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domenica 29 ottobre 2023

"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 51 - 2022/2023 anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino


XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Vangelo:



Per i farisei - i fedeli custodi della Torah - che per l'ennesima volta tentano Gesù per farlo cadere in trappola, il «Kelal Gadol ba Torah», il comandamento più grande, è l'osservanza dello Shabbat, il riposo sabbatico, «il Comandamento che anche Yahweh - benedetto sia il Suo Nome - osserva» (cfr. Gen 2,1-3). Per il Rabbi di Nazareth, invece, non è così. Gesù risponde ai dottori della Legge che il comandamento più grande, il «compimento di tutta la Torah» (Rm 13,10), è l'amore. E' l'amore che trasforma l'uomo in una creatura a immagine di Dio facendo di lui il vero Tempio della Sua Presenza: «Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è Amore» (1Gv 4,8). Il Comandamento citato nella nostra pericope sembra apparentemente duplice perché richiama due distinti versetti della Torah, ma Gesù li unifica dichiarandoli simili, complementari e fonte di ogni altra norma (cfr. Dt 6,5 ; Lv 19,18). In realtà il comandamento è uno solo perché soltanto amando i fratelli possiamo veramente affermare di amare Dio. L'amore verso Dio e verso l'uomo - ogni uomo - è ciò che caratterizza, qualifica e distingue coloro che credono in Gesù. Infatti «se uno dicesse: io amo Dio, e odiasse il suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il suo fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo ricevuto da Lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello» (1Gv 4,20-21).


sabato 28 ottobre 2023

LE ACQUE NON LO SPEGNERANNO - “Sei amato” è l’incipit di tutta la legge; “amerai”, il suo compimento. - XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Ronchi

LE ACQUE NON LO SPEGNERANNO
 

“Sei amato” è l’incipit di tutta la legge;
“amerai”, il suo compimento.


I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:
  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire

Gesù rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente». Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: «Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti». Matteo 22,34-40


per i social

LE ACQUE NON LO SPEGNERANNO

“Sei amato” è l’incipit di tutta la legge; “amerai”, il suo compimento... 
L'amore arma e disarma, ti fa debole davanti al tuo amato ma poi è capace di spostare le montagne.

 
Quale è, nella Legge, il grande comandamento? Lo sapevano tutti: secondo i rabbini d'Israele era il terzo, quello che prescrive di santificare il Sabato, perché anche Dio lo aveva osservato.

La risposta di Gesù, quel giorno come oggi, va oltre: non cita nessuno dei dieci comandamenti, pone invece al cuore dell’annuncio la stessa cosa che vive e pena nel cuore di tutti.

Tu amerai con tutto...con tutto...con tutto... Per tre volte Gesù ripete l'appello alla totalità, all'impossibile. Con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente. Con tutto ciò che hai, che puoi, con tutto ciò che in te senti essere creato per l’amore.

Non credere che basti amare Dio. Lo facevano anche i farisei, al tempio. Non puoi amare Dio e ignorare i fratelli. La tua vita non dipende dai tuoi beni, ma dai tuoi fratelli.

Dio è lì, nei piccoli, nel corpo e nella voce del mio prossimo dal cuore simile a Dio, alfa e omega della vita, l'Altro che viene perché il mondo sia altro da quello che è. I cristiani sono quelli che credono non a una serie di nozioni, dottrine, comandamenti, ma quelli che, credendo all'amore (cf 1Gv 4,16), vivono davvero, forti di questa forza propulsiva nella storia.

“Sei amato” è l’incipit di tutta la legge; “amerai”, il suo compimento. Chiunque astrae la legge da questo fondamento amerà il contrario della vita, quindi amerà la morte (P. Beauchamp).

Ma perché amare come me stesso?

Perché se non ami te stesso non sarai capace di amare nessuno, saprai solo prendere e possedere, fuggire o violare, senza gioia né gratitudine. Perché una scheggia infuocata di Dio è l'amore. Nostro orizzonte è questo cuore a più voci, in cui l'amore di Dio è la melodia principale, il canto fermo, attorno al quale può dispiegarsi il contrappunto degli altri amori. E nasce la polifonia della vita (Bonhoeffer).

Alla fine la Bibbia si fa concreta e provocatoria: amerai una povera e sacra trinità: la vedova, l'orfano e lo straniero, l'ultimo arrivato, il dolente, il fragile. E se presti denaro non esigerai interesse. E al tramonto restituirai il mantello al povero: è la sua pelle, la sua vita (Es 22,20-26), e tanto basta.

L'amore arma e disarma, ti fa debole davanti al tuo amato ma poi è capace di spostare le montagne.

Amerai, dice Gesù. E usa un verbo al futuro, come azione mai conclusa. Come fonte inestinguibile che scroscia sul nostro tempo. Allora l'umanità, il suo destino e la sua storia è solo questo: l'uomo amerà.

Cosa devo fare, domani, per essere ancora vivo? Cosa farò anno dopo anno? Tu amerai. Ed è detto tutto.

“Tu amerai” è desiderio, attesa, profumo e profezia di felicità per tutti.
 
 
per Avvenire 

È «amore» la parola chiave del Vangelo (...)





Tonio Dell'Olio Quando Dio sogna la pace

Tonio Dell'Olio
Quando Dio sogna la pace


PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI IL 27 OTTOBRE 2023

Il sogno di Dio è che ogni fede sulla faccia della terra impasti farina e lievito a speranza.

