Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



mercoledì 2 ottobre 2024

È il secolo dei nonni

È il secolo dei nonni

Quasi il 50% degli italiani ha almeno un nonno vivente (dati Istat). Aumentano anche i grandi anziani. La loro condizione sociale e culturale va costantemente migliorando e riescono a dar vita a un rapporto prezioso con i nipoti. È una fotografia a tutto tondo quella scattata dal Rapporto Anla 2024 “Il ruolo dei nonni nella società”



Secondo i dati Istat, quasi il 50% degli italiani ha almeno un nonno vivente, e più del 30% di quelli che hanno più di 35 anni ha almeno un nonno vivente. Viceversa più del 70% degli anziani con più di 80 anni ha nipoti, e si diventa nonni in media a 54 anni, a 57 per le donne.

La quasi totalità dei nonni non abita nella stessa casa dei nipoti (97%), ma circa due terzi vivono nello stesso comune, il 16% nello stesso caseggiato, il 31% entro 1 chilometro di distanza ed il 30% a non più di 16 chilometri di distanza.

La frequenza delle visite è assidua: il 76% dei nonni vede il nipote almeno una volta a settimana. Si tratta di incontri giornalieri, nel 44% dei casi per i nonni che vivono nei comuni di piccole dimensioni (fino a 2 mila abitanti)e nel 42% per quelli che risiedono nei medio-piccoli comuni. Più i nonni sono giovani più questa quota aumenta: tra i 60-69 enni oltre l’80% ha una frequenza di visita almeno settimanale. Sono i nonni che risiedono nei comuni medio-piccoli (da 2.001 a 10 mila abitanti) ad avere maggiori possibilità di frequentare i nipoti con una certa assiduità (l’80% vede l’unico nipote o quello che abita più vicino almeno una volta a settimana). E naturalmente tutti i dati presentano differenze per genere, da cui risulta che le nonne sono più numerose e più assidue dei nonni.

I rapporti tra nonni e nipoti sono particolarmente intensi quando i nipoti sono piccoli. Un terzo dei nonni si prende cura dei nipoti mentre i genitori lavorano, 3 su 10 offrono il loro supporto per impegni occasionali dei genitori, e nei momenti di emergenza si attiva quasi un quarto dei nonni. Naturalmente la disponibilità dei nonni a prendersi cura dei nipoti dipende molto dal fatto che siano ancora occupati o meno. Infatti la quota di coloro che non se ne prende mai cura sale al 18% tra chi lavora, e può prendersi cura dei nipoti solo in casi eccezionali, il 15,4% durante le vacanze e il 14,9% quando i genitori escono. Ma risultano spesso importanti anche i rapporti tra nonni e giovani adulti.

Inverno demografico e squilibri generazionali

Continuano a calare le nascite ed i decessi, con la conseguenza di una saldo di popolazione pesantemente negativo (-280 mila) compensato solo dalla dinamica migratoria (+274 mila). Dopo il calo relativo al periodo pandemico, nel 2023 si registra un nuovo aumento della speranza di vita alla nascita, che raggiunge gli 83,1 anni, guadagnando sei mesi rispetto al 2022. Tra gli uomini la speranza di vita alla nascita è di 81,1 anni (+6 mesi sul 2022), e tra le donne 85,2 anni, con un guadagno sul 2022 inferiore ai maschi (+5 mesi). Il che incide anche sull’età media della popolazione, che al 1° gennaio 2023 risulta pari a 46,4 anni, in aumento di oltre due mesi rispetto alla stessa data dell’anno precedente.

I fenomeni citati incidono sull’invecchiamento della popolazione, al cui interno la componente al di sopra dei 65 anni di età costituisce oggi il 24,1% della popolazione residente totale (contro il 23,8% del 2022), con un aumento dal 2019 a oggi di 1,2 punti percentuali. Nello stesso periodo la popolazione più giovane, al di sotto dei 15 anni, è diminuita di più di mezzo punto percentuale, e costituisce oggi il 12,5% della popolazione totale (contro il 12,7% del 2022).

Le famiglie sono sempre più piccole e sole. Per il futuro si stima un aumento delle famiglie unipersonali, che passeranno da 8,4 a 9,8 milioni nell’arco di 20 anni. Già ora il 65% degli anziani vive solo e si prevede che il fenomeno aumenti.

Aumentano anche i grandi anziani. Gli ultra 80-enni hanno raggiunto il numero di 4 milioni 554 mila individui, quasi 50 mila in più rispetto ad un anno fa, ed hanno superato il numero dei bambini sotto i 10 anni (pari a 4 milioni 441 mila). A inizio 2024 l'Istat registra anche un nuovo record di ultracentenari: oltre 22.500, 2 mila in più rispetto all’anno precedente.

Si prevede che nel 2042 la popolazione over 65 tocchi i 18,7 milioni, rispetto ai 14 milioni del 2023, con un indice di vecchiaia che dovrebbe salire a 304 contro il 188 attuale. Al contrario, la popolazione nella fascia 15-64 anni diminuirà a 31,3 milioni dagli oltre 37,5 milioni attuali. Gli ultraottantenni aumenteranno del 33,7% rispetto al 2022, superando i 6 milioni e gli ultranovantenni arriveranno a 2,3 milioni (+56,8%).

Gli anni senza limitazioni nelle attività sono aumentati di un anno, da 9,2 anni nel 2009 a 10,2 nel 2022, mentre quelli con limitazioni restano fermi a 8,7 anni. Complessivamente, dunque, per gli anziani si evidenzia nel tempo un miglioramento delle condizioni di salute: le persone in buona salute sono passate dal 29,4% del 2009 al 37,8% del 2023 e, parallelamente si è ridotta la condizione di multi-cronicità (dal 38,7% del 2003 al 34,3% del 2022). Ma l’aumento della speranza di vita rende comunque pesante la situazione delle persone con limitazioni gravi, che risultavano essere nel 2022 circa 2 milioni e 900 mila, delle quali 362 mila avevano fino a 44 anni di età, 718 mila tra 45 e i 64 anni, 450 mila tra i 65 e i 74 anni e 1 milione 380 mila più di 75 anni. Questa parte della popolazione anziana vive spesso in condizioni di fragilità e solitudine: ben il 28,4% delle persone con disabilità vive da solo, il 55,4% lamenta cattive condizioni di salute e, tra gli adulti, l’86,5% della popolazione soffre di almeno una malattia cronica grave.

Un invecchiamento attivo

Nonostante le criticità rilevate dal punto di vista degli equilibri demografici e della situazione epidemiologica, la condizione sociale e culturale degli anziani va costantemente migliorando. Il livello culturale e scolastico della popolazione anziana, già molto migliorato nei decenni scorsi, continua a migliorare e si prevede che continui a crescere negli anni futuri.

La situazione dei livelli di scolarità si riverbera come è ovvio su molti altri aspetti, tra i quali l’ambito delle competenze informatiche, rispetto alle quali già oggi si registra un netto miglioramento, anche nella popolazione tra 55 e 74 anni, in termini ad esempio di utilizzazione della rete Internet.

