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giovedì 8 febbraio 2024

Papa Francesco «La tristezza, da emozione naturale può trasformarsi in uno stato d’animo malvagio... Che lo Spirito di Gesù risorto ci aiuti a vincere la tristezza con la santità.» Udienza 07/02/2024 (foto, testo e video)

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 7 febbraio 2024


Nell'Aula Paolo VI sono presenti circa 5.500 fedeli e pellegrini e Papa Francesco, continuando il ciclo di catechesi su “I vizi e le virtù”, incentra la sua riflessione sulla "tristezza"
Subito fa una distinzione tra due diversi generi di tristezza: quella che fa parte del cammino di conversione del cristiano e che la grazia di Dio trasforma in gioia, e quella che "si insinua nell’anima e che la prostra in uno stato di abbattimento", naturalmente è questa la tristezza che va combattuta, afferma il Papa, "risolutamente e con tutta forza, perché essa viene dal Maligno".
«Un demone subdolo» che i «padri del deserto descrivevano come un verme del cuore», capace di erodere e svuotare «chi l’ha ospitato». questa è l’immagine forte scelta da Francesco per parlarne.










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Il testo qui di seguito include anche parti non lette che sono date ugualmente come pronunciate.

Catechesi. I vizi e le virtù. 7. La tristezza


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nel nostro itinerario di catechesi sui vizi e le virtù, oggi ci soffermiamo su un vizio piuttosto brutto, la tristezza, intesa come un abbattimento dell’animo, un’afflizione costante che impedisce all’uomo di provare gioia per la propria esistenza.

Anzitutto bisogna notare che, a proposito della tristezza, i Padri avevano elaborato un’importante distinzione. Vi è infatti una tristezza che conviene alla vita cristiana e che con la grazia di Dio si muta in gioia: questa, ovviamente, non va respinta e fa parte del cammino di conversione. Ma vi è anche una seconda figura di tristezza che si insinua nell’anima e che la prostra in uno stato di abbattimento: è questo secondo genere di tristezza che deve essere combattuto risolutamente e con tutta forza, perché essa viene dal Maligno. Questa distinzione la troviamo anche in San Paolo, che scrivendo ai Corinzi dice così: «La tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte» (2 Cor 7,10).

C’è dunque una tristezza amica, che ci porta alla salvezza. Pensiamo al figlio prodigo della parabola: quando tocca il fondo della sua degenerazione prova grande amarezza, e questa lo spinge a rientrare in sé stesso e a decidere di tornare a casa di suo padre (cfr Lc 15,11-20). È una grazia gemere sui propri peccati, ricordarsi dello stato di grazia da cui siamo decaduti, piangere perché abbiamo perduto la purezza in cui Dio ci ha sognati.

Ma c’è una seconda tristezza, che invece è una malattia dell’anima. Nasce nel cuore dell’uomo quando svanisce un desiderio o una speranza. Qui possiamo fare riferimento al racconto dei discepoli di Emmaus. Quei due discepoli se ne vanno da Gerusalemme con il cuore deluso, e allo sconosciuto che a un certo punto li affianca confidano: «Noi speravamo che fosse lui – cioè Gesù – a liberare Israele» (Lc 24,21). La dinamica della tristezza è legata all’esperienza della perdita. Nel cuore dell’uomo nascono speranze che vengono a volte deluse. Può essere il desiderio di possedere una cosa che invece non si riesce ad ottenere; ma anche qualcosa di importante, come una perdita affettiva. Quando questo capita, è come se il cuore dell’uomo cadesse in un precipizio, e i sentimenti che prova sono scoraggiamento, debolezza di spirito, depressione, angoscia. Tutti attraversiamo prove che generano in noi tristezza, perché la vita ci fa concepire sogni che poi vanno in frantumi. In questa situazione, qualcuno, dopo un tempo di turbamento, si affida alla speranza; ma altri si crogiolano nella malinconia, permettendo che essa incancrenisca il cuore. Si sente piacere in questo? Vedete: la tristezza è come il piacere del non piacere; è come prendere una caramella amara, senza zucchero, cattiva, e succhiare quella caramella. La tristezza è un piacere del non piacere.

Il monaco Evagrio racconta che tutti i vizi hanno di mira un piacere, per quanto effimero esso possa essere, mentre la tristezza gode del contrario: del cullarsi in un dolore senza fine. Certi lutti protratti, dove una persona continua ad allargare il vuoto di chi non c’è più, non sono propri della vita nello Spirito. Certe amarezze rancorose, per cui una persona ha sempre in mente una rivendicazione che le fa assumere le vesti della vittima, non producono in noi una vita sana, e tanto meno cristiana. C’è qualcosa nel passato di tutti che dev’essere guarito. La tristezza, da emozione naturale può trasformarsi in uno stato d’animo malvagio.

È un demone subdolo, quello della tristezza. I padri del deserto lo descrivevano come un verme del cuore, che erode e svuota chi l’ha ospitato. Questa immagine è bella, ci fa capire. E allora che cosa devo fare quando sono triste? Fermarti e vedere: questa è una tristezza buona? È una tristezza non buona? E reagire secondo la natura della tristezza. Non dimenticatevi che la tristezza può essere una cosa molto brutta che ci porta al pessimismo, ci porta a un egoismo che difficilmente guarisce.

Fratelli e sorelle, dobbiamo stare attenti a questa tristezza e pensare che Gesù ci porta la gioia della risurrezione. Per quanto la vita possa essere piena di contraddizioni, di desideri sconfitti, di sogni irrealizzati, di amicizie perdute, grazie alla risurrezione di Gesù possiamo credere che tutto sarà salvato. Gesù non è risorto solo per se stesso, ma anche per noi, per riscattare tutte le felicità che nella nostra vita sono rimaste incompiute. La fede scaccia la paura, e la risurrezione di Cristo rimuove la tristezza come la pietra dal sepolcro. Ogni giorno del cristiano è un esercizio di risurrezione. Georges Bernanos, nel suo celebre romanzo Diario di un curato di campagna, così fa dire al parroco di Torcy: «La Chiesa dispone della gioia, di tutta quella gioia che è riservata a questo triste mondo. Ciò che avete fatto contro di lei, lo avete fatto contro la gioia». E un altro scrittore francese, León Bloy, ci ha lasciato quella stupenda frase: «Non c’è che una tristezza, […] quella di non essere santi». Che lo Spirito di Gesù risorto ci aiuti a vincere la tristezza con la santità.

