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martedì 4 novembre 2025

COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI - ANGELUS 02/11/2025 Leone XIV: con Dio la speranza che “nessuno andrà perduto” (Commento/sintesi, testo e video)

COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI

Piazza San Pietro
XXXI Domenica del Tempo Ordinario, 2 novembre 2025

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Leone XIV: con Dio la speranza che “nessuno andrà perduto”

Nel giorno dedicato alla Commemorazione dei fedeli defunti, il Papa rammenta nell’Angelus in Piazza San Pietro che la voce di Gesù “viene dal futuro” e “libera dal senso di impotenza con cui rischiamo di rinunciare alla vita”. L’invito a custodire la memoria come promessa di eternità: il ricordo restituisce “infinita dignità” a “chi la storia sembra avere cancellato”

Un primo piano del Papa sorridente (@Vatican Media)

"Nessuno andrà perduto": un messaggio di speranza, che scaturisce dall'annuncio della risurrezione, dalla fiducia che Dio non dimentica nessuno dei suoi amati figli. Chiamati uno a uno "per nome" dalla voce di Gesù, una voce che "viene dal futuro" e libera dal senso di impotenza "con cui rischiamo di rinunciare alla vita".

Domenica 2 novembre, nella giornata dedicata alla Commemorazione di tutti i fedeli defunti, le parole di Leone XIV si diffondono con una rassicurazione e una chiamata a sospendere il rumore quotidiano per ricordare chi non è più fisicamente presente su questa terra. Dalla finestra del Palazzo Apostolico vaticano, nella catechesi dell’Angelus il Papa si rivolge ai numerosi fedeli presenti in Piazza San Pietro, auspicando che "la visita al cimitero, in cui il silenzio interrompe la frenesia del fare, sia dunque per tutti noi un invito alla memoria e all’attesa". Il tempo meteorologico incerto acuisce la nostalgia, ciascuno ha un caro defunto che vorrebbe riabbracciare, qualcuno da tenere stretto in una promessa di eternità.

Fedeli in piazza San Pietro (@Vatican Media)

La voce di Gesù arriva dal futuro

Un dolore, però, quello del distacco, che per un cattolico è solo temporaneo, nella consapevolezza del ritorno alla vita. "Aspetto la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà", il Papa ripete le parole del Credo. E aggiunge:

Commemoriamo, dunque, il futuro. Non siamo chiusi nel passato, nelle lacrime della nostalgia. Nemmeno siamo sigillati nel presente, come in un sepolcro. La voce familiare di Gesù ci raggiunga, e raggiunga tutti, perché è la sola che viene dal futuro.

Una voce arriva da un tempo ancora da realizzarsi, è quella di Gesù, che dalla certezza della risurrezione “ci chiama per nome, ci prepara un posto, ci libera dal senso di impotenza con cui rischiamo di rinunciare alla vita”.

Nessuno sia perso per sempre

Una prospettiva, la sconfitta della morte, che in questi giorni di inizio novembre “illumina il destino di ognuno di noi”, prosegue il Pontefice, ricordando quanto affermato da Gesù nel Vangelo di Giovanni: “Questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno”.

È chiaro il centro delle preoccupazioni di Dio: che nessuno sia perso per sempre, che ciascuno abbia il suo posto e brilli nella sua unicità.

Leone XIV affacciato dalla finestra del Palazzo apostolico vaticano (@Vatican Media)

Ogni persona è un mondo intero

Si tratta del mistero celebrato ieri nella Solennità di tutti i Santi, una “comunione delle differenze” che “allarga la vita di Dio a tutte le figlie e i figli che hanno desiderato farne parte”, ma anche il desiderio “inscritto nel cuore di ogni essere umano”, che invoca “riconoscimento, attenzione e gioia”.

Con la Commemorazione di tutti i fedeli defunti il mistero è “ancora più vicino”.

La preoccupazione di Dio di non perdere nessuno, infatti, la conosciamo dall’interno ogni volta che la morte sembra farci perdere per sempre una voce, un volto, un mondo intero. Ogni persona, infatti, è un mondo intero.

La memoria restituisce dignità

Quella di oggi, rimarca Papa Leone, “è una giornata che sfida la memoria umana, così preziosa e così fragile”. Senza memoria della vita, morte e risurrezione di Gesù, continua, “l’immenso tesoro di ogni vita è esposto alla dimenticanza”. Nella memoria viva di Gesù, invece, appare nella sua “infinita dignità” persino chi non viene ricordato da nessuno e anche “chi la storia sembra avere cancellato”.

Ancora una volta, la pietra scartata diviene pietra angolare. “Ecco l’annuncio pasquale”, il motivo per cui “i cristiani ricordano da sempre i defunti in ogni Eucaristia, e fino ad oggi chiedono che i loro cari siano menzionati nella preghiera eucaristica”.

Da quell’annuncio sorge la speranza che nessuno andrà perduto.

Folla in piazza per Papa Leone XIV (@Vatican Media)
(fonte: Vatican News, articolo di Lorena Leonardi 02/11/2025)


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PAPA LEONE XIV
ANGELUS


Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

La risurrezione dai morti di Gesù, il Crocifisso, in questi giorni di inizio novembre illumina il destino di ognuno di noi. È Lui stesso ad avercelo detto: «Questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno» (Gv 6,39). Così, è chiaro il centro delle preoccupazioni di Dio: che nessuno sia perso per sempre, che ciascuno abbia il suo posto e brilli nella sua unicità.

È il mistero che ieri abbiamo celebrato nella Solennità di tutti i Santi: una comunione delle differenze che, per così dire, allarga la vita di Dio a tutte le figlie e i figli che hanno desiderato farne parte. È il desiderio inscritto nel cuore di ogni essere umano, che invoca riconoscimento, attenzione e gioia. Come ha scritto Papa Benedetto XVI, l’espressione “vita eterna” vorrebbe dare un nome a questa attesa insopprimibile: non una successione senza fine, ma l’immergersi nell’oceano dell’infinito amore, nel quale il tempo, il prima e il dopo non esistono più. Una pienezza di vita e di gioia: è questo che speriamo e attendiamo dal nostro essere con Cristo (cfr Lett. enc. Spe salvi, 12).

Così, la Commemorazione di tutti i fedeli defunti ci porta il mistero ancora più vicino. La preoccupazione di Dio di non perdere nessuno, infatti, la conosciamo dall’interno ogni volta che la morte sembra farci perdere per sempre una voce, un volto, un mondo intero. Ogni persona, infatti, è un mondo intero. Quella di oggi, dunque, è una giornata che sfida la memoria umana, così preziosa e così fragile. Senza memoria di Gesù – della sua vita, morte e risurrezione – l’immenso tesoro di ogni vita è esposto alla dimenticanza. Nella memoria viva di Gesù, invece, persino chi nessuno ricorda, anche chi la storia sembra avere cancellato, appare nella sua infinita dignità. Gesù, la pietra che i costruttori hanno scartato, ora è pietra angolare (cfr At 4,11). Ecco l’annuncio pasquale. Per questo i cristiani ricordano da sempre i defunti in ogni Eucaristia, e fino ad oggi chiedono che i loro cari siano menzionati nella preghiera eucaristica. Da quell’annuncio sorge la speranza che nessuno andrà perduto.

