Gaza è stata disumanizzata e non è stata fatta alcuna distinzione tra civili e combattenti – una violazione di una regola fondamentale del diritto internazionale umanitario. L’assedio ha bloccato tutti i rifornimenti a Gaza per 70 giorni, imponendo una punizione collettiva.

Questo primo assedio fu alleggerito solo in modo lieve quando Israele permise ai rifornimenti di entrare a Gaza all’inizio del 2024. In quell’aprile, Samantha Power, allora capo dell’Usaid, avvertiva già della carestia in alcune zone di Gaza. Il mese successivo, Cindy McCain, direttrice esecutiva del Programma alimentare mondiale, annunciò «una vera e propria carestia» nel nord di Il diritto internazionale proibisce l’uso della fame come arma di guerra. In qualità di potenza occupante a Gaza, Israele deve garantire che la popolazione civile riceva cibo adeguato, acqua, forniture mediche e altri elementi essenziali. Se tali forniture non possono essere reperite all’interno della stessa Gaza, devono essere reperite all’esterno, anche da Israele.

Negli ultimi 21 mesi, diversi governi e agenzie umanitarie hanno pregato Israele di permettere loro di consegnare gli aiuti. Concedere tale permesso è anche un obbligo legale: Israele ha il dovere di facilitare i piani di soccorso altrui «con tutti i mezzi a sua disposizione». Ma Israele ha continuamente ostacolato questi sforzi. In questo momento, sta impedendo alle organizzazioni umanitarie di consegnare gli aiuti.

Il sistema umanitario
Nel gennaio 2024, la Corte internazionale di giustizia, attraverso decisioni giuridicamente vincolanti, ha ordinato a Israele di adottare «misure immediate ed efficaci per consentire la fornitura di servizi di base e di assistenza umanitaria urgentemente necessari». Due mesi dopo, ha riaffermato quell’ordine e ha richiesto che le misure fossero prese «in piena cooperazione con le Nazioni Unite». Il sistema umanitario guidato dall’Onu era l’unico in grado di prevenire una carestia diffusa a Gaza. Durante il cessate il fuoco tra gennaio e marzo di quest’anno, le Nazioni Unite e altre organizzazioni umanitarie hanno gestito ben 400 siti di distribuzione di aiuti. Ma dopo che Israele ha rotto il cessate il fuoco a marzo, questi sono stati chiusi e un altro assedio è stato imposto illegalmente.

Israele ha giustificato il nuovo assedio dicendo che stava tagliando gli aiuti per esercitare una maggiore pressione su Hamas, riconoscendo così l’uso della fame come arma. Quando gli aiuti sono ripresi a maggio, l’Onu è stata sostituita dalla Gaza Humanitarian Foundation (Ghf), un’organizzazione privata di distribuzione di cibo organizzata da Israele. Da allora, però, quasi 1.400 palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane mentre cercavano di ottenere cibo nei quattro siti di distribuzione della Ghf.

Peggio ancora, lo schema del Ghf non avrebbe mai funzionato. Secondo un rapporto del Famine Review Committee del mese scorso: «la nostra analisi dei pacchi di cibo forniti dal Ghf mostra che il loro piano di distribuzione porterebbe alla fame di massa, anche se fosse in grado di funzionare senza gli spaventosi livelli di violenza».

Secondo il diritto internazionale, il crimine di guerra della fame inizia al momento della privazione. Quando diventa una politica più estesa intrapresa con l’intento di «distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso», diventa genocidio. Diversi alti funzionari israeliani hanno espresso apertamente tale intento – tra cui Gallant nell’ottobre 2023, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, che nell’agosto 2024 ha osservato che «potrebbe essere giustificato e morale» far «morire di fame due milioni di civili», e Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale, che ha twittato che «i depositi di cibo e di aiuti dovrebbero essere bombardati».

