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sabato 28 marzo 2020

V Domenica di Quaresima (A) - La risurrezione di Lazzaro a cura della Fraternità Carmelitana di Barcellona P.G.

V Domenica di Quaresima (A) 
La risurrezione di Lazzaro 
a cura della Fraternità Carmelitana 
di Barcellona P.G.


1. Ascolto orante del vangelo di Giovanni (11,1-45)
Con la consapevolezza che nel battesimo (o iniziazione cristiana) siamo stati inseriti in Cristo per assumere il suo stile di vita, siamo morti con lui all’egoismo e all’individualismo, siamo risorti con lui ad un modo nuovo di vivere, siamo stati inseriti nella Chiesa, che Cristo ha voluto che vivesse come comunità di fratelli e di sorelle in lui, apriamo oggi con fiducia il vangelo di Giovanni al cap. 11.
Facciamo una breve pausa di silenzio, chiedendo allo Spirito che ci apri alla comprensione di questo scritto che contiene la Parola di Dio per noi oggi.
Adesso leggiamo attentamente e con calma la pagina del cap. 11 dal verso 1 fino al verso 45.

1. Anche questa pagina del vangelo di Giovanni apre davanti a noi il percorso di un itinerario battesimale, significativo per verificare la dimensione amicale, fraterna e comunitaria della nostra vita cristiana oggi.
Qui, infatti, a Betania (che significa “casa del povero” o anche “casa della grazia”) c’è una casa, una comunità di fratelli e di sorelle: Lazzaro, Marta e Maria. È detto più volte, e con una certa insistenza, che Gesù ama Lazzaro, Marta e Maria. Gesù ama questa comunità, così come ama le nostre famiglie (chiese domestiche), le nostre comunità parrocchiali, le nostre comunità religiose, i nostri movimenti o gruppi ecclesiali, le associazioni di volontariato, ecc.
Più avanti, al cap. 13, subito dopo aver lavato i piedi ai suoi discepoli – gesto che doveva fare, non il padrone di casa, ma lo schiavo nei confronti degli ospiti, gesto che, invece, compie Gesù, il Maestro e il Signore, affinché i discepoli imparino ad amarsi a vicenda, ad accogliersi e a servirsi vicendevolmente – Gesù consegna loro il comandamento nuovo: «che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,34-35). Più avanti ancora, in Gv 15,12-17, insisterà sull’amore vicendevole tra i discepoli, con un’aggiunta che rafforza la relazione di amore: i discepoli per Gesù sono suoi amici (anche Lazzaro Gesù chiama «nostro amico»: Gv 11,11), perché a loro ha comunicato tutto quanto ha ascoltato dal Padre suo (vv. 14-15). È interessante notare che Gesù non dice: “Come io ho amato voi, così vuoi amate me”. No. Egli, invece, chiede – ed è un comandamento! – reciprocità di amore tra i discepoli, tra i fratelli e le sorelle che lui ama di un amore gratuito e incondizionato, i quali, proprio per questo, hanno scelto di seguire lui. Ecco: Gesù, chiedendo reciprocità tra i suoi discepoli, sta chiedendo un livello di amore fraterno e di sororità più maturo sia dal punto di vista umano che di fede, un amore fraterno e di sororità “più forte della morte” (cf. Cantico dei Cantici 8,6), più forte delle “grandi tempeste” della vita (cf. Cantico dei Cantici 8,7).

2. Ma di Lazzaro si dice che era malato, era debole e fragile (Gv 11,1.3). Di questa sua malattia ne soffre il resto della comunità, Marta e Maria, ma anche gli amici della comunità. Ci possiamo chiedere: di quale malattia si tratta? Forse l’amore fraterno di questa comunità, così come lo vuole Gesù, si sta raffreddando, sta morendo, a causa di un marcato individualismo, di una eccentrica autoreferenzialità, di un narcisismo patologico (“tutto il mondo attorno a me”…). Forse al centro di questa comunità non sta più Gesù (lui che non era un eccentrico), ma l’io del discepolo. Di questo sembrano averne consapevolezza le sorella Marta e Maria: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!» (Gv 11,21.32).  


3. Come si comporta Gesù? Secondo una logica tutta umana, in modo cinico. Dal punto di vista della fede, invece è il modo più coerente e nello stesso tempo più impegnativo. Infatti, Gesù attende che Lazzaro muoia affinché si manifesti la Gloria di Dio (Gv 11,4.40), la presenza efficace e amante di Dio. Vale a dire: è necessario che Lazzaro muoia in Cristo, muoia della sua malattia per ritornare a vivere la fraternità; è necessario che in lui muoia il suo individualismo, il suo modo maldestro ed eccentrico di vivere la fraternità, per vivere l’amore fraterno vicendevole come Gesù l’ha comandato.
È necessario, quindi, entrare nel dinamismo della morte come evento pasquale di rinascita in Cristo e alla vera fraternità. Senza comprenderlo del tutto, l’aveva affermato anche Tommaso, quando disse agli altri discepoli suoi confratelli: «Andiamo anche noi a morire con lui» (Gv 11,16). D'altronde, proprio il vangelo di Giovanni ci dice che sotto la Croce, evento pasquale (e non funerario… ), nasce la Chiesa come fraternità e sororità: «Gesù, vedendo la madre e accanto a lui il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!”. E da quell'ora il discepolo l’accolse con sé» (Gv 19,26-27).

Che l’esperienza pasquale della comunità di Betania, diventi l’esperienza delle nostre comunità ecclesiali e delle nostre comunità domestiche, affinché, sull'esempio del Signore Gesù, impariamo ad amare i fratelli e le sorelle nella fede e in umanità, con un amore gratuito, fedele e incondizionato.
Andiamo, allora, nella Bibbia al Libro dei Salmi e preghiamo con il Salmo 130, il salmo che, con un grido che viene dal profondo di chi è caduto nell'abisso del non-senso, chiede a Dio la forza del suo perdono per poter risalire e rinascere alla fraternità e al senso vero dell’umano, anche in questi tempi difficili per la pandemia del coronavirus.


2. Intercessioni
Abbiamo già percorso un bel tratto del nostro cammino quaresimale e si avvicina il grande giorno del nostro riscatto. Intensifichiamo il nostro impegno di conversione e per questo innalziamo al Signore Gesù le nostre preghiere ed insieme diciamo:

            R/ Tu sei la vita e nostra la resurrezione, Signore

- Visita, Signore Gesù, la tua Chiesa, così come ti sei fatto presente a Betania nella casa di Lazzaro, Marta e Maria. Senza di Te la vita fraterna si ammala e la paura della morte, fisica, spirituale o sociale, ci lascia in preda ai vari egoismi. Vieni e grida all'orecchio della tua Chiesa e ad ogni cristiano, affinché si risveglino e tornino a camminare con Te per le vie dell’amore gratuito e della fraternità. Preghiamo.

