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giovedì 26 dicembre 2024

NATALE 2024 MESSAGGIO URBI ET ORBI DI PAPA FRANCESCO «La Porta Santa è spalancata. Che, attraversarla, porti la pace» (cronaca,foto, testo e video)

 MESSAGGIO URBI ET ORBI

DEL SANTO PADRE FRANCESCO

NATALE 2024

Loggia Centrale della Basilica di San Pietro
Mercoledì, 25 dicembre 2024

 

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«La Porta Santa è spalancata.
Che, attraversarla, porti la pace»
 
Papa Francesco, nella consueta benedizione di Natale, parla delle guerre che feriscono il mondo e chiede a tutti di avere il coraggio di superare le divisioni


La coda per entrare in Basilica attraversando la Porta Santa ha cominciato a muoversi alle otto di questa mattina. Nonostante il gelo, gruppi di pellegrini, preceduti dalla croce, percorrono i passi che li separano dall’atrio di San Pietro. E attendono, numerosissimi, anche in piazza per le parole del Pontefice rivolte a Roma e al mondo. La consueta benedizione Urbi et orbi, parte dalle parole che ricordano che «questa notte si è rinnovato il mistero che non cessa di stupirci e di commuoverci: la Vergine Maria ha dato alla luce Gesù, il Figlio di Dio, lo ha avvolto in fasce e lo ha deposto in una mangiatoia. Così lo hanno trovato i pastori di Betlemme, pieni di gioia, mentre gli angeli cantavano: “Gloria a Dio e pace agli uomini”»:

Pace, la parola che più sta a cuore a Francesco, è al centro di tutto il messaggio. Pace per l’Ucraina e per il Medio Oriente, innanzitutto. Come di consueto, la benedizione di Natale è anche il momento in cui il Pontefice fa il punto sulle situazioni di crisi del mondo. E così, nell’invitare tutti a varcare la soglia della Porta Santa, chiede che si facciano tacere le armi e si superino le divisioni. «Tacciano le armi nella martoriata Ucraina! Si abbia l’audacia di aprire la porta al negoziato e a gesti di dialogo e d’incontro, per arrivare a una pace giusta e duratura. Tacciano le armi in Medio Oriente! Con gli occhi fissi sulla culla di Betlemme, rivolgo il pensiero alle comunità cristiane in Palestina e in Israele, e in particolare alla cara comunità di Gaza, dove la situazione umanitaria è gravissima. Cessi il fuoco, si liberino gli ostaggi e si aiuti la popolazione stremata dalla fame e dalla guerra». E ancora, dice il Pontefice, «sono vicino anche alla comunità cristiana in Libano, soprattutto al sud, e a quella di Siria, in questo momento così delicato. Si aprano le porte del dialogo e della pace in tutta la regione, lacerata dal conflitto. E voglio ricordare qui anche il popolo libico, incoraggiando a cercare soluzioni che consentano la riconciliazione nazionale. Possa la nascita del Salvatore portare un tempo di speranza alle famiglie di migliaia di bambini che stanno morendo per un’epidemia di morbillo nella Repubblica Democratica del Congo, come pure alle popolazioni dell’Est di quel Paese e a quelle del Burkina Faso, del Mali, del Niger e del Mozambico. La crisi umanitaria che le colpisce è causata principalmente dai conflitti armati e dalla piaga del terrorismo ed è aggravata dagli effetti devastanti del cambiamento climatico, che provocano la perdita di vite umane e lo sfollamento di milioni di persone. Penso pure alle popolazioni dei Paesi del Corno d’Africa per le quali imploro i doni della pace, della concordia e della fratellanza. Il Figlio dell’Altissimo sostenga l’impegno della comunità internazionale nel favorire l’accesso agli aiuti umanitari per la popolazione civile del Sudan e nell’avviare nuovi negoziati in vista di un cessate-il-fuoco».

E mentre ricorda che «la porta del cuore di Dio è sempre aperta», anzi, che è «spalancata, non bisogna bussare, è aperta» e che possiamo «riconciliarci anche con i nostri nemici», che Dio ci ama e ci perdona sempre, «perdona tutto», spera che «l’annuncio del Natale rechi conforto agli abitanti del Myanmar, che, a causa dei continui scontri armati, patiscono gravi sofferenze e sono costretti a fuggire dalle proprie case». «Gesù è la porta della pace, ma noi spesso ci fermiamo sulla soglia, non abbiamo il coraggio di attraversarla», ma il Giubileo ci dice proprio questo, che possiamo attraversare la porta e riconciliarci. Che il Bambino Gesù, spera il Pontefice, «ispiri le autorità politiche e tutte le persone di buona volontà nel continente americano, affinché si trovino al più presto soluzioni efficaci nella verità e nella giustizia, per promuovere l’armonia sociale, in particolare penso ad Haiti, al Venezuela, Colombia e Nicaragua, e ci si adoperi, specialmente in quest’Anno giubilare, per edificare il bene comune e riscoprire la dignità di ogni persona, superando le divisioni politiche».

Il Giubileo, poi, dice ancora Francesco, «sia l’occasione per abbattere tutti i muri di separazione: quelli ideologici, che tante volte segnano la vita politica, e anche quelli fisici, come la divisione che interessa da ormai cinquant’anni l’isola di Cipro e che ne ha lacerato il tessuto umano e sociale. Auspico che si possa giungere a una soluzione condivisa, una soluzione che ponga fine alla divisione nel pieno rispetto dei diritti e della dignità di tutte le comunità cipriote». Torna a parlare di Gesù che «è la Porta spalancata che siamo invitati ad attraversare per riscoprire il senso della nostra esistenza e la sacralità di ogni vita, ogni vita e sacra, e per recuperare i valori fondanti della famiglia umana». Ricorda che il Signore «ci attende sulla soglia. Attende ciascuno di noi, specialmente i più fragili: attende i bambini, tutti i bambini che soffrono per la guerra e soffrono per la fame; attende gli anziani, noi antenati, costretti spesso a vivere in condizioni di solitudine e abbandono; attende quanti hanno perso la propria casa o fuggono dalla propria terra, nel tentativo di trovare un rifugio sicuro; attende quanti hanno perso o non trovano un lavoro; attende i carcerati che, nonostante tutto, rimangono figli di Dio, sempre figli di Dio; attende quanti sono perseguitati per la propria fede e sono tanti».

