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domenica 28 ottobre 2018

I Padri sinodali scrivono una lettera ai giovani di tutto il mondo "Le nostre debolezze non vi scoraggino ... La Chiesa e il mondo hanno urgente bisogno del vostro entusiasmo ... Siete il presente, siate il futuro più luminoso."


I Padri sinodali scrivono una lettera ai giovani di tutto il mondo

Speranza, fiducia e consolazione sono le parole chiave di questa Lettera che nasce, come si legge, dalla volontà di ascoltare la voce del “Cristo eternamente giovane”. 
“Le nostre debolezze non vi scoraggino. La Chiesa e il mondo hanno urgente bisogno del vostro entusiasmo. Siete il presente, siate il futuro più luminoso.”


Pubblichiamo il testo integrale della Lettera dei padri sinodali ai giovani di tutto il mondo

XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi

Lettera dei padri sinodali ai giovani

A voi, giovani del mondo, ci rivolgiamo noi padri sinodali, con una parola di speranza, di fiducia, di consolazione. In questi giorni ci siamo riuniti per ascoltare la voce di Gesù, «il Cristo eternamente giovane», e riconoscere in Lui le vostre molte voci, le vostre grida di esultanza, i lamenti, i silenzi.

Sappiamo delle vostre ricerche interiori, delle gioie e delle speranze, dei dolori e delle angosce che costituiscono la vostra inquietudine. Desideriamo che adesso ascoltiate una parola da noi: vogliamo essere collaboratori della vostra gioia affinché le vostre attese si trasformino in ideali. Siamo certi che sarete pronti a impegnarvi con la vostra voglia di vivere, perché i vostri sogni prendano corpo nella vostra esistenza e nella storia umana.

Le nostre debolezze non vi scoraggino, le fragilità e i peccati non siano ostacolo alla vostra fiducia. La Chiesa vi è madre, non vi abbandona, è pronta ad accompagnarvi su strade nuove, sui sentieri di altura ove il vento dello Spirito soffia più forte, spazzando via le nebbie dell’indifferenza, della superficialità, dello scoraggiamento.

Quando il mondo, che Dio ha tanto amato da donargli il suo Figlio Gesù, è ripiegato sulle cose, sul successo immediato, sul piacere e schiaccia i più deboli, voi aiutatelo a rialzarsi e a rivolgere lo sguardo verso l’amore, la bellezza, la verità, la giustizia.

Per un mese abbiamo camminato insieme con alcuni di voi e molti altri legati a noi con la preghiera e l’affetto. Desideriamo continuare ora il cammino in ogni parte della terra ove il Signore Gesù ci invia come discepoli missionari.

La Chiesa e il mondo hanno urgente bisogno del vostro entusiasmo. Fatevi compagni di strada dei più fragili, dei poveri, dei feriti dalla vita.

Siete il presente, siate il futuro più luminoso.

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"Grazie a tutti ... il Sinodo non è un Parlamento e non è un documento. Siamo noi i destinatari … la nostra Madre è Santa, ma noi figli siamo peccatori ... ma la Madre non si tocca." Papa Francesco discorso alla chiusura del sinodo. (testo e video)


Chiusura dei lavori della XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi
sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”
Aula del Sinodo
Sabato, 27 ottobre 2018


Prima del Papa, sono intervenuti in Aula i cardinali Louis Raphael Sako, patriarca di Babilonia dei caldei e presidente delegato dell’assise, e Lorenzo Baldisseri, segretario generale del Sinodo dei vescovi. Sako ha sottolineato che il documento sinodale «sarà un punto di riferimento per una nuova pastorale nelle nostre diverse diocesi». «Santo Padre, Lei non è solo, noi tutti che rappresentiamo i vescovi cattolici nel mondo – ha detto il patriarca – siamo con Lei e siamo uniti a Lei in una comunione integrale. Siamo uniti a Lei nella preghiera e nella Speranza. Ricordi che milioni di fedeli pregano per Lei ogni giorno. E tanti uomini e donne di buona volontà ammirano le sue parole e i suoi gesti per un mondo di fraternità universale, giustizia e pace». «Dunque – ha aggiunto il Patriarca caldeo – non c’è niente da temere. Un proverbio arabo dice: "L’albero fruttuoso viene colpito con le pietre". Vada avanti con coraggio e fiducia . La barca di Pietro non è come le altre barche, la barca di Pietro nonostante le onde, rimane solida, perché c’è Gesù in essa e non la lascerà mai». Il cardinale Sako ha poi lanciato «un appello a non dimenticare i cristiani dell’Oriente: se è vuoto di cristiani il cristianesimo rimarrà senza radici. Abbiamo bisogno del vostro sostegno, solidarietà e amicizia fino a quando la tempesta passa».

Il cardinale Lorenzo Baldisseri da parte sua ha sottolineato che quella del Sinodo «è stata un’esperienza di profonda comunione ecclesiale vissuta con l’adesione della fede e l’affetto del cuore da parte di ciascuno di noi, venuto da ogni parte della terra». «In questo Sinodo, – ha ribadito il porporato – l’intero Popolo di Dio ci ha sostenuti con la preghiera e ha accompagnato i pastori riuniti con Lei, Santo Padre, con gesti di solidarietà e di simpatia». E fin dal primo annuncio del Sinodo, «i giovani di tutto il mondo si sono messi in movimento per sentirsi vicini ai Pastori, chiedendo di essere ascoltati». «In questa grande preparazione – ha osservato infine Baldisseri – abbiamo sperimentato momenti alti, come al Pre-Sinodo; come lo scambio e la reciprocità avvenuti con i molti contatti via Web, che si sono estesi ai giorni della stessa celebrazione assembleare».


DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AL TERMINE DELL'ASSEMBLEA SINODALE

Anch’io devo dire grazie, a tutti. Al Cardinale Baldisseri, a Mons. Fabene, ai Presidenti delegati, al Relatore, ai Segretari speciali – ho detto che avevano “lasciato la pelle” nel documento preparatorio; adesso credo che lascino a noi le ossa, perché hanno perso tutto! –; grazie agli esperti: abbiamo visto come si passa da un testo martire a una commissione martire, quella di redazione, che ha fatto questo con tanto sforzo e tanta penitenza. Grazie. Grazie a tutti voi, agli uditori e fra gli uditori specialmente i giovani, che ci hanno portato la loro musica qui in Aula – ”musica” è la parola diplomatica per dire chiasso, ma è così… Grazie.

Due cosine che mi stanno a cuore. 
Primo: ribadire una volta in più che il Sinodo non è un Parlamento. E’ uno spazio protetto perché lo Spirito Santo possa agire. Per questo, le informazioni che si danno sono generali e non sono le cose più particolari, i nomi, il modo di dire le cose, con cui lo Spirito Santo lavora in noi. E questo è stato uno spazio protetto. Non dimentichiamolo, questo: è stato lo Spirito a lavorare, qui. 
Seconda cosa, che il risultato del Sinodo non è un documento, l’ho detto all’inizio. Siamo pieni di documenti. Io non so se questo documento al di fuori avrà qualche effetto, non lo so. Ma so di certo che deve averlo in noi, deve lavorare in noi. Noi abbiamo fatto il documento, la commissione; noi l’abbiamo studiato, l’abbiamo approvato. Adesso lo Spirito dà a noi il documento perché lavori nel nostro cuore. Siamo noi i destinatari del documento, non la gente di fuori. Che questo documento lavori; e bisogna fare preghiera con il documento, studiarlo, chiedere luce… È per noi, il documento, principalmente. Sì, aiuterà tanti altri, ma i primi destinatari siamo noi: è lo Spirito che ha fatto tutto questo, e torna a noi. Non bisogna dimenticarlo, per favore.

E una terza cosa: penso a nostra Madre, la Santa Madre Chiesa. Gli ultimi tre numeri sulla santità [nel documento] fanno vedere cosa è la Chiesa: la nostra Madre è Santa, ma noi figli siamo peccatori. Siamo peccatori tutti. Non dimentichiamo quell’espressione dei Padri, la “casta meretrix”, la Chiesa santa, la Madre santa con figli peccatori. E a causa dei nostri peccati, sempre il Grande Accusatore ne approfitta, come dice il primo capitolo di Giobbe: gira, gira per la Terra cercando chi accusare. In questo momento ci sta accusando fortemente, e questa accusa diventa anche persecuzione; può dirlo il Presidente di oggi [il Patriarca Sako]: il suo popolo [la Chiesa in Iraq] è perseguitato e così tanti altri dell’Oriente o di altre parti. E diventa anche un altro tipo di persecuzione: accuse continue per sporcare la Chiesa. Ma la Chiesa non va sporcata; i figli sì, siamo sporchi tutti, ma la Madre no. E per questo è il momento di difendere la Madre; e la Madre la si difende dal Grande Accusatore con la preghiera e la penitenza. Per questo ho chiesto, in questo mese che finisce tra pochi giorni, di pregare il Rosario, pregare San Michele Arcangelo, pregare la Madonna perché copra sempre la Madre Chiesa. Continuiamo a farlo. È un momento difficile, perché l’Accusatore attaccando noi attacca la Madre, ma la Madre non si tocca. Questo volevo dirlo di cuore alla fine del Sinodo.

E adesso, lo Spirito Santo regala questo documento a tutti noi, anche a me, per riflettere su ciò che vuole dire a noi. Grazie tante a tutti, grazie a tutti!

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Il “Papa fragile” di Gianni Valente - Padre Giulio Albanese: "Attaccano Papa Francesco perché mette in discussione gerarchie e privilegi"

Il “Papa fragile”

di Gianni Valente

Mentre i detrattori si affannano a ingigantirne le “manchevolezze”, Francesco chiama la Chiesa a recitare il Rosario come protezione dalle insidie del demonio, canonizza Romero, e fa firmare l’accordo con la Cina sui vescovi. E non si tratta solo di coraggio umano



Stanno ormai scorrendo le ultime giornate del Sinodo dei vescovi dedicato ai giovani, e nella girandola di iniziative ed eventi organizzati a Roma durante più di tre settimane di lavori sinodali, solo il pellegrinaggio alla Tomba di Pietro indetto giovedì 25 ottobre dal Pontificio Consiglio per la nuova Evangelizzazione ha finalmente offerto ai membri del Sinodo l’opportunità di compiere almeno una volta insieme il gesto semplice che Papa Francesco aveva chiesto a tutti i cattolici del mondo: recitare ogni giorno del mese di ottobre il Rosario, l’invocazione mariana “Sub tuum praesidium” e la preghiera a San Michele Arcangelo per chiedere «di proteggere la Chiesa dal diavolo, che sempre mira a dividerci da Dio e tra di noi». Una richiesta di preghiere che pure rimane, per molti versi, una delle cose più rilevanti accadute nella Chiesa negli ultimi decenni.