Migliora la condizione economica degli anziani e aumentano i livelli di spesa e di investimento attribuibili alla popolazione anziana, sia in campo sanitario e assistenziale, sia in altri campi, come il turismo ed il tempo libero. Da cui l’ipotesi dello sviluppo futuro sempre più consistente di una vera e propria Silver Economy.

Un processo molto importante rispetto alla componente anziana della popolazione è quello che va sotto il nome di “invecchiamento attivo”, “inedito, incisivo, irreversibile” secondo alcuni, e la cui definizione secondo l’OMS è la seguente “il processo di ottimizzazione delle opportunità relative alla salute, partecipazione e sicurezza, allo scopo di migliorare la qualità della vita delle persone anziane”.

Un altro dato di un certo interesse è quello relativo alle esperienze di associazionismo che interessano la popolazione anziana, che sono molteplici sull'intero territorio nazionale. Alla presenza dei Centri anziani in gran parte dei comuni italiani si affiancano infatti altre iniziative di tipo sindacale, cooperativo e di settore, che vedono la partecipazione attiva della popolazione in età avanzata. E si segnalano alcuni casi dove il protagonismo dei nonni è culminato in esperienze dirette di partecipazione, coinvolgendo anche altri settori sociali e segmenti della popolazione residente nelle aree interessate a tali esperienze.

Infine in tema di invecchiamento attivo va ricordato il processo di digitalizzazione che sta interessando anche la componente anziana della società.

Famiglia e infanzia: crisi e potenzialità

A fronte della evidente crisi dell’istituto familiare, molte analisi sociologiche confermano una sostanziale, anche se sofferta, tenuta dei nuclei familiari rispetto alle funzioni sociali ed in particolare al rapporto con le nuove generazioni. Nonostante l’affievolirsi delle responsabilità educative e l’indebolimento della funzione di trasmissione dei valori, la famiglia, comunque intesa ed in tutte le sue forme e sia pure secondo modalità nuove e in costante divenire, continua ad essere il luogo principale della attenzione alla qualità della vita, al dialogo e alla comprensione, oltre il luogo principale della rigenerazione della vita umana, sia in senso biologico che in senso psicologico e spirituale, con una particolare “tenuta” per quello che riguarda la sua affidabilità sociale, in un panorama complessivo di crescente individualismo e deresponsabilizzazione. Un soggetto intermedio fondamentale anche nei processi di scambio democratico, di formazione dell’identità e di costruzione della fiducia.

Anche il processo di ibridazione e contaminazione dei ruoli maschile e femminile, che si svolge all’interno della famiglia, costituisce un vero laboratorio di sperimentazione di nuovi modelli di superamento della crisi di fragilità del ruolo maschile e di rafforzamento di quello femminile.

Si inaspriscono nel periodo più recente le criticità relative alla situazione socio-economica della famiglia. Dalla perdita del potere di acquisto dei salari, alla spesa sanitaria di tasca propria per l’inefficienza ed i ritardi del Servizio Sanitario Nazionale, all’aumento della povertà delle famiglie numerose, alla crescita dei fenomeni di disagio psichico, specie dei giovani e degli adolescenti.

Relazioni intergenerazionali e rapporti nonni- nipoti

Dai pochi studi qualitativi di approfondimento sulla realtà dei nonni, realizzati da associazioni e centri di ricerca, risultano con evidenza l’importanza del ruolo dei nonni nelle famiglie italiane con bambini ed anche la soddisfazione dei nonni per il ruolo di supporto svolto nei confronti delle giovani generazioni, ed anche dei nipoti adulti. Reciprocamente, come risulta da uno studio pubblicato su International Journal of Care and Caring l’Italia è il primo paese sui 6 considerati (Italia, Paesi Bassi, Slovenia, Svezia, Svizzera e Regno Unito) in cui i giovani tra 15 e 17 anni si occupano dei nonni (nel 59,3% dei casi). Il sondaggio effettuato su 2.099 giovani nel 2018 ha messo a fuoco l’aiuto prestato e l’impatto positivo in termini di salute mentale dei giovani stessi.

Ciononostante si tratta di una tema poco studiato a causa di una serie di motivi tra cui:la deriva “presentista” che rende miopi rispetto alle dimensioni diacroniche dell’esistenza ed alle interconnessioni tra passato, presente e futuro;
il prevalere dei valori economicistici e consumistici, a discapito di altri valori ed obiettivi attinenti alla sfera relazionale;
la concentrazione delle attenzioni sociologiche e socio-statistiche sugli aspetti meno positivi dell’invecchiamento della popolazione;
la crisi dei rapporti educativi;
la concentrazione di molte attenzioni sul tema della diminuzione delle nascite e del numero di figli per famiglia;
la crescente mobilità lavorativa e sociale, che in molti casi allontana le nuove famiglie dalle famiglie di origine.

Dedicare maggiore attenzione alla questione del rapporto intergenerazionale tra nonni e nipoti potrebbe contribuire a rivitalizzare:i valori dell’educazione e della formazione delle giovani generazioni, e dell’invecchiamento attivo degli anziani;
i valori etici della convivenza sociale rispetto a quelli materialistici ed economicistici;
il valore delle relazioni umane significative e profonde rispetto alla deriva dell’individualismo spinto e della comunicazione disintermediata e tecnologica;
la giustizia intergenerazionale (si veda la recente riformulazione dell’articolo 9 della nostra Costituzione);
l’aspirazione ad un benessere e ad una felicità che traggono linfa vitale dal valore della generatività.

Il tema del rapporto tra generazioni è sicuramente un tema essenziale, benché poco studiato, rispetto al quale però esistono poche certezze e molte incertezze ed ambiguità. Le certezze, da cui non si può prescindere, sono sostanzialmente quelle indicate dalla demografia, che ci mostra con pochissimi margini di errore l’evoluzione dell’occidente verso la crescita della componente anziana della popolazione e la drastica riduzione di quella giovanile, e dunque verso una rottura degli equilibri consueti del passato in termini economici, sociali, familiari e di welfare. Le ambiguità riguardano il giudizio positivo o meno su questa evoluzione e sulle sue caratteristiche.

Ma non tutto è definito nella evoluzione futura del rapporto tra generazioni, ed esistono molte variabili in gioco su cui sarebbe possibile, ed anche auspicabile, intervenire con immaginazione utopica e verso nuove strade di evoluzione. E come abbiamo visto rispetto al “fantasma” dello scontro generazionale, o del distacco tra generazioni, esistono molte evidenze e molti segnali di segno contrario: dalla soddisfazione per i propri rapporti familiari, espressa sia da giovani che da anziani, al valore crescente della convivialità nella vita quotidiana all’interno delle famiglie e dei nuclei di convivenza primaria, spesso a carattere intergenerazionale, al peso degli aiuti forniti in ambito familiare da parte degli anziani nei confronti de giovani, ma anche viceversa.

