Abbiamo ascoltato la Parola del Signore e in modo particolare il brano del Vangelo che ci propone la liturgia in questa domenica che si apre con l'espressione "in quel tempo"... ma Gesù lo dice anche a noi, perché il Vangelo è rivolto a noi, la Parola di Gesù è rivolta anche a noi...
Tre parole mi sembrano parole-cardini nell'esperienza di don Milani:
Parola - Poveri - Pace
...
Con la sua voce potente ci scuote tutti quanti, è un uomo straordinario, e io credo che la Chiesa oggi lo deve vedere come uno di quei segni messi sulla strada, quei segnali stradali che qualche volta ci danno fastidio; ci sono certi segnali sulla strada che arrivano all'improvviso e ci danno fastidio, ci indicano un'improvvisa inversione di marcia oppure un rallentamento... i segni ci aiutano a camminare, ma quante volte ci danno fastidio.
Penso che don Milani sia stato un prete scomodo.
Un augurio che per la nostra città ci possano essere non soltanto insegnanti scomodi, anche amministratori scomodi, ma soprattutto preti scomodi, non preti comodi, non preti da utilizzare.
E' stato un segno scomodo, ma anche un segno di speranza, speranza che non è come diceva Bacone, una colazione ottima e una cena pessima, ma quella speranza che mette le radici in questo presente che stiamo attraversando.
Estratto dell'incontro del 26 maggio 2014 tenuto presso l’Auditorium San Vito - Barcellona P.G. (ME) promosso dalla Biblioteca Comunale “Nannino Di Giovanni” in collaborazione con il gruppo di impegno laicale “Gaudium et spes” e l’Associazione culturale “Intervolumina”di Messina
"Nella Bibbia giustizia é fare posto all'altro. Permettergli di vivere, di esistere... Non carità, ma giustizia" (Jacques Gaillot)
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JACQUES GAILLOT è nato l'11 settembre 1935 a Saint-Dizier in Champagne. Nel marzo 1961 è ordinato sacerdote. Nel maggio 1982 è nominato vescovo di Evreux. Uomo di azione, è spesso intervenuto negli avvenimenti dell'attualità. Nel 1991 proclama la sua opposizione alaa guerra del Golfo facendo uscire il libro "lettera aperta coloro che predicano la guerra e la fanno fare agli altri". Ha scritto molti libri, tra cui uno (Reprimenda contro l'esclusione) nel quale critica severamente le leggi sull'immigrazione del ministro francese dell'epoca. In tutti questi interventi, Jacques Gaillot ha il convicimento che i media, qualunque essi siano, costituiscono il luogo privilegiato della comunicazione nel mondo moderno. La sua fedeltà al Vangelo si esprime attraverso qualche caratteristica fondamentale: il pensiero per i poveri e gli emarginati, il rifiuto di ogni compiacenza, l'attaccamento al diritto, alla giustizia ed alla pace, il convincimento che Gesù appartiene all'umanità e non ai soli cristiani, l'evidenza che le pecore fuori dall'ovile meritano che si lascino le altre a casa per andarle a cercare. Nel 1995, convocato a Roma, gli viene comunicato che dal giorno successivo, venerdì 13 gennaio a mezzogiorno, non sarà più vescovo di Evreux. Jacques Gaillot diventa vescovo di Partenia, un vescovado situato sugli altipiani di Sétif in Algeria, là dove fece il suo servizio militare. Scomparsa ne V secolo, la diocesi di Partenia diventa il simbolo di tutti coloro i quali, nella società come nella Chiesa, hanno la senzazione di non esistere. Lasciato il vescovado di Evreux, diventa vescovo dei poveri, sovente chiamato fuori dalla Francia per la difesa dei prigionieri politici e per quella dei diritti umani e viene poi accolto nella comunità dei Padri del Santo Spirito a Parigi dove risiede abitualmente. Nel maggio 2000, in occasione dell'anno del Giubileo, il Presidente della Conferenza dei vescovi francesi l'invita a Lione per un incontro ecumenico con i vescovi indirizzandogli una lettera resa pubblica: "E' importante che i cattolici, e forse più largamente, l'opinione pubblica sappiano che la comunione che ci lega come dei fratelli è reale, anche se è vissuta in modo particolare". Egli termina la sua lettera precisando: "Tu resti comunque nostro fratello nell'episcopato".
