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venerdì 4 settembre 2026

Tonio Dell'Olio La profezia di cui abbiamo bisogno

Tonio Dell'Olio
 
La profezia di cui abbiamo bisogno
 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  3 settembre 2026


Leggo su Avvenire l’articolo di Marco Moroni e mi riconosco nella sua gratitudine. Anche i nomi coincidono: Enzo Bianchi, Angelo Casati, Carlo Maria Martini, David Maria Turoldo, Tonino Bello, Luigi Bettazzi, Hélder Câmara. E poi Alex Langer, Pepe Mujica, Pier Paolo Pasolini.

Voci diverse, pagine entrate in silenzio nella mia vita. Hanno trovato posto tra le domande, corretto lo sguardo, dato parole a intuizioni ancora senza voce. A volte mi accorgo di pensare con un pensiero ricevuto da loro, di leggere il Vangelo attraverso uno spiraglio che hanno aperto. E nella vita di tanti è accaduto lo stesso. Ci scommetto! 

Noi siamo solo debitori. Anche quando abbiamo dimenticato da quale pagina sia arrivata quella luce. La loro profezia ci ha insegnato a cercare Dio nelle ferite della storia, a riconoscere nei poveri dei maestri, a credere nella pace quando sembrava un’ingenuità o un’utopia. Ci ha consegnato una fede capace di domande e una Chiesa da amare anche chiedendole di cambiare. E ora la gratitudine ci chiede qualcosa. Quel buon seme è affidato anche alla terra delle nostre scelte, alla cura delle relazioni, al coraggio di prendere parola e posizione. 

Rileggere le loro pagine serve se ci aiuta a scriverne altre con la vita. Perché il seme non vada perduto, perché trovi mani disposte a seminarlo ancora e generi vita nuova. Anzi, nuova profezia.

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Vedi anche l'articolo di Marco Moroni:
Enzo Bianchi e don Angelo Casati: il vuoto, la tristezza. E la gratitudine


giovedì 3 settembre 2026

UDIENZA GENERALE 02/09/2026 Leone XIV: smascherare le contraddizioni di oggi, la guerra non costruisce la pace

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro 
Mercoledì, 2 settembre 2026


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Il Papa: smascherare le contraddizioni di oggi,
la guerra non costruisce la pace

All’udienza generale in Piazza San Pietro, Leone XIV inaugura un ciclo di catechesi sulla costituzione pastorale Gaudium et spes. Esorta la comunità ecclesiale a farsi carico delle storture contemporanee: il progresso aperto a pochi, l’impari distribuzione delle ricchezze, l’illusione “che la guerra sia una via efficace per costruire la pace”. “Non è possibile – afferma - restare spettatori disinteressati, occorre invece ascoltare con il cuore e lasciarsi interpellare"


Dalla Basilica Vaticana a Piazza San Pietro. L’udienza generale del Papa torna nell’emiciclo berniniano dopo il caldo mese di agosto. Uno spostamento che coincide con l’inizio di un ciclo di catechesi dedicato alla Gaudium et spes, la costituzione pastorale promulgata da Papa Paolo VI il 7 dicembre 1965, con cui il Concilio Vaticano II intendeva approfondire il rapporto della Chiesa con il mondo contemporaneo. A bordo della papamobile, Leone saluta i fedeli, circa 20 mila, che partecipano all’udienza generale. Le prime righe del documento conciliare – la Chiesa sente come proprie "le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono" - sono “condivisione con l’umanità” che è la via che Cristo chiede alla Chiesa, afferma il Pontefice.

È una condivisione che ci chiama a uscire da ogni passività e indifferenza dinanzi agli avvenimenti che accadono, alla storia e alla vita delle persone, soprattutto dinanzi al cambiamento rapido e profondo che oggi sperimentiamo.

Farsi carico delle difficoltà altrui

Papa Leone sottolinea che “non è possibile restare spettatori disinteressati, occorre invece ascoltare con il cuore, lasciarsi interpellare, farsi coinvolgere”.

I credenti sono chiamati a farsi carico delle difficoltà dei fratelli, soprattutto di coloro che sono schiacciati dall’ingiustizia, dalla discriminazione, dalla violenza. Infatti, solo nella condivisione e nell’impegno è possibile arrivare a risposte adeguate, sempre sorretti dalla certezza che «le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi».

La benedizione del Papa ad un bambino (@Vatican Media)

Smascherare le contraddizioni

Leggere i segni dei tempi e interpretarli alla luce del Vangelo, come richiama la Gaudium et spes, significa – sottolinea Leone XIV – richiamare la Chiesa “a un permanente impegno di conversione”, per testimoniare che non è mossa da ambizioni terrene ma intende continuare l’opera di Cristo, “venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito”. Servire chi è in difficoltà, farsi prossimo alle persone povere non è – evidenzia il Pontefice – “una disposizione semplicemente morale” ma, come evidenziato da Papa Francesco, “l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica... Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro”.

La condivisione cristiana impegna a farsi carico della realtà e anche a smascherare le contraddizioni che caratterizzano la vita personale e sociale del mondo contemporaneo.

La guerra per arrivare alla pace

Papa Leone dà concretezza alle parole, con gli esempi spiega le contraddizioni di questo tempo. Si sofferma “sul progresso scientifico e tecnologico, che offre sempre nuove possibilità, ma solo ad alcuni” e non sempre a servizio dell’uomo; il disorientamento di fronte alle “leggi della vita sociale” che seppur chiare sono accompagnate da incertezze; una maggiore disponibilità di ricchezze e possibilità ma che lascia una fetta di mondo nella fame e nella miseria.

Oppure, una consapevolezza condivisa che è in gioco il futuro del pianeta e nel contempo l’incapacità a rinunciare al consumo egoistico e all’illusione che la guerra sia una via efficace per costruire la pace.

L’annuncio del Vangelo per farsi prossimi

Da qui il richiamo al ruolo della Chiesa in “un tempo segnato da profondi mutamenti, da cui derivano preoccupanti squilibri”, a servire l’uomo “ascoltando e accogliendo gli interrogativi più profondi del suo cuore e gli aneliti che lo abitano, indicando nel Cristo la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana”.

Cari fratelli e sorelle, la gioia e la speranza – gaudium et spes – siano i tratti distintivi di una Chiesa che annuncia e testimonia il Vangelo, facendosi prossima alle donne e agli uomini del nostro tempo.

Il saluto dei Papa ai pellegrini presenti (@Vatican Media)

I saluti nelle varie lingue

In lingua inglese, il Papa si rivolge alla delegazione della Piattaforma interreligiosa per il dialogo e la cooperazione nel mondo arabo. Manifesta il suo apprezzamento pe la sua vicinanza all’opera del Centro Internazionale Re Abdullah bin Abdulaziz per il Dialogo Interreligioso e Interculturale.

Nel saluto ai pellegrini polacchi, Leone ricorda l’inizio dell’anno scolastico, auspicando che “la frequenza delle lezioni di religione e della catechesi possa ampliare gli orizzonti, approfondire la conoscenza di Dio e del mondo nonché preparare a ricevere con frutto i sacramenti e a partecipare alla vita della comunità”.

