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martedì 27 febbraio 2024

Addio a don Giovanni Nicolini. Il prete dei più deboli


Addio a don Giovanni Nicolini.
Il prete dei più deboli

Ordinato a Bologna nel 1967, ha dedicato la sua missione al sostegno delle persone più in difficoltà. Fu a lungo direttore della Caritas diocesana. Le Acli: "Impegno politico ed ecclesiale di pari passo"

Don Giovanni Nicolini

Si è spento a Bologna don Giovanni Nicolini, aveva 83 anni.

A lungo impegnato per gli ultimi, fu una figura di riferimento non solo per la comunità religiosa, ma per tutta la cittadinanza. Si impegnò per i migranti, per i malati, per stare vicino ai sofferenti e dare un sostegno alle famiglie in difficoltà.

Era nato a Mantova nel 1940 e venne ordinato diacono per la Chiesa di Bologna nel 1967. Fu tra i primi collaboratori di don Giuseppe Dossetti, inizialmente aderendo alla sua comunità monastica. L’allora provicario generale gli chiese la disponibilità a esercitare il ministero diaconale per alcuni anni, al fine di presentare questo ministero alla Chiesa dopo che il Concilio Vaticano II aveva deciso di restaurare il diaconato permanente. Ordinato presbitero nel 1972, dopo aver esercitato il ministero di cappellano nella Parrocchia di San Giovanni in Persiceto, dal 1977 ha assunto le Parrocchie di Sammartini, Ronchi e Caselle. Nel 1992 fu nominato assistente diocesano dell’Azione Cattolica, compito che ha tenuto fino al 1998, quando è diventato vicario episcopale per la carità. Dal 1999 divenne parroco a Sant’Antonio da Padova alla Dozza. Come vicario della carità ha ricoperto a lungo anche l'incarico di direttore della Caritas diocesana.

A Bologna, per molti anni, è stato vicino ai malati dell'ospedale Sant'Orsola, di cui è stato vicario e ai detenuti della Dozza, carcere vicino alla sua parrocchia (Sant'Antonio da Padova) e dove accolse, in un laboratorio artigianale, anche Anna Maria Franzoni, quando venne ammessa al lavoro esterno. Con Romano Prodi Nicolini era legato da amicizia e insieme a lui firmò libro in dialogo sul tema della pace 'La Pace instabile'. Dopo aver concluso il servizio alla Dozza era tornato a vivere nella comunità di Sammartini, frazione di Crevalcore, di cui era stato parroco alla fine degli anni '70.

Il ricordo

Commosso il ricordo delle Acli bolognesi: “Con don Giovanni Nicolini se ne va una figura eminente della Chiesa di Bologna. Don Giovanni è stato assistente spirituale delle Acli nazionali. Sebbene talvolta su posizioni differenti, desideriamo ricordare il suo impegno per i più poveri, i deboli, gli emarginati. La sua vita è stata caratterizzata da un impegno politico che è sempre andato di pari passo con quello ecclesiale, come è stato per i grandi Padri del cattolicesimo democratico, da Dossetti in poi. Una simile esperienza, oggi, fatica a trovare collocazione nella Chiesa: si pensi alla recente presa di posizione da parte di Vescovi come Mons. Morandi, che ha chiesto di separare completamente la vita ecclesiale dall'impegno politico. Per don Giovanni, invece, queste due anime erano inscindibili: questo è l'insegnamento che più di ogni altro, insieme all'impegno missionario per gli ultimi, porteremo nella memoria”.

Sentito anche il ricordo di Romano Prodi: ""La sua costante sollecitudine nei confronti dei più fragili lo ha condotto e guidato sempre, senza incertezze, sul sentiero della Carità: come direttore della Caritas diocesana che ha fortemente voluto in un rapporto con la città di Bologna, come vicario della parrocchia dell'Ospedale Sant'Orsola quando si è dedicato ai malati condividendone la condizione di sofferenza umana e, nella parrocchia di Sant'Antonio da Padova, dove all'impegno pastorale ha saputo unire la sua completa disponibilità e presenza per i detenuti del vicino carcere della Dozza".

"Uomo di profonda conoscenza e cultura, dal cuore immenso e dalla mente grande e pura. Un uomo che ha vissuto fino in fondo parole ed esperienze quali accoglienza, perdono, fraternità". Così il presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, ricorda il sacerdote. Come direttore della Caritas diocesana, "ha dimostrato la sua vicinanza agli ultimi, a cui non ha esitato aprire le porte: migranti, carcerati, senza fissa dimora, vittime della tratta", continua. "Oggi ci sentiamo tutti più soli, ma rimane in noi quel forte senso di pace e giustizia che sapeva trasmettere".

"Chi di noi ha avuto la fortuna di conoscerlo nei vari luoghi del suo impegno negli anni, ha imparato a volergli bene per quel modo di spendere la propria vita al servizio degli altri, degli ultimi e degli emarginati. Una vita che ha testimoniato non solo fede profonda, ma anche grande amore per la democrazia, per la sua promessa di non lasciare indietro nessuno", con queste parole il sindaco di Bologna Matteo Lepore ha ricordato il sacerdote scomparso.

“È stata una vita dedicata completamente agli ultimi, una vita di missione religiosa e sociale. È un dolore per tutte e tutti noi, la sua scomparsa. È stato tra i primi collaboratori di don Giuseppe Dossetti e la sua è stata una presenza forte e costante accanto a chiunque si trovasse in difficoltà. Mancherà la sua guida e mancherà tanto il suo esempio”. Così la segretaria del Pd Elly Schlein.

Se ne va "un riferimento di fede ma anche di impegno sociale e civile di grandissimo valore". Così il deputato Pd Andrea De Maria rende omaggio al sacerdote. Una personalità di altissimo profilo. Un riferimento di fede ma anche di impegno sociale e civile di grandissimo valore. Con lui sono stati negli anni tanti i momenti di scambio e condivisione, che ho sempre considerato molto preziosi". Per Sandra Zampa, senatrice dem, "È stato un uomo di Dio che ha amato e soccorso chi aveva bisogno di aiuto e si rivolgeva a lui. Don Nicolini ha fatto della carità e dell'amore del prossimo la cifra della sua esistenza e del suo impegno religioso".
Si tratta di un “precursore di quella 'Chiesa in uscita' poi promossa dal magistero di Papa Francesco - sottolinea Filippo Diaco, consigliere comunale ed ex presidente delle Acli di Bologna - la sua vita è stata tutta caratterizzata dall'impegno verso gli ultimi, verso i deboli, dai poveri seguiti dalla Caritas, ai detenuti del carcere della Dozza. Ultimo figlio di quel cattolicesimo democratico che ha caratterizzato tutto il Dopoguerra, da Dossetti a Ruffilli, lascia oggi un grande vuoto”.

"Oggi, dopo aver recitato l'Angelus alle 12, il nostro carissimo Giovanni è tornato al Signore, dopo breve malattia in seguito a frattura del femore e successivo intervento", si legge sulla pagina Facebook delle famiglie della Visitazione. "Grazie al Signore per aver messo Giovanni nella nostra vita", dice la comunità.