Guarda il video della catechesi

Saluti

...

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto le Pie Discepole di Divin Maestro, che celebrano il Centenario di fondazione: possa questa ricorrenza essere uno stimolo per rinsaldare gli ideali religiosi e per esprimere in modo sempre più generoso la dedizione a Dio e ai fratelli. Saluto i sacerdoti, accompagnati dall’Arcivescovo Giovanni Tani, che ricordano il 25° di Ordinazione e auspico che il giubileo sacerdotale sia per ciascuno fonte di rinnovata dedizione a Cristo e alla Chiesa.

Accolgo con affetto i Seminaristi dei Padri di Schoenstatt, i fedeli di Casal di Principe, la Delegazione della Fiaccola benedettina e le Associazioni Spe Salvi e Insuperabile: a tutti auguro di saper crescere e operare, con l’aiuto del Signore, testimoniando la fraternità e la solidarietà.

E non dimentichiamo le guerre, non dimentichiamo la martoriata Ucraina, la Palestina, Israele, i Rohingya, tante, tante guerre che sono dappertutto. Preghiamo per la pace. La guerra sempre è una sconfitta, sempre. Preghiamo per la pace. Ci vuole la pace.

Il mio pensiero va infine ai giovani, ai malati, agli anziani e agli sposi novelli. La Vergine di Lourdes, che festeggeremo domenica prossima, vi accompagni con tenerezza materna nel vostro cammino. A tutti la mia Benedizione!


Guarda il video integrale


mercoledì 7 febbraio 2024

Festival di Sanremo, Dargen D'Amico porta all’Ariston l’appello per il cessate il fuoco

Festival di Sanremo,
Dargen D'Amico porta all’Ariston l’appello per il cessate il fuoco

“Il nostro silenzio è corresponsabilità. La Storia, Dio, non accettano la scena muta” ha detto il cantante in gara con la canzone Onda Alta

Dargen D'Amico a Sanremo

“Nel mar Mediterraneo in questo momento ci sono bambini sotto le bombe senza acqua, senza cibo. e in questo momento il nostro silenzio è corresponsabilità. La Storia, Dio, non accettano la scena muta, cessate il fuoco”. E’ l’appello per lo stop alla guerra in Palestina lanciato da Dargen D’Amico nella nottata di ieri, durante la prima serata del Festival di Sanremo. In gara con il brano “Onda Alta” il cantante ha inserito anche nel testo della sua canzone chiari riferimenti agli sconvolgimenti geopolitici in corso: “C’è una guerra di cuscini, ma cuscini un po’ pesanti. Se la guerra è dei bambini la colpa è di tutti quanti”.

Un ringraziamento all'artista per “aver menzionato da un palco così prestigioso la drammatica situazione dei bambini e delle bambine che vivono in zone di conflitto” è arrivato da Andrea Iacomini portavoce dell’Unicef per l’Italia. “E’ di fondamentale importanza ricordare che più di 500 milioni di bambini, dall’Ucraina a Gaza, dal Sudan al Myanmar, dalla Siria allo Yemen, in questo preciso istante si trovano ad affrontare la dura realtà della guerra, senza cibo né acqua, al freddo e senza un riparo - aggiunge -. Grazie di cuore a Dargen per questo importante messaggio e al conduttore Amadeus per aver dato prezioso spazio a parole così significative in questo tragico momento storico per i più piccoli come non si vedeva dal 1946” .
(fonte: Redattore Sociale 07/02/2024)

Bullismo, il decalogo Erickson sugli atteggiamenti a scuola

Bullismo, il decalogo Erickson
sugli atteggiamenti a scuola

In vista della Giornata nazionale contro il bullismo e il cyberbullismo, Erickson presenta dieci consigli per gli insegnanti


Il termine bullismo (dall'inglese bullying, tiranneggiare, spadroneggiare, intimidire) indica un abuso di potere fisico, verbale o psicologico, attuato in modo ripetuto e organizzato contro qualcuno che non è in grado di difendersi. Secondo i dati dell'ultimo Monitoraggio dei fenomeni di bullismo e cyberbullismo (2021), a cura del ministero dell'Istruzione in collaborazione con l'Università di Firenze, su un campione di 314.500 studenti e studentesse di 765 scuole statali secondarie di secondo grado e di 46.250 docenti afferenti a 1.849 Istituti scolastici statali, il 22,3% degli studenti e delle studentesse è stato vittima di bullismo da parte dei pari (19,4% in modo occasionale e 2,9% in modo sistematico); il 18,2% ha preso parte attivamente a episodi di bullismo verso un compagno o una compagna (16,6% in modo occasionale e 1,6% in modo sistematico); l'8,4% ha subito episodi di cyberbullismo (7,4% in modo occasionale e 1% in modo sistematico); il 7% ha preso parte attivamente a episodi di cyberbullismo (6,1% in modo occasionale e 0,9% in modo sistematico).

L'ultima uscita della serie Erickson "Cosa fare e non" - collana di guide pratiche e approfondite per insegnanti ed educatori - dedicata appunto ai fenomeni del bullismo e del cyberbullismo, nasce come un manuale di sostegno per insegnanti che mantengono la capacità di osservare e di sospettare disagio negli sguardi bassi e nei non detti di alcuni studenti. Insegnanti che vogliono farsi carico della dilagante povertà relazionale prima che si connoti come violenza, e che hanno a cuore la salute della Scuola come ambiente di relazione, luogo di confronto e di crescita per i ragazzi, ma anche per loro stessi.

