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martedì 7 marzo 2017

Dal 5 al 10 marzo ad Ariccia gli esercizi spirituali per Papa Francesco e la Curia Romana / 1

Domenica pomeriggio, nella Casa del Divin Maestro retta dai Paolini sono iniziati gli Esercizi spirituali per il Papa e la Curia Romana. Al centro delle nove meditazioni quaresimali, guidate dal padre francescano Giulio Michelini, è il tema della Passione, morte e risurrezione di Gesù secondo il Vangelo di Matteo. 
Il Papa insieme ai cardinali della Curia è arrivato ad Ariccia intorno alle 16.50 a bordo di un pullman. Dopo la sistemazione nella camere, l'introduzione, l'adorazione eucaristica e i vespri. Quindi la cena. Gli altri giorni il programma prevede alle 7.30 la concelebrazione della messa, quindi dopo la colazione la prima meditazione alle 9.30. Dopo il pranzo e un breve riposo, la seconda meditazione alle 16.00, seguita dai vespri e dall'adorazione eucaristica, e poi dalla cena alle 19.30. Venerdì 10 marzo, ultimo giorno del ritiro, dopo la concelebrazione della messa e la colazione, una sola meditazione alle 9.30 e il rientro in Vaticano.
Questa settimana, dunque, annullati tutti gli appuntamenti in Vaticano, inclusa l'Udienza generale di mercoledì.

Guarda il video dell'arrivo ad Ariccia






Nella Casa Divin Maestro, ad Ariccia — dove anche quest’anno si svolgono gli esercizi, che si concluderanno nella mattina di venerdì 10 — il Pontefice è arrivato alle 16.50 di domenica 5 marzo, su uno dei due pullman partiti dal Vaticano con gli oltre settanta partecipanti agli esercizi spirituali. Ad accoglierlo, con il predicatore, l’arcivescovo Angelo Becciu, sostituto della Segreteria di Stato, monsignor Leonardo Sapienza, reggente della Prefettura della Casa pontificia, e don Valdir José De Castro, superiore generale della Società di San Paolo, insieme alla comunità religiosa di Ariccia.

Già nella riflessione introduttiva, svolta subito dopo l’arrivo, il predicatore ha presentato i contenuti essenziali delle meditazioni, sottolineando in particolare che «la vita di Gesù non è una fiction». La sua esistenza terrena e la sua morte, ha fatto presente, «sono strettamente legate e noi, con le nostre meditazioni, torneremo ogni volta in Galilea, dove Gesù ha trascorso quasi tutta la sua vita, e lì troveremo quei tratti che ci porteranno a Gerusalemme per parlare della sua passione, morte e risurrezione». Ogni meditazione, ha precisato, «partirà dall’esegesi di un brano tratto dai capitoli 26-28 del vangelo di Matteo, riletto tenendo sullo sfondo il ministero di Gesù in Galilea». E «dall’interpretazione del testo si passerà poi a una lettura di tipo esistenziale e spirituale».

«Stare con Gesù», dunque, è la prima chiave di lettura. Ma anche «stare con Pietro», seguendo le indicazioni della Evangelii gaudium per «considerarci tutti dentro il gruppo di coloro che devono essere ri-evangelizzati». Perciò, ha detto ai presenti padre Michelini, «siete voi, cari fratelli, al centro di quella evangelizzazione che il Signore ha pensato per le vostre persone, che vi occupate della Chiesa e degli altri, ma che siete chiamati anche, per questo tempo speciale, a stare in disparte, voi soli, in un luogo deserto, per fermarvi, pregare e riposare un po’».

«La confessione di Pietro e il cammino di Gesù fino a Gerusalemme» (Matteo 16, 13-21) sono stati il filo conduttore della prima meditazione, nella mattina di lunedì 6 marzo. «Se il Signore ha compiuto vari viaggi verso la città santa, come si apprende dal Vangelo secondo Giovanni, per le tre feste di pellegrinaggio giudaiche — ha spiegato il predicatore — quello che Gesù a un certo punto annuncia si distingue da tutti gli altri: è l’ultimo, è l’innesco della sua passione, morte e risurrezione». Così «in quella che potremmo chiamare la “trilogia sinottica della fine” — per distinguerla da quella che si trova all’inizio dei Vangeli sinottici (il Battista; il battesimo di Gesù; la tentazione) — è importante osservare la logica e la cronologia degli eventi: Pietro riconosce in Gesù il Messia; Gesù annuncia la sua passione; la trasfigurazione sul monte».

Ma «perché Gesù, come scrive l’evangelista Matteo, “da allora” annuncia quel suo ultimo pellegrinaggio verso Gerusalemme?» si è chiesto il religioso, ricordando che «Gesù, che pure parla come parola del Padre, ha ascoltato Pietro e accolto la sua investitura messianica, che sarà poi confermata, in modo molto umile, da una donna, a Betania».

Diversamente, dunque, «dai grandi personaggi del passato, come Alessandro Magno che secondo le antiche biografie prendeva decisioni grazie alle pratiche mantiche o agli indovini o all’oniromanzia, Gesù non arriva alle sue convinzioni attraverso l’arte divinatoria, né grazie ai suggerimenti di maghi e nemmeno attraverso i sogni: tra l’altro, nei vangeli Gesù non sogna». Lo fa invece «grazie alla preghiera, al dono dello Spirito, e anche perché il Padre parla a lui attraverso una voce umile».

Nella tradizione giudaica, «dopo la fine della grande profezia — ha proseguito Michelini — si credeva che Dio si rivelasse attraverso i bambini, i sogni, i folli, una “piccola voce”: tutti modi per dire che la comunicazione divina ordinariamente non è eclatante o impositiva, ma più simile al sussurro di un vento leggero, che soffia per Elia sull’Oreb, che al tuono che schianta i cedri del Libano» (come si legge nel salmo 29, 5). Ecco che, ha affermato il predicatore, «Gesù, umile di cuore, ascolta la voce di Pietro e, da allora, si assume le conseguenze estreme delle sue parole e delle sue azioni: non si ritira più, ma annuncia la sua morte-risurrezione a Gerusalemme».

A conclusione di queste linee di riflessione, il predicatore ha suggerito un vero e proprio esame di coscienza, attraverso tre domande dirette, per attualizzare e personalizzare l’intera meditazione. «La prima domanda — ha detto — ha a che fare con le decisioni che prendo, intendendo non le piccole decisioni quotidiane, ma quelle più importanti per la vita. Sulla base di quale criterio faccio discernimento? Decido d’impulso, mi lascio prendere dall’abitudine, metto me stesso e il mio personale tornaconto davanti al regno di Dio e agli altri, ascolto la voce di Dio che però parla in modo umile?».

La seconda domanda scaturita dai contenuti della meditazione riguarda proprio «quella voce che parla come parlano i bambini o i folli, che è debole come i sogni o una voce interiore». Non a caso «il Padre ha parlato anche attraverso la confessione di Simone: Gesù nella sua umanità, e anche san Francesco d’Assisi, hanno compreso che Dio si rivela anche al discepolo e mediante il discepolo più piccolo». E allora, ha domandato il predicatore sollecitando una riflessione personale, «abbiamo l’umiltà di ascoltare Pietro, abbiamo l’umiltà di ascoltare gli uni gli altri, facendo attenzione ai nostri pregiudizi, attenti a cogliere quelle cose che Dio più dirci attraverso le voci deboli degli altri, o ascoltiamo solo la nostra voce che parla agli altri?».

Con la terza domanda dell’esame di coscienza, Michelini ha invitato a riflettere sulle nostre «ritirate strategiche», chiedendoci se accettiamo o meno «di andare fino in fondo per seguire Gesù Cristo, mettendo in conto che questo comporti portare la croce, come ha detto ai discepoli e a Simone, subito dopo la confessione: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”».