- Improvvisamente, Signore Gesù, il nostro mondo di oggi a causa di questa pandemia si ritrova in balia delle onde di un mare in tempesta. Abbi pietà dei tanti poveri della terra e fa’ che questo flagello non aggiunga altro dolore alla loro povera esistenza. Dona un barlume di intelligenza ai governanti e ai popoli del benessere e della produzione illimitata, affinché abbiano il coraggio di un discernimento su quanto serva per vivere in modo umano e per custodire il valore prezioso del bene comune. Preghiamo.

- Ti affidiamo, Signore Gesù, tutti i disabili, fisici e mentali con tutte le loro famiglie. Ti affidiamo i malati più gravi e quelli oncologici. Ti affidiamo gli anziani e quanti si ritrovano a vivere in una grande solitudine a motivo di questa quarantena. La tua presenza amorosa sostenga la loro fragilità. Preghiamo.

- Ti preghiamo per tutti noi, messi alla prova da questo ritiro forzato. Aiutaci a viverlo come gesto di amore verso di noi e verso i nostri fratelli, perché il contagio possa interrompersi e la vita possa riprendere il suo ritmo. Aiuta e sostieni quanti sono impegnati nel servizio dell’ordine pubblico, nell'assistenza sanitaria, nella logistica ed anche nella stessa pulizia della città. Preghiamo.

- Davanti a te, o Signore Gesù, assieme ai nostri parenti e amici defunti, ci ricordiamo delle numerose vittime del coronavirus (pausa di silenzio); come pure ci ricordiamo di tutto coloro che muoiono nella solitudine, nell'abbandono e nella disperazione. Doni a tutti di contemplare il tuo Volto e di vivere nella gioia della comunione dei tuoi Santi. Preghiamo.

- Pregare il Padre Nostro

- Concludere con la seguente preghiera:
Esaudisci, Signore Gesù, le nostre suppliche e concedici di custodire i doni che ci elargisci, perché possiamo vivere la nostra esistenza terrena nella fraternità e nell'amore, come preludio della comunione eterna a cui tu ci chiami. Per Cristo nostro Signore. AMEN.


Leggi anche il post già pubblicato:
- PREGARE IN FAMIGLIA - Preparare in casa l’“angolo della preghiera” a cura della Fraternità Carmelitana di Barcellona P.G.

Tu non mi lasci morire - Commento al Vangelo - V domenica di Quaresima (A) a cura di P. Ermes Ronchi

Tu non mi lasci morire 
 È questa la salvezza: il pianto di Dio. 
Sono io l’amico che Egli non accetta di veder finire 
nel nulla della morte.

I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:
  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire
In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». […] Gv 11,1–45


per i social


È questa la salvezza: il pianto di Dio. Sono io l’amico che Egli non accetta di veder finire nel nulla della morte.

Gesù piange. Le lacrime sono la sua ribellione, stupenda “arroganza” dell’amico che si rifiuta di accettare la morte dell’amico.
Amore arrogante fino al grido: vieni fuori!
Di Lazzaro non sappiamo nulla se non che era suo amico. Sappiamo anche di tutte le lacrime versate per la sua morte: di Marta e Maria, dei giudei, di Gesù stesso.
Io invidio Lazzaro non per la vita ridata, ma per essere circondato da amici, segno di una vita riuscita con la santità che è propria dell’amicizia, il sacramento che conforta la vita.
La morte mette in gioco la credibilità di Dio. Se è per sempre, allora Lui è Dio di morte!
Ma un forte filo rosso attraversa tutta la Bibbia: Lui è il Dio dei vivi, non dei morti. Come alla samaritana è ancora a una donna che Gesù regala parole di speranza: Io ci sono e sono colui che adesso, qui, fa rinascere e ripartire da tutte le cadute, gli inverni, gli abbandoni.
Eppure a me che cosa importa di Lazzaro, cosa me ne faccio della sua resurrezione? Lazzaro non è mio amico, non è mio padre o mia madre, non è uno dei miei morti.
A me non importa Lazzaro, mi importano le lacrime di Gesù per l’amico! È questa la salvezza: il pianto di Dio. Sono io l’amico che Egli non accetta di veder finire nel nulla della morte. E quante volte sono morto! Quante volte mi sono addormentato! Era finito l’olio della lampada e.. punto. Finito tutto. Buio immenso di silenzio.
Finita la voglia di amare, e con lei quella di vivere. E mi dicevo in qualche grotta oscura dell’anima: Dio non mi interessa più. Non mi importa se mi ama.

Nel giorno delle lacrime Dio sembra essere lontano. Il suo ritardo pesa.
Poi un seme ha cominciato a spingere, non so dove.. perché. Una pietra si è mossa e si è infilato un raggio di sole, un sussurro d’amico ha percosso il silenzio, delle lacrime hanno bagnato le bende.
Il risvegliarsi dell’umano.
Io sono la risurrezione, io il rialzarsi della vita che si è arresa!
Bella la sequenza delle parole: prima viene la risurrezione e poi la vita, non il contrario.
Siamo chiamati come vivi alla fatica del risorgere per una vita salda, amorevole, generosa, sorridente, creativa. Eterna.

Una vita che rotola armoniosa nelle mani di Dio.
E il perché sta in questo amore fino al pianto. Risorgiamo ora, e dopo la morte, perché il suo vero nemico non è la vita, è l’amore. Forte come la morte, dice il Cantico.
Se il nome di Dio è amore, allora lo è anche Risurrezione.
Lazzaro, vieni fuori! Liberatelo e lasciatelo andare!
Tre ordini per risorgere: esci, liberati e vai. Con passo leggero, su sentieri aperti al sole, in un mondo che sa, sicuro, che qualcuno va ben oltre la morte.
Il vero risorto non è Lazzaro, tornato alla sua vita mortale, ma le sorelle di Betania e tutti i giudei che quel giorno hanno creduto all’amore.
Come chiunque riempia la propria vita di Dio.



per Avvenire

Il racconto della risurrezione di Lazzaro è la pagina dove Gesù appare più umano. Lo vediamo fremere, piangere, commuoversi, gridare (…)

leggi su Avvenire



«Il popolo di Dio segue Gesù … ha quel fiuto di conoscere le strade della salvezza.» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)

S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
28 marzo 2020
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Il Papa: si comincia a vedere gente che ha fame, la Chiesa aiuti chi soffre

