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lunedì 26 settembre 2022

Raniero La Valle UN DIO DEL PASSATO O SEMPRE CONTEPORANEO NELLA STORIA?


Michelangelo, Creazione degli astri e delle piante (1511-12). Volta della Sistina, Città del Vaticano

Raniero La Valle
 
UN DIO DEL PASSATO
O SEMPRE CONTEPORANEO NELLA STORIA? 

Da qualche tempo, almeno dalla pubblicazione del volume “Oltre Dio. In ascolto del Mistero senza nome” (Gabrielli 2021) – ma la questione ha radici che risalgono agli inizi del secolo scorso – si discute sul post-teismo. Con questo articolo di Raniero La Valle sul tema si vorrebbe proseguire con l’attenzione ad un tema “cruciale” per la declinazione della nostra fede nella storia.

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La perturbazione del post-teismo che ha investito la comunità cristiana non è uno scacco della fede, ma una tragedia della teologia politica. La sua irruenza specialmente si è abbattuta, con particolare dolore per noi, su quello che Vittorio Bellavite, coordinatore nazionale di “Noi siamo Chiesa”, chiama “il nostro circuito conciliare” cui appartengono anche “Gabrielli, Adista, Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”, ovvero personalità e mezzi di comunicazione che ci sono cari per il loro impegno nel rinnovamento conciliare della Chiesa.

Il “regno di Dio” diventa inutile

Diciamo che il post-teismo non è uno scacco della fede perché anzi pretende di inverarla, e la fede cristiana ha dovuto reggere all’urto di ben altri fraintendimenti e di eresie di ogni tipo, ma è una tragedia di quella specifica ed essenziale dimensione della fede che è il suo rapporto cruciale con la società e con la storia; e non a caso uso l’aggettivo “cruciale”.

Nel fare della questione di Dio una questione del passato (se il “post” delle locuzioni “post-teismo”, “post-religionale” e simili corrisponde al suo normale significato e presuppone un tempo ormai finito) il post-teismo ne neutralizza infatti ogni impatto sul presente; la stessa “ipotesi di lavoro” Dio è privata di ogni energia capace di influire sulla situazione esistente, che sia per conservarla, per cambiarla o per portarla a compimento, il “mondo del nostro tempo” si affranca da ogni irruzione messianica, rompe il rapporto con l’escatologia: se le cose di Dio stanno nel passato, le cose presenti non possono essere a loro né contemporanee né penultime, e il “regno di Dio” è stato inutilmente annunciato.

La Parola di Dio è licenziata

L’obiezione è che il post-teismo non negherebbe Dio, ma la parola con cui l’ineffabilità di ciò che è evocato come Dio viene nominata o è stata nominata nell’età infantile della nostra specie. Ma questa parola, Dio, che viene licenziata, è la parola che raggiunge Dio dall’esterno, che lo definisce a partire da noi e che già è passata attraverso una miriade di significati (e quelli più recenti certo meno improbabili, mitici e magici di quelli più antichi); ma altro è la Parola di Dio, cioè Dio come Parola, il Verbo che è Dio, e che è l’inconfondibile Dio della fede cristiana di cui Gesù “è venuto” a fare l’esegesi per l’uomo.

La contraddizione sta nel fatto che i post-teisti, che tuttavia si professano cristiani e intendono restarlo (grande segno del fascino cristiano!), al pari dei discepoli di Emmaus non vogliono allontanarsi da Gesù, rinunziare alle sue parole di vita, interrompere il cammino che hanno fatto con lui; ed è qui che i conti non tornano perché proprio Gesù incarna quel Verbo, non fatto da noi, e proprio Gesù, non con il suo agire e con i suoi detti, ma con il suo essere stesso, è stato ed è l’”autore e perfezionatore della fede” (Eb. 12, 2), della nostra fede: teista!

Una fede senza presa sulla storia

Se pertanto i posteri di Dio si dicono o si riconoscono cristiani, non è che a quel Dio rivelato da Gesù come Padre che possono riferirsi nel congedarlo, altrimenti sarebbero non solo post-teisti, ma post-cristiani.

Ed è qui che la fede perde ogni sua presa sul tempo. Perché se il Dio rispetto al quale ci si dichiara posteri, appartenenti cioè a un tempo ulteriore, è il Dio di Gesù, si tratta del Dio crocefisso e non trattenuto dal sepolcro. È questo il Dio che per mezzo della morte del Figlio suo (“unus de Trinitate passus est”) si è “scambiato” (Rom. 5, 10) con l’uomo percosso e sfigurato da ogni violenza; il Dio della teologia politica (Moltmann, Dossetti), il Dio che si può continuare ad adorare dopo Auschwitz, impiccato con il ragazzo ebreo nel campo di Buna, raccontato da Wiesel, e fatto spettacolo ai prigionieri, il Dio dell’Ucraina, vittima sacrificale del suo reuccio con la maglietta bruna e dei soldati dell’invasore, il Dio della kénosis e della hypomoné, non solo il Figlio ma anche il Padre (Ruggieri), il Dio infine identificato da papa Francesco come “misericordia”, rimasto pertanto come ultimo freno al minacciato genocidio, alla guerra totale e all’olocausto nucleare; ed è questo il Dio della fede, il Risorto annunciato dalla Maddalena e tramandato dagli Apostoli. Il Dio del passato?

Cosa comporta credere in Gesù?

Neanche noi sappiamo che farcene del Dio degli eserciti, del contraccambio, del giorno della vendetta, della Divina Commedia, del Dio “dai tratti antropomorfi e patriarcali” denunciato dai post-teisti, anche se ne restano le meravigliose rappresentazioni dell’arte sacra; e ciò ormai da gran tempo l’abbiamo scoperto con la Chiesa; quel Dio non è degnato nemmeno di una citazione dai testi rivelativi del Concilio Vaticano II o dalla predicazione riparatrice di Papa Francesco; e sappiamo che nel delirio suicidario della tarda modernità ciò in cui possiamo sperare è il Dio che fonda un’altra antropologia, non dell’onnipotenza, un’antropologia “radicalmente non signorile”, come la evocava Claudio Napoleoni, dell’uomo che “è un nulla che confina con Dio”.

E che cosa comporta, teisti o non più teisti che si sia, continuare a credere in Gesù? Come si risponde, al di fuori del Vangelo, alla domanda: “e voi chi dite che io sia?” A Socrate sappiamo che cosa dobbiamo dare. Ma a Gesù? L’ammirazione, il culto o la sequela? Da Gesù non possiamo separare la coscienza che egli aveva di sé: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e quanto desidero che sia acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato e come sono in angoscia finchè non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione”. (Luca, 12, 49-51).