Il funerale

Il funerale di don Giovanni Nicolini sarà mercoledì 28 febbraio alle 15.30 nella cattedrale di San Pietro di Bologna. Le esequie saranno presiedute dal cardinale, Matteo Zuppi. Dopo i funerali, la sepoltura sarà nel cimitero di Sammartini giovedì mattina.
(fonte: TGR Emilia Romagna 26/02/2024)

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lunedì 26 febbraio 2024

Peluche e candele sulla spiaggia per ricordare le vittime di Cutro

Peluche e candele sulla spiaggia 
per ricordare le vittime di Cutro

Cerimonia all'ora del naufragio. I familiari delle vittime: 'Faremo una causa civile contro il governo'


Fiaccolata alle 4, l 'ora del naufragio di Cutro un anno fa

Trentacinque peluche sistemati a cerchio con al centro una maglietta bianca con su scritto Kr46M0, la dicitura con cui era stato indicato uno dei bimbi di pochi mesi, morto.

E poi 94 candele accese a rischiare il buio della notte. Così, sulla spiaggia di Steccato di Cutro almeno un centinaio di persone ha voluto ricordate la tragedia di un anno fa, il naufragio del caicco Summer Love che provocò la morte di 94 persone, 35 delle quali minori.

Un'iniziativa voluta dalla rete 26 Febbraio - che riunisce circa 400 associazioni - celebrata alle 4, l'orario in cui avvenne lo scontro del caicco contro una secca ad un centinaio di metri dalla riva.

Anche alcuni superstiti e familiari delle vittime hanno voluto essere presenti. Straziante, il pianto dirotto di una donna afghana che nel naufragio ha perso la sorella e due nipoti. La donna non ha retto all'emozione di trovarsi a pochi metri da quel mare - agitato come lo era quella notte - che le ha portato via i suoi cari ed ha avuto un malore.

"Ho rivissuto le stesse emozioni di quel giorno, quando la barca è affondata ed è stato molto difficile". Ha raccontato Samir, 18enne afghano che si è salvato aggrappandosi ad un pezzo di legno. "I soccorsi sono arrivati tardi - ricorda - avevamo visto una luce e e pensavamo fossero i soccorsi invece era un peschereccio m quando siamo giunti sulla spiaggia non c'era nessuno". Adesso vive ad Amburgo ed ai governi italiano e tedesco - così come tutti gli altri familiari delle vittime e superstiti - chiede di potersi ricongiungere con i familiari rimasti in patria con l'apertura di corridoi umanitari.

Durante la commemorazione silenziosa, lo zio di un ragazzo morto nel naufragio, ha recitato alcuni versetti del Corano. Quindi superstiti e familiari delle vittime hanno pregato in direzione della Mecca.

Al termine, due superstiti, insieme ai due pescatori che per primi intervennero sul luogo della strage, hanno gettato una corona di fiori, quindi si sono stretti in un abbraccio sciogliendosi in lacrime al ricordo di quella notte di un anno fa.

I Familiari delle vittime del naufragio a Cutro:
'Faremo una causa civile contro il Governo'

Le famiglie di vittime del naufragio di Steccato di Cutro ed alcuni superstiti faranno una causa civile risarcitoria nei confronti del governo per omissione di soccorso e per i danni subiti in conseguenza della tragedia. Lo ha annunciato uno dei familiari nel corso di una conferenza stampa a Crotone. Il ricorso, ha spiegato l'avvocato Stefano Bertone,che insieme ai colleghi Marco Bova e Enrico Calabrese assiste una cinquantina di famiglie e alcuni superstiti, sarà presentato una volta conclusa l'inchiesta penale coordinata dalla Procura di Crotone e riguarderà la presidenza del Consiglio ed i ministeri degli Interni e dell'Economia.

"Uno degli aspetti da chiarire - ha detto Bertone, del foro di Torino - era quando le autorità hanno saputo della presenza della barca. E dalle 17 del 25 febbraio, l'aereo Frontex aveva monitorato l'imbarcazione dopo avere intercettato alcune chiamate. Quindi, cosa ha fatto Frontex in quelle ore prima della segnalazione delle 22.35 alla centrale di Varsavia? Sul fronte risarcitorio c'è tutto un sistema che non ha funzionato. Frontex si è tenuto un'informazione per diverse ore consentendo alle autorità italiane di sbagliare. Certo, questa non può essere una giustificazione". Oltre alla presidenza del Consiglio ed ai ministeri, l'avvocato ha spiegato che sarà verificata anche la possibilità di estendere la causa di risarcimento danni a Frontex.

Un pescatore: 'Vorrei dimenticare, ma non posso'

"Ho dei ricordi brutti, ancora non riesco a dimenticare. Ho visto cadaveri, bambini. Tutto ricordo, una tragedia vera che poteva essere evitata. Se loro sono sbarcati alle quattro e sono stati due ore in mare da soli qualcuno potevamo salvarlo". A dirlo, trattenendo a stento l'emozione, Vincenzo Luciano, uno dei pescatori intervenne per primo dopo il naufragio del caicco Summer Love.

Oggi Vincenzo è voluto tornare su quella spiaggia per ricordare le vittime.

"Io per primo mi do la colpa - ha aggiunto - perché di solito andavo sempre prima al mare. Quella mattina non sono andato come andavo di solito verso le 4 ma sono arrivato alle sei. E mi do una colpa perché non sono riuscito a salvare nessuno. Appena sono arrivato ho tirato fuori dall'acqua 4 o 5 bambini ma dopo, nell'arco della giornata, ne ho recuperati una quindicina.
Vorrei tanto poter dimenticare, ma ancora non ci riesco".

'Never again', l'opera galleggiante di Laika

Un'installazione galleggiante di 4 metri per 2, che ritrae un giovane migrante che lotta in mare per la sua vita: al centro, la scritta "Never again". E' la nuova opera, a un anno dalla tragedia di Cutro, realizzata dalla street artist Laika nelle stesse acque in cui sono affiorati i corpi di 94 persone, 35 dei quali minori, senza contare un numero imprecisato di dispersi.

"Il Mediterraneo è un cimitero sterminato, un mare che trascina sul suo fondo migliaia di vite. Subito dopo la strage di Cutro, a causa di un decreto di questo governo, nato con la scusa di bloccare gli sbarchi ma che di fatto ostacola i soccorsi, i morti sono aumentati a circa 7 al giorno. Senza quei viaggi insensati delle navi soccorso verso porti lontani, senza fermi e multe assurde alle Ong ora forse piangeremmo meno vite spezzate", ha dichiarato Laika.

"È incredibile che i governi europei non comprendano la disperazione di questa gente, disposta a subire torture nelle prigioni libiche, a rischiare di morire in mezzo al mare pur di scappare dal proprio paese d'origine - ha continuato l'artista -; dal 2014 sono oltre 28.000 le persone che hanno perso la vita nel Mediterraneo, una strage senza fine".

"È necessario creare dei canali legali e sicuri di accesso per queste persone che scappano da guerre, povertà, persecuzioni e violazioni dei diritti umani: un 'Safe passage'. Cambiamo le leggi affinché tutto ciò non accada mai più. Never Again", ha concluso Laika.

L'agenzia Onu: 'Rafforzare ricerca e salvataggio,
e serve una maggiore cooperazione internazionale'

"Rafforzare il sistema di ricerca e salvataggio in mare anche con una maggiore condivisione delle responsabilità a livello europeo e creare una maggiore cooperazione internazionale, una maggiore cultura della pace per una risoluzione pacifica dei conflitti che alimentano la fuga delle persone in tutto il mondo". Lo ha detto Filippo Ungaro, portavoce dell'Unhcr, l'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati, che stamani ha partecipato alla fiaccolata in ricordo delle vittime del naufragio di Cutro.

