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giovedì 3 febbraio 2022

«Siamo fratelli: questa è la comunione dei santi... I santi sono amici... Tutti abbiamo bisogno di amici» Papa Francesco Udienza Generale 02/02/2022 (foto, testo e video)

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 2 febbraio 2022


Papa Francesco continua il ciclo di catechesi su San Giuseppe, incentrando la sua riflessione sul tema: “San Giuseppe e la comunione dei santi”.










Catechesi su San Giuseppe: 10. San Giuseppe e la comunione dei santi


Cari fratelle e sorelle, buongiorno!

In queste settimane abbiamo potuto approfondire la figura di San Giuseppe lasciandoci guidare dalle poche ma importanti notizie che danno i Vangeli, e anche dagli aspetti della sua personalità che la Chiesa lungo i secoli ha potuto evidenziare attraverso la preghiera e la devozione. A partire proprio da questo “sentire comune” che nella storia della Chiesa ha accompagnato la figura di San Giuseppe, oggi vorrei soffermarmi su un importante articolo di fede che può arricchire la nostra vita cristiana e può anche impostare nel migliore dei modi la nostra relazione con i santi e con i nostri cari defunti: parlo della comunione dei santi. Tante volte noi diciamo, nel Credo, “credo la comunione dei santi”. Ma se si domanda cosa è la comunione dei santi, io ricordo che da bambino rispondevo subito: “Ah, i santi fanno la comunione”. E’ una cosa che … non capiamo cosa diciamo. Cosa è la comunione dei santi? Non è che i Santi facciano la comunione, non è questo: è un’altra cosa.

A volte anche il cristianesimo può cadere in forme di devozione che sembrano riflettere una mentalità più pagana che cristiana. La differenza fondamentale sta nel fatto che la nostra preghiera e la nostra devozione del popolo fedele non si basa, in quei casi, sulla fiducia in un essere umano, o in un’immagine o in un oggetto, anche quando sappiamo che essi sono sacri. Ci ricorda il profeta Geremia: «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, […] benedetto l’uomo che confida nel Signore» (17,5-7). Persino quando ci affidiamo pienamente all’intercessione di un santo, o ancora di più della Vergine Maria, la nostra fiducia ha valore soltanto in rapporto a Cristo. Come se la strada verso questo santo o la Madonna non finisce lì: no. Va lì, ma in rapporto a Cristo. Cristo è il legame che ci unisce a Lui e tra di noi che ha un nome specifico: questo legame che ci unisce tutti, fra noi e noi con Cristo, è la “comunione dei santi”. Non sono i santi a operare i miracoli, no! “Questo santo è tanto miracoloso …”: no, fermati: i santi non operano miracoli, ma soltanto la grazia di Dio che agisce attraverso di loro. I miracoli sono stati fatti da Dio, dalla grazia di Dio che agisce tramite una persona santa, una persona giusta. Questo bisogna averlo chiaro. C’è gente che dice: “Io non credo a Dio, ma credo a questo santo”. No, è sbagliato. Il santo è un intercessore, uno che prega per noi e noi lo preghiamo, e prega per noi e il Signore ci dà la grazia: il Signore agisce tramite il Santo.

Che cos’è, dunque, la “comunione dei santi”? Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma: «La comunione dei santi è precisamente la Chiesa» (n. 946). Ma guarda che bella definizione! “La comunione dei santi è precisamente la Chiesa”. Che cosa significa questo? Che la Chiesa è riservata ai perfetti? No. Significa che è la comunità dei peccatori salvati. La Chiesa è la comunità dei peccatori salvati. È bella, questa definizione. Nessuno può escludersi dalla Chiesa, tutti siamo peccatori salvati. La nostra santità è il frutto dell’amore di Dio che si è manifestato in Cristo, il quale ci santifica amandoci nella nostra miseria e salvandoci da essa. Sempre grazie a Lui noi formiamo un solo corpo, dice San Paolo, in cui Gesù è il capo e noi le membra (cfr 1 Cor 12,12). Questa immagine del corpo di Cristo e l’immagine del corpo ci fa capire subito che cosa significa essere legati gli uni agli altri in comunione. «Se un membro soffre – scrive San Paolo – tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra» (1 Cor 12,26-27). Questo dice Paolo: siamo tutti un corpo, tutti uniti per la fede, per il battesimo, tutti in comunione: uniti in comunione con Gesù Cristo. E questa è la comunione dei santi.

Cari fratelli e care sorelle, la gioia e il dolore che toccano la mia vita riguarda tutti, così come la gioia e il dolore che toccano la vita del fratello e della sorella accanto a noi riguardano anche me. Io non posso essere indifferente agli altri, perché siamo tutti parte di un corpo, in comunione. In questo senso, anche il peccato di una singola persona riguarda sempre tutti, e l’amore di ogni singola persona riguarda tutti. In virtù della comunione dei santi, di questa unione, ogni membro della Chiesa è legato a me in maniera profonda - ma non dico a me perché sono il Papa - siamo legati reciprocamente e in maniera profonda, e questo legame è talmente forte che non può essere rotto neppure dalla morte. Infatti, la comunione dei santi non riguarda solo i fratelli e le sorelle che sono accanto a me in questo momento storico, ma riguarda anche quelli che hanno concluso il pellegrinaggio terreno e hanno varcato la soglia della morte. Anche loro sono in comunione con noi. Pensiamo, cari fratelli e sorelle: in Cristo nessuno può mai veramente separarci da coloro che amiamo perché il legame è un legame esistenziale, un legame forte che è nella nostra stessa natura; cambia solo il modo di essere insieme a ognuno di loro, ma niente e nessuno può rompere questo legame. “Padre, pensiamo a coloro che hanno rinnegato la fede, che sono degli apostati, che sono i persecutori della Chiesa, che hanno rinnegato il loro battesimo: anche questi sono a casa?”. Sì, anche questi, anche i bestemmiatori, tutti. Siamo fratelli: questa è la comunione dei santi. La comunione dei santi tiene insieme la comunità dei credenti sulla terra e nel Cielo.

In questo senso, la relazione di amicizia che posso costruire con un fratello o una sorella accanto a me, posso stabilirla anche con un fratello o una sorella che sono in Cielo. I santi sono amici con cui molto spesso intessiamo rapporti di amicizia. Ciò che noi chiamiamo devozione a un santo – io sono molto devoto a questo santo, a questa santa – questa che noi chiamiamo devozione è in realtà un modo di esprimere l’amore a partire proprio da questo legame che ci unisce. Anche, nella vita di tutti i giorni si può dire: “Ma, questa persona ha tanta devozione per i suoi vecchi genitori”: no, è un modo di amore, un’espressione di amore. E tutti noi sappiamo che a un amico possiamo rivolgerci sempre, soprattutto quando siamo in difficoltà e abbiamo bisogno di aiuto. E noi abbiamo degli amici in cielo. Tutti abbiamo bisogno di amici; tutti abbiamo bisogno di relazioni significative che ci aiutino ad affrontare la vita. Anche Gesù aveva i suoi amici, e ad essi si è rivolto nei momenti più decisivi della sua esperienza umana. Nella storia della Chiesa ci sono delle costanti che accompagnano la comunità credente: anzitutto il grande affetto e il legame fortissimo che la Chiesa ha sempre sentito nei confronti di Maria, Madre di Dio e Madre nostra. Ma anche lo speciale onore e affetto che ha tributato a San Giuseppe. In fondo, Dio affida a lui le cose più preziose che ha: suo Figlio Gesù e la Vergine Maria. È sempre grazie alla comunione dei santi che sentiamo vicini a noi i Santi e le Sante che sono nostri patroni, per il nome che portiamo, per esempio, per la Chiesa a cui apparteniamo, per il luogo dove abitiamo, e così via, anche per una devozione personale. Ed è questa la fiducia che deve sempre animarci nel rivolgerci a loro nei momenti decisivi della nostra vita. Non è una cosa magica, non è una superstizione, la devozione ai santi; è semplicemente parlare con un fratello, una sorella che è davanti a Dio, che ha percorso una vita giusta, una vita santa, una vita esemplare, e adesso è davanti a Dio. E io parlo con questo fratello, con questa sorella e chiedo la sua intercessione per i miei bisogni.