La visita al cimitero, in cui il silenzio interrompe la frenesia del fare, sia dunque per tutti noi un invito alla memoria e all’attesa. «Aspetto la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà», diciamo nel Credo. Commemoriamo, dunque, il futuro. Non siamo chiusi nel passato, nelle lacrime della nostalgia. Nemmeno siamo sigillati nel presente, come in un sepolcro. La voce familiare di Gesù ci raggiunga, e raggiunga tutti, perché è la sola che viene dal futuro. Ci chiama per nome, ci prepara un posto, ci libera dal senso di impotenza con cui rischiamo di rinunciare alla vita. Maria, donna del sabato santo, ci insegni ancora a sperare.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Con grande dolore seguo le tragiche notizie che giungono dal Sudan, in particolare dalla città di El Fasher, nel martoriato Darfur settentrionale. Violenze indiscriminate contro donne e bambini, attacchi ai civili inermi e gravi ostacoli all’azione umanitaria stanno causando sofferenze inaccettabili a una popolazione già stremata da lunghi mesi di conflitto. Preghiamo affinché il Signore accolga i defunti, sostenga i sofferenti e tocchi i cuori dei responsabili. Rinnovo un accorato appello alle parti coinvolte per un cessate-il-fuoco e l’apertura urgente di corridoi umanitari. Invito, infine, la comunità internazionale a intervenire con decisione e generosità, per offrire assistenza e sostenere quanti si prodigano nel portare soccorso.

Preghiamo anche per la Tanzania, dove, dopo le recenti elezioni politiche, sono scoppiati scontri con numerose vittime. Invito tutti a evitare ogni forma di violenza e a percorrere la via del dialogo.

Saluto tutti voi, romani e pellegrini dall’Italia e da tante parti del mondo, in particolare i rappresentanti del gruppo PeaceMed, provenienti da diversi Paesi del Mediterraneo, il Collegio “São Tomás” di Lisbona, le Suore Operaie di Brescia con la compagnia teatrale “Uno di noi”, i fedeli di Manerbio, le insegnanti dell’Istituto “Aurora” di Cernusco sul Naviglio e i giovani di Rivarolo.

Questo pomeriggio, nel cimitero del Verano, celebrerò l’Eucaristia in suffragio di tutti i defunti. Spiritualmente mi recherò presso le tombe dei miei cari; come pure pregherò per i morti che nessuno ricorda. Ma il nostro Padre celeste ci conosce e ci ama uno per uno e non dimentica nessuno!

A tutti, buona domenica nel ricordo cristiano dei nostri defunti.

Guarda il video


4 NOVEMBRE: La fine di ” una inutile strage” - Comunicato Stampa di Pax CHristi

4 NOVEMBRE: 
La fine di ” una inutile strage” 
Comunicato Stampa di Pax Christi



Comunicato Stampa di Pax Christi Italia

No! Il 4 novembre non è la nostra festa. Non celebriamo una guerra. Tanto meno lo vogliamo fare oggi quando la pace è invocata a voce ma vilipesa nei fatti con l’ONU resa volutamente sempre più impotente, con il diritto internazionale sempre più tradito, il multilateralismo stracciato dalla “legge del più forte” sempre più ostentata e praticata. In quest’ultimo travagliato scorcio del 2025, le donne, gli uomini, i frati, le suore, i preti, i vescovi di Pax Christi scelgono con tono mite ma fermo di far risuonare nuovamente quel grido (« Noi, popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità…») che 80 anni fa, il 26 giugno 1945, persone sagge vollero all’inizio della Magna Charta dell’ONU. E per impedire a tutti, a noi per primi, di rifugiarsi nella vuota retorica chiediamo:perché l’Italia, pur aderendo al Trattato di non proliferazione nucleare dal 1975. non ha ancora firmato il Trattato per la messa al bando delle armi nucleari del 2017?
perché si sta facendo di tutto per rendere sempre più opaca e inconcludente la legge 185 del 1990 che regola il commercio di armi italiane, mettendo qualche paletto invalicabile che si vuole rimuovere (e intanto, come certifica l’autorevole Istituto di ricerche sulla pace di Stoccolma, il Sipri, tra il 2020 e il 2024 il nostro Paese è diventato sesto esportatore di materiale d’armamento dopo Usa, Francia, Russia, Cina e Germania, superando il Regno Unito)?
Perché l’Italia continua la folle corsa al riarmo? Secondo la Legge di Bilancio, il Ministero della Difesa disporrà nel 2026 di 32,4 miliardi di euro, oltre 1,1 miliardi in più rispetto al 2025 (fonte www.milex.org), in linea con gli impegni NATO, ma in contrasto con la lettera e lo spirito della nostra Costituzione e dei principi fondanti l’Onu e l’Europa unita.

Non stupisca dunque il nostro esprimere dissenso il 4 novembre. Non taciamo proprio perché ci sta a cuore la vita di tutti, proprio perché tentiamo faticosamente, insieme a tanti altri, di costruire una civiltà dell’amore che non si divida più in amici-nemici, che non sia più separata da muri, che non sia più affamata da un’economia selvaggia.

No! Il 4 novembre non è la nostra festa.

Quando si ricordano le stragi di mafia, si fa memoria delle vittime, ma non si celebra la mafia.

Quando si ricordano i morti della Prima guerra mondiale, ‘inutile strage’ come la definì papa Benedetto XV il 1 agosto 1917, si dovrebbe far memoria delle vittime, ma non celebrare la guerra.

In quella guerra persero la vita più di 11 milioni di militari, oltre 21 milioni i feriti. quasi 8 milioni i dispersi e 7 milioni i morti tra i civili. Solo tra gli italiani ci furono circa 650.000 morti e, con le vittime civili, si arriva a circa 1.240.000.

L’unico aspetto positivo è la fine di una guerra, di una strage. Non c’è nessuna vittoria da celebrare.

E oggi respiriamo un clima di guerra sempre più forte e asfissiante! Sempre più soldi per le armi! Miliardi di euro per preparare nuove guerre. Come ha detto il ministro Crosetto il 24 ottobre scorso a Torino durante l’inaugurazione dell’anno accademico degli istituti di formazione dell’Esercito: “ Vedo una follia dilagante nel mondo. E voi, che un giorno avrete responsabilità di comando su altri uomini e donne, dovrete essere pronti ad interpretare tutti i cambiamenti e a difendere il Paese. L’Italia, secondo me, non entrerà mai in guerra. Ma un giorno potrebbe essere costretta a difendersi? Sì, è uno degli scenari possibili, non riesco a dire di no. Per questo dovete essere pronti a quello che accadrà. Fa parte del vostro dovere”.

Siamo fortemente preoccupati per il futuro della Palestina, tuttora sotto occupazione israeliana: E davanti a molte altre guerre più o meno dimenticate, crediamo che la sicurezza dei popoli non coincida con il riarmo, bensì con il riconoscimento dei diritti essenziali delle persone e dei popoli stessi. Più armi non garantiscono pace, ma più guerre. Come abbiamo sempre fatto, continueremo a denunciare la follia del riarmo: per il 2026 la spesa militare italiana è destinata a crescere.

La Prima guerra mondiale fu una sciagurata carneficina sostenuta dalla propaganda bellicista del nazionalismo interventista che prevalse sulla volontà del Paese.

Non possiamo accettare che ancora oggi la propaganda di guerra abbia il sopravvento sul buon senso e sulla coscienza delle persone.