"Unhrc - ha spiegato - l'anno scorso è stata molto vicina alle vittime e ha cercato di facilitare i processi che dovevano svolgere dall'identificazione delle vittime, al supporto psicologico dei superstiti e dei familiari delle vittime. Abbiamo lavorato a quattro mani con l'autorità per questo tipo di operazioni. E poi stiamo continuando ad assistere i superstiti e i familiari delle vittime per cercare di risolvere alcune delle loro questioni quali il ricongiungimento familiare, che non è avvenuto in tanti casi, il riconoscimento del diritto di asilo, che non è avvenuto in tanti casi e per ultimo ancora ci sono 5 corpi che non sono stati identificati".

"Più in generale - ha detto Ungaro - credo che sia importante essere presente perché bisogna ribadire ancora una volta, e lo facciamo da tanto tempo, che è necessario rafforzare il sistema di ricerca e salvataggio in mare anche con una maggiore condivisione delle responsabilità a livello europeo. Credo che 29.000 morti vittime di naufragi in tutto il Mediterraneo negli ultimi 10 anni sia un numero enorme atroce che non possiamo assolutamente permetterci. Anche dall'inizio dell'anno ci sono state oltre 160 vittime sempre in tutto il Mediterraneo quindi cominciamo il 2024 nel peggiore dei modi. Così come è importante rafforzare quelle che sono le vie sicure e legali, quindi corridoi umanitari e corridoi lavorativi. Dai primi di Marzo avvieremo, come Unhcr insieme al ministero dell'Interno le prime evacuazioni della Libia, frutto di un accordo che durerà per tutto l'anno ma necessario andare anche alla radice dei problemi. Noi l'anno scorso come abbiamo risposto a 43 emergenze umanitarie a 43 crisi internazionali e se continua questa conflittualità a livello internazionale è un po' come cercare di mettere un tappo per fermare una cascata. Bisogna veramente creare una maggiore cooperazione internazionale, una maggiore cultura della pace per una risoluzione pacifica dei conflitti che alimentano la fuga delle persone in tutto il mondo".
(fonte: ANSA 26/02/2024)

«Questo è un buon proposito per la Quaresima: coltivare sguardi aperti, diventare “cercatori di luce”, cercatori della luce di Gesù nella preghiera e nelle persone.» Papa Francesco - Angelus del 25 febbraio 2024 (Testo e video)

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 25 febbraio 2024


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Vangelo di questa seconda domenica di Quaresima ci presenta l’episodio della Trasfigurazione di Gesù (cfr Mc 9,2-10).

Dopo aver annunciato ai discepoli la sua Passione, Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, sale su un monte alto e lì si manifesta fisicamente in tutta la sua luce. Così svela loro il senso di ciò che avevano vissuto insieme fino a quel momento. La predicazione del Regno, il perdono dei peccati, le guarigioni e i segni compiuti erano infatti scintille di una luce più grande: la luce di Gesù, la luce che è Gesù. E da questa luce i discepoli non dovranno mai più staccare gli occhi, specialmente nei momenti di prova, come quelli ormai vicini della Passione.

Ecco il messaggio: non staccare mai gli occhi dalla luce di Gesù. Un po’ come facevano in passato i contadini che, arando i campi, focalizzavano lo sguardo su un punto preciso davanti a sé e, tenendo gli occhi fissi sulla meta, tracciavano solchi diritti. Questo siamo chiamati a fare noi cristiani nel cammino della vita: tenere sempre davanti agli occhi il volto luminoso di Gesù, non staccare mai gli occhi da Gesù.

Fratelli e sorelle, apriamoci alla luce di Gesù! Lui è amore, Lui è vita senza fine. Lungo i sentieri dell’esistenza, a volte tortuosi, cerchiamo il suo volto, pieno di misericordia, di fedeltà, di speranza. Ci aiutano a farlo la preghiera, l’ascolto della Parola, i Sacramenti: la preghiera, l’ascolto della Parola e i Sacramenti ci aiutano a tenere gli occhi fissi su Gesù. E questo è un buon proposito per la Quaresima: coltivare sguardi aperti, diventare “cercatori di luce”, cercatori della luce di Gesù nella preghiera e nelle persone.

E allora chiediamoci: nel mio cammino, tengo gli occhi fissi su Cristo che mi accompagna? E per farlo, do spazio al silenzio, alla preghiera, all’adorazione? Infine, vado in cerca di ogni piccolo raggio della luce di Gesù, che si riflette in me e in ogni fratello e sorella che incontro? E io mi ricordo di ringraziare il Signore per questo?

Maria, splendente della luce di Dio, ci aiuti a tenere fisso lo sguardo su Gesù e a guardarci a vicenda con fiducia e amore.
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Dopo l’Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Ieri, 24 febbraio, abbiamo ricordato con dolore il secondo anniversario dell’inizio della guerra su vasta scala in Ucraina. Quante vittime, feriti, distruzioni, angustie, lacrime in un periodo che sta diventando terribilmente lungo e di cui non si intravvede ancora la fine! È una guerra che non solo sta devastando quella regione d’Europa, ma che scatena un’ondata globale di paura e odio. Mentre rinnovo il mio vivissimo affetto al martoriato popolo ucraino e prego per tutti, in particolare per le numerosissime vittime innocenti, supplico che si ritrovi quel po’ di umanità che permetta di creare le condizioni di una soluzione diplomatica alla ricerca di una pace giusta e duratura. E, fratelli e sorelle, non dimentichiamoci di pregare per la Palestina, per Israele e per i tanti popoli dilaniati dalla guerra, e di aiutare concretamente chi soffre! Pensiamo a tanta sofferenza, pensiamo ai bambini feriti, innocenti.

Seguo con preoccupazione l’aumento delle violenze nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo. Mi unisco all’invito dei Vescovi a pregare per la pace, auspicando la cessazione degli scontri e la ricerca di un dialogo sincero e costruttivo.

Destano apprensione i sempre più frequenti rapimenti che si verificano in Nigeria. Esprimo al popolo nigeriano la mia vicinanza nella preghiera, auspicando che ci si impegni affinché il dilagare di questi episodi sia arginato il più possibile.

Sono vicino pure alla popolazione della Mongolia, colpita da un’ondata di freddo intenso, che sta provocando gravi conseguenze umanitarie. Anche questo fenomeno estremo è un segno del cambiamento climatico e dei suoi effetti. La crisi climatica è un problema sociale globale, che incide in profondità sulla vita di molti fratelli e sorelle, soprattutto sui più vulnerabili: preghiamo per poter intraprendere scelte sagge e coraggiose per contribuire alla cura del creato.

Saluto voi, fedeli di Roma e di varie parti del mondo, in modo speciale i pellegrini di Jaén (Spagna), i giovani greco-cattolici rumeni di Parigi, le Comunità Neocatecumenali provenienti dalla Polonia, dalla Romania e dall’Italia.

Saluto il Pontificio Seminario Campano Interregionale di Posillipo, il Segretariato del Forum Internazionale di Azione Cattolica, gli Scout di Paliano e i cresimati di Lastra Signa, Torre Maina e Gorzano.

Saluto pure la Federazione Italiana Malattie Rare, il Circolo Culturale “Reggio Ricama”, i membri del Movimento Nonviolento e i volontari dell’Associazione N.O.E.T.A.A. E saluto i ragazzi dell’Immacolata.

