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sabato 27 aprile 2019

Libertà religiosa: documento della Commissione teologica internazionale

Libertà religiosa: 
documento della Commissione teologica internazionale

Il testo, pubblicato sul sito dell'organismo, ribadisce che la libertà religiosa, nella sua dimensione individuale e comunitaria, è a fondamento di tutte le altre libertà e promuove non egemonie o privilegi ma il bene per tutti

Fedeli cristiani in Pakistan  (ANSA)

E’ stato pubblicato oggi, dopo il via libera di Papa Francesco, un nuovo documento della Commissione Teologica Internazionale (CTI), intitolato “La libertà religiosa per il bene di tutti. Approccio teologico alle sfide contemporanee”. Il testo, di 37 pagine, propone innanzitutto un aggiornamento ragionato della recezione della Dichiarazione conciliare Dignitatis humanae(1965) sulla libertà religiosa, “approvata in un contesto storico significativamente diverso da quello attuale”.

Fondamentalismo e relativismo

Nelle società secolarizzate di oggi - osserva il documento - “le diverse forme di comunità religiosa sono ancora socialmente percepite come fattori rilevanti di intermediazione fra i singoli e lo Stato”. A fronte di questo, “l’odierna radicalizzazione religiosa indicata come ‘fondamentalismo’ (…) non sembra un semplice ritorno più ‘osservante’ alla religiosità tradizionale” ma “è connotata spesso da una specifica reazione alla concezione liberale dello Stato moderno, a motivo del suo relativismo etico e della sua indifferenza nei confronti della religione”.

Totalitarismo morbido dello Stato liberale

“D’altra parte, lo Stato liberale appare a molti criticabile anche per il motivo opposto: ossia per il fatto che la sua proclamata neutralità non sembra in grado di evitare la tendenza a considerare la fede professata e l’appartenenza religiosa un ostacolo per l’ammissione alla piena cittadinanza culturale e politica dei singoli. Una forma di ‘totalitarismo morbido’, si potrebbe dire, che rende particolarmente vulnerabili alla diffusione del nichilismo etico nella sfera pubblica”.
Ideologia della neutralità che emargina la fede

“La pretesa neutralità ideologica di una cultura politica che dichiara di volersi costruire sulla formazione di regole meramente procedurali di giustizia, rimuovendo ogni giustificazione etica e ogni ispirazione religiosa, mostra la tendenza ad elaborare una ideologia della neutralità che, di fatto, impone l’emarginazione, se non l’esclusione, dell’espressione religiosa dalla sfera pubblica. E quindi, dalla piena libertà di partecipazione alla formazione della cittadinanza democratica. Da qui viene allo scoperto l’ambivalenza di una neutralità della sfera pubblica soltanto apparente e di una libertà civile obiettivamente discriminante. Una cultura civile che definisce il proprio umanesimo attraverso la rimozione della componente religiosa dell’umano, si trova costretta a rimuovere anche parti decisive della propria storia: del proprio sapere, della propria tradizione, della propria coesione sociale. Il risultato è la rimozione di parti sempre più consistenti dell’umanità e della cittadinanza da cui la società stessa è formata. La reazione alla debolezza umanistica del sistema fa persino apparire giustificato per molti (soprattutto giovani) l’approdo ad un fanatismo disperato: ateistico o anche teocratico. L’incomprensibile attrazione esercitata da forme violente e totalitarie d’ideologia politica, o di militanza religiosa, che sembravano ormai consegnate al giudizio della ragione e della storia, deve interrogarci in modo nuovo e con maggiore profondità di analisi”.

Imitazione laicista della concezione teocratica

Si osserva poi che, quando un simile Stato “moralmente neutrale” comincia “a controllare il campo di tutti i giudizi umani, esso incomincia ad assumere i tratti di uno Stato “eticamente autoritario” che assume la forma di “una‘imitazione laicista’ della concezione teocratica della religione, che decide l’ortodossia e l’eresia della libertà in nome di una visione politico-salvifica della società ideale: decidendo a priori la sua identità perfettamente razionale, perfettamente civile, perfettamente umana. L’assolutismo e il relativismo di questa moralità liberale confliggono, qui, con effetti di esclusione illiberale nella sfera pubblica, all’interno della pretesa neutralità liberale dello Stato”.
Il ritorno della religione nel terzo millennio

Il documento evidenzia, quindi, la smentita della “tesi classica, che prevedeva la riduzione della religione come effetto inevitabile della modernizzazione tecnica ed economica”: invece, oggi si parla “di ritorno della religione sulla scena pubblica. L’automatica correlazione fra progresso civile ed estinzione della religione, in verità, era stata formulata in base ad un pregiudizio ideologico, che vedeva la religione come la costruzione mitica di una società umana non ancora padrona degli strumenti razionali capaci di produrre emancipazione e benessere della società. Questo schema si è rivelato inadeguato”. Nello stesso tempo – nota il testo – il cosiddetto “ritorno della religione” presenta anche aspetti di “regressione” coltivati “nel solco di arbitrarie contaminazioni fra la ricerca del benessere psico-fisico e costruzioni pseudo-scientifiche della visione del mondo” per non parlare della “rozza motivazione religiosa di talune forme di fanatismo totalitario, che mirano ad imporre, anche all’interno delle grandi tradizioni religiose, la violenza terroristica”.

Sviluppi dottrinali

Il documento spiega lo sviluppo dottrinale della Dichiarazione conciliare, laddove il Magistero della Chiesa un tempo condannava la libertà di coscienza, in un “contesto storico” in cui il cristianesimo, che rappresentava “la religione di Stato e la religione di fatto dominante nella società occidentale” subiva “l’aggressiva impostazione di un laicismo di Stato”. La Dignitatis humanae riporta “alla sua evidenza fondamentale l’insegnamento del cristianesimo, secondo il quale non si deve costringere alla religione, perché questa forzatura non è degna della natura umana creata da Dio e non corrisponde alla dottrina della fede professata dal cristianesimo. Dio chiama a sé ogni uomo, ma non costringe nessuno. Pertanto, questa libertà diventa un diritto fondamentale che l’uomo può rivendicare in coscienza e responsabilità nei confronti dello Stato”. 

Papa Wojtyla: libertà religiosa, fondamento delle altre libertà

Si ricorda, quindi, San Giovanni Paolo II quando afferma che la libertà religiosa, fondamento di tutte le altre libertà, è un’esigenza irrinunciabile della dignità di ogni uomo. Non è un diritto tra gli altri ma costituisce "la garanzia di tutte le libertà che assicurano il bene comune delle persone e dei popoli”.

Benedetto XVI: libertà religiosa, diritto non solo per i credenti

Per Benedetto XVI il diritto alla libertà religiosa è radicato nella dignità della persona umana in quanto essere spirituale, relazionale e aperto al trascendente. Non è quindi un diritto riservato ai soli credenti ma a tutti, perché sintesi e apice degli altri diritti fondamentali”. In riferimento ai rapporti con lo Stato, Papa Ratzinger parla di “laicità positiva”, ossia quel principio che promuove la cooperazione fra l’ambito politico e quello religioso nella dovuta distinzione dei rispettivi compiti. In questo senso la dimensione non solo individuale ma anche comunitaria della religione favorisce la costruzione del bene comune, al di là di ogni tentazione di egemonia.
Francesco: libertà religiosa, baluardo contro i totalitarismi

Papa Francesco sottolinea che la libertà religiosa non mira a preservare una “sottocultura”, come vorrebbe “un certo laicismo, ma costituisce un prezioso dono di Dio per tutti, garanzia basilare di ogni altra espressione di libertà, baluardo contro i totalitarismi e contributo decisivo all’umana fraternità”. Per questo motivo, “Francesco porta una grande attenzione ai molti martiri del tempo nostro, vittime di persecuzioni e violenze per motivi religiosi, come anche di ideologie che escludono Dio dalla vita degli individui e delle comunità. Per il Pontefice, la religione autentica, dal proprio interno, deve riuscire a dare conto dell’esistenza dell’altro per favorire uno spazio comune, un ambiente di collaborazione con tutti, nella determinazione di camminare insieme, di pregare insieme, di lavorare insieme, di aiutarci insieme per stabilire la pace”.

