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mercoledì 26 agosto 2020

"RELIGIONE. IL DESERTO CHE C’É IN CIASCUNO DI NOI" di Enzo Bianchi


RELIGIONE. 
IL DESERTO CHE C’É IN CIASCUNO DI NOI
di Enzo Bianchi



Per noi italiani, che a differenza dei francesi non abbiamo avuto nella nostra storia occasioni di vivere il deserto, esso rinvia a escursioni turistiche di pochi o a libri che ne descrivono il fascino.
Anche il deserto come metafora è poco frequente, eppure nella spiritualità è uno dei temi più esplorati, soprattutto dalla tradizione ebraica e cristiana. Il deserto: spazio inabitato, arido, nel quale la vita è quasi assente; luogo inospitale, che desta paura; spazio pericoloso, da attraversare con prudenza. Nella Bibbia il deserto si oppone alla terra abitata e piena di vita. È un luogo di maledizione, dimora di demoni e di forze oscure che assalgono l’essere umano.
Ben presto il deserto divenne una metafora capace di narrare una situazione personale o collettiva: deserto come solitudine, cammino faticoso, spoliazione dall’inessenziale, lotta contro le presenze mostruose che assalgono il cuore umano fino a farlo disperare. In questo senso, il deserto è anche un tempo di prova per la fede, perché credere a un Dio buono e capace di liberazione, quando regnano l’oppressione e la morte, non è facile. Anzi, l’ossessiva domanda che risuona in chi vive la desolazione del deserto è: “Ma Dio è qui con noi, sì o no?”. Perché il Dio degli ebrei e dei cristiani nessuno l’ha mai visto, non è evidente, non dà segni certi della sua presenza, e chi spera in lui spera in un Dio che appare come un sordo e un muto, quando si è schiacciati da sofferenza e disperazione.
Il deserto è un cammino necessario, che nella vita ognuno di noi deve fare, imparando a vivere senza Dio e senza gli altri. Proprio per questo è un tempo di prova, nel quale siamo spinti a cercare risposte alle domande più essenziali che ci abitano, alle quali tendiamo a sfuggire, perché evocano per noi la morte, la fine, il non-senso. Il deserto è il laboratorio dei nostri sogni e dei nostri fantasmi, spazio che ci denuda con la sua nudità, che non tollera veli né menzogne: è sole accecante o tenebra!
Il deserto, infine, è letto come tempo provvisorio, con un inizio e una fine, è un cammino che solo col senno di poi si mostra liberante: cammino interiore, in uno spazio infinito, solitario, misterioso.
Giovanissimo, ho sostato nel deserto del Marocco e lì ho capito le mie fragilità, le zone d’ombra che mi abitavano, le resistenze in me di fronte alla prospettiva di “vivere insieme” ad altri, di condividere tutto, in trasparenza, piangendo o sorridendo.
I padri del deserto, monaci del IV secolo che, lasciata la città, si rifugiavano in quei luoghi solitari, nei loro detti ci hanno lasciato una vera sapienza pratica. E ci hanno insegnato che il deserto è un’esperienza da cui può scaturire uno sguardo penetrante che vede l’invisibile. Comprendiamo allora le parole del Piccolo principe di Saint-Exupéry: «Ho sempre amato il deserto. Ci si siede su una duna di sabbia. Non si vede né si sente nulla. E tuttavia qualcosa riverbera in silenzio. Ciò che lo rende bello è che nasconde un pozzo da qualche parte…».

(Fonte: “la Repubblica” - 24 agosto 2020)

martedì 25 agosto 2020

Solo l’abbraccio tra tutti gli uomini e l’abbraccio dell’umanità alla madre Terra potrà darci futuro e speranza.

Solo l’abbraccio tra tutti gli uomini
e l’abbraccio dell’umanità alla madre Terra 
potrà darci futuro e speranza.

MESSAGGIO DELLA CARITAS E DELL’UFFICIO MIGRANTES 
DELL’ARCIDIOCESI DI PALERMO
SULL’ORDINANZA DEL PRESIDENTE DELLA REGIONE SICILIA DEL 22/8/2020



La Caritas Diocesana di Palermo con l’Ufficio Migrantes esprimono forte preoccupazione e fermo dissenso nei confronti dell’Ordinanza n. 33 del 22 agosto 2020 emanata dal Presidente della Regione Sicilia On. Nello Musumeci. Ciò che preoccupa nel testo del provvedimento, e nelle dichiarazioni rese alla stampa per presentarlo, è l’argomentazione solo in apparenza logica ma in realtà deficitaria sul piano razionale, nonché su quello umano ed evangelico.

L’Ordinanza parte in verità da una costatazione del tutto condivisibile, mettendo in luce l’enorme disagio in cui versano oggi sia la popolazione siciliana, sia i migranti affluiti sulle nostre coste in questi mesi estivi. I motivi: penuria di strutture idonee all’accoglienza, assenza di servizi adeguati, mancata redistribuzione in ottemperanza agli accordi europei, deresponsabilizzazione degli altri Stati membri della CEE, fughe da hotspot e centri sovraffollati.

Ma già a questo livello la lettura del fenomeno si rivela fuorviante. Il disagio, il dolore, la fatica vengono giustamente attribuiti agli abitanti delle nostre isole senza prendere però in considerazione anche lo stato e il destino di migliaia di donne, di bambini e di uomini in fuga dalla fame e dalle guerre, che concludono in Sicilia, in maniera indegna, un lungo esodo in cerca di libertà e di vita buona. Come ha fatto notare a più riprese Papa Francesco, se dividiamo l’umanità in persone di serie A e di serie B, se non ci facciamo carico del dolore di tutti, siamo destinati al fallimento umano e politico.

Infatti, la conseguenza logica di questa situazione dovrebbe essere una serie di atti amministrativi e legislativi volti a coniugare sicurezza e solidarietà, a tutelare i Siciliani e ad accogliere in maniera dignitosa i più poveri della terra. L’Ordinanza invece sceglie la via dell’ennesima negazione del diritto umano alla mobilità, la via mistificante di una nuova cosciente discriminazione.

Tutti ricordano come la Regione Sicilia aveva nei mesi scorsi, per bocca dello stesso Presidente, prefigurato misure di controllo severissime per i turisti orientati a trascorrere le loro ferie in Sicilia (trovandosi tra costoro, anche persone provenienti da paesi ad alta diffusione primaria del covid). Di quel che fu preannunziato a maggio finora non si è visto nulla, né si sono messi in atto protocolli di sicurezza volti ad evitare assembramenti o altre forme di pericolosa promiscuità.

Ma se coloro che provengono dai paesi del Nord del mondo, interessati fortemente dal coronavirus, possono muoversi ed entrare liberamente in Sicilia, perché i migranti no? Al contrario, quanti provengono dai paesi del Sud del mondo, quanti sono sottoposti giornalmente allo sfruttamento dell’Occidente, quanti hanno ‘ricevuto’ il covid dal Nord del pianeta, come una ennesima piaga, costoro no, non possono muoversi liberamente: rappresentano un pericolo sanitario. I poveri sono dunque pericolosi, devono essere discriminati, mentre proprio il covid ci ha insegnato che di fronte alla malattia siamo tutti uguali, che il virus non distingue i ricchi dai poveri, e si diffonde tra gli uni e tra gli altri, a causa degli uni e a causa degli altri, senza differenze di sorta. Il nostro Arcivescovo, Mons. Corrado Lorefice durante il discorso alla Città del Festino di S. Rosalia il 14 luglio scorso ha ribadito: “Se il virus non ci ha insegnato che il destino del mondo è uno solo, che ci salveremo o periremo assieme; se la pandemia ci ha resi ancora più pavidi e calcolatori, facendoci credere di poter salvare il nostro posto al sole, siamo degli illusi, dei poveri disperati. Basta con gli stratagemmi internazionali, con i respingimenti, basta con le leggi omicide”.

Con l’Ordinanza del Presidente Musumeci si trasmette dunque, a nostro parere, un messaggio intimamente sbagliato e antropologicamente pericoloso. Intimamente sbagliato, perché si attribuisce ai migranti la responsabilità di una diffusione del contagio che casomai è da attribuire alla mancanza di protocolli e di misure adeguate a tutelare i cittadini dell’isola e chiunque venga in Sicilia dall’Italia e dall’estero. Antropologicamente pericoloso, perché equipara i poveri agli untori e divide ancora una volta l’umanità in due, inconsapevolmente preparando e non evitando la catastrofe planetaria che verrà da un mondo disunito e disumano. È incredibile – dopo anni di studi e di ricerche sull’invenzione del capro espiatorio quale forma di perversione sociale – come vengano ancor oggi propinate teorie di questo tipo, utili forse demagogicamente sul piano del consenso politico spicciolo ma umanamente ed evangelicamente inaccettabili. “Il Signore – ha affermato ieri papa Francesco all’Angelus – ci chiederà conto di tutti i migranti caduti nei viaggi della speranza. Sono stati vittime della cultura dello scarto”.