Non c’è spazio per un prima e per un “post”

Portare il fuoco sulla terra non vuol dire aggiungere un esempio a quello di tanti uomini illustri o famosi, guaritori, maestri, testimoni, benefattori, veggenti, profeti o sacerdoti: non è da questa galleria che si può ricavare l’unicità di Gesù. Vuol dire un sovvertimento che non si può neutralizzare, non si può spiritualizzare, non si può rendere innocuo rinchiudendolo in un universo simbolico. Vuol dire far proprio il dramma della Terra, dividerla e ricomporla, distruggerla e ricostruirla, incendiarla e rinverdirla e, oltre la metafora, assumere la storia e cambiarne il corso, non nel rinvio, non nel quietismo, ma nell’urgenza e financo nell’angoscia, come di sé dice Gesù. Chi lo avrebbe detto? Il Dio che non si può relegare nel passato è un Dio angosciato, anche se, come dice Luciano Manicardi, l’ex priore di Bose dopo Enzo Bianchi, non è “religiosamente corretto”. Ma questo vuol dire un giudizio e un intervento sul tempo, su questo tempo qui, “il tempo di ora”, che è ugualmente il tempo di Gesù e il tempo nostro. Una contemporaneità che non lascia spazio ad un prima e ad un “post”.

[pubblicato il 15 settembre 2022 in VIANDANTI]
[L’immagine che correda l’articolo è ripresa dal sito: https://it.m.wikipedia.org]


domenica 25 settembre 2022

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXVI Domenica T.O.


Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli

  XXVI Domenica T.O. Anno C
25 settembre 2022 


Per chi presiede

Fratelli e sorelle, il mondo contemporaneo ha elevato il denaro e la ricchezza al rango di divinità, a cui va sacrificato il proprio tempo e se necessario la vita degli altri. Gesù chiama tutto questo “mammona”, perché è l’idolo a cui noi eleviamo il nostro Amen, la nostra adesione di fede. Uniti a Cristo Gesù, il fondamento della nostra fede, rivolgiamo al Padre le nostre suppliche e le nostre preghiere, ed insieme diciamo:

          R/  Convertici a te, o Padre


Lettore


- Dio, nostro Padre, tu che stai sempre dalla parte dei poveri, dona alla tua Chiesa il coraggio e la forza di spogliarsi di ogni segno di mondanità. Arricchiscila del tuo Santo Spirito, perché, nel tuo Figlio Gesù, sia pronta a testimoniare la verità del tuo Regno, fondato sulla giustizia verso i poveri, sulla compassione, sulla cura e sul farsi vicino ad ogni uomo e donna che sperimentano la fragilità e la fatica del vivere. Preghiamo.

- Ti preghiamo per il mondo intero, o Padre che ami i giusti. Il vento del tuo Spirito Santo spinga popoli, governanti, istituzioni finanziarie ed industriali a rendersi conto quale grande fossato questa economia capitalistica ha scavato e continua a scavare tra popoli ricchi e popoli impoveriti e come all’interno di uno stesso paese aumentino le diseguaglianze tra i pochi ricchi ed il resto della popolazione. Preghiamo.

- Ti affidiamo, o Padre che rendi giustizia agli oppressi, il nostro Paese attraversato da inquietudini, da contraddizioni e da una grande sfiducia verso chi è chiamato a governare e amministrare la cosa pubblica. Fa’ crescere in ogni cittadino e cittadina un grande senso di responsabilità verso i beni comuni e una profonda compassione verso chi viene da fuori e ha un colore della pelle che possa provocare una reazione di rigetto. Preghiamo.

- Ricordati, o Padre che sei accanto ai fragili, dei nostri fratelli e delle nostre sorelle ammalate. Ricordati soprattutto di chi è ricoverato in ospedale, di quanti, a motivo del tumore, sono costretti a guardare in faccia la morte. Sii forza e consolazione per loro, per i familiari e per gli amici. Non distogliere il tuo volto dalle persone disabili e da quanti sono alle prese con le nuove malattie auto-immunitarie. Preghiamo.

- Davanti a te, o Padre della vita, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti e delle vittime ancora colpite dal corona-virus [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche coloro che muoiono di fame, di malattie incurabili e di inquinamento. Dona a tutti la tua consolazione e la contemplazione del tuo Volto di luce. Preghiamo.

Per chi presiede


O Dio nostro Padre, che ci chiedi di essere attenti ai bisogni dell’altro e di condividere i nostri beni: aiutaci a rispettare la dignità delle persone e a salvaguardare il bene comune, per costruire una convivenza pacifica e serena. Te lo chiediamo per il tuo Figlio Gesù, nostro Fratello e Signore.  AMEN.




Costruire il futuro con i migranti e i rifugiati

Costruire il futuro con i migranti e i rifugiati

Il messaggio di Papa Francesco e di due giovani “ambasciatori” di Thailita Kum contro la tratta in occasione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che si celebra domenica 25 settembre


«Il futuro comincia oggi e comincia da noi», così Papa Francesco si rivolge a tutti noi in vista della 108a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che si celebra domenica 25 settembre. E che ha per titolo: “Costruire il futuro con i migranti e i rifugiati”. Con questo messaggio Papa Francesco «evidenzia l’impegno che tutti siamo chiamati a mettere in atto per costruire un futuro che risponda al progetto di Dio senza escludere nessuno», sottolinea la Sezione Migranti e Rifugiati, ufficio pastorale della Santa Sede diretto personalmente dal Pontefice, che lavora per aiutare la Chiesa in tutto il mondo ad accompagnare le persone vulnerabili itineranti, inclusi coloro che sono sfollati a causa di conflitti, disastri naturali, persecuzione o estrema povertà, rifugiati e le vittime del traffico di esseri umani.

In occasione della Giornata di domenica, la Sezione ha predisposto molti materiali in diverse lingue. E un video, che vede protagonisti, insieme a Papa Francesco, anche due giovani “ambasciatori” di Talitha Kum, la rete internazionale delle religiose contro la tratta, che portano la loro testimonianza su questa piaga in Asia e su come si stanno impegnando per aiutare chi è nel bisogno.

«Se salviamo anche una sola vita dalla tratta, ne sarà valsa la pena – dice Areeya dalla Thailandia – perché queste persone attraversano il peggio per raggiungere una situazione migliore».

«Se lo facciamo insieme, sempre più persone troveranno maggiore coraggio – afferma Kyhoei, ambasciatore di Thalita Kum in Giappone -. E più persone faranno sentire la loro voce. Quello che facciamo oggi influenzerà sicuramente il nostro futuro».

«Ma quali decisioni vanno prese subito per costruire già oggi un futuro inclusivo e migliore per tutti?», si chiede – e ci chiede – Papa Francesco. Che aggiunge: «Non possiamo lasciare alle prossime generazioni la responsabilità delle decisioni. E i giovani devono essere protagonisti di questo nuovo inizio».