Non possiamo accettare un clima di guerra. Un’economia di guerra. Una cultura di guerra. Una scuola sempre più ‘militarizzata’. Ne è la conferma la decisione del Ministero dell’Istruzione e del Merito di vietare al Cestes il convegno di formazione per docenti “La scuola non si arruola”, oscurandolo dalla piattaforma ministeriale Sofia e ordinando ai dirigenti scolastici di non concedere il permesso di partecipazione. Affermando che il rifiuto della guerra non sarebbe un tema “coerente” con le finalità della formazione dei docenti. Ci sembra una cosa gravissima!

Siamo con Papa Leone che al Colosseo la scorsa settimana ha invocato con fermezza: “ Basta! È il grido dei poveri e il grido della terra. Basta! Signore, ascolta il nostro grido!”. E ricordiamo le parole, tragicamente attuali, di Papa Francesco al Sacrario di Redipuglia, il 13 settembre 2014: “ Anche oggi le vittime sono tante… Come è possibile questo? E’ possibile perché anche oggi dietro le quinte ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, c’è l’industria delle armi, che sembra essere tanto importante!”

Sì, gli interessi che muovono la guerra e l’industria delle armi sono enormi.

Per questo invitiamo oggi ad una coscienza dell’obiezione. Per dire no ad ogni guerra e alla sua preparazione. Oggi più che mai abbiamo il dovere di obiettare alla guerra.

Preghiamo per tutti i morti a causa delle guerre. E, ripensando alla Prima guerra mondiale, ricordiamo anche le migliaia di militari ammutinati e disertori passati per le armi sul posto, senza regolare processo. I renitenti alla leva e i disertori (870 mila) furono così numerosi da rendere necessaria un’amnistia, promulgata nel 1919 dal Presidente del Consiglio.

Ricordando gli obiettori di ieri e di oggi, continuiamo il nostro impegno per rifiutare la guerra e gridare la speranza.

Firenze, 3 novembre 2025 – Pax Christi Italia

lunedì 3 novembre 2025

1° novembre 2025 GIUBILEO DEL MONDO EDUCATIVO SANTA MESSA E PROCLAMAZIONE A «DOTTORE DELLA CHIESA» DI SAN JOHN HENRY NEWMAN - LEONE XIV: Formare persone che brillino come stelle - OMELIA e ANGELUS


Leone XIV nella solennità di Tutti i santi e per la commemorazione dei fedeli defunti
La Celebrazione eucaristica per il Giubileo del mondo educativo

Formare persone
che brillino come stelle


John Henry Newman proclamato Dottore della Chiesa

«In questa Solennità di Tutti i Santi, è una grande gioia inscrivere San John Henry Newman fra i Dottori della Chiesa e, al tempo stesso, in occasione del Giubileo del Mondo Educativo, nominarlo co-patrono, insieme a San Tommaso d’Aquino, di tutti i soggetti che partecipano al processo educativo». Con queste parole Leone XIV ha riassunto all’omelia il significato della messa celebrata la mattina del 1° novembre in piazza San Pietro. Alla presenza di cinquantamila fedeli e di una delegazione ufficiale della Chiesa d’Inghilterra, di cui il santo cardinale faceva parte prima della conversione al cattolicesimo, il Papa all’omelia ha rimarcato come sia «compito dell’educazione offrire» quella che Newman nel noto inno Lead, kindly light definì “Luce Gentile” a quanti «altrimenti potrebbero rimanere imprigionati dalle ombre particolarmente insidiose del pessimismo e della paura». Da qui l’invito soprattutto ad accademici, docenti e studenti a disarmare «le false ragioni della rassegnazione e dell’impotenza», facendo «circolare nel mondo contemporaneo le grandi ragioni della speranza», la quale è il tema di questo Anno Santo. «Contempliamo e indichiamo costellazioni che trasmettano luce e orientamento in questo presente oscurato da tante ingiustizie e incertezze», ha proseguito il Pontefice, incoraggiando «a fare delle scuole, delle università e di ogni realtà educativa, anche informale e di strada, come le soglie di una civiltà di dialogo e di pace».

E sempre attualizzando il messaggio del nuovo Dottore della Chiesa, Leone XIV ha evidenziato come «al centro dei percorsi educativi» debbano «esserci non individui astratti, ma le persone in carne ed ossa, specialmente coloro che sembrano non rendere, secondo i parametri di un’economia che esclude e uccide. Siamo chiamati a formare persone, perché brillino come stelle nella loro piena dignità».

(fonte: L'Osservatore Romano 03/11/2025)

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GIUBILEO DEL MONDO EDUCATIVO
CAPPELLA PAPALE

SANTA MESSA
E PROCLAMAZIONE A «DOTTORE DELLA CHIESA» DI SAN JOHN HENRY NEWMAN

Piazza San Pietro
Solennità di Tutti i Santi - Sabato, 1° novembre 2025


 

OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV


In questa Solennità di Tutti i Santi, è una grande gioia inscrivere San John Henry Newman fra i Dottori della Chiesa e, al tempo stesso, in occasione del Giubileo del Mondo Educativo, nominarlo co-patrono, insieme a San Tommaso d’Aquino, di tutti i soggetti che partecipano al processo educativo. L’imponente statura culturale e spirituale di Newman servirà d’ispirazione a nuove generazioni dal cuore assetato d’infinito, disponibili per realizzare, tramite la ricerca e la conoscenza, quel viaggio che, come dicevano gli antichi, ci fa passare per aspera ad astra, cioè attraverso le difficoltà fino alle stelle.

La vita dei santi ci testimonia, infatti, che è possibile vivere appassionatamente in mezzo alla complessità del presente, senza lasciare da parte il mandato apostolico: «Risplendete come astri nel mondo» (Fil 2,15). In questa occasione solenne, desidero ripetere agli educatori e alle istituzioni educative: “Risplendete oggi come astri nel mondo”, grazie all’autenticità del vostro impegno nella ricerca corale della verità, nella sua coerente e generosa condivisione, attraverso il servizio ai giovani, in particolare ai poveri, e nella quotidiana esperienza che «l’amore cristiano è profetico, compie miracoli» (cfr Esort. ap. Dilexi te, 120).

Il Giubileo è un pellegrinaggio nella speranza e voi tutti, nel grande campo dell’educazione, sapete bene quanto la speranza sia una semente indispensabile! Quando penso alle scuole e alle università, le penso come laboratori di profezia, dove la speranza viene vissuta e continuamente raccontata e riproposta.

Questo è anche il senso del Vangelo delle Beatitudini oggi proclamato. Le Beatitudini portano in sé una nuova interpretazione della realtà. Sono il cammino e il messaggio di Gesù educatore. A una prima impressione, pare impossibile dichiarare beati i poveri, quelli che hanno fame e sete di giustizia, i perseguitati o gli operatori di pace. Ma quello che sembra inconcepibile nella grammatica del mondo, si riempie di senso e di luce nella vicinanza del Regno di Dio. Nei santi noi vediamo questo regno approssimarsi e rendersi attuale fra noi. San Matteo, giustamente, presenta le Beatitudini come un insegnamento, raffigurando Gesù come Maestro che trasmette una visione nuova delle cose e la cui prospettiva coincide col suo cammino. Le Beatitudini, però, non sono un insegnamento in più: sono l’insegnamento per eccellenza. Allo stesso modo, il Signore Gesù non è uno dei tanti maestri, è il Maestro per eccellenza. Di più, è l’Educatore per eccellenza. Noi, suoi discepoli, siamo alla sua scuola, imparando a scoprire nella sua vita, cioè nella via da Lui percorsa, un orizzonte di senso capace d’illuminare tutte le forme di conoscenza. Possano le nostre scuole e università essere sempre luoghi di ascolto e di pratica del Vangelo!