Ad Ariccia, gli Esercizi spirituali per il Papa e la Curia Romana sono proseguiti nel pomeriggio con la seconda meditazione dedicata al tema: “Le ultime parole di Gesù e l’inizio della Passione” nel Vangelo di Matteo. Il predicatore, il padre francescano Giulio Michelini, ha ricordato l’importanza di coniugare aiuto ai poveri e preghiera. ...


Giornata internazionale della donna 8 marzo 2017 - Vaticano: “Voices of faith” - Rendere possibile l'impossibile

Voci di fede unisce il Vaticano con la comunità internazionale e le organizzazioni in tutto il mondo per onorare e riconoscere le donne che capiscono la necessità di un dialogo, la costruzione di ponti e la collaborazione attraverso i confini. 

“Voices of faith” - Rendere possibile l'impossibile - 8 marzo 2017 Programma



Otto marzo: in Vaticano “Voices of faith” per chiedere più donne nei processi di pace

Più donne nei processi di pace e dialogo ad alto livello e in ruoli di responsabilità, anche a livello ecclesiale. E’ la pressante richiesta emersa oggi (6/3/2017) a Roma durante la conferenza stampa per presentare l’evento “Voices of faith” che si terrà mercoledì 8 marzo (ore 14-17.30) nella Casina Pio IV in Vaticano, in occasione della Giornata internazionale della donna. Le relatrici hanno rivendicato la volontà di essere sempre più presenti anche nella Chiesa, grazie alle posizioni assunte in merito da Papa Francesco. “Secondo alcuni studi quando le donne vengono coinvolte nei processi di pace c’è il 35% in più di possibilità che le negoziazioni abbiano successo. Eppure sono pochissime le donne che svolgono questi ruoli, soprattutto ad alto livello, ad esempio in Medio Oriente”, ha ricordato la moderatrice Petra Dankova. L’evento dell’8 marzo, che si svolge in Vaticano per la quarta volta e propone testimonianze e scambio di buone pratiche da tutto il mondo, è stato ideato da Chantal Götz e organizzato da Fidel Götz foundation e Liechtenstein non profit foundation, con la collaborazione del Jesuit refugee service. “Il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, ci ha permesso di realizzare il convegno in Vaticano – ha detto Gotz -. Come donne vogliamo fare la nostra parte e lavorare per la nonviolenza”.

Scilla Elworthy, fondatrice dell’Oxford research group, con 30 anni di esperienza in quest’ambito ha maturato una profonda conoscenza del settore: “Sono rarissime le donne con ruoli chiavi nelle mediazioni e negoziazioni – ha spiegato -. Questo significa che negli accordi di pace non si tiene mai conto delle vittime delle guerre, che sono soprattutto donne e bambini”. Elworthy ha ricordato che le urgenze mondiali attuali – clima, migrazioni, gap tra ricchi e poveri e sovrappopolazione – “non possono essere risolte nella maniera tradizionale, ossia con le armi. Da qui il contributo delle donne, che hanno un approccio diverso, più consapevole e spirituale”. La richiesta di una maggiore presenza delle donne nei processi di dialogo e pace riguarda anche le organizzazioni ecclesiali coinvolte: “Vogliamo più donne nelle negoziazioni ad alto livello”, ha ribadito Kerry Robinson, direttore esecutivo della Leadership roundtable che promuove buone prassi manageriali ed economiche nella Chiesa degli Stati Uniti.
(fonte: Sir)

Fare dell’impossibile il possibile, è lo spirito che animerà in Vaticano l’8 marzo in occasione della Giornata internazionale della donna, ‘Voices of faith’ che vedrà riunite donne provenienti da diversi Paesi del mondo unite nel raccontare, attraverso le loro storie, il contributo che in quanto donne di fede, e non solo, hanno fornito e continueranno a fornire nei processi di riconciliazione e di pacificazione. Con le loro testimonianze intendono anche essere di supporto a Papa Francesco e al suo richiamo alle politiche di non violenza. Nel corso dell’incontro si discuterà anche di come far ascoltare la voce delle donne, apporto importante se si vuole che la pace sia instaurata e sostenuta; soprattutto si alzerà la richiesta di maggiore accesso alle donne nei processi di pace e dialogo ad alto livello e in ruolo di responsabilità, anche a livello ecclesiale. 
Tra le partecipanti, Marguerite Barankitse, fondatrice di Maison Shalom, orfanotrofio in Burundi per bambini rimasti soli a causa della guerra civile, e creatrice di un ospedale, vincitrice di numerosi premi umanitari e che oggi vive fuori dal suo Paese perché considerata criminale...



lunedì 6 marzo 2017

Omelia p. Alberto Neglia (VIDEO) - I Domenica di Quaresima (A) - 05/03/2017

Omelia p. Alberto Neglia

- I Domenica di Quaresima (A) -
05/03/2017


Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto


... Gesù vuole conquistare l'uomo, si è fatto fratello per conquistarci, per darci il suo respiro e conquistarci a vivere secondo il progetto di Dio, in modo che la vita dell'uomo sia bella, felice... vuole farci diventare tutti figli di Dio e fratelli tra noi, questo è il grande desiderio di Dio che l'umanità si riconosca come figlia di Dio e come fratelli, come fratelli che si amano, non che si fanno la guerra, si ammazzano o si vogliono possedere reciprocamente; questo è l'impegno di Gesù. Ebbene in quest'impegno Satana, il diavolo (la parola diavolo vuol dire divisore in greco...) e il divisore gli dice: tu vuoi conquistare tutti? prenditi il potere... o con l'economia, o con il potere religioso o con il potere politico...

Se vogliamo conoscere Gesù e vivere da figli come Gesù dobbiamo ascoltare la Parola; impegnamoci in questo tempo di quaresima quotidianamente a leggere la Bibbia, il Vangelo...

Se ascoltiamo Gesù piano, piano ognuno di noi può porre un tassello per costruire un mondo diverso.

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Intenzione di preghiera per il mese di marzo 2017: Aiutare i cristiani perseguitati


Il videomessaggio per l’intenzione di preghiera del mese di marzo, promosso dalla Rete Mondiale di Preghiera del Papa, mostra cristiani delle varie confessioni, chiese distrutte, fedeli di tutte le razze in preghiera e finisce con l'immagine di persone che aiutano in modo concreto chi è vessato per la sua fede.

Nel mondo la persecuzione anticristiana sta crescendo a livelli drammatici: l’anno scorso ha colpito o discriminato oltre 200 milioni di persone: 1200 i cristiani uccisi, 1300 le chiese attaccate. L’estremismo islamico resta il principale responsabile, ma il Paese più pericoloso per i cristiani resta il regime comunista della Corea del Nord. Tante vittime innocenti colpite nel silenzio della comunità internazionale.

Il testo:

Quante persone sono perseguitate a motivo della loro fede, costrette ad abbandonare le loro case, i loro luoghi di culto, le loro terre, i loro affetti. 

Vengono perseguitate e uccise perché cristiani, senza fare distinzione, da parte dei persecutori, tra le confessioni a cui appartengono.

Vi faccio una domanda: Quanti di voi pregano per i cristiani che sono perseguitati?

Vi incoraggio a farlo con me, perché sperimentino il sostegno di tutte le Chiese e comunità nella preghiera e attraverso l'aiuto materiale.