Che ogni tempio, moschea, sinagoga, santuario, basilica… divenga sorgente di pace cui andare ad attingere uno sguardo nuovo sul mondo. Il sogno di Dio è che nessuno tenti più di sfregiare la sua immagine che si nasconde nel cuore d'ogni uomo. A nessuno più salti in mente di fare una guerra ordendo l'orrenda menzogna secondo cui Dio glielo ha ordinato. Né sante, né giuste e tantomeno umanitarie sono le guerre, perché non c'è mistica della violenza e non esiste una traccia di vendetta nei libri sacri. Dio ci vuole liberi dalle catene dell'odio che sono più perfide delle dittature, più letali della mancanza di respiro. Dio sogna che ogni fede dichiari eresia la violenza come una bestemmia o come la negazione dell'esistenza del cielo. E che tra i doveri solennemente assunti dai suoi figli vi sia anche quello della nonviolenza che è passione per la vita, per ogni vita, anche per quella del nemico più crudele. Quello della pace è il culto cui tutte le fedi sono richiamate sin dai tempi in cui in Assisi fecero voto. È questa la liturgia che le vittime della violenza chiedono di celebrare per sanare le ferite e seminare un nuovo futuro.


PREGHIERA PER LA PACE 27/10/2023 Papa Francesco: "Maria, guarda a noi! Siamo qui davanti a te... Ti affidiamo e consacriamo le nostre vite... la Chiesa... il nostro mondo... Madre, Tu, Regina della pace, riversa nei cuori l’armonia di Dio. Amen." (foto, testo e video)

PREGHIERA PER LA PACE

Basilica di San Pietro
Venerdì, 27 ottobre 2023


PREGHIERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
a conclusione dell’ora di preghiera Pacem in terris

Maria, guarda a noi! Siamo qui davanti a te. Tu sei Madre, conosci le nostre fatiche e le nostre ferite. Tu, Regina della pace, soffri con noi e per noi, vedendo tanti tuoi figli provati dai conflitti, angosciati dalle guerre che dilaniano il mondo.

È un’ora buia. Questa è un’ora buia, Madre. E in questa ora buia ci immergiamo nei tuoi occhi luminosi e ci affidiamo al tuo cuore, sensibile ai nostri problemi. Esso non è stato esente da inquietudini e paure: quanta apprensione quando non c’era posto per Gesù nell’alloggio, quanto timore quando di corsa siete fuggiti in Egitto perché Erode voleva ucciderlo, quant’angoscia quando l’avete smarrito nel tempio! Ma, Madre, tu nelle prove sei stata coraggiosa, sei stata audace: hai confidato in Dio e hai risposto all’apprensione con la cura, al timore con l’amore, all’angoscia con l’offerta. Madre, non ti sei tirata indietro, ma nei momenti decisivi hai preso l’iniziativa: in fretta sei andata da Elisabetta, alle nozze di Cana hai ottenuto da Gesù il primo miracolo, nel Cenacolo hai tenuto i discepoli uniti. E quando sul Calvario una spada ti ha trapassato l’anima, tu, Madre, donna umile, donna forte, hai tessuto di speranza pasquale la notte del dolore.

Ora, Madre, prendi ancora una volta l’iniziativa; prendila per noi, in questi tempi lacerati dai conflitti e devastati dalle armi. Volgi il tuo sguardo di misericordia sulla famiglia umana, che ha smarrito la via della pace, che ha preferito Caino ad Abele e, perdendo il senso della fraternità, non ritrova l’atmosfera di casa. Intercedi per il nostro mondo in pericolo e in subbuglio. Insegnaci ad accogliere e a curare la vita – ogni vita umana! – e a ripudiare la follia della guerra, che semina morte e cancella il futuro.

Maria, tante volte tu sei venuta incontro, chiedendo preghiera e penitenza. Noi, però, presi dai nostri bisogni e distratti da tanti interessi mondani, siamo stati sordi ai tuoi inviti. Ma tu, che ci ami, non ti stanchi di noi, Madre. Prendici per mano. Prendici per mano e guidaci alla conversione, fa’ che rimettiamo Dio al primo posto. Aiutaci a custodire l’unità nella Chiesa e ad essere artigiani di comunione nel mondo. Richiamaci all’importanza del nostro ruolo, facci sentire responsabili per la pace, chiamati a pregare e ad adorare, a intercedere e a riparare per l’intero genere umano.

Madre, da soli non ce la facciamo, senza il tuo Figlio non possiamo fare nulla. Ma tu ci riporti a Gesù, che è la nostra pace. Perciò, Madre di Dio e nostra, noi veniamo a te, cerchiamo rifugio nel tuo Cuore immacolato. Invochiamo misericordia, Madre di misericordia; pace, Regina della pace! Scuoti l’animo di chi è intrappolato dall’odio, converti chi alimenta e fomenta conflitti. Asciuga le lacrime dei bambini – in quest’ora piangono tanto! –, assisti chi è solo e anziano, sostieni i feriti e gli ammalati, proteggi chi ha dovuto lasciare la propria terra e gli affetti più cari, consola gli sfiduciati, ridesta la speranza.

Ti affidiamo e consacriamo le nostre vite, ogni fibra del nostro essere, quello che abbiamo e siamo, per sempre. Ti consacriamo la Chiesa perché, testimoniando al mondo l’amore di Gesù, sia segno di concordia, sia strumento di pace. Ti consacriamo il nostro mondo, specialmente ti consacriamo i Paesi e le regioni in guerra.

Il popolo fedele ti chiama aurora della salvezza: Madre, apri spiragli di luce nella notte dei conflitti. Tu, dimora dello Spirito Santo, ispira vie di pace ai responsabili delle nazioni. Tu, Signora di tutti i popoli, riconcilia i tuoi figli, sedotti dal male, accecati dal potere e dall’odio. Tu, che a ciascuno sei vicina, accorcia le nostre distanze. Tu, che di tutti hai compassione, insegnaci a prenderci cura degli altri. Tu, che riveli la tenerezza del Signore, rendici testimoni della sua consolazione. Madre, Tu, Regina della pace, riversa nei cuori l’armonia di Dio. Amen.