Dopo una ricca introduzione al contesto di studi e di sviluppo del fenomeno, Bullismo (cosa fare e non) si suddivide in quattro ampi capitoli dedicati: al bullo, alla vittima, al gruppo e al contesto (familiare e non solo). Per ciascuno, si evidenziano le ragioni alla base del comportamento e le modalità di interazione e reazione che insegnanti ed educatori in genere possono mettere in atto per fronteggiare la situazione, nel rispetto e nel migliore interesse di tutte le parti.

In occasione della Giornata nazionale contro il bullismo e il cyberbullismo, che si celebra il 7 febbraio, Erickson propone un decalogo estratto dai consigli contenuti nel manuale:
  • Tenere a mente che il bullo vorrebbe essere parte attiva delle situazioni.
  • NON chiamare sempre in causa l'autorevolezza del proprio ruolo di insegnanti/educatori.
  • Valorizzate l'esigenza del bullo di ricercare relazioni, seppur con modalità disfunzionali.
  • NON avallare l'idea che essere forti significhi non provare sentimenti.
  • NON giudicare la persona, ma i comportamenti.
  • NON schierarsi apertamente dalla parte della vittima: anche il bullo è una vittima e ha bisogno di aiuto.
  • NON fare riferimento a carenze nell'ambiente familiare del bullo.
  • NON fare presente alla vittima le sue difficoltà relazionali prima di averla protetta dalle prepotenze.
  • NON lavorare con il gruppetto di alunni (autori e vittime) della dinamica senza coinvolgere l'intero gruppo classe.
  • NON colpevolizzare i genitori.
(fonte: Redattore Sociale 06/02/2024)


L’unico spazio di libertà - Chiamiamo i Cpr con il loro vero nome: lager

L’unico spazio di libertà

Centro di detenzione per migranti - Ansa

Sotto una piccola Sindone, il suo autoritratto, c’è quella scritta sul muro:
Ousmane Sylla Se morissi vorrei che il mio corpo fosse portato in Africa, mia madre ne sarebbe lieta. I militari italiani non capiscono nulla a parte il denaro. L’Africa mi manca molto e anche mia madre, non deve piangere per me. Pace alla mia anima, che io possa riposare in pace.

E quando c’è una scritta così non c’è più niente da aggiungere, l’esercizio stesso della scrittura resta esercizio. È quello che si prova visitando gli archivi di Pieve Santo Stefano, scendendo giù nei ricoveri della seconda guerra mondiale ricavati dai tunnel borbonici a Napoli, quello che sentiamo andando a Via Tasso a rileggere i messaggi lasciati dai condannati a morte dai nazisti, non lontano da questa nuova lapide del Centro Permanenza e Rimpatrio di Ponte Galeria, in cui non si riesce a entrare, su cui da giorni si rincorrevano allarmi, e infatti, poi, eccolo. Ha lasciato una scritta semplice e incancellabile, quella scritta dice. Una scritta non è una cosa qualunque, una scritta è sempre un manifesto quando fatta su un muro, sta sempre a urlare agli altri anche quando ci sembra intima, come questa.

Quella scritta dice. Dice quello che tutti sempre vogliamo, quello che ogni migrante sogna, andare, vedere, vivere, lavorare, aiutare chi abbiamo lasciato, tornare.

E poi dice che il suicidio è l’unico spazio di libertà, l’ultima capriola concessa nell’angolo della reclusione. Che è insieme un atto di disperazione, ma anche un atto di liberazione e di speranza. Gli altri, i liberi, restano e per gli altri quel gesto deve valere come condanna.

L’impiccagione non è un suicidio qualunque: è un’accusa – Antigone si impicca con i veli che l’avrebbero dovuta vedere sposa – spesso l’unica accusa a cui possono ricorrere i ristretti. E dice che i sistemi di reclusione in Italia ci rappresentano bene come una società incapace e disamorata: abbandonati a loro stessi, luogo di dolore sia fisico che mentale, luoghi in cui fatica a entrare non già il concetto di speranza, ma quello di sopravvivenza. Dice che i centri per il rimpatrio tengono chiuse dentro persone innocenti, in attesa di cosa.

Quelle frasi sono la nostra condanna, il suo atto di accusa per noi perché qualunque persona libera è responsabile per qualunque recluso. L’insostenibile paradosso di trovarla in un centro per il rimpatrio è che dice anche di un nostos negato.

Mentre scriveva aveva ancora ventuno anni, e viveva – e vive – di parole bellissime: Vorrei. Mia madre. L’Africa. La mia anima. Pace. Cinque passaggi dal mondo ingiusto a quello giusto.

Ousmane Sylla muore consegnandoci un messaggio che splende tutta l’umanità che non gli abbiamo saputo dare: lui, mentre lo uccidevamo, la custodiva.

Se un funerale nobile dovesse esserci oggi in Italia dovrebbe essere per Ousmane Sylla, poi, dopo: quella parola rimpatrio sotto cui è rimasto, sospeso in vita, sospeso in morte, sarebbe l’unico tardivo atto di pietà.
(fonte: Il Manifesto, articolo di Valeria Parrella 06/02/2024)


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Sea-Watch. 
Chiamiamo i Cpr con il loro vero nome: lager

(Foto di Italia che Cambia)

Ci sono luoghi nel cuore dell’Europa in cui i diritti umani sono sospesi.
In cui le persone sono ammassate, sedate, sottoposte a tortura psicologica, costrette a vivere in spazi indecenti.
Si chiamano centri per il rimpatrio e, nel piangerne l’ultima vittima, vogliamo chiamarli col loro nome: lager.

Lo scrive l’Ong Sea-Watch su X

Qualche anno fa Papa Francesco definì “lager” i centri di detenzione in Libia.
Ebbene, i lager esistono anche in Italia.
Le persone che vi sono costrette da anni cercano di far sentire la loro voce protestando sempre più forte o, come nel caso di Ousmane, togliendosi la vita.