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«Cosa succederebbe se trattassimo la Bibbia come trattiamo il nostro telefono cellulare?» Papa Francesco Angelus 05/03/2017 (testo e video)


 Angelus 
 5 marzo 2017 


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In questa prima domenica di Quaresima, il Vangelo ci introduce nel cammino verso la Pasqua, mostrando Gesù che rimane per quaranta giorni nel deserto, sottoposto alle tentazioni del diavolo (cfr Mt 4,1-11). Questo episodio si colloca in un momento preciso della vita di Gesù: subito dopo il battesimo nel fiume Giordano e prima del ministero pubblico. Egli ha appena ricevuto la solenne investitura: lo Spirito di Dio è sceso su di Lui, il Padre dal cielo lo ha dichiarato «Figlio mio, l’amato» (Mt 3,17). Gesù è ormai pronto per iniziare la sua missione; e poiché essa ha un nemico dichiarato, cioè Satana, Lui lo affronta subito, “corpo a corpo”. Il diavolo fa leva proprio sul titolo di “Figlio di Dio” per allontanare Gesù dall’adempimento della sua missione: «Se tu sei Figlio di Dio…», gli ripete (vv. 3.6), e gli propone di fare gesti miracolosi - di fare il “mago” - come trasformare le pietre in pane per saziare la sua fame, e buttarsi giù dalle mura del tempio facendosi salvare dagli angeli. A queste due tentazioni, segue la terza: adorare lui, il diavolo, per avere il dominio sul mondo (cfr v. 9).

Mediante questa triplice tentazione, Satana vuole distogliere Gesù dalla via dell’obbedienza e dell’umiliazione – perché sa che così, per questa via, il male sarà sconfitto – e portarlo sulla falsa scorciatoia del successo e della gloria. Ma le frecce velenose del diavolo vengono tutte “parate” da Gesù con lo scudo della Parola di Dio (vv. 4.7.10) che esprime la volontà del Padre. Gesù non dice alcuna parola propria: risponde soltanto con la Parola di Dio. E così il Figlio, pieno della forza dello Spirito Santo, esce vittorioso dal deserto.

Durante i quaranta giorni della Quaresima, come cristiani siamo invitati a seguire le orme di Gesù e affrontare il combattimento spirituale contro il Maligno con la forza della Parola di Dio. Non con la nostra parola, non serve. La Parola di Dio: quella ha la forza per sconfiggere Satana. Per questo bisogna prendere confidenza con la Bibbia: leggerla spesso, meditarla, assimilarla. La Bibbia contiene la Parola di Dio, che è sempre attuale ed efficace. Qualcuno ha detto: cosa succederebbe se trattassimo la Bibbia come trattiamo il nostro telefono cellulare? Se la portassimo sempre con noi, o almeno il piccolo Vangelo tascabile, cosa succederebbe?; se tornassimo indietro quando la dimentichiamo: tu ti dimentichi il telefono cellulare - oh!, non ce l’ho, torno indietro a cercarlo; se la aprissimo diverse volte al giorno; se leggessimo i messaggi di Dio contenuti nella Bibbia come leggiamo i messaggi del telefonino, cosa succederebbe? Chiaramente il paragone è paradossale, ma fa riflettere. In effetti, se avessimo la Parola di Dio sempre nel cuore, nessuna tentazione potrebbe allontanarci da Dio e nessun ostacolo ci potrebbe far deviare dalla strada del bene; sapremmo vincere le quotidiane suggestioni del male che è in noi e fuori di noi; ci troveremmo più capaci di vivere una vita risuscitata secondo lo Spirito, accogliendo e amando i nostri fratelli, specialmente quelli più deboli e bisognosi, e anche i nostri nemici.

La Vergine Maria, icona perfetta dell’obbedienza a Dio e della fiducia incondizionata al suo volere, ci sostenga nel cammino quaresimale, affinché ci poniamo in docile ascolto della Parola di Dio per realizzare una vera conversione del cuore.

Dopo l'Angelus:

Cari fratelli e sorelle,

rivolgo un cordiale saluto alle famiglie, ai gruppi parrocchiali, alle associazioni e a tutti i pellegrini venuti dall’Italia e da diversi Paesi.

...

Da pochi giorni abbiamo iniziato la Quaresima, che è il cammino del Popolo di Dio verso la Pasqua, un cammino di conversione, di lotta contro il male con le armi della preghiera, del digiuno e delle opere di carità. Auguro a tutti che il cammino quaresimale sia ricco di frutti; e vi chiedo un ricordo nella preghiera per me e per i collaboratori della Curia Romana, che questa sera inizieremo la settimana di Esercizi Spirituali. Grazie di cuore per questa preghiera che farete.

E, per favore, non dimenticate – non dimenticate! – cosa succederebbe se trattassimo la Bibbia come trattiamo il nostro telefono cellulare. Pensate a questo. La Bibbia sempre con noi, vicino a noi!

Vi auguro buona domenica! Buon pranzo! Arrivederci!

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domenica 5 marzo 2017

"Diamo senso alla vita seguendo il Signore Gesù" - Mons. Bruno Forte, Messaggio dell'Arcivescovo di Chieti-Vasto per la Quaresima

"Diamo senso alla vita 
seguendo il Signore Gesù"  
Mons. Bruno Forte,
Messaggio dell'Arcivescovo Metropolita 
di Chieti-Vasto 
per la Quaresima 2017




1. Dall’ebbrezza del senso alla sua crisi. L’epoca moderna è stata dominata nella cultura occidentale dal sogno dell’“emancipazione”, che il giovane Marx definiva come «la riconduzione del mondo e di tutti i rapporti umani all’uomo stesso» (La questione giudaica, 1849), l’impegno, cioè, volto a rendere ogni essere umano padrone del proprio destino, custode e protagonista del suo domani. Questo sogno ha ispirato i grandi processi emancipatori dell’epoca moderna, da quelli dei popoli del cosiddetto terzo mondo a quelli delle classi sfruttate e delle razze oppresse, da quelli della donna nella varietà dei contesti culturali e sociali a quelli delle giovani generazioni. L’ebbrezza di dare senso a ogni cosa si è però scontrata con la violenza dei totalitarismi e delle guerre mondiali, con 
le atrocità della Shoah e dei vari genocidi, con la crisi delle ideologie e il fallimento delle loro ambizioni. A sua volta, la crisi economica mondiale ha tolto forza ai sogni di tanti giovani, cui la prospettiva della mancanza di lavoro sembra oggi rubare ogni speranza di un futuro migliore. Dall’ebbrezza del senso si è passati a una diffusa condizione di disillusione, spesso divenuta disimpegno e rinuncia alla ricerca di un nuovo futuro (è quanto avviene in molti dei cosiddetti “Neet”, giovani senza impegni scolastici, di lavoro o di formazione: “not (engaged) in education, employment or training”). Anche per questo, i giovani sono fra le categorie più deboli delle nostre società postmoderne. 

2. La tentazione, l’inganno e la proposta. In questa situazione, le nuove generazioni diventano facile preda di tentazioni e d’inganni: c’è chi specula su di esse, seducendole con la proposta di un piacere effimero e vuoto (dalle tossicodipendenze ai video giochi, dalle mode imposte con le tecniche di persuasione di massa alle manipolazioni politiche e culturali). Di fronte a una realtà mortificante, si stimola il bisogno di evasione da essa e la fuga dalle responsabilità. Si offrono sicurezze apparenti, sperimentazioni consolatorie e forme alienanti di disimpegno sociale, politico, religioso e affettivo. Si tende a riempire il vuoto del cuore con gratificazioni facilmente raggiungibili, senza prospettive di futuro significativo. Ogni amico dei giovani, genitore, educatore o responsabile della comunità cristiana, non dovrebbe esitare a denunciare questo pericolo, stimolando i giovani a porsi la domanda sul senso della propria vita e a mettersi in gioco per trovare risposte in grado di motivare l’impegno e di sostenere i sacrifici necessari a realizzare quanto possa essere valido e bello per sé e per gli altri. In modo particolare, va proposto ai giovani l’amore per il prossimo e quello per Dio, perché solo chi ama con generosità trova il senso della vita. Tutti - giovani, genitori, educatori, pastori - dovremmo impegnarci perché giunga credibilmente a ogni ragazzo o ragazza la proposta dell’amore che libera e salva.