Proprio per questo mi piace concludere questa catechesi con una preghiera a San Giuseppe alla quale sono particolarmente legato e che recito ogni giorno da più di 40 anni. E’ una preghiera che ho trovato in un libro di preghiere delle Suore di Gesù e Maria, del 1700, fine del Settecento. È molto bella, ma più che una preghiera è una sfida a questo amico, a questo padre, a questo custode nostro che è San Giuseppe. Sarebbe bello che voi imparaste questa preghiera e possiate ripeterla. La leggerò: “Glorioso Patriarca San Giuseppe, il cui potere sa rendere possibili le cose impossibili, vieni in mio aiuto in questi momenti di angoscia e difficoltà. Prendi sotto la tua protezione le situazioni tanto gravi e difficili che ti affido, affinché abbiano una felice soluzione. Mio amato Padre, tutta la mia fiducia è riposta in te. Che non si dica che ti abbia invocato invano, e poiché tu puoi tutto presso Gesù e Maria, mostrami che la tua bontà è grande quanto il tuo potere”. E finisce con una sfida, questo è sfidare San Giuseppe: “Poiché tu puoi tutto presso Gesù e Maria, mostrami che la tua bontà è grande quanto il tuo potere”. Io mi affido tutti i giorni a San Giuseppe, con questa preghiera, da più di 40 anni: è una vecchia preghiera.

Avanti, coraggio, in questa comunione di tutti i santi che abbiamo in cielo e in terra: il Signore non ci abbandona.
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Conclusa la Catechesi il Santo Padre ha pronunciato queste parole:

Abbiamo sentito, alcuni minuti fa, una persona che gridava, gridava, che aveva qualche problema, non so se fisico, psichico, spirituale: ma è un fratello nostro in problema. Io vorrei finire pregando per lui, il nostro fratello che soffre, poveretto: se gridava è perché soffre, ha qualche bisogno. Non dobbiamo essere sordi al bisogno di questo fratello. Preghiamo insieme la Madonna per lui: Ave o Maria, …

Guarda il video della catechesi


Saluti
...
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APPELLI

Da un anno a questa parte, ormai, assistiamo con dolore alle violenze che insanguinano il Myanmar. Faccio mio l’appello dei Vescovi birmani affinché la Comunità Internazionale si adoperi per la riconciliazione tra le parti interessate. Non possiamo voltare lo sguardo da un’altra parte, di fronte alle sofferenze di tanti fratelle e sorelle. Chiediamo a Dio, nella preghiera, la consolazione per quella popolazione martoriata; a Lui affidiamo gli sforzi di pace.

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Dopodomani, 4 febbraio, si celebrerà la Seconda Giornata Internazionale della Fratellanza Umana. È motivo di soddisfazione che le Nazioni del mondo intero si uniscano in questa celebrazione, volta a promuovere il dialogo interreligioso e interculturale, come auspicato anche nel Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, firmato il 4 febbraio del 2019 ad Abu Dhabi dal Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyib e da me. Fratellanza vuol dire tendere la mano agli altri, rispettarli e ascoltarli con cuore aperto. Auspico che si compiano passi concreti, insieme ai credenti di altre religioni e alle persone di buona volontà, per affermare che oggi è tempo di fraternità, evitando di alimentare scontri, divisioni e chiusure. Preghiamo e impegniamoci ogni giorno affinché tutti possiamo vivere in pace da fratelli e sorelle.

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Stanno per aprirsi a Pechino i Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali, rispettivamente il 4 febbraio e il 4 marzo prossimi. Rivolgo di cuore il mio saluto a tutti i partecipanti; auguro agli organizzatori il miglior successo e agli atleti di dare il meglio di sé. Lo sport, con il suo linguaggio universale, può costruire ponti di amicizia e di solidarietà tra persone e popoli di ogni cultura e religione. Ho apprezzato, pertanto, che allo storico motto olimpico Citius, Altius, Fortius – Più veloce, più in alto, più forte – il Comitato Olimpico Internazionale abbia aggiunto la parola Communiter, cioè Insieme, perché i Giochi Olimpici facciano crescere un mondo più fraterno.

Con un particolare pensiero abbraccio tutto il mondo paralimpico. La medaglia più importante la vinceremo insieme se l’esempio delle atlete e degli atleti con disabilità aiuterà tutti a superare pregiudizi e timori e a far diventare le nostre comunità più accoglienti e inclusive. Questa è la vera medaglia d’oro! Inoltre, seguo con attenzione ed emozione le storie personali di atlete e atleti rifugiati. Le loro testimonianze contribuiscano a incoraggiare le società civili ad aprirsi con sempre maggiore fiducia a tutti, senza lasciare nessuno indietro. Alla grande famiglia olimpica e paralimpica auguro di vivere un’esperienza unica di fratellanza umana e di pace. Beati gli operatori di pace! (Mt 5,9)

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Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i sacerdoti che partecipano al corso promosso dall’Università della Santa Croce, il Gruppo “Amici di Spello” e il Coro “Tau” delle Suore Francescane Missionarie dei Poveri.

Il mio pensiero va infine, come di consueto, agli anziani, agli ammalati, ai giovani e agli sposi novelli. Oggi celebriamo la festa della presentazione del Signore al tempio di Gerusalemme. Da questo mistero emerge un messaggio per tutti: Cristo si propone come esempio nell’offerta al Padre, indicando con quale generosità occorra aderire alla volontà di Dio e al servizio ai fratelli. Oggi è anche la festa dell’Incontro, dell’incontro di Gesù con il suo popolo, e anche specialmente dell’incontro di Gesù bambino con i vecchi. Mi raccomando, andiamo avanti sviluppando questo atteggiamento di incontro fra i bambini e i nonni, i giovani con i vecchi: questo atteggiamento è una risorsa dell’umanità. I vecchi ci danno la forza per andare avanti, la loro memoria, la loro storia; e i giovani la portano avanti. Lavoriamo anche noi per questo incontro dei nipoti con i nonni, dei giovani con i vecchi.

A tutti, la mia benedizione!

Guarda il video integrale


Il saluto del Movimento Nonviolento al Presidente Sergio Mattarella

Il saluto del Movimento Nonviolento
al Presidente Sergio Mattarella



Egregio Presidente Mattarella,
Le scrivo a nome e per conto del Movimento Nonviolento, che ho l’onore di rappresentare.

In occasione della Sua nuova elezione alla Presidenza della Repubblica, desideriamo presentarLe le nostre felicitazioni e il ringraziamento per la Sua disponibilità al servizio delle istituzioni, della democrazia, del popolo italiano.

La Costituzione Le affida, tra gli altri, i compiti di rappresentare l’unità nazionale, ratificare i trattati internazionali, comandare le Forze armate.
Lei ha già svolto queste funzioni nel precedente mandato con disciplina e onore e siamo certi che ciò avverrà anche nel futuro.

Desideriamo però richiamare la Sua attenzione su un tema che a noi sta molto a cuore, quello della difesa della Patria, alla luce degli articoli 11 e 52 della nostra Carta costituzionale.