Con l’invito a porsi “in stato di preghiera”, rivolto a tutti i cattolici, Papa Francesco ha indicato – con tono sommesso e senza allarmismi - almeno due dati di realtà che connotano il tempo presente: ha detto che la condizione in cui versa la Chiesa è grave, e che da tale stato di rischio non si esce in forza di rimedi o espedienti umani. 

La richiesta del Papa, quasi nascosta tra gli altri avvisi usciti dal Vaticano lo scorso 29 settembre, è stata raccolta al volo da milioni di battezzati che in ogni parte del mondo si incontrano in parrocchie, cappelle e case di città e villaggi a pregare insieme, o magari recitano silenziosamente il Rosario mentre percorrono le tratte del loro pendolarismo quotidiano. Lo hanno colto di meno gli apparati ecclesiastici. Lo stesso Sinodo in corso è apparso assorbito nella ricerca di tattiche social e posture volte ad intercettare presunti universi giovanili con qualche lifting che renda più accattivante l’immagine della Chiesa. Senza cogliere e abbracciare davvero la vertiginosa estraneità ai dati elementari del Vangelo e della vita ecclesiale che dilaga tra ragazzi e ragazze, per i quali il cristianesimo è sempre più «un passato che non li riguarda» (Joseph Ratzinger). 

Le pulsioni auto-referenziali dei circuiti ecclesiastici e mediatico-clericali, il loro scollamento dal sensus fidei del popolo di Dio li rendono poco avvezzi a cogliere le autentiche suggestioni profetiche dell’attuale Successore di Pietro. Anche tanti sedicenti esegeti della “linea” del pontificato hanno relegato sullo sfondo delle loro guerricciole mediatiche il suggerimento di preghiere giunto dal Papa. 

In effetti, solo quel che resta del Popolo di Dio sembra aver avvertito per istinto il cambio di passo nella crisi ecclesiale catalizzatosi anche intorno alla cosiddetta operazione-Viganò, l’ex nunzio vaticano che ha chiesto le dimissioni del Papa con l’accusa di aver protetto e favorito il cardinale Usa 86enne Theodore McCarrick, abusatore sessuale. Nel momento presente, il caso-Viganò rivela i processi di mondanizzazione e snaturamento intimo della Chiesa innescati proprio da pretese di indossare panni e maschere da difensore dell’ortodossia. Non era mai accaduto nella storia – come invece è successo con il caso Viganò – che decine di vescovi, quasi tutti negli Usa, attestassero il proprio supporto morale ad un testo scritto per chiedere le dimissioni del Successore di Pietro. 

Le manovre clerical-mediatiche costruite intorno alle esternazioni di Viganò sono il segno che settori ecclesiali influenti e ben foraggiati considerano ormai il papato e la Chiesa come proprietà privata, trasformandole in strutture di potere bisognose di una certa legittimazione ideologica. La loro hybris innesca e alimenta nei dinamismi ecclesiali il germe dell’autodistruzione. Come sempre, nella storia della Chiesa, le uniche persecuzioni davvero senza rimedio sono quelle che i cristiani infliggono a se stessi. Nel contempo, il mainstream globale mediatizzato non mette a fuoco la portata distruttiva della nuova superbia clericale. Si concentra ad inseguire storie che raccontano la Chiesa assediata da scandali sessuali e finanziari, peccati e crimini di preti, vescovi e cardinali. E suggerisce di mettere in connessione tale stato di cose anche con le responsabilità, le carenze e le inadempienze dello stesso Papa Francesco. 

I Papi “poveri cristi” e il nuovo lobbismo clericale 

Ex tifosi delusi e denigratori incalliti di Papa Francesco intonano in coro il mantra del “Papa fragile”. Registrano il calo di consensi nei sondaggi. Rinfacciano riforme annunciate e mal riuscite. Errori di gestione dei dossier. Scelte incoerenti. Soluzioni pasticciate. Ex cultori delle false retoriche del Papa “superstar”, adesso storcono il naso davanti al Papa «che delude». Mentre i manganellatori professionisti del pontificato non perdono occasione per mettere in conto al Vescovo di Roma ogni intoppo e ogni traccia di malanno nella compagine ecclesiale, eccitati come le torme di cani nelle battute di caccia alla volpe. 

Le icone contrapposte del Papa “supereroe” e del Papa “che perde colpi” si reggono l’un l’altra come due facce della stessa moneta falsa. Servono ambedue ad occultare i dati di fatto, a diffondere idee adulterate sul ruolo del Papa nella Chiesa e sulla natura stessa della Chiesa. Se si sta ai fatti, si può facilmente riconoscere che Papa Francesco non ha mai nascosto i propri limiti, le proprie insufficienze umane di anziano «peccatore a cui Cristo ha rivolto i suoi occhi». Anche da quando è sotto attacco, non si è ritirato a gestire difficoltà e inadeguatezze dietro le mura e le tende spesse del Palazzo apostolico. Non ha avuto remore a chiedere scusa in pubblico, quando si è accorto di scelte e parole sbagliate su questioni controverse. 

Se si sta ai fatti, e alla natura propria delle cose, si può facilmente riconoscere che le fragilità e i limiti umani dei Papi non sfigurano il mistero della Chiesa, ma piuttosto essi stessi lo richiamano, rinviano ad esso. La salvezza di Cristo abbraccia gli uomini e le donne così come sono, feriti dal peccato originale, e questo vale per tutti, a cominciare dai Successori di Pietro. In loro agisce la grazia di stato che accompagna l’esercizio dei ministeri in seno alla Chiesa (cfr Catechismo della Chiesa cattolica, numero 2004). Anche per questo, il riconoscimento sereno dei propri limiti personali ha connotato il magistero di molti Vescovi di Roma, anche in tempi recenti. 