3. Vincere le insidie. I giovani d’oggi sono avvolti da non poche insidie, che vanno riconosciute per essere superate. Molto spesso si trovano a operare in contesti segnati dalla “contaminazione”, sono sedotti dalla corsa alla “fruizione” e sperimentano amaramente varie forme di “frustrazione”. La contaminazione si affaccia lì dove tutto appare vuoto, sporco, infondato: “insostenibile leggerezza dell’essere” (Milan Kundera), irrefrenabile caduta nel nulla. Si propaga la rincorsa alla fruizione, la sete di bruciare l’istante, consumando con intensità l’attimo che passa: dove nulla ha senso, la vita sembra risolversi nella ricerca del piacere immediato. Da questa ansia della fruizione dipende la diffusa difficoltà dei giovani a essere perseveranti: se è frequente una certa euforia iniziale in ciò che fanno, ben presto essa svanisce. L’aggrapparsi all’evanescenza della fruizione immediata condanna tanti giovani a vivere il proprio presente come frustrazione, esperienza di una resa triste e a volte disperata, perché la fruizione pura e semplice non riesce a dare durevole senso alla vita. Sono questi i tratti della crisi di fronte alla quale molti giovani si trovano: la “cultura forte” dell’ideologia si è frantumata nei tanti rivoli delle “culture deboli”, in quella “folla delle solitudini“ in cui è soprattutto rilevante la mancanza di orizzonti comuni, la penuria di speranze “in grande”. Dove muoiono le speranze vere, trionfa il calcolo di bassa lega: alle ragioni del vivere e del vivere insieme, si sostituisce la rivendicazione dell’immediatamente utile e conveniente, la rincorsa al piacere, la protesta fondata sull’ottica breve, ottusa e velleitaria. 

4. Cercare e trovare ragioni di vita e di speranza. Il superamento del mondo chiuso delle ideologie totalitarie e violente, come del nichilismo postmoderno, può avvenire cercando e trovando ragioni di vita e di speranza sulla via dell’amore. Questo è possibile anzitutto grazie alla scoperta dell’altro, nella presa d’atto cioè della sfida che il prossimo rappresenta nei confronti di ogni assolutizzazione del nostro io. Col solo fatto di esserci, il prossimo - specie se umile e scartato da chi più ha - ci chiama a uscire da noi stessi e a impegnarci in un servizio d’amore. Accanto alla «felicità di consumazione» dell’egoista, che vuol solo raggiungere i propri scopi e goderne in un vuoto sempre maggiore di senso, c’è una «felicità di produzione», quella di chi capisce che si ha un motivo per vivere quando si ha qualcuno da amare. Il volontariato, l’interesse al prossimo più debole e la risposta consapevole alle esigenze della solidarietà, possono così profilarsi come altrettante vie della ricerca del senso della vita. Si affaccia in molti un’attesa che potrebbe definirsi religiosa, un bisogno di un orizzonte ultimo attraente, di un’ultima patria. “Ripartire da Dio” non appare più progetto esclusivo dei credenti: è sfida e urgenza per tutti. In molti, poi, cresce l’esigenza di un nuovo consenso intorno alle evidenze etiche: essa nasce dall’urgenza di definire con chiarezza le cose come sono e di fare il bene non per il vantaggio che se ne può trarre, ma per la forza che il bene ha in se stesso. Si profila il desiderio di scoprire l’amore per cui valga la pena di vivere, al di là di ogni calcolo e di ogni progetto misurato soltanto su un orizzonte immediato. Aveva intuito tutto questo il Concilio Vaticano II, quando nella Costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes aveva affermato: «Legittimamente si può pensare che il futuro dell’umanità sia riposto nelle mani di coloro che saranno capaci di trasmettere alle generazioni di domani ragioni di vita e di speranza»(n. 31). 

5. Gesù Cristo, “nostra speranza”. Per la fede cristiana è Cristo, crocefisso e risorto, Colui nel quale il Dio trascendente e sovrano è venuto in pienezza a comunicarsi a noi: è Lui la speranza che non delude. L’incontro con Gesù cambia il cuore e la vita: la Verità non si offre in Lui come qualcosa che si possiede, ma come Qualcuno che ci possiede nella forza del Suo amore e nella comunione del Suo popolo. Gesù si presenta anzitutto come la Parola uscita dall’eterno Silenzio di Dio: al suo rivelarsi per amore nostro siamo chiamati a rispondere con l’obbedienza della fede. L’incontro con Lui apre il cuore alla vita eterna di Dio, che supera ogni chiuso orizzonte di una speranza solo umana. A Cristo, rivelazione del Padre, occorre accostarsi nel silenzio dell’ascolto e dell’adorazione e nella disponibilità a giocare la propria vita per Lui e insieme con Lui per gli altri, per amore. È in questa luce che ognuno deve porsi la domanda sulla propria vocazione, sul disegno cioè che il Signore ha sulla vita di ciascuno in vista del bene che potrà fare al servizio di tutti. Nessuna persona umana è un caso: ognuno, creato per amore, dallo stesso Creatore è chiamato a realizzare un progetto di vita e di bene, che nessun altro potrà attuare al suo posto. Interrogarsi sulla propria vocazione e impegnarsi a rispondere ad essa con generosità e fedeltà è per tutti, specialmente per i giovani, esigenza fondamentale e condizione necessaria per essere e volersi pienamente umani secondo il disegno del Signore. 

6. L’esempio di Gesù: il suo esodo da sé fino alla fine. Gesù ci offre il dono dell’amore vivendo in prima persona l’esodo da sé fino alla fine, la consegna di se stesso al Padre sulle braccia della Croce: accettando di esistere per Dio e per gli uomini, il Nazareno è libero da sé in maniera incondizionata, libero per amare fino in fondo. La sua vita pubblica si apre e si chiude con due grandi opzioni di libertà: quella compiuta nell’ora della tentazione e quella del Getsemani. Che cosa sono queste scelte se non il Suo porsi di fronte all’alternativa radicale nella libertà più profonda? Agostino ne riassume il senso con queste parole: “L’amore di sé fino alla dimenticanza di Dio o l’amore di Dio fino alla dimenticanza di sé” (De Civitate Dei, XIV, 28). Cristo è colui che ha fatto la scelta radicale per Dio, libero da sé, libero per amore degli altri. Questa suprema libertà giunge fino all’esodo da sé senza ritorno vissuto sulla Croce: al vertice del suo cammino di libertà Gesù sperimenta il supremo abbandono per accogliere il dono della vita divina e per offrirlo al mondo. I suoi discepoli sono chiamati a fare la stessa scelta nella forza dello Spirito del Signore risorto. La Chiesa tutta è impegnata a essere una comunità libera da interessi mondani, decisa a non servirsi degli uomini, ma a servirli per la causa di Dio e del Vangelo, una comunità che vive nella sequela del Signore Gesù, pronta a lasciarsi riconoscere nel dono di sé senza ritorno, anche se in termini umani questo dovesse risultare improduttivo o perdente. Il suo modello è Cristo crocifisso, la sua forza è il dono dello Spirito che lo ha risuscitato dai morti. 