Guarda il video

(fonte: Mondo e Missione, articolo di Anna Pozzi 23/09/2022)

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Vedi i nostri post precedenti:
ed anche: 


"Un cuore che ascolta - lev shomea" n. 47/2021-2022 anno C

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

 XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Vangelo:



La parabola narrata da Gesù non ha la finalità di incutere paura ai ricchi o di metterli all'indice esaltando i poveri, non è l'emissione di un giudizio di condanna, piuttosto è un atto d'amore e di correzione fraterna verso quanti hanno scelto di edificare la propria vita fondandola sulla falsa sicurezza di mammona, la ricchezza. E' l'accorato grido del Signore che mette in guardia noi discepoli perché teniamo ben aperti gli occhi sull'uso che facciamo della «ingiusta ricchezza» (Lc 16,9). Gesù ha detto precedentemente che l'unico modo che abbiamo per dimostrare amore per il Padre è quello di amare come Lui prendendoci cura di tutti i fratelli feriti che incontriamo per la via, di avere le sue stesse «viscere di misericordia» (Lc 10, 25-37). «E' il tempo della nostra esistenza il ponte gettato sull'abisso tra l'inferno e l'utero di Abramo» (cit.). Ma se abdichiamo alla nostra responsabilità rimanendo indifferenti alle sofferenze dei fratelli e ci rifiutiamo di intervenire; se, sordi al dolore degli uomini, innalziamo muri che dividono contribuendo così alla loro morte, allora saremo noi stessi gli artefici di quell'abisso che ci separa dalla Vita, impossibile per sempre da attraversare. Stolti e incapaci come siamo a riconoscere il Volto del Padre nei volti sfigurati dei milioni di Lazzaro che siedono tutti i giorni alla nostra porta, avremo miseramente fallito il fine ultimo della nostra esistenza: essere pienamente il riflesso, come Gesù, dell'immagine del Padre.


sabato 24 settembre 2022

“ECONOMY OF FRANCESCO” Assisi 24/09/2022 - Papa Francesco: «Si tratta di trasformare un’economia che uccide in un’economia della vita ... Questo lo dico sul serio: conto su di voi! Per favore, non lasciateci tranquilli, dateci l’esempio!» (foto, testi e video)

VISITA DEL SANTO PADRE FRANCESCO AD ASSISI

IN OCCASIONE DELL’EVENTO “ECONOMY OF FRANCESCO”

Sabato, 24 settembre 2022

9.00 Decollo dall’eliporto del Vaticano
9.30 Atterraggio nel Piazzale antistante il Pala-Eventi di Santa Maria degli Angeli.
In auto, il Santo Padre raggiunge il Pala-Eventi, dove è accolto da:
- tre giovani, in rappresentanza dei Giovani partecipanti all’evento;
- Card. Michael Czerny, Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale;
- S.E. Mons. Domenico Sorrentino, Arcivescovo-Vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, e di Foligno;
- Dott.ssa Donatella Tesei, Presidente Regione Umbria;
- Dott. Armando Gradone, Prefetto di Perugia;
- Dott.ssa Stefania Proietti, Sindaco di Assisi e Presidente della Provincia di Perugia;
- Membri del Comitato Promotore dell’Evento:
- Prof. Luigino Bruni;
- Dott.ssa Francesca di Maolo;
- Suor Alessandra Smerilli.
- Rappresentanti delle Famiglie Francescane di Assisi e della Pro Civitate Christiana
10.00 Il Santo Padre raggiunge il palco.
L’incontro con i giovani ha il seguente svolgimento:
- momento artistico-teatrale;
- benvenuto e introduzione;
- otto Giovani raccontano esperienze.
- Discorso del Santo Padre
- lettura e firma del “Patto”;
- il Santo Padre saluta i Giovani presenti sul Palco.
11.30 Al termine dell’incontro, il Santo Padre in auto raggiunge il Piazzale antistante il Teatro
11.45 Decollo da Santa Maria degli Angeli
12.15 Atterraggio nell’eliporto del Vaticano

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Guarda il video

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DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO


Carissime e carissimi giovani, buongiorno! Saluto tutti voi che siete venuti, che avete avuto la possibilità di essere qui, ma anche vorrei salutare tutti coloro che non sono potuti arrivare qui, che sono rimasti a casa: un ricordo a tutti! Siamo uniti, tutti: loro dal loro posto, noi qui.

Ho atteso da oltre tre anni questo momento, da quando, il primo maggio 2019, vi scrissi la lettera che vi ha chiamati e poi vi ha portati qui ad Assisi. Per tanti di voi – lo abbiamo appena ascoltato – l’incontro con l’Economia di Francesco ha risvegliato qualcosa che avevate già dentro. Eravate già impegnati nel creare una nuova economia; quella lettera vi ha messo insieme, vi ha dato un orizzonte più ampio, vi ha fatto sentire parte di una comunità mondiale di giovani che avevano la vostra stessa vocazione. E quando un giovane vede in un altro giovane la sua stessa chiamata, e poi questa esperienza si ripete con centinaia, migliaia di altri giovani, allora diventano possibili cose grandi, persino sperare di cambiare un sistema enorme, un sistema complesso come l’economia mondiale. Anzi, oggi quasi parlare di economia sembra cosa vecchia: oggi si parla di finanza, e la finanza è una cosa acquosa, una cosa gassosa, non la si può prendere. Una volta, una brava economista a livello mondiale mi ha detto che lei ha fatto un’esperienza di incontro tra economia, umanesimo e religione. Ed è andato bene, quell’incontro. Ha voluto fare lo stesso con la finanza e non è riuscita. State attenti a questa gassosità delle finanze: voi dovete riprendere l’attività economica dalle radici, dalle radici umane, come sono state fatte. Voi giovani, con l’aiuto di Dio, lo sapete fare, lo potete fare; i giovani hanno fatto altre volte nel corso della storia tante cose.

State vivendo la vostra giovinezza in un’epoca non facile: la crisi ambientale, poi la pandemia e ora la guerra in Ucraina e le altre guerre che continuano da anni in diversi Paesi, stanno segnando la nostra vita. La nostra generazione vi ha lasciato in eredità molte ricchezze, ma non abbiamo saputo custodire il pianeta e non stiamo custodendo la pace. Quando voi sentite che i pescatori di San Benedetto del Tronto in un anno hanno tirato fuori dal mare 12 tonnellate di sporcizia e plastiche e cose così, vedete come non sappiamo custodire l’ambiente. E di conseguenza non custodiamo neppure la pace. Voi siete chiamati a diventare artigiani e costruttori della casa comune, una casa comune che “sta andando in rovina”. Diciamolo: è così. Una nuova economia, ispirata a Francesco d’Assisi, oggi può e deve essere un’economia amica della terra, un’economia di pace. Si tratta di trasformare un’economia che uccide (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 53) in un’economia della vita, in tutte le sue dimensioni. Arrivare a quel “buon vivere”, che non è la dolce vita o passarla bene, no. Il buon vivere è quella mistica che i popoli aborigeni ci insegnano di avere in rapporto con la terra.