La risposta dello Stato non è stata quella di migliorare le condizioni di vita dei reclusi ma di alzare le pene per chi alza la testa.

Il recente pacchetto sicurezza ha introdotto 6 anni di pena per le rivolte dentro ai CPR.

Chi ieri ha protestato per la morte del compagno di detenzione Ousmane rischia il carcere.

Il Governo ha identificato proprio nei CPR la modalità di gestione degli arrivi, promuovendo un sistema liberticida e disumanizzante, che pone le persone in stato di detenzione amministrativa senza aver commesso alcun reato se non l’ingresso in Italia, in cerca di protezione o migliori opportunità.

La legge Cutro, infangando la memoria delle vittime del naufragio di cui porta il nome, prevede la costruzione di un CPR in ogni regione e, lontano dagli occhi lontano dal cuore, questo modello vuole essere esportato anche oltreconfine, in Albania.

L’esistenza dei CPR è una vergogna per l’Italia e per l’Europa. L’unica riforma possibile dei Centri per il rimpatrio è la loro definitiva chiusura.
(fonte: Pressenza  - Sea Watch 05.02.24)


martedì 6 febbraio 2024

Pierpaolo Loi - A 5 anni dal Documento sulla Fratellanza Umana

Pierpaolo Loi*
A 5 anni dal Documento sulla Fratellanza Umana

(Foto di Vatican News)

Il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti, papa Francesco e Ahmad al-Tayyeb, Grande Imam dell’Università e Moschea al-Azhar del Cairo, firmavano congiuntamente il “Documento sulla Fratellanza umana per la Pace mondiale e la Convivenza comune”. Nel dicembre 2020 fu istituita da parte dell’Onu la Giornata internazionale della Fratellanza umana da celebrarsi il 4 febbraio di ogni anno. Nel febbraio del 2022 fu inaugurata sempre ad Abu Dhabi la Casa della Famiglia di Abramo, un unico edifico all’interno del quale sono presenti una moschea, una sinagoga e una chiesa unite da uno spazio comune per testimoniare che è possibile l’unità della famiglia umana e la convivenza comune nel rispetto e nell’incontro delle differenze. Personalmente, penso che nella città del futuro ci debba essere una grande piazza sulla quale si affacciano un tempio indù, una pagoda, una sinagoga, una chiesa, una moschea, ecc.

Papa Francesco e Ahmad al-Tayyeb si rivolgevano non solo ai credenti, ma a tutti coloro che hanno responsabilità nel determinare le sorti dell’Umanità a livello sociale, economico e politico. “La fede porta il credente a vedere nell’altro un fratello da sostenere e da amare”, è l’incipit del documento; la fede in un credo religioso deve impegnare persone, le comunità e le istituzioni a realizzare la fratellanza e la sorellanza fra gli esseri umani e la pace universale.

Il desiderio e il sogno di una umanità pacificata, a cinque anni di distanza da quello storico evento, sembra essersi infranto a causa del dilagare degli estremismi religiosi e nazionali e dell’intolleranza, dell’ingiustizia sociale, della proliferazione delle industrie belliche e dell’uso della guerra come strumento per risolvere i conflitti tra le Nazioni.

L’ONU, nato dopo la Seconda Guerra Mondiale per debellare il flagello della guerra, ha abdicato alla sua missione originaria. E la follia della guerra, la terza guerra mondiale a pezzi, come l’ha definita papa Francesco, dilaga senza trovare argine e, sempre più, in forma genocida com’è evidente nello sterminio di decine di migliaia di civili palestinesi nella Striscia di Gaza.

In questi giorni si svolge ad Abu Dhabi il IV Congresso Internazionale di “PLURIEL”, la Piattaforma Universitaria di Ricerca sull’Islam che riunisce circa 180 studiosi e ricercatori di 27 Paesi impegnati nel dialogo tra cristiani e musulmani. Nel suo messaggio di apprezzamento per l’iniziativa, papa Francesco sottolinea l’importanza di un dialogo fattivo: “Facciamo in modo che il nostro sogno di fratellanza nella pace non si fermi alle parole!”. Il Papa insiste sull’importanza della “conoscenza dell’altro”: cambiare l’immagine negativa dell’altro, per evitare di costruire una civiltà dell’“anti-fratello”, ridotto a nemico senza umanità. Per far questo è necessario un cambiamento del linguaggio nell’insegnamento, nei discorsi, nelle pubblicazioni. Sottolinea, inoltre, l’importanza della capacità di ascolto per lo sviluppo dell’intelligenza umana: “Quanti mali si potrebbero evitare se ci fosse più ascolto, silenzio e al contempo parole vere, nelle famiglie, nelle comunità politiche o religiose, all’interno stesso delle università e tra i popoli e le culture!”.
(fonte: Pressenza 05.02.24)
*Pierpaolo Loi
Nato a Orroli (NU) nel 1952, maestro, oggi in pensione. Laureato in Teologia e in Filosofia, ha collaborato con diversi periodici, quali la Rivista Comunità la Collina – Fa’ che nessuno si perda, la rivista online Il dialogo (www.ildialogo.org).
Attualmente è membro attivo del Comitato nazionale promotore della Giornata ecumenica del dialogo cristiano-islamico. Impegnato nella solidarietà internazionale con l’Associazione Rete Radié Resch, fondata da Ettore Masina, partecipa al movimento per la pace e la nonviolenza, coltivando il sogno di un mondo senza guerre.

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Vedi anche:

Enzo Bianchi: L’unità della Chiesa è a rischio

Enzo Bianchi
L’unità della Chiesa è a rischio


La Repubblica - 29 Gennaio 2024

Di fronte alla richiesta di molti episcopati e di cattolici presenti soprattutto in occidente, Papa Francesco, che fin dall’inizio del suo pontificato ha mostrato di dare alla carità e alla misericordia il primato assoluto nella vita ecclesiale, ha concesso, o meglio ha esplicitato, la possibilità di dare la benedizione a quanti vivono una situazione contradditoria alla dottrina cattolica: divorziati, persone conviventi, omofili, eccetera. Perché se finora sono stati esclusi, emarginati e giudicati per la condanna della chiesa, possano invece vivere, sentirsi nella comunione, e riconosciuti per il bene che sanno vivere tra loro e con gli altri.