Ed anche il tema della fragilità degli anziani, della non autosufficienza, delle pluri-cronicità, dell’aumento delle patologie degenerative e della solitudine anziana viene fortemente controbilanciato proprio dal fenomeno che abbiamo descritto del cosiddetto “invecchiamento attivo”, una realtà di grande vitalità, impegno, partecipazione che tante persone, che hanno superato la soglia universalmente considerata come l’inizio dell’età anziana, vivono. La formazione permanente, l’associazionismo anziano e la partecipazione al mondo della cultura di tante persone over 65 fa parte di questo quadro assai articolato di e di potenzialità positive.

Alla luce di queste considerazioni, risulta davvero importante e significativo avviare un lavoro di analisi della realtà dei nonni in Italia, che prenda le mosse dalla interpretazione dei pochi dati disponibili, e punti ad individuare i tratti portanti del fenomeno ed a prefigurare futuri possibili approfondimenti di maggiore spessore.
(fonte: Famiglia Cristiana 02/10/2024) 


VEGLIA PENITENZIALE 01/10/2024 - Papa Francesco, riconoscere i propri errori per essere Chiesa credibile (foto, testi e video)

VEGLIA PENITENZIALE A CONCLUSIONE DEL RITIRO IN PREPARAZIONE ALLA
SECONDA SESSIONE DELLA XVI ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA DEL SINODO DEI VESCOVI

Basilica di San Pietro, Altare della Confessione
Martedì, 1° ottobre 2024


Papa Francesco, riconoscere i propri errori
per essere Chiesa credibile

La Veglia Penitenziale a chiusura del Ritiro in preparazione alla Seconda Sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi

Papa Francesco alla Veglia Penitenziale | Credit Daniel Ibanez/ Aci Group

“La Chiesa è sempre Chiesa dei poveri in spirito e dei peccatori in ricerca di perdono, e non solo dei giusti e dei santi, anzi dei giusti e dei santi che si riconoscono poveri e peccatori”. Con queste parole Papa Francesco ha inziato la sua riflessione che ha concluso la Veglia Penitenziale - posta in chiusura del Ritiro spirituale dei Vescovi in preparazione alla Seconda Sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi - svoltasi nella Basilica di San Pietro gremita di fedeli. Soprattutto di giovani. Davanti all’altare campeggia il Crocifisso di San Damiano, testimone silenzioso di questo Rito Penitenziale.

La riflessione del Santo Padre vede protagonista il tema del peccato che - come dice lo stesso Papa Francesco - “è sempre una ferita nelle relazioni: la relazione con Dio e la relazione con i fratelli e le sorelle”. E precisa: “La Chiesa è nella sua essenza di fede e di annuncio sempre relazionale, e solo curando le relazioni malate, possiamo diventare una Chiesa sinodale”. La domanda fondamentale che pone il Santo Padre ai Vescovi riuniti per il Sinodo è “Come potremmo essere credibili nella missione se non riconosciamo i nostri errori e non ci chiniamo a curare le ferite che abbiamo provocato con i nostri peccati?”. Dopo si sofferma sul Vangelo scelto per la Liturgia Penitenziale: è il Vangelo di Luca, capitolo 18.

Il Vangelo ci “presenta due uomini, un fariseo e un pubblicano, che vanno entrambi al tempio a pregare. Uno sta in piedi, con la fronte alta, l’altro resta indietro, con gli occhi bassi”. Pregare non vuol dire aspettarsi un premio per i propri meriti, tiene a precisare il Santo Padre. Per essere in relazione con Dio non è possibile dare spazio al proprio “io”. E poi si domanda: “Quante volte nella Chiesa ci comportiamo in questo modo? Quante volte abbiamo occupato tutto lo spazio anche noi, con le nostre parole, i nostri giudizi, i nostri titoli, la convinzione di avere soltanto meriti?”. Lo sguardo si rivolge al presente della Chiesa: “Noi oggi siamo tutti come il pubblicano, abbiamo gli occhi bassi e proviamo vergogna per i nostri peccati. Come lui, rimaniamo indietro, liberando lo spazio occupato dalla presunzione, dall’ipocrisia e dall’orgoglio. Non potremmo invocare il nome di Dio senza chiedere perdono ai fratelli e alle sorelle, alla Terra e a tutte le creature”.

E’ un grande “mea culpa” quello che Papa Francesco recita davanti all’assemblea riunita: “Di fronte al male e alla sofferenza innocente domandiamo: dove sei Signore? Ma la domanda dobbiamo rivolgerla a noi, e interrogarci sulle responsabilità che abbiamo quando non riusciamo a fermare il male con il bene”. E continua: “Alla vigilia dell’inizio dell’Assemblea del Sinodo, la confessione è un’occasione per ristabilire fiducia nella Chiesa e nei suoi confronti, fiducia infranta dai nostri errori e peccati, e per cominciare a risanare le ferite che non smettono di sanguinare”.

Le parole di Papa Francesco arrivano a conclusione di una Liturgia penitenziale davvero particolare, quasi “inedita” si potrebbe definire: testimonianze di donne e uomini a raccontare la loro storia davanti all’assemblea e ai microfoni del mondo, alternate alle richieste di perdono da parte della Chiesa. Sembra quasi un oceano in movimento: un’onda si alterna all’altra onda. Un oceano in movimento.

Quelle che si sono ascoltate durante questa Veglia sono parole che fanno riflettere la comunità, l'intera Chiesa. Parole come quelle pronunciate dal baritono Laurence Gien, residente in Germania, abusato in Sudafrica. Oppure come la testimonianza di una volontaria dell’accoglienza di migranti, Sara Vatteroni, Direttrice della Migrante Regionale Toscana, accompagnata da Solange (Migrante proveniente dalla Costa d’Avorio). E poi c’è la testimonianza di suor Deema Fayyad, originaria di Homs, una città siriana profondamente segnata dalla guerra.

A questi racconti, fanno eco le richieste di perdono pronuciate da esponenti della Chiesa. E’ il caso del Cardinal Oswald Gracias, Arcivescovo di Bombay (India), che ha chiesto perdono per il “peccato di mancanza di coraggio, del coraggio necessario alla ricerca di pace tra i popoli e le nazioni, nel riconoscimento dell’infinita dignità di ogni vita umana in tutte le sue fasi”. E aggiunge: “Ancora più grave è il nostro peccato, se per giustificare la guerra e le discriminazioni, invochiamo il nome di Dio”. Il cardinal Michael Czerny, Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, chiede perdono per aver trasformato “il creato da giardino a deserto, manipolandolo a nostro piacimento; e per quanto non abbiamo fatto per impedirlo”. Il cardinale Seán Patrick O’ Malley, Arcivescovo Metropolita emerito di Boston (Stati Uniti d’America) che ha chiesto perdono per gli “abusi di coscienza, abusi di potere, e abusi sessuali”. Il Cardinal Kevin Joseph Farrel, Prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita “tutte le volte che non abbiamo riconosciuto e difeso la dignità delle donne, per quando le abbiamo rese mute e succubi, e non poche volte sfruttate, specie nella condizione della vita consacrata” e poi “per tutte le volte che abbiamo rubato la speranza e l’amore alle giovani generazioni”. Il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, il Cardinal Víctor Manuel Fernández, chiede perdono, invece, per tutte quelle volte che non si è stati “capaci di custodire e proporre il Vangelo come fonte viva di eterna novità”. Le parole di richiesta di perdono del Cardinal Cristóbal López Romero sono forti, precise e rimbombano fra le volte della Basilica Vaticana: “Chiedo perdono a nome di tutti nella Chiesa, provando vergogna per quando abbiamo girato la testa dall’altra parte di fronte al sacramento del povero, preferendo adornare noi stessi e l’altare di colpevoli preziosità che sottraggono il pane all’affamato”. L’Arcivescovo di Vienna, il Cardinal Christoph Schönborn, “per gli ostacoli che frapponiamo all’edificazione di una Chiesa veramente sinodale, sinfonica, consapevole di essere popolo santo di Dio che cammina insieme riconoscendo la comune dignità battesimale” e chiede perdono “per tutte le volte che non abbiamo ascoltato lo Spirito Santo, preferendo ascoltare noi stessi”.
(fonte: ACI Stampa articolo di Antonio Tarallo 01/10/2024)