Le sfide attuali, a volte, possono sembrare superiori alle nostre possibilità, ma non è così. Non permettiamo al pessimismo di sconfiggerci! Ricordo quanto ha sottolineato il mio amato Predecessore, Papa Francesco, nel suo discorso alla Prima Assemblea Plenaria del Dicastero per la Cultura e l’Educazione: che cioè dobbiamo lavorare insieme per liberare l’umanità dall’oscurità del nichilismo che la circonda, che è forse la malattia più pericolosa della cultura contemporanea, poiché minaccia di “cancellare” la speranza. [1] Il riferimento all’oscurità che ci circonda ci richiama uno dei testi più noti di San John Henry, l’inno Lead, kindly light (“Guidami, luce gentile”). In quella bellissima preghiera, ci accorgiamo di essere lontani da casa, di avere i piedi vacillanti, di non riuscire a decifrare con chiarezza l’orizzonte. Ma niente di tutto questo ci blocca, perché abbiamo trovato la Guida: «Guidami Tu, Luce gentile, attraverso il buio che mi circonda, sii Tu a condurmi! – Lead, kindly Light. The night is dark and I am far from home. Lead Thou me on!».

È compito dell’educazione offrire questa Luce Gentile a coloro che altrimenti potrebbero rimanere imprigionati dalle ombre particolarmente insidiose del pessimismo e della paura. Per questo vorrei dirvi: disarmiamo le false ragioni della rassegnazione e dell’impotenza, e facciamo circolare nel mondo contemporaneo le grandi ragioni della speranza. Contempliamo e indichiamo costellazioni che trasmettano luce e orientamento in questo presente oscurato da tante ingiustizie e incertezze. Perciò vi incoraggio a fare delle scuole, delle università e di ogni realtà educativa, anche informale e di strada, come le soglie di una civiltà di dialogo e di pace. Attraverso le vostre vite, lasciate trasparire quella «moltitudine immensa», di cui ci parla nella liturgia odierna il Libro dell’Apocalisse, «che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua» e che stava «in piedi davanti all’Agnello» (7,9).

Nel testo biblico un anziano, osservando la moltitudine, domanda: «Questi, […] chi sono e da dove vengono?» (Ap 7,13). A tale proposito, anche in ambito educativo, lo sguardo cristiano si posa su «quelli che vengono dalla grande tribolazione» (v. 14) e vi riconosce i volti di tanti fratelli e sorelle di ogni lingua e cultura, che attraverso la porta stretta di Gesù sono entrati nella vita piena. E allora, ancora una volta, dobbiamo domandarci: «I meno dotati non sono persone umane? I deboli non hanno la stessa nostra dignità? Quelli che sono nati con meno possibilità valgono meno come esseri umani, devono solo limitarsi a sopravvivere? Dalla risposta che diamo a queste domande dipende il valore delle nostre società e da essa dipende pure il nostro futuro» (Esort. ap. Dilexi te, 95). E aggiungiamo: da questa risposta dipende anche la qualità evangelica della nostra educazione.

Tra le eredità durature di San John Henry vi sono, in tal senso, alcuni contributi molto significativi alla teoria e alla pratica dell’educazione. «Dio – scriveva – mi ha creato per rendergli un servizio preciso. Mi ha affidato un compito che non ha affidato ad altri. Ho una missione: forse non la conoscerò in questa vita, ma mi sarà rivelata nella prossima» (Meditations and Devotions, III, I, 2). In queste parole troviamo espresso in modo splendido il mistero della dignità di ogni persona umana e anche quello della varietà dei doni distribuiti da Dio.

La vita si illumina non perché siamo ricchi o belli o potenti. Si illumina quando uno scopre dentro di sé questa verità: sono chiamato da Dio, ho una vocazione, ho una missione, la mia vita serve a qualcosa più grande di me stesso! Ogni singola creatura ha un ruolo da svolgere. Il contributo che ciascuno ha da offrire è di valore unico, e il compito delle comunità educative è quello di incoraggiare e valorizzare tale contributo. Non dimentichiamolo: al centro dei percorsi educativi devono esserci non individui astratti, ma le persone in carne ed ossa, specialmente coloro che sembrano non rendere, secondo i parametri di un’economia che esclude e uccide. Siamo chiamati a formare persone, perché brillino come stelle nella loro piena dignità.

Possiamo dire pertanto che l’educazione, nella prospettiva cristiana, aiuta tutti a diventare santi. Niente di meno. P Papa Benedetto XVI, in occasione del Viaggio Apostolico in Gran Bretagna, nel settembre 2010, durante il quale beatificò John Henry Newman, invitò i giovani a diventare santi, con queste parole: «Ciò che Dio desidera più di ogni altra cosa per ciascuno di voi è che diventiate santi. Egli vi ama molto più di quanto possiate immaginare e vuole il meglio per voi». [2] Questa è la chiamata universale alla santità che il Concilio Vaticano II ha reso parte essenziale del suo messaggio (cfr Lumen gentium, capitolo V). E la santità viene proposta a tutti, senza eccezione, come un cammino personale e comunitario tracciato dalle Beatitudini.

Prego che l’educazione cattolica aiuti ciascuno a scoprire la propria chiamata alla santità. Sant’Agostino, che San John Henry Newman apprezzava tanto, disse una volta che noi siamo compagni di studio che hanno un solo Maestro, la cui scuola è sulla terra e la cui cattedra è in cielo (cfr Sermo 292,1).
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[2] Benedetto XVI, Discorso agli alunni, Twickenham – Regno Unito, 17 settembre 2010.


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ANGELUS


Cari fratelli e sorelle,

desidero salutare tutti voi che avete partecipato a questa solenne celebrazione, in particolare i Cardinali, i Vescovi e le distinte Autorità.

Sono molto lieto di accogliere la Delegazione ufficiale della Chiesa d’Inghilterra, guidata da Sua Grazia Stephen Cottrell, Arcivescovo di York. Dopo lo storico incontro di preghiera con Sua Maestà il Re Carlo III, celebrato alcuni giorni fa nella Cappella Sistina, la vostra presenza oggi esprime la gioia condivisa per la proclamazione di San John Henry Newman Dottore della Chiesa. Dal cielo egli accompagni il cammino dei cristiani verso la piena unità.

Estendo il mio saluto a tutti i pellegrini presenti, specialmente ai ragazzi che hanno dato vita alla “Corsa dei Santi”, promossa da Missioni Don Bosco e che unisce lo sport e la solidarietà con i bambini più svantaggiati.

Sorelle e fratelli, il mistero della comunione dei santi, che oggi respiriamo “a pieni polmoni”, ci ricorda qual è il destino finale dell’umanità: una grande festa in cui si gioisce insieme dell’amore di Dio, presente tutto in tutti, riconoscendo e ammirando la bellezza multiforme dei volti, tutti diversi e tutti somiglianti al Volto di Cristo. Mentre pregustiamo questa realtà futura, sentiamo ancora più forte e doloroso il contrasto con i drammi che la famiglia umana sta soffrendo a causa delle ingiustizie e delle guerre. E tanto più impellente sentiamo il dovere di essere costruttori di fraternità. Affidiamo la nostra preghiera e il nostro impegno all’intercessione della Vergine Maria e di tutti i Santi!