IN OCCASIONE DEL 50° ANNIVERSARIO DELL’INCONTRO A GERUSALEMME
TRA PAPA PAOLO VI E IL PATRIARCA ATENAGORA
(24-26 MAGGIO 2014)
DOMENICA 25 MAGGIO
Seconda giornata dello storico viaggio di papa Francesco in Terra Santa.
Il Santo Padre al termine della Santa Messa raggiunge a piedi il vicino Convento francescano di Casa Nova, lì si ferma a pranzo con cinque famiglie cristiane in situazioni difficili, una proveniente dalla Galilea, esule da un villaggio distrutto dalla guerra del 1948, le altre da Beit Jala, Betlemme, Gaza e Gerusalemme. A tavola anche due gemelline di tre anni: Elisabetta e Isabella.
Subito dopo il pranzo si reca in visita privata alla Grotta della Natività dove sosta in silenziosa preghiera.
Prima di lasciare Betlemme, la visita al campo profughi dove il Papa ha chiesto esplicitamente di incontrare i bambini dei tre campi di Betlemme Dheisheh, Aida e Beit Jibrin nel Phoenix Center del Campo profughi di Dheisheh. Entrando il Papa è stato accolto da molti bambini con dei cartelli in italiano, arabo e inglese in cui denunciavano la loro condizione di profughi.
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‘Auguro ogni bene a voi e sono contento di visitarvi. Spero che Dio realizzi ciò che desiderate. Io sono con voi’, ha detto Papa Francesco nel suo breve saluto in spagnolo.
La parola è poi andata ad un ragazzo palestinese. ‘Noi – ha detto il giovane – soffriamo in questo campo. Noi palestinesi, musulmani e cristiani, non siamo stati creati essere oppressi ma per essere fratelli. Nonostante la sofferenza dovuta all’occupazione e alla privazione dei diritti di una vita degna, siamo ragazzi che non hanno perso la speranza, la sua visita rafforza la nostra speranza di vedere riconosciuti i nostri diritti’. ‘L’occupazione – ha aggiunto – è un peccato contro Dio e l’uomo, ci viene negato il diritto al culto. Grazie per il suo sostegno per farci vivere come tutti, in uno stato indipendente. Questa terra santa cerca salvezza dall’oblio e dall’occupazione e ha bisogno delle preghiere del Papa e dei suoi sforzi’. ‘Nella Bibbia – ha concluso il ragazzo – c’è scritto pace e qui non c’è: preghiamo per una pace giusta ripetendo le parole di Gesù: beati costruttori pace, perchè saranno chiamati figli di Dio’.
Ascoltato il saluto del giovane palestinese, Papa Bergoglio ha ringraziato per i canti e i doni. ‘Ho letto i vostri cartelli – ha spiegato Francesco – comprendo bene quello che mi state trasmettendo. Ma non lasciate mai che il passato vi faccia interrompere la vita, guardate sempre avanti. Lavorate e lottate per riuscire a fare le cose che volete fare e sappiate che la violenza non si sconfigge con la violenza’. ‘La violenza – ha concluso il Papa – si batte con la pace’.
IN OCCASIONE DEL 50° ANNIVERSARIO DELL’INCONTRO A GERUSALEMME
TRA PAPA PAOLO VI E IL PATRIARCA ATENAGORA
(24-26 MAGGIO 2014)
DOMENICA 25 MAGGIO
Seconda giornata dello storico viaggio di papa Francesco in Terra Santa.