Chi ha distolto lo sguardo
I palestinesi vengono fatti morire di fame intenzionalmente. Sebbene i segni degli orrori in arrivo fossero chiari a pochi mesi dall’inizio della guerra, molti governi hanno distolto lo sguardo. Hanno giustificato le restrizioni agli aiuti sostenendo che questi sarebbero finiti nelle mani di Hamas – un’affermazione che Israele ora dichiara di non poter provare – e hanno trasferito più tonnellate di armi a Israele di quante ne abbiano consegnato in aiuti a Gaza. Ora, stanno venendo meno al loro dovere di prevenire e fermare un genocidio.

La storia registrerà per sempre questo momento di vergogna globale. Archivierà le immagini di bambini scheletrici insieme a quelle di episodi passati in cui il mondo non ha fatto nulla. Si può solo sperare che il mondo agisca subito per salvare almeno una parte della nostra umanità, prima che muoiano altri bambini.

(Fonte: “Domani” - 21 agosto 2025)

** Binaifer Nowrojee è presidente di Open Society Foundations

Onu: a Gaza è carestia, mezzo milione di denutriti nella Striscia

Onu: a Gaza è carestia, mezzo milione di denutriti nella Striscia


Dopo mesi di avvertimenti, le Nazioni Unite hanno ufficializzato lo stato di quasi totale penuria di cibo nella Striscia di Gaza. L’Ipc, organismo con sede a Roma che ha ufficializzato le condizioni estreme in cui vivono i gazawi, prevede un peggioramento entro settembre. Israele respinge le accuse parlando di «menzogne di Hamas»

La copertina di Famiglia Cristiana
dedicata alla tragedia di Gaza.
Oggi le Nazioni Unite hanno dichiarato ufficialmente la carestia a Gaza, la prima a colpire il Medio Oriente. Come ha spiegato il sottosegretario generale agli Affari Umanitari Tom Fletcher a Ginevra in un briefing con i giornalisti, gli esperti hanno stimato che 500.000 abitanti del territorio vivono in una condizione «catastrofica», il livello più grave della scala internazionale dell’insicurezza alimentare. Usare la fame come metodo di guerra «è un crimine». Lo ha dichiarato il capo per i diritti umani del Palazzo di Vetro Volker Turk, pochi minuti dopo la dichiarazione di carestia nella Striscia. Turk ha aggiunto che le morti che ne sono derivate «possono anche costituire un crimine di guerra di omicidio volontario». La carestia è «interamente provocata dall'uomo» e le vite di 132.000 bimbi sotto i cinque anni sono a rischio a causa della malnutrizione. Lo si legge dettagliatamente nel rapporto dell'Integrated Food Security Phase Classification (Ipc), sistema globale di monitoraggio della fame. L'agenzia dell'Onu che ha sede a Roma ha certificato con numeri e statistiche lo stato di carestia nella Striscia a causa del blocco degli aiuti da parte di Israele. «Il tempo del dibattito e dell'esitazione è passato, la fame è presente e si sta diffondendo rapidamente», afferma il rapporto.

La malnutrizione è già in corso nel governatorato di Gaza e potrebbe estendersi entro la fine di settembre a Deir Al-Balah e Khan Younis. Complessivamente, questi tre governatorati coprono circa i due terzi della Striscia, un territorio poverissimo di 365 km² con oltre due milioni di abitanti. A Ginevra Fletcher ha denunciato le responsabilità di Israele: «Questa carestia avrebbe potuto essere evitata senza l’ostruzionismo sistematico. Ci perseguiterà tutti», ha dichiarato. L’annuncio ha immediatamente suscitato la reazione di Tel Aviv, che ha definito «faziosa» la decisione, sostenendo che «non c’è carestia a Gaza» e accusando le Nazioni Unite di basarsi su «menzogne di Hamas». Secondo gli esperti il numero dei gazawi (uomini, donne e soprattutto bambini) che si trovano in condizioni estreme potrebbe salire a 641.000 entro fine settembre. L’IPC ricorda che una carestia si verifica quando almeno il 20% delle famiglie non ha accesso al cibo, il 30% dei bambini sotto i cinque anni soffre di malnutrizione acuta e almeno due persone ogni 10.000 muoiono di fame ogni giorno.