Come Lei ben sa il riconoscimento giuridico e la parificazione tra difesa armata e difesa nonviolenta è già stato fatto proprio dal nostro ordinamento (due sentenze della Corte costituzionale, la n. 164/1985 e 470/1989, la legge del 230 del 1998 di riforma dell’obiezione di coscienza e la legge 64 del 2001 istitutiva del servizio civile nazionale, e con il Decreto Legislativo n. 40 del 6 marzo 2017 sul Servizio Civile Universale); negli ultimi anni l’intera comunità nazionale ha difeso, con costi e impegno altissimi, la salute individuale e la sanità pubblica.

Non c’è bene superiore del diritto alla vita, tutto il resto viene dopo; eppure il bilancio della difesa è assorbito esclusivamente dalla spesa militare complessiva, che nel 2022 arriverà a sfiorare i 26 miliardi di euro, mentre alla difesa civile non armata e nonviolenta non arrivano nemmeno le briciole.

In Europa ci collochiamo ai primi posti come potenza militare, mentre siamo agli ultimi posti per la spesa pubblica nell’istruzione. Condividiamo quanto Lei stesso ebbe a dire nel precedente mandato: “La guerra, ogni guerra, è un moltiplicatore di lutti e di sofferenze; è stata la pace, non la guerra, ad assicurare stabilità e progresso. È stato il dialogo, non lo scontro, a permettere le grandi conquiste civili, economiche e sociali di questi settanta anni. Sono state le intese, le alleanze non aggressive, le unioni a livello sovranazionale, e non le chiusure e le barriere, a garantire al nostro Paese, e agli altri, la libertà, la democrazia, il benessere, lo sviluppo”.

Per questo auspichiamo che dal Quirinale possa venire un riequilibrio dei poteri della difesa. Noi sosteniamo la Campagna “Un’altra difesa è possibile”, promossa da un coordinamento di movimenti, reti, associazioni pacifiste (Rete Italiana Pace e Disarmo, Tavolo interventi civili di pace, Conferenza nazionale degli Enti di Servizio Civile, Forum Nazionale Servizio Civile, Sbilanciamoci!).

Con una Petizione a Camera e Senato, abbiamo depositato una proposta di Legge – già all’attenzione delle competenti Commissioni Affari costituzionali e Difesa – che istituisce il Dipartimento per la Difesa civile non armata e nonviolenta, strumento istituzionale necessario per il riconoscimento della difesa civile non armata e nonviolenta (protezione civile, servizio civile, corpi civili di pace) da finanziare con fondi sottratti alle armi. La difesa della Patria, cioè l’integrità della nostra comunità – oggi minacciata dalla pandemia, dalla crisi climatica e dalle armi nucleari – è affidata dalla Costituzione ai cittadini ed è un sacro dovere che riguarda ciascuno di noi.

La proposta di legge ha lo scopo di dotare il nostro Paese dei mezzi e degli strumenti idonei e alternativi alla guerra per promuovere “il dialogo, le intese e le alleanze” tra i popoli – come Lei giustamente ricorda – capaci di intervenire nei conflitti prima che essi degenerino in guerre con attività di prevenzione, durante i conflitti con strumenti di mediazione e interposizione, e dopo i conflitti con capacità di promuovere la riconciliazione.

Per queste ragioni auspichiamo che – al più presto – la proposta di legge possa essere calendarizzata, votata in Parlamento e giungere alla Sua attenzione per la firma definitiva.

È per noi un grande conforto sapere che non siamo soli a sostenere questi obiettivi. Il recente appello di 50 Premi Nobel e accademici “Una semplice concreta proposta per l’umanità”, va nella stessa direzione, con la volontà di mettere al centro dell’agenda politica globale la necessità della riduzione delle spese militari. L’obiettivo è ragionevole e possibile: un negoziato comune tra tutti gli Stati membri dell’ONU per ridurre del 2% ogni anno, per 5 anni, le spese belliche di ciascun paese, liberando così un “dividendo di pace” di 1000 miliardi di dollari entro il 2030.

Proprio per rafforzare e iniziare a praticare l’appello dei Nobel, del Papa, e delle Campagne disarmiste sostenute dall’opinione pubblica, bisogna che qualcuno faccia un primo passo, che sarà seguito da passi altrui. L’Italia può dare un esempio virtuoso, senza mettere in discussione la sua politica di difesa e sicurezza garantita dall’articolo 52 della Costituzione, ma ottemperando al dettame di ripudio della guerra dell’articolo 11: applicare una “moratoria” sulle spese aggiuntive dei programmi per nuovi sistemi d’arma, un taglio di 5/6 miliardi da spostare subito su capitoli di spesa per politiche di pace e cooperazione.

Sappiamo bene, signor Presidente, che queste decisioni non dipendono direttamente dalla Sua volontà, anche se il Suo ruolo di “capo delle Forze Armate” e di “presidente del Consiglio supremo di difesa” renderebbe particolarmente opportuno un Suo autorevole pronunciamento su queste specifiche questioni.

Il Suo primo atto istituzionale dopo il giuramento davanti alle Camere riunite, sarà rendere omaggio al Milite Ignoto che da quest’anno, finalmente, rappresenta anche quei soldati disertori fucilati e giustamente riabilitati perché, come Lei stesso ha detto, “La memoria di quei mille e più italiani uccisi dai plotoni di esecuzione interpella oggi la nostra coscienza di uomini liberi e il nostro senso di umanità”.

Il fondatore del nostro Movimento, il filosofo antifascista Aldo Capitini, diceva che il fascismo cammina su due gambe: la violenza e il militarismo. Dunque l’antidoto è fatto di nonviolenza e antimilitarismo. Queste sono le nostre fondamentali direttrici d’azione. È anche in base a queste riflessioni che il Movimento Nonviolento da oltre 60 anni si impegna per l’opposizione integrale alla guerra e la preparazione delle condizioni di pace, con un lavoro culturale ed educativo per la nonviolenza.

Ricordando il motto che fu proprio di un Suo predecessore, amato Presidente del passato “Svuotare gli arsenali, riempire i granai”, La salutiamo con cordialità. Voglia, signor Presidente, accogliere la nostra stima e i nostri auguri per il prossimo settennato.

Per il Movimento Nonviolento
Massimo Valpiana
Presidente

(fonte: Movimento Nonviolento 31.01.22) 

mercoledì 2 febbraio 2022

GIORNATA DELLA VITA CONSACRATA Diana Papa: Il coraggio di osare

GIORNATA DELLA VITA CONSACRATA

Diana Papa
Il coraggio di osare

Il 2 febbraio la Chiesa celebra la Giornata mondiale della vita consacrata. È un’occasione, non solo per ringraziare il Signore per tale dono, ma per ricordare anche ai credenti che alcune persone nella Chiesa sono chiamate da Dio ad essere segno, vivendo nella quotidianità secondo le promesse battesimali. È anche un’opportunità per chi è consacrato/a, per rivisitare la propria fedeltà a Dio, individuando ciò che nel quotidiano allontana dall’essenziale, quando si perde di vista la meta

foto SIR/Marco Calvarese

Il 2 febbraio la Chiesa celebra la Giornata mondiale della vita consacrata. È un’occasione, non solo per ringraziare il Signore per tale dono, ma per ricordare anche ai credenti che alcune persone nella Chiesa sono chiamate da Dio ad essere segno, vivendo nella quotidianità secondo le promesse battesimali. È anche un’opportunità per chi è consacrato/a, per rivisitare la propria fedeltà a Dio, individuando ciò che nel quotidiano allontana dall’essenziale, quando si perde di vista la meta.

Come noi consacrati/e stiamo vivendo questo tempo?

A volte diamo per scontato che ogni giorno cerchiamo il volto di Dio nella nostra vita, nella fraternità, nelle comunità ecclesiali, per le strade del mondo, soprattutto nei luoghi di marginalità. In realtà, confondendo il pensiero con l’agire, talvolta ci rintaniamo nelle nostre sicurezze e, adeguandoci alla mentalità odierna, difendiamo il nostro orticello attraverso la ricerca del protagonismo e del benessere a tutti i costi.