Alle ore 7.30 di mattina, il Pontefice ha lasciato la Nunziatura Apostolica della Giordania e si è recato in auto all’aeroporto internazionale “Queen Alia” di Amman. Lì è stato accolto dal Re Abdallah II bin Al Hussein, con il quale si è intrattenuto per alcuni minuti nel Salone d’onore, prima del saluto delle due Delegazioni. Quindi, alle ore 8.30, il Santo Padre è partito in elicottero alla volta di Betlemme. L’elicottero con a bordo il Pontefice, partito da Amman, è atterrato all’eliporto di Betlemme.
All’arrivo all’eliporto, alle ore 9.20, Bergoglio è stato accolto da un Alto Rappresentante del Presidente dello Stato di Palestina; dal Delegato Apostolico a Gerusalemme e Palestina, mons. Giuseppe Lazzarotto, dal Patriarca di Gerusalemme dei Latini e Presidente dell’Assemblea degli Ordinari Cattolici di Terra Santa, Sua Beatitudine Fouad Twal.
Presenti inoltre all’aeroporto l'arcivescovo Greco-Melkita di Petra e Filadelfia; mons. Yaser Rasmi Hanna Al-Ayyash; l’arcivescovo di Baghdad dei Latini e Amministratore Apostolico della sede plena di Petra e Filadelfia, mons. Jean Benjamin Sleiman; il Vicario latino per la Giordania, mons. Maroun Elias Lahham; il Custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa.
Ad accogliere il "loro amico" Bergoglio anche il segretario generale dell’Istituto di Dialogo Interreligioso di Buenos Aires, Omar Ahmed Abboud e il rabbino argentino Abraham Skorka, rettore del Seminario Rabbinico Latino Americano, che da oggi si inserisce nel Seguito papale, dopo aver rinunciato ieri alla tappa in Giordania essendo sabato. Entrambi amici del Pontefice dai tempi dell'episcopato a Buenos Aires, sia Skorka che Abboud sono stati voluti personalmente dal Papa per accompagnarlo nel viaggio in Terra Santa.
Intorno alle 9.30, il Papa ha poi raggiunto in auto il Palazzo Presidenziale a Betlemme. Lì ad accoglierlo, nel piazzale antistante l’ingresso, c'era il Presidente dello Stato di Palestina, Mahmoud Abbas che ha accolto il Successore di Pietro con una Cerimonia di benvenuto ed un messaggio di pace: "L'unica via d'uscita è la convivenza". I due si erano già incontrati il 17 ottobre durante un'udienza in Vaticano.
Dopo gli onori militari, l’esecuzione degli inni nazionali e la presentazione delle due Delegazioni, Francesco e Abu Mazen sono saliti al primo piano del Palazzo Presidenziale per l’incontro, a cui hanno partecipato dieci persone per parte. Al termine dell'udienza, dopo lo scambio dei doni, una rappresentanza delle comunità cristiane palestinesi provenienti dalla Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza ha consegnato al Papa alcuni messaggi.
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A conclusione della Visita di cortesia, alle 10, il Presidente palestinese ha accompagnato Francesco nel Salone dei ricevimenti dove si erano riunite le più alte personalità palestinesi, i Membri del Corpo Diplomatico e il Seguito papale a cui il Santo Padre ha rivolto un breve discorso.
Il Santo Padre ha augurato che Dio conceda “la saggezza e la forza necessarie” ai popoli della regione per “portare avanti il coraggioso cammino della pace” in modo che “le spade si trasformino in aratri e questa Terra possa tornare a fiorire nella prosperità e nella concordia”.
Parole, ma anche gesti da parte di papa Francesco. Eloquente quello che ha segnato il suo trasferimento dal Palazzo presidenziale alla piazza della Mangiatoia. Costeggiando il muro che il governo israeliano ha innalzato per dividere Israele dai territori palestinesi, il Papa ha fatto fermare la jeep sulla quale viaggiava e si è recato per raccogliersi in qualche istante di preghiera presso questa barriera di cemento. Immagine destinata a fare storia.