Infine la gratitudine «verso chi si prodiga per il bene in modo silenzioso e fedele: penso ai genitori, agli educatori e agli insegnanti, che hanno la grande responsabilità di formare le generazioni future; penso agli operatori sanitari, alle forze dell’ordine, a quanti sono impegnati in opere di carità, specialmente ai missionari sparsi nel mondo, che portano luce e conforto a tante persone in difficoltà. A tutti loro vogliamo dire: grazie! Grazie!». E mentre la piazza esplode in un applauso chiede che «il Giubileo sia l’occasione per rimettere i debiti, specialmente quelli che gravano sui Paesi più poveri. Ciascuno è chiamato a perdonare le offese ricevute, perché il Figlio di Dio, che è nato nel freddo e nel buio della notte, rimette ogni nostro debito. Egli è venuto per guarirci e perdonarci. Pellegrini di speranza, andiamogli incontro! Apriamogli le porte del nostro cuore, come Lui ci ha spalancato la porta del suo Cuore».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Annachiara Valle 25/12/2024)

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MESSAGGIO URBI ET ORBI
DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Care sorelle e cari fratelli, buon Natale!

Questa notte si è rinnovato il mistero che non cessa di stupirci e di commuoverci: la Vergine Maria ha dato alla luce Gesù, il Figlio di Dio, lo ha avvolto in fasce e lo ha deposto in una mangiatoia. Così lo hanno trovato i pastori di Betlemme, pieni di gioia, mentre gli angeli cantavano: “Gloria a Dio e pace agli uomini” (cfr Lc 2,6-14). Pace agli uomini.

Sì, questo avvenimento, accaduto più di duemila anni fa, si rinnova per opera dello Spirito Santo, lo stesso Spirito d’Amore e di Vita che fecondò il grembo di Maria e dalla sua carne umana formò Gesù. E così oggi, nel travaglio di questo nostro tempo, si incarna nuovamente e realmente la Parola eterna di salvezza, che dice ad ogni uomo e ogni donna, che dice al mondo intero – questo è il messaggio -: “Io ti amo, io ti perdono, ritorna a me, la porta del mio cuore è aperta per te!”.

Sorelle, fratelli, la porta del cuore di Dio è sempre aperta, ritorniamo a Lui! Ritorniamo al cuore che ci ama e ci perdona! Lasciamoci perdonare da Lui, lasciamoci riconciliare con Lui! Dio perdona sempre! Dio perdona tutto. Lasciamoci perdonare da Lui.

Questo significa la Porta Santa del Giubileo, che ieri sera ho aperto qui a San Pietro: rappresenta Gesù, Porta di salvezza aperta per tutti. Gesù è la Porta; è la Porta che il Padre misericordioso ha aperto in mezzo al mondo, in mezzo alla storia, perché tutti possiamo ritornare a Lui. Tutti siamo come pecore smarrite e abbiamo bisogno di un Pastore e di una Porta per ritornare alla casa del Padre. Gesù è il Pastore, Gesù è la Porta.

Fratelli, sorelle, non abbiate paura! La Porta è aperta, la Porta è spalancata! Non è necessario bussare alla Porta. È aperta. Venite! Lasciamoci riconciliare con Dio, e allora saremo riconciliati con noi stessi e potremo riconciliarci tra di noi, anche con i nostri nemici. La misericordia di Dio può tutto, scioglie ogni nodo, abbatte ogni muro di divisione, la misericordia di Dio dissolve l’odio e lo spirito di vendetta. Venite! Gesù è la Porta della pace.

Spesso noi ci fermiamo solo sulla soglia; non abbiamo il coraggio di oltrepassarla, perché ci mette in discussione. Entrare per la Porta richiede il sacrificio di fare un passo – piccolo sacrificio; fare un passo per una cosa così grande -, richiede di lasciarsi alle spalle contese e divisioni, per abbandonarsi alle braccia aperte del Bambino che è il Principe della pace. In questo Natale, inizio dell’Anno giubilare, invito ogni persona, ogni popolo e nazione ad avere il coraggio di varcare la Porta, a farsi pellegrini di speranza, a far tacere le armi e a superare le divisioni!

Tacciano le armi nella martoriata Ucraina! Si abbia l’audacia di aprire la porta al negoziato e a gesti di dialogo e d’incontro, per arrivare a una pace giusta e duratura.

Tacciano le armi in Medio Oriente! Con gli occhi fissi sulla culla di Betlemme, rivolgo il pensiero alle comunità cristiane in Palestina e in Israele, e in particolare alla cara comunità di Gaza, dove la situazione umanitaria è gravissima. Cessi il fuoco, si liberino gli ostaggi e si aiuti la popolazione stremata dalla fame e dalla guerra. Sono vicino anche alla comunità cristiana in Libano, soprattutto al sud, e a quella di Siria, in questo momento così delicato. Si aprano le porte del dialogo e della pace in tutta la regione, lacerata dal conflitto. E voglio ricordare qui anche il popolo libico, incoraggiando a cercare soluzioni che consentano la riconciliazione nazionale.

Possa la nascita del Salvatore portare un tempo di speranza alle famiglie di migliaia di bambini che stanno morendo per un’epidemia di morbillo nella Repubblica Democratica del Congo, come pure alle popolazioni dell’Est di quel Paese e a quelle del Burkina Faso, del Mali, del Niger e del Mozambico. La crisi umanitaria che le colpisce è causata principalmente dai conflitti armati e dalla piaga del terrorismo ed è aggravata dagli effetti devastanti del cambiamento climatico, che provocano la perdita di vite umane e lo sfollamento di milioni di persone. Penso pure alle popolazioni dei Paesi del Corno d’Africa per le quali imploro i doni della pace, della concordia e della fratellanza. Il Figlio dell’Altissimo sostenga l’impegno della comunità internazionale nel favorire l’accesso agli aiuti umanitari per la popolazione civile del Sudan e nell’avviare nuovi negoziati in vista di un cessate-il-fuoco.

L’annuncio del Natale rechi conforto agli abitanti del Myanmar, che, a causa dei continui scontri armati, patiscono gravi sofferenze e sono costretti a fuggire dalle proprie case.

Il Bambino Gesù ispiri le autorità politiche e tutte le persone di buona volontà nel continente americano, affinché si trovino al più presto soluzioni efficaci nella verità e nella giustizia, per promuovere l’armonia sociale, in particolare penso ad Haiti, in Venezuela, Colombia e Nicaragua, e ci si adoperi, specialmente in quest’Anno giubilare, per edificare il bene comune e riscoprire la dignità di ogni persona, superando le divisioni politiche.