Nella Messa a Santa Marta, Francesco rinnova la sua preghiera per le famiglie che iniziano a subire le conseguenze della pandemia del Covid-19. Nell'omelia ha ricordato i sacerdoti e le suore che non hanno dimenticato di appartenere al popolo e continuano ad aiutare poveri e malati anche in questo periodo

Oggi è la 20.ma Messa in diretta streaming dalla Cappella di Casa Santa Marta presieduta da Francesco dopo la sospensione, in Italia e altri Paesi, della celebrazione eucaristica con la partecipazione dei fedeli a causa della pandemia di coronavirus. Il Papa ha letto l’Antifona d'Ingresso: “Flutti di morte mi hanno circondato, mi hanno stretto dolori d'inferno; nella mia angoscia ho invocato il Signore, dal suo tempio ha ascoltato la mia voce” (Sal 17,5-7). Nell’intenzione di preghiera, ha rivolto il suo pensiero a quanti iniziano a subire le conseguenze economiche di questa crisi sanitaria:

In questi giorni, in alcune parti del mondo, si sono evidenziate conseguenze – alcune conseguenze – della pandemia; una di quelle è la fame. Si incomincia a vedere gente che ha fame, perché non può lavorare, non aveva un lavoro fisso, e per tante circostanze. Incominciamo già a vedere il “dopo”, che verrà più tardi ma incomincia adesso. Preghiamo per le famiglie che incominciano a sentire il bisogno a causa della pandemia.

Guarda il video 



Nell’omelia, commentando il Vangelo odierno (Gv 7, 40-53), Francesco ha affermato con forza che i sacerdoti e le suore fanno bene a sporcarsi le mani aiutando i poveri e i malati, anche in questo periodo. La "classe" sacerdotale non deve mai diventare una élite rinchiusa in un servizio religioso staccato dal popolo, non deve mai dimenticare di appartenere al popolo e servirlo. 

Di seguito il testo dell'omelia secondo una nostra trascrizione:

“E ciascuno tornò a casa sua” (Gv. 7,53) : dopo la discussione e tutto questo, ognuno tornò alle sue convinzioni. C’è una spaccatura nel popolo: il popolo che segue Gesù lo ascolta - non se ne accorge del tanto tempo che passa ascoltandolo, perché la Parola di Gesù entra nel cuore - e il gruppo dei dottori della Legge che a priori rifiutano Gesù perché non opera secondo la legge, secondo loro. Sono due gruppi di persone. Il popolo che ama Gesù, lo segue e il gruppo degli intellettuali della Legge, i capi di Israele, i capi del popolo. Questo si vede chiaro “quando le guardie tornarono dai capi dei sacerdoti e dissero: “Perché non lo avete condotto qui?”, risposero le guardie: “Mai un uomo ha parlato così”. Ma i farisei replicarono loro: “Vi siete lasciare ingannare anche voi? Ha forse creduto in lui qualcuno dei capi dei farisei? Ma questa gente che non conosce la Legge è maledetta” (Gv. 7,45-49). Questo gruppo dei dottori della Legge, l’élite, prova disprezzo per Gesù. Ma anche, prova disprezzo per il popolo, “quella gente”, che è ignorante, che non sa nulla. Il santo popolo fedele di Dio crede in Gesù, lo segue, e questo gruppetto di élite, i dottori della Legge, si stacca dal popolo e non riceve Gesù. Ma come mai, se questi erano illustri, intelligenti, avevano studiato? Ma avevano un grande difetto: avevano perso la memoria della propria appartenenza a un popolo.

Il popolo di Dio segue Gesù … non sa spiegare perché, ma lo segue e arriva al cuore, e non si stanca. Pensiamo al giorno della moltiplicazione dei pani: sono stati tutta la giornata con Gesù, al punto che gli apostoli dicono a Gesù: “Congedali, perché vadano via a comprarsi da mangiare” (Cfr. Mc 6,36). Anche gli apostoli prendevano distanza, non avevano in considerazione, non disprezzavano, ma non avevano in considerazione il popolo di Dio. “Che vadano a mangiare”. La risposta di Gesù: “Date voi da mangiare a loro” (CFR. Mc. 6,37). Li rimette nel popolo.

Questa spaccatura tra l’élite dei dirigenti religiosi e il popolo è un dramma che viene da lontano. Pensiamo, anche, nell’Antico Testamento, all’atteggiamento dei figli di Elì nel tempio: usavano il popolo di Dio; e se viene a compiere la Legge qualcuno di loro un po’ ateo, dicevano: “Sono superstiziosi”. Il disprezzo del popolo. Il disprezzo della gente “che non è educata come noi che abbiamo studiato, che sappiamo …”. Invece, il popolo di Dio ha una grazia grande: il fiuto. Il fiuto di sapere dove c’è lo Spirito. È peccatore, come noi: è peccatore. Ma ha quel fiuto di conoscere le strade della salvezza.

Il problema delle élite, dei chierici di élite come questi, è che avevano perso la memoria della propria appartenenza al popolo di Dio; si sono sofisticati, sono passati a un’altra classe sociale, si sentono dirigenti. È il clericalismo questo, che già si dava lì. “Ma come mai – ho sentito in questi giorni – come mai queste suore, questi sacerdoti che sono sani vanno dai poveri a dare loro da mangiare, e possono prendere il coronavirus? Ma dica alla madre superiora che non lasci uscire le suore, dica al vescovo che non lasci uscire i sacerdoti! Loro sono per i sacramenti! Ma a dare da mangiare, che provveda il governo!”. Di questo si parla in questi giorni: lo stesso argomento. “È gente di seconda classe: noi siamo la classe dirigente, non dobbiamo sporcarci le mani con i poveri”.

Tante volte penso: è gente buona – sacerdoti, suore – che non hanno il coraggio di andare a servire i poveri. Qualcosa manca. Quello che mancava a questa gente, ai dottori della Legge. Hanno perso la memoria, hanno perso quello che Gesù sentiva nel cuore: che era parte del proprio popolo. Hanno perso la memoria di quello che Dio disse a Davide: “Io ti ho preso dal gregge”. Hanno perso la memoria della propria appartenenza al gregge.

E questi, ognuno, ciascuno tornò a casa sua (cfr. Gv. 7,53). Una spaccatura. Nicodemo, che qualcosa vedeva – era un uomo inquieto, forse non tanto coraggioso, troppo diplomatico, ma inquieto – è andato da Gesù poi, ma era fedele con quello che poteva; cerca di fare una mediazione e prende dalla Legge: “La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?” (Gv 7,51). Gli risposero; ma non risposero alla domanda sulla Legge: “Sei forse anche tu della Galilea? Studia. Sei un ignorante, e vedrai che dalla Galilea non sorge profeta” (Gv 7,52). E così hanno finito la storia.