Guarda il video integrale della celebrazione



Il trionfo intollerante dell’ideologia coincide con la morte della democrazia di Massimo Recalcati

Il trionfo intollerante dell’ideologia 
coincide con la morte della democrazia 
di Massimo Recalcati


La verità dei fatti viene spesso impugnata nel dibattito pubblico contro la fallacia soggettiva delle interpretazioni. In realtà, nel nostro tempo che si vorrebbe del tutto disincantato, la verità dei fatti è sempre più subordinata alla verità dell’ideologia. È un vizio perverso alla base di ogni discorso ideologico: la verità dei fatti è davvero tale solo se conferma la verità dogmatica dell’ideologia. È ciò che rende impossibile il dialogo, il contraddittorio, la divergenza plurale delle idee.

Il pieno possesso della verità vera consente non tanto di contrastare le opinioni dell’avversario politico, ma di condannarne l’immoralità, la mancanza di senso etico, l’impostura di fondo. È un tratto paradossale del nostro tempo. Per un verso esso ha, infatti, rinunciato alle grandi narrazioni unitarie del mondo, ma per un altro verso il carattere assoluto della verità tende costantemente a risorgere nelle vesti di una ideologia ridotta a difesa strenua dei propri valori e interessi di parte.

È un sintomo specifico dell’immaturità democratica di un collettivo: il dibattito pubblico non è un dibattito tra idee differenti perché il suo presupposto è quello di fare valere una verità vera contro l’avversario accusato di manipolare i fatti nel nome della sua falsa verità. Il lessico civile contemporaneo anziché laicizzarsi tende così a costituire nuovi miti di massa, schieramenti manichei, militanze fanatiche, contrapposizioni fideistiche. Nel nome della verità vera, politici, giornalisti, influencer, militanti delle cause più diverse accusano i propri antagonisti di manipolare colpevolmente la verità dei fatti. Come se questa verità — la verità dei fatti — fosse la verità ultima, quando invece ogni ideologia si contraddistingue proprio per la manipolazione (conscia o inconscia) di quella supposta verità.

Ma l’ideologia non è semplicemente la menzogna di chi manipola a proprio uso i fatti, è una forma di fede secolare che legge i fatti distorcendoli proprio nel nome della verità. In gioco non è, come dovrebbe essere laicamente, la ricerca sempre incerta della verità in quanto ogni ideologia implica la convinzione di detenerne la proprietà esclusiva. È questa la sua dimensione fanatica. Anziché ricercare la verità il pensiero ideologico punta ogni volta a conformare i fatti alla propria verità.

Per questo esso non tollera l’imprevisto, l’anomalia, l’eccezione, la divergenza, l’articolazione complessa. Laddove l’impatto con il reale può interrogare, disturbare, scompaginare le sue certezze, esso lo cancella o lo nega. Come in ogni delirio paranoico la verità vera dell’ideologia è sempre dogmatica perché non può accettare smentite. Per questa ragione il trionfo dell’ideologia coincide con la morte della democrazia: nessun contraddittorio, nessuna lettura divergente, nessuna voce dissonante è possibile. La pluralità dei punti di vista viene smantellata nel nome di una verità che pretende di essere assoluta.

È il carattere intollerante e violento di ogni ideologia: l’avversario politico è invitato a tacere nel rispetto di una verità che si impone fuori discussione. Ma quale verità — se non una verità religiosa e dogmatica — può pretendere dal proprio interlocutore critico il silenzio? L’ideologia è il trionfo del pregiudizio: il giudizio anticipa e condiziona l’ascolto. Non a caso nel campo ideologico conta più chi parla di quello che dice. Per questa ragione lo studio e la lettura vengono sostituiti dall’insulto e dalla prevaricazione sommaria.

Nei Paesi totalitari la custodia della verità vera viene garantita dall’esercizio sistematico della censura che decide che solo quella verità può essere dichiarata liberamente senza, ovviamente, alcun contraddittorio. Per questo è anche rarissimo sentire un politico fare autocritica, modificare la propria visione delle cose, fare un passo indietro rispetto a una sua convinzione, riconoscere una sconfitta o un errore di valutazione.

Diversamente la verità minuscola di cui è fatta ogni democrazia imporrebbe il lutto della verità vera (della Verità maiuscola) che ogni ideologia pretende invece di possedere. Freud affermava che ogni interpretazione è sempre incompiuta poiché «la verità non coincide mai con la totalità». Nemmeno nella nostra vita psichica più intima: siamo un coacervo di contraddizioni, un parlamento rissoso dove si confrontano istanze alternative e disidentiche. La verità dei fatti, se non viene letta attraverso lo schermo dell’ideologia, non può che essere sempre parziale.

L’ideologia, al contrario, impugna quella verità — la verità dei fatti — per suffragare il suo pieno possesso della verità. È quello che in politica prende anche il nome di propaganda. Nel nome della verità si può produrre sistematicamente la menzogna. Siamo qui alla radice ultima di ogni forma di fanatismo che non si limita a sottomettere la verità dei fatti all’ideologia ma la invoca costantemente per affermare senza dubbio alcuno la propria verità assoluta.

È il carattere rassicurante e protettivo di ogni ideologia: il mondo è già tutto spiegato; i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. La democrazia, al contrario, vive costantemente nel conflitto delle interpretazioni, nel riconoscimento della pluralità che esclude per principio il monopolio della verità. Mentre i cattivi maestri invitano al silenzio i loro avversari nel nome della Verità con la maiuscola, l’esercizio della democrazia esige il cammino lungo e tortuoso della ricerca della verità. È la logica plurale del Due che si contrappone a quella monoteista dell’Uno. Significa recuperare la dimensione contraddittoria dell’esperienza contro l’astrazione dei dogmi. Significa riconoscere che la verità non è qualcosa che si possiede, ma qualcosa che accade — e che ogni volta ci sorprende — spostando le nostre certezze.

È questo uno dei compiti più urgenti del nostro tempo: distinguere tra chi parla in nome della Verità e chi la cerca, tra chi trasforma la verità in arma ideologica e chi la onora come un’esperienza sempre aperta.

(Fonte: “la Repubblica” - 24 ottobre 2025)


domenica 2 novembre 2025

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI

Fraternità Carmelitana
di Pozzo di Gotto (ME)


Preghiera dei Fedeli


COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI

2 Novembre 2025
  
Colui che presiede

Fratelli e sorelle, nella comunione di speranza e di carità che neppure la morte può spezzare, celebriamo il ricordo di tutti i defunti, e innalziamo a Dio, con umiltà e fiducia, le nostre suppliche, dicendo insieme:

     R. O Dio dei viventi, ascoltaci.

Lettore

- Dio della pace, accogli nel beato riposo del tuo Regno i nostri fratelli e le nostre sorelle che nelle vicende liete e tristi della vita, come il santo Giobbe, hanno sempre confidato in Te e nella tua Parola di vita. Preghiamo.

- Dio, gloria degli umili servi della tua Chiesa, dona ai vescovi, ai presbiteri e ai diaconi,

che hanno svolto il loro ministero in mezzo a noi, la pienezza della vita e la gioia promessa ai tuoi pastori buoni e fedeli. Preghiamo.