Diritto all’obiezione di coscienza

La Chiesa proclama la libertà religiosa per tutti e si aspetta anche “che i suoi membri possano vivere la loro fede liberamente e che i diritti della loro coscienza siano tutelati laddove rispettino i diritti degli altri. Vivere la fede può alle volte richiedere l’obiezione di coscienza. In effetti le leggi civili non obbligano in coscienza quando contraddicono l’etica naturale e perciò lo Stato deve riconoscere il diritto delle persone all’obiezione di coscienza”.

Violazioni della libertà religiosa

“Di fatto - afferma il documento - in alcuni paesi non c’è alcuna libertà giuridica di religione mentre in altri la libertà giuridica è drasticamente limitata all’esercizio comunitario del culto o di pratiche strettamente private. In tali paesi non è consentita l’espressione pubblica di una credenza religiosa, in genere è vietata ogni forma di comunicazione religiosa, e pene severe, inclusa la pena di morte, sono riservate a chi desidera convertirsi o cerca di convertire altre persone. Nei paesi dittatoriali dove prevale un pensiero ateo, – e, con le dovute distinzioni, pure in alcuni paesi che si ritengono democratici – i membri delle comunità religiose sono spesso perseguitati o soggetti a trattamenti sfavorevoli sul posto di lavoro, sono esclusi dai pubblici uffici ed è loro precluso l’accesso a certi livelli di assistenza sociale. Ugualmente le opere sociali nate da cristiani (nell’ambito della sanità, dell’educazione…) sono sottoposte a limitazioni sul piano legislativo, finanziario o comunicativo, che rendono difficile se non impossibile il loro svolgimento. In tutte queste circostanze non vi è vera libertà di religione. Una vera libertà di religione è possibile solo se essa può esprimersi operosamente".

Missione ad gentes e dialogo interreligioso

Il dialogo interreligioso, favorito dalla libertà religiosa, via alla pace “nella ricerca del bene comune insieme con i rappresentanti di altre religioni”, è “una dimensione inerente alla missione della Chiesa. Non è in quanto tale il fine dell’evangelizzazione, ma concorre grandemente ad essa; non va dunque compreso né attuato in alternativa o in contraddizione con la missione ad gentes”.

Martirio cristiano: l’amore che vince l’odio

Il testo affronta anche il tema del “martirio”, come “suprema testimonianza non-violenta della propria fedeltà alla fede, fatta oggetto di specifico odio, intimidazione e persecuzione”. Il martirio diventa “il simbolo estremo della libertà di opporre l’amore alla violenza e la pace al conflitto. In molti casi, la personale determinazione del martire della fede nell’accettare la morte è diventato seme di liberazione religiosa e umana per una moltitudine di uomini e donne, fino ad ottenere la liberazione dalla violenza e il superamento dell’odio. La storia dell’evangelizzazione cristiana lo attesta, anche attraverso l’avvio di processi e di mutamenti sociali di portata universale. Questi testimoni della fede sono giusto motivo di ammirazione e sequela da parte dei credenti, ma anche di rispetto da parte di tutti gli uomini e le donne che hanno a cuore la libertà, la dignità, la pace fra i popoli. I martiri hanno resistito alla pressione della rappresaglia, annullando lo spirito della vendetta e della violenza con la forza del perdono, dell’amore e della fraternità”.

Il martirio bianco

“A volte, le persone non vengono uccise in nome della loro pratica religiosa e tuttavia devono subire atteggiamenti profondamente offensivi, che li tengono ai margini della vita sociale: esclusione dai pubblici uffici, proibizione indiscriminata dei loro simboli religiosi, esclusione da taluni benefici economici e sociali..., in ciò che viene denominato ‘martirio bianco’ come esempio di confessione della fede. Questa testimonianza fornisce ancora oggi prova di sé in molte parti del mondo: non deve essere attenuata, come se fosse un semplice effetto collaterale dei conflitti per la supremazia etnica o per la conquista del potere. Lo splendore di questa testimonianza deve essere ben compreso e ben interpretato. Esso ci istruisce sul bene autentico della libertà religiosa nel modo più limpido ed efficace. Il martirio cristiano mostra a tutti ciò che accade quando la libertà religiosa dell’innocente è osteggiata e uccisa: il martirio è la testimonianza di una fede che rimane fedele a sé stessa rifiutandosi fino all’ultimo di vendicarsi e di uccidere. In questo senso il martire della fede cristiana non ha nulla a che fare con il suicida-omicida nel nome di Dio: una tale confusione è già in se stessa una corruzione della mente e una ferita dell’anima”.

Chiesa rispettosa della libertà individuale e del bene comune

“Il cristianesimo non chiude la storia della salvezza entro i confini della storia della Chiesa” perché l’intera storia umana va vista alla luce dell’amore di Dio, il quale «vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità» (1 Tm 2, 4). “La forma missionaria della Chiesa, iscritta nella disposizione stessa della fede, obbedisce alla logica del dono, ossia della grazia e della libertà, non a quella del contratto e dell’imposizione. La Chiesa è consapevole del fatto che, anche con le migliori intenzioni, questa logica è stata contraddetta – e sempre è a rischio di esserlo – a motivo di comportamenti difformi e incoerenti con la fede ricevuta”. La Chiesa ha uno stile di testimonianza della fede “assolutamente rispettoso della libertà individuale e del bene comune. Questo stile, lungi dall’attenuare la fedeltà all’evento salvifico, che è il tema dell’annuncio della fede, deve rendere ancora più trasparente la sua distanza da uno spirito di dominio, interessato alla conquista del potere fine a sé stesso”.

La libertà di accogliere il Vangelo

“Il Regno di Dio - conclude il documento - è già in azione nella storia, in attesa dell’avvento del Signore, che ci introdurrà nel suo compimento. Lo Spirito che dice «Vieni!» (Ap 22, 17), che raccoglie i gemiti della creazione (cf. Rom 8, 22) e fa «nuove tutte le cose» (Ap 21, 5) porta nel mondo il coraggio della fede che sostiene (cf. Rom 8, 1-27), in favore di tutti, la bellezza della «ragione [logos] della speranza» (1 Pt 3, 15) che è in noi. E la libertà, per tutti, di ascoltarlo e di seguirlo”.
(fonte: Vatican News articolo di Sergio Centofanti – 26/04/2019)


“TERRORISMO RELIGIOSO”? UNA BESTEMMIA La riflessione del teologo Pino Lorizio - Rimanere umani di Andrea Monda

“TERRORISMO RELIGIOSO”?
UNA BESTEMMIA
«Le parole possono essere pietre: siamo chiamati a vigilare sul nostro e sull’altrui modo di esprimersi, in modo da non associare l’aggettivo “religioso” al “terrorismo” e da non chiamare “martire” il “kamikaze”» La riflessione di Pino Lorizio, teologo


In queste giornate di dolore e di angoscia per gli eventi accaduti la mattina di Pasqua nello Sri Lanka, leggiamo sulla stampa e ascoltiamo nei media l’orribile espressione “terrorismo religioso”, dalla quale dobbiamo dissociarci con tutte le nostre forze, evitandola nel nostro discorrere e stigmatizzandola quando la ascoltiamo sulla bocca di altri. La violenza non può appartenere all’autentica dimensione religiosa dell’uomo, che proprio perché riconosce ed esprime la fede in un Assoluto da cui l’esistenza ha avuto origine e nel grembo del quale farà ritorno, non può in alcun modo adottare comportamenti di negazione della vita propria e altrui, né di vilipendio di essa. Se poi si tratta della fede nel Dio unico, essa non può non farci considerare gli altri come sue creature e quindi non può non farci considerare tutti gli esseri umani come fratelli. La compartecipazione di rappresentanti delle diverse fedi alla preghiera e alla solidarietà in momenti tragici come l’incendio di Notre Dame e soprattutto la strage dello Sri Lanka dovrebbe interpellare tutti e suggerire pensieri e parole di dialogo e di fratellanza piuttosto che di conflitto e di odio.