Non mancano le corse per essere presenti ai vari appuntamenti. Spesso crediamo che stilando programmi, organizzando convegni, incontrando altri individui per discutere, si risolvano i problemi. In realtà manca la consapevolezza che tutto accade davanti al Signore e che, fondando la nostra vita in Lui, possiamo veramente incontrare l’altro, ascoltarci e rimanere sempre in relazione.

In questo tempo di smarrimento dell’umanità, che tocca anche la vita consacrata, è urgente rivisitare i motivi che ci hanno condotto ad aderire a Cristo, per portare alla luce le radici del carisma e vivere oggi con fedeltà il Vangelo.

Come possiamo abitare il futuro, senza un previo discernimento personale e comunitario che aiuti ad interrogarci oggi sul carisma che ci è stato donato, a fissare i suoi fondamenti, a chiedere allo Spirito di individuare le coordinate essenziali del progetto che ha affidato realmente ai nostri fondatori?

Bisogna, di tanto in tanto, fermarsi, per favorire con altri/e la condivisione, il confronto, l’enucleazione degli elementi essenziali del proprio carisma che dicano la relazione con il Signore oggi, l’individuazione dei segni della presenza di Dio nella propria e altrui vita, nella comunità, in ogni ambiente, per poter cogliere la bellezza della storia di tutti gli uomini e donne del nostro tempo abitata da Dio. Il percorso, frutto di una ricerca non ideologica ma evangelica, fedele alla meta da raggiungere, permetterà di realizzare ancora una volta, attraverso il sì a Cristo e al Vangelo, il progetto che rende riconoscibile il Signore, soprattutto laddove la sua presenza non è familiare o sconosciuta.

In questa esperienza di pandemia, che sembra mandare tutti in confusione, non abbiamo bisogno di programmare il futuro, ma di raccontarci come stiamo vivendo Dio oggi, per aprire nuovi percorsi.

Se l’essenza del nostro cammino di fede è la relazione con Dio rivelato da Gesù Cristo, oggi siamo chiamati ad impegnarci a concretizzare la vita evangelica nella compagnia degli uomini e delle donne del nostro tempo. Siamo inviati dallo Spirito, in fedeltà al proprio carisma, a far toccare in ogni momento la prossimità del Signore nelle relazioni a qualsiasi livello, a “diventare interlocutori sapienti che sanno riconoscere le domande che Dio e l’umanità ci pongono” (Vultum Dei quaerere, 2), mentre rimaniamo connessi con Lui e con l’umanità.

Ci consacriamo a Dio perché ci chiede costantemente di seguirlo da persona libera di tutto, perché Gesù sia conosciuto ed amato.

Quante energie perse quando perdiamo di vista la meta, quando mettiamo al centro il nostro pensiero, il nostro agire, i nostri sentimenti…il nostro io e non Dio!

Abbiamo bisogno di rispolverare la reale identità personale e comunitaria, perché appaia che il volto proprio e altrui si specchi in quello di Gesù, di consolidare il senso della nostra esistenza, per vivere il Vangelo senza sconti, di sentirci appartenenti al popolo di Dio, testimoniando la reale scelta del dono costante di sé, di curare le relazioni ad ogni livello, per dire con la vita che si può essere sorelle e fratelli con tutti.

Che cosa ci aiuta oggi a ritrovare la freschezza evangelica che faccia vedere Dio e solo Lui in ogni istante e in ogni ambiente in cui ci troviamo, vivendo profondamente relazioni umane che riflettano la presenza del Signore?

Il 2 febbraio allora può essere non un anniversario, ma una tappa per fare con il Signore il punto del proprio cammino nella Chiesa, in comunità e con le persone del nostro tempo.
(fonte: Sir 2 Febbraio 2022)


Alex Zanotelli - Digiuno di Giustizia al sit-in promosso da Amnesty International a Roma

Alex Zanotelli
Digiuno di Giustizia al sit-in promosso da Amnesty International a Roma

(Foto di Giovani e Missione)

Il 2 febbraio, primo mercoledì del mese, cade il nostro appuntamento mensile come Digiuno di Giustizia in solidarietà con i migranti, portato avanti da ormai quattro anni, davanti al Parlamento. Ma il 2 febbraio ricorre anche il quinto anniversario degli accordi di cooperazione tra Italia e Libia. Saremo con il nostro striscione del Digiuno di Giustizia al sit-in promosso da Amnesty International a Roma, nei pressi del Ministero degli Affari Esteri (viale dei Giusti della Farnesina, area pedonale) alle ore 17,30. (Da quattro mesi, purtroppo, ci è negata l’autorizzazione dalla Questura di Roma a manifestare a Montecitorio).

Il mese scorso avevamo dedicato il nostro digiuno in particolare all’appello lanciato da migliaia di profughi in Libia che, in protesta, si erano asserragliati nel cortile dell’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’ONU a Tripoli. Essi chiedevano di essere trasferiti in qualsiasi altra città in Africa perché non sopportavano più le sevizie subite dai libici nei lager. E’ vergognoso che la comunità internazionale non abbia accolto quel grido disperato dei profughi in Libia. E nel centesimo giorno di protesta, le forze di polizia e miliziani libici sono entrati nel cortile, hanno sparato e incendiato le tende dei profughi e li hanno poi caricati sugli autobus e portati nei lager di Ain Zara. Ben seicento di loro sono stati arrestati. Tutto è avvenuto nel silenzio gelido dell’Europa. Il nostro digiuno è in solidarietà con questi profughi e la loro immensa sofferenza.

Ma è anche un gesto di solidarietà con tutti coloro che hanno perso la vita lo scorso anno in mare. Nel 2021 circa duemila persone sono morte attraversando il Mediterraneo. Nel mese di gennaio 2022 altri cinquanta sono stati inghiottiti dal mare. Mentre nell’Atlantico, oltre quattromila sono morti nel tentativo di raggiungere le Isole Canarie. Si tratta di 124 naufraghi di cui non si parla. L’Oceano Atlantico è molto più pericoloso del Mediterraneo e i poveri sono costretti ad affrontarlo con le loro piccole imbarcazioni. Ma i disperati della storia tentano tutte le vie possibili per arrivare a noi: è la forza della disperazione. Questi disastri in mare sono la conseguenza del nostro egoismo che ci porta a ‘esternalizzare’ le nostre frontiere e a rinchiuderli dentro muri e fili spinati. E’ mai possibile che la Polonia stia costruendo un altro muro con la Bielorussia che le costerà 1,6 miliardi di euro? Ma niente li fermerà perché sono” i poveri l’armata di Dio - così cantava padre David Turoldo - la sua turbinosa profezia.

Padre Alex Zanotelli 
a nome del Digiuno di Giustizia in solidarietà con i migranti


“Ritroveremo la primavera – I giovani protagonisti del rinnovamento” Lettera alla città 2022 di Erio Castellucci, Arcivescovo di Modena - Nonantola

“Ritroveremo la primavera
I giovani protagonisti del rinnovamento”
Lettera alla città 2022

di Erio Castellucci,
Arcivescovo di Modena - Nonantola




«Ci siamo persi la primavera», ha scritto nei giorni scorsi una ragazza diciassettenne, riflettendo sul lockdown di due anni fa. Poi ha proseguito, con una nota di amarezza: «ed è ancora inverno». Ancora nel tunnel della pandemia, stiamo per perderci la terza primavera. Ma una cosa è perdere delle primavere dopo averne vissute decine, come nel mio caso e in quello di altri adulti e anziani, un’altra è perderle nella giovinezza. Cos’è l’adolescenza senza le corse libere, le feste a casa degli amici, le attività di gruppo, lo sport, gli abbracci? Quali segni lascerà nell’animo dei giovani un tempo così lungo di limitazioni, incontri sospesi, relazioni monche? Un altro diciassettenne ha scritto: «non ci sono più volti, solo mascherine: ci vediamo a metà». Il senso di incompletezza pervade ormai la nostra vita: tutto appare dimezzato e ristretto, comprese le stagioni. Ritroveremo la primavera?