Guarda il video della preghiera














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Enzo Bianchi Ascoltiamo il silenzio

Enzo Bianchi 
Ascoltiamo il silenzio 


La Repubblica - 23 Ottobre 2023

Che cos’è il silenzio? La prima difficoltà consiste proprio nel parlarne, poiché il silenzio lo si comprende veramente solo quando se ne fa esperienza nella solitudine; inoltre, è elementare ma essenziale ricordare che il silenzio non è una realtà uguale per tutti, e per la stessa persona può cambiare con le diverse età della vita.

Quando si cerca di scandagliare le profondità del silenzio, occorre subito precisare che il silenzio non è in primo luogo un’esperienza spirituale, anzi può persino esserle di impedimento. Il silenzio è un’esperienza umana e ogni persona conosce di fatto nel corso della sua vita diversi silenzi, silenzi al plurale, che in alcuni casi possono essere assunti in quanto giudicati come positivi e necessari, altre volte vengono respinti come negativi e mortiferi. Il silenzio non è dunque un bene in sé né un bene assoluto, ma può trovare giustificazione e senso solo a certe condizioni, solo quando è vissuto con consapevolezza e orientato a un fine, a uno scopo.

In questo senso, sono convinto che le valenze positive del silenzio possano essere comprese in pienezza solo se si ha il coraggio di guardare in faccia anche il suo lato negativo. Realtà costitutivamente ambigua, il silenzio può infatti essere senza vita, può assumere la forma di un mutismo che impedisce e rifiuta la comunicazione. Il rigetto della comunicazione umilia la parola e lo stesso silenzio, finendo per rinchiudere l’uomo in una sorta di prigione. Questa è una patologia che, non a caso, si manifesta quando l’equilibrio psichico è gravemente ferito; chi ha potuto incontrare l’abisso del mutismo in persone colpite dalla follia, sa che cosa significa questa forma di «no» alla comunicazione: è un rifiuto della vita!

Ma c’è anche un silenzio cattivo, malvagio, che si nutre di rabbia e di odio. Elias Canetti ha scritto giustamente in proposito: «Alcuni raggiungono la loro più grande malvagità nel silenzio». Giudizio negativo sull’altro, disprezzo dell’altro, volontà – alimentata e «accudita» ogni giorno – di non avere di fronte o accanto a sé un altro, poiché la sua diversità ci infastidisce, ce lo rende nemico: non lo si saluta, non gli si indirizza una parola, lo si tratta come fosse già morto! Non serve neppure giungere all’ostilità manifesta, è ben più perversa questa ostilità sorda e muta… Non è forse questa realtà che talvolta abita i vissuti quotidiani delle nostre famiglie e delle nostre comunità? Un’altra forma di silenzio negativo è quella dell’autoillusione: un silenzio custodito per preservare l’immagine che si ha di sé dal confronto con la realtà e con gli altri. Ciò si traduce poi in forme di vita «autistiche», la cui raffigurazione più efficace è quella di un deserto popolato da fantasmi che finiscono per dominare ossessivamente il malcapitato…

Davvero il silenzio può diventare un luogo di disperazione, una forma di angoscia: silenzio talora imposto dall’aguzzino alla sua vittima, talaltra scelto liberamente da chi si incammina su vie mortifere. In entrambi i casi vale ciò che scriveva Elie Wiesel nel suo Testamento di un poeta ebreo assassinato: «Nessun maestro mi aveva detto che il silenzio poteva diventare una prigione … Non sapevo che si potesse morire di silenzio come si muore di dolore, di fatica, di fame». Con grande realismo occorre ammettere che questo silenzio non ci è estraneo: l’importante è esserne consapevoli e, nel contempo, predisporsi a lottare per trasformarlo in quel silenzio vitale da cui sgorgano una vita e una parola colma di senso.

In quest’ora tragica per l’umanità “in cui nel mondo una guerra è signore della terra”, grida, urla salgono dalle vittime verso il cielo vuoto per molti; ma occorrerebbe che noi sapessimo ascoltare anche il “silenzio muto”, generato dall’esaurimento del respiro. Ad alcuni sembra che anche Dio conosca questo silenzi.
(fonte: blog dell'autore)

venerdì 27 ottobre 2023

Un gesto e una parola che ci fanno sperare in un futuro di pace!

Un gesto e una parola che ci fanno sperare
in un futuro di pace!


Si chiama Yocheved Lifshitz la donna di 85 anni rilasciata nella serata del 23 ottobre, dopo essere stata brutalmente presa e trattenuta in ostaggio da Hamas per 16 lunghi giorni.
Questa donna, che si muove con la lentezza dei suoi anni e dei giorni vissuti sottoterra, o per il peso che si porta nel cuore, prima di essere affidata agli operatori della Croce Rossa che le vanno incontro sul posto designato per il rilascio, all'ultimo momento, come un gesto che quasi stava dimenticando, ma che aveva in animo, si gira e cerca la mano del guerrigliero di Hamas che l'aveva accompagnata imbracciando il mitra e con il viso integralmente coperto di nero e che potrebbe avere l'età di un nipote. La trova, gliela stringe e gli augura "shalom - salam" e da lui viene ricambiata. 
Shalom (salam in arabo) è il saluto ebraico per eccellenza e letteralmente traduciamo con il termine pace, ma ha un significato più ampio, esprime una dimensione originaria della vita umana caratterizzata dall'abbondanza e dalla pienezza di senso, dal benessere e dalla completezza, è l'augurio di ogni bene.
Questo momento così inatteso e imprevedibile in quella situazione illumina il buio profondo che ci circonda, generato dalle atrocità commesse, e ci dona uno spiraglio di fiducia per ritrovare un'umanità che sembrava proprio scomparsa,  e la speranza per un futuro di pace!