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Intanto si accalca la folla nella Piazza della Mangiatoia di Betlemme in attesa dell’arrivo di papa Francesco che stamane vi celebrerà la messa. L’ovazione della folla ha salutato l’annuncio dell’atterraggio dell’elicottero papale nell’eliporto della città palestinese, proveniente da Amman.
Canti e sventolii di bandiere con i colori della Palestina e del Vaticano sottolineano l’attesa del Papa. La piazza e una parte dell’attiguo piazzale della Basilica della Natività possono contenere circa novemila persone.
Moltissime le etnie e le nazionalità dei pellegrini: palestinesi, israeliani, indiani, filippini, polacchi e un nutrito numero di italiani. Sono presenti anche fedeli provenienti dalla Strisca di Gaza e dalla Galilea (Israele), nonché alcune centinaia di lavoratori migranti dall’Asia.
Il Santo Padre ha celebrato l'Eucaristia nella Piazza della Mangiatoia a Betlemme, dove confluiscono la Via dei Pastori che porta al villaggio palestinese di Beit Sahur, luogo di apparizione dell'Angelo; la Via della Grotta del Latte, santuario dentro una grotta di tufo bianco dove Maria avrebbe allattato Gesù Bambino e Via Paolo VI, a ricordo della visita di Papa Montini il 6 gennaio 1964.
«Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia» (Lc 2,12).
Che grazia grande celebrare l’Eucaristia presso il luogo dove è nato Gesù! Ringrazio Dio e ringrazio voi che mi avete accolto in questo mio pellegrinaggio: il Presidente Mahmoud Abbas e le altre Autorità; il Patriarca Fouad Twal, gli altri Vescovi e gli Ordinari di Terra Santa, i sacerdoti, i bravi francescani, le persone consacrate e quanti si adoperano per tenere viva la fede, la speranza e la carità in questi territori; le rappresentanze di fedeli provenienti da Gaza, dalla Galilea, i migranti dall’Asia e dall’Africa. Grazie della vostra accoglienza!
Il Bambino Gesù, nato a Betlemme, è il segno dato da Dio a chi attendeva la salvezza, e rimane per sempre il segno della tenerezza di Dio e della sua presenza nel mondo. L’angelo dice ai pastori: «Questo per voi il segno: troverete un bambino…».
All'offertorio un'unica famiglia, formata da nonni, genitori e figli, cioè le tre generazioni, porta in dono l'essenziale: pane e vino che forma la Chiesa, cioè la famiglia umana.
Termina con un invito a sorpresa in Vaticano la celebrazione della Messa in piazza della mangiatoia...
In questo Luogo, dove è nato il Principe della pace, desidero rivolgere un invito a Lei, Signor Presidente Mahmoud Abbas, e al Signor Presidente Shimon Peres, ad elevare insieme con me un’intensa preghiera invocando da Dio il dono della pace. Offro la mia casa in Vaticano per ospitare questo incontro di preghiera...
... Alla Vergine Santa affidiamo le sorti dell’umanità, perché si dischiudano nel mondo gli orizzonti nuovi e promettenti della fraternità, della solidarietà e della pace.
PELLEGRINAGGIO IN TERRA SANTA IN OCCASIONE DEL 50° ANNIVERSARIO DELL’INCONTRO A GERUSALEMME TRA PAPA PAOLO VI E IL PATRIARCA ATENAGORA
(24-26 MAGGIO 2014)
SABATO 24 MAGGIO
Ultimo, e non meno importante, momento della giornata la visita a Betania oltre il Giordano, a 50 km da Amman, nel luogo dove secondo la tradizione Giovanni Battista diede il battesimo a Gesù, con l’abbraccio con circa 600 tra profughi siriani e giovani disabili.