Benedire qualcosa o qualcuno significa lodare e ringraziare Dio per la creazione, la presenza di quelle realtà o di quelle persone. Per questo, il Papa non intende certo assimilare la benedizione delle copie omofili al matrimonio – che nella tradizione cattolica è un sacramento –, e dunque tale benedizione non può essere mai liturgica, né avvenire in una assemblea ecclesiale eucaristica o semplicemente orante. Quelli che chiedono la benedizione, secondo le opportunità offerte dalla vita quotidiana, possono ottenerla: nella piena consapevolezza, però, che questo non significa un’approvazione o una conferma implicita accordata al loro comportamento ma solo un riconoscimento delle pepite d’amore che sono presenti nella loro relazione come sono presenti nelle coppie nuziali formate da uomo e donna. Le persone sono sempre più grandi del loro peccato come ha testimoniato Gesù!

È la conoscenza della realtà quotidiana che spinge il cristiano che conosce e frequenta persone che sono in queste situazioni, considerate irregolari dalla chiesa cattolica, a discernere che, come in ogni coppia, anche in queste c’è amore, dedizione, cura e reciproca sopportazione: come si potrebbe allora non ringraziare e benedire Dio per i suoi doni, per il bene che si manifesta nella loro vita?

Nell’Antico Testamento e nell’apostolo Paolo c’è la condanna di queste situazioni: coabitazione, omosessualità, incesto... e la chiesa, in obbedienza alla parola di Dio contenuta nelle sacre Scritture, deve rileggere queste prese di posizione e interpretarle tenendo conto del tempo in cui viviamo. Ma oggi, lo dobbiamo confessare, chiese di interi continenti e minoranze cattoliche nell’occidente, non sono in grado di interpretare la Scrittura se non in senso letterale, con una lettura che non tiene conto degli apporti della critica storica e antropologica.

Circa la possibilità della benedizione delle coppie irregolari il cardinale Fridolin Ambongo, che è a capo dei vescovi africani, ha dichiarato: “Questa al nostro popolo non interessa!”, appoggiando così gli episcopati africani che non accettano l’apertura papale. La stessa situazione si può leggere nell’Europa dell’est e in Asia. Così si prende consapevolezza che le chiese cattoliche regionali non sono contemporanee tra loro, che la cultura determina la morale, l’etica, che ormai la comunione non può essere più uniformità ma deve essere plurale. Per Papa Francesco non è facile presiedere all’unità di una tale chiesa: non si corre il rischio della formazione di chiese nazionali nella cattolicità perché il virus del sovranismo e del filetismo è assente, ma è possibile che alcune chiese si rifugino nel passato rifiutando il mondo contemporaneo e vedendo in ogni dialogo e confronto della chiesa con la società reale una tentazione dettata dall’anticristo. Una visione che ispira quelli che condannano “i costumi decadenti dell’occidente!” con il loro ossessionante primato dei diritti individuali. Non è un caso che così già si muovano le chiese ortodosse slave.
(fonte: blog dell'autore)

lunedì 5 febbraio 2024

5 anni dal Documento di Abu Dhabi. Il Vescovo Martinelli: testo profetico


5 anni dal Documento di Abu Dhabi.
 
 
Il Vescovo Martinelli: testo profetico

In questo «drammatico momento della storia dell’umanità, segnato da tanti conflitti», il Documento sulla Fratellanza umana firmato ad Abu Dhabi da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al Azhar Ahmed al Tayyeb appare sempre più come un «documento profetico» da rileggere, diffondere e far conoscere a tutti, per trasmettere il suo spirito e i suoi valori alle nuove generazioni. Lo chiede con passione e determinazione il Vescovo Paolo Martinelli, Vicario apostolico dell’Arabia meridionale, in una lettera scritta in occasione del V Anniversario della visita di Papa Francesco negli Emirati Arabi Uniti (3-5 febbraio 2019).

Con la lettera, diffusa sabato 3 febbraio, il Vescovo Martinelli invita fratelli e sorelle «a ricordare e celebrare il quinto anniversario di quell’evento che ha segnato profondamente il nostro Vicariato apostolico e il nostro Paese, e ha dato un impulso decisivo al dialogo inter-religioso».

Quella di Papa Francesco a Abu Dhabi nel 2019 è stata la prima visita di un Vescovo di Roma nella Penisola arabica. Il 5 febbraio, il Successore di Pietro celebrò allo Zayed Sport City di Abu Dhabi anche la più affollata liturgia eucaristica mai avvenuta in quella Penisola, culla dell’Islam, con 40mila cristiani presenti nello Stadio e altri 90mila raccolti a seguire in silenzio la messa all’esterno della struttura sportiva (nella foto). «La memoria di quei giorni» scrive il Vicario apostolico Martinelli, che appartiene all’ordine dei Frati minori cappuccini «ci riempie ancora il cuore di gratitudine e risveglia in noi un profondo senso di responsabilità per la Chiesa e per il mondo intero». La visita del Papa alla comunità cattolica locale «è stata un'occasione per riconoscerci come parte dell'unica Chiesa di Cristo e per rinnovare il nostro impegno per una testimonianza cristiana umile e fedele, nel contesto della Penisola arabica».
Nei soli Emirati Arabi Uniti vivono circa 900mila cattolici, tutti lavoratori immigrati provenienti in gran parte da altri Paesi dell'Asia, a cominciare dalle Filippine e dall’India. Cinque anni fa, nell’omelia della messa celebrata allo stadio, Papa Francesco fece riferimenti diretti alla condizione e al profilo singolare della comunità cattolica presente negli Emirati Arabi e in tutta la Penisola arabica, composta da immigrati arrivati in cerca di lavoro, provenienti da decine di nazioni diverse. «Voi» disse il Papa «siete un coro che comprende una varietà di nazioni, lingue e riti; una diversità che lo Spirito Santo ama e vuole sempre più armonizzare, per farne una sinfonia. Questa gioiosa polifonia della fede è una testimonianza che date a tutti e che edifica la Chiesa». Con quelle espressioni - rimarca 5 anni dopo il Vescovo Martinelli «Papa Francesco riconosce il carattere unico della nostra Chiesa, che comprende persone provenienti da oltre cento Paesi diversi, portatori di culture, lingue, tradizioni e riti differenti. La polifonia che siamo chiamati a realizzare non è solo per noi, ma è una responsabilità verso tutta la Chiesa. Vivere la diversità nell'unità è il nostro compito principale. Siamo una Chiesa di migranti, una "Chiesa pellegrina". E quindi abbiamo l'opportunità unica di arricchirci a vicenda condividendo i nostri doni, talenti, culture e tradizioni. La Chiesa e il mondo» prosegue il Vescovo «hanno bisogno di vedere in noi che la diversità non è un problema o un ostacolo, ma una ricchezza».