In questa prospettiva il kamikaze non ha nulla in comune col martire cristiano, in quanto mentre il primo persegue la violenza su se stesso, procurando dolore e morte agli altri, il secondo accetta, anche una morte violenta, ma senza mai cercarla e soprattutto senza procurare sofferenza agli altri, ma prendendola su di sé, a imitazione di Cristo, che ha accettato la volontà del Padre, non prima di avergli chiesto di allontanare il calice amaro della passione e morte in croce.

L’attenzione al linguaggio è fondamentale (le parole possono essere pietre), sicché siamo chiamati a vigilare sul nostro e sull’altrui modo di esprimersi, in modo da non associare l’aggettivo “religioso” al “terrorismo” e da non chiamare “martire” il “kamikaze”. Una responsabilità che chi lavora nell’ambito mediatico a maggior ragione dovrebbe tener presente, onde evitare di divulgare equivoci, che potrebbero risultare letali.

Foto in alto: una donna prega in un cimitero a Negombo, Sri Lanka, mentre si celebrano i funerali della vittima degli attentati di Pasqua (Reuters)
(fonte: Famiglia Cristiana 24/04/2019)

Rimanere umani
di Andrea Monda




E non devi recedere d’un solo
briciolo dalla tua persona umana,
ma essere vivo, nient’altro che vivo,
vivo e nient’altro sino alla fine.
(Boris Pasternak)




359 morti, oltre 500 feriti per le bombe fatte scoppiare in tre chiese e in tre alberghi in tre città diverse durante la domenica di Pasqua. Solo nella chiesa di San Sebastiano a Negombo, poco a nord della capitale Colombo, sono morte oltre 100 persone. Questi i dati, nella loro eloquente crudezza.

Il giorno della festa più importante per i cristiani, il luogo della preghiera, trasformati in un momento e in un luogo di morte e terrore. Il paradosso è atroce: nello stesso giorno in cui alcuni uomini invocano il nome di Dio per pregarlo e chiedere la pace, altri uomini usano quello stesso nome per giustificare il loro gesto omicida. Si tratta dello stesso Dio? Il verbo utilizzato svela il senso di questo contro-senso: da una parte “invocare”, dall’altra “usare”, sta qui la differenza. Dio è l’orizzonte più alto, al di là della portata delle nostre mani, un orizzonte che permette di vedere il mondo e gli uomini da un’altra luce, e non è invece un oggetto utilizzabile, manovrabile, manipolabile. Lo sguardo dalla prospettiva di Dio produce un effetto disarmante, l’illusione di possedere Dio finisce per dividere e contrapporre. La follia generata dalla paura e che genera altra paura, avvenuta domenica nello Sri Lanka è un altro passo verso la contrapposizione e la guerra tra le religioni: solo un mese fa, il 15 marzo a Christchurch in Nuova Zelanda sono morte 50 persone presso la moschea di Al Noor e presso il centro islamico di Linwood, nel giorno e nel momento della preghiera del venerdì. Sono passi che conducono all’annientamento delle stesse religioni e di ciò che resta dell’umano. Cosa fare allora per interrompere questa spirale di violenza?

Papa Francesco lunedì scorso, dopo il Regina caeli, ha espresso l’auspicio «che tutti condannino questi atti terroristici, atti disumani, mai giustificabili». Una condanna che serve a rimanere umani. Sulla scia dei suoi predecessori il Papa da anni va ripetendo con forza che uccidere in nome di Dio è una bestemmia, è l’offesa più grande verso Dio e un tradimento della stessa religione. Essere uniti come esseri umani che vivono sotto il sole nella condanna a questi atti disumani è il nodo cruciale per la tessitura di un dialogo quanto mai essenziale per la costruzione della pace.

Il dialogo si tesse attraverso gesti concreti come quello del 4 febbraio di Abu Dhabi, la firma congiunta del Documento sulla fratellanza universale tra il Papa e il Grande Imam di Al–Azhar che invitando a riconoscersi tutti fratelli nella comune origine di Dio padre e creatore del mondo, ha ribadito con fermezza «che le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue. Queste sciagure sono frutto della deviazione dagli insegnamenti religiosi, dell’uso politico delle religioni». Da qui la richiesta di «cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco e di smettere di usare il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione. Lo chiediamo per la nostra fede comune in Dio, che non ha creato gli uomini per essere uccisi o per scontrarsi tra di loro e neppure per essere torturati o umiliati nella loro vita e nella loro esistenza. Infatti Dio, l’Onnipotente, non ha bisogno di essere difeso da nessuno e non vuole che il Suo nome venga usato per terrorizzare la gente».

Una delle lezioni di Benedetto XVI sulla quale è necessario riflettere è stata proprio su questo “fanatismo cieco”, frutto dello scollamento tra religione e ragione. Il rapporto tra le due è invece essenziale per la purificazione reciproca che impedisce proprio l’emergere di incrostazioni come il fondamentalismo e la violenza.

Un’altra lezione infine che ancora non è stata acquisita è sull’essenza del cristianesimo che non è una cultura e non si identifica con nessuna cultura né tantomeno con una etnia particolare. Il fanatismo fondamentalista e stragista, fingendo di dimenticare la realtà dei fatti e l’esperienza concreta dei popoli, spesso identifica il cristianesimo con l’Occidente. Ma l’equazione cristianesimo/Occidente non regge perché il cuore del cristianesimo è il messaggio spirituale del Vangelo che è rivolto a tutti gli uomini, alla luce del quale la Chiesa entra in contatto con tutte le culture e di ogni cultura valorizza il buono, l’umano.

Questa è la linea “umanista” del Papa che permette al sottile sentiero della pace di svilupparsi nonostante le reazioni violente dei fanatici ed è su questo sentiero che la Chiesa, popolo di Dio orante e operoso, deve proseguire il cammino.
(fonte: L'Osservatore Romano 24/04/2019)


venerdì 26 aprile 2019

QUI ED ORA L’editoriale di mons. Giovanni Ricchiuti Presidente Pax Christi

QUI ED ORA 
L’editoriale di Verba Volant
di mons. Giovanni Ricchiuti
Presidente Pax Christi

Care e cari,
Abbiamo vissuto una Pasqua bagnata di sangue e violenza, di tanta sofferenza.
Penso allo Sri Lanka. E alle notizie che ci giungono dalla Libia.
Mi chiedevo personalmente: che senso ha celebrare la Pasqua davanti a queste tragedie?
Che senso ha? Me lo chiedo anche per tutti noi operatori di pace.

La Pasqua, lo sappiamo, è il ribaltamento della pietra tombale. Dopo Erode, Ponzio Pilato, ecc., questo Crocifisso è stato sistemato. Mettiamoci una pietra sopra, e così finisce tutto!
La Pasqua fa saltare all’aria questo progetto!
La pietra è ribaltata, rinasce, la vita, la speranza. La morte è stata sconfitta. E aggiungo: questa strategia delle “pietre tombali” nel mondo continua ancora oggi. Pensiamo alla violenza, alla guerra, all’emarginazione, alla non accoglienza dei migranti. Le speranze di tante persone vengono schiacciate. Ed è naturale che venga un pensiero di pessimismo, di rassegnazione, di impotenza di fronte a queste “pietre tombali” che qualcuno cerca di mettere sulla storia. Ogni giorno. Mettiamoci una pietra sopra, e così sistemiamo tutto.
Ovviamente chi ha fede sa che non è così.
E noi, proprio per questo motivo, abbiamo speranza e ci impegniamo nel dare segni di speranza perché non c’è nessuna pietra che non possa essere ribaltata.
Dobbiamo allora riconoscere le tante voci che si levano nel mondo, di credenti e non credenti, perché venga vanificata questa strategia di morte. Penso anche al lavoro dei tanti punti pace di Pax Christi, e di ognuno. Seminare speranza e dire che non c’è nessun masso che possa impedire alla speranza di andare avanti.
Il nostro impegno è adesso.
Certo abbiamo ben chiaro i tanti segnali negativi.