«La mia persona conta niente. È un fratello che parla a voi, diventato padre per la volontà di Nostro Signore», dice Papa Giovanni XXIII nel suo famoso Discorso alla Luna; Giovanni Paolo I, nel discorso rivolto al Collegio cardinalizio dopo la sua elezione, esprime l’augurio che i «confratelli cardinali» aiuteranno «questo povero cristo, il Vicario di Cristo». Benedetto XVI, nelle sue prime parole dal Papa, si definisce un semplice «lavoratore nella vigna del Signore». E Paolo VI, il 7 dicembre 1968, incontrando gli alunni del Seminario lombardo, accenna ai tanti che «si aspettano dal Papa gesti clamorosi, interventi energici e decisivi», e aggiunge che «il Papa non ritiene di dover seguire altra linea che non sia quella della confidenza in Gesù Cristo, a cui preme la sua Chiesa più che non a chiunque altro. Sarà Lui a sedare la tempesta». 

Da San Pietro – che rinnegò Gesù – fino ad oggi, a mettere in pericolo la Chiesa non sono i limiti umani dei Papi, ma le cordate clericali che trattano l’organismo ecclesiale alla stregua di una società per azioni, e architettano operazioni mediatico lobbistiche per spingere alle dimissioni il Vescovo di Roma, trattandolo alla stregua un qualsiasi “amministratore delegato” d’azienda. 

L’audacia che viene dalla grazia 

Se si sta davvero ai fatti, è facile anche riconoscere che Papa Francesco, per quello che gli compete, sta facendo bene il compito a cui è stato chiamato. Conferma i fratelli nella fede degli apostoli. Dà a tutti l’esempio di povero peccatore che si accosta al confessionale per mendicare la liberazione dai propri peccati; suggerisce ogni giorno, opportune et importune, che i poveri di tutte le povertà sono i prediletti del Signore. 

La cortina fumogena delle polemichette pseudo-dottrinali, e l’accanita insistenza nel puntare i riflettori mediatici su minuzie e dettagli secondari del pontificato serve anche ad occultare scelte e gesti di grande momento, che stanno segnando in maniera suggestiva il cammino della Chiesa nel tempo di Papa Francesco. 

Se si considerano soltanto le ultime settimane, almeno due avvenimenti ecclesiali di primo piano testimoniano la fibra apostolica di cui è intessuto l’attuale pontificato: l’accordo con il governo della Cina popolare sulle nomine dei vescovi cinesi (22 settembre) e la canonizzazione del vescovo salvadoregno Oscar Arnulfo Romero, celebrata insieme a quella di Paolo VI (14 ottobre). 

Senza voler “sfidare” nessuno, per il bene dei cattolici cinesi, il Papa e la Santa Sede hanno condotto con pazienza un dialogo con le autorità di Pechino, mettendo in conto che la cosa poteva non piacere ad apparati militari e servizi segreti di mezzo mondo, e che qualcuno avrebbe potuto mettere in atto contromisure di sabotaggio e ritorsioni, magari servendosi di qualche apparato ecclesiastico “affiliato”. 

Nel caso di Romero, il vescovo martire trucidato sull’altare il 24 marzo del 1980, i veti e le resistenze al suo processo di canonizzazione in Salvador e nei Palazzi vaticani avevano avuto la meglio fino all’arrivo di Papa Francesco. Per decenni era risultata efficace la cortina fumogena di insinuazioni montate ad arte per accreditare la favola del Romero filo-guerrigliero, agitatore politico, influenzato e soggiogato dal marxismo. E avevano imposto la linea i cardinali e i monsignori secondo i quali portare Romero agli onori degli altari equivaleva a beatificare la Teologia della liberazione o addirittura i movimenti popolari d’ispirazione marxista e le guerriglie rivoluzionarie degli anni Settanta. Nel maggio del 2007, sul volo che da Roma lo portava in Brasile, lo stesso Benedetto XVI aveva definito la persona di Romero come «degna di beatificazione». Ma quelle parole pronunciate dal Papa davanti alle telecamere e a decine di registratori accesi erano state incredibilmente “sbianchettate” nelle trascrizioni pubblicate sui media vaticani. 

Mentre i suoi detrattori si affannano a ingigantire le sue reali o presunte “fragilità”, Papa Francesco opera scelte di questa portata: celebra la canonizzazione di Romero, e fa firmare l’accordo con il governo cinese sulle nomine dei vescovi. In questi avvenimenti ecclesiali legati alle decisioni prese da Papa Francesco si percepisce un tratto di coraggio che non è solo questione di indole o temperamento umano, e tanto meno ha a che fare con l’imprudenza. Una libertà di movimento che fa piuttosto pensare – e rende testimonianza – alla verità colta da San Tommaso d’Aquino, e da lui inserita nel suo commento alla seconda Lettera di San Paolo ai Corinti: «Dalla natura scaturisce il terrore della morte. Dalla grazia scaturisce l’audacia».