**********************

RIFLESSIONE DEL SANTO PADRE FRANCESCO


Cari fratelli e sorelle,

come ci ricorda il Siracide, «la preghiera del povero attraversa le nubi» (35,17).

Noi siamo qui mendicanti della misericordia del Padre, chiedendo perdono.

La Chiesa è sempre Chiesa dei poveri in spirito e dei peccatori in ricerca di perdono, e non solo la Chiesa dei giusti e dei santi, anzi dei giusti e dei santi che si riconoscono poveri e peccatori.

Ho voluto scrivere le richieste di perdono che sono state lette da alcuni cardinali, perché era necessario chiamare per nome e cognome i nostri principali peccati. E noi li nascondiamo o li diciamo con parole troppo educate.

Il peccato è sempre una ferita nelle relazioni: la relazione con Dio e la relazione con i fratelli e le sorelle. Sorelle, fratelli, nessuno si salva da solo, ma è vero ugualmente che il peccato di uno rilascia effetti su tanti: come tutto è connesso nel bene, lo è anche connesso nel male.

La Chiesa è nella sua essenza una Chiesa di fede e di annuncio sempre relazionale, e solo curando le relazioni malate, possiamo diventare Chiesa sinodale. Come potremmo essere credibili nella missione se non riconosciamo i nostri errori e non ci chiniamo a curare le ferite che abbiamo provocato con i nostri peccati?

E la cura della ferita comincia confessando il peccato che abbiamo compiuto.

La parabola del Vangelo di Luca che abbiamo ascoltato ci presenta due uomini, un fariseo e un pubblicano, che vanno entrambi al tempio a pregare. Uno sta in piedi, con la fronte alta, l’altro resta indietro, con gli occhi bassi.

Il fariseo riempie la scena con la sua statura che attira gli sguardi, imponendosi come modello. In questo modo presume di pregare, ma in realtà sta celebrando se stesso, mascherando nella sua effimera sicurezza le sue fragilità. Cosa si aspetta da Dio? Si attende un premio per i suoi meriti, e in questo modo si priva della sorpresa della gratuità della salvezza, fabbricandosi un dio che non potrebbe fare altro che sottoscrivere un certificato di perfezione presunta. Un uomo chiuso alla sorpresa, chiuso a tutte le sorprese. È tutto chiuso in sé stesso, chiuso alla grande sorpresa della misericordia. Il suo io non dà spazio a niente a nessuno, nemmeno a Dio.

Quante volte nella Chiesa ci comportiamo in questo modo? Quante volte abbiamo occupato tutto lo spazio anche noi, con le nostre parole, i nostri giudizi, i nostri titoli, la convinzione di avere soltanto meriti? E in questo modo si perpetua quanto era avvenuto quando Giuseppe e Maria, e il Figlio di Dio nel suo ventre, bussavano alle porte dell’ospitalità. Gesù nascerà in una mangiatoia perché, come ci dice il Vangelo, «non c’era posto per loro nell’albergo» (Lc 2,7).

E noi oggi siamo tutti come il pubblicano, abbiamo o vogliamo avere gli occhi bassi e proviamo, vogliamo provare vergogna per i nostri peccati. Come lui, rimaniamo indietro, liberando lo spazio occupato dalla presunzione, dall’ipocrisia e dall’orgoglio. Diciamolo anche noi vescovi, preti, consacrate, consacrati: liberando lo spazio occupato dalla presunzione, dall’ipocrisia e dall’orgoglio.

Non potremmo invocare il nome di Dio senza chiedere perdono ai fratelli e alle sorelle, alla Terra e a tutte le creature.

Cominciamo questa tappa del Sinodo. E come potremmo essere Chiesa sinodale senza riconciliazione? Come potremmo affermare di voler camminare insieme senza ricevere e donare il perdono che ristabilisce la comunione in Cristo?

Il perdono, chiesto e donato, genera una nuova concordia in cui le diversità non si oppongono, e il lupo e l’agnello riescono a vivere insieme (cfr Is 11,6). Coraggioso l’esempio di Isaia!

Di fronte al male e alla sofferenza innocente domandiamo: dove sei Signore? Ma la domanda dobbiamo rivolgerla a noi, e interrogarci sulle responsabilità che abbiamo quando non riusciamo a fermare il male con il bene. Non possiamo pretendere di risolvere i conflitti alimentando violenza che diventa sempre più efferata, riscattarci provocando dolore, salvarci con la morte dell’altro. Come possiamo inseguire una felicità pagata con il prezzo dell’infelicità dei fratelli e delle sorelle?

E questo è per tutti, per tutti: laiche, laici, consacrate, consacrati, per tutti! Alla vigilia dell’inizio dell’Assemblea del Sinodo, la confessione è un’occasione per ristabilire fiducia nella Chiesa e nei suoi confronti, fiducia infranta dai nostri errori e peccati, e per cominciare a risanare le ferite che non smettono di sanguinare, spezzando «le catene della malvagità» (Is 58,6).

Lo diciamo nella preghiera dell’Adsumus con cui domani introdurremo la celebrazione del Sinodo: «Siamo qui oppressi dall’enormità del nostro peccato». E questo peso non vorremmo che rallentasse il cammino del Regno di Dio nella storia.

Noi abbiamo fatto la nostra parte, anche di errori. Continuiamo nella missione per quello che possiamo; ma ora ci rivolgiamo a voi giovani, che aspettate da noi il passaggio di testimonianza, chiedendo perdono anche a voi se non siamo stati testimoni credibili.

E oggi nella memoria liturgica di santa Teresa di Gesù Bambino, patrona delle missioni, domandiamo la sua intercessione.

Breve pausa di silenzio. Poi, tutti in piedi chinano il capo.