Guarda il video

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Yocheved e la mano tesa ai rapitori di Hamas.
“Ma ho visto l’inferno”

L’85enne rilasciata li ha salutati con «Shalom», pace. «Sequestrata con brutalità, poi mi hanno curata»

Ascolta l'audio dell'articolo di Caterina Soffici da La Stampa del 24 Ottobre 2023


Di seguito la trascrizione del testo

I grandi gesti non hanno bisogno di molte parole. Qui ne basta una sola. Shalom. Pace. Sembra una parola aliena in questi giorni, sembra venire da un altro mondo e mette i brividi pensare che a pronunciarla è stata una donna di 85 anni, ostaggio di Hamas, proprio nel momento in cui viene liberata. 
C'è un video, che avrete visto tutti - chi al tg chi sui social o su Internet – e chi non l'ha visto lo cerchi e lo guardi dieci volte, venti, come ho fatto io, fino a commuovermi. Mostra il gesto straordinario e gigantesco della minuta Yocheved Lifschitz, che nel momento esatto della sua liberazione, mentre sta per passare dalle mani dei suoi carcerieri a quelle dei suoi salvatori si ferma e torna indietro, si volta per stringere la mano di uno dei militanti di Hamas bardato di mitra, cartuccera, giubbotto antiproiettile e passamontagna. Cerca il suo sguardo, cerca la sua mano. I due se la stringono e lei dice Shalom. 
È un attimo ma sembra infinito, è un momento di sospensione della barbarie, dove tutto quello che c'è stato prima e che ci sarà dopo si ferma in un tempo sospeso nel quale conta solo l'umanità di un gesto semplice, talmente banale da sembrare impossibile. 

Poi la donna si avvia traballante verso la libertà, ha il volto emaciato e il corpo provato, che ricorda la magrezza e la paura nei volti dei superstiti dei campi di concentramento. Il pensiero non può non tornare lì, alle immagini dei sopravvissuti, increduli nel ritrovare la vita, stralunati dall'orrore. Ma il pensiero va anche alle parole di Primo Levi: «Io non perdono, ma non odio». 

Yocheved Lifshitz, 85 anni, è stata rilasciata lunedì sera insieme a un'altra donna (Nurit Cooper, 79 anni). Era stata rapita insieme al marito Oded, 83 anni, ancora prigioniero. Li hanno presi il 7 ottobre, quando i miliziani hanno attaccato il loro kibbutz Nir Oz, nel Sud di Israele e hanno massacrato la piccola comunità, uccidendo una persona su quattro (secondo il New York Times). Hanno ucciso anche bambini. 

La figlia Sharone Lifschitz, 52 anni, che vive a Londra, aveva raccontato al Guardian di come era stata massacrata una ragazzina autistica a cui il padre insegnava il pianoforte. Aveva raccontato che la casa dei genitori era stata distrutta. 
Lifshitz e suo marito sono veterani attivisti per la pace e i diritti umani che, secondo la famiglia, erano soliti trasportare i palestinesi malati da Gaza alle cure mediche in Israele. Il padre è un giornalista che «parla bene l'arabo e può comunicare molto bene con la gente del posto. Conosce molte persone a Gaza. Voglio pensare che stia bene», ha detto Sharone. 

Ieri Sharone era a Tel Aviv, accoccolata accanto alla sedia a rotelle da cui la madre ha parlato ai giornalisti all'ospedale Ichilov e ha tradotto per i media internazionali. Una conferenza stampa improvvisata, che ha suscitato molte critiche da una parte dei commentatori israeliani che hanno accusato le autorità israeliane di una gestione maldestra della stampa e di un favore alla propaganda di Hamas. 

In verità, la donna ha raccontato senza mezze parole l'orrore del massacro la mattina dell'attacco. «Ho visto l'inferno», ha detto. È stata legata a una moto e portata a Gaza. «Mentre viaggiavamo, il motociclista mi ha colpito con un palo di legno. Non mi hanno rotto le costole, ma mi hanno fatto molto male in quella zona, rendendomi difficile respirare. Mi hanno rubato l'orologio e i gioielli. Alla fine siamo andati sottoterra e abbiamo camminato per chilometri in tunnel umidi, per due o tre ore in una ragnatela di gallerie. Abbiamo raggiunto una grande sala. Eravamo un gruppo di 25 persone e ci hanno separati in base al kibbutz di provenienza. 
La donna ha anche accusato le forze di sicurezza israeliane di aver ignorato le prove che Hamas stava preparando un attacco. «Tre settimane fa sono arrivati dei massi alla recinzione. Non l'hanno preso sul serio. Siamo stati lasciati a cavarcela da soli». 

Alla domanda cruciale: perché gli hai stretto la mano, la donna ha risposto che l'hanno trattata bene e che gli altri ostaggi erano in buone condizioni. Le guardie - ha raccontato - davano ai prigionieri lo stesso tipo di cibo che mangiavano loro (pita, formaggio e cetrioli). Un medico visitava ogni giorno e forniva medicine e cure, anche per un ostaggio ferito in un incidente in moto. «Erano molto attenti all'igiene e temevano un'epidemia. Avevamo dei bagni che pulivano ogni giorno». 

Alla Bbc la figlia ha poi detto di non essere sorpresa dal gesto della madre: «Il modo in cui si è allontanata e poi è tornata indietro e ha detto grazie è stato per me incredibile. È proprio da lei». 
Una piccola grande donna che non odia, ma che di certo non dimenticherà e non perdonerà.