(Fonte: Vatican Insider - 26.10.2018)


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Padre Giulio Albanese: 
"Attaccano Papa Francesco perché mette in discussione gerarchie e privilegi"





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Viganò ammette che quelle contro McCarrick non erano sanzioni

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- PERCHÈ LO ODIANO di Raniero LaValle 

- Le manovre contro Francesco CHI ATTACCA IL PAPA di Alberto Melloni e altri interventi


Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXX domenica del Tempo Ordinario / B





Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)



"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 48/2017-2018 (B) di Santino Coppolino

"Un cuore che ascolta - lev shomea"
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)


Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino



Vangelo: Mc 10,46-52 


Il brano chiude il tema della sequela introducendo finalmente il lettore all'ultimo pellegrinaggio di Gesù a Gerusalemme, l'ultima salita che vedrà terminare il suo servizio all'uomo nel dono totale della vita. Gesù raggiunge e attraversa Gerico, città situata in una depressione (circa 300 mt. sotto il livello del mare) dove avviene l'incontro col cieco Bar-Timeo. Egli, seduto immobile sul ciglio della strada che conduce a Gerusalemme, è il simbolo dello spirito di questo mondo che più e più volte Gesù ha condannato, cifra della cecità di ogni comunità e di ogni credente di fronte al cammino che il Vangelo propone. I veri mendicanti siamo noi discepoli, e anche se apparentemente diciamo di seguire Gesù, in realtà rimaniamo paralizzati a bordo strada, irretiti da quello spirito del potere che perseguiamo ma che ci conduce invece in braccio alla morte. Di fronte al mistero del Signore Crocifisso, siamo allora chiamati a fare nostra l'invocazione di Bar-Timeo:  <<  Rabbunì, che io veda !  >> , perché cadano dai nostri occhi le scaglie che ci impediscono di contemplare la Gloria di Gesù sulla croce e, nella fede in Lui, proseguire sui suoi passi il cammino che ci conduce alla libertà dei figli di Dio.


sabato 27 ottobre 2018

"Siamo anche noi ciechi e mendicanti, come Bartimeo" di p. Ermes Ronchi - XXX Domenica – Tempo Ordinario Anno B

Siamo anche noi ciechi e mendicanti, come Bartimeo

Commento
XXX Domenica – Tempo ordinario – Anno B

Letture:  Geremia 31,7-9; Salmo 125; Ebrei 5,1-6; Marco 10,46-52

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Alzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va', la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

Un mendicante cieco: l'ultimo della fila, un naufrago della vita, relitto abbandonato al buio nella polvere di una strada di Palestina. Poi improvvisamente tutto si mette in moto: passa Gesù ed è come un piccolo turbine, si riaccende il motore della vita, soffia un vento di futuro.
Bartimeo comincia a gridare: Gesù, abbi pietà. È, tra tutte, la preghiera più cristiana ed evangelica, la più umana. Rimasta nelle nostre liturgie, nel suono antico di «Kyrie eleison» o di «Signore, pietà», confinata purtroppo nell'ambito riduttivo dell'atto penitenziale. Non di perdono si tratta. Quando preghiamo così, come ciechi, donne o lebbrosi del Vangelo, dobbiamo liberare in volo tutto lo splendido immaginario che preme sotto questa formula, e che indica grembo di madre, vita generata e partorita di nuovo. La misericordia di Dio comprende tutto ciò che serve alla vita dell'uomo.
Bartimeo non domanda pietà per i suoi peccati, ma per i suoi occhi spenti. Invoca il Donatore di vita in abbondanza: mostrati padre, sentiti madre di questo figlio che ha fatto naufragio, ridammi alla luce!
La folla fa muro al suo grido: Taci! Disturbi! Terribile pensare che davanti a Dio la sofferenza sia fuori luogo, che il dolore possa disturbare. Ma è così ancora, abbiamo ritualizzato la religione e un grido fuori programma disturba. Ma la vita è un fuori programma continuo: la vita non è un rito. C'è nell'uomo un gemito, di cui abbiamo perso l'alfabeto; un grido, su cui non riusciamo a sintonizzarci.
Invece il rabbi ascolta e risponde. E si libera tutta l'energia della vita. Lo notiamo dai gesti, quasi eccessivi: Bartimeo non parla, grida; non si toglie il mantello, lo getta; non si alza da terra, ma balza in piedi.
La fede porta con sé un balzo in avanti, porte che si spalancano, sentieri nel sole, un di più illogico e bello. Credere è acquisire bellezza del vivere.
Bartimeo guarisce come uomo, prima che come cieco. Guarisce in quella voce che lo accarezza: qualcuno si è accorto di lui, qualcuno lo tocca, anche solo con una voce amica, e lui esce dal suo naufragio umano: l'ultimo comincia a riscoprirsi uno come gli altri. 
È chiamato con amore e allora la sua vita si riaccende, si rialza in piedi, si precipita, anche senza vedere, verso una voce, orientato da una parola buona che ancora vibra nell'aria. Sentire che qualcuno ci ama rende fortissimi.
Anche noi ci orientiamo nella vita come il mendicante cieco di Gerico, forse senza vedere chiaro, ma sull'eco della Parola di Dio, ascoltata nel Vangelo, nella voce intima che indica la via, negli eventi della storia, nel gemito e nel giubilo del creato. E che continua a seminare occhi nuovi e luce nuova sulla terra.

Con i migranti per fermare la barbarie di don Luigi Ciotti - Appello: "Con i migranti contro la barbarie" Manifestazioni in tutta Italia

Con i migranti per fermare la barbarie
di don Luigi Ciotti

Migranti. Le conseguenze della crisi economica si stanno manifestando come crisi di civiltà. Sulla paura e il disorientamento della gente soffia il vento della propaganda


Ci sono frangenti della storia in cui il silenzio e l’inerzia diventano complici del male. Questo è uno di quelli. Le conseguenze della crisi economica si stanno manifestando come crisi di civiltà. Sulla paura e il disorientamento della gente soffia il vento della propaganda. Demagoghi scaltri e senza scrupoli si ergono a paladini del «popolo» e della «nazione» e acquistano di giorno in giorno consenso, additando nemici di comodo: erano le democrazie e gli ebrei al tempo del fascismo, oggi sono l’Europa e i migranti.