La crisi è il risultato dell’escalation del conflitto degli ultimi mesi, che ha provocato spostamenti di massa e restrizioni severe agli approvvigionamenti. A marzo Israele ha bloccato completamente l’ingresso degli aiuti umanitari, permettendone solo in minima parte la ripresa a fine maggio. Carenze di alimenti, farmaci e carburante hanno aggravato la situazione. Tel Aviv accusa Hamas di appropriarsi degli aiuti e le ong di non distribuirli correttamente. Le organizzazioni umanitarie replicano che Israele impone restrizioni eccessive e che la distribuzione degli aiuti, in un contesto di guerra, è diventata estremamente pericolosa.
(fonte: Famiglia Cristiana 22/08/2025)


venerdì 22 agosto 2025

Ma gli adulti che esempi sono per i bambini di oggi ? di Dacia Maraini

Ma gli adulti che esempi sono 
per i bambini di oggi ? 
di Dacia Maraini


Quattro bambini prendono possesso di una macchina, ma essendo inesperti, mettono sotto una passante. La donna muore, i bambini scappano. Ma vengono presi dopo poco. Quando si scopre che sono figli di Rom, si scatena la tempesta. C’è chi vuole mandarli in prigione. Ma la legge lo vieta. Allora, portiamoli via dalle famiglie e chiudiamoli in qualche istituto, gridano. C’è chi addirittura vorrebbe radere al suolo l’accampamento dove vivono i colpevoli coi genitori.

Premetto che ho avuto una esperienza simile. Una banda di bambini, il più piccolo 9 anni e il più grande 14, sono entrati in casa mia dalla finestra. Non hanno rubato niente, ma hanno spaccato tutto quello che potevano, spargendo il vino e l’olio sul pavimento, gettando i piatti dalla finestra, rompendo a bastonate il televisore. E non è successo solo a me, ma alle case vicine e alla farmacia che si è trovata tutti i medicinali aperti e sparsi sul suolo. Sono stati trovati subito naturalmente perché non erano ladri organizzati ma ragazzini che volevano fare gli eroi. Nessuno di loro era Rom, ma figli di bravi cittadini italiani.

Ci si domanda : come dovremmo interpretare questi atti compiuti da ragazzi sempre più piccoli e spesso non spinti da bisogno, né da scopi di furto, ma solo per divertirsi e «fare casino»? . Casino che finisce spesso in maniera crudele e funesta.

Naturalmente si possono proporre tante interpretazioni. Io parto dall’idea che i piccoli amano emulare i grandi. I bambini agiscono seguendo un’istintiva mimesi cinetica che li porta a plagiare il comportamento degli adulti anche quando li contestano.

E qui viene da chiedersi: ma come si stanno comportando le persone mature in questo triste momento storico? Cosa fanno molti capi di Stato che si dicono democratici e civili ma usano il linguaggio dell’odio e della vendetta? Persone mature che mentono, inneggiano alla violenza e dimostrano una assoluta incapacità di giudizio e di responsabilità. Insomma cosa stanno insegnando gli adulti ai bambini del mondo? Che le regole sono buone per gli scemi? Che il rispetto dell’altro è un sentimento da perdenti? Che chi le spara più grosse è applaudito? Che bisogna colpire vilmente l’avversario per ottenere qualcosa? I piccoli sono bravissimi a capire il linguaggio dei grandi. E se questo è il mondo, sembrano dirci, dimostreremo che sappiamo essere più crudeli e più spregiudicati di chi pretende di governarci.