Pensiamo anche oggi a tanti uomini e donne qualificati nel servizio di Dio che sono bravi e vanno a servire il popolo; tanti sacerdoti che non si staccano dal popolo. L’altro ieri mi è arrivata una fotografia di un sacerdote, parroco di montagna, di tanti paesini, in un posto dove nevica, e nella neve portava l’ostensorio ai piccoli paesini per dare la benedizione. Non gli importava la neve, non gli importava il bruciore che il freddo gli faceva sentire nelle sue mani a contatto con il metallo dell’ostensorio: soltanto gli importava di portare Gesù alla gente.

Pensiamo, ognuno di noi, da quale parte stiamo, se siamo in mezzo, un po’ indecisi, se siamo con il sentire del popolo di Dio, del popolo fedele di Dio che non può fallire: ha quella infallibilitas in credendo. E pensiamo all’élite che si stacca dal popolo di Dio, a quel clericalismo. E forse ci farà bene a tutti il consiglio che Paolo dà al suo discepolo, il vescovo, giovane vescovo, Timoteo: “Ricordati di tua mamma e di tua nonna” (Cfr. 2 Tim. 1,5) Ricordati di tua mamma e di tua nonna. Se Paolo consigliava questo era perché sapeva bene il pericolo al quale portava questo senso di élite nella dirigenza nostra.

Il Papa ha terminato la celebrazione con l'adorazione e la benedizione eucaristica, invitando a fare la Comunione spirituale. Di seguito la preghiera recitata dal Papa:

Ai Tuoi piedi, o mio Gesù, mi prostro e Ti offro il pentimento del mio cuore contrito che si abissa nel suo nulla alla Tua santa presenza. Ti adoro nel sacramento del Tuo amore, l’ineffabile Eucaristia. Desidero riceverti nella povera dimora che Ti offre il mio cuore; in attesa della felicità della comunione sacramentale voglio possederti in spirito. Vieni a me, o mio Gesù, che io vengo da Te. Possa il Tuo amore infiammare tutto il mio essere per la vita e per la morte. Credo in Te, spero in Te, Ti amo. Così sia.

Prima di lasciare la Cappella dedicata allo Spirito Santo, è stata intonata l’antica antifona mariana Ave Regina Caelorum ("Ave Regina dei Cieli").

(fonte: Vatican News 28/03/2020)

Guarda il video dell'omelia


Guarda il video integrale


«Signore, non lasciarci in balia della tempesta. E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi”» Papa Francesco - Preghiera straordinaria - Adorazione e benedizione Urbi et Orbi 27/03/2020 (foto, testi e video)

MOMENTO STRAORDINARIO DI PREGHIERA
IN TEMPO DI EPIDEMIA
PRESIEDUTO DAL SANTO PADRE
FRANCESCO
Sagrato della Basilica di San Pietro
Venerdì, 27 marzo 2020


Questo pomeriggio, alle ore 18.00, sul sagrato della Basilica di San Pietro, il Santo Padre Francesco ha presieduto un momento straordinario di preghiera in tempo di pandemia con l’Adorazione del Santissimo Sacramento, che si è aperto con l’ascolto della Parola di Dio. Nei pressi del cancello centrale della Basilica Vaticana erano collocati l’immagine della Salus Populi Romani e il Crocifisso di San Marcello.

Al termine della Celebrazione, il Papa ha impartito la Benedizione “Urbi et Orbi”, con la possibilità di ricevere l’indulgenza plenaria.









Pubblichiamo di seguito l’Omelia che il Santo Padre ha pronunciato dopo l’ascolto della Parola di Dio:



«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo ritrovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.

È facile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù. Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40).

Cerchiamo di comprendere. In che cosa consiste la mancanza di fede dei discepoli, che si contrappone alla fiducia di Gesù? Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano. Ma vediamo come lo invocano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Non t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati.

La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità.

Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni. È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai.

Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale. Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza.

Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, e di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi” (cfr 1 Pt 5,7).

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venerdì 27 marzo 2020

#PreghiamoInsieme - Il senso profondo della preghiera. Con Lui davanti al Dio della vita

Il senso profondo della preghiera. 
Con Lui davanti al Dio della vita
di Pierangelo Sequeri



Il Capo se ne sta, dritto e umile, tra Dio e il suo popolo. Non fronteggia l’assemblea degli anziani e la folla dei fedeli, per questa volta. Fronteggia il Signore suo e nostro, il Padre di tutti, il Dio della vita che mille volte già ci ha fatto uscire dalle prigioni della storia, rimettendoci in cammino, perché potessimo celebrare le sue benedizioni e testimoniare la sua misericordia.
Il Capo supplica Dio, per la nostra vita e per le sue promesse, di non abbandonarci. Non siamo stinchi di santi, ma siamo uomini e donne che portano – spesso loro malgrado – i segni della presenza dell’amore di Dio nella storia. Non ne siamo affatto all’altezza: non siamo i migliori che Dio avrebbe potuto trovare, portiamo il tesoro della sua benedizione in vasi di creta, raggiustati più volte, che stanno insieme per miracolo. Però, siamo quelli che Lui si è preso. E abbiamo arrancato per generazioni dietro a Lui: molti hanno perso il passo, molti sono rimasti indietro, molti hanno perso le forze e persino la fiducia. Siamo quello che siamo. Eppure, siamo uomini e donne che tutto vorrebbero, eccetto che essere separati da Lui.

E non abbiamo mai pensato veramente che una creatura umana – chiunque – possa essere abbandonata da Lui. Il Capo, da solo davanti a Dio, rappresenta solennemente tutti noi. E non si sottrae a questo legame profondissimo e struggente. Un vero capo è così. La sua preghiera, in più, ha in serbo una mossa che lo espone direttamente: irresistibile anche per Dio. 'Se tu pensassi di abbandonarli, Signore, con tutto il rispetto, abbandona anche me, perché neppure io potrei seguirti'. Un vero capo arriva a questo. Guardo il papa Francesco nel mezzo di piazza san Pietro, vuota del consueto assembramento, che sta in mezzo fra Dio e il popolo per caricare su di sé il simbolo stesso dell’intercessione, in nome di tutti i credenti e in favore di tutti i viventi. Non posso fare a meno di pensare a quel commovente passaggio della preghiera di Mosè per il popolo, quando osa dire a Dio che non sarebbe un buon segno – per Lui – se abbandonasse il popolo ora, dopo averlo salvato da mali ben peggiori.