Solo l’abbraccio tra tutti gli uomini e l’abbraccio dell’umanità alla madre Terra potrà darci futuro e speranza.

(Fonte: Diocesi di Palermo)

lunedì 24 agosto 2020

"Il turismo, la vacanza e il riposo" di Piergiorgio Cattani

Il turismo, la vacanza e il riposo 
di Piergiorgio Cattani 


L'estate batte il virus. Sono inutili gli appelli alla precauzione. Occorre andare quasi per scaramanzia. Come atto liberatorio. Poi, si vedrà. D'altra parte la cosiddetta "industria del turismo" è un asse portante del nostro Paese. Imporre nuove restrizioni - per luoghi affollati, spiagge, trasporti, locali al chiuso - viene visto come la mazzata finale a un settore già in ginocchio a causa del lockdown di primavera. Infine, più di altre, questa stagione induce al desiderio di fare una pausa e di spostarsi. Cambiare l’orizzonte esteriore influisce certamente su quello interiore e a volte aiuta a sanare il disagio accumulato in un anno di lavoro, ansie e preoccupazioni. Occorre però distinguere tra vacanza, turismo e necessità di riposo. Si cerca di coniugarle insieme ma la loro origine storica è sostanzialmente diversa. 

Il turismo nasce con il “Grand tour” ossia la “discesa” in Italia di intellettuali, poeti, musicisti, ricercatori europei per vedere le meraviglie paesaggistiche, culturali e artistiche della penisola nonché gli imponenti resti archeologici che stavano piano piano venendo alla luce. Il turismo dunque nasce come un viaggio di formazione necessario per la vita, come una profonda esperienza esistenziale. Il turismo allora richiede tempo, immersione, capacità di guardare l’alterità – umana e naturale – per quello che è. Deve essere “sostenibile”. Il vero turismo è incontro, conoscenza reciproca, itinerario, sorpresa, anche fatica e scomodità necessarie per raggiungere il traguardo prefissato. 

La vacanza trae origine invece dal soggiorno che i nobili facevano in centri termali e nelle prime stazioni alpestri. Il fine era il riposo e il benessere, lontani dagli affari di corte. Però in quei luoghi si doveva replicare il comfort e lo stile di vita abituali se non maggiori: comodità dell’alloggio, efficienza nel servizio dei domestici e degli inservienti, buon cibo, compagnie di pari rango, gli stessi ricevimenti che abitualmente scandivano il tempo. Che senso avrebbe avuto organizzare carovane per spostare i potenti di mezza Europa nella villeggiatura, se si fosse andati in posti scomodi, magari finendo per mischiarsi con la gente comune? La vacanza era uno “status symbol”. Ed è rimasta così anche quando, a partire dagli anni ’60, è diventata di massa. Così luoghi a prima vista non attraenti dal punto di vista ambientale o culturale, sono diventati mete gettonatissime. Basta essere come gli altri, “staccare” da scadenze e fatiche, divertirsi, essere serviti: insomma sentirsi come i nobili. Non paghiamo forse per questo? E al contrario: siamo così poveri da non poter offrire alla famiglia questo svago? La vacanza come “diritto umano” a cui non si può rinunciare per nulla. Eppure questa è soltanto l’apparenza. Molti restano a casa perché faticano a sopravvivere già nel contesto domestico. Sono magari malati o non hanno le risorse economiche: che senso avrebbe spostarsi con il pericolo di stare peggio? Non avendo la forza fisica o psichica per farlo? Con problemi reali per mettere insieme “il pranzo con la cena”, cioè i soldi per mangiare? 

Ricordiamoci che anche loro avrebbero il diritto, forse non del turismo o della vacanza, ma del “riposo”, bisogno ancestrale di ogni cultura, fissato da un giorno di sospensione settimanale. Forse questo virus accorcerà le distanze tra il viaggio, la vacanza, il riposo e anche tra chi si sposta e chi resta fermo. E allora dovremmo inventarci nuovi modi di conoscerci, di spostarci, di “cessare” almeno ogni tanto dalle difficoltà quotidiane.
(fonte: “Trentino” del 14 agosto 2020) 

«Chi è Gesù Cristo per me? … Una risposta che noi dovremmo dare ogni giorno.» Papa Francesco Angelus 23/08/2020 (testo e video)

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 23 agosto 2020



Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Vangelo di questa domenica (cfr Mt 16,13-20) presenta il momento nel quale Pietro professa la sua fede in Gesù quale Messia e Figlio di Dio. Questa confessione dell’Apostolo è provocata da Gesù stesso, che vuole condurre i suoi discepoli a fare il passo decisivo nella loro relazione con Lui. Infatti, tutto il cammino di Gesù con quelli che lo seguono, specialmente con i Dodici, è un cammino di educazione della loro fede. Prima di tutto Egli chiede: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?» (v. 13). Agli apostoli piaceva parlare della gente, come a tutti noi. Il pettegolezzo piace. Parlare degli altri non è tanto impegnativo, per questo, perché ci piace; anche “spellare” gli altri. In questo caso è già richiesta la prospettiva della fede e non il pettegolezzo, cioè chiede: “Che cosa dice la gente che io sia?”. E i discepoli sembrano fare a gara nel riferire le diverse opinioni, che forse in larga parte essi stessi condividevano. Loro stessi condividevano. In sostanza, Gesù di Nazaret era considerato un profeta (v. 14).

Con la seconda domanda, Gesù li tocca sul vivo: «Ma voi, chi dite che io sia?» (v. 15). A questo punto, ci sembra di percepire qualche istante di silenzio, perché ciascuno dei presenti è chiamato a mettersi in gioco, manifestando il motivo per cui segue Gesù; per questo è più che legittima una certa esitazione. Anche se io adesso domandassi a voi: “Per te, chi è Gesù?”, ci sarà un po’ di esitazione. Li toglie d’imbarazzo Simone, che con slancio dichiara: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (v. 16). Questa risposta, così piena e luminosa, non gli viene dal suo impulso, per quanto generoso – Pietro era generoso –, ma è frutto di una grazia particolare del Padre celeste. Gesù stesso infatti gli dice: «Né carne né sangue te lo hanno rivelato – cioè la cultura, quello che hai studiato – no, questo non te l’ha rivelato. Te lo ha rivelato il Padre mio che è nei cieli» (v. 17). Confessare Gesù è una grazia del Padre. Dire che Gesù è il Figlio di Dio vivo, che è il Redentore, è una grazia che noi dobbiamo chiedere: “Padre, dammi la grazia di confessare Gesù”. Nello stesso tempo, il Signore riconosce la pronta corrispondenza di Simone all’ispirazione della grazia e quindi aggiunge, in tono solenne: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa» (v. 18). Con questa affermazione, Gesù fa capire a Simone il senso del nuovo nome che gli ha dato, “Pietro”: la fede che ha appena manifestato è la “pietra” incrollabile sulla quale il Figlio di Dio vuole costruire la sua Chiesa, cioè la Comunità. E la Chiesa va avanti sempre sulla fede di Pietro, su quella fede che Gesù riconosce [in Pietro] e lo fa capo della Chiesa.

Oggi, sentiamo rivolta a ciascuno di noi la domanda di Gesù: “E voi, chi dite che io sia?”. A ognuno di noi. E ognuno di noi deve dare una risposta non teorica, ma che coinvolge la fede, cioè la vita, perché la fede è vita! “Per me tu sei …”, e dire la confessione di Gesù. Una risposta che richiede anche a noi, come ai primi discepoli, l’ascolto interiore della voce del Padre e la consonanza con quello che la Chiesa, raccolta attorno a Pietro, continua a proclamare. Si tratta di capire chi è per noi Cristo: se Lui è il centro della nostra vita, se Lui è il fine di ogni nostro impegno nella Chiesa, del nostro impegno nella società. Chi è Gesù Cristo per me? Chi è Gesù Cristo per te, per te, per te… Una risposta che noi dovremmo dare ogni giorno.

Ma state attenti: è indispensabile e lodevole che la pastorale delle nostre comunità sia aperta alle tante povertà ed emergenze che sono dappertutto. La carità sempre è la via maestra del cammino di fede, della perfezione della fede. Ma è necessario che le opere di solidarietà, le opere di carità che noi facciamo, non distolgano dal contatto con il Signore Gesù. La carità cristiana non è semplice filantropia ma, da una parte, è guardare l’altro con gli occhi stessi di Gesù e, dall’altra parte, è vedere Gesù nel volto del povero. Questa è la strada vera della carità cristiana, con Gesù al centro, sempre. Maria Santissima, beata perché ha creduto, ci sia guida e modello nel cammino della fede in Cristo, e ci renda consapevoli che la fiducia in Lui dà senso pieno alla nostra carità e a tutta la nostra esistenza.


Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

ieri si è celebrata la Giornata mondiale in ricordo delle vittime di atti di violenza basati sulla religione e sul credo. Preghiamo per questi nostri fratelli e sorelle, e sosteniamo con la preghiera e la solidarietà anche quanti – e sono tanti – ancora oggi vengono perseguitati a motivo della loro fede religiosa. Tanti!

Domani, 24 agosto, ricorre il decimo anniversario del massacro di settantadue migranti e San Fernando, a Tamaulipas, in Messico. Erano persone di diversi Paesi che cercavano una vita migliore. Esprimo la mia solidarietà alle famiglie delle vittime che ancora oggi invocano giustizia e verità su quanto accaduto. Il Signore ci chiederà conto di tutti i migranti caduti nei viaggi della speranza. Sono stati vittime della cultura dello scarto.

Domani si compiono anche quattro anni dal terremoto che ha colpito l’Italia Centrale. Rinnovo la preghiera per le famiglie e le comunità che hanno subito maggiori danni, perché possano andare avanti con solidarietà e speranza; e mi auguro che si acceleri la ricostruzione, affinché la gente possa tornare a vivere serenamente in questi bellissimi territori dell’Appennino.

Desidero, inoltre, ribadire la mia vicinanza alla popolazione di Cabo Delgado, nel Nord del Mozambico, che sta soffrendo a causa del terrorismo internazionale. Lo faccio nel vivo ricordo della visita che ho compiuto in quel caro Paese circa un anno fa.

Rivolgo un cordiale saluto a tutti voi, romani e pellegrini. In particolare, ai giovani della Parrocchia del Cernusco sul Naviglio – questi che sono in giallo, lì – partiti da Siena in bicicletta e giunti oggi a Roma lungo la Via Francigena. Siete stati bravi! E saluto anche il gruppo di famiglie di Carobbio degli Angeli (provincia di Bergamo), venute in pellegrinaggio in ricordo delle vittime del Coronavirus. E non dimentichiamo, non dimentichiamo le vittime del Coronavirus. Questa mattina ho sentito la testimonianza di una famiglia che ha perso i nonni senza poterli congedare e salutare, nello stesso giorno. Tanta sofferenza, tante persone che hanno perso la vita, vittime della malattia; e tanti volontari, medici, infermieri, suore, sacerdoti, che anche hanno perso la vita. Ricordiamo le famiglie che hanno sofferto per questo.

E auguro a tutti una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!


Guarda il video


domenica 23 agosto 2020

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXI Domenica Tempo Ordinario – Anno A



Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)






Preghiera dei Fedeli

  XXI Domenica Tempo Ordinario – Anno A

23 agosto 2020  



Colui che presiede

Fratelli e sorelle, dopo aver accolto con gratitudine la Parola, che il Signore oggi ci ha rivolto, innalziamo a Lui le nostre preghiere ed insieme diciamo: 

R/ Accresci la nostra fede, Signore 


Lettore 

- Signore Gesù, riversa con abbondanza il tuo Santo Spirito sulla tua Chiesa, perché essa sia in grado di professare di fronte al mondo di oggi che solo Tu sei la nuova umanità attesa, solo Tu sei il Figlio che sa corrispondere alla voce del Padre, che chiama a vivere ciascuno di noi nella logica dell’amore e della misericordia. Preghiamo. 

- Dona, Signore Gesù, sapienza e fortezza al tuo servo e nostro papa Francesco, perché possa annunciare in piena libertà il tuo Vangelo di fraternità e di pace. Fa’ che con la sua vita e con le sue parole sappia confermare nella fede noi tutti tuoi discepoli e discepole. Preghiamo. 

- Guida, Signore Gesù, verso la tua pace tutti i popoli della terra. La potenza del tuo Santo Spirito illumini l’intelligenza dell’umanità a superare questa pandemia virale, ma soprattutto agisca nel cuore degli uomini e delle donne per superare la pandemia dell’odio razziale e religioso, delle disuguaglianze economiche e sociali, degli arricchimenti sproporzionati e dell’indifferenza verso l’umanità dell’altro. Preghiamo. 

- Soccorri, Signore Gesù, i poveri, i migranti, gli scartati. Sii vicino a tutti i lavoratori, soprattutto a coloro che lottano per conservare il proprio posto di lavoro. Accompagna chi è in viaggio. Dona salute agli infermi e una grande pazienza a quanti si prendono cura di loro. Preghiamo. 

- Davanti a te, Gesù, Figlio del Dio vivente, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti e di tutte le vittime del coronavirus; ci ricordiamo anche delle vittime dei disastri naturali e ambientali, e delle vittime del disagio mentale e sociale. Dona a tutti di contemplare il tuo Volto di Pace. Preghiamo. 


Colui che presiede 

Ti rendiamo grazie, o Signore Gesù, perché ascolti la voce della tua Chiesa in preghiera. Guidala e sostienila nel cammino della fede. Te lo chiediamo perché tu sei il Figlio del Dio vivente e il nostro unico Signore, oggi e sempre. 
AMEN.


Chi sono io per te? Commento al Vangelo a cura di Don Giovanni Berti


Chi sono io per te?
Commento al Vangelo
XXI Domenica T. O. anno A
23 agosto 2020
di Don Giovanni Berti


Matteo 16,13-20

Che effetti sta avendo questa pandemia sulla Chiesa e sulla vita di fede nei cristiani?
Si parla di una fortissima riduzione della partecipazione alla messa domenicale e questo non solo perché per un periodo non si poteva andare e ora ci sono posti limitati. La situazione di lockdown sembra aver accelerato la progressiva diminuzione della partecipazione dei cristiani battezzati alla preghiera comunitaria domenicale. A parte la messa, che fine sta facendo il legame dei cristiani con Gesù?
Interessante in questo passo del Vangelo è la collocazione del dialogo tra Gesù e i suoi amici.
L’evangelista Matteo presenta il Maestro che porta i discepoli in una regione pagana, a nord, lontana da Gerusalemme, il centro della fede dei Padri antichi e luogo del culto ufficiale nel Tempio. Cesarea di Filippo è una città pagana in costruzione, e li vicino ci sono le fonti del fiume Giordano con un luogo che secondo la tradizione pagana era la porta degli inferi, luogo dei morti.
È proprio lì, lontano da tutto e tutti, da ogni condizionamento culturale e religioso ebraico, che Gesù fa la domanda delle domande per ogni discepolo: “chi sono io per te?”
La domanda inizia un po’ “alla larga” con il chiedere cosa la gente ha capito di lui, e nella risposta dei discepoli c’è tutta la confusione e l’ignoranza di chi non ha capito bene chi sia Gesù. Viene confuso con suo cugino Giovanni che sarebbe risorto non si sa come, oppure scambiato per uno dei profeti antichi redivivi. Sembra che per capire Gesù si debba guardare solamente al passato… Gesù poi domanda in maniera più diretta a chi ha davanti in quel momento e che è “costretto” a non mentire: “Ma voi, chi dite che io sia?”
È una domanda diretta che non si può scappare, posta direttamente da Gesù che parla ai loro orecchi e al loro cuore. È la domanda che fa anche a me, a noi, se non fuggiamo e se non facciamo finta di non sentire.
Ho bisogno che questa domanda mi sia rivolta più e più volte, perché è dall’ascolto della domanda che dipende la mia fede. Se non mi metto in ascolto di Gesù che mi domanda “chi sono io per te” rischio di far morire la mia fede perché non c’è nulla che la tiene accesa e stimolata. E una fede che non è tenuta accesa si trasforma in una vita religiosa di facciata, fatta di una serie di pratiche religiose esterne che basta poco siano anch’esse spazzate via, come abbiamo visto che sta succedendo in questo periodo.
Alla domanda di Gesù, Pietro risponde in modo forte e profondo (“Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”) e lo stesso Gesù riconosce che in questa risposta c’è una azione dello Spirito di Dio nel cuore aperto e disponibile dei discepoli. Gesù riconosce che se un credente tiene acceso il desiderio di imparare, crescere e ascoltare, lo Spirito di Dio riesce a farsi sentire.
“Chi sono io per te” è la domanda quindi da ascoltare non solo quando siamo in chiesa durante le liturgie, ma in ogni istante della nostra vita, in ogni situazione di vita bella o brutta, serena o impegnativa nella quale ci troviamo. “Cosa mi dice Gesù in questa situazione?” è la domanda da tenere sempre accesa con la fede che in qualche modo, anche se non sempre è chiaro, una risposta mi arriva e Gesù, che come maestro mi vuole guidare e soprattutto non mi abbandona.
A Pietro Gesù consegna le chiavi del Regno dei cieli e gli dice: “Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. Non è una consegna di potere, ma un affidamento fatto in fiducia. Gesù chiama Pietro a fidarsi di lui e lui stesso si affida a Pietro perché custodisca i suoi insegnamenti. Questo atto di fiducia che Gesù fa nei confronti di Pietro e degli altri lo fa anche con me, con tutti noi. Per avere le chiavi basta solo una cosa, semplice quanto fondamentale: ascoltare la domanda “chi sono io per te?”…