Il Giubileo sia l’occasione per abbattere tutti i muri di separazione: quelli ideologici, che tante volte segnano la vita politica, e anche quelli fisici, come la divisione che interessa da ormai cinquant’anni l’isola di Cipro e che ne ha lacerato il tessuto umano e sociale. Auspico che si possa giungere a una soluzione condivisa, una soluzione che ponga fine alla divisione nel pieno rispetto dei diritti e della dignità di tutte le comunità cipriote.

Gesù, il Verbo eterno di Dio fatto uomo, è la Porta spalancata; è la Porta spalancata che siamo invitati ad attraversare per riscoprire il senso della nostra esistenza e la sacralità di ogni vita – ogni vita è sacra -, e per recuperare i valori fondanti della famiglia umana. Egli ci attende sulla soglia. Attende ciascuno di noi, specialmente i più fragili: attende i bambini, tutti i bambini che soffrono per la guerra e soffrono per la fame; attende gli anziani, costretti spesso a vivere in condizioni di solitudine e abbandono; attende quanti hanno perso la propria casa o fuggono dalla propria terra, nel tentativo di trovare un rifugio sicuro; attende quanti hanno perso o non trovano un lavoro; attende i carcerati che, nonostante tutto, rimangono figli di Dio, sempre figli di Dio; attende quanti sono perseguitati per la propria fede. Ce ne sono tanti.

In questo giorno di festa, non manchi la nostra gratitudine verso chi si prodiga per il bene in modo silenzioso e fedele: penso ai genitori, agli educatori, agli insegnanti, che hanno la grande responsabilità di formare le generazioni future; penso agli operatori sanitari, alle forze dell’ordine, a quanti sono impegnati in opere di carità, specialmente ai missionari sparsi nel mondo, che portano luce e conforto a tante persone in difficoltà. A tutti loro vogliamo dire: grazie!

Fratelli e sorelle, il Giubileo sia l’occasione per rimettere i debiti, specialmente quelli che gravano sui Paesi più poveri. Ciascuno è chiamato a perdonare le offese ricevute, perché il Figlio di Dio, che è nato nel freddo e nel buio della notte, rimette ogni nostro debito. Egli è venuto per guarirci e perdonarci. Pellegrini di speranza, andiamogli incontro! Apriamogli le porte del nostro cuore. Apriamogli le porte del nostro cuore, come Lui ci ha spalancato la porta del suo Cuore.

A tutti auguro un sereno santo Natale.

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Natale 2024 - APERTURA DELLA PORTA SANTA E S. MESSA NELLA NOTTE INIZIO DEL GIUBILEO ORDINARIO Papa Francesco «Portiamo speranza nei luoghi profanati da violenze» Omelia 24/12/2024 (cronaca,foto, testo e video)

APERTURA DELLA PORTA SANTA E SANTA MESSA NELLA NOTTE
INIZIO DEL GIUBILEO ORDINARIO

SOLENNITÀ DEL NATALE DEL SIGNORE

Basilica di San Pietro
Martedì, 24 dicembre 2024

 
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Giubileo, il Papa apre la Porta Santa:
“Portiamo speranza nei luoghi profanati da violenze"

Francesco compie il rito che dà inizio all’Anno Santo. Per primo attraversa il varco di San Pietro, dietro di lui oltre 50 pellegrini di ogni angolo del mondo in abiti tradizionali. Circa 25 mila persone in Piazza, altre 6 mila in Basilica dove il Pontefice celebra la Messa della Notte di Natale. Nell’omelia l’invito a “trasformare” un mondo piagato da povertà, schiavitù, conflitti: “Pensiamo ai bambini mitragliati, alle bombe su scuole e ospedali”


In silenzio, sulla sedia a rotelle, con il capo chino in preghiera e l’espressione assorta. Due colpi alle valve di bronzo tra le formelle che narrano la storia della salvezza. La Porta Santa della Basilica di San Pietro si spalanca e Papa Francesco per primo la attraversa.

Inizia il Giubileo. Inizia l’Anno Santo della speranza. Inizia il tempo delle indulgenze, del perdono, della rinascita, del rinnovamento. Il tempo dell’impegno a “portare speranza là dove è stata perduta”

Dove la vita è ferita, nelle attese tradite, nei sogni infranti, nei fallimenti che frantumano il cuore; nella stanchezza di chi non ce la fa più, nella solitudine amara di chi si sente sconfitto, nella sofferenza che scava l’anima; nei giorni lunghi e vuoti dei carcerati, nelle stanze strette e fredde dei poveri, nei luoghi profanati dalla guerra e dalla violenza

Il Papa varca la Porta Santa della Basilica di San Pietro

"Pellegrini di speranza" da ogni angolo del mondo

Il momento è solenne. I rintocchi delle campane accompagnano il lento incedere di Francesco. I fedeli – 25 mila fuori nella Piazza a seguire la celebrazione dai maxi schermi, circa 6 mila all’interno di San Pietro –, che fino a quel momento hanno atteso l’arrivo del Papa con la preghiera, rimangono per tutto il tempo in silenzio. Si uniscono alla Schola Cantorum intonando l’inno d’ingresso che risuona nell’atrio e all’esterno.

Cinquantaquattro pellegrini di diverse nazionalità, anche da Cina, Iran e zone dell’Oceania, attraversano la Porta Santa dopo il Papa. Si vedono copricapi piumati, cerchietti di fiori, sombrero, turbanti, mettersi in fila e attraversare il varco che il Pontefice chiuderà il 6 gennaio 2026. Sono i primi “pellegrini di speranza”, insieme a cardinali, vescovi, concelebranti, rappresentanti di altre religioni cristiane, autorità tra cui il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, e la premier Giorgia Meloni.

Pellegrini da ogni parte del mondo attraversano la Porta Santa

Il dolore per le guerre

“A ogni uomo e donna sia dischiusa la porta della speranza… che non delude”, scandisce Francesco durante il rito nell'atrio della Basilica. Ha il volto serio, ma negli occhi si legge la commozione. È al suo secondo Giubileo, dopo quello straordinario indetto nel 2016 per ricordare al mondo l’importanza della Misericordia. Questo è il XXVII Anno Santo ordinario della Chiesa cattolica, oltre mille anni dopo il primo, venticinque dopo il “grande Giubileo” di San Giovanni Paolo II che traghettò la Chiesa nel nuovo millennio. Ora un Papa ottantottenne, “venuto dalla fine del mondo”, vuole dare un’iniezione di speranza ad un mondo afflitto come mai negli ultimi decenni da crisi, violenze, guerre che costringono ad assistere a scene drammatiche come “bambini mitragliati” o “bombe su scuole e ospedali”, come Francesco denuncia – a braccio – nell’omelia della successiva Messa della notte di Natale.