Il sistema economico dominante – quello che Papa Francesco definisce senza mezzi termini «ingiusto alla radice», responsabile di una «economia di rapina» – ha certo enormi colpe, a cominciare da un’immigrazione forzata, di fatto una deportazione indotta dalle disuguaglianze. Ma la denuncia dei suoi mali e l’impegno per eliminarli non giustifica il ritorno a società chiuse, guardinghe, attraversate dal rancore e dalla paura, avvinghiate a un’idea equivoca di sovranità, perché in un mondo interconnesso non si tratta di isolarsi – posto che sia possibile – ma di imparare a convivere e a condividere con maggiore giustizia, realizzando i principi della Costituzione, della Dichiarazione universale dei diritti umani, della Convenzione di Ginevra e di tutti i documenti scritti per archiviare una stagione di violenza e di barbarie.

Ecco allora l’importanza di uscire e di muoversi, di denunciare la perdita di umanità ma anche di capacità e onestà politica, perché un fenomeno come l’immigrazione non si può reprimere o respingere con i muri e le espulsioni, si deve governare con lungimiranza, pragmatismo e, certo, umanità. Senza smettere di chiederci come vorremmo essere trattati se al posto dei migranti ci fossimo noi.

Mettersi nei panni degli altri è la chiave dell’etica evangelica, ma lo è anche di una società consapevole che la vita non ha confini, così come non hanno confini i bisogni, le speranze, i diritti delle persone.

Facciamo sentire la voce di un’Italia che per quei diritti non smette di lottare.
(fonte: Il Manifesto 27/10/2018)

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Appello 
"Con i migranti contro la barbarie"
Manifestazioni in tutta Italia il 27 ottobre

Si allargano su tutta Europa nubi oscure e preoccupanti: la convivenza civile è minacciata da rigurgiti fascisti e un razzismo dilagante nella società civile e nelle istituzioni. Di fronte a tutto questo la società civile comincia a muovere i primi passi per organizzare una risposta di popolo in nome dei diritti, dell'accogflienza e della solidarietà, in difesa dell'umanità. Di seguito pubblichiamo l'appello - lanciato dall'ARCI e da numerose associazioni - a partecipare alla grande mobilitazione antirazzista del 27 ottobre. Per i romani, appuntamento alle ore 15 in piazza Santi Apostoli.



In Italia e in Europa risuonano forti campanelli di allarme.

I princìpi di civiltà e di convivenza democratica sono tornati a essere bersagli di chi vuole dividere, reprimere, escludere, cacciare.

Razzismo e xenofobia vengono ogni giorno instillati tra gli italiani del Nord e del Sud, e si diffondono nelle città e nelle periferie sociali. Ma se prima si trattava soltanto di segnali universalmente considerati negativi, adesso i sintomi sono rappresentativi di un’involuzione profonda. E fanno paura.

A fronte di un cambiamento così preoccupante, manca però una grande risposta di popolo contro le violenze, i soprusi, le prepotenze che scendono dall'alto come una nera cappa che copre il nostro Paese. Una risposta in nome dei diritti, del rispetto, del senso di umanità che non possiamo e non dobbiamo smarrire.

I primi segnali di un’alternativa sono arrivati con la risposta all’attacco a Riace e al suo sindaco Mimmo Lucano.

Da più parti viene la richiesta di una battaglia di civiltà, in difesa della democrazia costituzionale. E contro le diseguaglianze, contro le povertà, sociali e culturali che i ministri dell'odio manipolano, strumentalizzando il disagio e la sofferenza che coinvolgono milioni di italiani, per rivolgere la rabbia nei confronti delle persone più deboli dei nostri tempi: i migranti.

A questa gente, a milioni di donne, uomini, bambini viene negato qualsiasi diritto. È un’umanità che fugge da fame, povertà, guerre, terrore. Di questo immenso popolo, una piccola parte vorrebbe venire in Italia, anche solo per attraversarla. Lo vorrebbe fare rivolgendosi agli Stati, legalmente e senza rischiare la vita. Ma leggi e politiche sempre più proibizioniste e liberticide producono morte e sofferenza e alimentano la criminalità e le mafie.

In Italia soffia un vento furioso di propaganda e, peggio, di violenza. Il limite della intolleranza si traduce in forme di aggressione e regressione sempre più gravi. I migranti diventano ostaggi, nemici, gente pericolosa. Insultati, picchiati, feriti da armi da fuoco, concentrati in centri invivibili. Adulti, minori, donne sole, bambini trovano in Italia un'ostilità crescente. E come se non bastassero il blocco delle navi e il boicottaggio delle Ong, il governo approva un decreto che, se accolto dal Parlamento, metterebbe ancora più a rischio la loro vita. 

Un Decreto che punta a demolire il diritto d’asilo, a consegnare ai privati l’accoglienza puntando sui grandi centri che alimentano corruzione e razzismo, scaricando sui territori costi, disagio e tensione sociale.

Eppure nonostante le difficoltà politiche, nonostante i dubbi, nonostante le divisioni, tanti italiani sono disposti a fare argine al drammatico dilagare di comportamenti "cattivi", che non avevamo ancora mai visto prima verso i più indifesi. Ma c'è di peggio, perché chi perseguita i deboli non se ne vergogna. Ostentando e stimolando odio.