7. Il primato della dimensione contemplativa della vita. 
Gesù Risorto, Signore della vita, vive infine l’esodo da questo mondo al Padre, il ritorno alla gloria da cui è venuto. Egli testimonia la vittoria di Dio sul male e sulla morte ed effonde nei nostri cuori lo Spirito senza misura, per renderci capaci di entrare in questa vittoria e farla nostra nel quotidiano della nostra vita. Perciò la fede in Lui è tutta pervasa di speranza e i cristiani, anche in un mondo che ha perso il gusto a porsi la domanda sul senso, sanno di dover avere sempre a cuore l’Eterno, testimoniando l’orizzonte più grande, dischiuso dall’azione liberante di Dio sul Crocifisso. Render ragione della speranza che è in loro con dolcezza e rispetto per tutti (cf. 1 Pt 3,15) è quanto è richiesto ai discepoli del Signore. Questo è possibile con la forza che viene dall’alto: si comprende qui la necessità di riconoscere il primato della dimensione contemplativa della vita, mantenendo il cuore aperto al Signore e attento alla città celeste, che in Lui ci è rivelata ed offerta. C’è bisogno di cristiani adulti, convinti della loro fede, esperti della vita secondo lo Spirito, pronti a rendere ragione della loro speranza. Se necessario occorre anche rinunciare a ciò che immediatamente può sembrare più sicuro o più utile, perché risplenda Cristo al centro del nostro cuore. Ci è chiesto, insomma, - specialmente in relazione ai giovani cui indirizziamo la proposta cristiana - di vivere il primato della fede, nascosti con Cristo in Dio, resi da ciò capaci di vivificare dall’interno con il Suo amore ogni scelta e comportamento. 8. Farsi servi per amore. “Nascosti con Cristo in Dio” (Col 3,3), i cristiani sono chiamati a farsi servi degli altri, vivendo l’esodo da sé senza ritorno nella sequela del Signore Gesù, per amore specialmente dei più deboli e dei più poveri dei loro compagni di strada. Se Cristo è al centro della nostra vita, allora non possiamo chiamarci fuori della storia di sofferenza e di lacrime in cui Egli ha conficcato la Sua Croce per estendervi la potenza della Sua vittoria pasquale. Non si realizza il compito affidatoci dal Maestro attraverso fughe dalle responsabilità del servizio: il mondo uscito dal naufragio dei totalitarismi ideologici e segnato dalle inquietudini del postmoderno ha come mai bisogno di una carità concreta, discreta e solidale, che sappia farsi compagnia della vita e costruire la via in comunione, irradiando il Cristo Salvatore. Ciò richiede che i credenti sappiano offrire modelli concreti di carità vissuta, da cui specialmente i giovani possano sentirsi attratti, contagiati dal gusto di fare scelte di amore e di servizio alla scuola del Dio “compassionato”. Si tratta di mettere al primo posto non un interesse mondano o un calcolo politico, ma l’esclusivo interesse alla causa della verità e della giustizia per tutti; si tratta in nome di questo di giocare la vita, se necessario portando la croce, cercando con tutti la via in comunione. I giovani hanno bisogno di incontrare testimoni credibili di questo coraggio della verità, ispirato alla carità e vissuto con umiltà e fortezza. 


9. Vivere da “prigionieri della speranza”. Presente a ogni situazione umana, solidale col povero e con l’oppresso, la Chiesa è chiamata a tenere lo sguardo fisso sul Cristo, suo Signore, nel quale riporre totalmente la sua speranza: al cristiano non sarà lecito identificare questa speranza con una delle tante speranze della storia. Si tratta di assumere le diverse attese umane e di verificarle al vaglio della resurrezione del Crocifisso, che da una parte sostiene ogni impegno autentico di liberazione e di promozione umana, dall’altra contesta ogni assolutizzazione di mete terrene. In questo duplice senso, la speranza della resurrezione è resurrezione della speranza: essa dà vita a quanto è prigioniero della morte e giudica inesorabilmente quanto presuma farsi idolo dei cuori. Perciò la Chiesa non può identificarsi con alcuna ideologia, forza partitica o sistema, ma di tutti dovrà essere coscienza critica, stimolo affinché si promuova tutto l’uomo in ogni uomo secondo il progetto dell’Altissimo. Si tratta di far maturare coscienze adulte, desiderose di piacere a Dio in ogni scelta, pronte a vivere della speranza più grande. Ai giovani si potrà trasmettere il senso profondo della vita e della storia solo a prezzo di vivere credibilmente il mistero dell’Avvento nel cuore della vicenda umana, senza nostalgie o rinunce di sorta, pronti a dire sempre, con la parola e con la vita “Maràna tha” - “Vieni, Signore” (1 Cor 16,22), nella certezza che Lui è già in atto di venire. La domanda che s’impone è allora stringente: siamo una Chiesa così? Siamo i “prigionieri della speranza” (Zac 9,12) che non delude, specialmente fra i giovani, futuro del mondo, chiamati a essere essi stessi testimoni della speranza che vinca il dolore e la morte? 

10. In preghiera… 
Specialmente in questo tempo forte della Quaresima e nella Pasqua cui esso conduce, chiediamo a Dio che si realizzi in noi la parola del Profeta: “Quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi” (Is 40, 31). Presentiamo questa richiesta al Padre in unione al Signore Gesù, invocando lo Spirito che Lui risorto ha effuso nella storia: 

Vieni, Spirito Santo, fa’ di noi i testimoni innamorati e contagiosi della verità che salva! 
Vieni a renderci radiosi della luce e della gioia che il Verbo della vita comunica ai cuori nella fede. Effondi in noi l’amore di Dio, 
che faccia di ciascuno di noi trasparenza del volto di Cristo 
per il nostro prossimo nelle piccole e grandi storie della carità. 
Sia Lui in noi ardente speranza, 
anticipazione militante dell’eterno futuro, pegno e caparra della gloria, sospirata e attesa: 
e la nostra vita possa tirare nel presente del mondo l’avvenire della promessa di Dio,
 testimoniando credibilmente in gesti e parole d’amore la speranza che non delude.
Amen! Alleluia!

                                                                                      + Bruno 
                                                                                     Padre Arcivescovo

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - I Domenica di Quaresima / A






Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)





Preghiera dei Fedeli


"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n.16/2016-2017 (A) di Santino Coppolino

'Un cuore che ascolta - lev shomea' 
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo: Mt 4,1-11




La prima Domenica di Quaresima si apre sempre con la pagina del Vangelo delle Tentazioni, inserita tra il Battesimo di Gesù e l'inizio del suo ministero pubblico. Esse non rappresentano un incidente di percorso bensì una continua lotta che Gesù combatterà per tutta la vita, fin sotto la croce. Le prove sono una ben precisa volontà dello Spirito Santo che non le evita a Gesù anzi, Egli stesso lo conduce nel deserto perché le affronti e le vinca, da Figlio e non da padrone. Gesù è tentato proprio sulla sua condizione di Figlio - figliolanza che satana mai mette in dubbio - e di Messia, sul modo con il quale è chiamato ad esserlo. E' lo scontro tra due mentalità, due progetti di vita diametralmente opposti: quello satanico del potere - Economico, Religioso e Politico - che domina, opprime ed uccide, e quello del Padre che si manifesta amando e servendo i suoi figli. Ma Gesù non tentenna, non esita un istante di fronte al bisogno, nemmeno di fronte alla fame. Egli rifiuta con fermezza le attese messianiche del suo tempo e quelle di tutti i tempi, perché sa bene che la salvezza del Padre ci è donata in maniera diversa dalle nostre aspettative. E' molto importante notare che satana propone a Gesù di mostrare,  attraverso la manifestazione del suo potere e sempre "a fin di bene", che egli è il Messia, il Figlio di Dio. " Il male si presenta sempre "a fin di bene", ma non basta agire a fin di bene: anche i mezzi devono essere della stessa natura del fine, altrimenti lo distruggono.". Usare a fin di bene quel che Gesù rifiuta come male è gravissimo. "Quale uomo anche di Chiesa, se ne avesse i mezzi, non farebbe ciò che satana propone?"(cit.). Lo stesso Pietro sarà chiamato satana, proprio perché propone a Gesù un messianismo di questo tipo, rifiutando il martirio e la croce.


sabato 4 marzo 2017

"Quando il diavolo si avvicina e sussura: seguimi..." di p. Ermes Ronchi - I Domenica di Quaresima – Anno A

Quando il diavolo si avvicina e sussura: seguimi...