Ho apprezzato la vostra scelta di modellare questo incontro di Assisi sulla profezia. Mi è piaciuto quello che avete detto sulle profezie. La vita di Francesco d’Assisi, dopo la sua conversione, è stata una profezia, che continua anche nel nostro tempo. Nella Bibbia la profezia ha molto a che fare con i giovani. Samuele quando fu chiamato era un fanciullo, Geremia ed Ezechiele erano giovani; Daniele era un ragazzo quando profetizzò l’innocenza di Susanna e la salvò dalla morte (cfr Dn 13,45-50); e il profeta Gioele annuncia al popolo che Dio effonderà il suo Spirito e «diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie» (3,1). Secondo le Scritture, i giovani sono portatori di uno spirito di scienza e di intelligenza. Fu il giovane Davide a umiliare l’arroganza del gigante Golia (cfr 1 Sam 17,49-51). In effetti, quando alla comunità civile e alle imprese mancano le capacità dei giovani è tutta la società che appassisce, si spegne la vita di tutti. Manca creatività, manca ottimismo, manca entusiasmo, manca il coraggio per rischiare. Una società e un’economia senza giovani sono tristi, pessimiste, ciniche. Se voi volete vedere questo, andate in queste università ultra-specializzate in economia liberale, e guardate la faccia dei giovani e delle giovani che studiano lì. Ma grazie a Dio voi ci siete: non solo ci sarete domani, ci siete oggi; voi non siete soltanto il “non ancora”, siete anche il “già”, siete il presente.

Un’economia che si lascia ispirare dalla dimensione profetica si esprime oggi in una visione nuova dell’ambiente e della terra. Dobbiamo andare a questa armonia con l’ambiente, con la terra. Sono tante le persone, le imprese e le istituzioni che stanno operando una conversione ecologica. Bisogna andare avanti su questa strada, e fare di più. Questo “di più” voi lo state facendo e lo state chiedendo a tutti. Non basta fare il maquillage, bisogna mettere in discussione il modello di sviluppo. La situazione è tale che non possiamo soltanto aspettare il prossimo summit internazionale, che può non servire: la terra brucia oggi, ed è oggi che dobbiamo cambiare, a tutti i livelli. In questo ultimo anno voi avete lavorato sull’economia delle piante, un tema innovativo. Avete visto che il paradigma vegetale contiene un diverso approccio alla terra e all’ambiente. Le piante sanno cooperare con tutto l’ambiente circostante, e anche quando competono, in realtà stanno cooperando per il bene dell’ecosistema. Impariamo dalla mitezza delle piante: la loro umiltà e il loro silenzio possono offrirci uno stile diverso di cui abbiamo urgente bisogno. Perché, se parliamo di transizione ecologica ma restiamo dentro il paradigma economico del Novecento, che ha depredato le risorse naturali e la terra, le manovre che adotteremo saranno sempre insufficienti o ammalate nelle radici. La Bibbia è piena di alberi e di piante, dall’albero della vita al granello di senape. E San Francesco ci aiuta con la sua fraternità cosmica con tutte le creature viventi. Noi uomini, in questi ultimi due secoli, siamo cresciuti a scapito della terra. È stata lei a pagare il conto! L’abbiamo spesso saccheggiata per aumentare il nostro benessere, e neanche il benessere di tutti, ma di un gruppetto. È questo il tempo di un nuovo coraggio nell’abbandono delle fonti fossili d’energia, di accelerare lo sviluppo di fonti a impatto zero o positivo.

E poi dobbiamo accettare il principio etico universale – che però non piace – che i danni vanno riparati. Questo è un principio etico, universale: i danni vanno riparati. Se siamo cresciuti abusando del pianeta e dell’atmosfera, oggi dobbiamo imparare a fare anche sacrifici negli stili di vita ancora insostenibili. Altrimenti, saranno i nostri figli e i nostri nipoti a pagare il conto, un conto che sarà troppo alto e troppo ingiusto. Io sentivo uno scienziato molto importante a livello mondiale, sei mesi fa, che ha detto: “Ieri mi è nata una nipotina. Se continuiamo così, poveretta, entro trent’anni dovrà vivere in un mondo inabitabile”. Saranno i figli e i nipoti a pagare il conto, un conto che sarà troppo alto e troppo ingiusto. Occorre un cambiamento rapido e deciso. Questo lo dico sul serio: conto su di voi! Per favore, non lasciateci tranquilli, dateci l’esempio! E io vi dico la verità: per vivere su questa strada ci vuole coraggio e alcune volte ci vuole qualche pizzico di eroicità. Ho sentito, in un incontro, un ragazzo, 25enne, appena uscito come ingegnere di alto livello, non trovava lavoro; alla fine l’ha trovato in un’industria che non sapeva bene cosa fosse; quando ha studiato cosa doveva fare – senza lavoro, in condizione di lavorare – ha rifiutato, perché si fabbricavano le armi. Questi sono gli eroi di oggi, questi.

La sostenibilità, poi, è una parola a più dimensioni. Oltre a quella ambientale ci sono anche le dimensioni sociale, relazionale e spirituale. Quella sociale incomincia lentamente ad essere riconosciuta: ci stiamo rendendo conto che il grido dei poveri e il grido della terra sono lo stesso grido (cfr Enc. Laudato si’, 49). Pertanto, quando lavoriamo per la trasformazione ecologica, dobbiamo tenere presenti gli effetti che alcune scelte ambientali producono sulle povertà. Non tutte le soluzioni ambientali hanno gli stessi effetti sui poveri, e quindi vanno preferite quelle che riducono la miseria e le diseguaglianze. Mentre cerchiamo di salvare il pianeta, non possiamo trascurare l’uomo e la donna che soffrono. L’inquinamento che uccide non è solo quello dell’anidride carbonica, anche la diseguaglianza inquina mortalmente il nostro pianeta. Non possiamo permettere che le nuove calamità ambientali cancellino dall’opinione pubblica le antiche e sempre attuali calamità dell’ingiustizia sociale, anche delle ingiustizie politiche. Pensiamo, per esempio, a un’ingiustizia politica; il povero popolo martoriato dei Rohingya che vaga da una parte all’altra perché non può abitare nella propria patria: un’ingiustizia politica.

C’è poi una insostenibilità delle nostre relazioni: in molti Paesi le relazioni delle persone si stanno impoverendo. Soprattutto in Occidente, le comunità diventano sempre più fragili e frammentate. La famiglia, in alcune regioni del mondo, soffre una grave crisi, e con essa l’accoglienza e la custodia della vita. Il consumismo attuale cerca di riempire il vuoto dei rapporti umani con merci sempre più sofisticate – le solitudini sono un grande affare nel nostro tempo! –, ma così genera una carestia di felicità. E questa è una cosa brutta. Pensate all’inverno demografico, per esempio, come è in rapporto con tutto questo. L’inverno demografico dove tutti i Paesi stanno diminuendo grandemente, perché non si fanno figli, ma conta più avere un rapporto affettivo con i cagnolini, con i gatti e andare avanti così. Bisogna riprendere a procreare. Ma anche in questa linea dell’inverno demografico c’è la schiavitù della donna: una donna che non può essere madre perché appena incomincia a salire la pancia, la licenziano; alle donne incinte non è sempre consentito lavorare.