Dopo l’episodio del vitello d’oro, infatti, Dio offre a Mosè un nuovo inizio, più o meno in questi termini: 'Facciamola finita con questi, farà di te l’inizio di un nuovo popolo e di una nuova storia' Mosè, però, respinge l’offerta, supplicando per il popolo: 'Sono quelli ai cui padri e madri hai fatto promesse irrevocabili' (cfr. Esodo, 32, 10). Il senso profondo della preghiera e dell’atteggiamento dell’intercessione si illumina, qui, di uno splendore emozionante. Così è un vero capo. Nello stesso modo si comporta un vero sacerdote, un vero testimone, un vero credente: 'si mette in mezzo', esponendosi in prima persona di fronte a Dio stesso, per la vita di ognuno: 'Se li abbandoni, non contare su di me'. Gesù – il Capo reale della Chiesa – ha sigillato l’atto tenero e potente di questa intercessione dalla parte stessa di Dio, iscrivendolo nell’intimità profonda e insondabile del Padre. È il nostro dogma questo, il dogma di tutti i dogmi, capisci? Il Figlio si mette in mezzo, il Figlio intercede, il Figlio non ha nessuna intenzione di abbandonarci, anche quando siamo insopportabilmente inaffidabili.

Nell’orto degli Ulivi, Gesù chiese di essere preso lui soltanto, lasciando i discepoli (Giovanni 18, 7-9). In croce, inchiodato davanti al Padre, chiese di risparmiare i suoi stessi persecutori (Luca 23, 34). Riscoprire il gesto dell’intercessione fino a questa profondità è un miracolo. E nei tempi difficili per il popolo, una grazia insostituibile. Ciascuno di noi è chiamato a riscoprire, anche nel suo forzato isolamento, la benedizione del gesto di intercessione. Ognuno, per gli altri. L’essenza del cristianesimo sta qui, la certezza della redenzione sta qui. L’intercessione comunica un messaggio potente. Non pensate neppure per un istante che i nostri peccati possano indurre Dio ad abbandonarci nella prova. E non scaricate sul vostro prossimo i mali che ci affliggono, sostituendo l’intercessione con l’intimidazione. In momenti di straordinaria angoscia, il semplice e coraggioso gesto dell’intercessione, che supplica di Dio di non abbandonare nessuno, testimoniando che noi stessi non lo faremo, non ha prezzo. È un giuramento di fedeltà che ricompone la comunità: per ciascuno e per tutti. Non ci muoveremo da qui.



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Attivato un canale streaming di Vatican News nella Lingua dei Segni in occasione del Momento straordinario di preghiera di Papa Francesco per la fine della pandemia

«Dietro ogni accanimento c’è il demonio, per distruggere l’opera di Dio. ... E cosa si fa, nel momento dell’accanimento? Quello che ha fatto Gesù: tacere. ... questo è valido anche per i piccoli accanimenti quotidiani. ... E subire e tollerare l’accanimento del chiacchiericcio.» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)

S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
27 marzo 2020
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Il Papa ringrazia chi si preoccupa di quanti sono in difficoltà

Nella Messa a Santa Marta, Francesco ha rivolto nuovamente il suo pensiero ai malati, agli anziani soli, alle famiglie che non hanno di che vivere, ed esprime gratitudine a quanti si preoccupano di loro. Nell'omelia ha affermato che contro l'accanimento distruttivo suscitato dal diavolo è necessario il coraggio del silenzio. Così ha fatto Gesù e così occorre fare di fronte ai piccoli accanimenti, come i chiacchiericci


Nella Messa in diretta streaming dalla Cappella di Casa Santa Marta Francesco ha espresso la sua gratitudine per quelli che pensano agli altri, in questo difficile periodo caratterizzato dalla pandemia del coronavirus. Queste le sue parole nell’introduzione della Messa:

In questi giorni sono arrivate notizie di come tanta gente incomincia a preoccuparsi in un modo più generale degli altri e pensano alle famiglie che non hanno a sufficienza per vivere, agli anziani soli, agli ammalati in ospedale e pregano e cercano di fare arrivare qualche aiuto … Questo è un buon segnale. Ringraziamo il Signore perché suscita nel cuore dei suoi fedeli questi sentimenti.

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Nell’omelia, commentando le letture odierne, tratte dal Libro della Sapienza (Sap 2, 1. 12-22) e dal Vangelo di Giovanni (Gv 7, 1-2. 10. 25-30), ha sottolineato che l’accanimento di quanti volevano uccidere Gesù era suscitato dal diavolo, perché dietro ogni accanimento distruttivo c’è il demonio. Non si può discutere con chi si accanisce, si può solo tacere, come ha fatto Gesù che ha scelto il silenzio e la Passione. È lo stile che occorre seguire anche con i piccoli accanimenti quotidiani, i chiacchiericci.

Di seguito il testo dell'omelia secondo una nostra trascrizione:

La prima Lettura è quasi una cronaca (anticipata) di quello che accadrà a Gesù. È una cronaca in avanti, è una profezia. Sembra una descrizione storica di quello che è accaduto dopo. Gli empi cosa dicono? “Tendiamo insidie al giusto che per noi è d’incomodo e si oppone alle nostre azioni. Ci rimprovera le colpe contro la legge e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta. È diventato per noi una condanna dei nostri pensieri. Ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita non è come quella degli altri. Se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in suo aiuto e lo libererà dalle mani dell’avversario”. Pensiamo a quello che dicevano a Gesù sulla Croce: “Se sei il Figlio di Dio, scendi; che venga Lui a salvarti”. E poi, il piano d’azione: mettiamolo alla prova “con violenze e tormenti per conoscere la sua mitezza e saggiare il suo spirito di sopportazione, e condanniamolo a una morte infamante perché secondo le sue parole, il soccorso gli verrà”. È una profezia, proprio, di quello che è accaduto. E i Giudei cercavano di ucciderlo, dice il Vangelo. Allora, cercavano anche di arrestarlo – ci dice il Vangelo – “ma nessuno riuscì a mettere le mani su di Lui, perché non era ancora giunta la sua ora”.