Il Santo Padre riprende la parola pregando:

O Padre, siamo qui riuniti consapevoli di avere bisogno del tuo sguardo di amore. 
Abbiamo le mani vuote, possiamo ricevere solo quanto tu puoi donarci. 
Ti chiediamo perdono per tutti i nostri peccati, 
aiutaci a restaurare il tuo volto che abbiamo sfigurato con la nostra infedeltà. 
Chiediamo perdono, provando vergogna, a chi è stato ferito dai nostri peccati.

Donaci il coraggio di un sincero pentimento per la conversione.

Lo chiediamo invocando il Santo Spirito 
perché possa riempire della sua Grazia i cuori che hai creato, in Cristo Gesù Signore nostro.

Tutti chiediamo perdono, tutti siamo peccatori, ma tutti abbiamo la speranza nel tuo amore, Signore. Amen.

_____________________________________________________________________

PAROLE DEL SANTO PADRE DOPO LA CONSEGNA DEL VANGELO

A voi dico: Il Santo Vangelo è la nostra via, la nostra verità, la nostra vita. Lo affido a voi che siete le sentinelle del nuovo giorno nella Chiesa, che vuole essere sinodale per la missione.

Da che il Verbo si è fatto carne, la parola di Gesù cerca la nostra carne, per quanto debole e infedele. Siamo tutti peccatori, siamo tutti mendicanti della misericordia del Padre, per questo abbiamo confessato i nostri peccati. Riceveremo ora la benedizione di Dio che è il soffio di vita, la carezza di speranza che permette a chi è caduto di rialzarsi sempre. E a tutti noi, fratelli e sorelle, ricordiamo che soltanto una volta, una volta, è lecito guardare una persona dall’alto in basso: soltanto per aiutarla a sollevarsi; altrimenti non si può. È lecito guardare una persona dall’alto in basso per aiutarla a sollevarsi.

Ricordate che il Vangelo deve essere custodito e proclamato con mani innocenti e cuore puro, e se qualcuno di noi non ha le mani innocenti, non ha il cuore puro, almeno con cuore pentito.

**********************
 



 




**********************

Vedi anche:



Renato Sacco: «Ma ci interessa ancora davvero chi muore nelle guerre? Chi chiede la pace non è filo Putin o per Hamas»

Renato Sacco
 
«Ma ci interessa ancora davvero chi muore nelle guerre?
Chi chiede la pace non è filo Putin o per Hamas»


 
La riflessione di don Renato Sacco, consigliere nazionale di Pax Christi: « C’è un piano diabolico che cerca di convincerci che la guerra è l'unica strada, e che i morti sì effettivamente ci sono, ma non sono così importanti, sono “effetti collaterali”. Ma questa situazione di oggi interpella davvero il mondo politico? La pastorale? La vita delle nostre comunità? O prevale ancora indifferenza, abitudine o rassegnazione?»



«È troppo sognare che le armi tacciano e smettano di portare distruzione e morte? Il Giubileo ricordi che quanti si fanno “operatori di pace saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5,9). L’esigenza della pace interpella tutti e impone di perseguire progetti concreti». Così si legge nella bolla di indizione del prossimo Giubileo, Spes non confundit.

I giorni che viviamo ci fanno risuonare quella parola: interpella. Me lo sono sempre chiesto e me lo chiedo in questi giorni: ma quando si stava preparando la Seconda guerra mondiale, i campi di concentramento, la gente comune si sentiva interpellata? Non si può dire che non sapesse.

Le parrocchie, i preti come me, ad esempio in Germania, come vivevano quegli anni? Continuava la pastorale normale, le celebrazioni liturgiche ben curate con un numero appropriato di candelabri sull'altare? Certo abbiamo innumerevoli testimonianze di opposizione alla guerra anche col martirio. Lo sappiamo bene.

Ma la stragrande maggioranza? Oggi siamo davanti a un crescendo di guerre, massacri, stragi e bombardamenti. Armi, armi, armi. Queste le parole che sentiamo dai potenti, che si fanno vedere mentre autografano missili, bombe, oppure vanno all'Onu e la denigrano violentemente. Se sfogliamo i giornali vediamo le foto dei potenti delle varie parti. Non esistono le persone, la gente, i popoli.

C'è un piano diabolico che cerca di convincerci che la guerra è l'unica strada, e che i morti sì effettivamente ci sono, ma non sono così importanti, sono “effetti collaterali”.

Se sei contro le armi all'Ucraina allora sei filo Putin. Se critichi Israele sei antisemita e filo Hamas. Figuriamoci se esponi la bandiera palestinese. In questo clima il Parlamento Europeo ha votato per l'invio di armi all'Ucraina per colpire anche la Russia al suo interno. Tutti i potenti europei ci dicono di preparaci alla guerra, anche se, forse, non imminente.

Le armi nucleari non vengono considerate come la possibile fine dell'umanità, ma come un “qualcosa" che comunque va curata, alimentata e sostenuta con tante spese.

Il ministro della Difesa Crosetto ha chiesto altri 7 miliardi di euro per acquistare nuovi F-35, per passare dai 90 previsti a 115. Tutto questo e molto altro può essere considerato normale? Una situazione che sembra non avere una fine né un fine. «Chi non grida con gli ebrei non può cantare il gregoriano», scriveva il teologo Bonoheffer nel 1938.

Oggi quante persone sono nelle condizioni degli ebrei di allora? Assistiamo a genocidi, massacri, bombardamenti e violenze di ogni genere anche sui migranti. È vero che con il ddl 1660, il disegno di legge sulla sicurezza, sarà sempre difficile esprimere dissenso con la stretta liberticida che porta. Ma non possiamo guardare dall'altra parte!

Possiamo continuare a “cantare il gregoriano” come se tutto questo non stia accadendo, ora? O la guerra, le armi, i migranti resteranno un pallino solo di papa Francesco? Proprio lui che ci chiede di saper piangere davanti ai tanti morti, e già al Sacrario di Redipuglia il 13 settembre 2014 disse: «Anche oggi le vittime sono tante. Come è possibile questo? È possibile perché dietro le quinte ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, c'è l'industria delle armi, che sembra essere tanto importante».

C'è il rischio reale di guardare il mondo da tifosi. E ciò che è giusto o sbagliato dipende dal colore della maglia. Ma qui la maglia che dovrebbe contare è l'umanità. E la pace, o la guerra, non può essere solo un argomento trattato in modo asettico dai personaggi in giacca e cravatta che nei vari Telegiornali, col sorriso sulle labbra, cercano di convincerci che in fondo la guerra è una grande opportunità, muove risorse, genera guadagni. Certo! Verissimo. Infatti, quante armi stiamo vendendo a Israele rendendoci complici! E anche i missili a lungo raggio approvati dall'Europarlamento, come scrive Tonio Dell'Olio nell'editoriale di Mosaico di pace di ottobre, «sono una produzione Airbus 37,5%, Bae System 37,5% e Leonardo 25%... Quei missili non potrebbero funzionare senza il consenso che l'Italia è chiamata a fornire dal momento che Alenia fornisce la tecnologia per individuare, seguire e colpire il bersaglio programmato».