Lettera al popolo di Dio da Madri e Padri sinodali (testo integrale)

Lettera al popolo di Dio
di Madri e Padri sinodali

Nella prima sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo, che si è aperta il 4, festa di San Francesco d'Assisi, e si chiuderà domenica 29 ottobre, la Chiesa ha voluto riflettere su se stessa, sulle sfide più scottanti della modernità, sul modo di autogoverno.
In attesa del documento finale, ecco il testo integrale della Lettera che Madri e Padri sinodali hanno indirizzato al popolo di Dio.


Care sorelle, cari fratelli,

mentre si avviano alla conclusione i lavori della prima sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, vogliamo, con tutti voi, rendere grazie a Dio per la bella e ricca esperienza che abbiamo appena vissuto. Questo tempo benedetto lo abbiamo vissuto in profonda comunione con tutti voi.

Siamo stati sostenuti dalle vostre preghiere, portando con noi le vostre aspettative, le vostre domande e anche le vostre paure. Sono già trascorsi due anni da quando, su richiesta di Papa Francesco, è iniziato un lungo processo di ascolto e discernimento, aperto a tutto il popolo di Dio, nessuno escluso, per “camminare insieme”, sotto la guida dello Spirito Santo, discepoli missionari alla sequela di Cristo Gesù.

La sessione che ci ha riuniti a Roma dal 30 settembre costituisce una tappa importante in questo processo. Per molti versi, è stata un’esperienza senza precedenti. Per la prima volta, su invito di Papa Francesco, uomini e donne sono stati invitati, in virtù del loro battesimo, a sedersi allo stesso tavolo per prendere parte non solo alle discussioni ma anche alle votazioni di questa Assemblea del Sinodo dei Vescovi.

Insieme, nella complementarità delle nostre vocazioni, dei nostri carismi e dei nostri ministeri, abbiamo ascoltato intensamente la Parola di Dio e l’esperienza degli altri. Utilizzando il metodo della conversazione nello Spirito, abbiamo condiviso con umiltà le ricchezze e le povertà delle nostre comunità in tutti i continenti, cercando di discernere ciò che lo Spirito Santo vuole dire alla Chiesa oggi. Abbiamo così sperimentato anche l’importanza di favorire scambi reciproci tra la tradizione latina e le tradizioni dell’Oriente cristiano. La partecipazione di delegati fraterni di altre Chiese e Comunità ecclesiali ha arricchito profondamente i nostri dibattiti.

La nostra assemblea si è svolta nel contesto di un mondo in crisi, le cui ferite e scandalose disuguaglianze hanno risuonato dolorosamente nei nostri cuori e hanno dato ai nostri lavori una peculiare gravità, tanto più che alcuni di noi venivano da paesi dove la guerra infuria. Abbiamo pregato per le vittime della violenza omicida, senza dimenticare tutti coloro che la miseria e la corruzione hanno gettato sulle strade pericolose della migrazione. Abbiamo assicurato la nostra solidarietà e il nostro impegno a fianco delle donne e degli uomini che in ogni luogo del mondo si adoperano come artigiani di giustizia e di pace.

Su invito del Santo Padre, abbiamo dato uno spazio importante al silenzio, per favorire tra noi l’ascolto rispettoso e il desiderio di comunione nello Spirito. Durante la veglia ecumenica di apertura, abbiamo sperimentato come la sete di unità cresca nella contemplazione silenziosa di Cristo crocifisso. “La croce è, infatti, l’unica cattedra di Colui che, dando la vita per la salvezza del mondo, ha affidato i suoi discepoli al Padre, perché “tutti siano una sola cosa” (Gv 17,21)”. Saldamente uniti nella speranza che ci dona la Sua risurrezione, Gli abbiamo affidato la nostra Casa comune dove risuonano sempre più urgenti il clamore della terra e il clamore dei poveri: “Laudate Deum!”», ha ricordato Papa Francesco proprio all’inizio dei nostri lavori.

Giorno dopo giorno, abbiamo sentito pressante l’appello alla conversione pastorale e missionaria. Perché la vocazione della Chiesa è annunciare il Vangelo non concentrandosi su se stessa, ma ponendosi al servizio dell’amore infinito con cui Dio ama il mondo (cfr Gv 3,16). Di fronte alla domanda fatta a loro, su ciò che essi si aspettano dalla Chiesa in occasione di questo sinodo, alcune persone senzatetto che vivono nei pressi di Piazza San Pietro hanno risposto: “Amore! “.

Questo amore deve rimanere sempre il cuore ardente della Chiesa, amore trinitario ed eucaristico, come ha ricordato il Papa evocando il 15 ottobre, a metà del cammino della nostra assemblea, il messaggio di Santa Teresa di Gesù Bambino. “È la “fiducia” che ci dà l’audacia e la libertà interiore che abbiamo sperimentato, non esitando a esprimere le nostre convergenze e le nostre differenze, i nostri desideri e le nostre domande, liberamente e umilmente.

E adesso? Ci auguriamo che i mesi che ci separano dalla seconda sessione, nell’ottobre 2024, permettano a ognuno di partecipare concretamente al dinamismo della comunione missionaria indicata dalla parola “sinodo”. Non si tratta di un’ideologia ma di un’esperienza radicata nella Tradizione Apostolica.

Come ci ha ricordato il Papa all’inizio di questo processo: «Comunione e missione rischiano di restare termini un po’ astratti se non si coltiva una prassi ecclesiale che esprima la concretezza della sinodalità (…), promuovendo il reale coinvolgimento di tutti» (9 ottobre 2021). Le sfide sono molteplici e le domande numerose: la relazione di sintesi della prima sessione chiarirà i punti di accordo raggiunti, evidenzierà le questioni aperte e indicherà come proseguire il lavoro.