Questa è la notte in cui la porta della speranza si è spalancata sul mondo; questa è la notte in cui Dio dice a ciascuno: c’è speranza anche per te! C’è speranza per ognuno di noi. Ma non dimenticatevi, sorelle e fratelli, che Dio perdona tutto, Dio perdona sempre

La speranza una promessa, non un happy end

La “speranza cristiana” che si fa dono nel tempo giubilare “non è un lieto fine da attendere passivamente”, “non è l’happy end di un film”, bensì “la promessa del Signore da accogliere qui e ora, in questa terra che soffre e che geme”, dice il Papa in una Basilica gremita, ornata di fiori, dove all’altare è esposta la statua della Madonna Madre della Speranza. Questa speranza è “qualcos’altro”; chiede di muoverci “senza indugio” verso Dio. “A noi discepoli del Signore, infatti, è chiesto di ritrovare in Lui la nostra speranza più grande, per poi portarla senza ritardi, come pellegrini di luce nelle tenebre del mondo”.

“La speranza non è morta, la speranza è viva, e avvolge la nostra vita per sempre!”

Trasformare il mondo

“Fratelli e sorelle, questo è il Giubileo, questo è il tempo della speranza!”, esclama Papa Francesco. L’Anno Santo “ci invita a riscoprire la gioia dell’incontro con il Signore, ci chiama al rinnovamento spirituale e ci impegna nella trasformazione del mondo, perché questo diventi davvero un tempo giubilare: lo diventi per la nostra madre Terra, deturpata dalla logica del profitto; lo diventi per i Paesi più poveri, gravati da debiti ingiusti; lo diventi per tutti coloro che sono prigionieri di vecchie e nuove schiavitù”.

Il Papa durante la celebrazione della Notte di Natale a San Pietro

"Senza indugio"

Il Papa invita a mettersi in cammino “senza indugio” così da “ritrovare la speranza perduta, rinnovarla dentro di noi, seminarla nelle desolazioni del nostro tempo e del nostro mondo”. Tante desolazioni: “Pensiamo alle guerre”, afferma il Papa. “Non indugiare”, “non trascinarci nelle abitudini”, “non sostare nelle mediocrità e nella pigrizia”, esorta ancora. La speranza “ci chiede di farci pellegrini alla ricerca della verità, sognatori mai stanchi, donne e uomini che si lasciano inquietare dal sogno di Dio, il sogno di un mondo nuovo, dove regnano la pace e la giustizia”.

La speranza che nasce in questa notte non tollera l’indolenza del sedentario e la pigrizia di chi si è sistemato nelle proprie comodità, e tanti di noi abbiamo il pericolo di sistemarci nelle nostre comodità. La speranza non ammette la falsa prudenza di chi non si sbilancia per paura di compromettersi e il calcolo di chi pensa solo a se stesso; è incompatibile col quieto vivere di chi non alza la voce contro il male e contro le ingiustizie consumate sulla pelle dei più poveri

“Audacia”, “responsabilità”, “compassione”, sono le strade che indica il Vescovo di Roma in questo tempo speciale, a partire già da questa notte in cui si apre la “porta santa” del cuore di Dio: “Con Lui – conclude il Papa - fiorisce la gioia, con Lui la vita cambia”. Con Lui “la speranza non delude”.

La statua di Gesù Bambino

Al presepe della Basilica

Al termine della Messa, il Papa, accompagnato da un gruppo di bambini di diverse nazionalità, si reca al presepe all'interno della Basilica per posare nella grotta la statua di Gesù Bambino. Anche lì qualche istante in preghiera dinanzi alla natività a cui ha esortato a guardare come riferimento per la vita. Poi un passaggio attraverso la navata centrale per salutare le due ali di fedeli.
(fonte: Vatican News, articolo di Salvatore Cernuzio 24/12/2024)

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OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO


Un angelo del Signore, avvolto di luce, illumina la notte e consegna ai pastori la buona notizia: «Vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2,10-11). Tra lo stupore dei poveri e il canto degli angeli, il cielo si apre sulla terra: Dio si è fatto uno di noi per farci diventare come Lui, è disceso in mezzo a noi per rialzarci e riportarci nell’abbraccio del Padre.

Questa, sorelle e fratelli, è la nostra speranza. Dio è l’Emmanuele, è Dio-con-noi. L’infinitamente grande si è fatto piccolo; la luce divina è brillata fra le tenebre del mondo; la gloria del cielo si è affacciata sulla terra. E come? Nella piccolezza di un Bambino. E se Dio viene, anche quando il nostro cuore somiglia a una povera mangiatoia, allora possiamo dire: la speranza non è morta, la speranza è viva, e avvolge la nostra vita per sempre! La speranza non delude.

Sorelle e fratelli, con l’apertura della Porta Santa abbiamo dato inizio a un nuovo Giubileo: ciascuno di noi può entrare nel mistero di questo annuncio di grazia. Questa è la notte in cui la porta della speranza si è spalancata sul mondo; questa è la notte in cui Dio dice a ciascuno: c’è speranza anche per te! C’è speranza per ognuno di noi. Ma non dimenticatevi, sorelle e fratelli, che Dio perdona tutto, Dio perdona sempre. Non dimenticatevi questo, che è un modo di capire la speranza nel Signore.

Per accogliere questo dono, siamo chiamati a metterci in cammino con lo stupore dei pastori di Betlemme. Il Vangelo dice che essi, ricevuto l’annuncio dell’angelo, «andarono, senza indugio» (Lc 2,16). Questa è l’indicazione per ritrovare la speranza perduta, rinnovarla dentro di noi, seminarla nelle desolazioni del nostro tempo e del nostro mondo: senza indugio. E ci sono tante desolazioni in questo tempo! Pensiamo alle guerre, ai bambini mitragliati, alle bombe sulle scuole e sugli ospedali. Non indugiare, non rallentare il passo, ma lasciarsi attirare dalla bella notizia.

Senza indugio, andiamo a vedere il Signore che è nato per noi, con il cuore leggero e sveglio, pronto all’incontro, per essere capaci di tradurre la speranza nelle situazioni della nostra vita. E questo è il nostro compito: tradurre la speranza nelle diverse situazioni della vita. Perché la speranza cristiana non è un lieto fine da attendere passivamente, non è l’happy end di un film: è la promessa del Signore da accogliere qui, ora, in questa terra che soffre e che geme. Essa ci chiede perciò di non indugiare, di non trascinarci nelle abitudini, di non sostare nelle mediocrità e nella pigrizia; ci chiede – direbbe Sant’Agostino – di sdegnarci per le cose che non vanno e avere il coraggio di cambiarle; ci chiede di farci pellegrini alla ricerca della verità, sognatori mai stanchi, donne e uomini che si lasciano inquietare dal sogno di Dio, che è il sogno di un mondo nuovo, dove regnano la pace e la giustizia.