A questa vasta area democratica, cattolica, di sinistra, spetta il compito di tenere alta la bandiera della civiltà, della pace, della convivenza tra diversi, della democrazia. Il mondo cattolico, con le sue strutture e i suoi giornali, è già impegnato attivamente in aiuto dei migranti e in prima fila contro razzismo e xenofobia: la Chiesa di papa Francesco interpreta con lucidità i tempi presenti. Ma ci sono centinaia di associazioni disposte a mobilitarsi in nome dell'umanità. E poi ci siamo tutti noi, donne, uomini, giovani e meno giovani, compagne e compagni, preoccupati e convinti della necessità di dare una ampia e forte risposta alla crescente barbarie. È il tempo di compiere un primo, grande, passo. Tutti insieme. E possiamo farlo manifestando il 27 ottobre 2018, non in una ma dieci, cento città. 

Associazioni che hanno finora aderito:
ACTIONAID, AIDOS, ANPI, ANTIGONE, ANYMORE ONLUS, AOI, ARCI, ARCS, ARS, ASGI, ASSOCIAZIONE 21 LUGLIO, ASSOCIAZIONE CARMINELLA, ASSOCIAZIONE CULTURALE MULTIETNICA “LA KASBAH” ONLUS, ASSOCIAZIONE DI QUARTIERE COLLINA DELLA PACE, ASSOCIAZIONE CULTURALE SMASCHERATI!, ASSOCIAZIONE FEMMINILE MASCHILE PLURALE – RAVENNA, ASSOCIAZIONE IL SOCIALISTA – MILANO, ASSOCIAZIONE ITACA ASBL, ASSOCIAZIONE LABDEM SICILIA, ASSOCIAZIONE LEZIONE AL CAMPO, ASSOCIAZIONE MESTIZAJE, ASSOCIAZIONE NAZIONALE OLTRE LE FRONTIERE, ANOLF LOMBARDIA, ASSOCIAZIONE PARTECIPALERMO, ASSOCIAZIONE PER IMMIGRATI DI APRILIA DIALOGO DELLA RETE SCUOLE MIGRANTI, ASSOCIAZIONE PROGETTO ACCOGLIENZA DI BORGO SAN LORENZO, ASSOCIAZIONE SARO – WIWA BARI, ASSOCIAZIONE STONEWALL GLBT – SIRACUSA, ASSOCIAZIONE TAMPEP, AVVOCATO DI STRADA, BAOBAB EXPERIENCE, CEFA, CENTRO ASTALLI, CENTRO MONDIALITA’ SVILUPPO, CGIL, CIAC ONLUS – CENTRO IMMIGRAZIONE ASILO, CICAR COORDINAMENTO IMMIGRAZIONE CASTELLI ROMANI, CIDIS ONLUS, CIFA, CGIL, CIPSI, CIR, CITTADINANZATTIVA, CNCA, COCIS, COMITATI DOSSETTI PER LA COSTITUZIONE, COMITATO IN DIFESA DELLA COSTITUZIONE – RAVENNA, COMITATO PER VALORIZZAZIONE E LA DIFESA DELLA COSTITUZIONE – FAENZA, COMITATO SALVIAMO LA COSTITUZIONE – CHIETI, COMUNITA’ DI VITA CRISTIANA/LEGA MISSIONARIA STUDENTI (CVXLMS) ITALIA, CONCORDITALIA, CONSORZIO ONG PIEMONTESI (COP), CONSULTA PROVINCIALE ANTIFASCISTA DI RAVENNA, COOPERATIVA DI CONSUMO REZZATO (BS), COOPERAZIONE INTERNAZIONALE DI PARMA E PROVINCIA, COORDINAMENTO NOI TUTTI MIGRANTI LECCO, COORDINAMENTO PER LA DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE, COORDINAMENTO SPRAR – PROVINCIA DI COSENZA, COSPE, CULTURA E’ LIBERTA’, DOKITA, EMMAUS ITALIA, FEDERCONSUMATORI, FISH CALABRIA ONLUS, FOCSIV, FOCUS CASA DEI DIRITTI SOCIALI, FONDAZIONE EMMANUEL-DON FRANCESCO TARANTINI PER LE MIGRAZIONI E IL SUD DEL MONDO, FORUMSAD, GRUPPO ABELE, GRUPPO “MANI ROSSE ANTIRAZZISTE”, GUS, HUMAN BEINGS – LABORATORIO TEATRALE INTERCULTURALE (PERUGIA), IL MANIFESTO, IL MANIFESTO IN RETE, IL RAZZISMO È UNA BRUTTA STORIA, INTERSOS, JANUAFORUM, LEGACOOPSOCIALI, LEGAMBIENTE, LIBERA, LIBERTA’ E GIUSTIZIA, LIGNARIUS (APS) – ROMA, LINK2007, LINK COORDINAMENTO UNIVERSITARIO, LUNARIA, MANIFESTO PER PADOVA SENZA RAZZISMO E DISCRIMINAZIONI, MANTOVA PER LA PACE, MIGRANTES MESSINA, MOLTIVOLTI, MOVI, MOVIMENTO CAMBIAMO MESSINA DAL BASSO, MOVIMENTO SVILUPPO E PACE, ONG PRO.DO.C.S., OSSERVATORIO AIDS – DIRITTI SALUTE, OXFAM, P.A.R.V.A. CASA DELLE DONNE DI VITERBO, PEACELINK, PROACTIVA OPEN ARMS, PROTEA SCS, PUNTO PACE DI PAX CHRISTI – FERENTINO, RETE DEGLI STUDENTI MEDI, RETE DELLA CONOSCENZA, RETE ROMANA DI SOLIDARIETA’ CON IL POPOLO PALESTINESE, , S/MURARE IL MEDITERRANEO DELL’UNIVERSITA’ DI BARI “ALDO MORO”, STATEWATCH, STRISCIA ROSSA, SUORE AUSILIATRICI DELLE ANIME DEL PURGATORIO, TERRES DES HOMMES, UDU, UIL, UISP, UNIONE DEGLI STUDENTI, UN PONTE PER, UNIVERSITA’ POPOLARE LECCE (UNIPOP), VIM