Ai fedeli in lingua italiana ha ricordato la memoria del Papa San Gregorio Magno, che cade domani, il cui corpo riposa nella Basilica di San Pietro. Leone sottolinea che è detto “il grande” perché capace di essere pastore in tempi difficili per la società e la Chiesa. “Una grandezza che attingeva forza e vigore dalla fede viva nel Cristo”.
(fonte: Vatican News, articolo di Benedetta Capelli 02/09/2026)

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Leone XIV

I Documenti del Concilio Vaticano II. IV. Costituzione pastorale Gaudium et spes (GS 1-10) 1. La Chiesa in ascolto e a servizio del mondo

Papa Leone nel corso dell'udienza generale (@Vatican Media)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Con l’incontro odierno iniziamo a riflettere sulla Costituzione pastorale Gaudium et spes, con cui il Concilio Vaticano II ha inteso approfondire un tema fondamentale, ossia il rapporto della Chiesa col mondo contemporaneo. San Giovanni XXIII, già nel Discorso inaugurale dell’11 ottobre 1962, aveva inteso dissentire dai «profeti di sventura» che, «sebbene accesi di zelo per la religione […] vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia» (Discorso Gaudet Mater Ecclesia, 11 ottobre 1962, 4.2). Da qui il compito affidato ai Padri conciliari: «Nello stato presente degli eventi umani, nel quale l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini, e spesso al di là delle loro aspettative, e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane, per il bene della Chiesa» (Gaudet Mater Ecclesia, 4.4).

Tre anni dopo, la promulgazione di Gaudium et spes riconosceva in tale discernimento un elemento essenziale della natura della Chiesa, descrivendo come costitutiva la sua indole pastorale: da qui la definizione di “Costituzione pastorale”. Non si tratta di ingenuo ottimismo, ma di una rinnovata fedeltà al Mistero di Cristo che, incarnandosi, sceglie di condividere la nostra vita: Egli si è reso «in tutto simile ai fratelli» (Eb 2,17; cfr 4,15) e si è caricato delle conseguenze del peccato, morendo «in riscatto per tutti» (1Tm 2,6). Tale condivisione con l’umanità è la via che il Cristo chiede alla Chiesa; perciò, la Costituzione conciliare Gaudium et spes si apre dichiarando che la Chiesa sente come proprie «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono» (GS 1).

È una condivisione che ci chiama a uscire da ogni passività e indifferenza dinanzi agli avvenimenti che accadono, alla storia e alla vita delle persone, soprattutto dinanzi al cambiamento rapido e profondo che oggi sperimentiamo. Non è possibile restare spettatori disinteressati, occorre invece ascoltare con il cuore, lasciarsi interpellare, farsi coinvolgere. Con Cristo e sorretti dalla forza del suo Spirito, i credenti sono chiamati a farsi carico delle difficoltà dei fratelli, soprattutto di coloro che sono schiacciati dall’ingiustizia, dalla discriminazione, dalla violenza. Infatti, solo nella condivisione e nell’impegno è possibile arrivare a risposte adeguate, sempre sorretti dalla certezza che «le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi» (Rm 8,18).

In tal senso, la prossimità verso l’umanità apre a una lettura più profonda degli avvenimenti e della stessa Rivelazione e, nella medesima prospettiva, Gaudium et spes richiama il «dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo» (GS 4). Questa Costituzione conciliare ha dunque richiamato la Chiesa a un permanente impegno di conversione, per testimoniare che essa non è mossa da «nessuna ambizione terrena», ma «mira a questo solo: continuare, sotto la guida dello Spirito consolatore, l'opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito» (GS 3).

Non si tratta, in effetti, di una disposizione semplicemente morale. Papa Francesco ci ha ricordato che per la Chiesa «l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica. […] Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche ad essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro» (Esort. Ap. Evangelii gaudium, 198).

La condivisione cristiana impegna a farsi carico della realtà e anche a smascherare le contraddizioni che caratterizzano la vita personale e sociale del mondo contemporaneo: ad esempio, un progresso scientifico e tecnologico, che offre sempre nuove possibilità, ma solo ad alcuni e che non sempre l’essere umano riesce a porre «a suo servizio»; o una conoscenza più chiara delle «leggi della vita sociale», accompagnata però da incertezze «sulla direzione da imprimervi»; o ancora, una maggiore disponibilità di «ricchezze, possibilità e potenza economica», che purtroppo però, oggi come al tempo del Concilio, lascia «una grande parte degli abitanti del globo […] ancora tormentata dalla fame e dalla miseria» (GS 4); oppure, una consapevolezza condivisa che è in gioco il futuro del pianeta e nel contempo l’incapacità a rinunciare al consumo egoistico e all’illusione che la guerra sia una via efficace per costruire la pace.

In un tempo segnato da profondi mutamenti, da cui derivano preoccupanti squilibri, la Chiesa è chiamata a servire l’essere umano, ascoltando e accogliendo gli interrogativi più profondi del suo cuore e gli aneliti che lo abitano, indicando nel Cristo «la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana» (GS 10). Perciò, nella Chiesa, ad ogni livello, in ogni epoca ha da realizzarsi la kenosi misericordiosa del Cristo che «non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso assumendo una condizione di servo, […] facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2,6-8).

Cari fratelli e sorelle, la gioia e la speranza – gaudium et spes – siano i tratti distintivi di una Chiesa che annuncia e testimonia il Vangelo, facendosi prossima alle donne e agli uomini del nostro tempo.

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Saluti

...

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare ai gruppi parrocchiali: tutti esorto a modellare la vita sul Vangelo per essere nella società seminatori dell’amore di Cristo.

Saluto, poi, i volontari dell’Associazione “Abeo” di Verona, esprimendo apprezzamento per l’opera in favore dei piccoli pazienti e delle loro famiglie.

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Domani celebreremo la memoria del Papa San Gregorio Magno, il cui corpo riposa nella Basilica di San Pietro. Egli è detto “il grande” per la sua eccezionale attività di pastore in tempi assai difficili per la società e la Chiesa: una “grandezza” che attingeva forza e vigore dalla fede viva nel Cristo. Il suo esempio susciti in ciascuno di voi una rinnovata e intensa fiducia in Dio, fonte di grazia e di speranza per il mondo intero.

A tutti la mia benedizione!


Guarda il video integrale

Enzo Bianchi: Non predicate ciance, ma il Vangelo

Enzo Bianchi
Non predicate ciance, ma il Vangelo  
 
Dante e la liturgia ricordano che l’omelia non serve a stupire o a parlare di sé,
ma a lasciare risuonare con fedeltà la Parola salvifica di Cristo



Famiglia Cristiana - 30 agosto 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?

Molti tra voi, magari in vacanza, non partecipate quindi all’eucaristia domenicale della vostra comunità e la vivete occasionalmente là dove vi trovate. E non è facile trovare eucaristie in cui risuoni obbediente al Vangelo, chiara e semplice la predicazione.

Anche a me succede a volte di ascoltare omelie che mi rattristano. Proprio recentemente ho dovuto quasi tapparmi le orecchie per non ascoltare parole estranee al Vangelo e alla fede. Mi venivano in mente i versi di Dante nella Divina Commedia: “Non disse Cristo al suo primo convento: ‘Andate e predicate al mondo ciance’, ma diede lor verace fondamento!”. Essere seminatori della Parola è faticoso e difficile. Occorre ogni giorno leggerla e ascoltarla con un orecchio che il Signore apre (cf. Is 50,5), significa meditarla e ruminarla, pensarla nell’oggi che si vive e allora, solo allora, annunciarla con umiltà sempre indicando Cristo, sempre parlando di lui e mai di se stessi o della propria comunità. Talvolta c’è purtroppo narcisismo in chi predica, c’è protagonismo, c’è la volontà di stupire perché non si crede all’efficacia della parola di Dio, realtà povera, umanissima, ma munita della potenza del Signore.