- Dio della luce, dona ai religiosi e alle religiose che hanno seguito Cristo Gesù celibe, povero e obbediente nella vita fraterna in comunità e nel servizio generoso al tuo popolo, la grazia di contemplare lo splendore del tuo Volto. Preghiamo.

- Dio della vita, donaci il senso cristiano del vivere e del morire, e fa’ che il momento della morte diventi testimonianza del nostro limite creaturale e canto di lode a Te che ci fai risorgere a vita nuova nel tuo Figlio Crocifisso e Risorto. Preghiamo.

- Dio di infinita misericordia, Tu vuoi che nessuna persona umana si perda nell’abisso oscuro del Nulla: per questo Ti ricordiamo e Ti affidiamo i nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]. Ti affidiamo anche coloro che sono morti nella disperazione, le vittime sul lavoro e negli incidenti stradali, le vittime della fame, della mafia e del caporalato, le famiglie distrutte dal terrorismo e dalla guerra, le vittime del femminicidio. Dona a tutti la pace e la consolazione dei giusti. Preghiamo.

Colui che presiede

O Dio, che sei il Senso Ultimo della vita, consola le fatiche del nostro pellegrinaggio terreno con la serena certezza di essere sempre in comunione di spirito con i nostri cari defunti, nell’attesa di incontrarci tutti, con Maria la Madre dei Viventi, nell’assemblea festosa della Gerusalemme celeste. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore. AMEN.

"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 52 - 2024/2025 - Domenica 2 Novembre Commemorazione dei defunti

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino


 Domenica 2 Novembre Commemorazione dei defunti

Vangelo:
Gv 6,37-40

«Io-Sono il pane della vita» (Gv 6,35), dice Gesù, il Pane vero, quello autentico che dona la Vita stessa del Padre a coloro che se ne nutrono. Ovviamente Gesù utilizza questa metafora con l'intenzione di condurre coloro che lo ascoltano oltre il segno, fino alla realtà profonda da comprendere. Egli è il Pane di Vita per la vita, il Figlio amante del Padre e dei fratelli, Pane d'amore spezzato e condiviso, che ci riscatta dal peccato e dalla morte e ci fa liberi, abilitandoci ad abitare la terra come veri figli del Padre e fratelli fra di noi. Se amiamo veramente Gesù, se aderiamo totalmente alla sua Persona, se ci nutriamo di Lui, della sua Parola, del suo vissuto, già da ora possediamo la Vita Eterna, la Vita stessa del Padre. Frutto di questo amore e della nostra adesione al Figlio Amato è la vittoria sulla morte, caparra della resurrezione futura, piena comunione con il Principio stesso della Vita.

sabato 1 novembre 2025

SANTI E PECCATORI SI TENGONO PER MANO - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

SANTI E PECCATORI SI TENGONO PER MANO 
Commento al Vangelo 
a cura di P. Ermes Maria Ronchi





2 novembre - commemorazione di tutti i defunti - fra Ermes Ronchi

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà (...) separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”(...). Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”(...). “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”.E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna». 
Mt 25, 31-46

LE BILANCE DI DIO

Le bilance di Dio non sono tarate sul male, ma sulla bontà; non pesano tutta la nostra vita, ma solo la parte buona. E così anch’io mi prenderò cura di un fratello, lo terrò al sicuro al riparo del mio cuore.

Una scena potente, drammatica, detta del “giudizio universale”, ma che in realtà è lo svelamento della verità sulla vita, su ciò che rimane quando non rimane più niente: l’amore.

Il vangelo mette in scena una domanda antica quanto l’uomo: cosa hai fatto di tuo fratello? La Parola di Gesù offre in risposta sei opere ordinarie, poi apre una feritoia straordinaria: ciò che avete fatto a uno dei miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me! Gesù stabilisce un legame così stretto tra sé e gli uomini, da giungere a identificarsi con loro: l’avete fatto a me! Il povero è come Dio, è corpo e carne di Dio. Il cielo dove il Padre abita sono i suoi figli.

E capisco che a Dio manca qualcosa: all’amore manca di essere amato. È lì nell’ultimo della fila, mendicante di pane, di casa, di affetto: i suoi piccoli li vuole tutti dissetati, saziati, vestiti, guariti, consolati. E finché uno solo sarà sofferente, lo sarà anche lui.

Davanti a questo Dio resto incantato, con lui mi sento al sicuro. E così farò anch’io, mi prenderò cura di un fratello, lo terrò al sicuro al riparo del mio cuore.

Mi è d’immenso conforto sentire che l’argomento ultimo e decisivo non sarà il male che abbiamo commesso, ma il bene; lo sguardo del Signore non si posa su peccati, debolezze o difetti, ma sui gesti buoni, sulle briciole di gentilezza, sui bicchieri d’acqua donati.

Le bilance di Dio non sono tarate sul male, ma sulla bontà; non pesano tutta la nostra vita, ma solo la parte buona della nostra storia.

In principio e nel profondo, alla fine di tutto non è il male che revoca il bene che hai fatto, è invece il bene che revoca, annulla, sovrasta il male della tua vita. Sulle bilance del Signore una spiga di buon grano pesa più di tutta la zizzania del campo.

Gesù mostra così che il “giudizio” è divinamente truccato, è chiaramente parziale, perché sono ammesse sole le prove a discarico. Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore (Giovanni della Croce), non su colpe o pratiche religiose, ma sul laico, umanissimo addossarci il dolore dell’uomo.

La via cristiana non si riduce però a compiere delle buone azioni, deve restare scandalosa, deve stagliarsi sull’orizzonte della storia, andare controcorrente, essere provocatoria nel riaffermare che il povero è il cielo di Dio! Di un Dio innamorato che canta per ogni figlio il canto esultante di Adamo per la sua donna: “Veramente tu sei carne della mia carne, respiro del mio respiro, corpo del mio corpo”.

Poi ci sono anche quelli mandati via. La loro colpa? Hanno scelto la lontananza: lontano da me, voi che siete stati lontani dai fratelli. Non hanno fatto del male ai poveri, non li hanno umiliati o derisi, semplicemente non hanno fatto niente per loro. Omissione di fraternità. Indifferenza. Distanza. Glaciazione delle relazioni.

Al contrario il vangelo traccia la strada buona: tu ti prenderai cura! Metterai cuore e mani sulla fame e sulla sete, sul dolore e sul naufragio di qualcuno. Senza, non c’è paradiso.

LA STRANA COPPIA

Luca 6, 20-26

Un bellissimo vangelo che ci dà la scossa. Potente e incomprensibile.

Le beatitudini raccontano Dio che scommette su coloro i quali la storia mai scommetterebbe: i piccoli, gli affamati, i piangenti, i rifiutati. In coppia con Gesù che nella sinagoga di Nazaret rivela la lieta notizia a poveri, oppressi, ciechi, prigionieri.

Beati voi poveri. Beati voi che piangete.

Due beatitudini paradossali, che accostano parole che scendono come una spada, come rovente linea di fuoco nel mio doppio cuore.

Nella sinagoga aveva detto “Sono venuto a portare il lieto annuncio ai poveri”. Ed eccolo qui, il miracolo: beati voi poveri, Il luogo della felicità è Dio, ma il luogo di Dio è la croce, le infinite croci degli uomini. La povertà è una croce non benedetta, i crampi allo stomaco di chi ha fame non devono durare per sempre, ma Dio si prende cura.