"Un cuore che ascolta lev shomea" - n. 42/2019-2020 (A)

"Un cuore che ascolta - lev shomea"
"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo della domenica
a cura di Santino Coppolino

XXI Domenica del Tempo Ordinario (ANNO A) 

Vangelo:



Riconoscere in Gesù «il Messia, il Figlio del Dio Vivente» conferisce a Pietro il primato sulla comunità, ma è un primato che va vissuto nell'amore e nel servizio. Lungo il corso della bimillenaria storia della Chiesa, il primato petrino è stato inteso ed esercitato in modi differenti, molto spesso frainteso e malinteso, con o senza colpa. L'autorità nella Chiesa ha bisogno di continua purificazione, essa va vissuta non come esercizio del potere, ma come assunzione di responsabilità. Pietro purtroppo è «bar Jona - figlio di Giona», e come suo padre, fugge le conseguenze dell'amore misericordioso del suo Maestro. Egli non accetta un Messia debole e indifeso che si consegna inerme nelle mani degli uomini, rifiuta categoricamente un Dio che ama ed usa misericordia verso tutti, compresi i pagani e i carnefici del suo Figlio, per questo tenterà di dissuaderlo dall'andare a Gerusalemme (16,22). Gesù è certamente il Messia, ma non il dominatore e lo sterminatore di nemici atteso da certa tradizione giudaica. Per Gesù il potere è ontologicamente diabolico (cf.4,1-11). I Figli di Dio invece sono coloro che seguono il loro Maestro e Signore nell'amore e nel servizio ai fratelli, sono le «pietre viventi edificate come edificio spirituale sulla Pietra viva scartata dagli uomini» (1Pt 2,4-5). Essi sono coloro che sono immuni dal «lievito di farisei e sadducei» (16,6), veleno mortale che intossica la vita e le relazioni tra gli uomini e che impedisce di scorgere negli altri i fratelli da amare. 


sabato 22 agosto 2020

CASA COMUNE DI SOGNI E PIETRE - Non una dottrina, non una morale, il cristianesimo è un dolcissimo, piccolo e grande sogno sempre tradito, ma di cui mai ci è concesso stancarci. - Commento al Vangelo - XXI domenica del Tempo Ordinario (A) a cura di P. Ermes Ronchi

CASA COMUNE DI SOGNI E PIETRE
Non una dottrina, non una morale, il cristianesimo è un dolcissimo, piccolo e grande sogno sempre tradito, ma di cui mai ci è concesso stancarci.


I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:
  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». […] Matteo 16,13-20


per i social



Non una dottrina, non una morale, il cristianesimo è un dolcissimo, piccolo e grande sogno sempre tradito, ma di cui mai ci è concesso stancarci.

CASA COMUNE DI SOGNI E PIETRE

La gente cosa dice di me? La risposta è bellissima e sbagliata, incompleta: “Che sei un profeta! Una creatura di fuoco e sangue come Elia e il Battista. Voce di Dio, suo respiro”. 
Gesù non si sofferma mai su ciò che dice la gente, per lui la verità non risiede nei sondaggi d’opinione.

Ed ecco quindi la grande, vera domanda: ma per voi, chi sono?
Per voi, voi con le barche abbandonate, voi che siete con me da anni, voi amici che ho scelto uno a uno: cosa sono io per voi?
Nella Bibbia ci sono mille nomi di Dio, ma l’ultimo, il nome segreto che nessun altro conosce, quello che solo tu puoi pensare, sussurro tra te e l’Amato, il tuo sapore di Dio sentito e sfiorato con le dita dell’anima, è solo tuo.
Un sentore, come per Pietro; luce breve che incide nel cuore solchi dolci e brucianti, indelebili.

E tu, chi dici che io sia? La vita non è ciò che dico di lei, ma ciò che assaporo di lei. Di Cristo non conta ciò che dico di Lui, ma ciò che vivo di Lui. Lui che non ha bisogno di Pietro per sapere se è più bravo degli altri rabbi, ma per capire se egli è innamorato, se gli ha aperto il cuore.

E per me? Chi sei?
Tu sei un “disarmato amore” mai entrato nei palazzi dei re. Mai hai radunato eserciti, e in questo mondo di arroganti hai detto: beati i miti, gli inermi, i tessitori di pace.

Per me tu sei vita. E il suo nome è gioia, libertà, shalom, vigore, coraggio e capacità di risorgere dalle cadute.
Tu sei roccia. Pietro e i suoi successori, lo sono nella misura in cui vivono quell’unica, stupenda parola: “Cristo è il Figlio del Dio vivente”, con casa in ogni uomo.
La benedizione di Gesù a Pietro (beato te, Simone!) raggiunge noi tutti: felice tu, se la tua vita ha trovato Cristo, la roccia. E non solo Pietro, ma chiunque professi la sua fede diviene pietra e chiave. 

Chiave per aprire le porte belle di Dio, pietra per costruire la sua casa comune. E a legare e sciogliere, dove il potere di perdonare non è quello giuridico dell’assoluzione, ma il trasfigurarsi proprio nelle esperienze più squallide, impure e alterate, camminando dalla povertà alla divina pienezza, ad immagine e somiglianza di Dio.
Interiorizzare Dio e fare le cose sue: questa è salvezza.
Gesù sussurra ad ogni discepolo: terra e cielo si abbracciano in te, e nessuna tua azione resta senza eco.
Allora che tutti possiamo diventare roccia per infondere solidità e coraggio in chi ha paura. Che tutti diventiamo chiave nella toppa delle porte di Dio, per socchiuderle sul sogno della Vita.

Mi guardano negli occhi / e rimangono estatici / perché capiscono che io ti ho visto / ti ho sentito / e che qualche volta almeno / ti ho anche tradito (Alda Merini).

Non una dottrina, non una morale, il cristianesimo è un dolcissimo, piccolo e grande sogno sempre tradito, ma di cui mai ci è concesso stancarci.


per Avvenire

Ogni anno, verso la fine dell’estate, la liturgia ripropone la bellissima domanda di Gesù, ogni anno con un evangelista diverso (…)



La “Gloriosa” Regina

La “Gloriosa” Regina


Nella festa mariana

Regina non è un titolo onorifico, con cui Dio ha voluto rallegrare Maria e con cui noi possiamo chiamarla lietamente. È invece il nome che indica una condizione di vita, peraltro eterna, in cui la Vergine Madre è stata posta dal Dio trinitario. Diversamente dalla regalità umana, quella di Maria non può neppure essere rinchiusa dentro lo spazio, pur bello e ampio delle devozioni a lei dedicate; essa trova il suo luogo di nascita e la sua forte fondazione nella rivelazione della Scrittura.

La regalità di Maria è una reale condivisione della signoria-regalità di Dio. In modo più appropriato, essa è la condivisione della regalità di Cristo che, perciò, la caratterizza in maniera essenziale. Tutto questo si inscrive dentro un disegno salvifico a più arcate, la più ampia delle quali va dal manifestarsi regale di Dio nel primo Patto — («Il Signore regna!» [Es 15-189]) — al suo compimento in Gesù Cristo (cfr. Ap 12, 10). Dentro questa amplissima arcatura rivelativa, si incontra Maria felicemente implicata nella regalità del Figlio, «Sole di giustizia», al quale dà la veste della sua umanità e intronizza il neonato Re-Messia (Incarnazione) e come Virgo-regia apre la via alla sconfitta del Nemico della famiglia umana nell’evento di Pasqua.

Quale Madre messianica, Maria sta sotto la Croce assistendo alla morte del Re-Messia (Rex Iudeorum) e condividendola regalmente. L’evento pasquale vede Gesù di Nazaret vivere i due momenti opposti di morte-risurrezione, di Uomo che viene ucciso come servo (i romani riserbavano la Croce agli schiavi) e che risorge come Re glorioso ad opera del Padre. Interpretando con occhio credente la presenza di Maria dentro il complesso evento pasquale di Gesù, possiamo vedere che anche la sua vicenda si distende lungo la “costante” biblica dell’umiliazione/glorificazione (cfr. S. De Fiores e N. Zamberlan, Voce Regina, in Mariologia, a cura di S. De Fiores, V. Ferari Schiefer, S.M. Perrella, San Paolo, Cinisello Balsamo - Milano, 2009, p. 2610).