Quanti morti sono necessari per arrivare a dire: basta! Per arrivare a un cessate il fuoco? Ma questa situazione di oggi interpella davvero il mondo politico? La pastorale? La vita delle nostre comunità? O prevale ancora molta indifferenza, abitudine o rassegnazione? Qualcuno mi diceva in questi giorni che forse ci accorgeremo della guerra quando cominceranno a scarseggiare i prodotti nei supermercati, quando non ci sarà la possibilità di scegliere tra decine di marche diverse.

Allora ci accorgeremo? Ma sarà, forse, troppo tardi. C'è chi chiede alla Chiesa di parlare di più. E chi invece chiede ai vescovi di non interessarsi di queste cose. Come ebbe a dire don Tonino Bello, contestato come vescovo perché invitava all'obiezione di coscienza, ospite alla trasmissione TV Samarcanda nel 1991: «Cosa devono fare i vescovi? Occuparsi del colore dei paramenti o del numero dei ceri da mettere sull’altare?».
(fonte: Famiglia Cristiana 28/09/2024)


martedì 1 ottobre 2024

VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA FRANCESCO IN LUSSEMBURGO E BELGIO (26-29 settembre 2024) - Conferenza stampa durante il volo di ritorno in Italia (testi, foto e video)

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
IN LUSSEMBURGO E BELGIO

(26-29 settembre 2024)

CONFERENZA STAMPA DEL SANTO PADRE
DURANTE IL VOLO DI RITORNO

Volo Papale
Domenica, 29 settembre 2024


Sul volo che da Bruxelles lo ha ricondotto a Roma domenica 29 settembre Papa Francesco ha risposto come di consueto al termine dei viaggi internazionali alle domande rivoltegli dai giornalisti accreditati.

Introducendo la conversazione, il direttore della Sala stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, ha ringraziato il Pontefice «per questo tempo che vuole dedicarci alla fine di questo viaggio breve ma molto intenso». 

Di seguito pubblichiamo integralmente le parole di Papa Francesco in risposta alle domande rivoltegli, la prima in inglese e qui tradotta.


 

___________________________

Matteo Bruni

Buonasera a tutti. Grazie, Santità, per questo tempo che vuole dedicarci alla fine di questo viaggio breve ma molto intenso. E forse ci vuole dire una parola Lei, prima di cominciare con le domande da parte dei giornalisti. Le do il microfono.


Papa Francesco

Buongiorno! E sono a disposizione delle domande.

1 - Michael Merten - Luxemburger Wort

Holy Father, I’m Michael from “Luxemburger Wort”, a newspaper in Luxemburg, Luxemburg was your first Country and a lot of people remember your stay there and pretty sure also the people in the Espresso Bar that you surprised there. I just wanted to ask what are your impressions from this day in Luxemburg, what do you take back to Rome and maybe you are also surprised by something there?

(Il Lussemburgo è stato il primo Paese e molte persone ricordano la sua visita all’Espresso bar. Vorrei chiederle quali sono le sue impressioni del Lussemburgo e se c’è qualcosa che l’ha sorpresa)

Papa Francesco

Grazie, quella del bar è una ragazzata, la prossima sarà la pizzeria! Il Lussemburgo davvero mi ha impressionato come una società ben equilibrata, con le leggi ben soppesate e anche un’alta cultura. Questo mi ha impressionato tanto, perché io non lo conoscevo. Il Belgio invece lo conoscevo perché sono venuto parecchie volte. Ma il Lussemburgo è stata una sorpresa, per l’equilibro, l’accoglienza, è una cosa che mi ha sorpreso. Credo che forse il messaggio che può dare all’Europa, il Lussemburgo, è proprio questo... Grazie.

Matteo Bruni

Grazie, Santità, e grazie al dottor Merten. La seconda domanda è di Valérie Dupont, della stampa belga di lingua francese.

2 - Valérie Dupont - TV statale Belga francofona RTBF

Esatto, la televisione. Santità, grazie per la disponibilità, scusi la voce ma la pioggia mi ha un po’ colpito. Le sue parole sulla tomba di Re Baldovino hanno provocato un po’ di stupore in Belgio.

Papa Francesco

Ma tu sai che lo stupore è l’inizio della filosofia, e questo va bene!

Valérie Dupont

Magari! Qualcuno l’ha vista anche come una ingerenza politica nella vita democratica del Belgio. La mia domanda è questa. Il processo di beatificazione del re è legato alle sue posizioni? E come possiamo far coincidere il diritto alla vita, la difesa della vita, e anche il diritto delle donne ad avere una vita senza sofferenze?

Papa Francesco

Sono tutte vite. Il re è stato coraggioso perché, davanti a una legge di morte, lui non ha firmato e si è dimesso. Ci vuole coraggio! Ci vuole un politico “con pantaloni” per fare questo, ci vuole coraggio. Questa è una situazione speciale e lui con questo ha dato anche un messaggio. E lui lo ha fatto anche perché era un santo. Quell’uomo è santo e il processo di beatificazione andrà avanti, perché mi ha dato prova di questo.

Le donne. Le donne hanno diritto alla vita: alla vita loro, alla vita dei figli. Non dimentichiamo di dire questo: un aborto è un omicidio. La scienza dice che già a un mese dal concepimento ci sono tutti gli organi. Si mata un essere umano, si uccide un essere umano. E i medici che si prestano a questo sono – permettimi la parola – sono sicari. Sono dei sicari. E su questo non si può discutere. Si uccide una vita umana. E le donne hanno il diritto di proteggere la vita. Un’altra cosa sono i metodi anticoncezionali, questo è un’altra cosa. Non bisogna confondere. Io parlo adesso soltanto dell’aborto. E su questo non si può discutere. Scusami, ma è la verità! Grazie.

Matteo Bruni

Grazie, Santità, e grazie a Valérie Dupont. La terza domanda viene da una giornalista belga di lingua fiamminga, anzi olandese in realtà.

3 - Andrea Vreede - TV belga fiamminga e olandese

Santità, anche durante questo viaggio in Belgio ha avuto un lungo incontro con un gruppo di vittime di abuso sessuale. Spesso nei loro racconti ricorrono grida di disperazione sulla mancanza di trasparenza nelle procedure, le porte chiuse, il silenzio nei loro confronti, la lentezza delle azioni disciplinari, le coperture di cui Lei ha parlato oggi, i problemi sui risarcimenti economici per i danni subiti. Alla fine sembrano cambiare le cose soltanto quando riescono a parlare con Lei, di persona, come ha fatto in questo viaggio. A Bruxelles le vittime Le hanno fatto anche una serie di richieste. Volevo chiederLe come intende procedere con queste richieste? E non sarebbe meglio, forse, creare un dipartimento apposito in Vaticano, un ente indipendente magari, come chiedono alcuni vescovi per affrontare meglio questa piaga nella Chiesa e per recuperare la fiducia dei fedeli?