Poi penso alla foto del Ministro degli Interni col mitra in mano, proprio nel giorno di Pasqua. Proprio nel giorno delle vittime in Sri Lanka. Colpisce la leggerezza e la superficialità.
E’ una cosa grave in sé, ma ancora più grave e la superficialità di questi gesti! Cosa si vuol comunicare con una foto del genere? Con un mitra in mano? Non si comunica certo dialogo e relazione umana. Quale linguaggio è possibile con un mitra in mano? Non certo quello della parola, del dialogo e del rispetto dell’altro!
E se poi aggiungiamo anche i commenti sul 25 aprile ridotto a ‘derby’!
Siamo di fronte al delirio…

Tra pochi giorni l’appuntamento della nostra Assemblea. Dove parleremo di impegno per la pace, di disarmo. Ma penso anche all’incontro sulla nonviolenza a Roma, ai primi di Aprile con Pax Christi International. All’incontro con alcuni del Consiglio Internazionale di Pax Christi a Santeramo in Colle, dove ci siamo trovati a fine anno, e poi ad Altamura con un incontro pubblico. Sono segnali positivi di speranza, che dobbiamo cogliere e valorizzare.
I sentieri della giustizia e della pace non possono essere abbandonati, anche se stretti e difficili.
E quindi, un caro arrivederci a tutti a Calambrone (Pisa) per la nostra Assemblea. Col desiderio di incontrarci, di dialogare, di condividere questa speranza. Avremo anche da ragionare sul nuovo Statuto con le modifiche che ci vengono richieste dalla legge. Avremo modo di riflettere con ponderazione, senza timori. E’ una questione da affrontare e lo facciamo in un clima di dialogo e fraternità.
Arrivederci a tra pochi giorni.
+ Giovanni Ricchiuti, Presidente Pax Christi

Pubblicato il 24 Apr 2019


Preghiera del Venerdì dedicato alle vittime dello Sri Lanka. Imam Dachan (Ancona): “Corano vieta e punisce chi perseguita i cristiani”

Preghiera del Venerdì dedicato alle vittime dello Sri Lanka. Imam Dachan (Ancona): 
“Corano vieta e punisce chi perseguita i cristiani”


Le comunità islamiche delle Marche si stringono oggi, venerdì, in preghiera per le vittime dello Sri Lanka. I sermoni sono dedicati al Capitolo del Corano “Le Costellazioni” che vieta e punisce la persecuzione dei cristiani. L’imam Dachan Mohamed Nour (Ancona): “Oggi siamo qui a condannare gli attentati non solo per la nostra coscienza civile e umana, ma anche per i fondamenti della nostra stessa religione, che chiama i cristiani “gente del libro”, considerandoli cioè fratelli nella fede e riconoscendone i valori fondanti”


La persecuzione dei cristiani? È vietata e punita nell’Islam. C’è un Capitolo del Corano intitolato “Le costellazioni” che lo afferma e che ad una settimana dagli attentati di Pasqua in Sri Lanka “è bene ricordare, a conferma della totale malafede e infondatezza dei terroristi che profanano le scritture e ne fanno uno strumento di odio”. A parlare è Dachan Mohamed Nour, imam di Ancora e presidente delle comunità islamiche delle Marche. Per noi uomini religiosi, di qualsiasi religione – dice subito – uccidere una persona è uccidere tutta l’umanità. Ammazzare 350 persone è qualcosa che non ti lascia dormire. Ci sono delle azioni che noi umani non riusciamo a capire”. Ma anche questa volta, le comunità islamiche hanno reagito. “Ancora una volta alziamo la voce contro questi assassini e li condanniamo per il loro uso strumentale, blasfemo e insensato del nome dell’islam”, scrive l’imam in un comunicato. “Mai e poi mai l’islam giustificherà, né tanto meno incoraggerà l’uso della violenza contro civili inermi e chiunque continui ad affermare il contrario offende Dio e offende i fedeli”. E poi l’annuncio: in tutte le moschee delle Marche il discorso del venerdì sarà dedicato proprio alla preghiera per le vittime dello Sri Lanka e alla condanna contro i loro carnefici.

Il testo intitolato “Le costellazioni” racconta del re Najran che nel nord dello Yemen, perseguitò i cristiani, uccidendone migliaia, mandandoli al martirio in un fossato dove era acceso un fuoco. Nei libri di esegesi si racconta l’episodio di una madre, giunta di fronte al fuoco con in braccio il figlio. La donna, per cercare di salvare il figlio, pensò di rinunciare alla fede, ma il figlio stesso, miracolosamente, la incoraggiò a continuare la sua testimonianza di fede e a buttarsi nel fuoco. Per punire questo sovrano ingiusto e i suoi seguaci il Signore mandò contro di loro un esercito dall’Etiopia che vendicò la morte dei cristiani. Siamo al capitolo 85, Sura delle Costellazioni. Al punto 10, si legge:

“In verità coloro che perseguitano i credenti e le credenti e poi non se ne pentono, avranno il castigo dell’Inferno e il castigo dell’Incendio”.

“Da questo racconto – spiega l’imam Dachan – si evince che la persecuzione dei cristiani è vietata e punita dall’islam e che il Signore, Allah, definisce ‘maledetti’ coloro che perseguitano i cristiani”. “Oggi siamo qui a condannare gli attentati non solo per la nostra coscienza civile e umana, ma anche per i fondamenti della nostra stessa religione, che chiama i cristiani ‘gente del libro’, considerandoli cioè fratelli nella fede e riconoscendone i valori fondanti”.

L’imam si dice convinto che dietro agli attentati ci sia un chiaro programma internazionale volto a dividere cristiani e musulmani, Oriente e Occidente. L’orizzonte è dunque più ampio, coinvolge tutti e abbraccia anche quanto sta accadendo in Libia, in Siria, e in altri paesi. “Caricano da una parte i musulmani facendo credere che i cristiani siano dei nemici e dall’altra in Europa caricano i cristiani contro i musulmani. Per questo dico e ripeto che non dobbiamo cadere in questo tranello”. Cristiani e musulmani – spiega l’imam – sono vicini più di quanto non si possa immaginare. L’Islam riconosce “Gesù come profeta, Maria come sua madre, signora del Paradiso e simbolo di purezza e devozione, il Vangelo come libro rivelato”. Nel Corano c’è un intero capitolo dedicato alla madre di Gesù intitolato Mariam appunto e Gesù è indicato come “parola di verità” e “messaggero di Dio”; nel testo sacro vengono anche riconosciuti i suoi miracoli e i suoi apostoli.