Maria Regina e la Trinità

La «regalità» di Maria va compresa in riferimento all’unità di Dio, ma va anche vista nell’appropriazione o specificazione delle tre divine Persone. Questo legame, evidentemente, rende possibile e dà significato alla regalità di Maria.

“Maria Regina e il Padre”. Nella Scrittura primo-testamentaria l’attribuzione della regalità a Dio deve intendersi come regalità rivolta al Padre, che ha creato e governa il cielo e la terra. Così si esprimono soprattutto i Salmi: Dio è «Re grande su tutta la terra» (43, 3; 84, 4; 95, 3; 98, 6; 145, 2). Anche i Profeti attestano la sua monarchia su Israele, in particolare: «Re d’Israele è il Signore in mezzo a te» (Sof 3, 15; cfr. Is 6, 5; Ger 8, 19; Zc 14, 9.17; Mal 1, 14). Anche Gesù nelle parabole del Regno rappresenta il Padre come un Re (cfr. Mt 18, 23ss). Ogni altra attribuzione regale va intesa come scaturente da quella del Padre: anche quella di Maria proviene dal Padre che la rende Regina perché creatura al massimo degna di sé, perché Madre del suo Figlio incarnato e perché sua compagna nell’opera redentrice e salvifica.

“Maria Regina e il Figlio”. Il titolo di Re è anche per Gesù: il Messia atteso dagli ebrei sarà discendente del re Davide (cfr. 2 Sam 7); sarà un re «umile e mansueto» (Zc 9, 9-10); è chiamato «Principe della pace» (Is 9, 6) e, come rivelerà l’angelo a Maria nell’Annunciazione, «regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe» (Lc 1, 32). Lei, dunque, è la Madre del Messia Re. Così, nel suo ingresso a Gerusalemme Gesù si presenterà come Re dimesso (cfr. Gv 12, 15). La regalità, infine, è la sua causa mortis, anche se egli nel processo davanti a Pilato precisò che egli era re, ma non di questo mondo: Egli è, infatti, «Re dei re e Signore dei signori» (Ap 19, 16). Ora Maria lega la sua persona di Madre a tutta la vicenda martiriale e gloriosa di Gesù, il Messia Re.

“Maria Regina e lo Spirito”. Anche l’opera dello Spirito, infine, si riferisce alla regalità: il profeta Isaia, infatti, vede nello Spirito l’artefice della regalità del Messia (cfr. Is 11, 1-2) e nell’Annunciazione l’Angelo rivela a Maria: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra» (Lc 1, 35). A quel Figlio che nascerà dall’opera dello Spirito in Maria «il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine» (Lc 1, 32-33). Ma, soprattutto, è la globale plasmazione, anche d’indole regale, che lo Spirito opera sulla persona di Maria.

Maria Regina perché...

Rivelazione biblica, senso di fede del popolo di Dio, docenza magisteriale dei pastori, pensiero credente dei teologi concordano nel dire che la regalità di Maria è motivata dal fatto che la “logica dei misteri” fonda sempre motivazioni di fede: ebbene, la libera signoria del Dio trinitario che decide in ordine alla salvezza in piena autonomia, la sorprendente rivelazione biblica nel far conoscere gli arcani disegni divini, le ragioni teologiche che poggiano sulla fede della Chiesa portano a dire che la regalità di Maria è verità che dispone di un’ampia motivazione. Ci attestiamo a considerarne almeno tre, fra le maggiori.

“Maria è Regina perché Madre”. La maternità divina di Maria, come insegna Pio XII, è «l’argomento principale, su cui si fonda la dignità regale di Maria, già evidente nei testi della tradizione antica e nella sacra liturgia» (Enc. Ad coeli Reginam [11.10.1954], III). Condotta in Cielo, Maria ha vissuto per sé, e nei modi adatti a lei, ciò che è stato per Gesù suo Figlio quanto, con l’Ascensione, egli ha sperimentato con l’«ingresso nella sua gloria» (At 1, 9: Fil 2, 9; 1 Tm 3, 16).

Entrata anche lei nella Casa del Padre, è stata resa (non dichiarata) Regina dal Figlio glorificato che le ha cinto il capo con una corona di dodici stelle, le tremule e vive luci della Chiesa: così, in lei, quale Madre messianica, ha vibrato la gloria del Messia e del popolo messianico. Così lei è divenuta la Regina-Madre in riferimento a Cristo e, di conseguenza, meritando i titoli di “Madre della Chiesa”, di “Madre dei discepoli”, di “Madre del genere umano”. La Gloriosa, insomma, con la sua maternità regale è rivolta verso tutti e ognuno, essendo l’unica Eva (come ci insegna a dire sant’Efrem siro), ossia quale vera «madre di tutti i viventi» (Gn 3, 20), poiché la prima Eva non lo è mai stata non avendo ascoltato la parola di Dio che, pertanto, non ha potuto fermentare in lei e renderla feconda.

“Maria è Regina perché discepola”. Essere Discepola di Cristo su questa terra è stato per Maria un avvio alla regalità celeste. Non un solo aspetto della sua discepolarità, ma l’intera sua condizione discepolare profetizza la sua glorificazione regale. Di fatto, l’essere discepolare è la forma completa della sua esistenza di Figlia di Sion, di resto santo d’Israele, di Vergine che si avvia col suo Sì alla vita di Madre messianica, della sua maternità dolorosa e, infine, della sua maternità gloriosa.

La condizione discepolare di Maria è intessuta dei santi fili, lievi e forti, che realizzano la splendida tela della sua vita. «Dando il suo assenso al disegno divino, progredendo nel suo cammino di fede, ascoltando e custodendo la Parola di Dio, rimanendo fedelmente unita al Figlio sino alla Croce, perseverando con la Chiesa nella preghiera, intensificando il suo amore verso Dio, meritò in modo eminente la “corona di giustizia” (cfr. 2 Tm 4, 8), la “corona della vita” (cfr. Gc 1, 12; Ap 2, 10), la “Corona della gloria” (cfr. 1 Pt 5, 4) promessa ai fedeli discepoli di Cristo» (Conferenza episcopale italiana, Rito dell’incoronazione della Beata Vergine Maria, Città del Vaticano 1982, 5).

“Maria è Regina perché serva”. Pensare la regalità di Maria come un allontanamento dalla sua vita umile, dalla sua condizione di serva del Signore, per immaginare una contraddizione tra la vita di sorella, di discepola e di servizio, rispetto all’esistenza gloriosa, regale di Maria in Cielo, è un pensar male di lei dal punto di vista teologico, in contraddizione inaccettabile con l’idea di gloria e di regalità che la Scrittura insegna e la Chiesa interpreta. In terra, Maria «vive umilmente nel mondo dei poveri... Ella è la più umile serva al tempo stesso che la più alta regina: la più umile serva perché è la più alta regina» (R. Laurentin, La Vergine Maria. Mariologia post-conciliare, Paoline, Roma 19703, pp. 225-226). In Maria, sua serva fedele, Dio manifesta le preferenze che ha per il piccolo, il povero, l’ultimo, l’abbandonato in questo mondo per fare brillare la sua gloria con cui investe la persona della Madre di Gesù.

Inoltre, glorificazione di Maria si pone in fedele continuità con quanto Dio ha vissuto con Israele: come per gli Israeliti la glorificazione consiste nella loro vocazione a servire Dio, così il regno della Vergine Madre è regno di servizio anche in Cielo lodando Dio e intercedendo per gli uomini. Maria, dunque, è Regina perché serva: diventa Madre del Re messianico perché si dichiara ed è stata «la serva del Signore» (Lc 1, 38, 48). Come si vede, meditando sulla regalità di Maria, siamo entrati sotto l’arco di uno splendido chiasmo: Maria è Regina perché serva (la regalità è un premio); ma anche, come abbiamo sentito or ora da un’espressione di René Laurentin, Maria è serva perché Regina (per servire occorre regalità, altrimenti si auto-offende chi serve e si offende chi riceve l’atto di servizio). Maria ha attuato pienamente l’apparente paradosso del «servire è regnare».

Che cosa fa la Gloriosa in Cielo?