(Fonte: “Corriere della Sera” - 19 agosto 2025)

giovedì 21 agosto 2025

22 agosto: digiuno e preghiera. La Chiesa italiana aderisce all’invito del Papa


22 agosto: digiuno e preghiera. 
La Chiesa italiana aderisce all’invito del Papa


Il 20 agosto, al termine dell’Udienza Generale, Papa Leone XIV ha invitato “tutti i fedeli a vivere la giornata del 22 agosto in digiuno e preghiera, supplicando il Signore che ci conceda pace e giustizia e che asciughi le lacrime di coloro che soffrono a causa dei conflitti in corso”. La Chiesa in Italia aderisce a questo invito, chiedendo alle comunità ecclesiali di invocare il dono della riconciliazione per la nostra Terra che, ha sottolineato il Pontefice, “continua ad essere ferita da guerre in Terra Santa, in Ucraina, e in molte altre regioni del mondo”.

“Ci uniamo al pressante appello del Santo Padre: il perdurare di situazioni di violenza, odio e morte ci impegna a intensificare la preghiera per una pace disarmata e disarmante, supplicando la Beata Vergine Maria Regina della Pace di allontanare da ogni popolo l’orrore della guerra e di illuminare le menti di quanti hanno responsabilità politiche e diplomatiche”, afferma il Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI ricordando che “la pace non è un’utopia spirituale: è una via umile, fatta di gesti quotidiani, che intreccia pazienza e coraggio, ascolto e azione. E che chiede oggi, più che mai, la nostra presenza vigile e generativa (Leone XIV, Udienza ai Vescovi della Conferenza Episcopale Italiana, 17 giugno 2025).
(fonte:CEI)


Resistenti alla Guerra - Raniero La Valle e Gianni Vacchelli. Modera Francesco Comina.


Bolzano 14 agosto 2025:
Resistenti alla Guerra
Raniero La Valle e Gianni Vacchelli. 
Modera Francesco Comina.



Raniero La Valle: "... A Gaza non è a rischio solo il popolo palestinese, ma ci siamo tutti; questa è una guerra in qualche modo diversa da tutte le altre... quella di Gaza rischia di essere una guerra 'ultima', perché qui c'è una rottura della storia... è rotto il diritto internazionale, è rotta qualsiasi etica, è rotta qualsiasi apparenza di buonsenso, di ragionevolezza, di eticità e quindi qualunque cosa può succedere da ora in poi se questa cosa non si arresta quindi... Gaza siamo noi, siamo in pericolo anche noi!...."
Per la soluzione l'unica strada percorribile è quella del 'perdono'.



Guarda il video

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Vedi anche il post precedente:



Papa Leone XIV: Il perdono non aspetta il pentimento, è dono gratuito che impedisce altro male

Il perdono non aspetta il pentimento,
è dono gratuito che impedisce altro male
Papa Leone XIV


Amare fino alla fine: ecco la chiave per comprendere il cuore di Cristo. 
Un amore che non si arresta davanti al rifiuto, 
alla delusione, neppure all’ingratitudine.

Udienza Generale

del 20 agosto 2025

Aula Paolo VI



Ciclo di Catechesi – Giubileo 2025. 
Gesù Cristo nostra speranza. 
III. La Pasqua di Gesù. 
3. Il perdono. «Li amò sino alla fine» (Gv 13,2)

Cari fratelli e sorelle,

oggi ci soffermiamo su uno dei gesti più sconvolgenti e luminosi del Vangelo: il momento in cui Gesù, durante l’ultima cena, porge il boccone a colui che sta per tradirlo. Non è solo un gesto di condivisione, è molto di più: è l’ultimo tentativo dell’amore di non arrendersi.

San Giovanni, con la sua profonda sensibilità spirituale, ci racconta così quell’istante: «Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo […] Gesù, sapendo che era venuta la sua ora […] li amò fino alla fine» (Gv 13,1-2). Amare fino alla fine: ecco la chiave per comprendere il cuore di Cristo. Un amore che non si arresta davanti al rifiuto, alla delusione, neppure all’ingratitudine.

Gesù conosce l’ora, ma non la subisce: la sceglie. È Lui che riconosce il momento in cui il suo amore dovrà passare attraverso la ferita più dolorosa, quella del tradimento. E invece di ritrarsi, di accusare, di difendersi… continua ad amare: lava i piedi, intinge il pane e lo porge.