Riguardo al Documento firmato da Papa Francesco e dallo Sheikh Ahmed al Tayyeb a Abu Dhabi il 4 febbraio 2019, il Vicario Martinelli ne riafferma la portata profetica, definendolo una «pietra miliare per il dialogo interreligioso», e invita a utilizzarlo nei programmi e nelle occasioni di formazione cristiana. «Noi» aggiunge «riconosciamo di essere differenti, e siamo chiamati a riconoscerci l’un l’altro, a rispettarci a vicenda, e a camminare insieme promuovendo pace e giustizia, fratellanza umana e coesistenza pacifica, il ruolo delle donne nella società, custodendo sempre la creazione come un dono di Dio per il bene di tutti».

Il Documento di Abu Dhabi ha ispirato anche la creazione della “Casa della Famiglia di Abramo” (Abrahamic Family House), inaugurata a Abu Dhabi il 16 febbraio dello scorso anno. Nello stesso luogo sorgono una accanto all’altra una moschea, una chiesa e una sinagoga. E la chiesa - ricorda nella sua lettera il Vescovo Martinelli «è un dono di Sua Altezza lo Sheikh Mohamed Bin Zayed Al Nahyan, il Presidente degli Emirati Arabi Uniti, a Papa Francesco, e è dedicata a San Francesco d’Assisi, uomo della pace e della fratellanza universale. Invito ancora tutti i nostri fedeli» sottolinea il Vicario apostolico dell’Arabia meridionale «a partecipare alle iniziative promosse dalla Casa della Famiglia Abramitica che sosteniamo con convinzione. Vogliamo gridare al mondo che è possibile camminare insieme a persone di fedi diverse, lavorare per la pace e promuovere un mondo più fraterno». 
(fonte: Agenzia Fides, articolo di Gianni Valente 4/2/2019)

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Vedi anche il post:


Papa Francesco: «Quando scopriamo il vero volto del Padre, la nostra fede matura: non restiamo più “cristiani da sacrestia”, o “da salotto”, ma ci sentiamo chiamati a diventare portatori della speranza e della guarigione di Dio.» Angelus 04/02/2024 (testo e video)

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 4 febbraio 2024



Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Vangelo della Liturgia ci mostra Gesù in movimento: Egli, infatti, ha appena finito di predicare e, uscito dalla sinagoga, si reca nella casa di Simon Pietro, dove guarisce la suocera; poi, verso sera, esce di nuovo verso la porta della città, dove incontra tanti ammalati e indemoniati e li risana; la mattina dopo, si alza presto ed esce per ritirarsi a pregare; e infine si rimette in cammino attraverso la Galilea (cfr Mc 1,29-39). Gesù in movimento.

Soffermiamoci su questo continuo movimento di Gesù, che ci dice una cosa importante su Dio e, al contempo, ci interpella con alcune domande sulla nostra fede.

Gesù che va incontro all’umanità ferita ci manifesta il volto del Padre. Può darsi che dentro di noi ci sia ancora l’idea di un Dio distante, freddo, indifferente alla nostra sorte. Il Vangelo, invece, ci fa vedere che Gesù, dopo aver insegnato nella sinagoga, esce fuori, perché la Parola che ha predicato possa raggiungere, toccare e guarire le persone. Così facendo ci rivela che Dio non è un padrone distaccato che ci parla dall’alto; al contrario, è un Padre pieno d’amore che si fa vicino, che visita le nostre case, che vuole salvare e liberare, guarire da ogni male del corpo e dello spirito. Dio sempre è vicino a noi. L’atteggiamento di Dio si può dire in tre parole: vicinanza, compassione e tenerezza. Dio che si fa vicino per accompagnarci, tenero, e per perdonarci. Non dimenticate questo: vicinanza, compassione e tenerezza. Questo è l’atteggiamento di Dio.

Questo incessante camminare di Gesù ci interpella. Possiamo chiederci: abbiamo scoperto il volto di Dio come Padre della misericordia oppure crediamo e annunciamo un Dio freddo, un Dio distante? La fede ci mette l’inquietudine del cammino oppure per noi è una consolazione intimista, che ci lascia tranquilli? Preghiamo solo per sentirci in pace oppure la Parola che ascoltiamo e predichiamo fa uscire anche noi, come Gesù, incontro agli altri, per diffondere la consolazione di Dio? Queste domande, ci farà bene farle a noi stessi.

Guardiamo, allora, al cammino di Gesù e ricordiamoci che il nostro primo lavoro spirituale è questo: abbandonare il Dio che pensiamo di conoscere e convertirci ogni giorno al Dio che Gesù ci presenta nel Vangelo, che è il Padre dell’amore e il Padre della compassione. Il Padre vicino, compassionevole e tenero. E quando scopriamo il vero volto del Padre, la nostra fede matura: non restiamo più “cristiani da sacrestia”, o “da salotto”, ma ci sentiamo chiamati a diventare portatori della speranza e della guarigione di Dio.