In questo giorno di Venerdì, le comunità islamiche si stringono nel lutto e nella preghiera. Esprimono “un fraterno cordoglio” per le vittime e i feriti e al tempo stesso condanna “con forza e fermezza questi attacchi vili, disumani e scellerati”. È lo “spirito di Assisi che soffia forte”, dice Dachan. Ed è un “soffio che giunge da lontano, attraversa chiese e moschee, con la speranza che sia capace di arrivare anche laddove il male si annida, al cuore delle grandi potenze politiche e militari che hanno tutto l’interesse di dividere ciò che invece è da sempre profondamente unito da un legame di fraternità”.
(fonte: Sir, articolo di M. Chiara Biagioni 26/04/2019)


«Gesù inserisce nei rapporti umani la forza del perdono. Nella vita non tutto si risolve con la giustizia. No. Soprattutto laddove si deve mettere un argine al male, qualcuno deve amare oltre il dovuto, per ricominciare una storia di grazia.» Papa Francesco Udienza Generale 24/04/2019 (foto, testo e video)


UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro
Mercoledì, 24 aprile 2019



Piazza San Pietro strapiena di fedeli per la prima udienza generale dopo Pasqua. Ad attendere il Papa – che alle 9.10 circa aveva già fatto il suo ingresso – circa 27mila fedeli, secondo i dati forniti dalla Prefettura della Casa Pontificia. Prima di iniziare il giro tra i settori delimitati dal colonnato del Bernini, Francesco ha fatto salire a bordo quattro ragazzi – tre maschi e una femmina – di un’età un po’ più elevata rispetto ai piccoli ospiti che molto spesso hanno il privilegio di godersi insieme al Santo Padre il percorso tra la folla. Sono molti, infatti, oggi, i ragazzi in piazza: tra di loro, un gruppo di oltre 6mila preadolescenti di vicariati, decanati, comunità pastorali, parrocchie dell’arcidiocesi di Milano, a cui si aggiungono gli oltre mille cresimati della diocesi di Treviso, accompagnati dal loro vescovo, Gianfranco Agostino Gardin, e i circa 70 cresimandi del decanato di Lione. Durante il suo giro, il Papa ha fatto fare un’apposita sosta per andare incontro ad una giovane disabile, che “issata” fino alla jeep bianca scoperta dagli uomini della sicurezza vaticana lo ha abbracciato calorosamente, ricambiata. Ad ascoltare la catechesi di Papa Francesco c’è anche un gruppo di pellegrini provenienti da Hong Kong. Al termine del “bagno di folla”, il Papa si è congedato dai suoi ospiti, salutandoli uno per uno, e si è diretto verso la prima fila delle transenne, per salutare i fedeli che lo acclamavano a gran voce. Poi il consueto tragitto a piedi fino alla sua postazione al centro del sagrato, ancora ornato degli splendidi fiori variopinti, a dominanza gialla, che hanno fatto da sfondo alle celebrazioni di Pasqua.










 



Catechesi sul “Padre nostro”: 13. Come noi li rimettiamo ai nostri debitori

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi completiamo la catechesi sulla quinta domanda del “Padre nostro”, soffermandoci sull’espressione «come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12). Abbiamo visto che è proprio dell’uomo essere debitore davanti a Dio: da Lui abbiamo ricevuto tutto, in termini di natura e di grazia. La nostra vita non solo è stata voluta, ma è stata amata da Dio. Davvero non c’è spazio per la presunzione quando congiungiamo le mani per pregare. Non esistono nella Chiesa “self made man”, uomini che si sono fatti da soli. Siamo tutti debitori verso Dio e verso tante persone che ci hanno regalato condizioni di vita favorevoli. La nostra identità si costruisce a partire dal bene ricevuto. Il primo è la vita.

Chi prega impara a dire “grazie”. E noi ci dimentichiamo tante volte di dire “grazie”, siamo egoisti. Chi prega impara a dire “grazie” e chiede a Dio di essere benevolo con lui o con lei. Per quanto ci sforziamo, rimane sempre un debito incolmabile davanti a Dio, che mai potremo restituire: Egli ci ama infinitamente più di quanto noi lo amiamo. E poi, per quanto ci impegniamo a vivere secondo gli insegnamenti cristiani, nella nostra vita ci sarà sempre qualcosa di cui chiedere perdono: pensiamo ai giorni trascorsi pigramente, ai momenti in cui il rancore ha occupato il nostro cuore e così via. Sono queste esperienze, purtroppo non rare, che ci fanno implorare: “Signore, Padre, rimetti a noi i nostri debiti”. Chiediamo così perdono a Dio.

A pensarci bene, l’invocazione poteva anche limitarsi a questa prima parte; sarebbe stata bella. Invece Gesù la salda con una seconda espressione che fa tutt’uno con la prima. La relazione di benevolenza verticale da parte di Dio si rifrange ed è chiamata a tradursi in una relazione nuova che viviamo con i nostri fratelli: una relazione orizzontale. Il Dio buono ci invita ad essere tutti quanti buoni. Le due parti dell’invocazione si legano insieme con una congiunzione impietosa: chiediamo al Signore di rimettere i nostri debiti, i nostri peccati, “come” noi perdoniamo i nostri amici, la gente che vive con noi, i nostri vicini, la gente che ci ha fatto qualcosa di non bello.

Ogni cristiano sa che esiste per lui il perdono dei peccati, questo lo sappiamo tutti: Dio perdona tutto e perdona sempre. Quando Gesù racconta ai suoi discepoli il volto di Dio, lo tratteggia con espressioni di tenera misericordia. Dice che c’è più gioia nei cieli per un peccatore che si pente, piuttosto che per una folla di giusti che non hanno bisogno di conversione (cfr Lc 15,7.10). Nulla nei Vangeli lascia sospettare che Dio non perdoni i peccati di chi è ben disposto e chiede di essere riabbracciato.

Ma la grazia di Dio, così abbondante, è sempre impegnativa. Chi ha ricevuto tanto deve imparare a dare tanto e non trattenere solo per sé quello che ha ricevuto. Chi ha ricevuto tanto deve imparare a dare tanto. Non è un caso che il Vangelo di Matteo, subito dopo aver regalato il testo del “Padre nostro”, tra le sette espressioni usate si soffermi a sottolineare proprio quella del perdono fraterno: «Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe» (Mt 6,14-15). Ma questo è forte! Io penso: alcune volte ho sentito gente che ha detto: “Io non perdonerò mai quella persona! Quello che mi hanno fatto non lo perdonerò mai!”. Ma se tu non perdoni, Dio non ti perdonerà. Tu chiudi la porta. Pensiamo, noi, se siamo capaci di perdonare o se non perdoniamo. Un prete, quando ero nell’altra diocesi, mi ha raccontato angosciato che era andato a dare gli ultimi sacramenti ad un’anziana che era in punto di morte. La povera signora non poteva parlare. E il sacerdote le dice: “Signora, lei si pente dei peccati?”. La signora ha detto di sì; non poteva confessarli ma ha detto di sì. È sufficiente. E poi ancora: “Lei perdona gli altri?”. E la signora, in punto di morte ha detto: “No”. Il prete è rimasto angosciato. Se tu non perdoni, Dio non ti perdonerà. Pensiamo, noi che stiamo qui, se noi perdoniamo o se siamo capaci di perdonare. “Padre, io non ce la faccio, perché quella gente me ne ha fatte tante”. Ma se tu non ce la fai, chiedi al Signore che ti dia la forza per farcela: Signore, aiutami a perdonare. Ritroviamo qui la saldatura tra l’amore per Dio e quello per il prossimo. Amore chiama amore, perdono chiama perdono. Ancora in Matteo troviamo una parabola intensissima dedicata al perdono fraterno (cfr 18,21-35). Ascoltiamola.

C’era un servo che aveva contratto un debito enorme con il suo re: diecimila talenti! Una somma impossibile da restituire; non so quanto sarebbe oggi, ma centinaia di milioni. Però succede il miracolo, e quel servo riceve non una dilazione di pagamento, ma il condono pieno. Una grazia insperata! Ma ecco che proprio quel servo, subito dopo, si accanisce contro un suo fratello che gli deve cento denari – piccola cosa -, e, pur essendo questa una cifra accessibile, non accetta scuse né suppliche. Perciò, alla fine, il padrone lo richiama e lo fa condannare. Perché se non ti sforzi di perdonare, non verrai perdonato; se non ti sforzi di amare, nemmeno verrai amato.