Impariamo dall’esempio dei pastori: la speranza che nasce in questa notte non tollera l’indolenza del sedentario e la pigrizia di chi si è sistemato nelle proprie comodità – e tanti di noi, abbiamo il pericolo di sistemarci nelle nostre comodità –; la speranza non ammette la falsa prudenza di chi non si sbilancia per paura di compromettersi e il calcolo di chi pensa solo a se stesso; la speranza è incompatibile col quieto vivere di chi non alza la voce contro il male e contro le ingiustizie consumate sulla pelle dei più poveri. Al contrario, la speranza cristiana, mentre ci invita alla paziente attesa del Regno che germoglia e cresce, esige da noi l’audacia di anticipare oggi questa promessa, attraverso la nostra responsabilità, e non solo, anche attraverso la nostra compassione. E qui forse ci farà bene interrogarci sulla nostra compassione: io ho compassione? So patire-con? Pensiamoci.

Guardando a come spesso ci sistemiamo in questo mondo, adattandoci alla sua mentalità, un bravo prete scrittore così pregava per il Santo Natale: «Signore, Ti chiedo qualche tormento, qualche inquietudine, qualche rimorso. A Natale vorrei ritrovarmi insoddisfatto. Contento, ma anche insoddisfatto. Contento per quello che fai Tu, insoddisfatto per le mie mancate risposte. Toglici, per favore, le nostre paci fasulle e metti dentro alla nostra “mangiatoia”, sempre troppo piena, una brancata di spine. Mettici nell’animo la voglia di qualcos’altro» (A. Pronzato, La novena di Natale). La voglia di qualcos’altro. Non stare fermi. Non dimentichiamo che l’acqua ferma è la prima a corrompersi.

La speranza cristiana è proprio il “qualcos’altro” che ci chiede di muoverci “senza indugio”. A noi discepoli del Signore, infatti, è chiesto di ritrovare in Lui la nostra speranza più grande, per poi portarla senza ritardi, come pellegrini di luce nelle tenebre del mondo.

Sorelle, fratelli, questo è il Giubileo, questo è il tempo della speranza! Esso ci invita a riscoprire la gioia dell’incontro con il Signore, ci chiama al rinnovamento spirituale e ci impegna nella trasformazione del mondo, perché questo diventi davvero un tempo giubilare: lo diventi per la nostra madre Terra, deturpata dalla logica del profitto; lo diventi per i Paesi più poveri, gravati da debiti ingiusti; lo diventi per tutti coloro che sono prigionieri di vecchie e nuove schiavitù.

A noi, tutti, il dono e l’impegno di portare speranza là dove è stata perduta: dove la vita è ferita, nelle attese tradite, nei sogni infranti, nei fallimenti che frantumano il cuore; nella stanchezza di chi non ce la fa più, nella solitudine amara di chi si sente sconfitto, nella sofferenza che scava l’anima; nei giorni lunghi e vuoti dei carcerati, nelle stanze strette e fredde dei poveri, nei luoghi profanati dalla guerra e dalla violenza. Portare speranza lì, seminare speranza lì.

Il Giubileo si apre perché a tutti sia donata la speranza, la speranza del Vangelo, la speranza dell’amore, la speranza del perdono.

E torniamo al presepe, guardiamo al presepe, guardiamo alla tenerezza di Dio che si manifesta nel volto del Bambino Gesù, e chiediamoci: «C’è nel nostro cuore questa attesa? C’è nel nostro cuore questa speranza? […] Contemplando l’amabilità di Dio che vince le nostre diffidenze e le nostre paure, contempliamo anche la grandezza della speranza che ci attende. […] Che questa visione di speranza illumini il nostro cammino di ogni giorno» (C. M. Martini, Omelia di Natale, 1980).

Sorella, fratello, in questa notte è per te che si apre la “porta santa” del cuore di Dio. Gesù, Dio-con-noi, nasce per te, per me, per noi, per ogni uomo e ogni donna. E, sai?, con Lui fiorisce la gioia, con Lui la vita cambia, con Lui la speranza non delude.


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martedì 24 dicembre 2024

"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 5 - 2024/2025 anno C

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino


NATALE DEL SIGNORE - MESSA DELLA NOTTE

Vangelo:
Lc 2,1-14

L'amore del padre per tutti i suoi figli si è finalmente reso visibile nella debolezza e nella fragilità della carne del suo Figlio Amato e il suo Nome è Gesù: Salvezza di Dio. L'infinitamente grande si è manifestato nella piccolezza di un bambino perché potessimo accoglierlo senza timore. A torto riteniamo che le caratteristiche di Dio sono l'onnipotenza, la magnificenza e il grande splendore, ma, in verità, queste sono le caratteristiche dell'idolo, della sua immagine satanica (cfr. Dn 2,31ss). Se Gesù si fosse reso visibile con gran potenza e gloria, tutti giocoforza avremmo dovuto accoglierlo (anche solo per timore), ma non sarebbe stato Dio, bensì l'idolo. La norma essenziale per la nostra vita di fede è la piccolezza, la «porta stretta» che Gesù ci ha invitato ad attraversare per entrare nel Regno, una piccolezza che è in grado di abbattere ogni presunta grandezza. Come il sassolino, in apparenza insignificante, che nel Libro di Daniele è in grado di abbattere e distruggere l'enorme idolo dai piedi di argilla (Dn 2,34ss). La prova della fede per gli uomini di tutti i tempi è quella di accogliere l'estrema debolezza di questo Dio che si è fatto solidale con la nostra fragilità, perché un Dio che ci viene incontro in questo modo si espone inevitabilmente al rifiuto. Questo è il nostro Dio, il suo tallone di Achille: la vulnerabilità del suo infinito amore per gli uomini, un amore così grande che non può non rispettare la nostra libertà, anche la libertà di rifiutarlo.    