Così prosegue ancora Dante: “Non vi si pensa quanto sangue costa seminare (la Parola) nel mondo e quanto piace a chi umilmente ad essa si arresti!”. In verità un’omelia semplice, magari modesta ma fedele al Vangelo, contiene più forza divina di una parola detta con acclamazione in un solenne pontificale. E se il cristiano si trova ad ascoltare omelie non degne dell’eucaristia nella quale sono un momento decisivo in quel momento preghi il Signore che “faccia correre la sua Parola anche quando noi non la vediamo diffondersi come grazia nel mondo”.
(fonte: blog dell'autore)

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N.B. 
Quest'articolo è stato pubblicato solo due giorni prima che Enzo Bianchi raggiungesse la Casa del Padre.

Vedi i nostri post:



mercoledì 2 settembre 2026

Preghiamo per la cura dell'acqua - Dedicata all’acqua l’intenzione di preghiera del Papa per il mese di settembre 2026 Un diritto non una merce

Preghiamo per la cura dell'acqua

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Dedicata all’acqua l’intenzione di preghiera del Papa per il mese di settembre

Un diritto non una merce


Denunciare sprechi e inquinamento

Un «diritto senza confini», colpevolmente circoscritto a logiche di mercato che ignorano il grido di chi non può usufruire di quella che, per la sua centralità nella vita umana, dovrebbe essere la più accessibile delle risorse: l’acqua. A queste persone, che sono tante, anzi troppe, e affinché si possa «bere senza paura, senza disuguaglianze», Leone XIV dedica l’intenzione per il mese di settembre, diffusa attraverso la Rete mondiale di preghiera del Papa, in collaborazione con il Dicastero per la Comunicazione. Un’invocazione «per la cura dell’acqua» che è un appello a denunciare lo spreco e l’inquinamento di questa essenziale risorsa, difendendo il diritto di ciascuna persona ad averne accesso.

Resa nota il 1° settembre, data in cui ricorre la Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato, che segna anche l’inizio del tempo ecumenico dedicato all’ambiente, l’orazione del Pontefice si concentra sull’acqua come «fonte di fecondità, freschezza e speranza», dono che «disseta, feconda la terra e cura le ferite». Così cruciale, eppure sempre più difficile da rendere universalmente disponibile: secondo il rapporto Progress on household drinking water, sanitation and hygiene 2000-2024 del Programma congiunto di monitoraggio (Jmp) dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e del Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef), 2,1 miliardi di persone non hanno ancora accesso sicuro all’acqua potabile — per esempio con un accesso intermittente, insufficiente, troppo costoso o molto distante — e 106 milioni dipendono direttamente da fiumi, laghi o altre acque superficiali non trattate.

«Custodirla con gratitudine, giustizia e responsabilità», è quindi la preghiera del Pontefice, volta alla cura di un elemento che è anche simbolo della grazia e dell’amore di Dio, rinnovato attraverso il Battesimo.

«Perdonaci per averla trasformata in merce, dimenticando che è un dono universale, un diritto senza confini, destinato a tutti i tuoi figli. Guardiamo con dolore tanti fratelli e sorelle senza acqua potabile, che percorrono chilometri per trovarla, e si ammalano per la sua scarsità», prosegue il Pontefice.

Leone XIV esorta ciascun fedele a farsi «pellegrino dell’essenziale», vivendo con sobrietà e denunciando lo spreco e l’inquinamento dell’acqua, difendendo il diritto di ogni persona a beneficiare di questa risorsa.

«Che la nostra cura per l’acqua sia segno di amore per il Creatore e impegno per la vita dei più poveri, educando le nuove generazioni a valorizzare e proteggere le risorse della Terra», conclude il Papa la sua invocazione.

«Questa intenzione ci invita a contemplare il creato, a prendercene cura e a guardare con gli occhi di Dio coloro che oggi percorrono chilometri per ottenere un po’ di acqua pulita, trasformando quello sguardo in gesti concreti di sobrietà, di attenzione e di solidarietà», afferma il gesuita Cristóbal Fones, direttore internazionale della Rete mondiale di preghiera del Papa. La carenza di questa risorsa infatti va inoltre di pari passo con l’accesso limitato a servizi di sanificazione e igiene: ad esempio 611 milioni di esseri umani non dispongono di alcuna struttura per lavarsi le mani, secondo i dati dell’Oms e dell’Unicef; mentre si stima inoltre che 1,4 milioni di morti all’anno siano associati all’uso di acqua non sicura e alla mancanza di servizi igienico-sanitari.
(fonte: L'Osservatore Romano articolo di Edoardo Giribaldi 01/09/2026)

Guarda il video


Non è troppo tardi per una profonda conversione ecologica


Non è troppo tardi
per una profonda
conversione ecologica


«Non è ancora troppo tardi»: lo ha detto Leone XIV auspicando «una profonda conversione» ecologica, quella necessaria affinché ciò che è stato usato per la distruzione sia reindirizzato verso «la salvaguardia del creato».

L’appello del Pontefice è riecheggiato nel tardo pomeriggio di ieri, durante la celebrazione della messa per la custodia della Creazione svoltasi presso il Giardino della Madonnina del Borgo Laudato si’, a Castel Gandolfo.

Nella Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato, il Vescovo di Roma ha quindi esortato a porre «in “modalità silenziosa” tutti i rumori delle opere umane per ascoltare la voce melodiosa della creazione, in cui Dio, Autore di ogni cosa, ci parla». Questo esercizio contemplativo, infatti, costituisce un primo passo verso «un’autentica conversione ecologica». Perché è dalla presa di coscienza di mancanze ed errori che nasce «un impegno rinnovato a restaurare le relazioni tra le creature secondo la volontà del loro Artefice».

La Giornata di ieri ha dato inizio al “Tempo del creato”, ovvero cinque settimane dedicate alla preghiera e all’impegno nella cura della Casa comune, nella consapevolezza — ha rimarcato il Papa — di una «responsabilità personale e collettiva nella custodia dell’armonia originale». Tale periodo si concluderà il 4 ottobre, in coincidenza con l’ottavo centenario del Transito di san Francesco d’Assisi. Sull’esempio del Poverello, dunque, Leone XIV ha chiamato alla promozione di «quella fratellanza universale che è inseparabilmente unita» alla tutela della creazione.

Al termine del rito, il Papa è rientrato in automobile in Vaticano.

Leggi anche:
(fonte: L'Osservatore Romano 02/08/2026)


ANGELO, AMICO, PADRE, FRATELLO Lettera di don Mimmo Battaglia a don Angelo Casati


ANGELO, AMICO, PADRE, FRATELLO

Lettera di don Mimmo Battaglia a don Angelo Casati



Caro Angelo,

domani aspetterò la tua telefonata.
So che non arriverà.
Ma la aspetterò lo stesso.

Perché il cuore ha una sua maniera di misurare il tempo, e non conosce la morte. Conosce le attese. Le presenze. Le voci. Conosce quel momento preciso della giornata in cui qualcuno arriva nella nostra vita e, semplicemente, c’è.

Tu c’eri.
Ogni giorno.
Una telefonata. Poche parole. Una benedizione.