Gesù inserisce nei rapporti umani la forza del perdono. Nella vita non tutto si risolve con la giustizia. No. Soprattutto laddove si deve mettere un argine al male, qualcuno deve amare oltre il dovuto, per ricominciare una storia di grazia. Il male conosce le sue vendette, e se non lo si interrompe rischia di dilagare soffocando il mondo intero.

Alla legge del taglione – quello che tu hai fatto a me, io lo restituisco a te, Gesù sostituisce la legge dell’amore: quello che Dio ha fatto a me, io lo restituisco a te! Pensiamo oggi, in questa settimana di Pasqua tanto bella, se io sono capace di perdonare. E se non mi sento capace, devo chiedere al Signore che mi dia la grazia di perdonare, perché è una grazia il saper perdonare.

Dio dona ad ogni cristiano la grazia di scrivere una storia di bene nella vita dei suoi fratelli, specialmente di quelli che hanno compiuto qualcosa di spiacevole e di sbagliato. Con una parola, un abbraccio, un sorriso, possiamo trasmettere agli altri ciò che abbiamo ricevuto di più prezioso. Qual è la cosa preziosa che noi abbiamo ricevuto? Il perdono, che dobbiamo essere capaci di dare anche agli altri.

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Saluti:
...

Saluto con affetto i pellegrini di lingua italiana.

In particolare, accolgo con gioia i preadolescenti di Milano, accompagnati dal loro Arcivescovo, Monsignor Mario Delpini, e dai loro sacerdoti ed educatori. Cari ragazzi, vi incoraggio, a crescere nella fede e nella carità, impegnandovi a portare frutti buoni. Il Vangelo sia la vostra regola di vita, come lo fu per i vostri santi: Ambrogio e Carlo, i quali con l’amore cambiarono il loro mondo.

Un pensiero speciale rivolgo ai cresimati della Diocesi di Treviso, qui convenuti con il loro Pastore, Monsignor Gianfranco Gardin; con la forza dello Spirito Santo, siate generosi testimoni di Cristo.

Saluto i fedeli degli oratori e delle parrocchie, specialmente quelli di Lecce, di Cava dei Tirreni e di Magione; i nuovi Diaconi della Compagnia di Gesù, con i loro familiari; le Religiose e i Religiosi; gli Istituti scolastici e le associazioni, in particolare la Fondazione Città della Speranza, di Monte di Malo.

Un pensiero rivolgo ai giovani, agli anziani, agli ammalati e agli sposi novelli.

Per tutti invoco la gioia e la speranza che derivano dalla Pasqua di Cristo. Possiate fare esperienza di Gesù vivo, per accogliere il dono della sua pace e diventare suoi testimoni nel mondo.

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Tensioni e nazionalismi. I cittadini che fanno l'Europa. Una nuova sfida per la pace di Antonio Spadaro

Tensioni e nazionalismi. 
I cittadini che fanno l'Europa. 
Una nuova sfida per la pace 
di Antonio Spadaro,
Direttore di "La Civiltà Cattolica"

Dopo la fase dell’ampliamento dei confini ora è necessario l’approfondimento politico. 
La costruzione della «casa comune» richiede un ruolo più attivo degli elettori


Riflettendo sull’avvenire del nostro Continente, alcuni politici – ma anche partiti e movimenti – sembrano mettere in discussione non solamente l’Unione Europea come la conosciamo, ma persino l’esistenza stessa di un processo di costruzione dell’Europa. Come porsi davanti a queste tensioni, frutto della sfiducia e di un sentimento nazionalista? 

Facciamo un passo indietro: a Compiègne. Lì nel 1918 fu firmato un armistizio che ha fatto cessare il rumore delle armi, mettendo fine a un conflitto distruttivo, la Prima guerra mondiale. Ma finì anche col creare le condizioni di un secondo conflitto in Europa, che 21 anni dopo si estese al mondo. Dobbiamo anche ammettere che, nel corso dei secoli, raramente l’Europa ha cessato di essere in guerra. Il processo di costruzione dell’Unione è stato un fattore importante nella pacificazione del Continente, ma resta ancora molto da fare. Dunque, deve essere chiara una cosa: interrompere o mettere in discussione il processo europeo significa, di fatto, evocare spettri che avevamo messo a tacere.

Torniamo con la nostra memoria ai 'padri fondatori' dell’Europa: la loro decisione e il loro impegno poggia sulle loro rispettive esperienze, alcune delle quali plasmate dall’insegnamento sociale della Chiesa. Alcide De Gasperi, Altiero Spinelli, Jean Monnet, Robert Schuman, Joseph Bech, Konrad Adenauer, Paul-Henri Spaak... Nel 1918 essi non si conoscevano, ma le vie tortuose della Storia li condussero, ciascuno per la sua parte, a contribuire a un progetto che permetteva di creare le condizioni di una società europea pacificata, sviluppata, giusta e solidale. 'La Civiltà Cattolica' nel febbraio 1930 esprimeva così questa consapevolezza: «Si potrà discutere a lungo e battagliare senza posa intorno alla tecnica di una nuova organizzazione dell’Europa, ma non certo sulla sua necessità odierna». Sono ugualmente fondatori dell’Europa tutte le cittadine e tutti i cittadini che hanno resistito alle due grandi dittature del XX secolo, tanto all’ovest quanto all’est del Continente, versando il loro sangue fino al dono della vita, affinché i valori che mettono la persona umana al centro del progetto sociale europeo fossero una realtà, tanto a livello nazionale quanto a quello sovranazionale.

Nel 2012 l’Unione ha vinto il premio Nobel per aver contribuito alla pace, alla riconciliazione, alla democrazia e ai diritti umani in Europa. Il premio è stato meritato, ma non dimentichiamo pure che questi 60 anni di pace in Europa non sono scorsi come un fiume tranquillo. Sono stati anche ricchi di confronto ideologico, di azioni contrarie ai diritti dell’uomo, di interventi militari in violazione del diritto dei popoli a disporre di se stessi. Tuttavia sono stati vissuti avvenimenti che hanno rappresentato momenti di risveglio dei popoli e di trasformazione della società europea. Uno di questi è la caduta del Muro di Berlino nel 1989, che è stata una svolta nella storia del Continente e della Comunità europea, mettendola di fronte alle sue responsabilità, obbligandola ad aprirsi per ricevere gli Stati dell’antico blocco dell’Est, facilitando così il recupero e l’estensione dei valori dell’Europa libera. All’epoca, prevaleva il desiderio dell’ampliamento della Comunità europea e meno quello dell’approfondimento politico.

Ancora oggi, molti in Europa occidentale si chiedono se sia stato prudente accettare tale ampliamento. Ciò che è certo è che esso ha facilitato la nascita di un’Europa che deve respirare con due polmoni, come diceva profeticamente san Giovanni Paolo II. Il processo di ampliamento si imponeva allora e, del resto, non è ancora terminato, dato che alcuni Paesi dei Balcani potranno un giorno far parte anche loro dell’Unione Europea. Ma l’approfondimento oggi è necessario. La costruzione della 'casa comune europea' ha bisogno di essere il risultato di cittadini forti della loro identità culturale, responsabili della loro comunità, e allo stesso tempo consapevoli che la solidarietà con il resto dell’Europa è essenziale. La coscienza cristiana è pienamente coinvolta in tale processo. Essa viene fortemente messa in discussione da questi secoli europei di guerre e di tragedie, che oggi ci pongono di fronte alle nostre responsabilità di cristiani nel mondo di questo tempo. Certamente oggi i valori cristiani non sono tutti presenti nel processo europeo, ma ce ne sono – e ce ne saranno – di più solamente attraverso la vita quotidiana di uomini e di donne responsabili e di buona volontà. «I cristiani in Europa non possono ritirarsi di fronte al compimento delle loro responsabilità storiche nei confronti del futuro dell’Europa», mi ha detto monsignor Alain Lebeaupin, Nunzio apostolico presso l’Unione Europea, al quale devo l’aver suscitato queste mie riflessioni.