Il Papa è arrivato al sito del battesimo di Gesù accompagnato dai reali di Giordania, re Abdallah e la regina Rania. La famiglia reale è rappresentata anche dal principe Ghazi. La piccola delegazione che è scesa nel luogo in cui tradizionalmente si ritiene che sia stato battezzato Cristo era accompagnata da un frate francescano della Custodia di Terra Santa che dava spiegazioni al Papa.
Dopo aver raggiunto il bordo della piscina naturale, Papa Francesco ha toccato l'acqua del Giordano, ha portato la mano bagnata alla fronte, quindi si è fermato alcuni minuti in preghiera, in piedi e in silenzio sui gradini di pietra. Il Papa si è poi spostato su una zona sopraelevata che domina una delle rive del Giordano.
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Il Papa è salito su una vettura elettrica, una specie di piccolo trattore, guidata dallo stesso re Abdallah, ed ha concluso la visita privata nell’aera di Bethany beyond the Jordan scrivendo queste parole di proprio pugno in spagnolo sul Libro d’oro del Santuario che sorge sul sito del Battesimo di Gesù:
La citazione che apre la preghiera del Papa è presa da un Inno liturgico.
Nella chiesa latina ancora in costruzione e la cui prima pietra venne benedetta da Papa Benedetto XVI durante la sua visita nel 2009, il Santo Padre ha incontrato circa 600 tra rifugiati e giovani disabili dicendo loro di averli voluti “fortemente incontrare”.
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L’incontro si era aperto con le parole del patriarca di Gerusalemme Fouad Twal in riferimento al fiume Giordano: “Per tanti questo fiume che lei ha visitato adesso è una frontiera, per noi è piuttosto un posto che unisce, un richiamo alla comunione e alla unità”. Bergoglio, ha poi ascoltato, dopo il suo discorso, le numerose testimonianze – in inglese o arabo tradotte da un francescano che lo ha accompagnato durante la giornata giordana – di giovani rifugiati e disabili che gli hanno raccontato la propria storia. Una ragazza gli ha messo al collo una kefiah rossa che lui ha tenuto il resto del tempo. Il Papa, giunto alla chiesa latina tra urla festanti in italiano (“Viva il Papa!”), se n’è andato oltre un’ora dopo con una certa concitazione dei fedeli che volevano toccarlo e salutarlo personalmente.
PELLEGRINAGGIO IN TERRA SANTA IN OCCASIONE DEL 50° ANNIVERSARIO DELL’INCONTRO A GERUSALEMME TRA PAPA PAOLO VI E IL PATRIARCA ATENAGORA
(24-26 MAGGIO 2014)
SABATO 24 MAGGIO
Papa Francesco è arrivato all’International Stadium di Amman dove ha celebrato la Santa Messa. Lo stadio era gremito da oltre 40 mila persone. La folla ha accolto l’arrivo del Pontefice con una grande ovazione accompagnata dal rilascio di centinaia di palloncini. Bergoglio ha fatto il giro tra la folla a bordo della «papamobile» aperta tra scene di grande giubilo, sventolio di bandierine, fermandosi a baciare bambini.
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In un’ottica spirituale l’omelia della messa nello strapieno stadio internazionale di Amman, primo bagno di folla del viaggio, ha avuto sottotraccia il leit-motiv della fine dei conflitti. Per Bergoglio, infatti, «la missione dello Spirito Santo - ha detto - è di generare armonia e di operare la pace».
Il Papa ha esortato a «gesti di umiltà, di fratellanza, di perdono, di riconciliazione», «premessa e condizione per una pace vera. solida e duratura». Essa, infatti, «non si può comperare», ma si costruisce «artigianalmente» con i piccoli e grandi gesti di ogni giorno. «Anche noi siamo inviati come messaggeri e testimoni di pace», ha sottolineato.
Nello stadio, migliaia di esuli cristiani da Palestina, Iraq e Siria, mentre 1.400 bambini hanno ricevuto la prima comunione.
Una corona del rosario composta da palloncini è stata fatta volare verso il cielo durante la celebrazione della Santa Messa del Papa ad Amman, in Giordania.