Il Dio «giusto e misericordioso che disperde i superbi e innalza gli umili» ha «coronato di gloria e di onore il Cristo» (Eb 2, 9), chiamandolo alla sua destra; lo stesso Padre «giusto e misericordioso» ha esaltato l’umile Vergine di Nazaret accanto al Figlio. La regalità di Maria culmina nella incoronazione gloriosa. La corona di gloria che lei riceve è anzitutto simbolo della sua santità e che condivide, in modo inarrivabilmente alto, con tutti i santi; è simbolo, inoltre, della ricompensa divina a lei riserbata per la lotta condotta contro il male (cfr. 2 Tes 2, 19; 1 Cor 9, 25); la sua corona di gloria è profezia e preludio dell’incoronazione dei fedeli, poiché essa è premio o conclusione della fedeltà a Cristo (cfr. 2 Tm 4, 7-8).

Maria in Cielo è la Regina Madre alla destra del Figlio. È anche la Sposa del Re Messia nel giorno delle sue nozze gloriose che succedono alle nozze martiriali che lei ha celebrato col Figlio sul Calvario, quando il sangue di lui è stato il sigillo di quel patto nuziale. L’Assunzione non è l’ultima data della esistenza mariana, ma la premessa della sua glorificazione piena ed eterna. Con l’Assunzione, entrando Maria in Cielo, viene operata una molteplice restituzione, che è anche la trama della glorificazione di Maria: «Fu restituito al Re il suo trono, il paradiso all’albero della vita, l’aureola luminosa al sole, l’albero al frutto, la Madre al Figlio» (N. Cabasilas, In dormitionem Deiparae, 3,12).

Maria in Cielo realizza alla perfezione la vocazione per cui è stata creata, che comprendeva d’essere la Madre messianica e di partecipare a tutto l’evento Cristo. Con larghe esemplificazioni Maria in Cielo realizza un’esistenza dicibile con i tre verbi che il beato Antonio Rosmini Serbati ha fatto scrivere sulla sua tomba a Stresa: «Adorare, tacere e godere». Maria adora il Dio trinitario con la profonda santità di cui dispone; tace, vivendo la più profonda intimità con Dio col trasporto contemplativo del silenzio; gode, con tutta l’anima, della compagnia del Figlio.

Maria in Cielo è pura «lode della gloria» (cfr. Ef 1, 14) e Lassù inneggia a Dio anche a nome di tutta la creazione e, in particolare, della Chiesa, per la quale intercede incessantemente presso il Figlio, mentre la prepara a vivere il suo stesso destino di Gloria. Perciò, la Chiesa contempla la Gloriosa quale immagine e pegno di quello che un giorno accadrà a lei in termini di glorificazione, quando finirà di radunarsi intorno al trono dell’Altissimo.

Gesù ha incoronato sua Madre per sempre

Già in altre epoche c’è chi ha avuto da obiettare, con motivazioni diverse, sull’attribuzione a Maria del titolo di Regina (ad esempio, Lutero, Erasmo) e anche alla fine del Novecento è tornata questa critica, con motivazioni, più che deboli, teologicamente illogiche, come quella che troviamo in un libro scritto da cinque donne spagnole, di cui quattro laiche e una religiosa: Isabel, Esperanza, Mercedes, María e Demetria. Il testo è intitolato: María, mujer mediterránea (Bilbao 1999). Le parole introduttorie di Isabel lamentano che la figura di Maria sia stata costruita da uomini che ne hanno reso irriconoscibile la vera figura, cosicché Isabel scrive: «Nel caso di Maria, la sua vita autentica ci obbliga ad abbandonare le sete e le corone per seguirla nei cammini polverosi e poveri della sua nativa Galilea. Ci obbliga a incallire le sue mani e a disegnare rughe sul suo volto terso e giovanile. Ci obbliga a coprire la sua tunica immacolata con un grembiule. Ci obbliga a immaginarla mentre trasporta acqua dal pozzo, impasta il pane, allatta, aggiunge rammendi al panno sciupato, frega il suolo... Tutte faccende che hanno fatto le donne per secoli» (pp. 13-14).

Bene si fa a ricordare la dimensione terrena di Maria (la mariologia del Novecento ha camminato in questa direzione), ma non possiamo dimenticare che Maria non finisca in terra e non sia esemplare solo per il suo impegno di Donna: c’è un progetto divino che la vede coinvolta nella “storia della salvezza” che sfocia oltre la storia stessa, ossia nella Gloria del Cielo. Non è possibile dimenticare che Maria compia un itinerario che va dal servizio alla corona di gloria, anzi che venga da Gesù glorificata proprio perché è serva, non considerando neppure che chi seguirà la serva del Signore avrà come lei la corona di gloria promessa a tutti i servi fedeli del Signore.

Togliere la corona dal capo della Gloriosa? E perché? In ultima istanza, questo significherebbe privarla di un elemento significativo della sua partecipazione alla Gloria del Figlio risorto e, in più, sottrarrebbe ai fedeli un simbolo eloquente del futuro felice che il Padre riserva ai fedeli discepoli del Figlio. Bene ha risposto S. De Fiores alla Isabel ricordata sopra, pur cercando di capire le ragioni del suo dire: «Non ci sentiamo tuttavia di togliere la corona dalla fronte della Madre di Dio, perché nel piano della sapienza divina essa fa parte, come necessaria conseguenza, di una vita di servizio del Signore nell’umile condizione della donna alle soglie del Nuovo Testamento. In particolare, in lei, serva innalzata a madre del Signore e proclamata beata da tutte le generazioni, scopriamo il cammino del credente dalla kénosi alla gloria» (Incoronata: Nuovissimo Dizionario. Maria, Dehoniane, Bologna 2006, p. 882).

In chiusura, su questo tema mal compreso e maltrattato, va osservato che il vero problema di fondo è come fare teologia. Questa la si pensa e la si scrive attivando tutte le risorse che servono, non una in meno: la base scritturistica, la voce dei padri della Chiesa, la molteplice tradizione della Chiesa (liturgia, storia del dogma, quando è disponibile: una buona agiografia), docenza magisteriale, storia della teologia, dialogo con la cultura del tempo e altro. Provare a far teologia con un solo materiale (ad esempio, nel nostro caso, la dimensione antropologico-sociale di Maria) non si riesce a costruire una casa, ma al massimo un cippo rivendicativo e propagandistico.

La teologia è sinfonica come la verità di fede che vuole servire (cfr. Hans Urs von Balthasar). E in più, non si può smontare, vivisezionare l’unitaria esperienza cristiano-ecclesiale né spezzare insipientemente i fili che intessono la “logica dei misteri” e neppure quegli altri fili preziosi che tengono uniti i termini degli ossimori cristiani, ad esempio di quelli mariani: verginità-maternità, immacolatezza-redenzione, creaturalità-maternità divina e servizio-regalità. È un torto teologico che si fa a Maria proprio nel momento in cui si promette di “dir bene” di lei, quale dev’essere sempre, per codice irrinunciabile, il... pensare la fede della Chiesa, ossia la Teologia e, perciò, anche la Teologia mariana.
di Michele Giulio Masciarelli*
(fonte: L'Osservatore Romano 21/08/2020)

Michele Giulio Masciarelli* Sacerdote dell’Arcidiocesi di Chieti-Vasto, insegna Introduzione al mistero di Cristo e Teologia dom­matica presso l’Istituto Teologico Abruzzese-Molisano (Chieti), del quale è stato Preside, ed Escatologia presso la Pontificia Facoltà «Marianum» (Roma). 


"Nuvole" di Gabriella Caramore

"Nuvole" 
di Gabriella Caramore
pubblicato su "Jesus" 
mese di agosto 2020
ʼ- ădāmȃ terra dei viventi  -



Estate. È forse la stagione più propizia per guardare le nuvole. Si sta più all’aperto, si ha un po’ più di tempo – o magari solo ci si illude – per perdersi in quel cielo che ogni nube rende più mosso e più vicino alla terra. Con le loro innumerevoli forme di esili striature rosate, di cumuli spumeggianti, di nembi minacciosi, di coltri grigio piombo gravide di temporale, le nubi sembrano quasi rispondere al nostro interrogarci sulla vita. Io stessa al mattino mi affaccio sul piccolo terrazzo tra i palazzi per accogliere negli occhi, dietro i fiori, la prima forma e il primo colore della giornata.

Non stupisce che pittori, poeti, fotografi abbiano cercato di fermare quel fuggire incessante, di cogliere in una forma, in un verso, in un colore quella metamorfosi inquieta e tuttavia pacificante. Non stupisce neppure che nelle grandi tradizioni epiche e religiose le nubi, nella loro irrequieta mutevolezza, abbiano fatto da supporto simbolico al linguaggio che stenta a definire razionalmente ciò che attiene al divino.