A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci.

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Enzo Bianchi - Quel vincolo tra ebrei e cristiani

Enzo Bianchi 
Quel vincolo tra ebrei e cristiani


La Repubblica - 19 Febbraio 2024 

Con grande fatica cerco qualche parola pubblica sul conflitto tra lo stato d’Israele e i palestinesi abitanti la striscia di Gaza. Con fatica perché ho un amore profondo e sento un legame infrangibile con il popolo d’Israele. Il 7 ottobre scorso c’è stato un massacro da parte di Hamas, una barbarie che è epifania di disumanizzazione: israeliani, tra cui bambini, massacrati in casa mentre festeggiavano “la gioia della Torah” e ostaggi portati via dalle loro famiglie.

A questo atto esecrabile lo stato d’Israele doveva certamente rispondere per neutralizzare l’aggressore, ma in realtà al massacro è seguita una guerra, un massacro moltiplicato che ormai ha causato la morte di trentamila palestinesi molti dei quali sono civili inermi, donne e bambini. A un’epifania di disumanità è seguita un’altra epifania di disumanità che è in corso da cinque mesi e non dà segni di cessare nonostante gli appelli a fermarsi, a passare a negoziati, che si levano da tutto il mondo. Ancora una volta noi verifichiamo la nostra assoluta irrilevanza e proprio questo è all’origine del silenzio di molti che certo non approvano l’azione di vendetta dello stato d’Israele.

È in tale contesto che gli interventi di Papa Francesco che chiede la pace e quelli della Santa Sede non sono parsi sufficienti a Israele, che li ha considerati addirittura sbilanciati a favore dei palestinesi. Eppure la Santa Sede continua in ogni occasione a rinnovare la condanna di qualsiasi forma di autogiustificazione; non nega il diritto all’autodifesa dello stato d’Israele, ma secondo la “dottrina cattolica”, la giudica legittima solo se proporzionale all’offesa ricevuta.

Tuttavia, molti cristiani, seguendo semplicemente il Vangelo di Gesù Cristo, e non la dottrina, condannano ogni guerra convinti che non esista mai una “guerra giusta”, una guerra pulita, perché la guerra è sempre disumana, una bestialità che stravolge chiunque la faccia, anche chi si impegna in una legittima difesa. Papa Giovanni XXIII affermò profeticamente che la guerra è “aliena dalla ragione” perché porta morte senza capacità di fermare e colpire solo l’aggressore, perché non c’è guerra che non sia fratricida, perché la vita di un uomo, di una donna, sono più preziose dei valori che si vogliono difendere.

Così alcune autorità ebraiche hanno avvertito la chiesa cattolica che il dialogo in atto dal Concilio Vaticano II è minacciato, come se la chiesa stesse tornando ai tempi della sua ostilità verso gli ebrei, questo sacrificio perpetrato per molti secoli. Ma qui c’è un equivoco dominante sia nei cattolici sia negli ebrei. In realtà per i cattolici il dialogo teologico e la relazione originale non riguardano tutti gli ebrei, ma “l’Israele di Dio”, come lo chiama Paolo di Tarso, cioè gli ebrei credenti in alleanza con il loro Signore. Israele come stato – e come uno dei tanti stati del mondo, né più né meno – non è e non può essere il soggetto religioso che dialoga con i cristiani.

Allora nessuna confusione: lo stato d’Israele e i suoi governi possono essere giudicati come tutti gli stati del mondo mentre gli ebrei credenti sono per i cristiani fratelli gemelli, uniti da un vincolo che non può venir meno e che sarà unità alla fine dei tempi. Condannare l’azione dell’attuale governo israeliano non è antisemitismo. Del resto, una larga parte di opinione pubblica israeliana è contraria alla guerra in Palestina, e con essa non pochi intellettuali e rabbini. Si può dunque amare l’Israele di Dio ed essere liberi nel giudicare lo stato, le istituzioni, il governo di Israele, senza cadere nell’antigiudaismo cristiano o nello spregevole antisemitismo omicida.
(fonte: blog dell'autore)

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domenica 25 febbraio 2024

A un anno dal tragico naufragio di Cutro fare memoria è atto dovuto

Centro Astalli - Nota alla stampa – 23.02.2024

A un anno dal tragico naufragio di Cutro
fare memoria è atto dovuto


A un anno dal terribile naufragio avvenuto davanti alle coste di Steccato di Cutro, in provincia di Crotone, nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023, in cui persero la vita 94 migranti, fare memoria e mantenere vivo il ricordo di quel tragico evento e dei tanti altri che ne sono seguiti è atto dovuto.

L’imbarcazione sulla quale viaggiavano i migranti, partita dalla Turchia con a bordo circa 200 persone, si è spezzata in due a pochi metri dalla riva del litorale crotonese: 80 i sopravvissuti e un numero imprecisato di dispersi.

Neanche più un morto nel Mediterraneo si disse a seguito di un’altra tra le più grandi tragedie consumatasi davanti alle coste italiane, a Lampedusa, il 3 ottobre 2013.

Da allora oltre 28mila persone sono morte in mare nel tentativo di raggiungere l’Europa per chiedere asilo e protezione. Più di 2.500 le vittime nel Mediterraneo nel 2023. Un numero impressionante di bambini, donne e uomini, relegati troppo spesso all’oblio della nostra indifferenza.

“In occasione dell’anniversario del naufragio di Cutro – dichiara p. Camillo Ripamonti, Presidente Centro Astalli – piuttosto che preoccuparci di quanti sono i migranti arrivati e se c’è stata una flessione nelle percentuali, dovremmo interrogarci se coloro che sono arrivati hanno avuto e hanno possibilità di una vita degna, se ha senso attuare politiche dissuasive o se invece avrebbe più senso impiegare risorse perché chi arriva sia protagonista attivo del proprio futuro e della nuova comunità di vita”.

Torniamo a chiedere di fermare l’ecatombe di migranti in mare.

Sia priorità mettere in atto vie legali per garantire accesso alla protezione e sconfiggere così il traffico di esseri umani.

Sia priorità salvare le persone in mare, come previsto da convenzioni internazionali e diritti umani, troppo spesso calpestati con norme demagogiche contro la solidarietà.

Siano priorità politiche strutturali e di lungo periodo che permettano di preparare i territori ad un’accoglienza diffusa di richiedenti asilo e rifugiati.

Sia priorità, contro ogni semplificazione, affrontare il tema della migrazione nelle sue diverse componenti con responsabilità e lucidità, non strumentalizzandolo o banalizzandolo, eliminando i discorsi di odio, razzismo e xenofobia.




Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - II DOMENICA DI QUARESIMA ANNO B

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


II DOMENICA DI QUARESIMA ANNO B

25 Febbraio 2024 

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, se Dio è per noi, tanto da averci fatto dono del Figlio suo Gesù, allora possiamo essere ben certi che Egli non guarda al nostro passato, ma alla nostra volontà di convertirci. Sostenuti da questa fiducia innalziamo al Signore Gesù le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/   Donaci la tua luce, Signore

  

Lettore

- Come un giorno, o Signore Gesù, hai portato in alto Pietro, Giacomo e Giovanni, così oggi porta in alto tutta la Chiesa, perché possa contemplare la Bellezza del tuo volto amante, sfigurato dalla violenza degli uomini, e la luminosità di senso di una vita umana spesa nel dono gratuito di sé. Illuminata da Te, fa’ che la Chiesa possa stare dentro la storia dell’umanità di oggi come segno e strumento della tua pace. Preghiamo.