C’è infine una insostenibilità spirituale del nostro capitalismo. L’essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio, prima di essere un cercatore di beni è un cercatore di senso. Noi tutti siamo cercatori di senso. Ecco perché il primo capitale di ogni società è quello spirituale, perché è quello che ci dà le ragioni per alzarci ogni giorno e andare al lavoro, e genera quella gioia di vivere necessaria anche all’economia. Il nostro mondo sta consumando velocemente questa forma essenziale di capitale accumulata nei secoli dalle religioni, dalle tradizioni sapienziali, dalla pietà popolare. E così soprattutto i giovani soffrono per questa mancanza di senso: spesso di fronte al dolore e alle incertezze della vita si ritrovano con un’anima impoverita di risorse spirituali per elaborare sofferenze, frustrazioni, delusioni e lutti. Guardate la percentuale di suicidi giovanili, com’è salita: e non li pubblicano tutti, nascondono la cifra. La fragilità di molti giovani deriva dalla carenza di questo prezioso capitale spirituale – io dico: voi avete un capitale spirituale? Ognuno si risponda dentro – un capitale invisibile ma più reale dei capitali finanziari o tecnologici. C’è un urgente bisogno di ricostituire questo patrimonio spirituale essenziale. La tecnica può fare molto; ci insegna il “cosa” e il “come” fare: ma non ci dice il “perché”; e così le nostre azioni diventano sterili e non riempiono la vita, neanche la vita economica.

Trovandomi nella città di Francesco, non posso non soffermarmi sulla povertà. Fare economia ispirandosi a lui significa impegnarsi a mettere al centro i poveri. A partire da essi guardare l’economia, a partire da essi guardare il mondo. Senza la stima, la cura, l’amore per i poveri, per ogni persona povera, per ogni persona fragile e vulnerabile, dal concepito nel grembo materno alla persona malata e con disabilità, all’anziano in difficoltà, non c’è “Economia di Francesco”. Direi di più: un’economia di Francesco non può limitarsi a lavorare per o con i poveri. Fino a quando il nostro sistema produrrà scarti e noi opereremo secondo questo sistema, saremo complici di un’economia che uccide. Chiediamoci allora: stiamo facendo abbastanza per cambiare questa economia, oppure ci accontentiamo di verniciare una parete cambiando colore, senza cambiare la struttura della casa? Non si tratta di dare pennellate di vernice, no: bisogna cambiare la struttura. Forse la risposta non è in quanto noi possiamo fare, ma in come riusciamo ad aprire cammini nuovi perché gli stessi poveri possano diventare i protagonisti del cambiamento. In questo senso ci sono esperienze molto grandi, molto sviluppate in India e nelle Filippine.

San Francesco ha amato non solo i poveri, ha amato anche la povertà. Questo modo di vivere austero, diciamo così. Francesco andava dai lebbrosi non tanto per aiutarli, andava perché voleva diventare povero come loro. Seguendo Gesù Cristo, si spogliò di tutto per essere povero con i poveri. Ebbene, la prima economia di mercato è nata nel Duecento in Europa a contatto quotidiano con i frati francescani, che erano amici di quei primi mercanti. Quella economia creava ricchezza, certo, ma non disprezzava la povertà. Creare ricchezza senza disprezzare la povertà. Il nostro capitalismo, invece, vuole aiutare i poveri ma non li stima, non capisce la beatitudine paradossale: “beati i poveri” (cfr Lc 6,20). Noi non dobbiamo amare la miseria, anzi dobbiamo combatterla, anzitutto creando lavoro, lavoro degno. Ma il Vangelo ci dice che senza stimare i poveri non si può combattere nessuna miseria. Ed è invece da qui che dobbiamo partire, anche voi imprenditori ed economisti: abitando questi paradossi evangelici di Francesco. Quando io parlo con la gente o confesso, io domando sempre: “Lei dà l’elemosina ai poveri?” – “Sì, sì, sì!” – “E quando lei dà l’elemosina al povero, lo guarda negli occhi?” – “Eh, non so …” – “E quando tu dai l’elemosina, tu butti la moneta o tocchi la mano del povero?”. Non guardano gli occhi e non toccano; e questo è un allontanarsi dallo spirito di povertà, allontanarsi dalla vera realtà dei poveri, allontanarsi dall’umanità che deve avere ogni rapporto umano. Qualcuno mi dirà: “Papa, siamo in ritardo, quando finisci?”: finisco adesso.

E alla luce di questa riflessione, vorrei lasciarvi tre indicazioni di percorso per andare avanti.

La prima: guardare il mondo con gli occhi dei più poveri. Il movimento francescano ha saputo inventare nel Medioevo le prime teorie economiche e persino le prime banche solidali (i “Monti di Pietà”), perché guardava il mondo con gli occhi dei più poveri. Anche voi migliorerete l’economia se guarderete le cose dalla prospettiva delle vittime e degli scartati. Ma per avere gli occhi dei poveri e delle vittime bisogna conoscerli, bisogna essere loro amici. E, credetemi, se diventate amici dei poveri, se condividete la loro vita, condividerete anche qualcosa del Regno di Dio, perché Gesù ha detto che di essi è il Regno dei cieli, e per questo sono beati (cfr Lc 6,20). E lo ripeto: che le vostre scelte quotidiane non producano scarti.

La seconda: voi siete soprattutto studenti, studiosi e imprenditori, ma non dimenticatevi del lavoro, non dimenticatevi dei lavoratori. Il lavoro delle mani. Il lavoro è già la sfida del nostro tempo, e sarà ancora di più la sfida di domani. Senza lavoro degno e ben remunerato i giovani non diventano veramente adulti, le diseguaglianze aumentano. A volte si può sopravvivere senza lavoro, ma non si vive bene. Perciò, mentre create beni e servizi, non dimenticatevi di creare lavoro, buon lavoro e lavoro per tutti.

La terza indicazione è: incarnazione. Nei momenti cruciali della storia, chi ha saputo lasciare una buona impronta lo ha fatto perché ha tradotto gli ideali, i desideri, i valori in opere concrete. Cioè, li ha incarnati. Oltre a scrivere e fare congressi, questi uomini e donne hanno dato vita a scuole e università, a banche, a sindacati, a cooperative, a istituzioni. Il mondo dell’economia lo cambierete se insieme al cuore e alla testa userete anche le mani. I tre linguaggi. Si pensa: la testa, il linguaggio del pensiero, ma non solo, unito al linguaggio del sentimento, del cuore. E non solo: unito al linguaggio delle mani. E tu devi fare quello che senti e pensi, sentire quello che fai e pensare quello senti e fai. Questa è l’unione dei tre linguaggi. Le idee sono necessarie, ci attraggono molto soprattutto da giovani, ma possono trasformarsi in trappole se non diventano “carne”, cioè concretezza, impegno quotidiano: i tre linguaggi. Le idee sole si ammalano e noi finiremo in orbita, tutti, se sono solo idee. Le idee sono necessarie, ma devono diventare “carne”. La Chiesa ha sempre respinto la tentazione gnostica – gnosi, quello della idea sola –, che pensa di cambiare il mondo solo con una diversa conoscenza, senza la fatica della carne. Le opere sono meno “luminose” delle grandi idee, perché sono concrete, particolari, limitate, con luce e ombra insieme, ma fecondano giorno dopo giorno la terra: la realtà è superiore all’idea (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 233). Cari giovani, la realtà è sempre superiore all’idea: state attenti a questo.

Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio per il vostro impegno: grazie. Andate avanti, con l’ispirazione e l’intercessione di San Francesco. E io – se siete d’accordo – vorrei concludere con una preghiera. Io la leggo e voi con il cuore la seguite:

Padre, Ti chiediamo perdono per aver ferito gravemente la terra, per non aver rispettato le culture indigene, per non avere stimato e amato i più poveri, per aver creato ricchezza senza comunione. Dio vivente, che con il tuo Spirito hai ispirato il cuore, le braccia e la mente di questi giovani e li hai fatti partire verso una terra promessa, guarda con benevolenza la loro generosità, il loro amore, la loro voglia di spendere la vita per un ideale grande. Benedicili, Padre, nelle loro imprese, nei loro studi, nei loro sogni; accompagnali nelle difficoltà e nelle sofferenze, aiutali a trasformarle in virtù e in saggezza. Sostieni i loro desideri di bene e di vita, sorreggili nelle loro delusioni di fronte ai cattivi esempi, fa’ che non si scoraggino e continuino nel cammino. Tu, il cui Figlio unigenito si fece carpentiere, dona loro la gioia di trasformare il mondo con l’amore, con l’ingegno e con le mani. Amen.

E grazie tante.

Guarda il video del discorso


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Al termine fa seguito la lettura e la firma del Patto da parte del Papa e di una ragazza a nome di tutti i giovani.



Di seguito il testo integrale

Noi, giovani economisti, imprenditori, changemakers, chiamati qui ad Assisi da ogni parte del mondo, consapevoli della responsabilità che grava sulla nostra generazione, ci impegniamo ora, singolarmente e tutti insieme, a spendere la nostra vita affinché l’economia di oggi e di domani diventi una Economia del Vangelo.

Quindi:
un’economia di pace e non di guerra,
un’economia che contrasta la proliferazione delle armi, specie le più distruttive,
un’economia che si prende cura del creato e non lo depreda,
un’economia a servizio della persona, della famiglia e della vita, rispettosa di ogni donna, uomo, bambino, anziano e soprattutto dei più fragili e vulnerabili,
un’economia dove la cura sostituisce lo scarto e l’indifferenza,
un’economia che non lascia indietro nessuno, per costruire una società in cui le pietre scartate dalla mentalità dominante diventano pietre angolari,
un’economia che riconosce e tutela il lavoro dignitoso e sicuro per tutti, in particolare per le donne,
un’economia dove la finanza è amica e alleata dell’economia reale e del lavoro e non contro di essi,
un’economia che sa valorizzare e custodire le culture e le tradizioni dei popoli, tutte le specie viventi e le risorse naturali della Terra,
un’economia che combatte la miseria in tutte le sue forme, riduce le diseguaglianze e sa dire, con Gesù e con Francesco, “beati i poveri”,
un’economia guidata dall’etica della persona e aperta alla trascendenza,
un’economia che crea ricchezza per tutti, che genera gioia e non solo benessere perché una felicità non condivisa è troppo poco.

Noi in questa economia crediamo. Non è un’utopia, perché la stiamo già costruendo. E alcuni di noi, in mattine particolarmente luminose, hanno già intravisto l’inizio della terra promessa.


Assisi, 24 settembre 2022

Le economiste, gli economisti, le imprenditrici, gli imprenditori, le e i changemakers, le studentesse, gli studenti, le lavoratrici, i lavoratori

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Guarda il video integrale


NESSUN MIRACOLO VALE IL BRUSIO DEI POVERI - Il vero contrario dell'amore non è l'odio, è l'indifferenza... Il male più grande che noi possiamo fare è di non fare il bene. - XXVI Domenica Tempo Ordinario Anno C - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Ronchi

NESSUN MIRACOLO VALE IL BRUSIO DEI POVERI


 Il vero contrario dell'amore non è l'odio, è l'indifferenza...
Il male più grande che noi possiamo fare è di non fare il bene.


I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:
  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire

In quel tempo, Gesù disse ai farisei:
«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.
Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.
Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.

E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”». Luca 16,19-31


per i social

NESSUN MIRACOLO VALE IL BRUSIO DEI POVERI

Il vero contrario dell'amore non è l'odio, è l'indifferenza... Il male più grande che noi possiamo fare è di non fare il bene.

La storia del ricco e del povero Lazzaro inizia con il tono di una favola, e si snoda con il sapore di un apologo morale: c'è uno che si gode la vita, al quale ben presto la vita stessa presenta il conto.
Il cuore della parabola sta nella parola posta sulla bocca di Abramo: 'abisso', un grande abisso è stabilito tra noi e voi.
Questo baratro separava i due personaggi già in terra: uno affamato e l'altro sazio, uno in salute e l'altro coperto di piaghe. Il ricco banchetta e spreca, Lazzaro guarda con occhi tristi e affamati, a gara con i cani, se sotto la tavola è caduta una briciola.
Morì il povero e fu portato nel seno di Abramo, morì il ricco e fu sepolto nell'inferno.
Ma perché il ricco è condannato nell'abisso di fuoco?
Di quale peccato si è macchiato?

Per lui Lazzaro semplicemente non c'era, non esisteva, era un nulla. Doveva scavalcarlo sulla soglia ogni volta che entrava nella sua villa, ma neppure lo vedeva! Senza fargli del male, lo annientava.
Gesù non denuncia una mancanza o una qualche trasgressione ai precetti. Mette in evidenza il nodo di fondo: un modo iniquo di abitare la terra, un modo profondamente ateo, anche se non trasgredisce nessuna legge.
Gesù crea una storia, e mentre racconta prima di tutto vede una realtà profondamente malata, da dove sale uno stridore, un conflitto, un orrore che avvolge tutto. E che ci fa provare vergogna, perché il vero contrario dell'amore non è l'odio, è l'indifferenza per cui l'altro neppure esiste, è solo un'ombra fra i cani. Lazzaro è così vicino da inciamparci, ma il ricco neppure lo vede.

Un mondo così, dove uno vive da re e uno da rifiuto, è quello sognato da Dio?

Il male più grande che noi possiamo fare è di non fare il bene. Allora capiamo che l'eternità è già iniziata ora, che l'inferno è solo il prolungamento delle nostre scelte.

Padre Abramo, mandalo dai miei fratelli perché li ammonisca, ho paura per loro!
Ma non serve che un morto ritorni: non la morte ammaestra, ma la vita stessa. Chi non si è posto il problema davanti al mistero magnifico e dolente che è la vita, non se lo porrà davanti al mistero ben più piccolo che è la morte.
Non è la morte che converte, ma la vita vissuta nel bene, perché non c'è miracolo così grande che valga il brusìo dei poveri.

Nella parabola Dio non è mai nominato, eppure era presente, vicino al suo amico Lazzaro, pronto a contargli una ad una ogni briciola ricevuta, e a custodirla per sempre.
Egli non vive in casa del ricco egoista; vive con il piccolo, lo straniero, il più piagato. È lì dove un uomo non ha attorno nessuno, se non dei cani. Lì dove io ho paura di finire.
La terra è piena di Lazzari. E se Gesù dà al povero il nome del suo amico Lazzaro, ogni povero abbia da ora, anche per me, un nome d'amico.

per Avvenire

Attenzione agli invisibili. Vi si rifugia l'eterno.  (...)