Commento
I Domenica  di Quaresima – Anno A

Letture: Genesi 2,7-9; 3,1-7; Salmo 50; Romani 5,12-19; Matteo 6,24-34

In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di' che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». (...)

Se Gesù avesse risposto in un altro modo alle tre proposte, non avremmo avuto né la croce né il cristianesimo. Ma che cosa proponeva il diavolo di così decisivo? Non le tentazioni che ci saremmo aspettati, non quelle su cui si è concentrata, e ossessionata, una certa spiritualità cristiana: la sessualità o le osservanze religiose. Si tratta invece di scegliere che tipo di Messia diventare, che tipo di uomo. Le tre tentazioni ridisegnano il mondo delle relazioni: il rapporto con me stesso e con le cose (pietre o pane?); con Dio, attraverso una sfida aperta alla fede (cercare un Dio magico a nostro servizio); con gli altri (il potere e il dominio). 

Dì che queste pietre diventino pane! Il pane è un bene, un valore indubitabile, ma Gesù non ha mai cercato il pane a suo vantaggio, si è fatto pane a vantaggio di tutti. E risponde giocando al rialzo, offrendo più vita: «Non di solo pane vivrà l'uomo». Il pane è buono, il pane dà vita ma più vita viene dalla bocca di Dio. Dalla sua bocca è venuta la luce, il cosmo, la creazione. È venuto il soffio che ci fa vivi, sei venuto tu fratello, amico, amore, che sei parola pronunciata dalla bocca di Dio per me. E anche di te io vivo.

Seconda tentazione: Buttati, così potremo vedere uno stormo di angeli in volo... Un bel miracolo, la gente ama i miracoli, e ti verranno dietro. Il diavolo è seduttivo, si presenta come un amico, come chi vuole aiutare Gesù a fare meglio il Messia. E in più la tentazione è fatta con la Bibbia in mano (sta scritto...). Buttati, provoca un miracolo! La risposta: non tentare Dio, attraverso ciò che sembra il massimo della fiducia nella Provvidenza e invece ne è la caricatura, perché è solo ricerca del proprio vantaggio. Tu non ti fidi di Dio, vuoi solo sfruttarlo, vuoi un Dio a tuo servizio.
Nella terza tentazione il diavolo alza ancora la posta: adorami e ti darò tutto il potere del mondo. Adorami, cioè segui la mia logica, la mia politica. Prendi il potere, occupa i posti chiave, cambia le leggi. Così risolverai i problemi, e non con la croce; con rapporti di forza e d'inganno, non con l'amore. Vuoi avere gli uomini dalla tua parte? Assicuragli pane, miracoli e un leader e li avrai in mano. Ma Gesù non cerca uomini da dominare, vuole figli liberi e amanti, a servizio di tutti e senza padrone alcuno. Per Gesù ogni potere è idolatria. 
«Ed ecco angeli si avvicinarono e lo servivano». Avvicinarsi e servire, verbi da angeli. Se in questa Quaresima io fossi capace di avvicinarmi e prendermi cura di qualcuno, regalando un po' di tempo e un po' di cuore, inventando una nuova carezza, per quel qualcuno sarei la scoperta che «le mani di chi ama terminano in angeli».


La Quaresima è il tempo del cuore. ...Senza cuore non sappiamo lottare per la vita vera, ci arrendiamo alle difficoltà, piccole e grandi che siano

La Quaresima è il tempo del cuore
Senza cuore non sappiamo lottare per la vita vera, 
ci arrendiamo alle difficoltà, piccole e grandi che siano
Mons. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna




Mercoledì delle Ceneri

Mercoledì 1 Marzo 2017

Cattedrale di San Petronio,
Bologna




La Quaresima è il tempo del cuore. Ne abbiamo tanto bisogno, perché facilmente lo perdiamo. La sapienza del Vangelo ci ammonisce: "Dov'è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore". Dove mettiamo per davvero il tesoro della nostra vita, delle nostre capacità? Non possiamo servire Dio e le ricchezze, perché alla fine senza sceglierlo, queste si impongono. Un cuore frammentato finisce per non volere bene a nessuno, prigioniero di se stesso e delle sue paure. Senza cuore non sappiamo lottare per la vita vera, ci arrendiamo alle difficoltà, piccole e grandi che siano. Papa Francesco nel suo messaggio per la Quaresima parla del ricco epulone che non ha cuore perché lo ha messo nel bisso e nel cibo, nel consumo e del povero Lazzaro, che giace alla porta della sua casa. Capiamo che il ricco non ha cuore solo confrontandolo con l'assoluta povertà di Lazzaro e guardando come non lo prende nemmeno in considerazione. L'invito del Papa per la Quaresima è di "non accontentarsi di una vita mediocre" e di farlo crescendo nell'amicizia con il Signore. Questo è convertirsi: riempirsi dell'amore di Dio che ci rende grandi. Quando non cambiamo diventiamo mediocri! E poi, se non cerchiamo di essere migliori, non restiamo uguali: peggioriamo! La quaresima è allora un tempo di gioia perché ci fa trovare il nostro cuore. Il Signore ha speranza in noi: per questo ci chiede di cambiare! Noi spesso abbiamo ridotto la conversione a sacrificio, ad una rinuncia, che appare inutile di cose belle e attraenti. E poi è così più facile andare dove porta l'istinto, confondendo cuore con emozioni, con i continui stimoli che moltiplicano passioni ma che non insegnano ad amare.

Per cambiare non servono quelle vesti che tanto curiamo, a volte motivo di orgoglio altre di amarezza e tristezza, che sono le apparenze e la considerazione, il fare le cose per farle vedere agli altri (come ammonisce il Vangelo)! Gesù ci ama per quello che abbiamo dentro di noi, non per quello che appare! Per trovare cuore dobbiamo darlo agli altri per davvero, a cominciare da chi ha poca vita, da chi è segnato dalla sofferenza, da chi non è amato e ha bisogno di aiuto. Siamo liberati dalla tentazione di cercare oggi la nostra ricompensa, di vederla subito, misurarla, possederla, come se lo spazio fosse più importante del tempo. La vera ricompensa del Vangelo infatti è proprio quello che non possediamo, che regaliamo gratuitamente come l'elemosina, senza nessun tornaconto immediato, per solo amore.

Lazzaro è lì, ne conosciamo il nome, ma l'indifferenza lo rende invisibile, come se non esistesse, morto in vita. E' un vero inferno il suo, come quello in cui vivono i tanti Lazzaro profughi nei campi di raccolta dove vivono senza niente o come quelli che arrivano in Europa e con cui non parliamo o che non ascoltiamo, motivo per cui restano sempre estranei e facilmente li percepiamo come nemici. Lazzaro ha il nome di tanti anziani che sembrano senza storia, senza diritti, avvolti dalla solitudine, che si accontentano di qualche briciola di amore di un mondo che vuole tutto per sé. Senza proteggere la sofferenza degli altri si finisce vittima della sofferenza, come avviene per il ricco epulone, che non ha solidarietà, non pensa proprio che la sia vita sia legata al povero, che il loro destino sia comune. 