Nel libro di Genesi la nube sostiene l’arco dell’alleanza: “Io pongo il mio arco nella nuvola e servirà di segno” (Gen 9,13). In Esodo è nella nuvola che appare la gloria del Signore (Es 16,10), e durante la lunga traversata del deserto è una nube che indica al popolo la via: “I figli di Israele si accampavano dove si fermava la nuvola” (Nm 9,17). Più in generale, le nubi sono nascondimento o epifania del divino. Si parla di nubi tenebrose (Dt 4,11) o di nubi luminose (Ap 14,14). Ma c’è anche chi nella nube legge il segno del destino umano: “È passata come una nube la mia felicità” (Gb 30,15).

Così anche Fernando Pessoa contempla l’andare delle nuvole per interrogarsi: “Nuvole… Continuano a passare, alcune così enormi che paiono occupare il cielo intero; altre di incerte dimensioni, come se fossero due che si sono accoppiate o una sola che si sta rompendo in due, a casaccio, nell’aria alta contro il cielo stanco; altre ancora piccole, simili a giocattoli di forme poderose, palle irregolari di un gioco assurdo, da parte, in un grande isolamento fredde. Nuvole… Mi interrogo e mi disconosco”.

(Fonte: sito dell'autore)

venerdì 21 agosto 2020

Il Mediterraneo, non più "Mare Nostrum" Dov'è finita la pietas umana? Si spara contro i gommoni...

Il Mediterraneo, non più "Mare Nostrum" 
Dov'è finita la pietas umana? 
Si spara contro i gommoni...


Migranti, Mogavero: noi figli indegni di una civiltà che conosceva la "pietas"

La riflessione del vescovo di Mazara del Vallo, dopo la disgrazia avvenuta al largo della Libia, la peggiore del 2020. C’è una congiura, fatta di silenzi e di omissioni - afferma - che sta insanguinando questo mare


All’origine della morte di 45 persone, ci sono ritardi e omissione di assistenza: OIM e Unhcr imputano qualunque responsabilità nel peggior naufragio del 2020, a quegli Stati che, con il loro inaccettabile comportamento, mettono “vite umane in situazioni di rischio evitabili”. Dopo l’ennesima disgrazia al largo delle coste libiche, lo scorso 17 agosto, le due organizzazioni esprimono dolore e angoscia per la morte di queste persone, chiedono che si riveda l’approccio politico alla gestione dei soccorsi nel Mediterraneo e denunciano “l’assenza di programmi di ricerca e soccorso dedicati e a guida Ue”. Senza un intervento in questa direzione, il rischio è sicuramente che si verifichino ulteriori tragedie.

La coscienza umanitaria è messa a tacere

Ma dove è oggi l’Europa dei diritti? L’interrogativo da qualcuno viene ancora sollevato. “Più andiamo avanti e peggio vanno le cose, si sta attenuando molto quella coscienza umanitaria nei confronti di queste persone che cercano di salvare se stesse”, monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo, comune siciliano affacciato sul Mediterraneo e non estraneo agli sbarchi, è una voce che si fa sentire. “La cosa tragica è che mentre Europa e Italia, purtroppo, stanno a guardare, Libia e Malta sembrano trovare tutte le scappatoie per riportare nei campi di detenzione quelli che, pagando, tentano di poter raggiungere le nostre coste per ridare speranza alla loro vita. C’è una congiura, fatta di silenzi, ma anche di omissioni gravi, che stanno veramente insanguinando questo mare, al di là di qualsiasi aspettativa”.


Il Mediterreano, non più Mare Nostrum

Monsignor Mogavero ha sempre indicato il Mediterraneo come “l’ultimo baluardo di libertà che vedono tanti migranti”, oggi, invece, il vescovo lo definisce come il “mare del malaffare”. “Io faccio fatica a dichiararlo Mare Nostrum, nel momento in cui constato come diventi sempre più una tomba di dimensioni incalcolabili. Qui siamo di fronte a un genocidio che si sta consumando sotto i nostri occhi, mentre facciamo le nostre vacanze di Ferragosto, e ci disinteressiamo totalmente. Non fa più notizia neanche il naufragio più terribile del 2020, si legge distrattamente il titolo, senza nessuna recriminazione, nessuna protesta, senza nessuna forma di ribellione e di resistenza morale a un andazzo del quale tutti, più o meno, diventiamo complici nel momento in cui ce ne stiamo silenziosi”.

Le ong possono solo denunciare, i governi agiscano

Qualunque appello di organizzazioni come Unhcr e Oim sarà quindi destinato a cadere nel vuoto, perché aggiunge il presule, “non c'è la volontà politica dei governi. Queste organizzazioni internazionali hanno solo il potere di parlare, di denunciare, ma non hanno mezzi efficaci per costringere i governi ad agire in maniera coerente con le esigenze del diritto naturale, del diritto internazionale, del diritto delle genti, della pietas umana”. Quella pietas che avevano i romani, ma che oggi non appartiene più a questa società, perché noi – conclude Mogavero – “siamo figli indegni di una civiltà giuridica, di una civiltà umana, che avrebbe altre prospettive da indicare al nostro tempo, al nostro Paese e all’Europa Unita”.
(fonte: Vatican News, articolo di Francesca Sabatinelli 20/08/2020)


Non una, ma tre stragi di migranti in cinque giorni. La peggiore delle ipotesi si è materializzata quando le testimonianze dei superstiti e la comparazione delle posizioni dei barconi ha mostrato la presenza di più gruppi di fuggiaschi caduti in mare. E confermato che almeno in un caso qualcuno ha sparato contro un gommone con la chiara intenzione di uccidere un gran numero di persone. ...

I volontari del servizio telefonico di emergenza dopo varie chiamate avevano ascoltato le urla disperate. Il racconto dei sopravvissuti è filtrato attraverso le carceri libiche. Hanno raccontato di essere stati avvicinati da un motoscafo con cinque uomini armati a circa 30 miglia da Zuara. Hanno chiesto la consegna del telefono satellitare e del motore, con la promessa che li avrebbero trainati in salvo.
Ma al momento di sganciare il motore sarebbe nata una colluttazione. Così dal motoscafo hanno sparato contro le taniche di carburante provocando un incendio e l’affondamento del gommone. Alla fine si conteranno oltre 40 morti annegati. ...

Leggi tutto: Migranti. I testimoni: «I libici hanno sparato contro la barca e causato la strage»


"La voce delle pietre" di Enzo Bianchi

La voce delle pietre 
di Enzo Bianchi 


La Repubblica - Altrimenti
17 agosto 2020

In questi giorni dell’anno nei quali prevale il tempo dedicato all’otium, ci si può esercitare nella comunicazione con diverse realtà: paesaggi, animali, alberi e piante, pietre e rocce, montagne e colline, mari e venti… 
L’umano sente il bisogno non solo di abitare questa terra ma anche di entrare in comunione con tutti i suoi co-inquilini, coinvolti con lui nello straordinario flusso della vita. Anzi, sente comunione anche con il cosiddetto mondo inanimato. 
Nel V secolo nel medio-oriente alcuni monaci cristiani, tesi all’unificazione del sé e alla sinfonia cosmica, cercarono di vivere la comunione non solo con gli umani (mediante la vita in comunità) ma anche con gli animali, fino a quelli selvatici. Ve ne furono poi alcuni, i “dendriti”, che dimoravano su alberi nelle foreste, quasi identificandosi con loro; altri vivevano su una roccia o in una caverna, cercando di comunicare con il mondo minerale. Volevano essere solidali con la natura che geme e soffre, attendendo la liberazione. Il loro pregare era voce prestata alle creature animate e inanimate, intelligenti e insipienti. 
Questi comportamenti sono per noi difficili da capire. Eppure, se facessimo attenzione e sapessimo guardare ai sassi, ai ciottoli della spiaggia e dei torrenti montani, o a quelli che affiorano dalla terra, ascolteremmo anche da essi un messaggio, almeno una voce. Come infatti scrive san Paolo, “non c’è creatura senza voce”. I sassi, piccoli o grandi, esprimono una presenza silenziosa: stanno al loro posto. La loro inerzia è però apparente, perché sanno cantare: con voce cavernosa quando sono trascinati dalle onde del mare, con voce cristallina se trasportati dai torrenti. Sanno anche dare voce al vento quando, soffiando, scivola su di essi. 
Le pietre sono ovunque: maestose o piccole, testimoni di millenni prima e dopo la nostra vita. Significativamente la vita può diventare pietra, come il mollusco marino diventa fossile: impronta pietrificata di un mondo lontano, che narra ancora la sua storia. Sulla Serra in cui abito, morena “sputacchiata” dai ghiacciai della Valle d’Aosta, i sassi sono molti e molto grandi. Si ergono sui prati o abitano in mezzo agli alberi del bosco: per me sono veri compagni di vita. 
Quando, passeggiando, li incontro, li sento fremere nel loro silenzio, vivi di una vita diversa dalla mia, ma abitata dall’energia della presenza. Sentinelle, sono maestosi nel loro regnare tra alberi e foglie secche. Al mare sono sulle spiagge, limati e lavati dalle onde. Talvolta ne raccolgo qualcuno, per il colore o la forma, e li porto a casa come memoria del mare.
 A ciascuno sarà capitato di trovare sul proprio cammino una pietra o un masso che lo ha attirato, fino a diventare per lui eloquente: come segnale sulla via, misura del cammino percorso. Presenza muta e fedele, quella roccia è sempre lì, come se ci attendesse, ed è sorprendente ritrovarla e contemplarla ancora e ancora. Davvero, la comunione non è possibile solo con gli animali o le piante, ma anche con le pietre.