Papa Francesco

Grazie. L’ultima cosa. C’è il dipartimento in Vaticano. C’è una struttura, il presidente adesso è un Vescovo colombiano, per gli abusi, i casi di abusi. C’è una Commissione e l’ha creata il Cardinale O’Malley. Questo funziona. E si ricevono tutte le cose in Vaticano e si discute. Anche in Vaticano ho ricevuto gli abusati e do forza perché si vada avanti. Questa è la prima cosa.

Secondo. Ho ascoltato gli abusati. Credo che è un dovere. Alcuni dicono: le statistiche dicono che il 40-42-46% degli abusati sono in famiglia e nel quartiere, soltanto il 3% nella Chiesa. Non mi importa questo, io prendo quelli della Chiesa. Abbiamo la responsabilità di aiutare gli abusati e prenderci cura di loro. Alcuni hanno bisogno di un trattamento psicologico, bisogna aiutarli per questo. Si parla anche di un indennizzo di questo, perché nel diritto civile c’è. Nel diritto civile credo che sono 50 mila euro in Belgio: è troppo basso, non è una cosa che serve. La cifra credo che sia quella ma non sono sicuro. Dobbiamo prenderci cura delle persone abusate e punire gli abusatori, punire, perché l’abuso non è un peccato di oggi che domani forse non c’è; è una tendenza, è una malattia psichiatrica e per questo dobbiamo metterli in trattamento e controllarli così. Non si può lasciare un abusatore libero così nella vita normale, con responsabilità nelle parrocchie e nelle scuole. Alcuni vescovi, ai preti che hanno fatto questo, dopo il processo e la condanna, hanno dato lavoro per esempio nella biblioteca, ma senza il contatto con i bambini nelle scuole, nelle parrocchie. E dobbiamo andare avanti con questo. Ho detto ai Vescovi belgi di non avere paura e di andare avanti, avanti. La vergogna è coprire, coprire, questa sì è la vergogna. Grazie a Lei.

Matteo Bruni

La prossima domanda è di Courtney Walsh, di Fox Tv:

4) Courtney Walsh, Fox Tv

Grazie mille del suo tempo. Abbiamo letto questa mattina che bombe di 900 kg sono state messe per l’assassinio mirato di Nasrallah. Ci sono più di mille sfollati, tanti morti. La mia domanda è: Lei pensa che Israele forse è andato oltre in Libano e a Gaza? E come si può risolvere questo? C’è un messaggio per queste persone lì?

Papa Francesco

Tutti i giorni telefono alla parrocchia di Gaza. Ci sono lì dentro, parrocchia e scuola, più di 600 persone, e mi dicono le cose che succedono, anche le crudeltà che succedono lì. Riguardo a quello che Lei mi dice, non ho capito bene come sono state le cose. Ma la difesa dev’essere sempre proporzionata all’attacco. Quando c’è qualcosa di sproporzionato si fa vedere una tendenza dominatrice che va oltre la moralità. Se un Paese con le forze fa queste cose – parlo di qualsiasi Paese –, fa queste cose in un modo così “superlativo”, sono azioni immorali. Anche nella guerra c’è una moralità da custodire. La guerra è immorale, ma le regole di guerra indicano qualche moralità. Ma quando questo non si fa, si vede – noi diciamo in Argentina – il “cattivo sangue” di queste cose.

Matteo Bruni

Grazie, Santità, grazie a Courtney. Forse possiamo fare un’ultima domanda, visto il tempo un po’ più breve di questo rispetto all’ultimo dei voli: c’è Annachiara Valle, di Famiglia Cristiana:

5) Annachiara Valle, Famiglia Cristiana

Grazie, Santità. Ieri dopo l’incontro all’Università Cattolica di Lovanio è stato diffuso un comunicato dove, leggo, “l’Università deplora le posizioni conservatrici espresse da Papa Francesco sul ruolo della donna nella società”. Loro dicono che è un po’ restrittivo parlare della donna soltanto come maternità, fecondità, cura che, anzi, questo è un po’ discriminatorio perché è un ruolo che spetta anche agli uomini. E legato a questo entrambe le Università le hanno posto la questione dei ministeri ordinati nella Chiesa.

Papa Francesco

Prima di tutto: questo comunicato è stato fatto nel momento in cui io parlavo. È stato pre-fatto e questo non è morale. Moralità. Riguardo alla donna: io parlo sempre della dignità della donna e lì ho detto una cosa che non posso dire degli uomini: la Chiesa è donna, è la sposa di Gesù. Maschilizzare la Chiesa, maschilizzare le donne non è umano, non è cristiano. Il femminile ha la propria forza. Anzi, la donna – lo dico sempre, e questo l’ho detto – è più importante degli uomini, perché la Chiesa è donna, la Chiesa è sposa di Gesù. Se questo a quelle signore sembra conservativo, io sono Carlo Gardell [noto cantante di tango argentino]. Perché non si capisce… Vedo che c’è una mente ottusa che non vuol sentire parlare di questo. La donna è uguale all’uomo, è uguale, anzi, nella vita della Chiesa la donna è superiore, perché la Chiesa è donna. Riguardo al ministero, è più grande la misticità della donna che il ministero. C’è un grande teologo [Hans Urs von Balthasar] che ha fatto studi su questo: chi è più grande, il ministero petrino o il ministero mariano? È più grande il ministero mariano perché è un ministero di unità che coinvolge, l’altro è ministero di conduzione, di guida. La maternità della Chiesa è una maternità di donna. Il ministero è un ministero molto minore, dato per accompagnare i fedeli, ma sempre dentro la maternità. E su questo vari teologi hanno studiato, e dire questo è una cosa reale, non dico moderna, ma reale. Non è antiquato. Un femminismo esagerato che vuol dire che la donna sia “maschilista”, questo non funziona. Una cosa è il maschilismo, che non va, una cosa è il femminismo, che non va. Quello che va è la Chiesa donna che è più grande del ministero sacerdotale. E questo a volte non lo si pensa. Grazie per la domanda.

E grazie a tutti voi per questo viaggio, per il lavoro che avete fatto. Mi spiace che il tempo sia stretto qui. Ma grazie, grazie tante! Prego per voi, voi pregate per me. Pregate a favore! Grazie.

(al Papa viene ricordata la tragedia delle cinquanta persone disperse in mare al largo delle Canarie)

Mi fa dolore, quelle persone disperse alle Canarie. Oggi tanti, tanti migranti che cercano libertà si perdono in mare o vicino al mare. Pensiamo a Crotone: a 100 metri da terra... Pensiamo a lì. È da piangere questo, è da piangere. Grazie.


************

Vedi anche tutti i post del viaggio già pubblicati:

Intenzione di preghiera per il mese di Ottobre 2024: Preghiamo per una missione condivisa. (commento, testo, video e tweet)

Intenzione di preghiera per il mese di Settembre 2024 
Preghiamo per una missione condivisa.


Il testo in italiano del videomessaggio del Papa

Preghiamo per una missione condivisa

Tutti noi cristiani siamo responsabili della missione della Chiesa. 
Tutti i sacerdoti. Tutti.