Maria Santissima, Donna in cammino, ci aiuti ad annunciare e testimoniare il Signore che è vicino, compassionevole e tenero.

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DOPO ANGELUS

Cari fratelli e sorelle!

Il prossimo 10 febbraio, in Asia orientale e in diverse parti del mondo, milioni di famiglie celebreranno il capodanno lunare. Giunga loro il mio cordiale saluto, con l’augurio che questa festa sia occasione per vivere relazioni di affetto e gesti di attenzione, che contribuiscano a creare una società solidale e fraterna, dove ogni persona sia riconosciuta e accolta nella sua inalienabile dignità. Mentre invoco su tutti la benedizione del Signore, invito a pregare per la pace, alla quale il mondo tanto anela e che, oggi più che mai, è messa a rischio in molti luoghi. Essa non è una responsabilità di pochi, ma dell’intera famiglia umana: cooperiamo tutti a costruirla con gesti di compassione e coraggio!

E continuiamo a pregare per le popolazioni che soffrono per la guerra, specialmente in Ucraina, in Palestina e in Israele.

Oggi, in Italia, si celebra la Giornata per la Vita, sul tema “La forza della vita ci sorprende”. Mi unisco ai Vescovi italiani nell’auspicare il superamento di visioni ideologiche per riscoprire che ogni vita umana, anche quella più segnata da limiti, ha un valore immenso ed è capace di donare qualcosa agli altri.

Saluto i giovani di tanti Paesi venuti per la Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta, che si celebrerà l’8 febbraio prossimo, memoria di Santa Giuseppina Bakhita, la suora sudanese che da ragazza era stata schiava. Anche oggi tanti fratelli e sorelle vengono ingannati con false promesse e poi sottoposti a sfruttamenti e abusi. Uniamoci tutti per contrastare il drammatico fenomeno globale della tratta di persone umane.

Preghiamo anche per i morti e feriti dei devastanti incendi che hanno colpito il centro del Cile.

E saluto tutti voi che siete venuti da Roma, dall’Italia e da tante parti del mondo. Saluto in particolare i consacrati e le consacrate di oltre 60 Paesi che partecipano all’incontro “Pellegrini di speranza sulla via della pace”, promosso dal Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica. Saluto gli studenti di Badajoz (Spagna) e quelli della Scuola Salesiana “Sévigné” di Marsiglia; come pure i fedeli polacchi di Varsavia e di altre città; e i gruppi di San Benedetto del Tronto, Ostra e Cingoli. E vedo lì bandiere giapponesi, saluto i giapponesi! E vedo bandiere polacche, saluto i polacchi, e tutti voi, e i ragazzi dell’Immacolata.

Auguro a tutti una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

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domenica 4 febbraio 2024

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO B

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO B

4 Febbraio 2024 

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, Gesù, il Figlio di Dio, è venuto in mezzo a noi per annunziare a tutti l’Evangelo di Dio e per dire ad ogni creatura che Dio nostro Padre non intende escludere nessuna persona umana dal suo amore, perché davanti a Lui siamo tutti guardati come figli e figlie preziosi. Con umile fiducia rivolgiamo al Signore le nostre preghiere ed insieme diciamo:


R/   Prendici per mano e rialzaci, Signore

  

Lettore

- Tu, Signore Gesù, hai visitato la casa di Pietro e di Andrea e ti sei ritrovato una comunità ammalata, incapace di aprirsi all’accoglienza e di servire. Vieni anche oggi, o Signore, a visitare la tua Chiesa, che presenta numerose ferite ed è tentata al suo interno da movimenti di scissione e di ritorni nostalgici al passato. La tua mano la rialzi, perché diventi sempre più una Chiesa in uscita, pronta all’accoglienza, al servizio e all’annuncio della pace. Preghiamo.

- Ti affidiamo, Signore Gesù, le nostre famiglie e le nostre case. Ti affidiamo, anche, le comunità parrocchiali e le comunità religiose. La forza della tua Parola e del tuo Santo Spirito le aiutino a superare fratture, silenzi, rancori, invidie per diventare sempre più luoghi di vita, di comunione e di diaconia reciproca. Preghiamo.

- Vogliamo alzare il nostro grido, o Signore Gesù, per le tante guerre presenti nel mondo e che hanno l’effetto di renderlo un vero e proprio inferno in terra. Ti preghiamo in modo particolare per la guerra tra russi ed ucraìni e tra israeliani e palestinesi: ispira nel loro cuore ed in quello di tutti i potenti della terra sentimenti e propositi di riconciliazione e di pace. Preghiamo.

- Ricordati, Signore Gesù, di quanti non vedono riconosciuta la loro dignità di persone umane. Ricordati dei bambini e delle bambine fatti oggetto di consumo da parte di una pornografia senza freni inibitori. Ti affidiamo, inoltre, quei ragazzi e quelle donne, che vengono usati in modo disumano per produrre vestiti o altri beni di consumo per conto di grandi firme, che guardano soltanto al loro profitto. Preghiamo.

- Davanti a te, Signore Gesù, che risani i cuori affranti e curi le ferite della vita, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche delle vittime della violenza nelle famiglie e nella scuola, tra i ragazzi e i giovani. Accogli tutti nel tuo Regno di amore e di pace. Preghiamo.


Per chi presiede

Signore Gesù, tu che sei venuto per dare un volto più umano alle nostre case e alle nostre città, guidaci nel cammino della vita, sostieni la nostra fede e la nostra speranza, e rendici sensibili alle sofferenze di tanti nostri fratelli e sorelle. Te lo chiediamo perché nostro Signore e Liberatore, vivente nei secoli dei secoli.  AMEN.