Francesco ha trattato regolarmente della questione dell’avvenire dell’Europa sin dall’inizio del suo pontificato, in particolare in cinque importanti discorsi: i due nel Parlamento europeo e al Consiglio d’Europa, a Strasburgo nel novembre 2014; il discorso in occasione del conferimento del premio Carlo Magno nel maggio 2016; il discorso ai Capi di Stato o di Governo riuniti a Roma nel marzo 2017 per celebrare i 60 anni della firma dei trattati fondatori; infine, il discorso nell’ottobre 2017 al colloquio organizzato dalla Comece in Vaticano per ripensare l’Europa. Riteniamo che questi testi di Francesco siano da rileggere oggi, alla vigilia delle elezioni di maggio, in relazione a ciò che significa la costruzione europea nella Storia, e a quello che è il posto dell’Europa nel mondo. In questi discorsi si ritrova un’idea di Europa capace di far nascere un nuovo umanesimo, fondato sulla capacità di integrare, di dialogare e di generare.

La grande sfida consiste nel riconoscere che siamo nel pieno di un lungo processo di costruzione dell’Europa. Esso ha i suoi iniziatori in alcuni 'fondatori', ma anche in tutti coloro che hanno fatto la loro parte, da cittadini, per superare le tensioni nazionaliste e totalitarie che hanno lacerato il tessuto del Continente, e delle quali i 'sovranismi' di oggi sono eredi. Ma l’Europa ha bisogno ora di cittadini e non solamente di abitanti. L’Europa è unione di popoli e non soltanto di istituzioni. E sono i cittadini che devono poter essere messi nelle condizioni di prendere parte alle decisioni e di sentirsi protagonisti, soprattutto del miglioramento del processo europeo in atto. La situazione attuale, dunque, richiede scelte politiche precise da parte dei cittadini europei, i quali non possono essere semplici osservatori, ma persone che hanno a cuore le sorti del nostro Continente e della pace che il processo europeo ha comunque garantito fino a oggi.

(Fonte: «La Civiltà Cattolica» - 6/20 aprile 2019)

giovedì 25 aprile 2019

La Resistenza oggi: antidoto al razzismo, impegno per il bene comune

COMMEMORAZIONE DEL 25 APRILE
La Resistenza oggi: 
antidoto al razzismo, impegno per il bene comune
di Francesco Tessarolo*

Il presidente della Federazione italiana volontari della libertà ricorda il sacrificio dei partigiani e la lotta popolare per la ricostruzione etica e morale dell’Italia, piegata dal ventennio fascista e dalla guerra mondiale. “L’idea che ci sia un bene comune che deve prevalere, al quale tutti dobbiamo contribuire, deve continuare a essere tenuta in grande evidenza anche in questa fase della vita del Paese”

Partigiani della Brigata Settecomuni, 1945. 
Sotto, Francesco Tessarolo, presidente Fivl, e 
due targhe che ricordano la lotta di Liberazione (foto fivl.eu)

“Ecco che cos’è difficile in quest’epoca: gli ideali, i sogni e le belle aspettative non fanno neppure in tempo a nascere che già vengono colpiti e completamente devastati dalla realtà più crudele. È molto strano che io non abbia abbandonato tutti i miei sogni perché sembrano assurdi e irrealizzabili. Invece me li tengo stretti, nonostante tutto, perché credo tuttora all’intima bontà dell’uomo. […] Vedo che il mondo lentamente si trasforma in un deserto, sento sempre più forte il rombo che si avvicina, che ucciderà anche noi, sono partecipe del dolore di milioni di persone, eppure, quando guardo il cielo, penso che tutto tornerà a volgersi al bene, che anche questa durezza spietata finirà, e che nel mondo torneranno tranquillità e pace. Nel frattempo devo conservare alti i miei ideali, che forse nei tempi a venire si potranno ancora realizzare”. Sono le parole di una lettera che Anna Frank scrisse nel luglio del 1944, pochi giorni prima di essere arrestata, su delazione, e deportata ad Auschwitz; le ho scelte in primo luogo per non dimenticare i ricorrenti episodi di razzismo che dimostrano fin dove possano arrivare l’ignoranza e l’irrazionalità dei nostri tempi;in secondo luogo, perché nella lettera della quindicenne tedesca si ritrovano la stessa radicalità, la stessa spinta ideale che nei medesimi giorni dell’estate 1944 portavano tanti altri giovani europei a combattere il nazifascismo sulle nostre montagne, nelle nostre città, nelle nostre fabbriche e campagne; una spinta ideale che mise insieme persone di ogni posizione sociale e di ogni colore politico.
Si è spesso cercato di dare alla guerra partigiana un significato angustamente politico, anzi partitico, identificando le formazioni partigiane con le varie sigle dei partiti antifascisti che, annullati dal fascismo, avevano ripreso la scena dopo la destituzione di Mussolini del 25 luglio 1943; ma va detto che allora, per intellettuali e contadini, industriali e operai, giovani e anziani, militari esperti e renitenti che non avevano mai imbracciato un’arma, non credenti e cattolici praticanti, uomini e donne, non era importante dichiarare la propria appartenenza politica, ma andare oltre l’indifferenza e il comodo stare alla finestra in attesa dei liberatori.

Va ricordato con forza che la loro, prima di tutto, fu una scelta di libertà:

nulla e nessuno li costringeva a lasciare le proprie case e occupazioni, a scegliere consapevolmente i disagi della vita in montagna, i duri sacrifici quotidiani della clandestinità e il rischio continuo di essere catturati, torturati e uccisi. A spingerli non erano certo l’interesse o il tornaconto personale, bensì gli alti ideali descritti dalle parole di Anna Frank, come ebbe a dire il 25 settembre 1945, alla prima riunione della Consulta nazionale, Mario Argenton, futuro presidente della Federazione italiana volontari della libertà, che iniziò il suo discorso con queste parole, per riassumere cosa fu la Resistenza: “Abbiamo combattuto per tornare a testa alta fra gli uomini liberi in una libera Patria”.
Questa scelta di libertà era l’aspirazione ad agire secondo i propri ideali e ad operare per un futuro dell’Italia nel quale le nozioni di libertà, democrazia e giustizia avessero un significato più autentico e reale rispetto ai vuoti proclami del regime fascista, alle crescenti prevaricazioni e ai continui soprusi che l’avevano caratterizzato.
Questa scelta di libertà, inoltre, non era né facile né scontata, anzi; essa nasceva nelle giornate più tragiche della nostra storia nazionale: in fuga il Sovrano e il Governo, che, in cambio della propria salvezza, non avevano esitato a lasciare la capitale ai tedeschi e il paese nel caos; allo sbando l’Esercito, disorientato da un capovolgimento di fronte non preparato e da ordini equivoci e contraddittori; allo sbando la popolazione civile, in un primo momento ignara e festante, credendo finiti tre anni di guerra segnati drammaticamente da impreparazione e improvvisazione, da bombardamenti e restrizioni, poi smarrita e sconvolta sotto il peso di un’occupazione tedesca particolarmente dura e feroce: era questo il quadro dell’Italia all’indomani dell’8 settembre.

In questo quadro, iniziò la Resistenza.