Pubblicato su: La Repubblica


giovedì 20 agosto 2020

San Bernardo di Chiaravalle: Pellegrino dell’Assoluto al servizio dei fratelli

Pellegrino dell’Assoluto al servizio dei fratelli


San Bernardo monaco contemplativo sulle strade del mondo

Entrato a 21 anni, nel 1111, nel monastero di Citeaux — da poco fondato e impegnato in una opera di riforma che si proponeva di recuperare la freschezza originaria della Regola benedettina — Bernardo diventerà ben presto abate della nuova fondazione di Clairvaux che, sotto la sua guida, assurgerà al rango di centro propulsivo della cristianità. Per ottenere un appoggio decisivo alle proprie iniziative, vescovi e Papi, principi, re e imperatori si rivolgeranno a lui che, pur dedito alla diuturna ricerca di Dio, si dimostrerà non meno attento ai problemi del suo tempo. In Bernardo, infatti, l’ardente contemplativo si fonderà naturalmente col formidabile uomo d’azione, tanto che egli stesso finì con l’autodefinirsi ironicamente «la chimera del secolo, il monaco contemplativo che è sempre sulle strade del mondo». Siamo dunque di fronte a una personalità complessa e poliedrica, che — grazie alla sua profonda esperienza di Cristo e della Chiesa — ha segnato profondamente il XII secolo, sia dal punto di vista ecclesiastico che civile.

Nella lettera enciclica Doctor mellifluus, Pio XII aveva definito Bernardo «l’ultimo dei Padri e non inferiore ai primi», in quanto — sulla scia dei grandi padri della Chiesa — l’abate di Clairvaux non aveva mai dissociato la scienza cristiana dall’esperienza di fede. Il “sapere” era per lui intimamente connesso col “gustare”, e nello scrutare il mistero di Dio, accanto all’intelletto, giocavano in lui un ruolo decisivo l’affetto e il desiderio. Di fatto, sono soprattutto questi ultimi a veicolare la ricerca del vero Bene, il Dio-Amore, nel quale il credente può trovare appagamento, e il commento di Bernardo al Cantico dei Cantici, il poema del desiderio e della ricerca amorosa di Dio, va proprio in questa direzione. Questa fusione di teologia, mistica e vita, dove l’elemento raziocinante, accompagnato dai moti del cuore e dello spirito, non si discosta mai dalla percezione del mistero di Dio presente in ogni ambito dell’esistenza — del pensare come dell’operare — ha ancora molto da dire a noi, oggi.

Visione antropologica

Su questo sfondo, desidero soffermarmi — tra i tanti — su tre aspetti che attraversano il pensiero e l’azione di Bernardo. Il primo riguarda la sua visione antropologica, che si rifà fondamentalmente a quella cristiana, secondo la quale in ogni essere umano è impressa l’immagine di Dio. Tuttavia, per far emergere questa immagine e preservarla dalle deformazioni causate dal peccato, il credente deve intraprendere un cammino di conoscenza di sé alla luce del Cristo, il quale, con la sua incarnazione, ha reso visibile il volto di Dio Padre. È dunque grazie all’adesione amorosa a Cristo Gesù che l’essere umano può entrare in contatto con la bellezza trasparente della Grazia, riscoprire la propria somiglianza con Dio e — indipendentemente dal proprio stato di vita — sentirsi spronato a fecondare il tempo e la storia con la forza luminosa del Vangelo. Il senso profondo dell’esistenza umana consiste, dunque, nel suo essere orientata, col concorso della libera volontà, verso l’Amore di Dio concretizzatosi in Cristo Gesù. Di qui l’affermazione di Bernardo: «Consentire ed essere salvi sono la stessa cosa», che ci conferma come la sua sia un’antropologia esistenziale profondamente teologica e cristocentrica, costruita a partire da Dio e attorno a Dio, il quale ha reso visibile e concreto il suo amore nel Figlio suo Gesù. A questo amore incarnato, gratuito e senza misura, il credente è chiamato a corrispondere con un amore che — per quanto imperfetto — ne imiti la gratuità: «Amo perché amo — scrive Bernardo —, amo per amare». Dalla genuinità di questo amore dipende la capacità di contrastare ogni forma di chiusura egoistica e di aprirsi alla rettitudine e alla ricerca del bene attraverso la carità.

Di fronte al creato

Un secondo aspetto riguarda l’approccio al creato. Bernardo lo considerava una “seconda Bibbia”, un luogo, cioè, nel quale Dio, anziché con le parole della rivelazione scritta, comunica tramite gli elementi della natura, frutto della sua mano creatrice. Scrive: «Troverai di più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà». Chiaramente non si tratta di ecologismo ante litteram, ma della profonda consapevolezza che anche il creato ha una sua precisa collocazione nel disegno divino di salvezza. Ora, nel cambiamento d’epoca che stiamo vivendo, sempre più tecnologizzato, controllato e sterilizzato, nel quale la realtà virtuale rischia di prendere il sopravvento, l’esortazione di Bernardo ci rammenta che ogni essere vivente — in particolare quella “canna pensante” che è l’essere umano — è chiamato a occupare in maniera armonica il proprio posto all’interno del creato, e più specificamente in quella “casa comune” che è la Terra. Di qui la necessità di liberare il nostro rapporto con la natura da una logica meramente egocentrica ed utilitaristica — il più delle volte dettata dal solo profitto — e di considerare in maniera olistica il creato del quale siamo parte. Non in senso panteistico, ovviamente, ma sull’onda della viva consapevolezza che esiste una profonda connessione tra tutte le creature, un legame che va salvaguardato per il bene del nostro pianeta e della stessa umanità.

Amore alla Madonna

Un terzo aspetto su cui è d’obbligo soffermarsi quando si parla di Bernardo, è il singolare amore di devozione che egli nutriva per la Vergine Maria. Infatti, si riconduce a lui il famoso assioma: «De Maria numquam satis - Di Maria non si dirà mai abbastanza». In particolare, Bernardo amava rivolgersi a lei con l’appellativo “Madre di misericordia”, convinto che «l’affettuoso amore del Cristo si è trasfuso nelle viscere di Maria, nelle quali la stessa Carità, che è Dio, ha dimorato corporalmente». E proprio perché Maria è irradiazione dell’amore di Cristo per noi, non vi è nulla che riceviamo dal Signore che non sia veicolato dall’intercessione della sua e nostra Madre. Celebre, in proposito, è la preghiera di Bernardo con cui desideriamo concludere queste brevi note: «Chiunque tu sia, tu che avverti che nel flusso di questo mondo stai ondeggiando tra burrasche e tempeste invece di camminare sicuro sulla terra, non distogliere gli occhi dallo splendore di questa stella, se non vuoi essere sopraffatto dalle tempeste! Se si alzano i venti della tentazione, se t’imbatti negli scogli delle tribolazioni, guarda la stella, invoca Maria. Se sei sbattuto dalle onde della superbia, dell’ambizione, della calunnia, della gelosia, guarda la stella, invoca Maria. Se l’ira o l’avarizia o le lusinghe della carne hanno scosso la navicella del tuo animo, guarda Maria. Se turbato dall’enormità dei peccati, confuso dalla indegnità della coscienza, impaurito dall’orrore del giudizio, tu cominci ad essere inghiottito nel baratro della tristezza, nell’abisso della disperazione, pensa a Maria. Nei pericoli, nelle angustie, nelle incertezze, pensa a Maria, invoca Maria. Non s’allontani dalla tua bocca, non s’allontani dal tuo cuore. (...) Seguendo Lei non ti smarrisci, pregando Lei non ti disperi, pensando a Lei non sbagli. Se Lei ti tiene, non cadi; se Lei ti protegge, non temi; se Lei ti guida, non ti stanchi».

di Donato Ogliari
Abate ordinario dell’abbazia territoriale di Montecassino
(fonte: L'Osservatore Romano 19/08/2020)



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