Siamo nel pieno del Congresso Eucaristico. Ritroviamo il centro della nostra vita e delle nostre Comunità, che è Gesù, contemplandolo nel mistero della sua presenza e ascoltandolo nella voce di quel corpo. Digiuniamo dal nostro protagonismo, dal banale egoismo, dalla rassegnazione che ci fa accontentare di quello che facciamo e spegne la speranza per cui niente vale la pena. Digiuniamo dagli affanni inutili, dalle tante emozioni che ci fanno credere di fare tanto ma che non ci chiedono amore vero. Digiuniamo dal tempo perso, per umiliarci in gesti concreti di attenzione a chi ha bisogno. Digiuniamo, per diventare leggeri del nostro ingombrante e pesante io, che rende difficili e faticoso quello che è semplice e gioioso. Digiuniamo da una idea troppo alta della nostra vita che rende tutto difficile o difficile, dall'essere centrati solo su noi stessi. Troveremo un cuore leggero, capace di regalare, di non ricordare i torti, di non cercare ovunque sempre il proprio io Cerchiamo la compagnia personale con il Vangelo, con i salmi, la preghiera di Gesù. Seguiamo le letture evangeliche che sono suggerite dalla liturgia, perché siano di nutrimento nel cammino che esse tracciano. La preghiera inizia con chiudere la porta del cuore, aprire la Parola, pregare il Padre che è nel segreto! Chi chiude la porta del suo cuore e resta con Lui saprà aprire la porta della sua vita verso tutti. Non abbiamo paura di lasciarci guardare dal Signore: scruta nel profondo e ama la cenere della nostra persona con la tenerissima ma anche severa misericordia.

Siamo diventati così individualisti che pensiamo tutto inizi e finisca con noi stessi! No. In questa Quaresima cerchiamo il giudizio di Dio e lui ci aiuterà a capire chi siamo per davvero. Ne abbiamo bisogno. Amiamo il suo giudizio perché è come quello di una persona amica, la più amica, che ci vuole bene per davvero, più di noi stessi; dalla quale vogliamo sapere se facciamo bene o no, cosa pensa proprio lui di noi, per cambiare ed anche per incoraggiare quello che abbiamo di bello. Per questo nella Quaresima cerchiamo spazi di silenzio, anche fisicamente, per presentarci nudi come siamo, deboli, contraddittori, bisognosi di perdono e di tanto amore.

Signore Gesù, redentore nostro, ravviva in noi la confidenza nella tua grande misericordia, rafforza con il tuo amore la nostra debole volontà di conversione, rendici bambini che si lasciano guidare dalla dolcezza della tua misericordia. Donaci di combattere ogni divisione per fare crescere la comunione con te e tra di noi, per risorgere ad una vita nuova e perché possiamo fare conoscere il tuo amore a tanti che lo cercano.

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- «La nostra salvezza è una storia d’amore» Papa Francesco Udienza Generale 01/03/2017 (foto, testo e video)

- La Quaresima è la strada dalla schiavitù alla libertà, dalla sofferenza alla gioia, dalla morte alla vita. - Il mercoledì delle Ceneri di Papa Francesco (foto, testo e video)


Il vero digiuno Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)

Il vero digiuno

“Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? 
Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo senza trascurare i tuoi parenti?”».


Papa Francesco



S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
3 marzo 2017
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.






Ma come si fa a pagare una cena duecento euro e poi far finta di non vedere un uomo affamato all’uscita dal ristorante? E come si fa a parlare di digiuno e penitenza e poi non pagare i contributi alle collaboratrici domestiche o il giusto stipendio ai propri dipendenti ricorrendo al salario in nero? Proprio dal rischio di cadere nella tentazione di «prendere la tangente della vanità», del voler apparire buoni facendo «una bella offerta alla Chiesa» mentre si «sfruttano» le persone, Papa Francesco ha messo in guardia nella messa celebrata venerdì mattina, 3 marzo, a Santa Marta. Una riflessione sul significato del «vero digiuno» scaturita dalla eloquente attualità delle parole del profeta Isaia: «Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo senza trascurare i tuoi parenti?».

«La parola del Signore — ha subito fatto presente Francesco — oggi parla del digiuno cioè della penitenza che noi siamo invitati a fare in questo tempo di quaresima: la penitenza per avvicinarsi al Signore». Nel salmo 50, infatti, «abbiamo pregato: “Tu gradisci, Signore, il cuore penitente”». E «il cuore che si sente peccatore e sa di essere peccatore, davanti a Dio si presenta così e davanti agli altri lo stesso: “Sono peccatore e per questo cerco di umiliarmi”».

La prima lettura, ha spiegato il Papa facendo riferimento al passo tratto dal profeta Isaia (58, 1-9), «è proprio un dibattito fra Dio e quelli che si lamentano che Dio non ascolta le loro preghiere, le loro penitenze, i loro digiuni». Il Signore dice: «Il vostro digiuno è un digiuno artificiale, non è un digiuno di verità, è un digiuno per compiere una formalità». Perché, ha affermato Francesco, «loro digiunavano solo per ottemperare a certe leggi». E nel passo di Isaia «si lamentano perché il loro digiuno non era efficace» e domandano: «Perché digiunare, se tu non lo vedi, mortificarci, se tu non lo sai?». Ma «ecco — risponde il Signore — nel giorno del vostro digiuno curate i vostri affari, angariate tutti i vostri operai. Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi e colpendo con pugni iniqui». Insomma, «da una parte digiunate, fate penitenza, e dall’altra parte, fate ingiustizie». In fin dei conti, ha spiegato il Pontefice, «questi credevano che digiunare era un po’ truccarsi il cuore: “Io sono giusto perché digiuno”». Ed «è la lamentela che fanno a Gesù questi discepoli di Giovanni — che erano buoni — e i farisei: “Sono giusto, mi trucco il cuore ma poi litigo, sfrutto la gente”».

«Nel giorno del digiuno curate i vostri affari»: questo «è il senso più incisivo», ha detto ancora il Papa, aggiungendo che si tratta di «affari sporchi». Un modo di fare che «Gesù sempre ha detto che è ipocrisia». Così, ha proseguito, «abbiamo sentito quando Gesù parla di questo, mercoledì scorso: “Quando digiunate non fate i malinconici, la faccia triste, perché tutta le gente veda che digiunate”». E «quando preghi non farti vedere che stai pregando perché la gente dica: “ma che persona buona, giusta”». Insomma, «quando fate elemosina non fate suonare la tromba».

Sempre nel brano di Isaia, «il Signore spiega a questa gente che si lamenta qual era il vero digiuno: “Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti? Questo voglio io, questo è il digiuno che io voglio”».

L’altro, invece, «è il digiuno “ipocrita” — è la parola che usa tanto Gesù — ed è un digiuno per farsi vedere o per sentirsi giusto, ma nel frattempo ho fatto ingiustizie, non sono giusto, sfrutto la gente». Non vale dire: «Io sono generoso, farò una bella offerta alla Chiesa». Piuttosto, «dimmi: tu paghi il giusto alle tue collaboratrici domestiche? Ai tuoi dipendenti li paghi in nero? O come vuole la legge perché possano dare da mangiare ai loro figli?».

«Mi viene in mente — ha confidato Francesco — una storia che ho sentito raccontare da padre Arrupe», il religioso spagnolo che è stato preposito generale della Compagnia di Gesù dal 1965 al 1983: «Quando lui era missionario in Giappone, all’inizio, pieno di zelo apostolico, dopo la bomba atomica, ha fatto un giro per alcuni Paesi del mondo per suscitare questo zelo apostolico e chiedere preghiere per la missione del Giappone e chiedere aiuto. E faceva delle conferenze e spiegava. Era un uomo di grande zelo apostolico e un uomo di preghiera, davvero». Padre Arrupe, «parlando di questa ipocrisia, raccontò che un giorno, dopo una conferenza, gli si avvicina una persona molto importante di quella società di quel Paese e gli dice: “Ma sono rimasto commosso, padre, di quello che lei ha detto. Io vorrei aiutarla, pure. Venga da me, al mio ufficio, domani, perché io vorrei fare un’offerta, un aiuto. L’aspetto domani”». E così «il giorno dopo» il gesuita «andò da lui»; ma quell’uomo «lo aspettava con un fotografo e con un giornalista. Era un affarista conosciuto e gli dice: “Padre, grazie tante”. Ha fatto un piccolo discorso, ha aperto il cassetto, ha preso una busta: “Questa è l’offerta per il Giappone che io voglio dare. Grazie tante”. Hanno parlato un po’ e se ne è andato. Ha fatto un’altra conferenza. Poi dà la busta al segretario che lo aiutava e viene il segretario e gli dice: “Ma, padre, questa busta chi gliel’ha data?” - “Quel signore per ringraziarmi” – “Ma ci sono dieci dollari dentro!”».