Beati i poveri, che non avendo cose, sono liberi di non aver nulla da perdere, e donano se stessi. Beati, perché è con voi che Dio cambierà la storia, e non con i potenti!

Cosa mi aspettavo da questo vangelo? Beati voi poveri perché adesso è il vostro turno di arricchire?

Non promette questo Gesù. Il suo progetto è più profondo. C’è di mezzo il cielo, vostro è il regno dei cieli, che non è il paradiso. Significa che il mondo giusto è quello vostro, e non quello dei ricchi.

Per la bibbia la ricchezza è benedetta, e la povertà una sciagura. Ma è vero anche che la povertà è colpa dei ricchi, che hanno accumulato e non hanno condiviso.

Beati voi poveri, perché Dio cammina con voi. Voi miei discepoli, che avete abbandonato le barche per me, non abbiate paura, perché Dio si prende cura di voi.

Beati gli affamati, perché sarete sfamati? No, di più: sarete saziati della pienezza del pane moltiplicato.

Beati voi chi piangete, perché smetterete di piangere? No, di più, perché voi passerete al riso.

Beati quando vi odieranno perché siete un pugno nello stomaco del mondo, perché la vostra libertà fa paura. Ricompensa grande avrete nel cielo: e non parla del paradiso, ma del fatto che Dio sta dalla parte vostra.

Ma guai a voi, ricchi.

Mi sembra di vedere Gesù girarsi lentamente verso di loro. Ma Dio non maledice, la sua è la tristezza del padre in ansia.

Eccoli i tremendi quattro guai di Luca.

Guai, “uaì” in greco, traslitterazione di “ohi” ebraico, è il grido dei lamenti funebri, il singhiozzo del pianto su chi è morto.

I quattro guai sono il lamento ripetuto da Gesù, il suo pianto, li piange come morti.

Ahi ricchi, siete la causa della povertà, c’è da piangere per la vostra fame d’oro, siete morti dentro.

Gesù piange sui ricchi, non sui signori. Da loro andava a cena. Il signore dona, condivide, il ricco trattiene e accumula.

Così i possidenti diventano dei posseduti dai loro stessi possessi.

Il vangelo più alternativo e, al tempo stesso, amico.

Beati quelli che non vedono la vita in funzione del loro io,

ma il loro io in funzione della vita.

Hanno in dono la vita indistruttibile, quella di Dio che vive in loro.

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - Solennità di Tutti i Santi

Fraternità Carmelitana
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli

Solennità di Tutti i Santi 
1° Novembre 202

Per chi presiede

Uniti in comunione fraterna con i Santi del cielo e con tutti i credenti, pellegrini sulla terra, eleviamo a Dio nostro Padre le nostre suppliche e le nostre intercessioni ed insieme diciamo:

        R/ Santifica la tua Chiesa, Signore


Lettore

- Padre Santo, datore di ogni bene, Tu hai voluto che la tua Chiesa, radunata nel tuo nome, fosse in mezzo agli uomini come segno e strumento di unità e di vera comunione fraterna, arricchiscila del tuo Santo Spirito, perché diventi sempre più conforme all’immagine del tuo Figlio Gesù, assumendo lo stile di vita delle Beatitudini. Preghiamo.

- Ti ringraziamo e ti lodiamo, o Padre Santo, per le tante persone sante, uomini e donne delle Beatitudini, che hanno inciso nel cammino della nostra vita e che ci hai dato la possibilità di poter conoscere sia di persona, sia attraverso i loro scritti o racconti delle loro vite: persone umili, persone capaci di piangere sulle disgrazie altrui, persone miti, amanti della giustizia, misericordiosi e compassionevoli, puri di cuore e costruttori di pace. Sii Tu benedetto o Padre, perché non smetti mai di suscitare in mezzo a noi nuovi testimoni della fede. Preghiamo.

- Tu, Padre Santo, nella diversità delle tante fedi continui a chiamare ogni uomo e ogni donna ad una vita veramente santa, cioè piena di senso, aperta a relazioni autentiche con gli altri e sempre capace di suscitare e custodire la comunione. Fa’ che, nonostante le differenze religiose, possiamo ritrovarci uniti nell’amore per la vita e nella custodia della “casa comune” che è il nostro creato. Preghiamo.

- Dio della Gloria, che chiami tutti i tuoi figli ad essere santi ed immacolati nell’amore, per la fede e l’intercessione di Maria e di tutti i Santi e le Sante, converti il nostro cuore all’evangelo delle Beatitudini, disperdi i pensieri dei violenti e conferma tutti i credenti nel cammino verso l’unità e la pace. Preghiamo.

- Ti affidiamo, o Dio fonte della santità, i nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]. Ti affidiamo in questo giorno anche tutti i martiri cristiani, coloro che hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello; ti affidiamo tutte le vittime della guerra, le vittime della persecuzione e della tortura a causa della giustizia, della religione, dell’appartenenza ad una cultura ed etnia. Concedi a tutti di contemplare lo splendore del tuo Volto, in comunione con tutti i Santi e le Sante nella Gerusalemme celeste. Preghiamo.

Per chi presiede

Padre Santo e fonte di ogni santità, aiutaci a vivere la vera felicità del vangelo delle Beatitudini, che ci hai donato attraverso la forma di vita e le parole del tuo Figlio Gesù, il Messia che tu hai inviato, benedetto nei secoli dei secoli. AMEN.

1 novembre SOLENNITA' TUTTI I SANTI - Enzo Bianchi: La gioiosa festa della comunione dei santi

Enzo Bianchi
La gioiosa festa della comunione dei santi
   
01 Novembre 2025 SOLENNITA' TUTTI I SANTI

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
Mt 5,1-12a


Viviamo la gioiosa festa della comunione dei santi del cielo e della terra. Sì, non solo dei santi del cielo, ma anche dei santi che sono ancora in cammino verso il Regno. Tutti noi, un’unica comunione, tutti noi viviamo insieme. Come ci ricorda la Lettera agli Ebrei, noi camminiamo circondati da questa nuvola di testimoni, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che ha dato inizio alla nostra fede e colui che la porta a pienezza (cf. Eb 12,1-2). Non siamo soli, ed è l’unico e comune sguardo rivolto da noi verso Gesù che instaura la nostra comunione.

Proprio in questa festa gioiosa la chiesa ci chiede di ascoltare le beatitudini, le proclamazioni fatte da Gesù e rivolte a tutti coloro che si mettono in ascolto. Le abbiamo ascoltate e le abbiamo anche impresse nel nostro cuore, perché sempre risuonano come buona notizia, come Vangelo nella nostra vita cristiana. Come dunque risuonano dentro di noi? È questo innanzitutto che dobbiamo chiederci. Non vi nascondo che, quando le leggo, sento bruciare le mie labbra, perché è vero che sono un annuncio di felicità, ma io le posso tranquillamente rivolgere a me, seppur discepolo di Gesù? Il Vangelo è innanzitutto rivolto a me, mi deve interrogare e non può essere ridotto a messaggio moraleggiante con cui approvare alcuni e condannare altri. Noi erigiamo molte difese per non lasciarci raggiungere dal Vangelo e facilmente lo indirizziamo agli altri, accrescendo la nostra cecità su noi stessi e rendendo il nostro occhio buio (cf. Mt 6,22-23)…

Ecco allora che queste proclamazioni di beatitudine possono in primo luogo svelarci, raccontarci chi è Gesù: è lui il povero, è lui l’affamato, è lui il mite, è lui il puro di cuore, è lui il perseguitato. Ecco perché è il beato per eccellenza. E tutti i racconti dei vangeli ci dicono questa sua beatitudine. Siamo dunque chiamati a guardare a lui, a tenere lo sguardo fisso su di lui, perché solo lui è l’origine della grazia che contrasta i nostri schemi e i nostri ideali moralistici. Chi di noi può dirsi povero, e povero anche di respiro, nel cuore, come proclama la prima beatitudine? Chi di noi può dirsi puro di cuore o mite, non solo nello stile apparentemente adottato, ma nel cuore?