Il “fenomeno giovanile”

I giovani, gli stessi dai quali si leva il grido silenzioso che denuncia la grave crisi in atto, ci aiuteranno a ritrovare la primavera. Non sono un sognatore e cerco guardare anche al di fuori del (presunto) recinto dorato dei ragazzi delle parrocchie, piccola minoranza rispetto all’universo giovanile. Come tutti, cerco di informarmi e so quanti problemi, specialmente in questo tempo, affliggono gli adolescenti, affiorando in episodi di bullismo, violenza, autolesionismo, disimpegno. Le statistiche collocano oltre due milioni di giovani italiani nella situazione NEET (= Not in Education, Employment or Training), al di fuori cioè degli ambienti educativi e lavorativi, senza nemmeno la ricerca di un’istruzione o una professione. Ad essi vanno affiancati, nel nostro Paese, decine di migliaia di Hikikomori, una parola giapponese ormai entrata nel gergo diffuso, che indica lo “stare in disparte”: giovani che si chiudono in casa tagliando ogni rapporto con il mondo esterno, spesso anche con i loro familiari. La dispersione scolastica, che già prima della pandemia riguardava più di centomila alunni ogni anno, nonostante l’intensa attività delle istituzioni si è accentuata con la pandemia. E si potrebbe proseguire con la lista dei malesseri.


Ma non è necessario ricorrere alla sociologia per farsi un’idea della condizione giovanile; basta aprire un giornale qualsiasi, in un giorno qualsiasi di un mese e un anno qualsiasi. Per evitare di pescare nelle consuete cronache del tempo di pandemia, dove tutti i disagi – compreso quello dei ragazzi – risultano amplificati, ho sfogliato un vecchio quotidiano di cinque anni fa, alla data del 15 febbraio. Riporto semplicemente i titoli, tutti documentabili: Ragazzi suicidi, è allarme; Generazione friabile; Basta genitori amici dei figli; Giovane diciassettenne vittima del male oscuro; Sul social il video hot della sedicenne; Due ventenni accusati di violenza sessuale di gruppo; Adolescenti depressi; Lottiamo tutti contro il bullismo; Botte fuori dal liceo. E tutto questo, confermo, nello stesso giorno. È il famoso “disagio giovanile”, che diventa perfino dramma. Sembra la conferma della convinzione diffusa che “i giovani d’oggi” sono sbandati, poveri di valori, incapaci di impegno e di sacrificio, candidati a militare nelle baby-gang.

“I giovani d’oggi”: tanto studiati, rimproverati, imputati, segnati a dito. Leggiamo cosa scrive di loro un grande intellettuale, dal linguaggio raffinato e leggermente fuori moda:

Ora i giovani sentono il bisogno di distinguersi, e non trovando altra strada aperta come una volta, consumano le forze della loro giovanezza, e studiano tutte le arti, e gettano la salute del corpo, e si abbreviano la vita, non tanto per l’amore del piacere, quanto per essere notati e invidiati e vantarsi di vittorie vergognose, che tuttavia il mondo ora applaude, non restando a un giovane altra maniera, di far valere il suo corpo, e procacciarsene lode, che questa.

Certo, sono così “i giovani d’oggi” … ma non stiamo parlando né dei Millennials né della Generazione Zeta; forse la parola “giovanezza” e il verbo “procacciarsi” fanno la spia: qui si tratta dei “giovani d’oggi” di due secoli fa; il brano è tratto dallo Zibaldone di pensieri di Giacomo Leopardi, alla data del 21 giugno 1820. Il poeta di Recanati del resto deplora più volte la condizione e la vita dei giovani del suo tempo, da lui ritenuti peggiori a confronto delle generazioni passate.

Un altro famoso autore ragiona sulla differenza tra i ragazzi del passato e quelli del presente: nelle scuole di oggi, dice, non c’è più interesse per gli studi, mentre la gioventù si accalca nei festini e gli adolescenti si pettinano tutti allo stesso modo… che sia un giornalista appostato fuori da un Liceo? No, è un passo tratto dall’epistolario di Seneca (Lettere morali a Lucilio, 95), un testo che ha poco meno di duemila anni. Non mancano certo scritti ancora più antichi contro il degrado dei “giovani d’oggi”; è probabile che questa tendenza sia radicata addirittura nella preistoria. Evidentemente il biasimo nei confronti dei giovani ha radici antiche ed è legato alla tendenza degli adulti a leggere il presente in termini di decadenza, per far risplendere la superiorità del passato, cioè del presente di quando loro erano giovani. Sant’Agostino, in un discorso tenuto più di sedici secoli fa, affermava non senza ironia:

troverai degli uomini che si lamentano dei loro tempi, convinti che solo i tempi passati siano stati belli. Ma si può essere sicuri che se costoro potessero riportarsi all’epoca degli antenati, non mancherebbero di lamentarsi ugualmente. Se, infatti, tu trovi buoni quei tempi che furono, è appunto perché quei tempi non sono più i tuoi (Disc. Caillau-Saint-Yves 2).

Prudenza, dunque, nel dare giudizi sui giovani d’oggi, nel gridare allo sfacelo morale, culturale, affettivo e sociale, nell’addossare agli adolescenti le etichette di teppisti, violenti e sfaccendati. Negli anni sono diventato allergico al costante abbinamento del sostantivo disagio all’aggettivo giovanile. Quando il mondo degli adulti rileva comportamenti inaccettabili nei giovani, è tenuto moralmente a premettere un esame di coscienza. Che mondo stiamo lasciando ai ragazzi di oggi? Quali valori abbiamo custodito per loro, quali ideali testimoniamo? Quale modello di vita adulta stiamo incarnando? Loro sono incerti e confusi, è vero: ma gli orizzonti futuri che si aprono, quegli orizzonti che noi adulti stiamo disegnando, che promesse contengono? Quando gli adulti sono affetti dal mito del giovanilismo, comportandosi da adolescenti, come si può sperare che i giovani desiderino e progettino una vita adulta? Non intendo ora cadere nella tentazione di una requisitoria sugli “adulti d’oggi”, che oltretutto mi si ritorcerebbe contro per ragioni anagrafiche; però mi sembra onesto porre alcune questioni scomode per noi più attempati. Le presento senza alcuna pretesa di completezza, così come mi vengono dal cuore.