Una carezza.

E adesso dovrò imparare una cosa che non volevo imparare: che esistono silenzi che hanno esattamente la forma di una voce che abbiamo amato.

Ma questa sera, Angelo, mentre penso a te, mi attraversa un pensiero diverso.
Forse abbiamo sempre capito male il tempo.

Diciamo che un uomo vive settant’anni, ottanta, novanta, e poi entra nell’eternità.
Come se l’eternità cominciasse dopo.
Come se Dio aspettasse alla fine della strada.
Io invece oggi penso che sia il contrario.
Nel mistero di Dio, ogni giorno della nostra vita quaggiù è un giorno sottratto all’eternità.
Un giorno che Dio prende dall’infinito e consegna al tempo.

Un giorno in più per incontrarci.
Per volerci bene.
Per sbagliare.
Per ricominciare.
Per dire una parola.
Per fare una telefonata.
Per benedire qualcuno.

E allora forse tu non sei entrato oggi nell’eternità.
Ci sei tornato.

E improvvisamente capisco che tutti questi anni non sono stati il tempo che ti separava da Dio.
Sono stati il tempo che Dio ha sottratto a sé per regalarti a noi.
Questo cambia tutto.

Non diminuisce il dolore.
Lo rende, semmai, più preciso.
Perché significa che ogni giorno in cui ci sei stato era un dono che non ci spettava.

Anche ieri.
Anche l’ultima parola.
Anche l’ultima benedizione.
Perfino l’ultima volta in cui abbiamo detto «a domani» senza sapere quanto fosse immensa quella parola.

A domani.
Forse tutta la fede cristiana sta lì.

Quando venni a trovarti, nella tua stanza vidi una fotografia appesa al muro.
Una sola.
David Maria Turoldo.

Eravate stati amici.
Ricordo quella fotografia perché oggi mi sembra quasi una profezia rimasta per anni appesa a una parete.
Lui aveva il fuoco nelle parole.
Tu avevi un altro dono.
La tenerezza.

Turoldo, poeta del fuoco.
Casati, poeta della tenerezza.

Ma la tua tenerezza non era il garbo innocuo degli uomini miti.
Era una cosa molto più seria.
Era il tuo modo di resistere.

Hai attraversato una Chiesa che qualche volta ha avuto paura delle domande continuando a fare domande.
Hai attraversato un mondo che alzava la voce continuando a parlare piano.
Hai incontrato uomini che chiedevano giudizi e hai preferito ascoltare.
Hai incontrato ferite e non hai avuto l’arroganza di spiegarle.

Ti sei avvicinato.

E forse, Angelo, tutto quello che hai scritto, predicato, cercato, alla fine può stare dentro un verbo soltanto:
avvicinarsi.

Perché è questo che fa Dio.
Si avvicina.

Forse il Vangelo è infinitamente più semplice di quanto siamo riusciti a farlo diventare.
Dio si avvicina all’uomo.
E l’uomo, quando finalmente lo comprende, comincia ad avvicinarsi agli altri.

Tu lo facevi.

Anche con una telefonata.
Ogni giorno mi benedicevi.
E oggi quella benedizione mi appare per ciò che veramente era.
Non una formula.
Non il gesto di un prete.

Una carezza.

Era il tuo modo di dirmi: io so che ci sei.
E non c’è forse benedizione più grande.

Per questo oggi non voglio parlare del grande sacerdote, dello scrittore, dell’uomo spirituale, della voce libera della Chiesa.
Altri lo faranno.
Io voglio pronunciare tre parole molto più povere.
E molto più vere.

Amico.
Padre.
Fratello.

Amico, perché con te potevo arrivare senza prepararmi.

Padre, perché non mi hai mai chiesto di diventare simile a te.

Fratello, perché per parlarmi di Dio non sei mai salito un gradino più in alto.

Sei rimasto accanto.
Alla stessa altezza.
Quella degli occhi.

E forse è proprio lì che Dio preferisce farsi incontrare.
Non sopra le nostre teste.
All’altezza degli occhi.

Adesso rimane il silenzio.

Domani verrà il momento della giornata in cui il mio cuore aspetterà la tua voce.

Per un istante dimenticherò.
Poi ricorderò.
E farà male.

Ma proverò a pensare che non manca qualcosa al mio domani.

È stato dato qualcosa a tutti i miei ieri.

Un giorno sottratto all’eternità.
Poi un altro.
Poi un altro ancora.

Fino a fare una vita.

La tua.

Quella che Dio ha prestato al nostro tempo.
E che ora il tempo gli restituisce.

C’è ancora quella fotografia, Angelo.
Turoldo.
Una sola immagine sulla parete.

Mi piace pensare che adesso quella distanza non esista più.

Il poeta del fuoco e il poeta della tenerezza.

Chissà cosa vi sarete detti.

Anzi, spero niente.

Perché avete passato una vita a cercare parole capaci di dire Dio.
Adesso non servono più.
Adesso sapete.

E forse il Paradiso è proprio questo:
il luogo in cui finalmente tacciono tutte le parole su Dio,
perché resta soltanto Dio.

Vai, Angelo.

O forse no.

Torna.

Torna a quell’eternità alla quale, per tutti questi anni, Dio ti aveva sottratto per donarci un amico, un padre, un fratello.

E domani, quando senza pensarci aspetterò ancora la tua telefonata, non dirò che non sei più qui.
Dirò soltanto che la tua benedizione deve aver trovato un’altra strada.

Perché certe carezze non finiscono.

Cambiano distanza.

Ciao, Angelo.

Grazie per tutto il tempo che l’eternità ci ha regalato di te.

Mimmo
(fonte: Chiesa di Napoli 01/09/2026)

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Vedi anche il post precedente:

Addio a don Angelo Casati ... il ricordo affinché la parola corra


Addio a don Angelo Casati, sacerdote e scrittore

Già parroco a Lecco e Milano, apprezzato autore di commenti biblici e di raccolte di poesia, si è spento il 31 agosto a 95 anni. Camera ardente nella chiesa San Francesco di Paola a Milano l'1 settembre dalle 15 alle 18 e il 2 settembre dalle 9 alle 12 e dalle 15 alle 18.30

Don Angelo Casati

Nella serata di lunedì 31 agosto è scomparso a Milano, all’età di 95 anni, don Angelo Casati. Nato a Milano nel 1931, ordinato sacerdote nel 1954, licenziato in Teologia, è stato insegnante nei Seminari diocesani, quindi vicario parrocchiale a San Giovanni di Busto Arsizio, poi parroco a San Giovanni di Lecco; dal 1986 al 2008 lo è stato a San Giovanni in Laterano a Milano. Autore di molti saggi, ha pubblicato libri che spaziano dalla poesia a commenti ai racconti biblici, a riflessioni spirituali su eventi della vita.

Tra le sue ultime pubblicazioni, Sorpresi da un sogno (2022), Storie di donne e di profumi (2023), Poesia di uno sguardo (2024), Ospitando libertà (2024), In punta di piedi (2026) tutti editi da Centro ambrosiano.