"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 12 - 2023/2024 anno B

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino


V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO B 

Vangelo:


Con il brano di questa Domenica, Marco conclude quella che viene chiamata "la giornata di Cafarnao", la prima giornata messianica di Gesù. L'attività del Maestro suscita il coloro che lo ascoltano stupore e meraviglia costringendoli a domandarsi: «Chi è costui». Gesù passa dalla sinagoga (vv. 21-28), che è figura di Israele, alla casa di Simone e Andrea, e se consideriamo che nei Vangeli la casa, unitamente alla donna, sono i simboli della Chiesa, è presto detto: non solo nell'ebraismo, ma anche nella nuova comunità, fra i discepoli, Gesù scopre il virus di una realtà gravemente ammalata. Anche la sua Chiesa non è immune al fuoco bruciante e mortale della ricerca del potere, che la paralizza e le impedisce di svolgere il ruolo per il quale è stata fondata: amare e servire i fratelli. «La comunità di Gesù non è per se stessa e per il suo mantenimento e conservazione. Essa deve sciogliersi e scomparire come il sale, il lievito e il seme, nel puro servizio per la totale liberazione dell'uomo» (cit.). E' nella sua attività, simboleggiata dalla mano della suocera di Simone, nel suo servizio pastorale che la Chiesa ha bisogno di essere guarita, purificata da quella sete di potere che la tormenta e la inchioda all'infermità in un narcisismo mortale. Non è sufficiente sapere chi è Gesù, perché più ancora dell'ortodossia è importante l'ortoprassi, seguire il Maestro, fare le sue stesse scelte, fino al dono totale di sé. Solo allora la Chiesa diverrà capace di diaconia e potrà accogliere alla porta della Casa, come fece Abramo alle querce di Mamre, l'umanità sofferente, contemplando e servendo in essa il Signore della vita.


sabato 3 febbraio 2024

QUELLA MANO COME UN FIORE - Non cerchiamo di fronte al dolore innocente risposte che non ci sono, ma cerchiamo i gesti di Gesù: che ascolta, si avvicina, si accosta, prende per mano e “rialza”. È il verbo della risurrezione. - V DOMENICA T.O./B - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Ronchi

QUELLA MANO COME UN FIORE
 

Non cerchiamo di fronte al dolore innocente risposte che non ci sono, ma cerchiamo i gesti di Gesù: che ascolta, si avvicina, si accosta, prende per mano e “rialza”. È il verbo della risurrezione.


I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:
  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire
In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, andò subito nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. (...) Marco 1,29-39

per i social

QUELLA MANO COME UN FIORE
 
Non cerchiamo di fronte al dolore innocente risposte che non ci sono, ma cerchiamo i gesti di Gesù: che ascolta, si avvicina, si accosta, prende per mano e “rialza”. È il verbo della risurrezione.
 

Se non ci fosse il male sulla terra, chi penserebbe a Dio? (Simon Weil).

Una giornata a Cafarnao, Gesù immerso nella folla, assediato da un crescendo turbinoso di malattie e demoni che si acquieta nella preghiera segreta, sul monte.

Dopo il tramonto, finito il sabato con i suoi 1521 divieti, tutto il dolore di Cafarnao si riversa sulla casa di Simone: la città intera era davanti alla porta, davanti a Gesù che ama le porte aperte di Dio, che fa entrare occhi e fiori di stelle, polline di parole e il rischio della vita, del dolore e dell'amore.

La suocera di Simone era a letto con la febbre, e subito gli parlarono di lei. Miracolo così povero di contorno e di pretese, così poco vistoso, dove Gesù neppure parla. Parlano i gesti.

Non cerchiamo di fronte al dolore innocente risposte che non ci sono, ma cerchiamo i gesti di Gesù: che ascolta, si avvicina, si accosta, prende per mano e “rialza”. È il verbo della risurrezione. Gesù alza, eleva, fa sorgere la donna alla sua andatura eretta, alla fierezza del fare e del prendersi cura, e quella casa dalla vita bloccata si rianima, e l’anziana si mette a servire con la cura e la leggerezza degli angeli nel deserto, quando come madri custodivano Gesù dopo le insidie del male.

Quante cose contiene una mano. Un gesto così può sollevare una vita!

Questo miracolo dimesso e senza parole ci invita a smetterla con l'ansia contro le nostre febbri interiori. E quelle guarigioni compiute dopo il tramonto, quando iniziava il nuovo giorno, raccontano un mondo al ritmo della Genesi: e fu sera e fu mattino, miracolo della vita guarita e incamminata verso la sua fioritura.

Un apologo famoso dice: un uomo vede un bambino che muore di fame, e grida al cielo: "Dio, che cosa fai per lui?" E una voce risponde: "io, per lui, ho fatto te!". Solidarietà è l’inizio della guarigione.

Quando era ancora buio, uscì in un luogo segreto e là pregava. Gesù, pur assediato, sa inventarsi spazi segreti nella notte. Un giorno e una sera per pensare all'uomo, una notte e un'alba per pensare a Dio. Perché ci sono nella vita sorgenti segrete, alle quali accostare le labbra. E la prima delle sorgenti è Dio. Simone lo rincorre, lo cerca, lo trova: «cosa fai qui? Sfruttiamo il successo, Cafarnao è ai tuoi piedi». Ma Gesù destruttura le attese di Pietro e le nostre illusioni: andiamo altrove! E se ne va per altri villaggi, in cerca del male di vivere, a sollevare altra vita. Verso un altrove che non sappiamo, che un po' mi seduce e un po' mi impaurisce, ma al quale affido ogni giorno la speranza accostando la mia mano a quel fiore profumato che è la tua, Signore, a quella mano che non hai mai cessato di tendermi, per sollevami.

Uomo e Dio, l'Infinito e il mio nulla così: mano nella mano a cui aggrapparmi forte per essere trasfigurato e rialzato, icona mite e profumata della buona novella.
  
per Avvenire 

Gesù apre le sue porte al dolore del mondo  (...)

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