Abbiamo mille ragioni per contrastare fermamente e reprimere il bullismo, la violenza e il vandalismo giovanile. A patto però di affrontare la domanda su chi abbia creato le condizioni problematiche in cui vivono i giovani. Non abbiamo forse costruito, negli ultimi decenni, una convivenza civile ispirata ad una libertà senza relativa responsabilità, ad un consumismo sfacciato, ad una “legge del più forte” che ha trasferito la logica di mercato dentro le relazioni sociali, affettive, sessuali e familiari? Spero di non risultare moralista se, dando voce a molti educatori, esprimo preoccupazione per il bombardamento incontrollato della pornografia, in tutte le sue varianti social, sugli adolescenti e i giovani; un mercato, gonfiatosi nella pandemia, che vuole creare dipendenza, favorendo un approccio utilitaristico al corpo proprio e altrui, fino a considerarlo strumento da sfruttare solo a proprio vantaggio. Ci scandalizziamo poi per gli atti di teppismo adolescenziale, ma non sempre risaliamo alle radici di una cultura adulta che sparge dovunque immagini violente e sbandiera l’aggressività come metodo normale nei dibattiti e nei confronti a tutti i livelli: familiare, sociale, politico e perfino ecclesiale… non a caso papa Francesco ha messo in moto in tutte le comunità cristiane uno “stile sinodale”, per educare i cattolici stessi ad ascoltarsi a vicenda – cosa tutt’altro che scontata, come si vede dalle profonde divisioni nella Chiesa – per seminare uno stile di ascolto reciproco in tutti gli ambienti. Siamo meravigliati per la confusione dei ragazzi, lo smarrimento degli adolescenti, la mancanza di prospettive dei giovani: ma basterebbe ricostruire a grandi linee le recenti crisi esplose nei campi dell’economia e dell’ecologia, per renderci conto di quanto le ultime generazioni di adulti abbiano contribuito nel creare situazioni di disagio, ragionando più sui vantaggi immediati che sulle conseguenze future delle loro scelte.

Potendo ricordare personalmente quali erano quarant’anni fa le prospettive di un ventenne, mi sembra che già da tempo l’orizzonte del futuro si sia notevolmente abbassato. Sono istruttive le statistiche dei giovani che ogni anno, da un po’ di tempo ad oggi – non fa testo il periodo della pandemia – si recano all’estero per specializzarsi, trovare lavoro e normalmente poi rimanervi: decine e decine di migliaia. Ancora negli anni Ottanta, noi ventenni dell’epoca potevamo sognare il futuro “con i piedi per terra”, orientandoci ad una scelta lavorativa e vocazionale che appariva realistica e raggiungibile; ma da alcuni decenni i giovani faticano a pianificare, per mancanza di reali e concrete prospettive: i progetti di vita familiare e professionale, pur coltivati, sono inevitabilmente precari. Si naviga a vista.

La pandemia sta svolgendo, anche in questo caso, una funzione acceleratrice, intensificando il clima di incertezza in tutti e specialmente nei giovani; nei loro discorsi abbondano i “forse”, i “non so”, i “chissà”, i “per ora”. E quando gli adulti se la sbrigano con un giudizio su di loro come nichilisti, depressi, liquidi, viziati, immaturi, superficiali o sdraiati – senza negare l’esistenza di tendenze di questo tipo, comunque non solo tra i giovani – dovrebbero ricordarsi che siamo stati noi adulti a consegnare a loro questa condizione precaria.

Sguardo nuovo sui giovani

È necessario uno sguardo nuovo degli adulti sui giovani: occhi che scrutano il bene prima di segnalare il male; occhi che guardano al futuro più che fissarsi sul passato. Scrisse San Giovanni Bosco, uno dei più grandi educatori della storia: «l’educazione è cosa di cuore» (Lettera del 29 gennaio 1883). Dal cuore, non dalle analisi, prende avvio uno sguardo nuovo sui giovani. E non si tratta di un discorso romantico, ma estremamente pratico: infatti proprio dal cuore, da questo sguardo nuovo, il santo torinese aveva tratto l’ispirazione per stipulare il primo contratto di apprendistato tra il datore di lavoro e un giovane, facendo egli stesso da garante:

Il Sig. Bertolino Giuseppe Mastro Minusiere esercente la professione in Torino, riceve nella qualità di apprendista nell’arte di falegname il giovane Giuseppe Odasso, natio di Mondovì, del vivente Vincenzo natìo di Garessío e in questa capitale domiciliato, e si obbliga di insegnargli l’arte suddetta, per lo spazio d’anni due che si dichiarano aver avuto principio col primo del corrente anno… (Contratto di apprendizzaggio, 8 febbraio 1852).

Seguono tutte le regole della convenzione: durata, stipendio, diritti e doveri del lavoratore e del datore. Lo sguardo di don Bosco – la cui memoria noi modenesi trascuriamo un po’ perché cade nel giorno stesso della solennità di San Geminiano – è lo stesso sguardo che ha ispirato don Mario Rocchi, seguito da tanti preti e laici, nell’avviare e guidare la Città dei Ragazzi, dentro la quale generazioni di modenesi si sono incontrati e formati, e che anche oggi è luogo di crescita, educazione e inclusione, punto di riferimento per bambini, adolescenti, giovani e famiglie. Su questo stesso sguardo insiste ora papa Francesco. Rivolgendosi agli universitari, in una visita a Bologna, richiamò due miti greci, quello di Ulisse e quello di Orfeo, per indicare il metodo di comunicazione tra giovani e con i giovani. Entrambi i personaggi riuscirono a vincere il richiamo fatale delle sirene, ma in due modalità molto diverse:

Ulisse, per non cedere al canto delle sirene, che ammaliavano i marinai e li facevano sfracellare contro gli scogli, si legò all’albero della nave e turò gli orecchi dei compagni di viaggio. Invece Orfeo, per contrastare il canto delle sirene, fece qualcos’altro: intonò una melodia più bella, che incantò le sirene (Discorso del primo ottobre 2017).

La cera, con la quale Ulisse tappa le orecchie dei compagni, è un simbolo di difesa, è un no. La cetra, con la quale Orfeo esegue un canto più attraente di quello delle sirene, è un simbolo di proposta, è un sì. E le corde con le quali Ulisse si lega all’albero maestro sono dei no, mentre le corde della cetra di Orfeo sono dei sì. Entrambe le corde sono necessarie, perché l’educazione necessita dei sì e dei no. Ma dobbiamo confessare che noi adulti siamo attrezzati ad usare più la cera che la cetra, più le corde per legare che le corde per suonare; mentre gli indispensabili no devono custodire un grande e unico sì: alla vita, alla bellezza, al futuro.

La sfida educativa si affronta non tanto biasimando nei giovani le sirene dell’istinto, dell’egoismo, della “vita facile”, quanto proponendo loro una “vita bella”, armoniosa, progettuale; e non tanto con le parole, ma soprattutto con la testimonianza della vita. I giovani sono disposti ad ascoltare gli adulti, anche i più anziani, se li vedono realizzati come adulti; se si sentono da loro amati, accompagnati, compresi; se avvertono da parte loro uno sguardo di fiducia. La trasmissione intergenerazionale di tradizioni e valori, oggi così ardua, passa attraverso questo sguardo fiducioso sui giovani.

In ascolto dei giovani

«Mi sento felice nel restituire qualcosa dei tanti doni ricevuti». Questa frase, lanciata durante un incontro organizzato dalla Caritas diocesana di Modena nella primavera del 2020, venne ripetuta in modi diversi da tutti i giovani presenti. Era un gruppo di maggiorenni, provenienti da varie parrocchie e realtà diocesane, che si erano impegnati durante le settimane del lockdown per portare gli alimenti alle persone bisognose tappate in casa. Semplice la logica di quei ragazzi, che richiama l’invito di Gesù ai discepoli: “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Matteo 10,8). Non so se fossero tutti credenti, ma so che questa logica del gratuito è profondamente umana, prima ancora che cristiana, e che coinvolge molti giovani; ben più di quelli che si possono immaginare. Cinquanta ventenni che tutte le mattine lavorano gratis alcune ore per aiutare il prossimo non fanno notizia; un ventenne che si ubriaca nei giardini pubblici finisce in prima pagina e detta i titoli sul “disagio giovanile”. È giusto, d’accordo, dare rilievo al malessere, per mantenere alto il livello dello sdegno; ma sarebbe ancora più giusto dare rilievo al bene nascosto, rendere “sensazionale” la quotidiana semina di gratuità e prossimità che molti giovani compiono. Di generosità ne abbiamo vista molta in questi due anni così difficili: e non ci siamo stancati di apprezzare chi si è speso per alleviare le sofferenze sanitarie, economiche, sociali, educative delle persone colpite dal covid-19. Non possiamo dimenticare che spesso sono proprio stati i giovani ad intervenire nelle situazioni più faticose, a partire dalle loro stesse famiglie; che sono soprattutto i giovani a rendere possibili le comunicazioni, in questo biennio di esplosione del digitale; e che, tra gli oltre cinque milioni di volontari nel nostro paese, si contano molti giovani, spesso anche tra quelli che impropriamente vengono definiti “disabili” e che sono, invece, portatori di ricchezze enormi, di creatività e di un affetto profondo. È un mare di bene nascosto, che non reclama pubblicità e nemmeno cerca ricompense; perché il bene si ricompensa da se stesso: «mi sento felice nel restituire qualcosa».