Per molti anni ha collaborato con Chiesadimilano.it commentando il Vangelo della domenica.
(fonte: Chiesa di Milano 1 Settembre 2026)


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In ricordo di don Angelo Casati, affinché la parola corra

Dalla chiesa di San Giovanni in Laterano a Milano alle stampe del mensile "Come Albero", Luca Costamagna traccia un ricordo di ciò che è stato il sacerdote, scomparso lo scorso 31 agosto

Don Angelo Casati

Il 31 agosto scorso è morto don Angelo Casati, lo stesso giorno in cui, quattordici anni fa aveva concluso la sua giornata terrena il cardinale Carlo Maria Martini. L’esperienza di parroco a San Giovanni in Laterano, iniziata nel 1986 e conclusa nel 2008, aveva coinciso per larga parte con l’episcopato di Martini a Milano, il “cardinale della Parola”, che riconosceva nella Parola di Dio il primato assoluto per ogni cercatore di senso. Se Martini è stato riconosciuto come il grande “interprete” della Parola, don Angelo ne è stato un innamorato “narratore”.

Ascoltare le persone che pronunciano molte parole, solitamente, è esercizio faticoso, ma con don Angelo non accadeva così. Di parole, nelle omelie, negli interventi, nei testi, ne diceva molte eppure non stancavano, perché aveva questa straordinaria capacità di rendere la Parola di Dio più “leggera”.

Il ruolo di parroco don Angelo lo esercitava così come la vecchia dizione ne descrive il compito: pastore di anime. Andando presso il suo ufficio lo potevi trovare seduto, un poco curvo, come nascosto dalle sue numerose carte: non erano documenti, contratti o questioni burocratiche, ma erano lettere, testi, scritti: di cose amministrative, poche tracce, di relazioni, anche per iscritto, moltissime.

San Giovanni in Laterano a Milano, chiesa piccola nelle dimensioni e nella “nascosta” piazza Bernini dietro a piazza Piola, è stata infatti per anni una parrocchia senza confini: certo una parrocchia “chiesa tra le case” come dice la parola greca, ma anche tra le case oltre a quei confini parrocchiali che la Curia attribuisce ad ogni chiesa-edificio. È stata tenda, per tutti i cercatori di quella “dimensione contemplativa della vita”, prima lettera pastorale di Martini a Milano che don Angelo spesso richiamava. È stata tenda quindi per credenti, credenti con particolari dubbi ma anche per tanti professi atei che pur entravano in chiesa per ascoltare le sue omelie, Lui che diceva Dio s’incontra soprattutto nella ferialità.

Nella settimana in cui si stampava “Come Albero”, mensile edito dalla parrocchia, era normale vedere nel lungo corridoio dei locali parrocchiali del piano terra, panche, sedie e scatoloni pieni di carta: era il materiale pronto per essere ciclostilato affinché queste pagine potessero raggiungere i parrocchiani ma anche tanti altri luoghi in tutta la Lombardia e anche oltre.

Come Albero era l’immagine di don Angelo: la sua copertina era sempre uguale come sempre uguale era il modo di vestire, elegante e sobrio, di don Angelo, ma il suo contenuto era sempre diverso, come ascoltare don Angelo il cui stile non è mai cambiato ma la freschezza della sua poetica sapeva donare a quanti cercavano ascolto. La cattedra dei non credenti che ha proseguito e condotto in piazza Bernini è stata crocevia di testimoni ed incontri che, non a caso, reciprocamente, vedono le proprie biografie intrecciate. Con un’attenzione: al termine degli incontri, anche se ormai si è era fatto tardi, non si doveva radunare le numerose sedie messe a disposizione, perché le conversazioni che proseguivano non dovevano essere interrotte.

Provare a definire l’eredità di don Angelo è molto difficile ma forse anche sbagliato: dire eredità è come elencare o definire qualcosa di preciso e dettagliato che in qualche modo ha un inizio e una fine. Il suo insegnamento è più che altro nel fiducioso desiderio di provare ad immaginare un Dio da incontrare sulle strade, possibilmente nei vicoli dei quartieri piuttosto che nei grandi spazi chiusi.

Affinché la Parola corra.
(fonte: Chiesa di Milano, articolo di Luca COSTAMAGNA 1 Settembre 2026)


martedì 1 settembre 2026

ENZO BIANCHI, L’UOMO CHE PROVÒ A RESTITUIRE IL VANGELO ALLA VITA

Gianni Urso

ENZO BIANCHI, L’UOMO CHE PROVÒ A RESTITUIRE IL VANGELO ALLA VITA
 

È morto oggi, 1° settembre 2026, all’età di 83 anni, Enzo Bianchi. È morto all’ospedale Molinette di Torino, dopo una lunga stagione di fragilità e di malattia. Ma quando muore una persona come lui, non basta dire che è morto un monaco, uno scrittore, un teologo o il fondatore di una comunità. Perché Enzo Bianchi è stato, prima di tutto, un uomo che ha provato a prendere sul serio il Vangelo. 

E forse è proprio questo il modo più autentico per ricordarlo: non trasformandolo in un santino, non costruendogli intorno una celebrazione ecclesiastica, non facendone un’icona intoccabile. Ma riconoscendo la forza, le contraddizioni, le intuizioni e anche le ferite di una vita interamente attraversata dalla ricerca di Dio, dell’uomo e di una fraternità possibile.

Enzo Bianchi era nato a Castel Boglione, nel Monferrato, il 3 marzo 1943. Studiò Economia e Commercio all’Università di Torino e, negli anni del Concilio Vaticano II, maturò quella ricerca di un cristianesimo più radicale, più biblico, più vicino alle persone e meno rinchiuso nelle strutture. Alla fine del 1965 arrivò a Bose, una piccola frazione abbandonata di Magnano, nel Biellese. Era quasi un luogo fuori dal mondo. E proprio lì cominciò qualcosa che avrebbe cambiato profondamente la storia del cristianesimo italiano del secondo Novecento.

All’inizio c’era soltanto un uomo, una casa povera e una domanda enorme: si può ancora vivere il Vangelo come esperienza concreta di fraternità?
Poi arrivarono altri uomini e altre donne. Cattolici, protestanti, appartenenti a diverse tradizioni cristiane. E nacque Bose.
Non nacque una parrocchia. Non nacque una nuova struttura ecclesiastica. Nacque una comunità nella quale il Vangelo avrebbe dovuto essere vissuto attraverso la preghiera, il lavoro, l’ascolto della Scrittura, l’accoglienza, la condivisione e la fraternità. Una comunità monastica composta da uomini e donne provenienti da differenti confessioni cristiane: già questo, negli anni Sessanta, rappresentava una scelta straordinariamente coraggiosa.

Bose fu, in qualche modo, una piccola profezia.
Una profezia ecumenica, perché mostrava che cristiani differenti potevano vivere insieme senza dover prima cancellare le proprie differenze.
Una profezia biblica, perché la Scrittura non veniva trattata soltanto come un testo da spiegare, ma come una parola capace di interrogare concretamente l’esistenza.
Una profezia umana, perché il cristianesimo non veniva pensato come fuga dal mondo, ma come responsabilità dentro il mondo.

Ed è forse qui che si trova una delle ragioni più profonde per cui Enzo Bianchi continua a parlare anche a chi, come noi, guarda con spirito critico alla Chiesa istituzionale.
Perché Bianchi ci ha ricordato che il cristianesimo non coincide con la Chiesa istituzionale.
Che il Vangelo viene prima delle strutture.
Che la fede viene prima delle appartenenze.
Che la fraternità viene prima delle gerarchie.
Che l’ascolto viene prima del comando.
Che il volto dell’altro viene prima della norma.
E soprattutto che Gesù non ha annunciato un sistema religioso, ma un modo nuovo di vivere le relazioni umane.