- Signore Gesù, fa crescere in ogni comunità cristiana, piccola o grande che sia, il desiderio e l’apertura di cuore per ascoltare la tua Parola. Dona a quanti hanno compiti di guida all’interno della comunità di saper introdurre ogni membro di essa ad accostarsi alle pagine della Scrittura ed a saperle accogliere come fonte di luce e di vita. Preghiamo.

-Il mondo di oggi, Signore Gesù, ha smarrito la bussola, non sa più come camminare. L’unica parola che agita le menti dei grandi della terra porta il nome di “violenza”. Suscita uomini e donne capaci di profezia, di dire parole di vita e non di odio e di violenza. Sostieni con la tua grazia e la tua sapienza gruppi e movimenti che operano a favore della pace. Preghiamo.

- A Te, Signore Gesù, affidiamo i nostri parenti ed amici, che soffrono a motivo della malattia o che si ritrovano ad affrontare disagi o difficoltà economiche. Guarda con bontà le nostre case, perché diventino sempre più luoghi di dialogo, di accoglienza e di sostegno reciproco. Preghiamo.

- Davanti a te, Signore Gesù, luce del mondo, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche delle vittime dello sfruttamento dei popoli, della violenza sui minori, sugli anziani e sui disabili. Concedi a tutti di contemplare la luce del tuo Volto. Preghiamo.


Per chi presiede

Signore Gesù, tu che conosci la nostra fragilità, non farci mancare la tua luce, affinché, assimilando il tuo stile di vita, sappiamo testimoniare la bellezza dell’umano in una esistenza che si dona per amore. Te lo chiediamo perché sei Risorto, presente in mezzo a noi nei secoli dei secoli.  AMEN.



Don Tonino Bello «ALZATEVI E NON TEMETE»

Don Tonino Bello
ALZATEVI E NON TEMETE


Oggi è la festa della Trasfigurazione, la festa della luce, la festa della Pasqua.

Oggi Gesù ci dice «forza discepoli, venite con me, andiamo sul monte, andiamo lì sopra dove è più facile ascoltare la voce di Dio». È una giornata molto bella che spezza la Quaresima con questa, come dire, scia luminosa che fa piovere come un fiotto di speranza per tutti quanti noi dal momento che la Trasfigurazione ha un sapore molto importante.

Sappiamo noi che cosa vuol dire? Potremmo trovare tanti significati. Se voi prendete cento commenti della Scrittura trovate cento spiegazioni diverse ...


Fratelli, è bellissima la pagina difficile, che noi leggiamo anche nel cuore dell'estate, il 6 di agosto, e possiamo dire che è una pagina difficile per queste molteplicità. Comunque una cosa è certa: il suo orientamento pasquale, il suo sapore pasquale che dice tante cose anche per noi e che forse potremmo condensare in quei due verbi di una suggestione unica che vengono espressi quando gli Apostoli cadono con il volto prono a terra. È allora che Gesù si avvicina loro e dice: «Alzatevi e non temete». Due verbi che sono chiaramente pasquali. «Alzatevi»: alzarsi è lo stesso verbo che in greco cerca di mitigare la resurrezione: risorgete, alzatevi, in piedi! Ci sono alcuni francesi che in esegetica traducono «beati voi poveri» con «in piedi, poveri!» Altri traducono: «in cammino, alzatevi, che aspettate!».

Vedete quanta fame nel mondo, vedete quanta sete di giustizia, quante implorazioni, quante braccia levate. Io non so se sono i miei dormiveglia di febbricitante che a volte mi fanno immaginare questa selva di braccia mirate in alto in attesa di liberazioni che sembra non vengano da nessuna parte. Invece Gesù è venuto a liberarci e chiama anche noi, vuole coinvolgere anche noi.

Alzatevi, che state aspettando? Non vi accorgete che il mondo muore, che il mondo soffre? «Alzatevi» significa anche questo. Lasciate la siesta, l'assopimento delle vostre contemplazioni a volte narcisistico, il vostro riduttivismo spirituale, la coltivazione della vostra vita interiore senza slanci, senza sbocchi al di fuori, senza spinte. «Alzatevi», dice prima di tutto a noi. «Alzatevi, muovetevi, uscite dagli standard, uscite dalle vostre pigrizie, cambiate vita» perché è facile che pure noi, persone consacrate, con tutti i propositi, i progetti, si viva in termini non profondamente cristiani, non in sintonia con Gesù Cristo e allora Gesù ci dice: «Alzatevi, praticate il Vangelo», quello semplice e non l'altro. «Avete inteso amate il vostro prossimo, odiate il vostro nemico, ma io vi dico amate i vostri nemici perché se amate soltanto coloro che vi amano che merito è? Amate i vostri nemici...».

E noi facciamo tanta fatica. amiamo semmai i nemici che ci hanno offeso per telefono, però i nemici della nostra corporazione, i nemici del nostro sindacato, i nemici del nostro clan, i nemici della nostra associazione, i nemici della nostra chiesa, non siamo disposti a perdonarli. Come credenti dovremmo essere propositori di realtà nuove. Ma noi non lo siamo; stiamo ancora a disquisire. «Amate». Ma se son nemici della tua nazione li devi odiare, perché se sei costretto a sparare, se sali su un F16 per andare a bombardare, potresti morire.

Quante contraddizioni stiamo vivendo oggi come le abbiamo vissute al tempo della guerra del Golfo. Sembravano assurdità queste cose dette dal Vangelo e oggi le stanno riscoprendo i laici, che dalle nostre miniere stanno saccheggiando i temi della nonviolenza, della pace, della giustizia...

C'è bisogno invece che ci si alzi. È Pasqua, è resurrezione; oggi Gesù risorge e se risorge deve dirci qualcosa, deve pur farci un po' di luce.

Vorrei dirvi questo «Alzatevi» con forza perché col vostro impegno, con la vostra parola, voi che siete immersi anche nella vita professionale, col vostro esempio, al di là di queste cadenze pure di operosità dolorosa, abbiate ad accogliere anche l'altro l'invito di Gesù: «Non temete». Abbiamo infatti bisogno di sentircelo dire perché noi tremiamo come foglie sotto il freno della paura nel timore di non farcela.

A volte, nonostante la nostra fede, abbiamo paura se siamo nel giusto, paura se non abbiano ragione gli altri; paura, se nello sforzo di aiutare la nostra Chiesa a pulirsi il volto dalle macchie e dalle rughe, pensiamo alle volte di essere in atto di darle dei graffi; paura di non essere compresi; paura di vederci soli nei momenti difficili ...

Non temete, dice Gesù, non temete di apparire ingenui, o stolti, o folli agli occhi del mondo. È agli occhi di Dio che dovete comparire ...


«Alzatevi non temete» questa è la vita; questo ci dice oggi il Signore nella festa della Trasfigurazione. Se ascoltiamo l'invito del Signore saremo trasfigurati noi e tutti coloro che ci incontreranno saranno felici di aver fatto la nostra conoscenza, che è poi la conoscenza del Signore perché noi siamo dei tramiti con Lui che è la fonte, il centro, è l'alba, è l'attesa, è il principio, è la fine, è il punto di riferimento di tutto, è lo zenit, è l'asse di convergenza di tutta l'esistenza, è un pozzo di luce tanto che bisogna chiudere gli occhi per non calcificarli dentro. Bene: pozzo di luce. La luce della Trasfigurazione che mi auguro possa aiutare la vostra anima a consolidare la voglia di andare avanti nel nome di Dio.