Noi sacerdoti non siamo i capi dei laici, ma i loro pastori. 

Gesù ci ha chiamati, gli uni e gli altri: 
non gli uni sopra gli altri, 
né gli uni da una parte e gli altri dall’altra, 
ma completandoci reciprocamente. 

Siamo comunità.
 Per questo dobbiamo camminare insieme,
 percorrendo il cammino della sinodalità.

Certo, voi potreste chiedermi: 
che cosa posso fare io, autista di autobus?
 Io, contadina? O io, pescatore? 
Quello che dobbiamo fare tutti: 
dare testimonianza con le nostre vite. 
E condividere la responsabilità della missione della Chiesa.

I laici, i battezzati, sono nella Chiesa a casa propria 
e devono prendersene cura. 
Lo stesso vale per noi, i sacerdoti, i consacrati. 
Ognuno contribuendo con ciò che sa fare meglio. 

Siamo corresponsabili nella missione, 
partecipiamo e viviamo nella comunione della Chiesa.

Preghiamo perché la Chiesa 
continui a sostenere in ogni modo uno stile di vita sinodale, 
nel segno della corresponsabilità, 
promuovendo la partecipazione, la comunione e la missione 
condivisa tra sacerdoti, religiosi e laici.

****************

Il Papa: preghiamo per uno stile di vita sinodale 
e condividiamo la missione della Chiesa

Nell’intenzione di preghiera di ottobre diffusa attraverso la Rete Mondiale di Preghiera del Papa, Francesco chiede di pregare perché, “nel segno della corresponsabilità”, si promuovano la partecipazione e la comunione “tra sacerdoti, religiosi e laici”. Padre Fornos: in questo mese il Pontefice ci incoraggia a pregare perché il Sinodo “sia un vero momento di incontro, ascolto reciproco e discernimento comunitario, guidato dallo Spirito Santo”


“Tutti noi cristiani siamo responsabili della missione della Chiesa”, per tale motivo insieme, bisogna percorrere “il cammino della sinodalità”. È l’invito che Papa Francesco rivolge nel videomessaggio con l’intenzione di preghiera per il mese di ottobre diffusa attraverso la Rete Mondiale di Preghiera del Papa - Opera Pontificia, la cui missione è di mobilitare i cattolici attraverso la preghiera e l’azione di fronte alle sfide dell’umanità e della missione della Chiesa - che esorta: “Preghiamo perché la Chiesa continui a sostenere in ogni modo uno stile di vita sinodale, nel segno della corresponsabilità, promuovendo la partecipazione, la comunione e la missione condivisa tra sacerdoti, religiosi e laici”.

L'intenzione di preghiera del Papa per il mese di ottobre

Corresponsabili nella missione

Il Pontefice spiega che tutti i cristiani – laici, sacerdoti, religiosi – sono “corresponsabili nella missione”, perché “partecipiamo e viviamo nella comunione della Chiesa”. I presbiteri non sono “i capi dei laici, ma i loro pastori”, specifica Francesco, aggiungendo che “Gesù ci ha chiamati, gli uni e gli altri”, che “siamo comunità” e per questo ci completiamo “reciprocamente”. Non importa se si è “autista di autobus”, “contadini” o “pescatori, perché per tutti la missione è la stessa: “dare testimonianza con le nostre vite”, “ognuno contribuendo con ciò che sa fare meglio”. “I laici, i battezzati, sono nella Chiesa a casa propria e devono prendersene cura - sottolinea il Papa -. Lo stesso vale per noi, i sacerdoti, i consacrati”.

“Siamo corresponsabili nella missione, partecipiamo e viviamo nella comunione della Chiesa.”


Condividere i talenti

Le immagini che accompagnano il messaggio di Francesco mostrano la ricchezza del popolo di Dio: i vari ministeri all’interno e al di fuori delle parrocchie, i diversi carismi, i momenti di vita comune. A raccontarli la diocesi di Brooklyn, che conta 200 chiese dove vengono celebrate Messe in 26 lingue diverse, data l'ampia presenza di immigrati. Coinvolgendo un gruppo di professionisti laici della comunicazione religiosa, quello della diocesi americana è proprio un esempio di missione condivisa. La produzione del video che accompagna le parole del Papa è stata infatti curata da DeSales Media, realtà attiva nella comunicazione e nei media nella Chiesa di Brooklyn, con il sostegno della Fondazione Pro Rete Mondiale di Preghiera del Papa e la collaborazione della Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi. “Attraverso la nostra partnership con DeSales Media, abbiamo messo in evidenza i contributi dei laici nella nostra diocesi e sfidato i fedeli a creare una comunità di fede e di servizio audace, gioiosa e accogliente”, ha detto monsignor Robert J. Brennan, vescovo di Brooklyn, aggiungendo che il team “si impegna ogni giorno a fare la propria parte nel condividere la missione”. “Come professionisti della comunicazione, siamo stati chiamati a mettere i nostri talenti e la nostra esperienza al servizio della Chiesa”, ha affermato Dominic Ambrosio, direttore dei programmi e della produzione di DeSales Media, auspicando questo lavoro possa ispirare “altri a condividere ancora di più i propri talenti e la propria fede”.

Locandina delle intenzioni di preghiera del mese di ottobre

Un invito collettivo

Questo di ottobre, in cui viene celebrata l’assemblea sinodale a Roma, “culmine di un cammino iniziato tre anni fa e carico di aspettative, desideri e speranze”, è un “momento cruciale” riflette padre Frédéric Fornos, direttore internazionale della Rete Mondiale di Preghiera del Papa, “è un tempo per ascoltare, in mezzo alla lotta spirituale che inevitabilmente sarà presente, ciò che lo Spirito del Signore dice alla Chiesa”. Il sacerdote gesuita evidenzia che nel video “Papa Francesco mette l’accento su ciò che è essenziale: ‘Siamo corresponsabili nella missione’”. Un approccio, come rimarca il Papa, che “dovrebbe essere naturale, poiché tutti siamo battezzati in Cristo. Tuttavia, il fatto che siano necessari tre anni per prendere coscienza della sua necessità conferma la portata della sfida che la Chiesa si trova davanti nel suo cammino verso una vera sinodalità”, prosegue padre Fornos, che richiama le parole ripetute più volte da Francesco: “Senza preghiera non ci sarà Sinodo”. “Solo la preghiera può trasformare i cuori attaccati a tradizioni umane e interessi personali e rendere la Chiesa più fedele al Vangelo” conclude il direttore internazionale della Rete Mondiale di Preghiera del Papa, che nelle intenzioni del Pontefice per il mese di ottobre scorge un incoraggiamento “a unirci in preghiera per il Sinodo, perché sia un vero momento di incontro, ascolto reciproco e discernimento comunitario, guidato dallo Spirito Santo”.

Una infografica delle intenzioni di preghiera del mese di ottobre

(fonte: Vatican News, articolo di Tiziana Campisi 30/09/2024)

****************

Anche nel mese di Ottobre l'intenzione di preghiera del Papa è stata divulgata con un tweet