Per progredire nel suo discernimento, la Chiesa ha assolutamente bisogno di ascoltare tutti, a cominciare dai più poveri. Ciò richiede da parte sua un cammino di conversione, che è anche cammino di lode: «Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli» ( Lc 10,21)! Si tratta di ascoltare coloro che non hanno diritto di parola nella società o che si sentono esclusi, anche dalla Chiesa.

Ascoltare le persone vittime del razzismo in tutte le sue forme, in particolare, in alcune regioni, dei popoli indigeni le cui culture sono state schernite. Soprattutto, la Chiesa del nostro tempo ha il dovere di ascoltare, in spirito di conversione, coloro che sono stati vittime di abusi commessi da membri del corpo ecclesiale, e di impegnarsi concretamente e strutturalmente affinché ciò non accada più.

La Chiesa ha anche bisogno di ascoltare i laici, donne e uomini, tutti chiamati alla santità in virtù della loro vocazione battesimale: la testimonianza dei catechisti, che in molte situazioni sono i primi ad annunciare il Vangelo; la semplicità e la vivacità dei bambini, l’entusiasmo dei giovani, le loro domande e i loro richiami; i sogni degli anziani, la loro saggezza e la loro memoria. La Chiesa ha bisogno di mettersi in ascolto delle famiglie, delle loro preoccupazioni educative, della testimonianza cristiana che offrono nel mondo di oggi. Ha bisogno di accogliere le voci di coloro che desiderano essere coinvolti in ministeri laicali o in organismi partecipativi di discernimento e di decisione.

La Chiesa ha particolarmente bisogno, per progredire nel discernimento sinodale, di raccogliere ancora di più le parole e l’esperienza dei ministri ordinati: i sacerdoti, primi collaboratori dei vescovi, il cui ministero sacramentale è indispensabile alla vita di tutto il corpo; i diaconi, che attraverso il loro ministero significano la sollecitudine di tutta la Chiesa al servizio dei più vulnerabili. Deve anche lasciarsi interpellare dalla voce profetica della vita consacrata, sentinella vigile delle chiamate dello Spirito. E deve anche essere attenta a coloro che non condividono la sua fede ma cercano la verità, e nei quali è presente e attivo lo Spirito, Lui che da “a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale” (Gaudium et spes 22, 5).

“Il mondo in cui viviamo, e che siamo chiamati ad amare e servire anche nelle sue contraddizioni, esige dalla Chiesa il potenziamento delle sinergie in tutti gli ambiti della sua missione. Proprio il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio” (Papa Francesco, 17 ottobre 2015).

Non dobbiamo avere paura di rispondere a questa chiamata. La Vergine Maria, prima nel cammino, ci accompagna nel nostro pellegrinaggio. Nelle gioie e nei dolori Ella ci mostra suo Figlio e ci invita alla fiducia. È Lui, Gesù, la nostra unica speranza!

Città del Vaticano, 25 ottobre 2023


giovedì 26 ottobre 2023

Tonio Dell'Olio Testimoni di pace in Israele-Palestina

Tonio Dell'Olio
Testimoni di pace in Israele-Palestina

 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI IL 26 OTTOBRE 2023

In questi giorni in cui l'odio e l'inimicizia tra i popoli di Israele e Palestina rafforzano i propri arsenali, vale la pena raccontare alcuni esempi di dialogo, incontro ed empatia.

Non tutti sanno, ad esempio, che dal 1995 opera in quella terra un'associazione denominata "Parents circle" che raccoglie a tutt'oggi 600 aderenti tra i genitori dell'una e dell'altra parte in conflitto, che hanno perso un figlio o una figlia nel conflitto. A fondare questa esperienza di "bereaved families", "famiglie in lutto", Yitzhak Frankenthal, ebreo ortodosso di Tel Aviv, padre di un ragazzo ucciso da Hamas. Ha pensato che raccogliere insieme il dolore intimo di tante madri e padri, potesse aiutare a sopportarlo meglio. E subito dopo ha compreso che il dolore non ha colore e che anche dall'altra parte c'erano mamme e papà che piangevano i loro figli. Il cerchio si è allargato e, nonostante le fatiche e le difficoltà di questi giorni, gli aderenti continuano a incontrarsi sia pure su una piattaforma internet. Si incontrano anche ora che una delle aderenti all'associazione è risultata presa in ostaggio da Hamas nel kibbutz di Be'eri dove viveva. Il superamento dell'odio tramite la via più dolorosa fa tanta paura ai signori della guerra tanto che l'attuale governo israeliano ha sospeso le attività del Parents circle nelle scuole e nei Summer camp. Ma questi genitori che hanno il coraggio dell'incontro e del dialogo continuano a camminare insieme.

Lettera aperta sulla crisi Israele-Palestina

Lettera aperta sulla crisi Israele-Palestina


(Foto di Boccioli di poesia)

L’attuale escalation di violenza in Israele e in Palestina è senza precedenti. Sono già migliaia le vittime civili da entrambe le parti e la situazione umanitaria è drammatica.

Condanniamo inequivocabilmente gli attacchi perpetrati da Hamas in Israele: i crimini di guerra compiuti da Hamas e altri gruppi armati, le uccisioni sommarie di civili, i rapimenti e il lancio indiscriminato di razzi verso Israele non sono giustificabili in nessuna circostanza.

Allo stesso tempo, nella Striscia di Gaza, stiamo assistendo a una delle più disperate crisi umanitarie, che sta colpendo più di 2,2 milioni di persone, che già erano sottoposte al blocco illegale da parte di Israele, iniziato nel 2007. Il 9 ottobre, le autorità israeliane hanno annunciato l’assedio totale di Gaza, bloccando l’ingresso di cibo, carburante e assistenza umanitaria e interrompendo la fornitura di acqua ed elettricità, nel mezzo di una massiccia campagna di bombardamenti.