«I migranti sono in pericolo, non un pericolo»: è l'appello per Natale di Migrantes e Caritas

«I migranti sono in pericolo, non un pericolo»:
è l'appello per Natale di Migrantes e Caritas


 Accoglienza e dignità: per Natale è arrivato incisivo e chiaro l’appello alle comunità cristiane da parte delle commissioni calabresi di Caritas e Migrantes che denunciata anche l'indifferenza verso le tragedie del mare e rilanciato l'impegno per l'accoglienza dei più vulnerabili

È alla vigilia del Natale che Migrantes e Caritas Calabria hanno scelto di richiamare l'attenzione sulla crisi umanitaria delle migrazioni e invitano a riscoprire il significato dell'accoglienza e della solidarietà cristiana.

«I migranti sono in pericolo, non un pericolo». È con queste parole che Migrantes e Caritas Calabria esprimono il loro dolore e preoccupazione di fronte alla crescente indifferenza verso le tragedie umane che si consumano ogni giorno nel Mediterraneo.

A pochi giorni dalla celebrazione del Natale, le due commissioni della Conferenza episcopale calabra denunciano la morte di venti persone nell’ennesimo naufragio e l’attuale situazione di emergenza di un’imbarcazione con oltre cento persone a bordo, segnalata dalla ong Sea Watch. Si tratta di vite umane, spesso bambini e giovani, che fuggono da ingiustizie e conflitti, in cerca di un futuro migliore.

Il comunicato evidenzia come il significato autentico del Natale non possa esaurirsi in simboli e tradizioni. «Non possiamo solo accendere le luci del presepe e cantare nenie natalizie», affermano i responsabili di Migrantes e Caritas Calabria. È un invito esplicito a guardare oltre, a vedere nei migranti «carne viva di Cristo», come ricordato da monsignor Francesco Savino, vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana e vescovo di Cassano all’Ionio. Questi giovani, donne e bambini, che spesso approdano sulle nostre coste con «uno zaino pieno di sofferenza e sogni», non sono numeri, ma persone, fratelli e sorelle da accogliere e sostenere.

Migrantes e Caritas Calabria sottolineano l’importanza di un cambio di prospettiva: «L’altro non è una minaccia, ma una ricchezza». L’invito è a superare visioni ideologiche che vedono nei migranti strumenti per difendere confini. Solo attraverso l’accoglienza e la solidarietà, affermano, si può costruire una società capace di custodire e valorizzare un’umanità sofferente.

Concludendo il comunicato, don Mario Marino, delegato regionale Caritas, e Pino Fabiano, direttore di Migrantes Calabria, auspicano che il Natale possa rappresentare un momento di riflessione e di azione concreta per restituire dignità a chi cerca un futuro migliore. Un appello forte, quello delle due organizzazioni, che chiama ciascuno di noi a un impegno personale e comunitario, affinché il Natale sia davvero un «buon Natale» per tutti, senza esclusioni o indifferenze.
(fonte: Famiglia Cristiana 22/12/2024)


Il Natale nelle aree di crisi Regali che non hanno prezzo

Il Natale nelle aree di crisi

Regali che non hanno prezzo


Il regalo di Natale, nelle tante aree di crisi che intristiscono il mondo, non si compra nei negozi illuminati a festa o nei mercatini addobbati. Non ha un prezzo. È un cessate-il-fuoco, una tregua alle violenze, il sorriso di un orfano di guerra, il riscatto di un bambino-soldato, l’abbraccio su una linea di confine. Lo porta la pietà, la misericordia, una ritrovata saggezza umana.

E se il dolore per un lutto, per un’ingiustizia, se la fame e la sete, rischiano di offuscare la gioia per la celebrazione della nascita di Gesù, arrivano in soccorso la speranza cristiana, la carità, la preghiera, per recuperare la forza di andare avanti tra le case devastate dalle bombe o nella miseria di un campo profughi. Accade proprio in Terra Santa, ma anche nel resto del Medio Oriente, in Ucraina, in Sud Sudan, in Myanmar, a Cipro come ad Haiti, e in altri luoghi ancora, purtroppo sempre più numerosi.

Conflitti da anni sulle prime pagine dei giornali, altri dimenticati ma non dalla Chiesa, a volte da sola o comunque in prima fila a invocare pace, a salvare vite, a difendere diritti, affiancata dai volontari delle associazioni.

In questa gigantesca opera di consolazione e solidarietà il multiforme appello di vescovi, sacerdoti, suore, religiosi e laici impegnati sul campo è rivolto specialmente alla comunità internazionale e a chi occupa posti di responsabilità politica: non essere lasciati soli, ammorbidire i cuori, non restare indifferenti, mantenere le promesse, non abbandonare chi soffre anche a Natale. 
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Giovanni Zavatta 20/12/2024)

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lunedì 23 dicembre 2024

IL TEMPO DI NATALE 2024 AL SANTUARIO DEL CARMINE - Orari e foglio dei canti

IL TEMPO DI NATALE 2024
AL SANTUARIO DEL CARMINE
Orari e foglio dei canti


24 Dicembre - Notte di Natale 
 S. Messa con Veglia h. 23.00 

 
25 Dicembre - Giorno di Natale 
 S. Messe h. 8.00 - h. 18.00 
 

29 Dicembre - Domenica - S. Famiglia di Nazareth 
 S. Messe h. 8.00. 
 Alle h. 18.00 non c’è la Messa 

 
1° Gennaio  
Inizio del nuovo anno, Giornata della Pace  
Solennità della Madre di Dio:  
 S. Messe h. 8.00 - 18.00 
 

5 Gennaio - Domenica II dopo Natale  
 S. Messe h. 8.00 - 18.00 
 

6 Gennaio - Epifania del Signore  
 S. Messe h. 8.00 - h. 18.00 

 
12 Gennaio -Battesimo del Signore 
 S. Messe h. 8.00 - h. 18.00 


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CANTI:



Padre Pasolini: la grandezza di Dio è la piccolezza, gesto umile che apre all’incontro

La terza predica di Avvento

Padre Pasolini: la grandezza di Dio è la piccolezza, 
gesto umile che apre all’incontro

Nell'Aula Paolo VI la mattina del 20 dicembre la terza e ultima delle tre meditazioni verso il Natale del predicatore della Casa Pontificia sul tema della piccolezza che non è un limite, ma umiltà che apre spazi di incontro. La parabola del giudizio universale: alla fine, saremo giudicati non solo sul bene fatto, ma soprattutto sulla capacità di farsi piccoli


Il Natale del Figlio di Dio, Lui che in principio era il Verbo e che si fa piccolo e fragile come un infante che ancora non parla: la forza e la grandezza della piccolezza è racchiusa tutta qui. Lo sottolinea padre Roberto Pasolini, francescano cappuccino, predicatore della Casa Pontificia, nella sua terza e ultima meditazione d’Avvento proposta alla Curia romana questa mattina, 20 dicembre, in Aula Paolo VI. L’argomento scelto per le tre riflessioni è “Le porte della speranza. Verso l’apertura dell’Anno Santo attraverso la profezia del Natale”.