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Non cedete alla rassegnazione, non lasciatevi afferrare dalla mentalità dominante, non assecondate mai la sfiducia. Omelia dell’Arcivescovo Don Mimmo Battaglia (Testo e video)

Non cedete alla rassegnazione, 
non lasciatevi afferrare dalla mentalità dominante, 
non assecondate mai la sfiducia. 
Omelia dell’Arcivescovo Don Mimmo Battaglia
per la Solennità di San Gennaro 2022
 (Testo e video) 





19.09.2022

Sorelle e fratelli carissimi,

ancora una volta ci ritroviamo insieme, come Chiesa partenopea, nel giorno natale del vescovo e martire Gennaro. Può sembrare strano definire così un giorno in cui la violenza sembrò prevalere, in cui l’odio selvaggio apparve non conoscere limiti, in cui un discepolo di Cristo per la sua fede venne ucciso in un modo cruento e terribile. Ma sappiamo bene che la logica evangelica è fatta di ribaltamenti improvvisi, di rovesciamenti dei soliti punti di vista, di rottura degli schemi mondani e razionali a cui spesso siamo abituati. Ed è così che presto i cristiani impararono a riconoscere la morte come una nuova nascita, comprendendo bene che per chi ama, l’ultimo respiro su questa terra diviene il primo respiro nel cuore di Dio. Perché tutto passa, tranne l’amore. L’amore resta. Vive. Cammina. Supera i confini della morte, rompendo i binari dello spazio e del tempo, in quella che nel Credo chiamiamo “comunione dei santi”. Ed è in questa comunione che oggi ci raduniamo. 
Nella consapevolezza che il vescovo Gennaro è presente, così come sono presenti tutti coloro che come lui hanno amato il Signore e i fratelli, spendendosi oltre misura per la causa del Vangelo, dell’uomo, del bene.

Nella vita ci si può spendere infatti per tante cause: per il successo, per la carriera, per il denaro, per il potere. Ma tutto questo appartiene a quella che l’evangelista Giovanni definirebbe la “logica del mondo”, quella logica contraria al pensiero di Gesù che, come abbiamo ascoltato pocanzi, ci aveva messo in guardia: se hanno perseguitato me perseguiteranno anche voi…perché non conoscono colui che mi ha mandato! Il Maestro ci sta dicendo che chi non conosce Dio, chi non conosce l’Amore, chi non conosce Dio come Amore cede facilmente alle logiche egoistiche, alla mentalità del dominio, alla forza della violenza, perché non avendo trovato la fonte vera della felicità, si abbevera a pozzanghere di acqua sporca senza mai dissetarsi realmente. Quante volte, anche nella nostra città, vediamo imperversare questa logica! E quante volte anche come credenti siamo tentati di gettare la spugna, di evitare di contrastarla poiché cadiamo nella sfiducia, iniziando a credere che gli strumenti del bene, della bellezza, della bontà in fondo sono vittoriosi solo nelle favole e nei film! Ma la Parola oggi ci dice altro. Ci dice che coloro che sembravano di aver perso in realtà hanno vinto. E hanno vinto grazie al sangue dell’Agnello, grazie a Colui che per primo, vittima della violenza gratuita, ci ha testimoniato che l’amore trapassa il muro della morte, che l’amore non può essere sconfitto, che l’amore è un seme destinato a fiorire e a portare frutto, anche quando conosce l’inverno ed è nascosto per un periodo sottoterra, silenzioso, invisibile. 

Per questo oggi vorrei dire a tutti voi: 
non cedete alla rassegnazione, non lasciatevi afferrare dalla mentalità dominante, non assecondate mai la sfiducia. Oggi il vescovo Gennaro, il segno del suo sangue versato per amore di Cristo e dei fratelli, ci dice che il bene, la bellezza, la bontà sono e saranno sempre vittoriose. Questo è il senso di questo sangue che, unito al sangue versato da Cristo e a quello di tutti martiri di ogni luogo e di ogni tempo, è testimonianza viva che l’amore vince sempre.

Poco importa, fratelli e sorelle mie, che il sangue si sciolga o meno: non riduciamo mai questa celebrazione a un oracolo da consultare! Credetemi, ciò che importa davvero al Signore, ciò che ci chiede con forza il nostro vescovo e martire Gennaro è l’impegno quotidiano a scommettere sull’amore, a sciogliere i grumi dell’egoismo, a rompere le solide dighe che trattengono il bene lasciando che la linfa dell’amore, come il sangue, scorra nelle vene del corpo di questa città, fino all’ultimo capillare, donando a tutti speranza, fiducia, possibilità di riscatto e novità di vita!

Non nascondiamoci la verità: sono tanti in questo periodo storico i motivi per essere preoccupati, le ragioni per cui scoraggiarsi. Dalla guerra alla crisi energetica, da una pandemia globale al male endemico della criminalità locale. Ma non dimentichiamo neanche che dinanzi alle difficoltà della storia spesso a pagare sono quasi sempre gli ultimi, i poveri, i più piccoli, anche di età! 
Questa nostra città metropolitana ha bisogno di un sangue vivo, di una nuova linfa d’amore, di una nuova speranza! È questo che oggi il Signore ci chiede e Gennaro ci domanda!

Ricordo quanto tanti anni fa, nella mia terra, vidi per la prima volta il film “Scugnizzi”. Ero diventato prete da un anno. In quel tempo già conoscevo Napoli, ma poco. E gli scugnizzi a cui pensavo erano quelli che, come prete, incontravo ogni giorno, giovani, adolescenti in difficoltà. Alcuni poi li avrei incontrati più avanti, caduti nel tunnel della droga. Non vi nascondo che in quest’ultimo anno e mezzo, passeggiando per le vie del centro storico o recandomi in visita nelle parrocchie, in carcere o nelle associazioni, tante volte mi è venuto in mente quel film. E, in particolare, incontrando tante persone, di ogni ceto e condizione sociale, spesso canticchiavo silenziosamente, nella mia testa, una canzone. Sicuramente la conoscete anche voi, il suo testo recita così:

Gente, magnifica gente / vicina e distante / dalla nostra realtà / gente, magnifica gente di questa città. /
Gente che vede e che sente / e fa’ finta di niente /per non sporcarsi / gente, magnifica gente di questa città.

Fratelli e sorelle, dobbiamo ammettere che a distanza di anni questa canzone è ancora tanto vera!
A volte mi sembra che Napoli non sia un’unica città ma un luogo in cui convivono nello stesso spazio geografico città differenti, che mai si incontrano anche quando sono l’una accanto all’altra. Si, perché per incontrarsi non basta abitare lo stesso luogo, neanche la stessa casa. Per incontrarsi veramente occorre parlare, guardarsi negli occhi, comprendere i desideri e i problemi dell’altro, conoscere il suo nome, la sua storia, il suo punto di vista. A volte questo non accade nella nostra terra partenopea e non di rado, chi è più fortunato o semplicemente ha più mezzi culturali prima ancora che materiali per fare qualcosa, afferrato dal timore, dalla paura o peggio ancora dall’indifferenza, si gira dall’altra parte, facendo finta che non esistano il male cancerogeno della camorra e della cultura mafiosa, della povertà educativa e della disoccupazione, piaga che investe in modo drammatico i nostri giovani, spesso costretti a emigrare. La canzone, infatti, continua come un appello crudo, urlato, come una domanda ironica che è al contempo un’invocazione accorata alla gente di Napoli da parte dei suoi figli più piccoli:

Ma per i ragazzi che toccano il fuoco / e possono bruciarsi /per questi ragazzi che stanno crescendo / e vogliono imparare / per questi ragazzi che alzano le braccia / e si vogliono salvare /ci sta tutta la magnifica gente /di questa città.