«È colui per il quale intingerò il boccone e glielo darò» (Gv 13,26). Con questo gesto semplice e umile, Gesù porta avanti e a fondo il suo amore. Non perché ignori ciò che accade, ma proprio perché vede con chiarezza. Ha compreso che la libertà dell’altro, anche quando si smarrisce nel male, può ancora essere raggiunta dalla luce di un gesto mite. Perché sa che il vero perdono non aspetta il pentimento, ma si offre per primo, come dono gratuito, ancor prima di essere accolto.

Giuda, purtroppo, non comprende. Dopo il boccone – dice il Vangelo – «Satana entrò in lui» (v. 27). Questo passaggio ci colpisce: come se il male, fino a quel momento nascosto, si manifestasse dopo che l’amore ha mostrato il suo volto più disarmato. E proprio per questo, fratelli e sorelle, quel boccone è la nostra salvezza: perché ci dice che Dio fa di tutto – proprio tutto – per raggiungerci, anche nell’ora in cui noi lo respingiamo.

È qui che il perdono si rivela in tutta la sua potenza e manifesta il volto concreto della speranza. Non è dimenticanza, non è debolezza. È la capacità di lasciare libero l’altro, pur amandolo fino alla fine. L’amore di Gesù non nega la verità del dolore, ma non permette che il male sia l’ultima parola. Questo è il mistero che Gesù compie per noi, al quale anche noi, a volte, siamo chiamati a partecipare.

Quante relazioni si spezzano, quante storie si complicano, quante parole non dette restano sospese. Eppure, il Vangelo ci mostra che c’è sempre un modo per continuare ad amare, anche quando tutto sembra irrimediabilmente compromesso. Perdonare non significa negare il male, ma impedirgli di generare altro male. Non è dire che non è successo nulla, ma fare tutto il possibile perché non sia il rancore a decidere il futuro.

Quando Giuda esce dalla stanza, «era notte» (v. 30). Ma subito dopo Gesù dice: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato» (v. 31). La notte è ancora lì, ma una luce ha già cominciato a brillare. E brilla perché Cristo rimane fedele fino alla fine, e così il suo amore è più forte dell’odio.

Cari fratelli e sorelle, anche noi viviamo notti dolorose e faticose. Notti dell’anima, notti della delusione, notti in cui qualcuno ci ha ferito o tradito. In quei momenti, la tentazione è chiuderci, proteggerci, restituire il colpo. Ma il Signore ci mostra la speranza che esiste, esiste sempre un’altra via. Ci insegna che si può offrire un boccone anche a chi ci volta le spalle. Che si può rispondere con il silenzio della fiducia. E che si può andare avanti con dignità, senza rinunciare all’amore.

Chiediamo oggi la grazia di saper perdonare, anche quando non ci sentiamo compresi, anche quando ci sentiamo abbandonati. Perché è proprio in quelle ore che l’amore può giungere al suo vertice. Come ci insegna Gesù, amare significa lasciare l’altro libero — anche di tradire — senza mai smettere di credere che persino quella libertà, ferita e smarrita, possa essere strappata all’inganno delle tenebre e riconsegnata alla luce del bene.

Quando la luce del perdono riesce a filtrare tra le crepe più profonde del cuore, capiamo che non è mai inutile. Anche se l’altro non lo accoglie, anche se sembra vano, il perdono libera chi lo dona: scioglie il risentimento, restituisce pace, ci riconsegna a noi stessi.

Gesù, con il gesto semplice del pane offerto, mostra che ogni tradimento può diventare occasione di salvezza, se scelto come spazio per un amore più grande. Non cede al male, ma lo vince con il bene, impedendogli di spegnere ciò che in noi è più vero: la capacità di amare.