La misura nascosta della vera grandezza di Dio

Dopo essersi soffermato – nelle prime due prediche del 6 e del 13 dicembre – sulle porte dello stupore e della fiducia, ora il predicatore esorta ad attraversare la soglia “della piccolezza”: chiave di accesso del Regno di Dio, afferma, essa non è un limite o una mancanza, ma è forza “umile e silenziosa” come quella del seme che, nel buio della terra, germoglia e cresce. Misura nascosta della vera grandezza di Dio, Colui che con fiducia si abbassa a livello dell’altro per accompagnarlo nella crescita, la piccolezza è “parametro” del Signore, è “il luogo in cui le Sue scelte e promesse possono realizzarsi”, nonché “una scelta consapevole, guidata dal “desiderio di creare relazioni autentiche, dove si riconosce all’altro il diritto di esistere, respirare ed esprimersi liberamente”. In questo senso, essere piccoli significa aprire “spazi di incontro, permettendo a ciascuno di essere se stesso senza sovrapporsi all’altro o annullare la sua unicità”.

Prima di fare del bene, bisogna farsi piccoli

Per approfondire questo tratto più delicato e decisivo di Dio, padre Pasolini fa una rilettura attenta e nuova della parabola del giudizio finale, narrata dall’evangelista Matteo (25, 31-46): nell’accezione più consolidata, il testo afferma che, alla fine dei tempi, il Signore giudicherà l’umanità secondo il parametro dell’amore fraterno. Ma nel suo significato più profondo, spiega il predicatore, la parabola dice che un giorno tutti i popoli, anche quelli non evangelizzati, potranno entrare nel Regno di Dio “attraverso la carità esercitata verso i fratelli più piccoli del Signore”. Da ciò deriva “una grande e grave responsabilità per i cristiani”: la necessità non solo di “fare del bene agli altri”, ma anche di “consentire agli altri di farlo, esprimendo così il meglio della loro umanità” e facendo della piccolezza “il criterio di conformità e di fedeltà” a Dio. Il primo significato della parabola del giudizio universale, ribadisce padre Pasolini, è dunque proprio questo: “Prima di fare del bene, è bello e necessario ricordarsi di farsi (più) piccoli”.

Un momento della terza Predica di Avvento in Aula Paolo VI

La piccolezza è un atto di evangelizzazione

Dio infatti – aggiunge il francescano cappuccino - non desidera solo che i suoi figli sappiano amare, ma anche che sappiano lasciarsi amare dagli altri, offrendo loro “l’occasione di essere buoni e generosi”. Si tratta di un modo di amare “più profondo”, continua padre Pasolini, in quanto lascia il posto all’altro per consentire alla sua umanità di “manifestarsi nel modo migliore”. In sostanza, si ama il prossimo soprattutto quando ci si accosta a lui “con disarmante mitezza” e gli si consente di “incontrare e accogliere la nostra fragilità”, mettendo in pratica “l’arte più difficile che non è amare, ma lasciarsi amare”. Intesa quindi come “stile di vita” e di umanità estremamente generativo, la piccolezza diventa “atto di vera evangelizzazione”, perché mette l’altro nella condizione di incarnare i gesti dell’amore fraterno.

L’esempio di san Francesco di Assisi

Come esempio di tutto ciò, padre Pasolini cita san Francesco d’Assisi che fece della piccolezza “il criterio di sequela” del Signore e “parte della nostra identità più profonda”. Ciò accadde, in particolare, nell’incontro tra il Poverello e il sultano Malik-al-Kamil: dopo quel dialogo, il sultano non si convertì, ma comunque accolse Francesco e lo accudì, cogliendo l’occasione, offertagli dal santo, di esprimere il meglio di sé. “I cristiani – continua infatti il predicatore – non hanno il ‘monopolio’ del bene”, ma devono permettere anche agli altri di praticarlo.

San Francesco d'Assisi e il Sultano d'Egitto AL-Kamil

Impegnarsi a diventare più autentici senza giudicare gli altri

Padre Pasolini si sofferma, poi, su un altro aspetto fondamentale della parabola del giudizio universale: essa, spiega, invita a sospendere tutti i giudizi umani che si tendono a dare prima del tempo, ovvero prima del giudizio finale del Signore. Per questo, afferma il predicatore, più che della parabola del “giudizio universale”, bisognerebbe parlare della parabola “della fine di ogni giudizio”, perché se smettiamo di giudicare il prossimo – cosa che non spetta a noi -, allora potremo concentrarci su ciò che conta davvero: essere sempre “più gratuiti, uscendo dalla logica ‘economica’ per cui facciamo le cose in vista di un ritorno”.

La gratitudine non si compra, ma è gratuita

Restando lontana da aspettative e dinamiche opportunistiche, infatti, l’umanità riuscirà a percorrere l’unica, vera strada: quella di “una completa gratuità”, smettendo di compiere quei gesti con cui tende a comprare la gratitudine degli altri e infrangendo la regola del confronto con la quale misura la propria statura. Solo in questo modo, evidenzia ancora padre Pasolini, sarà possibile aprirsi a “una felicità profonda e concreta”, superando la paura di non valere niente e cominciando a donare se stessi, “permettendo agli altri di fare altrettanto con noi”.

Il valore del bene inconsapevole

È “il bene inconsapevole”, quindi, la vera chiave per entrare nel Regno di Dio, quel bene che avremo fatto senza rendercene conto, ma che gli altri sapranno riconoscere. Allora, alla fine dei tempi – spiega il predicatore – la “grande sorpresa” sarà scoprire che Dio “non aveva alcuna aspettativa su di noi, se non il grande desiderio di vederci diventare simili a Lui nell’amore”. Quel giorno, non conterà “la quantità di azioni buone o cattive compiute, ma se, attraverso di esse, saremo riusciti ad accettare e a diventare noi stessi fino in fondo”.