Successivamente, il 13 ottobre, l’esercito israeliano ha ordinato l’evacuazione della parte nord e centrale della Striscia e di Gaza City, verso sud – un ordine che può essere considerato alla stregua di un trasferimento forzato della popolazione civile e che costituisce una violazione del diritto internazionale umanitario. Inoltre, Israele ha ordinato anche l’evacuazione dei 24 ospedali – una richiesta inaccettabile, che ha messo in pericolo i civili e in particolare i più fragili, come donne incinte, bambini, disabili e malati – e, come dimostrato da alcuni video verificati da Amnesty International su un attacco che ha provocato vittime civili lungo la strada Salah-Al Deen, non ha garantito la sicurezza delle vie di fuga indicate per andare verso sud. Ciò dimostra ancora una volta come i civili di Gaza non siano al sicuro in nessun luogo.

Questa crisi umanitaria avrà conseguenze su larga scala. I gruppi armati palestinesi di Hamas hanno commesso crimini di guerra e i responsabili devono essere assicurati alla giustizia, ma la punizione non può e non deve essere estesa collettivamente a tutti i civili di Gaza.

Secondo i dati ufficiali al 25 ottobre, dal 7 ottobre sarebbero state uccise almeno 1.400 persone in Israele e 5.813 nella Striscia di Gaza, mentre i feriti ammonterebbero a circa 3.621 in Israele e a oltre 18.000 nella Striscia di Gaza. Inoltre – anche se meno noto a livello mediatico – nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est, sarebbero stati uccisi almeno 61 palestinesi e 1.230 persone sarebbero state ferite da forze israeliane e coloni. Molte di queste vittime sono – ancora una volta – civili. A questi numeri vanno aggiunti i 15 giornaliste e giornalisti che sono morti nello svolgimento del proprio lavoro. Ed è proprio pensando anche a loro che è necessario che il conflitto in corso venga raccontato attraverso notizie verificate, con l’utilizzo di un linguaggio corretto che non alimenti odio, antisemitismo o islamofobia.

Questa crisi non è scoppiata all’improvviso. Israele ha una lunga storia di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, tra cui l’imposizione impune per decenni di un sistema di oppressione e discriminazione che Amnesty International, Human Rights Watch e B’Tselem hanno sostenuto essere un regime di apartheid. Anche le numerose violazioni e crimini di guerra commessi dai gruppi armati e dalle forze di sicurezza palestinesi sono rimasti impuniti. Il pervasivo clima di impunità ha minato la fiducia nelle regole e nei principi del diritto internazionale, in primo luogo nell’umanità, come dimostrato dalla violenza senza precedenti contro i civili in Israele e dagli attacchi implacabili che hanno annientato intere famiglie a Gaza. La società civile ha il dovere di rimettere al centro della discussione l’importanza del diritto internazionale e la necessità di alzare la voce per difendere la dignità e i diritti umani di tutte le persone coinvolte nel conflitto.

Pertanto, per dare una risposta a questa grave crisi, chiediamo a gran voce al governo italiano di:
  • esercitare pressioni sullo Stato d’Israele affinché ponga fine all’assedio totale della Striscia di Gaza, assicurando l’accesso a cibo, acqua, carburante, forniture mediche, elettricità e aiuti umanitari per tutta la popolazione;
  • invitare tutte le parti a rispettare il diritto internazionale umanitario in ottemperanza delle Convenzioni di Ginevra e, in particolare, i divieti di attacchi contro civili ed obiettivi civili, di attacchi indiscriminati e sproporzionati, di punizioni collettive, di presa di ostaggi e di rapimento di civili, che possono costituire crimini internazionali;
  • chiedere con forza a tutte le parti in conflitto di astenersi dal condurre operazioni militari che possano pregiudicare l’accesso sicuro ad assistenza umanitaria e cure mediche da parte dei civili;
  • sostenere inequivocabilmente e incondizionatamente il lavoro della Corte Penale Internazionale, di cui l’Italia è parte, che nel 2021 ha aperto un’indagine formale sulla situazione nello Stato di Palestina, riguardante i crimini di competenza della Corte, commessi a partire dal giugno 2014;
  • astenersi dal fornire armi a tutti gli attori del conflitto e chiedere agli altri Stati di fare altrettanto.
È urgente e necessaria un’azione da parte dell’Italia, dell’Unione Europea e della comunità internazionale tutta per chiedere il rispetto senza eccezioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario.

I firmatari:
Amnesty International Italia
AOI – Cooperazione e Solidarietà internazionale
ARCI
Articolo 21
AssisiPaceGiusta
COCIS – Coordinamento delle Organizzazioni non governative per la cooperazione allo sviluppo
COSPE
CRIC – Centro Regionale d’Intervento per la Cooperazione ETS
EducAid
Ipri – Istituto italiano ricerca per la pace rete corpi civili di pace
MAIS ong
Pressenza, agenzia stampa internazionale
Rete italiana pace e disarmo
Terre des Hommes Italia
Un ponte per
Vento di Terra

Per adesioni scrivere a a.marinari@amnesty.it

 (fonte: Amnesty International  Pressenza 25.10.23)

«Non si può predicare un Vangelo in astratto... Nella predicazione ci vuole libertà ma la libertà ha sempre bisogno del coraggio...» Papa Francesco Udienza Generale 25/10/2023 (testo, foto e video)

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 25 ottobre 2023







 









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Catechesi. La passione per l’evangelizzazione: lo zelo apostolico del credente. 24. I Santi Cirillo e Metodio, apostoli degli Slavi


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi vi parlerò di due fratelli molto famosi in Oriente, al punto da essere chiamati “gli apostoli degli Slavi”: i Santi Cirillo e Metodio. Nati in Grecia nel IX secolo da famiglia aristocratica, rinunciano alla carriera politica per dedicarsi alla vita monastica. Ma il loro sogno di un’esistenza ritirata dura poco. Vengono inviati come missionari nella Grande Moravia, che all’epoca comprendeva vari popoli, già in parte evangelizzati, ma presso i quali sopravvivevano molti costumi e tradizioni pagani. Il loro principe chiedeva un maestro che spiegasse la fede cristiana nella loro lingua.