Enzo Bianchi è stato per decenni uno dei protagonisti più importanti del cattolicesimo del dopo-Concilio, ma sarebbe riduttivo chiuderlo dentro l’etichetta di “cattolico”. È stato un uomo del dialogo: con le altre Chiese cristiane, con l’ebraismo, con il mondo contemporaneo, con i credenti e con i non credenti. 

Ha scritto moltissimo, ha predicato, ha insegnato, ha partecipato al dibattito culturale e religioso italiano e internazionale. Ha fondato nel 1983 le Edizioni Qiqajon, contribuendo alla diffusione di testi biblici, patristici, liturgici e spirituali. 
Ha scritto libri che hanno accompagnato generazioni di lettori: “Il pane di ieri”, “Dono e perdono”, “Spezzare il pane”, “Gesù e le donne”, “L’amore scandaloso di Dio”, “La vita e i giorni”, “Cosa c’è di là”, “Dove va la Chiesa?”, “Fraternità” e molti altri.

E già alcuni di questi titoli raccontano una parte essenziale della sua ricerca: pane, dono, perdono, amore, donne, fraternità.
Parole semplici.
Parole evangeliche.
Parole che sembrano quasi incompatibili con una religione costruita sulla paura, sul potere, sulla superiorità e sulla distanza.
Bianchi aveva una straordinaria capacità di riportare la riflessione cristiana alle cose fondamentali: il pane condiviso, la tavola, l’accoglienza, il perdono, la vecchiaia, la morte, la solitudine, l’amore, la relazione con l’altro.
Non un cristianesimo disincarnato.
Non una fede sospesa sopra le nuvole.
Ma un cristianesimo con i piedi per terra.
Ed è proprio questa dimensione che rende Enzo Bianchi particolarmente interessante anche per una lettura laica e liberante del Vangelo.
Perché il Vangelo, quando viene preso sul serio, diventa inevitabilmente una parola scomoda.
Scomoda per il potere.
Scomoda per le gerarchie.
Scomoda per chi pretende di possedere Dio.
Scomoda per chi trasforma la fede in obbedienza cieca.
Scomoda per chi pensa che la verità cristiana possa essere amministrata come una proprietà privata.

Bianchi non è stato un rivoluzionario nel senso politico del termine. Ma nella sua ricerca cristiana c’era qualcosa di profondamente sovversivo: la convinzione che Dio non possa essere rinchiuso dentro le nostre istituzioni.
E questa è una delle eredità più preziose che lascia.

La sua vicenda, però, non è stata priva di contraddizioni e di dolore.
Nel 2017 lasciò l’incarico di priore di Bose. Poi arrivò la crisi interna alla comunità e, nel 2020, la decisione della Santa Sede di chiedergli di allontanarsi da Bose, la comunità che aveva fondato e guidato per oltre cinquant’anni. Fu una pagina dolorosa, controversa, che provocò sofferenza a Bianchi e a molti di coloro che avevano guardato a Bose come a una delle esperienze più significative del cristianesimo postconciliare.

Ed è proprio qui che la sua storia diventa ancora più umana.
Perché la vita di Enzo Bianchi non è stata una parabola perfetta.
Non è stata una fotografia immobile di santità.
È stata una vita attraversata da entusiasmo, costruzione, riconoscimento, conflitto, solitudine, perdita e ricominciamento.

Dopo l’allontanamento da Bose, Bianchi non ha smesso di cercare.
Ha continuato il suo cammino nella Fraternità della Madia, nei pressi di Ivrea, trasformando anche la propria solitudine in uno spazio di ascolto, di riflessione e di incontro.

E forse proprio questo è uno degli insegnamenti più belli che ci lascia.
Non siamo ciò che abbiamo costruito.
Siamo anche ciò che riusciamo a fare quando quello che abbiamo costruito ci viene tolto.
Bose era stata la sua grande opera. Ma Enzo Bianchi ha dimostrato che un uomo non coincide con la propria opera.
Quando gli hanno tolto Bose, non gli hanno tolto la capacità di pensare.
Non gli hanno tolto la capacità di ascoltare.
Non gli hanno tolto la capacità di interrogarsi.
Non gli hanno tolto il Vangelo.
E forse non gli hanno nemmeno tolto la cosa più importante: la libertà di continuare a cercare.

Negli ultimi anni ha riflettuto molto sulla vecchiaia, sulla morte, sulla speranza e sul senso dell’esistenza. Il 6 agosto scorso, parlando della Trasfigurazione, ricordava i suoi sessant’anni di vita monastica: cinquantacinque a Bose, due nella solitudine dell’esilio e tre alla Madia. E scriveva della speranza nella trasformazione delle nostre povere vite. 
Oggi quella riflessione assume un significato diverso.
Ma non dobbiamo trasformare la morte in una formula religiosa.
Dobbiamo piuttosto raccogliere la domanda che la sua morte consegna a noi vivi.
Che cosa resta di una persona quando tutto il resto finisce?
Restano i libri.
Restano le parole.
Restano le comunità.
Restano le case.
Restano i ricordi.
Ma soprattutto resta ciò che quella persona ha generato negli altri.

Se Enzo Bianchi ha lasciato qualcosa, è proprio questo: ha generato domande.
Ha insegnato a molti che si può essere cristiani senza smettere di pensare.
Che si può amare la Scrittura senza trasformarla in un’arma.
Che si può amare la Chiesa senza identificare la Chiesa con la gerarchia.
Che si può cercare Dio senza pretendere di possederlo.
Che si può essere credenti e contemporaneamente dialogare con chi crede diversamente o non crede affatto.
Che la fraternità non è uno slogan, ma una pratica quotidiana.
(fonte: La Chiesa che vorrei 01/09/2028)

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Vedi anche il post precedente:
Addio a Enzo Bianchi, il monaco che fondò Bose per dare “asilo” a chi cercava Dio (e il prossimo)


Addio a Enzo Bianchi, il monaco che fondò Bose per dare “asilo” a chi cercava Dio (e il prossimo)


Addio a Enzo Bianchi, il monaco che fondò Bose per dare “asilo” a chi cercava Dio (e il prossimo)

Un ritratto di Enzo Bianchi, morto il 1° settembre all'età di 83 anni ANSA

Aveva 83 anni. Biblista, scrittore e fondatore della Comunità di Bose, aveva scelto di restare laico: «Non ho mai sentito la vocazione a farmi prete». Ha segnato il dibattito ecclesiale italiano con una spiritualità aperta al dialogo e alle domande dell’uomo contemporaneo. Dalla solitudine degli inizi a Bose all’allontanamento dalla comunità, fino agli ultimi anni vissuti in fraternità nella Casa della Madia, una vita interamente dedicata alla ricerca di Dio e all’ascolto dell’altro

Prima ancora di diventare il fondatore di Bose, il monaco laico ascoltato dai Papi, il biblista capace di parlare tanto ai credenti quanto ai non credenti, ma anche il cuoco sopraffino e il saggista autore di best e long seller per le Edizioni San Paolo e per altri editori laici come Einaudi, Enzo Bianchi, morto martedì all’età di 83 anni all’ospedale Le Molinette di Torino dopo che le sue condizioni si erano aggravate negli ultimi giorni a causa di uno scompenso renale che lo aveva portato in coma metabolico, era un ragazzo dell’Astigiano che leggeva Lucrezio, Dostoevskij e la Bibbia e che, superati gli esami di terza media, al padre non chiese né una bicicletta né un vestito nuovo ma un orto.