Incarnare la piccolezza per condividere la speranza

In prossimità del Natale e del Giubileo, infine, padre Pasolini invita a “scegliere di incarnare la piccolezza per condividere la speranza del Vangelo” in un mondo che sembra “ostile o indifferente”, ma che in realtà attende solo di incontrare “il volto misericordioso del Padre nella carne fragile, ma sempre amabile, dei suoi figli”. “Attraversare la porta santa del Giubileo con grande sincerità - ribadisce -, senza la preoccupazione di dover esibire un profilo diverso da quello che la Chiesa ha saputo maturare lungo i secoli, potrebbe essere davvero una grande speranza”. La meditazione si conclude con la preghiera per l’Anno Santo, affinché la grazia del Signore trasformi gli uomini in “coltivatori operosi dei semi evangelici”, nella “attesa fiduciosa dei cieli nuovi e della terra nuova”.
(fonte: Vatican News, articolo di Isabella Piro 20/12/2024)

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Vedi anche i post precedenti:

Papa Francesco «Preghiamo perché sia benedetta ogni maternità, e in ogni mamma del mondo sia ringraziato ed esaltato il nome di Dio, che affida agli uomini e alle donne il potere di donare la vita ai bambini.» Angelus 22/12/2024 (foto, testo e video)

PAPA FRANCESCO

ANGELUS

Cappella di Casa Santa Marta
Domenica, 22 dicembre 2024


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Mi spiace non essere con voi in Piazza, ma sto migliorando e si devono prendere le precauzioni.

Oggi il Vangelo ci presenta Maria che, dopo l’annuncio dell’Angelo, visita Elisabetta, sua anziana parente (cfr Lc 1,39-45), anche lei in attesa di un bimbo. Il loro è perciò l’incontro di due donne felici per il dono straordinario della maternità: Maria ha da poco concepito Gesù, il Salvatore del mondo (cfr Lc 1,31-35), ed Elisabetta, nonostante l’età avanzata, porta in grembo Giovanni, che preparerà la via davanti al Messia (cfr Lc 1,13-17).

Entrambe hanno tanto di cui gioire, e forse potremmo sentirle lontane, protagoniste di miracoli così grandi, che non si verificano normalmente nella nostra esperienza. Il messaggio che l’Evangelista vuol darci, però, a pochi giorni dal Natale, è diverso. Infatti, contemplare i segni prodigiosi dell’azione salvifica di Dio non deve mai farci sentire lontani da Lui, ma piuttosto aiutarci a riconoscere la sua presenza e il suo amore vicino a noi, ad esempio nel dono di ogni vita, di ogni bambino, e della sua mamma. Il dono della vita. Ho letto, nel programma “A sua immagine”, una bella cosa che era scritta: Nessun bambino è un errore. Il dono della vita.

Nella Piazza, ci saranno anche oggi delle mamme coi loro bambini, e forse ce n’è anche qualcuna che è in “dolce attesa”. Per favore, non restiamo indifferenti alla loro presenza, impariamo a stupirci della loro bellezza, come hanno fatto Elisabetta e Maria, quella bellezza delle donne in attesa. Benediciamo le mamme e diamo lode a Dio per il miracolo della vita! A me piace – mi piaceva, perché adesso non posso farlo – quando nell’altra diocesi andavo in bus, vedere che quando saliva sul bus una donna in attesa, subito le davano il posto per sedersi: è un gesto di speranza e di rispetto!

Fratelli e sorelle, in questi giorni ci piace creare un clima festoso con luci, addobbi e musiche natalizie. Ricordiamoci, però, di esprimere sentimenti di gioia ogni volta che incontriamo una madre che porta in braccio o in grembo il suo bambino. E quando ci succede, preghiamo nel nostro cuore e diciamo anche noi, come Elisabetta: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!» (Lc 1,42); cantiamo come Maria: «L’anima mia magnifica il Signore» (Lc 1,46), perché sia benedetta ogni maternità, e in ogni mamma del mondo sia ringraziato ed esaltato il nome di Dio, che affida agli uomini e alle donne il potere di donare la vita ai bambini.

Tra poco benediremo i “Bambinelli” – ho portato il mio: questo me lo ha regalato l’Arcivescovo di Santa Fé, è stato fatto dagli aborigeni ecuadoriani – i Bambinelli che voi avete portato. Possiamo chiederci, allora: io ringrazio il Signore perché si è fatto uomo come noi, per condividere in tutto, eccetto il peccato, la nostra esistenza? Io lodo il Signore e lo benedico per ogni bambino che nasce? Quando incrocio una mamma in dolce attesa, sono gentile? Sostengo e difendo il valore sacro della vita dei piccoli fin dal loro concepimento nel grembo materno?

Maria, la Benedetta fra tutte le donne, ci renda capaci di provare stupore e gratitudine davanti al mistero della vita che nasce.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Seguo sempre con attenzione e preoccupazione le notizie che giungono dal Mozambico, e desidero rinnovare a quell’amato popolo il mio messaggio di speranza, di pace e di riconciliazione. Prego affinché il dialogo e la ricerca del bene comune, sostenuti dalla fede e dalla buona volontà, prevalgano sulla sfiducia e sulla discordia.

La martoriata Ucraina continua ad essere colpita da attacchi contro le città, che a volte danneggiano scuole, ospedali, chiese. Tacciano le armi e risuonino i canti natalizi! Preghiamo perché a Natale possa cessare il fuoco su tutti i fronti di guerra, in Ucraina, in Terra Santa, in tutto il Medio Oriente e nel mondo intero. E con dolore penso a Gaza, a tanta crudeltà; ai bambini mitragliati, ai bombardamenti di scuole e ospedali… Quanta crudeltà!

Saluto con affetto tutti voi, romani e pellegrini. Saluto la delegazione di cittadini italiani che vivono in territori che da tempo attendono la bonifica a tutela della salute. Esprimo la mia vicinanza a queste popolazioni, specialmente a quanti hanno sofferto la recente tragedia di Calenzano.

Questa mattina ho avuto la gioia di stare con i bambini, con le loro mamme, che frequentano il Dispensario Santa Marta in Vaticano, portato avanti dalle Suore Vincenziane. Brave suore queste! Fra di loro c’è una suora che è come la nonna di tutti, la brava suor Antonietta, che ricordano con tanto amore. E a me questi bambini, erano tanti, mi hanno riempito il cuore di gioia. Ripeto: “Nessun bambino è un errore”.

E ora benedico i “Bambinelli”, io ho portato il mio. Le statuine di Gesù Bambino che voi, cari bambini e ragazzi, avete portato qui e che poi, tornando a casa, metterete nel presepe. Vi ringrazio di questo gesto semplice ma importante. Benedico di cuore tutti voi, i vostri genitori, i nonni, le vostre famiglie! E per favore non dimenticatevi dei vostri nonni! Che nessuno rimanga solo in questi giorni.

E a tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Che il Signore vi benedica. Buon pranzo e arrivederci!

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