Leggi tutto: ALZATEVI E NON TEMETE di Don Tonino Bello

"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 15 - 2023/2024 anno B

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino


II DOMENICA DI QUARESIMA ANNO B 

Vangelo:


Il brano di questa II Domenica di Quaresima sottolinea e sigilla la precedente Sezione dei Pani (6,30-8,21) e la rivelazione di Gesù Messia come Servo Sofferente (8,27-38) fatta a Pietro. Il Pane e la Parola, spezzati e condivisi, sono il nutrimento, quello vero, per la vita dei discepoli perché «non vengano meno» durante la traversata del mare della vita, per non cadere preda dello scoraggiamento davanti alla morte ignominiosa che Gesù dovrà affrontare a Gerusalemme. Pienamente consapevole di quanto sta per accadergli, Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni perché facciano esperienza della sua condizione divina. L'episodio ci illustra qual è il senso autentico della passione e morte di Gesù, non come fine ultimo della vita, ma come Mistero-Progetto del Padre per l'uomo. Pietro (ma anche gli altri) continua a non comprendere chi è realmente Gesù, suggerisce, infatti, di costruire «Tre Tende» perché vuole che il Maestro si manifesti subito. Chiaro il riferimento a Sukkot, la Festa delle Capanne quando, secondo la tradizione rabbinica, il Messia si sarebbe manifestato a Israele e al mondo. Come annota Marco, «Pietro non sa quello che dice». Gesù certamente si manifesterà al mondo intero, ma non con la forza, la potenza e la violenza delle armi, come Pietro e gli altri si attendono. Ciò che hanno ascoltato, contemplato e adorato potrà essere raccontato solo dopo la passione, morte e resurrezione di Gesù. Mosè, Elia, la nube, la voce, le vesti splendenti (tutti richiami all'Antico Testamento), sono il sigillo del Padre sulla vita spezzata e donata del Figlio Amato, il solo che dobbiamo ascoltare.


sabato 24 febbraio 2024

GLI ARCHIVI DELL'ANIMA - Le cose attorno a noi non sono chiare, la storia e i sentieri del futuro per nulla evidenti. Ma il mondo è intriso di luce... sarà necessario cercare negli archivi dell'anima le tracce della luce per appoggiarvi il cuore e la fede - II DOMENICA DI QUARESIMA/B - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Ronchi

GLI ARCHIVI DELL'ANIMA
 

Le cose attorno a noi non sono chiare, la storia e i sentieri del futuro per nulla evidenti. Ma il mondo è intriso di luce... 
sarà necessario cercare negli archivi dell'anima le tracce della luce per appoggiarvi il cuore e la fede


In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l'amato: ascoltatelo!» (...).Mc 9,2-10


GLI ARCHIVI DELL'ANIMA
 
Le cose attorno a noi non sono chiare, la storia e i sentieri del futuro per nulla evidenti. Ma il mondo è intriso di luce... sarà necessario cercare negli archivi dell'anima le tracce della luce per appoggiarvi il cuore e la fede
 

Il monte della luce, collocato a metà del racconto di Marco, è lo spartiacque della ricerca su chi è Gesù. Come in un dittico, la sua prima parte racconta opere e giorni di Gesù il maestro; la seconda parte, a partire da qui, disegna il volto alto del "Figlio di Dio": vangelo di Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio (Mc 1,1).

Gesù chiama di nuovo con sé i primi chiamati: tutto è narrato dal punto di vista dei discepoli, di ciò che loro accade. Li porta su un alto monte e si trasfigura davanti a loro: i monti nella Bibbia sono dimora di Dio, ma offrono a noi la possibilità di uno sguardo nuovo sul mondo, di coglierlo da una nuova angolatura, osservarlo dall'alto, da un punto di vista inedito. Dal punto di vista di Dio.

Pietro ne è sedotto e prende subito la parola: che bello essere qui! Facciamo tre capanne. L'entusiasmo di Pietro, il suo: che bello! ci fanno capire che la fede per essere pane deve discendere da uno stupore, da un innamoramento che ti stordisce, gridato a pieno cuore.

Ciò che seduce Pietro non è l'onnipotenza di Dio, non lo splendore del miracolo o il fascino di effetti speciali, ma la bellezza del volto di Gesù, dove l'uomo si sente finalmente a casa: qui è bello stare! Altrove siamo sempre lontani, in viaggio.

Il Vangelo della Trasfigurazione dona ali alla nostra speranza: il male e il buio non vinceranno, non è questo il destino dell'uomo, perché Adamo ha, o meglio “è” una luce custodita in un guscio di creta, e la sua vocazione è liberarla.

Con la sua esclamazione Pietro ci apre la strada, e vorrei, balbettando come lui, dire che anch'io ho sfiorato, qualche volta, la bellezza del credere. Che anche per me credere è stato acquisire bellezza del vivere in pienezza, che come Pietro che si tuffa nell’entusiasmo dell’agire in fretta: “facciamo, qui, ora, subito....” sappiamo tutti che gli innamorati volano. Che la vita non avanza per ordini o divieti, ma per una seduzione che nasce da una bellezza intravista, anche se per poco, anche solo nella freccia di un istante.

La nostra comprensione, la nostra intelligenza, la nostra luce non ci bastano, le cose attorno a noi non sono chiare, la storia e i sentieri del futuro per nulla evidenti. Ma il mondo è intriso di luce, lo sanno tutte le religioni, lo sanno gli innamorati, gli artisti, i puri. E lo ricorderanno i discepoli quando tutto si farà buio, quando il loro Maestro sarà preso, incatenato, deriso, spogliato, torturato, crocifisso.

Come fu per loro, come fu per molti nei lager o nei gulag, fino ai Navalny dei nostri giorni, come è per quanti si ostinano a proporsi la pace, anche per noi nei nostri inverni, sarà necessario cercare negli archivi dell'anima le tracce della luce, la memoria del sole, per appoggiarvi il cuore e la fede. È dall'oblio che discende la notte.
  

Due anni di guerra in Ucraina - Andrea Tornielli: Fino a quando?

Due anni di guerra in Ucraina

Andrea Tornielli
Fino a quando?


Anche se le terribili notizie che in questi ultimi mesi sono arrivate dalla Terra Santa, e ora la morte del dissidente russo Navalny, hanno fatto passare in secondo piano le cronache di guerra dall’Ucraina, noi oggi vogliamo ricordare. Lo stiamo facendo in questi giorni, dando voce ai testimoni, a chi non si arrende alla logica dell’odio, a chi continua a pregare e continua ad agire per alleviare le sofferenze di una popolazione schiantata da ventiquattro mesi di bombardamenti. Lo abbiamo fatto facendo parlare i numeri, perché la cruda realtà su quanto sta accadendo, spesso ormai lontano dai riflettori, descrive l’assurda disumanità di questa guerra. Decine di migliaia di vite umane vengono sacrificate per conquistare pochi chilometri di territorio, decine di migliaia di uomini giovani e meno giovani sono feriti o mutilati, intere città ucraine sono state rase al suolo, milioni di sfollati vivono all’estero, migliaia di mine sono destinate a insidiare la vita futura della popolazione innocente... Che cosa deve ancora accadere perché si fermi l’aggressione e ci si metta attorno a un tavolo per negoziare una pace giusta?