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"Nel Vangelo abbiamo ascoltato la promessa di Gesù ai discepoli: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre» (Gv 14,16). Il primo Paraclito è Gesù stesso; l’«altro» è lo Spirito Santo. Qui ci troviamo non lontano dal luogo in cui lo Spirito Santo discese con potenza su Gesù di Nazareth, dopo che Giovanni lo ebbe battezzato nel fiume Giordano (cfr Mt 3,16), e oggi mi recherò li. Dunque il Vangelo di questa domenica, e anche questo luogo nel quale grazie a Dio mi trovo pellegrino, ci invitano a meditare sullo Spirito Santo, su ciò che Egli compie in Cristo e in noi, e che possiamo riassumere in questo modo: lo Spirito compie tre azioni: prepara, unge e invia...
Il cammino della pace si consolida se riconosciamo che tutti abbiamo lo stesso sangue e facciamo parte del genere umano; se non dimentichiamo di avere un unico Padre nel cielo e di essere tutti suoi figli, fatti a sua immagine e somiglianza...
PELLEGRINAGGIO IN TERRA SANTA IN OCCASIONE DEL 50° ANNIVERSARIO DELL’INCONTRO A GERUSALEMME TRA PAPA PAOLO VI E IL PATRIARCA ATENAGORA
(24-26 MAGGIO 2014)
Papa Francesco è partito stamane per una storica visita in Terra Santa, il suo secondo viaggio internazionale, il quarto di un Pontefice nei luoghi d'origine del cristianesimo.
Tre le tappe in altrettanti giorni di visita, in Giordania, nello Stato palestinese e in Israele
Alla partenza, a Roma, il Papa è stato salutato, tra gli altri, dal Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin. I fotografi e i gli operatori delle Tv, come già accadde nel luglio scorso, per e da Rio de Janeiro, in occasione della Giornata mondiale della Gioventù, si sono soffermati sulla borsa di pelle nera che il Santo Padre teneva in mano.
Durante il volo per Amman, il Papa ha salutato i giornalisti ringraziandoli per la loro presenza e il loro servizio: scendo come Daniele nella fossa dei leoni – ha detto scherzando, ripetendo quanto affermato nel volo per Rio de Janeiro, l’anno scorso - ma so che i leoni non mordono. Sarà un viaggio molto impegnativo, anche per voi – ha proseguito – e prego per voi. Quindi ha detto che nel volo di ritorno – come successo per la Gmg - avrà il colloquio più approfondito con i giornalisti.
Papa Francesco è atterrato puntuale ad Amman: le 13, ora giordana; le 12, in Italia. Accolto dal principe Ghazi, in rappresentanza del Re Abdallah II, dal patriarca latino di Gerusalemme Twal, il custode di Terra Santa padre Pizzaballa, il nunzio Giorgio Lingua e da altre autorità civili e religiose. Alcuni bambini hanno regalato al Papa un'orchidea nera, simbolo della Giordania.
Sono diecimila i poliziotti in divisa e in borghese impiegati oggi in Giordania nell'imponente servizio di sicurezza per la visita di Papa Francesco.
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Il Pontefice si e' quindi recato al palazzo reale per la cerimonia ufficiale di benvenuto con il re Abdallah e la regina Rania.
Re Abdallah ha ricordato come cinquant'anni fa, suo padre re Hussein accolse Paolo VI: "Cristiani e musulmani devono costruire un futuro comune". Jorge Mario Bergoglio ha lodato gli sforzi per la pace che ha fatto e fa la Giordania, ma soprattutto ha ringraziato il regno hascemIta per l'assistenza che offre a rifugiati e profughi palestinesi, iracheni e siriani.