Dobbiamo imparare tutti, comunità civile ed ecclesiale, ad ascoltare le domande di autenticità dei giovani, più sensibili di noi adulti su vari fronti: dalla cura del creato alla lotta ai privilegi, dal rispetto per le persone svantaggiate ad una ricerca spirituale meno convenzionale e più convinta. Se vogliamo che i messaggi più alti possano bussare al loro cuore, non possiamo impacchettarli nei nostri laboratori adulti, presumendo di sapere noi cosa pensano e di cosa hanno bisogno. Molte volte l’universo giovanile è oggetto di analisi, studi e proposte, mentre sono poche le occasioni nelle quali i giovani possono, come soggetti, presentare agli adulti le loro idee, i loro sogni e progetti. Il 2022 si apre con un’opportunità ulteriore, essendo stato proclamato dalle istituzioni del nostro continente Anno Europeo dei Giovani.

Spesso ci domandiamo “come parlare ai giovani”; ma la prima e più importante domanda è: “come ascoltare i giovani”. Anche se avessimo l’impressione di sentire cose sgradevoli, provocatorie e ingiuste, dovremmo partire dal loro vissuto, accettare che essi stessi si confrontino con la vita, stare al loro fianco e non dettare regole dall’alto. Saranno loro stessi ad indicare le strade per trovare, insieme a noi adulti, delle piste e delle risposte plausibili per la loro vita. Non saranno sempre i sentieri che noi avevamo pensato “per loro”, ma saranno i “loro” sentieri. Più volte ho sperimentato, nel ministero pastorale, che i ragazzi accettano il confronto, anche vivace, con quegli adulti dai quali si sentono amati e accompagnati, e non classificati e giudicati. E non è vero che sono impermeabili alle proposte esigenti: semplicemente le devono vedere prima incarnate negli adulti, per poterle considerare e tradurre alla loro misura di giovani.

Concludo richiamando una scena che si trova nella favola contemporanea di Michael Ende intitolata Momo, pubblicata nel 1973, trasformata in film nel 1986 e in lungometraggio a cartoni animati nel 2001. In una città senza nome giunge Momo, una bambina, anche se pare avesse 108 anni… forse l’autore vuole così simboleggiare il dialogo intergenerazionale. Momo è dotata di poteri straordinari: stimola la fantasia, rimette pace tra i contendenti, trova la soluzione dei problemi. Il suo segreto è uno solo: è capace di ascoltare. Un giorno un giovanotto portò a Momo il suo canarino in gabbia, che non voleva più cantare. Per risolvere il problema, Momo si siede davanti alla gabbia una settimana intera, in silenzio, e alla fine il canarino ricomincia a cantare allegramente. Morale della favola: non aveva più cantato, perché non aveva trovato nessuno che avesse la pazienza di ascoltarlo.

San Geminiano, che secondo la cronologia tradizionale diventò vescovo di Modena ancora giovane, aiuti gli adulti a mettersi più decisamente in ascolto dei giovani. Propongo, pandemia permettendo, che nelle ultime settimane di primavera troviamo una mezza giornata da dedicare all’ascolto dei ragazzi: un ascolto da parte della città, insieme alla diocesi e tutte le istituzioni e gli enti locali che stanno operando intensamente per ricostruire il tessuto educativo e sociale. Sarebbe una specie di cattedra dei giovani, che potrebbero parlare agli adulti esprimendo liberamente ciò che hanno nel cuore: sogni e sofferenze, desideri e consigli. Potremo ascoltare alcune loro esperienze di studenti e lavoratori, educatori, sportivi e volontari impegnati nei diversi ambiti. Sarebbe un’occasione per sperimentare come, ripartendo dall’ascolto dei giovani, possiamo ritrovare insieme la primavera


martedì 1 febbraio 2022

Intenzione di preghiera per il mese di Febbraio 2022: Preghiamo per le religiose e consacrate

Intenzione di preghiera per il mese di Febbraio 2022

Preghiamo per le religiose e consacrate


“Preghiamo per le religiose e consacrate”. Questa l’intenzione di preghiera di Papa Francesco per il mese di febbraio nel video del Papa diffuso attraverso la Rete Mondiale di Preghiera del Papa.
Sappiamo davvero tutto quello che fanno le religiose e le laiche consacrate nella Chiesa? Come dice Francesco, “non si può capire la Chiesa senza di loro”. Non sono solo catechiste, teologhe o accompagnatrici spirituali, ma lavorano e operano “con i poveri, con gli emarginati, con tutti coloro che sono schiavizzati dai trafficanti”. Nel video di questo mese, il Papa chiede loro di continuare a trovare nuove risposte di fronte alle sfide del tempo attuale e le ringrazia per quello che sono, per ciò che fanno e per come lo fanno. 

Guarda il video


Il testo in italiano del videomessaggio del Papa

Come può essere che attualmente molte minoranze religiose 
subiscano discriminazioni o persecuzioni?

Come permettiamo, in questa società tanto civilizzata, 
che ci siano persone che vengono perseguitate semplicemente perché 
professano pubblicamente la propria fede? 
Non è soltanto inaccettabile: è disumano, è una follia.

La libertà religiosa non si limita alla libertà di culto, 
ovvero al fatto che si possa avere un culto nel giorno prescritto dai propri libri sacri, 
ma ci fa valorizzare l'altro nella sua differenza e riconoscere in lui un vero fratello.

Come esseri umani, abbiamo tante cose in comune da poter convivere, 
accogliendo le differenze con la gioia di essere fratelli.

E una piccola differenza, o una differenza sostanziale com'è quella religiosa, 
non offuschi la grande unità dell'essere fratelli.

Scegliamo il cammino della fraternità. Perché o siamo fratelli o perdiamo tutti.

Preghiamo perché tutte le persone che subiscono discriminazione e persecuzione religiosa trovino nelle società in cui vivono il riconoscimento e la dignità che nasce 
dall’essere fratelli e sorelle.

Questo mese pregheremo in modo speciale 
per le donne religiose e le donne consacrate. 

Che cosa sarebbe la Chiesa senza le religiose e le laiche consacrate? 
Non si può capire la Chiesa senza di loro.

Esorto tutte le consacrate a discernere e a scegliere ciò che è bene per la loro missione di fronte alle sfide del mondo che stiamo vivendo.

Le esorto a continuare a lavorare e a operare con i poveri, con gli emarginati, 
con tutti coloro che sono schiavizzati dai trafficanti;
 in particolare, chiedo loro di concentrarsi su questo. 

E preghiamo affinché possano mostrare la bellezza dell'amore e della compassione di Dio come catechiste, teologhe, accompagnatrici spirituali.

Le invito a lottare quando, in alcuni casi, vengono trattate ingiustamente, anche all'interno della Chiesa; quando il loro servizio, che è tanto grande, viene ridotto a servitù. E a volte da uomini di Chiesa.
  