Comprendiamo così che solo guardando a Gesù, mettendo la nostra fede in lui e non nelle nostre opere e operazioni, possiamo forse tendere, soltanto tendere alla beatitudine promessa. Proprio per questo tutta la tradizione cristiana dice che il santo è colui che ignora la sua santità. Il santo è colui che si sente – come Ignazio di Antiochia, vecchio e ormai martire – soltanto uno che ha iniziato a essere discepolo, uno che attende di essere veramente uomo: “allora”, nella morte, “sarò veramente discepolo di Gesù Cristo … allora sarò veramente un uomo” (cf. Lettera ai Romani 4,2; 6,2).

Così si afferma il primato della grazia, dell’amore di Dio gratuito che non va mai meritato ma solo accolto, in quella semplicità di cuore che vede la presenza di Dio negli altri e in essi la rispetta, la adora. Significativamente papa Francesco ricorda, nella Gaudete et exultate: “Dio è misteriosamente presente nella vita di ogni persona, … e non possiamo negarlo con le nostre presunte certezze. Anche qualora l’esistenza di qualcuno sia un disastro, anche quando lo vediamo distrutto dai vizi o dal peccato, Dio è presente nella sua vita” (n. 42).

Ciascuno di noi, dunque, ascolti le beatitudini con cuore semplice, pieno di stupore, e metta la sua fiducia nel Signore affinché porti a compimento l’opera iniziata da lui (cf. Fil 1,6) e da noi contraddetta. Tutto è grazia nel Signore Gesù!
(fonte: blog dell'autore)

1 novembre SOLENNITA' TUTTI I SANTI - Don Giovanni Berti: Il sogno del Vangelo

Don Giovanni Berti

Il sogno del Vangelo

Sabato 1 novembre 2025 – Tutti i Santi

L’Apocalisse usa il linguaggio dei sogni per rivelare che la salvezza non è per pochi eletti. Ai 144mila si affianca una moltitudine immensa di ogni popolo: chi vive il bene, anche senza saperlo, appartiene a Dio. I Santi ci ricordano che il Vangelo è possibile per tutti e continua a trasformare il mondo


Io, Giovanni, vidi salire dall’oriente un altro angelo, con il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli, ai quali era stato concesso di devastare la terra e il mare: «Non devastate la terra né il mare né le piante, finché non avremo impresso il sigillo sulla fronte dei servi del nostro Dio».
E udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila segnati, provenienti da ogni tribù dei figli d’Israele.
Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello».
E tutti gli angeli stavano attorno al trono e agli anziani e ai quattro esseri viventi, e si inchinarono con la faccia a terra davanti al trono e adorarono Dio dicendo: «Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen».
Uno degli anziani allora si rivolse a me e disse: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?». Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello». 
(dal Libro dell’Apocalisse 7,2-4.9-14)

Il libro dell’Apocalisse, scritto da Giovanni evangelista e ultimo dei 73 che compongono la Bibbia, usa il linguaggio dei sogni, con immagini ed eventi che non seguono una logica razionale. Parla di ciò che accade nella vita e di come Dio entra nella storia umana, ma in modo filtrato e simbolico. I simboli, figure e numeri legati alla cultura del primo secolo dopo Cristo, non sono sempre di immediata comprensione. Non è un libro misterioso che annuncia chissà quali eventi catastrofici, ma una miniera inesauribile di parole che ci conducono a comprendere chi è Dio per noi e chi siamo noi per Dio, anche oggi.

Come accade nei sogni che faccio e che riesco a ricordare quando, appena sveglio, non mi lascio subito rapire dal concreto, anche davanti a questo sogno rivelatore di Giovanni evangelista voglio provare a cogliere un messaggio per me e per tutti noi, in questo giorno in cui alziamo lo sguardo al cielo verso tutti i Santi.

E il sogno che ho davanti è, come sempre, strano e pieno di colpi di scena. Insieme a Giovanni vedo un gruppo numerosissimo: 144mila persone con un sigillo speciale, che sembrano le uniche degne di Dio e destinate alla salvezza dalle catastrofi della storia. Hanno tutte questo sigillo di una promessa legata a un popolo preciso, unito dalla parentela. Sono forse i Santi che veneriamo e che la Chiesa ha riconosciuto come modelli di fede? Sono gli unici accanto a Dio? In cielo ci sono quindi solo i battezzati, e per di più quelli davvero esemplari? È un sogno bello, ma fin qui ha qualcosa che mi terrorizza. Solo 144mila persone privilegiate da Dio, cristiani che hanno “guadagnato” la felicità eterna… e tutti gli altri? E io che posto avrò, visto che quando leggo la vita di un Santo percepisco più la distanza che la somiglianza con la mia vita e la mia fede?

Ma il sogno non è finito. Giovanni racconta che oltre quel gruppo speciale ce n’è un altro sterminato. Ed ecco il colpo di scena che rende questo sogno dell’Apocalisse stupendo e sorprendentemente legato alla vita: «…una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani».

Una moltitudine immensa che fa sembrare i 144mila un piccolo gruppo, e dona alla scena un respiro davvero evangelico. Da ogni nazione, tribù, popolo e lingua: cioè chiunque, anche non cristiano e anche non credente, ma uomini e donne che vivono fino in fondo la vita secondo Dio, magari senza saperlo. Il sogno dell’Apocalisse, in questo giorno in cui celebriamo tutti i Santi, in un tempo in cui sembra ci siano più Santi sul calendario di un mese che cristiani in chiesa, mi ricorda che il Vangelo di Gesù è ancora al centro della storia umana, con il suo messaggio di vita, fraternità e pace.

I Santi che ricordiamo oggi, riconosciuti dalla Chiesa come modelli, ci hanno creduto e nel piccolo spazio del loro tempo e del loro luogo hanno messo in pratica le parole di Gesù, nonostante persecuzioni, dubbi, limiti e peccati. Sono lì a ricordare a me e a noi che il Vangelo si può vivere, e che non passa di moda né perde la sua forza nel migliorare il mondo. Ci ricordano che il Vangelo è possibile per tutti, e chi oggi cerca la pace, la fraternità e l’amore reciproco fa parte dell’infinito popolo di Dio, in terra e in cielo.

È vero, le nostre liturgie, gli incontri formativi, i catechismi e gli oratori sono sempre più vuoti, e questo dispiace, ma non deve farci perdere la speranza. Siamo qui oggi, spinti dall’esempio dei Santi, a continuare a credere nella forza del Vangelo, capace di raggiungere ogni popolo, ogni lingua, ogni persona. E come spesso cantiamo, il sogno diventa realtà…
(fonte: sito dell'autore 31/10/2025)