Gli innumerevoli appelli di Papa Francesco per richiamare l’attenzione sulla “martoriata Ucraina” sono stati lasciati cadere nel vuoto. La guerra e la violenza sembrano diventate la via per risolvere le contese. La corsa al riarmo in vista di guerre future è ormai un dato di fatto, accettato anche questo come ineluttabile. I soldi che non si trovano mai per costruire asili e scuole, per finanziare una sanità che funzioni, per combattere la fame o per favorire la transizione ecologica avendo a cuore la salvaguardia del nostro pianeta, sono sempre disponibili quando si tratta di armamenti. La diplomazia appare muta di fronte alle sirene belligeranti. Parole quali pace, trattativa, tregua, dialogo, sono guardate con sospetto. L’Europa si è sentita ben poco, al di là del solitario protagonismo dei singoli leader.

Mai come in questo momento c’è bisogno di non cedere alla logica della guerra. C’è bisogno di continuare ad invocare da Dio il dono della pace, come instancabilmente continua a fare il Successore di Pietro, sapendo scorgere le braci della speranza che covano sotto la coltre sempre più spessa della cenere dell’odio. C’è bisogno di nuove leadership profetiche, creative e libere, capaci di osare, di scommettere sulla pace, e di farsi carico del futuro dell’umanità. C’è bisogno dell’impegno responsabile di tutti nel far sentire con forza e determinazione la voce di chi non si arrende alla logica “cainista” dei “signori della guerra” che rischia di portarci verso l’autodistruzione.
(fonte: L'Osservatore Romano 24 febbraio 2024)

L’appello dell’arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyč, Sviatoslav Shevchuk: «Non dimenticateci! La solidarietà salva la vita»

L’appello dell’arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyč, Sviatoslav Shevchuk

«Non dimenticateci!
La solidarietà salva la vita»


«Chiediamo al Signore la pace per la nostra gente, chiediamo che questa guerra finisca il prima possibile, chiediamo al Signore che ci protegga dalla sofferenza, dalla morte. Ma è importante essere consapevoli che il Signore è più pronto a dare che noi a chiedere. Questo ci dà la speranza»: a colloquio con i media vaticani, l’arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyč, Sviatoslav Shevchuk, descrive così l’anelito alla pace che alberga nel cuore del popolo ucraino. Un anelito accompagnato dalla preghiera quotidiana, così come quotidiano è, dopo due anni, il suono delle sirene e delle esplosioni che devastano il Paese.

La guerra porta morte, sofferenza, provoca odio e crea gravi problemi sociali. In che modo la Chiesa cerca di contrastare tutto questo?

In questi due anni, la nostra Chiesa ha sviluppato una “pastorale del lutto” perché dobbiamo accompagnare la gente che piange, che soffre, che vive nel lutto per la perdita dei familiari, della casa, del suo mondo. È una sfida, perché è molto facile essere pastori di gente felice. Ma nei contesti di guerra abbiamo a che fare con una situazione di profondo dolore e spesso ci sentiamo impotenti. Cosa possiamo fare? Talvolta si dà la precedenza all’essere presenti, piuttosto che al fare qualcosa: essere presenti accanto alle persone che piangono cercando di far vedere che il Signore è con noi. Trovare le parole appropriate per una madre che è in lutto per la morte di suo figlio, o per avvicinarsi a un giovane che ha perso le gambe o a un bambino che ha visto la morte di sua madre. Questa “pastorale del lutto” è una sfida, ma è anche una pastorale della speranza, perché la fede cristiana ci chiama a portare la speranza della risurrezione in mezzo al lutto.

Quindi il popolo ucraino continua a sperare, nonostante tutto?

Noi siamo feriti, ma non disperati. Il popolo che crede nella vita eterna, che crede nel Cristo risorto, trova la speranza. E la speranza non è un vano sentimento, un fidarsi ciecamente di ciò che non sai. No, il senso della speranza cristiana è la vita del Risorto: noi sicuramente risorgeremo. Quindi, la speranza cristiana ci apre nuove prospettive. In Ucraina spesso possiamo sentire la frase Contra spem spero (Spero contro ogni speranza) che è diventata anche il titolo di una poesia della famosa poetessa ucraina Lesja Ukraïnka (1871-1913): noi speriamo cristianamente contro una disperazione semplicemente umana.

Il Sinodo dei vescovi greco-cattolici in Ucraina, che si è riunito all’inizio di febbraio, aveva come tema principale la pastorale della famiglia. Quali sono le sfide principali in questo ambito e cosa cercate di fare come Chiesa?

Abbiamo quattro nuove sfide per la pastorale della famiglia: innanzitutto, abbiamo famiglie che hanno perso un parente, per esempio una giovane moglie che ha perso il marito e non sa spiegare ai suoi bambini quando tornerà il loro padre. L’altra tragedia è quella delle famiglie dei feriti di guerra: oggi in Ucraina abbiamo 200.000 persone gravemente ferite. E la famiglia porta tutto il peso della loro assistenza sociale e medica. Poi abbiamo le famiglie dei dispersi al fronte che, ufficialmente, sono 35.000. Voi non immaginate l’inferno che vivono la madre e il padre che ha non hanno notizie del figlio o la moglie che vive senza notizie del marito! Poi abbiamo le famiglie dei prigionieri di guerra ed accompagnarle è una sfida molto difficile: in ogni parrocchia che visito, mi presentano liste senza fine di prigionieri di guerra. Raccolgo continuamente questi nomi e li trasmetto al Santo Padre. Sono profondamente grato al Santo Padre per il suo impegno nella liberazione dei prigionieri di guerra. Preghiamo perché un giorno possano essere liberati e tornare a casa. Un’altra dimensione è quella dei bambini: secondo le statistiche dello Stato, nel 2023 in Ucraina sono nati 210.000 bambini. Per l’anno 2024 si prevedono soltanto 180.000 nascite, un terzo di ciò che normalmente accadeva in Ucraina. Ufficialmente il governo ucraino afferma che 527 bambini sono stati uccisi e 1.224 feriti. Un grande crimine contro la dignità dei minori sono anche le deportazioni da parte del governo russo dei bambini ucraini dalle zone occupate in Russia. Ho incontrato alcuni bambini che erano stati deportati dai russi e poi attraverso vari meccanismi internazionali, compresa la missione del cardinale Matteo Zuppi, erano riportati alle loro famiglie. Questi bambini hanno bisogno di cure specifiche, di un accompagnamento pastorale molto particolare, perché alla loro piccola età hanno sperimentato tutta la crudeltà umana possibile.

Qual è il suo messaggio ai cattolici di tutto il mondo a due anni dall'inizio dell’invasione su larga scala?