Il primo impegno di Cirillo e Metodio è dunque studiare a fondo la cultura di quei popoli. Sempre quel ritornello: la fede va inculturata e la cultura va evangelizzata. Inculturazione della fede, evangelizzazione della cultura, sempre. Cirillo chiede se abbiano un alfabeto; gli rispondono di no. Ed egli replica: “Chi può scrivere un discorso sull’acqua?”. In effetti, per annunciare il Vangelo e per pregare ci voleva uno strumento proprio, adatto, specifico. Inventa così l’alfabeto glagolitico. Traduce la Bibbia e i testi liturgici. La gente sente che quella fede cristiana non è più “straniera”, ma diventa la loro fede, parlata nella lingua materna. Pensate: due monaci greci che danno un alfabeto agli Slavi. È questa apertura di cuore che ha radicato il Vangelo tra di loro. Non avevano paura questi due, erano coraggiosi.

Ben presto, però, iniziano i contrasti da parte di alcuni Latini, che si vedono sottrarre il monopolio della predicazione tra gli Slavi, quella lotta dentro la Chiesa, sempre così. La loro obiezione è religiosa, ma solo in apparenza: Dio può essere lodato – dicono – solo nelle tre lingue scritte sulla croce, l’ebraico, il greco e il latino. Questi avevano la mentalità chiusa per difendere la propria autonomia. Ma Cirillo risponde con forza: Dio vuole che ogni popolo lo lodi nella propria lingua. Insieme al fratello Metodio si appella al Papa e questi approva i loro testi liturgici in lingua slava, li fa collocare sull’altare della chiesa di Santa Maria Maggiore e canta con loro le lodi del Signore secondo quei libri. Cirillo muore dopo pochi giorni, le sue reliquie sono ancora venerate qui a Roma, nella Basilica di San Clemente. Metodio, invece, viene ordinato vescovo e rimandato nei territori degli Slavi. Qui dovrà soffrire molto, sarà anche imprigionato, ma, fratelli e sorelle, noi sappiamo che la Parola di Dio non è incatenata e si diffonde tra quei popoli.

Guardando la testimonianza di questi due evangelizzatori, che San Giovanni Paolo II ha voluto compatroni d’Europa e sui quali ha scritto l’Enciclica Slavorum Apostoli, vediamo tre aspetti importanti.

Anzitutto, l’unità: i Greci, il Papa, gli Slavi: a quel tempo c’era in Europa una cristianità non divisa, che collaborava per evangelizzare.

Un secondo aspetto importante è l’inculturazione, del quale ho detto qualcosa prima: evangelizzare la cultura e l’inculturazione fa vedere che l’evangelizzazione e cultura sono strettamente connesse. Non si può predicare un Vangelo in astratto, distillato, no: il Vangelo va inculturato ed è anche espressione della cultura.

Un ultimo aspetto, la libertà. Nella predicazione ci vuole libertà ma la libertà ha sempre bisogno del coraggio, una persona è libera quanto è più coraggiosa e non si lascia incatenare da tante cose che le tolgono la libertà.

Fratelli e sorelle, chiediamo ai Santi Cirillo e Metodio, apostoli degli Slavi, di essere strumenti di “libertà nella carità” per gli altri. Essere creativi, essere costanti ed essere umili, con la preghiera e con il servizio.

Guarda il video della catechesi

Saluti
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APPELLO

Penso sempre alla grave situazione in Palestina e in Israele: incoraggio il rilascio degli ostaggi e l’ingresso degli aiuti umanitari a Gaza. Continuo a pregare per chi soffre e a sperare in percorsi di pace, in Medio Oriente, nella martoriata Ucraina e nelle altre regioni ferite dalla guerra. Ricordo a tutti che dopodomani, venerdì 27 ottobre, vivremo una giornata di digiuno, di preghiera e di penitenza; alle ore 18, in San Pietro, ci raduneremo a pregare per implorare la pace nel mondo.

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Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.

In particolare, ai fedeli della Diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca venuti assieme al Vescovo Vito Angiuli come espressione di gratitudine per la recente Beatificazione di Elisa Martinez, fondatrice delle Figlie di Santa Maria di Leuca. A voi, religiose di questo Istituto, come pure alle Suore Francescane della Santissima Annunziata auguro un sereno e proficuo Capitolo Generale.

Saluto gli ufficiali e i militari giunti da Predazzo, Gaeta, Bari e Orvieto in occasione delle prossime celebrazioni per il 250mo anniversario della fondazione della Guardia di Finanza.

Accolgo con affetto i membri dell’Associazione “Vivere il tumore attivamente” di Chieri, gli studenti dell’Istituto “Maria Santissima Preziosa” di Casal di Principe e i numerosi gruppi parrocchiali, specialmente quelli di San Ferdinando di Puglia e di Frasso Telesino.

Saluto infine i giovani, gli anziani, gli ammalati e gli sposi novelli. Esorto tutti a pregare quotidianamente il santo Rosario, imparando dalla Vergine Maria a vivere ogni avvenimento in unione con Gesù.

A tutti la mia Benedizione.


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