Fu una Resistenza dalle molteplici forme, con la popolazione civile che aiutava i partigiani e nascondeva ricercati, ebrei e prigionieri alleati; con gli internati militari italiani che, a più riprese, rifiutarono cibo e condizioni migliori proposti dai tedeschi; con i giovani che, con armamento insufficiente e in situazioni difficili, seppero infliggere gravi colpi alla stessa Wehrmacht.
Fu una Resistenza che sbocciò spontanea contro l’occupazione straniera e contro il “nuovo ordine europeo”, il progetto nazista basato sull’oppressione e sulla schiavitù, sulla supremazia razziale e su un conformismo forzato e illiberale; un progetto esplicitamente condiviso dai fascisti della cosiddetta “repubblica sociale”, che si schierarono accanto ai tedeschi. La Resistenza diventò così anche guerra fratricida e fu questa, fra le tante responsabilità di Mussolini e del fascismo, la più grave e cominciò in tal modo una lunga serie di violenze, eccidi e rappresaglie, che si aggiunsero agli orrori e alle distruzioni dell’intera penisola, divenuta teatro di una guerra combattuta palmo a palmo.
È indubbio che la Resistenza armata abbia avuto un ruolo importante nella vittoria alleata: tuttavia, a distanza di oltre settant’anni, credo sia giunto il momento di dare il giusto rilievo alla dimensione morale e ideale della Resistenza, la dimensione che accomunò tutte le diverse e colorate culture politiche delle formazioni partigiane: sia quelle comuniste, che quelle socialiste e quelle ispirate al Partito d’azione, sia quelle liberali, che le formazioni autonome, apartitiche o cattoliche, le formazioni che poi confluirono nella Fivl. Seppur con limiti e difficoltà, tutte le formazioni partigiane avevano ben compreso come prima del dibattito democratico, segnato da inevitabili e necessarie divergenze, occorresse rinsaldare i vincoli, tanto preziosi quanto fragili, del bene comune, quei vincoli che il comandante piemontese Enrico Martini Mauri così riassumeva: “Durante i periodi di relativa quiete sui monti, erano sempre i progetti di un’Italia più bella, quelli che occupavano le menti dei partigiani”.

L’idea che ci sia un bene comune che deve prevalere, al quale tutti dobbiamo contribuire, responsabilmente e consapevolmente, deve continuare a essere tenuta in grande evidenza anche oggi, in un’epoca in cui si abbattono ostacoli e frontiere per merci e denaro, ma si erigono barriere e muri sempre nuovi per gli esseri umani, in un contesto nel quale appare difficile, se non impossibile, andare oltre all’individualismo esasperato e al tornaconto immediato assunti come unici criteri di riferimento.
In questa fase delicata e complessa della storia dell’Italia repubblicana, segnata dalla crescente frammentazione e da visioni sempre più ristrette e miopi, sorrette solo da paure e cinismo, rievocare le vicende tragiche che hanno permesso la nascita della Repubblica italiana e commemorare la Liberazione significa

uscire delle paludi pericolose dell’indifferenza, del fatalismo e della rassegnazione,

significa ricordarci il dovere di combattere tutti i fascismi, quale sia la forma in cui la storia li ripropone, significa capire lo stretto intreccio che sempre intercorre tra le scelte individuali e quelle collettive, per ritrovare, il coraggio di amare la verità, di credere ai propri ideali e ai propri sogni, come affermava Anna Frank, il coraggio di riaffermare, tutelare, rinsaldare sempre quella dimensione etica e ideale, quel futuro comune e condiviso che furono la causa cui tanti italiani dedicarono il loro impegno e la loro vita.

*presidente Fivl, Federazione italiana volontari della libertà

(fonte: Sir 24/04/2019)

Venerdì Santo - Veglia Pasquale - Domenica di Pasqua al Santuario del Carmine di Barcellona Pozzo di Gotto (ME) (foto, video delle omelie)

Venerdì Santo


Presiede P. Gregorio Battaglia

... Questa è l'ora di Gesù, questa è l'ora della sua gloria, è l'ora in cui ci viene svelato pienamente non solo il suo mistero, ma è la nostra storia che riceve questa illuminazione, la nostra storia che comunque è una storia tenebrosa ... 
Oggi penso al cuore che si va chiudendo sia nel nostro Paese,ma dappertutto, l'Europa è percorsa da fremiti di paura, di odio, di chiusura in una specie di isolamento... che umanità è? Davvero le tenebre stanno conquistando spazio dentro di noi ...
L'abbiamo sentito nella prima lettura: Lui porta su di sé tutta la nostra incapacità di impostare la vita su binari che costruiscono la vita, che amano la vita, noi preferiamo la scorciatoia: chi mi impedisce di costruire qualcosa di buono va eliminato, ma questo non è il disegno di Dio. Il disegno del Padre per Gesù è un altro, è quello di raccogliere ogni caduto, ogni sviato, ogni criminale, nessuno è escluso dallo sguardo di Dio e per questo ne paga il prezzo portando su di sé la violenza degli uomini, di ogni uomo ...
(Gesù) non è venuto per condannare, ma per donare la vita e per ridarci la possibilità di vivere e di costruire una storia che sia un po' più umana, veramente umana perché vissuta in obbedienza al Padre, quel Padre che in Gesù ci ha mostrato tutta la sua gratuità d'amore ...

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Veglia Pasquale 


Presiede P. Alberto Neglia

Stiamo celebrando questa notte di Pasqua, notte di luce ...
Gesù con la sua vita terrena ha messo in crisi, in discussione ogni legge, ogni ordinamento sia di ordine giuridico sia di ordine religioso che calpestasse l'uomo, che stritolasse l'uomo ... Gesù si è impegnato a ridare respiro e dignità, ha cercato tutti: i peccatori, i lontani e ha ridato dignità ad ognuno ... ogni legge, ogni ordinamento deve essere al servizio della dignità dell'uomo e non l'uomo per la legge ... Gesù non si è consegnato ad una logica di morte, ma ha proposto in tutti i modi la vita per gli uomini, la dignità di ogni uomo. Allora Dio lo ha risuscitato: è il Vivente . Quando è in croce, Lui lo aveva detto già: quando sarò innalzato attirerò tutti a me; sedurrò ogni uomo, non con la forza, ma con il mio amore ... Gesù ci vuole coinvolgere a partecipare a questa vita nuova. L'augurio che ci facciamo è buona Pasqua, buona risurrezione ... Gesù ci vuole vivi! ...
Questa è una notte di luce... 
lasciandoci illuminare dalla Parola di Gesù, poi, illuminati dalla Parola di Gesù, che illumina il nostro cuore, ma illumina anche la vita, i fatti, la storia, cominciamo a scegliere, a decidere, a fare discernimento ... allora piano piano anche noi staremo in questa storia avendo nel cuore lo Spirito di Gesù Risorto, Vivente e così anche noi daremo una direzione nuova a questa nostra storia umana ...
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Domenica di Pasqua

 

Presiede P. Aurelio Antista

Il Signore è veramente Risorto, Alleluia! ...
Chi è il Risorto? Il Risorto è Colui che cammina con noi, Colui che ci ascolta, Colui che rimane con noi. Questo verbo nella Bibbia è pregnante, rimanere significa vivere un'esperienza di intimità, di conoscenza profonda ...  Il Signore si è manifestato, nella Parola, nello spezzare il pane e il cuore dei discepoli si riscalda e non hanno più paura, e infatti si rimettono in cammino ... sono stati convertiti da questa presenza misteriosa ...
L'Evangelista Luca ci descrive questa esperienza di questi due con l'intento di rispondere ad una domanda inespressa, ma che è chiara nel racconto: come incontrare il Signore Risorto? come noi oggi, che viviamo in questo tempo possiamo incontrare Lui? ... nell'ascolto della Parola, nel far memoria della Parola di Gesù, del suo Vangelo, chi ascolta la Parola, chi si confronta con essa, chi è capace di leggere gli avvenimenti della vita, della storia, illuminati dalla Parola del Signore, perché anche attraverso gli avvenimenti il Signore ci parla, costui sperimenta l'incontro con il Risorto. L'altro elemento dove incontrare il Signore è celebrare l'Eucaristia ... fare della nostra vita un pane per gli altri ... Ma c'è anche un terzo elemento nel quale noi sperimentiamo l'incontro con il Signore ed è quello dell'essere ospitali ...



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