Qui Francesco arriva per confermare l’impegno di Re Abdallah per il dialogo interreligioso e la pace in un Medio Oriente instabile su tutti i fronti, dalla Siria, all’Iraq, all’Egitto, all’inquieto confine con Israele e Palestina. Per riconoscere l’impegno di tutto il Paese nell’accoglienza dei rifugiati, che grava su un’economia di per sé già povera di risorse. Ma soprattutto per confermare nella fede la piccola comunità cristiana, che gode di libertà di culto ma solo di una relativa libertà religiosa ed è sempre sottoposta alla tentazione dell’esodo. Per ribadire che la Chiesa non si rassegna a un Medio Oriente senza cristiani.
Lungo i viadotti di cemento della periferia di Amman, metropoli mediorientale che sorge tra le terre aride della valle del Giordano, sono sistemate da giorni le gigantografie che ritraggono la stretta di mano tra Papa Francesco e il Re Abdallah II, veri protagonisti di questa giornata. Il Regno Hashemita ricorda con orgoglio che Sua Maestà ha già incontrato due volte il Papa e che oggi la Giordania diventa il primo Paese a essere stato visitato da quattro Papi diversi negli ultimi cinquant’anni.
Nel pomeriggio sono circa trentamila i fedeli attesi per la Messa allo Stadio Internazionale di Amman. Tra di loro vi saranno anche molti cristiani arrivati per l'occasione dal vicino Libano e anche dall'Iraq.
"Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e io lo amerò e gli manifesterò me stesso" (14,21)
Amare il Signore Gesù è il cuore della nostra fede, il pieno compimento dello "Shemà":
"Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze" (Dt 6,5).
Adesso i discepoli sono in grado di comprendere la richiesta di Gesù, hanno sperimentato come lui li ama:
si è fatto loro servo, ha lavato loro i piedi, ha deposto la sua vita per loro, anche se loro lo rinnegano e lo tradiscono. Egli ci ama di un amore divino, e il nostro amore per lui è solo la risposta al suo per noi, che ci vuole simili a lui. Amare il Signore significa accogliere la sua Parola di salvezza che sempre ci rimanda al servizio dei fratelli, nella carità.
Questi sono i "suoi comandamenti da custodire", comandamenti che in realtà sono uno solo, uno nuovo (entolè kainè), mai udito prima:
"amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi"(Gv 13,34).
Potremo affermare di amarci veramente, nella misura in cui questo amore si fa servizio agli altri.
Ma noi, da soli, siamo incapaci di amare, per questo Gesù ci rassicura che la sua azione di salvezza sarà proseguita dallo Spirito Santo, l'Amore infinito del Padre che starà sempre accanto a noi e in noi:
"lo Spirito della fedeltà, il Paraclito" , il Consolatore, l'Intercessore, il Difensore, il Soffio Santo del Padre, che animerà e darà nuova vita all'uomo, che si prenderà cura di ogni figlio che si lasci avvolgere dal suo amore, per condurlo alla piena maturità della fede.
• Per i fuori sede: portare le lenzuola e la Bibbia; prenotarsi per telefono (090.9762800) solo se si è sicuri di venire
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SETTIMANA DI SPIRITUALITÀ 4-9 AGOSTO
GESÙ VOLTO UMANO DI DIO
♦ Gesù nel suo ambiente e tra la sua gente (Egidio Palumbo)
♦ Gesù a contatto con una umanità fragile e sofferente (Maurilio Assenza)
♦ Nell’umanità di Gesù il volto di Dio (Alberto Neglia)
♦ I sentimenti di Gesù (M. Aliotta)
♦ Gesù e la donna (Gabriella Del Signore)
♦ Gesù liberatore nella riflessione teologico-spirituale dell’America Latina (Rosario Giuè)
♦ «Cristo è sceso e mi ha presa». L’esperienza di Simon Weil (Giuseppe Schillaci)
♦ Gesù e il potere politico (Gregorio Battaglia)
♦ Momento di contemplazione: Gesù, l’uomo nuovo. Contemplazione dell’icona della Trasfigurazione.