Non vorrei risultare inopportuno nel pensare che dall’alto del cielo, con il suo sguardo attento sui nostri accadimenti, osservando la condizione di tanti figli di Napoli questa canzone non sia stata sussurrata anche da S. Gennaro! Sono certo che anche lui unisce la sua voce alla voce dei più piccoli per chiedere il miracolo della solidarietà, per impetrare dai nostri cuori induriti e indifferenti il prodigio del bene comune, per invocare la liquefazione di quei grumi sociali fatti di promesse non mantenute, di impegni dichiarati e non perseguiti, di individualismi incancreniti che faticano a creare rete e comunità, unica via per spargere il bene a piene mani! 

Gente di Napoli, ciò che ti rende magnifica è la tua capacità di amare, ciò che ancor più può renderti tale è attingere alla fonte dell’amore che è Cristo stesso: non temere di seguirlo e di magnificare il Signore per quanto opererà in te, nei tuoi piccoli, tra i tuoi poveri, per chi siede ai margini della società!

Gente di Napoli, ogni figlio di questa città ti appartiene ed è per questo che occorre impegnarsi ancor di più nel processo del Patto Educativo, ridestando il “noi” in chi si occupa di educazione: nel mese di ottobre in alcune zone della città muoveranno i primi passi dei tavoli volti a creare delle “reti educative” territoriali. Delle reti capaci di arrivare prima del sistema camorristico: un sistema che uccide un povero clochard prescelto per essere cavia dell’apprendistato di un ragazzo apprendista killer, un sistema che arruola sempre più minori non imputabili di reato, un sistema che guarda ai giovani non veduti dagli altri come fonte di nuove reclute! Il Patto deve e può prevenire tutto questo, attraverso delle reti educ–attive, con due t, reti in cui tutti dimostrino volontà fattiva di camminare insieme!

Gente di Napoli, magnifica gente della mia terra partenopea, è solo dal sedersi insieme, dalla volontà di essere non solo l’uno accanto all’altro ma l’uno per l’altro che si può cambiare la cultura dell’indifferenza, dando vita a una rete educativa a maglie “strette”, dando così speranza al presente e al futuro di questa nostra terra.

E tu Chiesa partenopea, radunata in Sinodo, oggi più che mai devi essere a servizio di questo processo culturale che pone al centro l’uomo, l’uomo ferito, per divenire sempre più ciò che già sei, un ospedale da campo, una comunità in uscita, un lievito capace di fermentare la pasta del nostro popolo strappandolo allo scoraggiamento e restituendolo alla speranza! 
Il fuoco del Vangelo, che arde nel tuo cuore, come spinse il Vescovo Gennaro a donare la vita per la fedeltà a Cristo e per amore ai fratelli, ti sta spingendo e ti spingerà sempre più a percorrere con entusiasmo le strade della nostra terra, per annunciare che nessuno è perduto, che una speranza c’è e che è sempre possibile ricominciare a vivere nel bene e con dignità, perché il bene e la dignità dell’uomo sono custoditi da un amore incondizionato che ci previene e ci raggiunge anche in mezzo alle difficoltà. E per noi quest’amore incondizionato ha un volto e un nome, il volto e il nome di Gesù Cristo!

Fratelli e sorelle, la canzone citata si racchiude con una constatazione finale che da urlo disperato la trasforma in un’affermazione di speranza: Gente che ama la gente, sta gente ce sta!

Si, ne sono certo. Napoli è piena di gente che ama la gente. E questa gente è la sua vera e più grande ricchezza. E questa gente deve contagiare anche la gente che fa fatica ad amare, la gente che si isola, che si arrocca nei suoi piccoli paradisi artificiali, la gente ferita che delusa non vuole più scommettere sulla comunità e sul bene comune.

Nell’amore che è più forte della morte, nell’amore che unisce cielo e terra, affido a te vescovo Gennaro la magnifica gente della nostra Napoli. Continua dal cielo a sorreggerla con la testimonianza della tua vita generosa fino al martirio: che il segno del tuo sangue continui a sussurrare al cuore di ciascuno di noi che nella vita vince chi ama e che non c’è amore più grande che donare la vita per i propri amici! Tu che, come Vescovo, non sei stato chiuso e nascosto nelle mura sicure di casa, pensando al tuo interesse, ma sei piuttosto andato a servire i fratelli imprigionati per il nome di Cristo, insegna a chiunque ricopre un ruolo di responsabilità e di governo o a chiunque ambisce a ricoprirlo che il potere senza amore è destinato a far male agli altri come a sé, mentre il servizio autentico e disinteressato, mosso dall’amore per il bene, rimane nella memoria grata della storia. I potenti che hai incontrato e che ti hanno ucciso non sono ricordati dalla storia ma tu, che hai amato senza riserve, oggi sei vivo in mezzo a noi.

Prega per noi Gennaro, prega per la tua Napoli, per i suoi figli più fragili, per chi é afflitto dalla fatica di vivere e corre il rischio di perdere la speranza. Serviti della tua Chiesa partenopea e delle tante persone mosse dal bene per porre segni concreti di vita, per afferrare la mano di chi non ce la fa, per dare vita a nuove primavere sociali!


Prega Gennaro, per l’Italia intera, per le tante famiglie attonite dinanzi a un costo della vita sempre più insostenibile e suscita nel cuore dei governanti e dei legislatori, a qualsiasi parte appartengano, il desiderio autentico di servire la comunità con onestà e senza privilegi, mettendo il bene degli ultimi al primo posto, cosicché nessuno resti fuori dalla possibilità di una vita dignitosa! Prega Gennaro, per l’Europa intera e per il mondo, afflitto da una guerra mondiale a pezzi, come dice il nostro Papa Francesco, fatta di tante guerre note e meno note, alcune combattute con le armi, e altre attraverso la spietatezza di un’economia senza cuore: la testimonianza evangelica del tuo amore non violento e l’offerta pacifica della tua vita ci insegnino che è possibile scommettere sulla pace, che è possibile un mondo senza violenza, che è possibile trasformare il male in bene!

Prega Gennaro, per ciascuno di noi, liberaci dalla logica di una vita vissuta a delegare, ridesta in noi il desiderio dell’impegno, aiutaci ad avere il coraggio di pagare di persona testimoniando la bellezza della luce anche tra le tenebre più fitte: e dacci di credere con tutto noi stessi che la nostra piccola luce, unita alle altre, nutrita e abitata dalla luce di Dio, diverrà il primo sole di un mondo nuovo!

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