«Questo — ha fatto notare il Papa — è lo stesso che noi facciamo quando non paghiamo il giusto alla nostra gente». Così «noi prendiamo dalle nostre penitenze, dai nostri gesti di preghiera, di digiuno, di elemosina, prendiamo una “tangente”: la tangente della vanità, del farci vedere». Ma «quella non è autenticità, è ipocrisia». Dunque, ha insistito il Pontefice, «quando Gesù dice: “quando pregate fatelo di nascosto, quando date l’elemosina non fate suonare la tromba, quando digiunate non fate i malinconici”, è lo stesso che se dicesse: “per favore, quando fate un’opera buona non prendete la tangente di quest’opera buona, è soltanto per il Padre”».

Nel brano di Isaia, ha proseguito il Papa, c’è una parola del Signore rivolta a coloro «che fanno questo digiuno ipocrita», che «sembra detta per i nostri giorni: “Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo senza trascurare i tuoi parenti?”». Francesco ha suggerito di pensare «a queste parole: pensiamo al nostro cuore, come noi digiuniamo, preghiamo, diamo elemosine». E «anche — ha concluso il Papa — ci aiuterà pensare cosa sente un uomo dopo una cena che ha pagato, non so, duecento euro, torna a casa e vede uno affamato e non lo guarda e continua a camminare. Ci farà bene pensarci».

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Servizio TV2000

venerdì 3 marzo 2017

La Quaresima è la strada dalla schiavitù alla libertà, dalla sofferenza alla gioia, dalla morte alla vita. - Il mercoledì delle Ceneri di Papa Francesco (foto, testo e video)


La Quaresima, che inizia il Mercoledì delle Ceneri, è tempo di penitenza ma anche di speranza, un tempo che accompagna alla Pasqua, alla Resurrezione del Signore che ha salvato l’uomo dalla schiavitù del peccato. Lo ha detto Francesco all’udienza generale, in un'assolata Piazza San Pietro, spiegando anche ai fedeli che, come era solito dire Don Bosco, “non si va in paradiso in carrozza”.

Nel pomeriggio del Mercoledì delle Ceneri, giorno di inizio della Quaresima - il Papa ha guidato la processione penitenziale dalla Chiesa di Sant’Anselmo all’Aventino verso la Basilica di Santa Sabina, dove ha presieduto la Santa Messa.
La Quaresima «è il tempo» dei no: no “all’asfissia dello spirito per l’inquinamento causato dall’indifferenza”; no a “ogni tentativo di banalizzare la vita”; “no all’asfissia di una preghiera che ci tranquillizzi la coscienza, di un’elemosina che ci lasci soddisfatti, di un digiuno che ci faccia sentire a posto”; “no all’asfissia che nasce da intimismi che escludono, che vogliono arrivare a Dio scansando le piaghe di Cristo presenti nelle piaghe dei suoi fratelli”. Queste le parole di papa Francesco nell’omelia della Messa delle Ceneri celebrata nel pomeriggio del primo marzo a Santa Sabina.




 Il testo integrale dell'omelia

«Ritornate a me con tutto il cuore, […] ritornate al Signore» (Gl 2,12.13): è il grido con cui il profeta Gioele si rivolge al popolo a nome del Signore; nessuno poteva sentirsi escluso: «Chiamate i vecchi, riunite i fanciulli, i bambini lattanti; […] lo sposo […] e la sposa» (v. 16). Tutto il Popolo fedele è convocato per mettersi in cammino e adorare il suo Dio, «perché egli è misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore» (v. 13).

Anche noi vogliamo farci eco di questo appello, vogliamo ritornare al cuore misericordioso del Padre. In questo tempo di grazia che oggi iniziamo, fissiamo ancora una volta il nostro sguardo sulla sua misericordia. La Quaresima è una via: ci conduce alla vittoria della misericordia su tutto ciò che cerca di schiacciarci o ridurci a qualunque cosa che non sia secondo la dignità di figli di Dio. La Quaresima è la strada dalla schiavitù alla libertà, dalla sofferenza alla gioia, dalla morte alla vita. Il gesto delle ceneri, con cui ci mettiamo in cammino, ci ricorda la nostra condizione originaria: siamo stati tratti dalla terra, siamo fatti di polvere. Sì, ma polvere nelle mani amorose di Dio che soffiò il suo spirito di vita sopra ognuno di noi e vuole continuare a farlo; vuole continuare a darci quel soffio di vita che ci salva da altri tipi di soffio: l’asfissia soffocante provocata dai nostri egoismi, asfissia soffocante generata da meschine ambizioni e silenziose indifferenze; asfissia che soffoca lo spirito, restringe l’orizzonte e anestetizza il palpito del cuore. Il soffio della vita di Dio ci salva da questa asfissia che spegne la nostra fede, raffredda la nostra carità e cancella la nostra speranza. Vivere la Quaresima è anelare a questo soffio di vita che il nostro Padre non cessa di offrirci nel fango della nostra storia.

Il soffio della vita di Dio ci libera da quella asfissia di cui tante volte non siamo consapevoli e che, perfino, ci siamo abituati a “normalizzare”, anche se i suoi effetti si fanno sentire; ci sembra normale perché ci siamo abituati a respirare un’aria in cui è rarefatta la speranza, aria di tristezza e di rassegnazione, aria soffocante di panico e di ostilità.

Quaresima è il tempo per dire no. No all’asfissia dello spirito per l’inquinamento causato dall’indifferenza, dalla trascuratezza di pensare che la vita dell’altro non mi riguarda; per ogni tentativo di banalizzare la vita, specialmente quella di coloro che portano nella propria carne il peso di tanta superficialità. La Quaresima vuole dire no all’inquinamento intossicante delle parole vuote e senza senso, della critica rozza e veloce, delle analisi semplicistiche che non riescono ad abbracciare la complessità dei problemi umani, specialmente i problemi di quanti maggiormente soffrono. La Quaresima è il tempo di dire no; no all’asfissia di una preghiera che ci tranquillizzi la coscienza, di un’elemosina che ci lasci soddisfatti, di un digiuno che ci faccia sentire a posto. Quaresima è il tempo di dire no all’asfissia che nasce da intimismi che escludono, che vogliono arrivare a Dio scansando le piaghe di Cristo presenti nelle piaghe dei suoi fratelli: quelle spiritualità che riducono la fede a culture di ghetto e di esclusione.

Quaresima è tempo di memoria, è il tempo per pensare e domandarci: che sarebbe di noi se Dio ci avesse chiuso le porte?; che sarebbe di noi senza la sua misericordia che non si è stancata di perdonarci e ci ha dato sempre un’opportunità per ricominciare di nuovo? Quaresima è il tempo per domandarci: dove saremmo senza l’aiuto di tanti volti silenziosi che in mille modi ci hanno teso la mano e con azioni molto concrete ci hanno ridato speranza e ci hanno aiutato a ricominciare?

Quaresima è il tempo per tornare a respirare, è il tempo per aprire il cuore al soffio dell’Unico capace di trasformare la nostra polvere in umanità. Non è il tempo di stracciarsi le vesti davanti al male che ci circonda, ma piuttosto di fare spazio nella nostra vita a tutto il bene che possiamo operare, spogliandoci di ciò che ci isola, ci chiude e ci paralizza. Quaresima è il tempo della compassione per dire con il salmista: “Rendici [, Signore,] la gioia della tua salvezza, sostienici con uno spirito generoso”, affinché con la nostra vita proclamiamo la tua lode (cfr Sal 51,14), e la nostra polvere – per la forza del tuo soffio di vita – si trasformi in “polvere innamorata”.
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