• Per i fuori sede: portare le lenzuola e la Bibbia; prenotarsi per telefono (090.9762800) solo se si è sicuri di venire
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Quanto bene ci fa vedere Gesù vicino a tutti! Se parlava con qualcuno, guardava i suoi occhi con una profonda attenzione piena d’amore: «Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò» (Mc 10, 21). Lo vediamo aperto all’incontro quando si avvicina al cieco lungo la strada (cfr Mc 10,46-52) e quando mangia e beve con i peccatori (cfr Mc 2,16), senza curarsi che lo trattino da mangione e beone (cfr Mt 11,19). Lo vediamo disponibile quando lascia che una prostituta unga i suoi piedi (cfr Lc 7,36-50) o quando riceve di notte Nicodemo (cfr Gv 3,1-15). Il donarsi di Gesù sulla croce non è altro che il culmine di questo stile che ha contrassegnato tutta la sua esistenza. Affascinati da tale modello, vogliamo inserirci a fondo nella società, condividiamo la vita con tutti, ascoltiamo le loro preoccupazioni, collaboriamo materialmente e spiritualmente nelle loro necessità, ci rallegriamo con coloro che sono nella gioia, piangiamo con quelli che piangono e ci impegniamo nella costruzione di un mondo nuovo, gomito a gomito con gli altri. Ma non come un obbligo, non come un peso che ci esaurisce, ma come una scelta personale che ci riempie di gioia e ci conferisce identità (Papa Francesco, Evangelii Gaudium, n. 269).
Commemorare Giovanni Falcone una volta all’anno, in Italia, è sempre stato uno sport nazionale molto in voga. In fondo, gli anniversari del sacrificio di grandi uomini mettono i vivi nella comoda posizione di tacitare la propria coscienza con uno sforzo minimo, una sorta di "semel in anno", non carnascialesco certo, ma funerario. Semel in anno c’è posto per il ricordo delle vittime.
Semel in anno si presenta l’occasione ghiotta delle passerelle istituzionali, con gran folla di concorrenti.
Semel in anno, possono battere un colpo - quale meraviglioso attestato di esistenza! - fondazioni e centri studi che percepiscono lauti finanziamenti e qualcosa - pro forma - devono pur farla.
Semel in anno la voce contro la mafia ha da farsi sentire forte e chiara.
Semel in anno qualche migliaio di giovani vengono imbarcati su una grande nave perché qualcuna delle più alte cariche dello Stato possa tagliare il nastro a terra, ma arrivando dal mare.
Insomma, il concetto dovrebbe essere alla portata di tutti.
Vale per Giovanni Falcone, e vale, a seconda del capriccio del calendario (che proprio quel giorno, invece, fu scelto con ferocia e freddezza dagli assassini) per tutti coloro i quali lo precedettero o lo seguirono nell’estremo sacrificio della vita.
Ecco spiegata la ragione per cui con molta riluttanza ci ritroviamo anche noi nel calderone di quanti partecipano alla commemorazione di Giovanni Falcone. Ma almeno cerchiamo di dire le cose come stanno, non indulgendo al coro degli incensatori interessati, alla grancassa delle prefiche alle quali di vita e morte di un magistrato straordinario non importa un accidenti.
La prima cosa che colpisce è che l’esempio di Falcone, nonostante questa politica, nonostante queste istituzioni, nonostante questa Italia, mantiene quasi all’infinito, accrescendola, ove possibile, la sua attualità. Abbiamo detto: "nonostante", ma sarebbe stato più giusto scrivere: "proprio per", essendo i due poli in diretto rapporto di causa e effetto.
Sono trascorsi 22 anni da quel 23 Maggio a Capaci, quando l'ordigno nascosto dalla mafia sotto il manto dell'autostrada, su commissione di potenti mandanti rimasti ancora nell'ombra, spense la vita di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca, degli agenti di scorta Di Cillo, Montinaro, Schifani. Vogliamo ricordare quella data, quei volti e quelle storie attraverso le tante iniziative organizzate nel Paese.