Questa profezia è troppo dettagliata; il piano d’azione di questa gente malvagia è proprio dettagli su dettagli, non risparmiare nulla, mettiamolo alla prova con violenza e tormenti, e saggiare lo spirito di sopportazione … tendiamogli insidie, mettiamogli un tranello, (per vedere) se cade … Questo non è una semplice odiosità, non c’è un piano d’azione cattivo – certamente – di un partito contro l’altro: questa è un’altra cosa. Questo si chiama accanimento: quando il demonio che è dietro, sempre, a ogni accanimento, cerca di distruggere e non risparmia i mezzi. Pensiamo all’inizio del Libro di Giobbe, che è profetico su questo: Dio è soddisfatto del modo di vivere di Giobbe, e il diavolo gli dice: “Sì, perché ha tutto, non ha delle prove! Mettilo alla prova!”. E prima il diavolo gli toglie i beni, poi gli toglie la salute e Giobbe mai, mai si è allontanato da Dio. Ma il diavolo, quello che fa: l’accanimento. Sempre. Dietro ogni accanimento c’è il demonio, per distruggere l’opera di Dio. Dietro a una discussione o una inimicizia, può darsi che sia il demonio ma da lontano, con le tentazioni normali. Ma quando c’è accanimento, non dubitiamo: c’è la presenza del demonio. E l’accanimento è sottile sottile. Pensiamo a come il demonio si è accanito non solo contro Gesù, ma anche nelle persecuzioni dei cristiani; come ha cercato i mezzi più sofisticati per portarli all’apostasia, ad allontanarsi da Dio. Questo è, come noi diciamo nel parlato quotidiano, questo è diabolico: sì; intelligenza diabolica.

Mi raccontavano alcuni vescovi di uno dei Paesi che ha subito la dittatura di un regime ateo che arrivavano, nella persecuzione, fino a dettagli come questo: il lunedì dopo Pasqua le maestre dovevano domandare ai bambini: “Cosa avete mangiato, ieri?”, e i bambini dicevano cosa era a pranzo. E alcuni dicevano: “Uova”, e quelli che dicevano “uova” poi erano perseguitati per vedere se erano cristiani perché in quel Paese si mangiavano le uova, la Domenica di Pasqua. Fino a questo punto, di vedere, di spionaggio, dove c’è un cristiano per ucciderlo. Questo è accanimento nella persecuzione e questo è il demonio.

E cosa si fa, nel momento dell’accanimento? Si possono fare soltanto due cose: discutere con questa gente non è possibile perché hanno le proprie idee, idee fisse, idee che il diavolo ha seminato nel cuore. Abbiamo sentito qual è il piano di azione loro. Cosa si può fare? Quello che ha fatto Gesù: tacere. Colpisce, quando leggiamo nel Vangelo che davanti a tutte queste accuse, a tutte queste cose Gesù taceva. Davanti allo spirito di accanimento, soltanto il silenzio, mai la giustificazione. Mai. Gesù ha parlato, ha spiegato. Quando ha capito che non c’erano parole, il silenzio. E in silenzio Gesù ha vissuto la sua Passione. È il silenzio del giusto davanti all’accanimento. E questo è valido anche per – chiamiamoli così – i piccoli accanimenti quotidiani, quando qualcuno di noi sente che c’è un chiacchiericcio lì, contro di lui, e si dicono le cose e poi non viene fuori niente … stare zitto. Silenzio. E subire e tollerare l’accanimento del chiacchiericcio. Il chiacchiericcio è pure un accanimento, un accanimento sociale: nella società, nel quartiere, nel posto di lavoro, ma sempre contro di lui. È un accanimento non tanto forte come questo, ma è un accanimento, per distruggere l’altro perché si vede che l’altro disturba, molesta.

Chiediamo al Signore la grazia di lottare contro il cattivo spirito, di discutere quando dobbiamo discutere; ma davanti allo spirito di accanimento, avere il coraggio di tacere e lasciare che gli altri parlino. Lo stesso davanti a questo piccolo accanimento quotidiano che è il chiacchiericcio: lasciarli parlare. In silenzio, davanti a Dio.

Infine, il Papa ha terminato la celebrazione con l'adorazione e la benedizione eucaristica, invitando a fare la Comunione spirituale. Di seguito la preghiera recitata dal Papa:

Gesù mio, credo che sei realmente presente nel Santissimo Sacramento. Ti amo sopra ogni cosa e ti desidero nell’anima mia. Poiché ora non posso riceverti sacramentalmente, vieni almeno spiritualmente nel mio cuore. Come già venuto, io Ti abbraccio e tutto mi unisco a Te. Non permettere che abbia mai a separarmi da Te.

Prima di lasciare la Cappella dedicata allo Spirito Santo, è stata intonata l’antica antifona mariana Ave Regina Caelorum ("Ave Regina dei Cieli").

(fonte: Vatican News 27/03/2020)

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Il virus, l’ecologia, la fratellanza umana e l’informazione. Parla padre Spadaro


Il virus, l’ecologia, la fratellanza umana e l’informazione.
Parla padre Spadaro

L'informazione, la connessione con il mondo, la figura di impatto globale di papa Francesco e la riscoperta della chiesa domestica in questo momento in cui la pandemia richiede sacrifici e sforzi da parte di tutti, non dimenticando mai messaggi positivi. Conversazione di Formiche.net con padre Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica


Il pontificato di Papa Francesco davanti alla pandemia, l’informazione come strumento di maggiore coesione sociale, la Chiesa domestica più che il rinvio dei riti come urgenza di fede in questi tempi. L’interlocutore giusto per tentare di tenere insieme tutto questo è forse padre Antonio Spadaro. Il papa della Laudato si’ e del documento sulla fratellanza cosa ci dice sul coronavirus? E la rivista dei gesuiti, gli scrittori del Papa, che da rivista italiana si è fatta globale, con edizioni in tante lingue e corrispondenti, come ci suggerisce di leggere un’emergenza che è tanto nostra quanto di tutti gli altri popoli del mondo? E la Chiesa domestica che prospettiva offre ai fedeli che difficilmente potranno piegarsi all’idea di vivere senza riti? Trovare un ordine è indispensabile, ma non è certo un ordine di importanza.

Padre Spadaro, l’informazione è chiamata a una grande prova, sembra quasi aver ritrovato la sua funzione per la società. Gli sforzi sono evidenti. Resiste però qualche tendenza alla spettacolarizzazione? È un rischio? Si riesce a veicolare la consapevolezza del dato globale? 