È un dettaglio piccolo, quasi da libro Cuore, ma racconta molto dell’uomo che sarebbe diventato. Uno che ha sempre avuto bisogno della terra sotto i piedi, del lavoro delle mani, del silenzio e della lettura. Uno che ha scelto la vita monastica senza diventare sacerdote, ha fondato una comunità ecumenica, quella di Bose, quando ancora quella parola sembrava quasi una provocazione, ha dialogato con Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco e poi, alla fine, ha conosciuto anche la solitudine dell’uomo che viene allontanato dalla casa che ha costruito. «Se non avessi ore e ore di silenzio, sarei incapace di parlare e di scrivere», ripeteva spesso ed è forse la frase che più di tutte racconta Enzo Bianchi.

La madre morta quando aveva otto anni

Nato a Castel Boglione, in provincia di Asti, il 3 marzo 1943, Bianchi cresce in una famiglia povera. Il padre Giuseppe fa lo stagnino e, all’occorrenza, il barbiere. La madre Angela è malata di cuore: soffre di una patologia alla valvola mitralica e muore nel 1951, quando Enzo ha otto anni. «È stata molto dura quando è mancata, ho provato una grande solitudine», aveva ricordato in un'intervista, «quando era incinta di me molti le dicevano di abortire, ma lei mi ha voluto contro tutto e contro tutti. Durante la gravidanza era sempre a letto. Da piccolo sapevo che sarebbe morta dopo pochi anni e infatti se n’è andata quando io ero un bambino». A prendersi cura della sua crescita arrivano due figure che resteranno decisive: la maestra e la postina del paese. Gli insegnano il latino, gli fanno leggere Tolstoj, Dostoevskij e Mauriac, gli mettono tra le mani la Bibbia. E lo aiutano economicamente perché possa continuare a studiare. Bianchi cresce così: nella povertà ma dentro una straordinaria fame di libri: «Leggevo e sottolineavo ogni cosa», raccontava. E siccome intorno a lui non trovava interlocutori con cui confrontarsi, iniziò persino un corso per corrispondenza con Roma. Divorava Lucrezio, «compagno di strada meraviglioso» che avrebbe continuato a tenere sul comodino. Al liceo incontra Giovanni Boano, professore che gli insegna il russo perché possa leggere Dostoevskij nella lingua originale. È un ragazzo che cerca. Ancora non sa esattamente cosa, ma sa che non gli basta ciò che ha intorno.

Enzo Bianchi alla camera ardente del presidente di Slow Food Carlo Petrini a Pollenzo (Cuneo) il 23 maggio scorso (ANSA)

L’esperienza con l’Abbé Pierre

Alle superiori entra in Azione Cattolica. Pensa persino di fare carriera politica tra le fila della Democrazia cristiana. Gli dicono che nella Chiesa ci sono già troppi filosofi e professori e che servono economisti. Così arriva a Torino e si iscrive a Economia. Frequenta la Fuci, ma presto prende una strada autonoma. In quegli anni matura anche una domanda più radicale sulla fede e sulla vita.

A metà degli anni Sessanta va in Francia e vive per un periodo accanto all'Abbé Pierre, entrando in contatto con persone che la società aveva relegato ai margini: alcolizzati, ex carcerati, poveri, senzatetto: «Scrissi una lettera all’Abbé Pierre, lui mi rispose subito dicendomi che potevo raggiungerlo alla periferia di Rouen. Conservo ancora quella lettera. Sono andato di corsa e per alcuni mesi ho vissuto con gli “scarti” dei quali lui si prendeva cura: alcolizzati, ex detenuti, straccioni, furfanti. Ho indossato come loro i vestiti raccolti, mangiato le stesse cose, dormito negli stessi giacigli. Lì ho conosciuto un altro cristianesimo, radicalmente diverso dal mio di cattolico militante che doveva dare l’esempio, convertire, fare apostolato. Quell’esperienza mi insegnò il senso della carità intelligente, la carità di vicinanza, non quella militante e parolaia che avevo conosciuto fino ad allora». Non è un passaggio secondario. Bianchi impara che la fede, prima ancora di essere un discorso su Dio, è una prossimità concreta all'altro. E intanto comincia a capire che la sua strada non sarà quella del sacerdozio ministeriale.

«Non ho mai sentito la vocazione a farmi prete»

Bianchi rimarrà per tutta la vita un uomo profondamente legato alla Chiesa senza essere sacerdote. Una condizione che non considera una mancanza, ma una scelta precisa: «Mai sentita la vocazione. Il cardinal Pellegrino mi ha chiesto più volte se volevo ordinarmi prete, ma io sono sempre voluto restare un semplice laico come tutti», aveva raccontato. È uno degli elementi più originali della sua vita: Bianchi costruirà una delle esperienze monastiche e di frontiera più significative del cattolicesimo contemporaneo senza essere prete. La sua idea di vita comunitaria nasce proprio da qui: uomini e donne, celibi e sposati insieme. Una comunità di battezzati, laici e religiosi, cattolici e appartenenti ad altre confessioni cristiane, uniti dalla ricerca di Dio, dal lavoro, dalla preghiera e dall'ospitalità.

L’arrivo a Bose

Nel 1965 capita quasi per caso su quelle colline del Biellese dove c’è una piccola chiesa circondata da case abbandonate e qui decide di restare. Per tre anni vive praticamente solo. Non c’è elettricità, manca il frigorifero: il burro viene conservato nel pozzo dove l’acqua è più fresca. Ha una Vespa per andare in paese a comprare il necessario. Per guadagnare qualcosa traduce dal francese articoli di teologia. E mette una campana, che suona tre volte al giorno per scandire la preghiera.

Il padre non la prende bene: «Ogni famiglia è afflitta da un deficiente», sentenzia per marcare la distanza da quel figlio che voleva economista e, magari, politico e invece si ritrova a fare una vita quasi eremitica in una cascina semidiroccata senza acqua e luce. Poi, lentamente, arrivano altre persone. È così che nasce Bose: «Per i primi tre anni rimasi da solo poi nel ’68 cominciarono ad arrivare alcune persone spinte dalla curiosità perché volevano capire che cosa facessi e nacque la Comunità di Bose. Nel giro di qualche anno c’erano quasi cento persone».

Una comunità fondata sul lavoro, la preghiera e l'ospitalità

La regola è semplice e radicale. Bianchi guarda al monachesimo antico, in particolare alla tradizione basiliana e a san Pacomio. Tre sono i pilastri: «Dovevano essere persone semplici, laiche, non religiose, non preti, battezzate come tutti gli altri», spiegava, «uomini e donne che dovevano lavorare e non dipendere dalle offerte o dai finanziamenti e dunque liberi dalla Chiesa. Terzo aspetto fondamentale: dare ospitalità a chi lo chiedeva».

Bose diventa nel tempo una comunità conosciuta in tutto il mondo. Vi arrivano credenti di diverse confessioni cristiane, ma anche persone lontane dalla fede. «Tutti chiedono di essere ascoltati», osservava Bianchi. È forse questa la sua intuizione più moderna: prima ancora di convincere qualcuno, ascoltarlo.