Facciamo di tutto per far finire questa guerra insensata! Perché la guerra sempre porta con sé la morte, la tragedia, la distruzione della persona umana e dell’intera società. La guerra in Ucraina non è la “guerra ucraina”, cioè non è semplicemente un fenomeno che si può chiudere dentro i confini del nostro Paese che soffre, ma è una realtà che sta invadendo il mondo. Perciò chiediamo solidarietà: la solidarietà veramente salva la vita e ci può aiutare a trovare le soluzioni che forse oggi ancora non abbiamo individuato. Non dimenticate l’Ucraina, non ci abbandonate nel nostro lutto e nel nostro dolore.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Svitlana Dukhovych 22/02/2024)




CARMELO RUSSO - “Vi diedi una terra che non avevate lavorato” (Gs 24,13). La terra è dono di Dio, sempre da ridonare. (VIDEO)

MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA 2024
promossi dalla
FRATERNITÀ CARMELITANA
DI BARCELLONA POZZO DI GOTTO


I MITI ABITERANNO
LA TERRA (cf. Mt 5,5)
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Terzo mercoledì - 21 febbraio 2024



“Vi diedi una terra 
che non avevate lavorato” (Gs 24,13)
La terra è dono di Dio, 
sempre da ridonare.
Carmelo Russo

(VIDEO)




Il tema della terra è cruciale, non solo nell’ambito strettamente esegetico, ma anche teologico e politico. Il rapporto del popolo con la terra, a ben vedere, non è necessario ed è sempre affrontato nella prospettiva “telescopica”,1 come un già e non ancora, quasi come struggimento. Nel corso di questi eventi storici, il concetto di terra si trasforma geograficamente, politicamente e ideologicamente, ma resta sempre un concetto inavvicinabile, impossibile da mettere a fuoco se non a una certa distanza, attraverso affetti che devono necessariamente restare “presbiti”.


... la vera minaccia del popolo non è la condivisione della terra con altre nazioni, ma la condivisione della loro idolatria. Se è vero che la terra è dono (Gabe), puramente gratuito e incondizionato, conseguenza della promessa divina, il possesso della terra diventa adesso un compito (Aufgabe), senza automatismi e nel rispetto dell’alleanza. La tensione tra queste due dimensioni – dono e compito – è risolta dalla devozione (Hingabe), espressa dal culto in cui l’umano e il divino si incontrano. Il popolo, se vuole dare un significato propriamente teologico alla terra, deve sempre ricordare questo: «Vi diedi una terra che non avevate lavorato, abitate in città che non avete costruito e mangiate i frutti di vigne e oliveti che non avete piantato» (Gs 24,13). Purtroppo, la tentazione dell’uomo è annullare la mediazione, attraverso scorciatoie che disattivano ogni cammino di crescita. In alcune pagine della storia d’Israele la Terra non è più vista come dono, promessa e sfida, ma come fatto e diritto. La risposta di Dio è sempre la stessa: allungare la strada per facilitare l’incontro e generare processi; sottrarre il dono per poter educare il suo popolo a riceverlo ancora. «Se la prima umanità, nella bramosia del “tutto subito”, non ha accettato il limite, Dio ormai lavora a partire dai limiti». Il limite diventa sapienza e opportunità. Ciò è evidente nel peregrinare (nel girovagare!) d’Israele nel deserto: dall’Egitto alla Palestina sarebbero bastati pochi giorni a piedi; invece la marcia dura 40 anni. È in questo “già e non ancora” che matura, in itinere, la sponsalità tra Dio e il suo popolo. Il viaggio verso la terra promessa è, a ben vedere, l’aggiornamento di un rapporto di tensione con il dono: «È solo vivendo questa tensione che realmente si può arrivare a possederlo. In altri termini, la Terra la si contempla, sì: ma da lontano; il “giardino” lo si ammira, sì: ma dal “deserto”; così come anche, paradossalmente, lo si possiede»; perché il popolo impari che più importante del dono è la mano di Chi dona.


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Intervento integrale


Leggi:

Due anni di guerra in Ucraina - Card. Konrad Krajewski Per rivestirsi di misericordia

Due anni di guerra in Ucraina
Card. Konrad Krajewski 
Per rivestirsi di misericordia


Da due anni porto la spilla della bandiera Ucraina per non dimenticare che c’è la guerra, che ogni giorno in entrambe le nazioni in conflitto muore tanta gente. Ci sono tanti orfani, tante vedove e tanti feriti. Da due anni mi sento ucraino e soffro con loro.

Da due anni prego per la pace e ogni giorno, quando celebro la Santa Messa, mi fermo in silenzio dopo la preghiera del Padre Nostro quando pronuncio le parole: «Liberaci Signore da tutti i mali e concedi la pace ai nostri giorni».

Da due anni ogni giorno prego per i due presidenti e i loro consiglieri perché si seggano attorno ad un tavolo: servirebbe per salvare vite umane. Finché non lo faranno continuerà la scia dei morti.

Sette volte sono stato in Ucraina a nome del Santo Padre e ho visto quello che non dovrebbe succedere mai: un uomo che uccide un altro uomo e un fratello il fratello. La guerra sembra essere scatenata dalla vendetta verso un popolo che ha diritto di vivere nella pace.

In questi due lunghi anni ho visto anche tanta solidarietà, che ha dell’incredibile.

Ho incontrato molta gente di buona volontà che dedica il proprio tempo, le proprie risorse, per aiutare il prossimo, cioè milioni dei profughi che sono stati costretti a fuggire dalle loro case a causa della guerra con una sola busta di plastica. Tanta gente di buona volontà ancora oggi ospita dei profughi ucraini nella propria casa. Ecco la seconda faccia della maledetta guerra, quella che dà speranza.

Ringrazio il Signore perché solo da Roma, grazie a tanta gente, siamo riusciti a mandare nei territori in guerra più di 240 tir di aiuti umanitari.

È vero ogni guerra è una sconfitta, dice Papa Francesco.

È vero che tutti gli stati producono le armi, le vendono e guadagnano tanto. Ed è altrettanto vero che quasi nessuno parla di pace, eccetto il Santo Padre. Solamente ripetono questa frase: «Chi vuole la pace deve prepararsi alla guerra». Deve comprare le armi.

Allora mi chiedo: «Quando regna la pace nel mio cuore? Quando posso diventare l’uomo in grado di seminare la pace e concedere la pace?». Io personalmente sono pieno di pace quando sperimento la misericordia. Quando dopo la confessione vengono perdonate le mie colpe e quando incomincio a perdonare. In quel momento sono pieno di pace, pace che non viene dal mondo ma direttamente da Dio. In quel momento incomincio ad essere la sua immagine vivente.

Misericordia è il secondo nome di Dio, il primo è Amore. Il comandamento più importante ci invita ad amare Dio e il prossimo. Pace non vuol dire solo far cessare il fuoco, fare una tregua ma rivestirsi di misericordia, cioè perdonare e chiedere perdono.

Bisogna mettere Dio al primo posto, il prossimo al secondo e l’“io” al terzo posto, tutti prima di me, tutti sono più importanti di me, la loro vita è più importante della mia. Chi mette Dio al primo posto, Dio che ama la vita, ogni vita umana, costruisce la pace.

Domani dalla basilica di Santa Sofia in Roma partirà un altro tir da parte del Santo Padre con i viveri per il popolo ucraino. È un aiuto per la gente che è sfinita dalla guerra, ma non sfiduciata e convinta che la pace sia ancora possibile.

Dobbiamo sostenerli con la preghiera, che per i credenti può spostare le montagne, figuriamoci fermare questa stupida guerra.

Signore ti chiedo umilmente il miracolo della pace.
Tu che sei Onnipotente sai che abbiamo bisogno di pace,
quella che solo tu puoi donare.
Concedi a coloro che la promuovono
di perseverare nel bene
e a coloro che la ostacolano
di trovare la guarigione,
di riconciliarsi con Te e con i fratelli,
allontanandosi dal male,
perché ogni guerra è sempre una sconfitta.

di Konrad Krajewski
Cardinale Elemosiniere
(fonte: L'Osservatore Romano 23 febbraio 2024)