L’informazione svolge una funzione fondamentale per la società, oggi più che mai. Ed è chiamata a una grande prova in questo momento. Il rischio ovviamente è quello di “spettacolizzare” quanto sta accadendo. Mi capita per motivi di lavoro di sentire ogni giorno persone di diverse nazioni, di diversi continenti e alla fine quello che accade è che di questi tempi i discorsi che si fanno sono sempre gli stessi. Si parla della stessa cosa, della pandemia. Questo significa che in qualche modo il virus ha unito il mondo ma significa pure che il mondo rischia di “spettacolizzare” quello che sta avvenendo. A volte persino i dati, le cifre sembrano mirare più alla sensazione, al sensazionalismo, piuttosto che all’informazione. Ovviamente ci sono tanti casi di informazione equilibrata, ponderata. L’importante di questi tempi è non puntare a fare audience, ma a dare dignità a questo momento. Aiutare gli altri. Questo è un grande momento in cui possiamo esprimere la nostra capacità di coesione sociale: per me va detto in tutti i modi. E questo tempo va affrontato con creatività e generosità. Molti i casi di solidarietà digitale legati alla crisi che viviamo. La Civiltà Cattolica come altre testate, ad esempio, ha deciso di aprire gratuitamente online i propri contenuti. In ogni caso l’informazione – e le infrastrutture che la permettono – va tutelata, specialmente in questo momento: è essenziale. Basti pensare, in un momento come questo nel quale molti accedono all’informazione via internet, che cosa potrebbe significare una interruzione della rete: un gravissimo problema per la democrazia.

Si usano le parole e le immagini per creare ponti tra noi, o vede anche la tendenza a usarle come pietre, contro Paesi, culture, segmenti sociali? 

Questo deve essere un momento di grande unità: non devono prevalere le divisioni. La comunicazione può aiutare a diffondere un messaggio che aiuti ad avere comportamenti virtuosi. In questo senso le parole possono essere usate viralmente come pietre, cioè essere lanciate contro le persone a proprio beneficio. Basta alzare i toni per ricevere ascolto in questo momento in cui la gente ha paura. Solleticare la paura della gente oggi è facile, produce consenso, ma è del tutto irresponsabile. Abbiamo assistito anche a una continua retorica della guerra, come se noi fossimo in guerra, come se ci fosse bisogno di un atteggiamento militare, militaristico. Non siamo in guerra, bisogna rifiutare queste retoriche. Qui non c’è da inventarsi un “nemico”, ma c’è una grave emergenza sanitaria. Si capisce immediatamente come questo tipo di retorica sia funzionale a un disegno politico pericoloso: bisogna resistere. La parola dell’informazione oggi è chiamata a costruire ponti; ponti invisibili tra le persone che sono chiuse in casa, ma proprio per questo più disposte alla comunicazione, all’informazione, a essere dunque soggetti all’influsso delle parole. Per questo oggi occorre responsabilità. Per me il modello del giornalista è il medico. Sono i medici che stanno curando le piaghe, le ferite. Già nel 2002 l’allora cardinale Bergoglio aveva paragonato il comunicatore al buon samaritano, cioè a colui che sana le ferite, che innanzitutto le tocca. Con coraggio, con forza, con decisione, con verità, l’obiettivo deve essere quello di toccare l’altro per sanarlo. Quindi certamente mettendo in luce i problemi, denunciando se necessario, ma non per spaccare il Paese, bensì per unirlo.

L’ultimo numero di Civiltà Cattolica, la sua rivista ci mette al corrente delle cifre incredibili relative alle vittime di altri infezioni, ancora oggi. Cifre che sconvolgono. Ha scritto sulla vostra rivista padre Andrea Vicini: “Si stima che, nel 2019, 37,9 milioni di persone nel mondo siano state positive al virus Hiv. Se consideriamo le stime complessive dall’inizio della pandemia, le persone risultate sieropositive sono 74,9 milioni, con 32 milioni di decessi causati dall’Aids”. Si calcola che, nel 2018, 3,2 miliardi di persone vivessero in aree a rischio di trasmissione della malaria in 92 Paesi del mondo (soprattutto nell’Africa sub-sahariana), con 219 milioni di casi clinici e 435mila morti, di cui il 61% erano bambini con meno di 5 anni. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, 10 milioni di persone in tutto il mondo si sono ammalate di tubercolosi nel 2018, con oltre 1,2 milioni di decessi, di cui l’11% tra bambini e ragazzi con meno di 15 anni”. Leggere questo oggi impone una domanda: perché questa informazione non ci riguarda? 

È interessante cercare di comprendere quali sono le cifre dei vari contagi, delle varie epidemie della storia. A volte le cifre ci sorprendendo, perché sono cifre molto alte rispetto a quelle attuali. Ci sono stati momenti anche più drammatici di questo. Allora si tratta di capire meglio, non per sottovalutare, assolutamente no, ma capire meglio le proporzioni è molto interessante per comprendere come nella storia si sono succedute queste vicende pandemiche e quali reazioni ci siano state. Questo ci aiuterà a vedere gli errori che sono stati fatti e quindi anche a prevenirli oggi. Tuttavia bisogna considerare una cosa: questa è la prima pandemia al tempo dei social, una pandemia al tempo dell’informazione globale, quando il mondo è un unico Paese, nel quale quel che accade in Italia viene immediatamente saputo in Cina, o negli Stati Uniti. E non solo: l’informazione è diffusa capillarmente e anche le emozioni connesse alle informazioni. Questo cambia molto la percezione di ciò che avviene. Questa inoltre è la prima pandemia al tempo dell’iperconnessione fisica grazie alla democratizzazione dei viaggi aerei intercontinentali. Perché si diffonde la pandemia? Perché la gente viaggia. Quindi i numerosi viaggi hanno diffuso il virus. Gli aerei ti portano da un capo all’altro del mondo in non più di dodici ore e così un’infezione contratta in un luogo del pianeta arriva all’altro capo del mondo in mezza giornata. Questo deve farci riflettere su come il mondo sia cambiato, e quindi su quanto sia assolutamente urgente e necessario pensare il nostro modo di considerare il fenomeno pandemico. Come ha detto, credo quattro anni fa, Bill Gates ci siamo concentrati completamente sulla deterrenza nucleare e ci siamo dimenticati che la fine del mondo potrebbe arrivare non da una guerra nucleare ma da una pandemia terribile. Ci sono state delle epidemie molto forti nel mondo. Ci ricordiamo tutti dell’Ebola, ad esempio. Tuttavia queste epidemie sono nate in luoghi dove non c’era grande transito di persone non locali, e quindi sono rimaste molto localizzate. Però ci rendiamo conto che oggi sempre più difficilmente può accadere questo. Il mondo è più unito e dunque la questione delle pandemie va affrontata in maniera assai più sistematica.

La convince lo slogan “andrà tutto bene”? Non si dovrebbe usare questo tempo anche per riflettere su perché non stia andando bene? Papa Francesco ci ha detto questo parlando dell’evasione come causa della mancanza di unità di terapia intensiva che prima dei tagli c’erano? Riflettere su questo ci aiuterebbe a capire meglio anche la Laudato si’?