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Saluti

Je salue cordialement les pèlerins de langue française, en particulier les groupes de pèlerins venus du Burkina Faso, de Côte d’Ivoire, du Sénégal et de France. Demandons aujourd'hui, à la ressemblance de Jésus, la grâce de savoir pardonner, même lorsque nous ne nous sentons pas compris, même lorsque nous nous sentons abandonnés. C'est précisément dans ces moments-là que l'amour peut atteindre son sommet. Que Dieu vous bénisse !

[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese, in particolare i gruppi provenienti dal Burkina Faso, dalla Costa d'Avorio, dal Senegal e dalla Francia. Chiediamo oggi, a somiglianza di Gesù, la grazia di saper perdonare, anche quando non ci sentiamo compresi, anche quando ci sentiamo abbandonati. È proprio in questi momenti che l'amore può raggiungere il suo apice. Dio vi benedica!]

I greet all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, particularly the groups from England, Finland, Malta, Senegal, Australia, Japan, South Korea, Vietnam and the United States of America. I pray that this Jubilee of Hope will be a time of healing and spiritual renewal for all men and women everywhere. Upon you and your families, I invoke God’s strength, love and peace. God bless you.

Liebe Brüder und Schwestern deutscher Sprache, bitten wir in dem Bewusstsein, dass wir alle immer wieder der Vergebung Gottes und unserer Mitmenschen bedürfen, um die Gnade, vergeben zu können. Durch die Vergebung durchbricht die Liebe den Teufelskreis der Vergeltung und schenkt unseren Herzen Freiheit und Frieden. Ich wünsche euch, dass ihr diese wunderbare Erfahrung oft machen dürft!

[Cari fratelli e sorelle di lingua tedesca, chiediamo la grazia di saper perdonare, nella consapevolezza che tutti abbiamo sempre di nuovo bisogno del perdono di Dio e degli altri. Attraverso il perdono, l’amore spezza il circolo vizioso della vendetta e dona ai nostri cuori libertà e pace. Vi auguro di poter vivere spesso questa meravigliosa esperienza!]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española. Saludo a las monjas benedictinas del Monasterio Nuestra Señora de la Expectación, de Cuenca. Pidamos al Señor la gracia de saber amar y perdonar a la medida de su Corazón. Que no cedamos al mal ni al resentimiento, sino que abramos nuestros corazones a la salvación que Él nos ofrece. Que Dios los bendiga. Muchas gracias.

我向讲中文的人们致以亲切的问候。亲爱的弟兄姐妹,你们要忠于天主,从而向邻人见证祂的爱与美善。我降福大家!

[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua cinese. Cari fratelli e sorelle, siate fedeli a Dio per testimoniare al prossimo il suo amore e la sua bontà. A tutti la mia benedizione!]

Queridos fiéis de língua portuguesa: sede bem-vindos! Saúdo de modo especial os peregrinos vindos de Portugal e do Brasil, bem como os membros da Associação de Professores Católicos de Santiago, em Cabo Verde. A vossa presença em Roma, neste ano jubilar, faz com que possais passar pela Porta Santa, aproximando-vos ainda mais de Cristo, de quem obtemos o perdão para o partilhar com todos. Sem perdão nunca haverá paz! O Senhor vos abenço!

[Cari fedeli di lingua portoghese: benvenuti! Un saluto particolare ai pellegrini arrivati dal Portogallo e dal Brasile e ai membri dell’Associazione dei professori cattolici di Santiago, in Capo Verde. La vostra presenza a Roma, in quest’anno giubilare, vi permette di varcare la Porta Santa, avvicinandovi ancora di più a Cristo, da cui attingiamo il perdono per condividerlo con tutti. Senza il perdono non ci sarà mai la pace! Il Signore vi benedica.]

أُحيِّي المُؤمِنِينَ النَّاطِقِينَ باللُغَةِ العَرَبِيَّة. المسيحيُّ مَدعُوٌّ إلى أنْ يُحِبَّ ويَغفِرَ على مِثالِ المسيح، لكي يَتَحَرَّرَ قَلبُهُ مِن كلِّ ضَغِينَةٍ وكراهية، ويَصيرَ رسولَ سلامٍ في العالم. بارَكَكُم الرَّبُّ جَميعًا وَحَماكُم دائِمًا مِن كلِّ شَرّ!