Un ritratto di Enzo Bianchi (ANSA)

Il silenzio come forma di libertà

A Bose il silenzio non è una decorazione spirituale. È una disciplina. Dopo la campana delle otto di sera, i monaci rientrano nelle loro celle. Niente televisione, niente computer. Dodici ore di solitudine fino all’alba. «Il silenzio è il mezzo per entrare dentro sé», ripeteva lui a chi gli chiedeva cosa si facesse in Comunità. E aggiungeva una frase sorprendente: «Il monachesimo ti fa conoscere l’ateismo. Il nulla che a volte ci abita».

Bianchi non ha mai avuto paura di guardare anche dentro le zone oscure della fede. Per questo il suo cristianesimo è lontano dalle risposte facili. Quando gli hanno chiesto che cosa sia Dio nel momento estremo, ha risposto con una frase spiazzante: «Dio è una parola insufficiente e anche ambigua, che si presta a equivoci». Poi ha precisato: «Il mio non è il Dio di tutti, ma è il Dio di Gesù Cristo».

E ha indicato in Gesù il criterio decisivo: «Per noi cristiani Gesù ha spiegato e narrato Dio e ciò che egli non ci ha detto di Dio non va creduto», aveva detto in un’intervista a Repubblica

Il laico ascoltato dai Papi

La sua autorevolezza cresce ben oltre i confini di Bose. Bianchi diventa una voce ascoltata nella Chiesa e fuori dalla Chiesa. Predica nelle comunità cattoliche, protestanti e ortodosse, partecipa a conferenze, scrive libri e articoli.

Nel 2004 Giovanni Paolo II lo inserisce nella delegazione incaricata di restituire a Mosca l'icona della Madre di Dio di Kazan. Con Joseph Ratzinger, prima ancora che diventasse Benedetto XVI, nasce un rapporto che continuerà negli anni. Bianchi partecipa come esperto a due Sinodi dei vescovi, nel 2008 sulla Parola di Dio e nel 2012 sulla nuova evangelizzazione. Poi arriva Francesco, con il quale Bianchi racconta di avere avuto un rapporto «più umano, meno teologico».

Il dialogo con il mondo laico

Intanto, Enzo Bianchi coltiva un dialogo fitto con il mondo laico, senza rinunciare alla propria identità cristiana. È stato amico e interlocutore di intellettuali come lo psicoanalista Massimo Recalcati e ha scritto sulle pagine di quotidiani laici come Repubblica e La Stampa (sulla quale aveva una rubrica fissa nell’inserto Tuttolibri) e su quelli cattolici come Avvenire e Famiglia Cristiana. In questo confronto continuo tra fede e cultura contemporanea si è affermato come una delle voci più originali e riconoscibili del cattolicesimo italiano: capace di parlare alla Chiesa senza chiudersi alla società e di affrontare le domande dei non credenti senza annacquare il Vangelo e la parola di Gesù: «Tutti parlano di Dio, ma poi ognuno ne ha una propria immagine che spesso ne contraddice un’altra», aveva detto in un’intervista, «non è vero che tutte le vie conducono a Dio, anzi ce ne sono alcune che conducono a idoli falsi e pericolosi. Il mio non è il Dio di tutti, ma è il Dio di Gesù Cristo. Guardando a Cristo conosco Dio e tutto ciò che Cristo non mi ha narrato di lui io non lo credo».

Il fondatore che lascia Bose

Nel dicembre 2016 Bianchi annuncia le dimissioni. Dal 25 gennaio 2017 non è più alla guida della comunità che ha fondato. Racconterà di aver lasciato il timone in pace, quando si è accorto che le forze fisiche diminuivano.

Ma la vicenda non finisce lì. Nel 2020 la Santa Sede dispone il suo allontanamento da Bose. Nel decreto vengono contestati il suo modo di esercitare l’autorità e comportamenti ritenuti non conformi alla vita comunitaria.

È la parte più dolorosa della sua storia. L’uomo che aveva costruito una casa per accogliere gli altri si trova costretto, suo malgrado, a lasciarla. Nel 2021 si trasferisce a Torino. E anni dopo ammetterà senza reticenze tutto il rammarico per quest’epilogo: «La sofferenza c’è ma non mi ha destato rancore, amarezza, non mi ha scosso nella fede, non mi ha scosso nell’amore», aveva detto in un’intervista al mensile Vita Pastorale. Ma resta, nelle sue parole, l’enigma del “tradimento”, come lui lo evoca, da parte di persone vicinissime. È forse qui che il monaco del silenzio mostra la sua prova più difficile: non quella della solitudine cercata ma quella della solitudine subita.

A chi gli chiede come abbia fatto a non lasciarsi consumare dal rancore, Bianchi cita Bernardo di Chiaravalle: «L’amore basta a se stesso». E spiega: «Ciò che conta è avere amato, non conta se l’altro non ha ricambiato o ha tradito».

È una frase che sembra riassumere l'ultima stagione della sua vita. Bianchi ha conosciuto anche l'amore di coppia. Aveva vent’anni quando ebbe una fidanzata con cui rimase due anni. «Ci siamo amati molto per due anni. Poi però sono stato troppo assorbito dal mio ideale, dalla volontà di dar vita al mio sogno».

Non nasconde ciò che quella scelta gli è costata: «Avrei anche voluto figli. D’altronde l’essere umano è anche fatto di carne. Ma è andata così». Anche dopo Bose, la sua giornata conserva una struttura essenziale. Il canto del gallo prima dell’alba, la preghiera, la Scrittura, lo studio, l’orto, l'accoglienza delle persone: «Leggo, ma non so farlo per svago. Leggo per pensare, per godere della bellezza di una poesia o di un romanzo, ma sempre con uno scopo: imparare a vivere con gli altri».

È tornato così, in fondo, al ragazzo di Castel Boglione che aveva chiesto al padre un orto come premio per gli esami.

E anche il camminare era per lui una forma di preghiera laica: «Andare a piedi ti aiuta a contemplare. Ti aiuta a sviluppare l’attenzione alle cose e agli altri. Lo stupore. La curiosità».

Una nuova fraternità, ma non una nuova Bose

Dopo l’esperienza di Bose, tre anni fa, si trasferisce a Casa della Madia, nelle campagne tra Albiano e Ivrea, per vivere in fraternità con poche persone, tra cui alcuni amici e alcune persone che hanno lasciato Bose: «È una bella sfida a ottant’anni», diceva, «anche se non siamo in contrapposizione con nessuno e questa non sarà una nuova Bose perché la comunità ecumenica di Bose è come un figlio: una volta fatto non si può rifare».

Enzo Bianchi, del resto, ha sempre cercato di fare i conti con il tempo che passa. Ha scritto della vecchiaia, della solitudine, del discernimento, della fede, delle relazioni umane. Su tutto, resisteva tenace la sua ostinata fiducia nel fatto che una vita possa essere giudicata anche da ciò che ha saputo donare. Lui, che ha trascorso l'esistenza a parlare di Dio, sapeva bene che alla fine rimangono poche cose: le persone incontrate, quelle ascoltate, quelle amate. E il silenzio: «Ho lasciato la terra del Monferrato che ancora oggi amo e desidero, almeno come la terra che accoglierà il mio corpo quando sarò morto», aveva detto in una delle sue ultime interviste. Il ritorno alla terra, dove tutto era cominciato, certo, ma anche un’immagine evangelica di potente speranza perché, come ricorda il Vangelo, «se il chicco di grano caduto in terra non muore rimane solo. Se invece muore produce molto frutto».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Antonio Sanfrancesco 01/08/2026)