Lo slogan “andrà tutto bene” mi convince, nel senso che mi piace usarlo perché credo importante mandare messaggi positivi. In questo momento servono messaggi di speranza. E sono anche convinto che ne usciremo. Ho sentito poco fa un mio amico di infanzia che adesso fa il medico a Bergamo. Era disperato per la situazione, per ciò che vede davanti a sé, ma era pure convinto della necessità di alimentare la speranza per andare avanti. Certamente però serve una riflessione critica. Capire perché tutto questo è accaduto è importante, anche perché il fatto che sia accaduto adesso non significa che non potrà avvenire in un prossimo futuro. Quindi dobbiamo orientare la nostra riflessione sulle cause, anche remote, che hanno fatto sì che questo virus si sia diffuso. C’è qualcosa nella nostra cura della casa comune, nel nostro rapporto con la natura, che non funziona. La scienza può aiutarci a comprendere che così non possiamo andare avanti.

Restando al papa: alcuni hanno scritto che l’Occidente ha rinunciato alla sua leadership culturale. Laudato si’ e il Documento sulla fratellanza sono i terminali di un pensiero forte che offre a tutti una bussola?

Come accennavo sono in contatto con varie persone, di vari continenti, di diverse religioni o altre persone non religiose. La cosa che mi colpisce è che tutti, o almeno quelli che stanno riflettendo su cosa sta avvenendo nel mondo, affermano che il mondo manca di leadership. Cioè, non ci sono figure nel mondo che possano essere considerate leader di impatto e valore globale tranne una. L’unica persona che emerge da questo vuoto è il papa, papa Francesco. Ripeto: credenti, non credenti, credenti di diverse religioni riconoscono in lui l’unica figura di impatto globale. Tanti leader di impatto locale, nazionale, ci sono, fortunatamente. Ma l’unico leader di valore mondiale resta Francesco, perché il suo messaggio viene recepito globalmente ed è un messaggio di unità e di forza in questo momento difficile. Ma è anche un messaggio che ha saputo toccare i temi che sono direttamente collegati a questa pandemia. Come dicevo prima, è evidente che bisogna riprendere in mano l’enciclica Laudato si’, enciclica sulla casa comune che non è solo un’enciclica sull’ambiente ma che riguarda la dottrina sociale della Chiesa. Essa fa comprendere le questioni ecologiche che hanno un impatto fortissimo, devastante sulla vita su questa nostra Terra, e sulla giustizia sociale. Questa enciclica è un atto di leadership globale che supera anche i confini tra credenti e non credenti ed indica una direzione.

Il secondo elemento della riflessione del Papa che vedo molto pertinente a questo momento storico è quello sulla fratellanza umana. Mai come in questo momento ci rendiamo conto che i confini di fatto non hanno valore proprio perché il virus li attraversa con grande facilità. Esiste una umanità che ci fa sentire fratelli perché condividiamo esattamente lo stesso problema. Però questa situazione di pestilenze, come è stato nella storia, quindi di pandemie, fa venire fuori tutti gli istinti peggiori: la paura, l’egoismo, tutto ciò che ci spinge a compiere atti che non sono in linea con la nostra più profonda umanità. Posto questo, e visti i rischi ai quali ci può esporre una prolungata sollecitazione di questi istinti negativi, serve, oggi più che mai, una riflessione sulla fratellanza umana, sulla linea di quella che hanno compiuto un anno fa papa Francesco e il Grande Imam di al-Azhar, Ahmad al-Tayyeb. Vi è una fratellanza che supera i confini e l’occasione del coronavirus deve farci riflettere su quanto sia tangibile questa fratellanza. In questo caso rivelata dalla comune fragilità. Quindi direi che la leadership di Francesco appare come una leadership spirituale, certamente, morale, certamente, ma capace anche di indicare a tutti una via d’uscita in una fase così critica.

Ultimo punto. Alcuni hanno proposto di spostare la Pasqua per evitare i riti senza fedeli. Il direttore dell’Osservatore Romano ha parlato invece di riscoperta della chiesa domestica. Lei che idea ha al riguardo? 

La Chiesa ha sempre parlato della famiglia come Chiesa domestica. Lo vediamo oggi più che mai: le famiglie sono chiuse in casa e quindi quasi tutto della vita quotidiana viene gestito all’interno delle dinamiche familiari, specialmente quando non ci sono persone che escono di casa per motivi di necessità o lavorativi. Questo ci fa comprendere che anche la vita religiosa non può che esprimersi in famiglia e la famiglia diventa il luogo dove la Chiesa vive pienamente la sua vita soprattutto quando è impossibile recarsi in chiesa per celebrare insieme l’eucaristia o i sacramenti. Certamente i ritmi sono saltati, le liturgie non possono essere vissute con la partecipazione fisica. Diventa difficile se non impossibile ricevere l’assoluzione sacramentale proprio perché si è in casa e questa situazione deve farci riflettere e comprendere come la Chiesa in tanti luoghi, soprattutto in tempi di persecuzione, è sopravvissuta grazie alla fede dei laici, anche senza sacerdoti. In qualche modo questo virus ci spinge a una visione meno clericale della Chiesa, più fondata sulla solidarietà, sull’impegno, sulla preghiera soprattutto, da parte dei cristiani: dei cristiani comuni, dei laici, e quindi della famiglia. È questo un tempo particolare anche per la Chiesa, dunque, che deve riflettere sulle sue dinamiche, su cosa realmente la renda forte e fedele a Cristo. Ovviamente una parte di questa vita ecclesiale si vive nell’ambiente digitale, in internet; voglio sottolinearlo perché la sua importanza oggi emerge come strumento per connettere le persone, per spezzare l’isolamento. È vero che le famiglie sono chiuse in casa e possono vivere momenti di preghiera comune, ma è anche vero che questa stessa preghiera può essere connessa con quella di altri, sia tramite l’individuazione di momenti comuni – pregare tutti insieme in una città, in una diocesi, alla stessa ora, aiutati magari dal suono delle campane –, anche grazie alla rete. A volte la rete permette di condividere le preghiere e di unirsi anche alle celebrazioni che possono essere vissute anche grazie ai video e alle condizioni in rete. Mi sembra molto importante in questo momento la leadership morale di papa Francesco che attraverso le messe quotidiane a Santa Marta, l’udienza generale, l’Angelus, offre spunti di preghiera e di riflessione che poi la famiglia può ricevere e può rielaborare. Quindi il nutrimento non manca, si cresce nella comunione anche a distanza, grazie allo strumento digitale, ma è molto importante questo aspetto della vita quotidiana delle famiglie che danno vita e forma alla Chiesa in maniera piena.