[Saluto i fedeli di lingua araba. Il cristiano è chiamato ad amare e perdonare sull’esempio di Cristo, affinché il suo cuore si liberi da ogni risentimento e odio, diventando un messaggero di pace nel mondo. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male‎‎‎‏!]

Serdecznie pozdrawiam Polaków obecnych w Rzymie, a także pielgrzymujących do Sanktuarium Matki Bożej na Jasnej Górze. Proszę was, aby wśród waszych intencji, znalazły się błagania o dar pokoju – nieuzbrojonego i rozbrajającego – dla całego świata, zwłaszcza dla Ukrainy i Bliskiego Wschodu. Z serca wam błogosławię.

[Saluto cordialmente i polacchi presenti a Roma e quelli in pellegrinaggio al Santuario della Madonna di Jasna Góra. Vi chiedo di includere nelle vostre intenzioni la supplica per il dono della pace – disarmata e disarmante – per tutto il mondo, in particolare per l'Ucraina e il Medio Oriente. Vi benedico di cuore.]

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APPELLO

Venerdì prossimo, 22 agosto, celebreremo la memoria della Beata Vergine Maria Regina. Maria è Madre dei credenti qui sulla terra ed è invocata anche come Regina della pace. Mentre la nostra terra continua ad essere ferita da guerre in Terra Santa, in Ucraina e in molte altre regioni del mondo, invito tutti i fedeli a vivere la giornata del 22 agosto in digiuno e in preghiera, supplicando il Signore che ci conceda pace e giustizia e che asciughi le lacrime di coloro che soffrono a causa dei conflitti armati in corso.

Maria, Regina della pace, interceda perché i popoli trovino la via della pace.

GUARDA IL VIDEO
Udienza generale


mercoledì 20 agosto 2025

Enzo Bianchi L’umano sperare sostenuto dalla fede

Enzo Bianchi
L’umano sperare sostenuto dalla fede 

Solo l’uomo può giungere a tanto ardire di chiedere a Dio, nella preghiera, di essere orientati a un’esistenza generativa e resiliente

Famiglia Cristiana - 10 Agosto 2025
Rubrica: Cristiano, chi sei?


Il cristiano che vive di fede, adesione al Signore, metterà nel Signore la sua speranza. Fede e speranza sono strettamente collegate tra loro perché solo chi conosce la saldezza di un fondamento in cui credere può sperare e solo chi spera continua a confermare ciò che crede. Al cristiano la speranza fornisce l’orientamento indispensabile per un’esistenza creativa e resiliente. L’umano è un essere forzatamente resiliente ed è la speranza che gli permette di restare in piedi nelle notti che attraversa. Giustamente Filone osservava che “solo l’essere umano conosce ed esercita la speranza”.

La speranza genera l’invocazione, la preghiera, e ci inizia a una “fede che spera”. Non è forse la preghiera eloquenza della fede e linguaggio della speranza? Chi ha fede spera ciò di cui ha bisogno: spera ciò che non vede ancora, eppure attende, ciò che non sa quando giungerà, eppure si fa già testimone di quella venuta. E la speranza è sempre attesa, fiducia, aspettativa, desiderio, brama verso il Signore.

Noi umani viviamo di tante speranze piccole, quotidiane e legittime: anche avere il pane quotidiano, che chiediamo nel Padre nostro, è una di queste. Ma la vera speranza cristiana è lo stesso Gesù Cristo, speranza nostra, unica speranza della gloria. È lui che ci attira innalzato sulla croce e noi guardiamo a lui con speranza, perché abbiamo fede in lui, perché lo amiamo senza averlo visto e desideriamo essere con lui per sempre. Per questo camminiamo cantando, non tristi ma gioiosi nella speranza.
(fonte: blog dell'autore)