Non si scoraggino. Continuino a far conoscere la bontà di Dio 
attraverso le opere apostoliche che compiono. 

Ma soprattutto attraverso la testimonianza di consacrazione.

Preghiamo per le religiose e le consacrate, ringraziandole per la loro missione e il loro coraggio, affinché continuino a trovare nuove risposte 
di fronte alle sfide del nostro tempo.
  
Grazie per quello che siete, per ciò che fate e per come lo fate.

Anche nel 2022 è con un tweet che viene annunciato il video con l'intenzione di preghiera.


Tonio Dell'Olio - I minori senza infanzia nella guerra

Tonio Dell'Olio
I minori senza infanzia nella guerra


Se c'è qualcosa di ancora più orrendo della guerra con il dolore per gli strappi d'affetto, le violenze, la morte e la distruzione, le sofferenze e la fame che ne conseguono, statene certi: i bambini l'hanno vissuta.

Le notizie, insieme agli appelli disperati che giungono dall'Afghanistan e dallo Yemen, per non parlare di mille altri luoghi nascosti nelle pieghe del mappamondo, ne sono la drammatica conferma.

Violentati, ingannati e "addomesticati" ai combattimenti, i minori senza infanzia sono i parafulmini dell'orrore. 

Città e villaggi afghani mostrano i volti di bambini denutriti e disperati i cui genitori non sanno come far fronte a fame e morbillo. 

In questi giorni nel Consiglio di sicurezza dell'Onu si è discusso della condizione dei bambini soldati reclutati dagli Houthi (Yemen). Quasi duemila di loro, si calcola siano morti tra gennaio 2020 e maggio 2021 in combattimento. 

E sono circa 10.000 i minori morti soprattutto di bombardamenti dal 2015. 

Un mondo che non mette in prima pagina la condizione e la vita dei bambini delle zone di guerra è un mondo malato che ha bisogno d'essere curato.
(fonte: Mosaico dei Giorni 01/02/2022)


Morire di freddo e di indifferenza ... Che fine ha fatto la nostra umanità?

Morire di freddo e di indifferenza ...
Che fine ha fatto la nostra umanità? 

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No, il fotografo René Robert non è morto di ipotermia.
È morto d’indifferenza
 

Il famoso René Robert è stato lasciato morire in una strada di Parigi, per 9 ore nell’indifferenza generale. Che fine ha fatto la nostra umanità?

Da solo, al gelo, su un marciapiede al centro di Parigi: così è morto il fotografo svizzero 85enne Renè Robert, noto in tutto il mondo per i suoi potenti scatti che immortalavano i ballerini di flamenco. Ad ucciderlo non è stato il freddo. O almeno non soltanto. Robert è morto d’indifferenza, come raccontato dal suo amico e giornalista Michel Mompontet all’emittente televisiva France Info.


Lo scorso martedì, in tarda serata, stava tornando a casa dopo cena, ma a un certo punto si è accasciato al suolo, probabilmente per via di un malore. E non in una zona periferica poco trafficata. Ma nei pressi di Place de la République.

Per ben 9 lunghe ore nessuno l’ha visto. O meglio nessuno si è degnato di avvicinarsi a lui per chiedergli se avesse bisogno di aiuto. Alla fine soltanto un senzatetto si è accorto di lui all’alba del giorno successivo e ha subito chiamato i soccorsi. Purtroppo, però, era troppo tardi. René Robert era già morto per ipotermia.

“Come siamo potuti arrivare a tanto? Questa tragica morte è una cosa orribile e ci dice molto sul nostro comportamento e la solidarietà reciproca” commenta con l’amaro in bocca il giornalista Mompontet, invitando tutti a un’esame di coscienza.

“Prima di dare lezioni o accusare qualcuno, bisogna porsi una piccola domanda mette a disagio: sono sicuro al 100% che mi sarei fermato se mi fossi trovato di fronte a quella scena, un uomo a terra? – si domanda – Non ho mai voltato le spalle a un senzatetto sdraiato davanti a una porta?”


Sono domande che pesano come un macigno, ma che tutti dovremmo farci. Viviamo in una società frenetica e i problemi da affrontare sono mille e di varia natura. È vero. Ma c’è una cosa che non dovremmo dimenticare mai: mettere al primo posto l’umanità, senza ignorare chi ha bisogno o è semplicemente solo. L’indifferenza uccide. E un giorno al posto di Renè Robert, al freddo su un marciapiede, potremmo esserci noi.
(fonte: GreenMe, articolo di Rosita Cipolla 29/01/2022)

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Robert René: morire tra l’indifferenza di tutti

... Ecco signori e signore, l’ultima fotografia che il grande Réne ci ha lasciato di questa umanità del 2022 è di se stesso accasciato tra le vie del mondo mentre muore tra l’indifferenza, l’egoismo e il “meglio che mi faccio i fatti miei”. Uno dei frutti più velenosi di questa pandemia. Non che prima non ci fosse questa incapacità di accorgersi del dolore altrui, solo che il coronavirus ha spinto questa attitudine individualistica agli estremi. Fino a passare davanti ad un uomo, immagino vestito bene e che non aveva le sembianze di un senzatetto, facendo finta di non vedere. E tutto questo nella civilissima Parigi.

Ma chi siamo diventati? Ma dov’è l’umanità bella quella che nascondeva gli ebrei nelle sue case mettendo a rischio la propria vita, quella che divideva il pane con la famiglia del vicino, che accudiva i figli dei cugini perché entrambi i genitori lavoravano? Mi vengono in mente le parole di Papa Francesco che nell’Angelus di qualche anno fa commentando la parabola del buon samaritano disse a tutti: “Mi faccio prossimo o semplicemente passo accanto? Sono di quelli che selezionano la gente secondo il proprio piacere? Queste domande è bene farcele spesso, perché alla fine saremo giudicati sulle opere di misericordia. […] Ma Tu, ti ricordi quella volta, sulla strada da Gerusalemme a Gerico? Quell’uomo mezzo morto ero io. Ti ricordi? Quel bambino affamato ero io. Ti ricordi? Quel migrante che tanti vogliono cacciare via ero io. Quei nonni soli, abbandonati nelle case di riposo, ero io. Quell’ammalato solo in ospedale che non va a trovare nessuno ero io!”.

Se anche il mondo lo avesse dimenticato, noi cristiani abbiamo il dovere di ricordare. In fondo per paradosso, gli unici occhi che hanno visto e le uniche mani che hanno soccorso Robert René sono stati gli occhi e le mani di un povero.

Leggi tutto l'articolo dal sito PUNTO FAMIGLIA

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Undici morti negli ultimi due mesi. Questo il tragico bilancio che riguarda Roma, dove anche nel 2022 si continua a morire per strada di freddo. A quanti sono vittime di questo tragico destino, come 39 anni fa capitò a Modesta Valenti che morì alla stazione Termini perché, essendo sporca, l’ambulanza si rifiutò di portarla in ospedale, è stata dedicata ieri mattina una cerimonia alla basilica di Santa Maria in Trastevere. ...



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Una nuova tragedia si è consumata alle porte dell’Europa. Sette persone migranti sono morte per ipotermia nel tentativo di raggiungere la salvezza in Europa. Le vittime erano cittadini di nazionalità bengalese, tre di loro sono decedute sul barcone che le trasportava, altre quattro durante le operazioni di soccorso della Guardia Costiera italiana. Sono 280 i migranti sbarcati a Lampedusa nella notte tra lunedì e martedì.

"Ancora una volta vittime innocenti vedono infrangere le loro speranze di una vita migliore contro le barriere dell’indifferenza di un’Europa che, sempre più spesso, resta a guardare o, peggio, si chiude erigendo muri, confini, barriere", afferma il Moas in una sua dichiarazione sull'accaduto. ...


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