Ravasi esplora tutti i giovani della Bibbia

Ravasi esplora tutti i giovani della Bibbia

Il volume “Cuori inquieti” dell'insigne biblista, pubblicato in occasione del Sinodo, analizza le tante figure di “figli” presenti nel testo sacro. A cominciare, naturalmente, da Gesù Cristo

La parola più usata nell’Antico Testamento? Dopo il nome divino Jhwh(“Jahweh”) è ben, vale a dire “figlio”. Ce lo ricorda il cardinale Gianfranco Ravasi nel volume Cuori inquieti. I giovani nella Bibbia, pubblicato in occasione del Sinodo dei giovani voluto da papa Francesco. «La Bibbia – commenta il biblista, presidente del Pontificio consiglio della Cultura – è per certi versi un libro di figli buoni e cattivi che vedono alla fine entrare in scena in mezzo a loro il Figlio per eccellenza, Gesù Cristo». E osserva che il vocabolo ben deriva dal verbo ebraico banah, che significa “costruire, edificare”. «La casa infatti – spiega – cresce con le pareti, fatte di pietre vive e protese verso l’alto e il futuro, che sono i figli». Ed è pieno di episodi biblici in cui i figli si confrontano con i padri (da Isacco e Abramo al figliol prodigo), o i fratelli spesso litigano fra loro (da Caino e Abele alla vicenda rocambolesca di Giuseppe), questo libro che cerca di porre in rapporto gli eventi raccontati in quello che è stato giustamente definito il Grande Codice della cultura occidentale e il mondo di oggi, caratterizzato dal motto “digito, ergo sum”.

I nostri adolescenti, che trascorrono cinque ore almeno della loro giornata davanti al computer, comunicano in modo assai differente rispetto agli adulti e agli anziani, più abituati al dialogo vis-à-vis. Non a caso Ravasi cita la nota espressione di papa Giovanni: «Voi dite sui vecchi le stesse cose che dicevamo noi da ragazzi. È giusto. Ma un giorno altri ragazzi diranno lo stesso di voi». Ma, aggiunge il cardinale, «noi della generazione precedente trasmettiamo, con la nostra indifferenza, con le nostre prediche moralistiche, con l’assenza dei valori genuini, rami secchi che i giovani rigettano e non possono far rinverdire. Si crea, così, una sorta di deserto comune in cui ci trasciniamo». Per questo non bisogna mai smettere di rimarcare, in questi dialogo fra nuove e vecchie generazioni, che nell’animo dei giovani rimane sempre un’inquietudine positiva. Come ha detto l’attuale pontefice in un videomessaggio del luglio 2016 al raduno ecumenico “Insieme” di Washington: «So che c’è qualcosa, nei vostri cuori, che vi rende inquieti, perché un giovane che non è inquieto è un vecchio».
Andrea Mantegna, “Presentazione al tempio” (1455)
La parte più intensa del volume è quella dedicata a Gesù giovane. Servendosi dei pochi cenni che emergono dai Vangeli e rinunciando alle suggestioni di quelli Apocrifi, Ravasi ci ricorda che Gesù non è stato solo bambino ma anche adolescente e giovane, morendo poco più che trentenne, un’età che oggi consideriamo giovanile. Nel ritratto che emerge tutto parte dalla linea di demarcazione dell’episodio di Gesù dodicenne al tempio tra i dottori, «una sorta di bar-mizvah» che nella cultura giudaica significava l’ingresso nella giovinezza, con l’ammissione al culto e all’osservanza della Torah. Il piccolo saggio dedicato a Gesù consente di puntualizzare varie questioni aperte, dal mestiere che egli praticava (falegname o carpentiere?) alle lingue che parlava (aramaico, ebraico e anche greco?), se egli sapesse leggere e scrivere, sino al fatto se avesse fratelli o sorelle o se fosse sposato. Come accennato, Ravasi ricostruisce molte vicende delle Scritture in cui i giovani si confrontano con i vecchi, come nel caso di Salomone, il re famoso per la sua saggezza, e del figlio Roboamo, non solo inesperto ma del tutto incapace di governare. Solo la vera sapienza e lungimiranza possono costituire la stoffa del buon uomo politico e «non è automatico indizio di buon governo né un sovrano di lungo corso né un giovane e aitante innovatore ».

Per ricordarci la maledizione del profeta Isaia che riferiva questo oracolo divino: «Io metterò come loro capi dei ragazzi, dei monelli li domineranno»: ad una classe politica sprecona spesso finisce per succederne una del tutto incapace e arrogante. Ai nostri ragazzi portati ad avere rapporti amorosi spesso fugaci, il libro porta l’esempio supremo del Cantico dei Cantici: il poemetto insegna la verità autentica sulla relazione interpersonale, a partire da tre elementi. Il primo è la corporeità, che si esprime anche nella sessualità, «celebrata come un dono divino di attrazione e fecondità». Al secondo posto viene l’eros, che in questo libro biblico sta per «tenerezza, bellezza, fascino, sentimento, passione». L’ultimo anello è rappresentato dall’amore, nel quale i due protagonisti del Cantico «si donano nella totalità dell’essere ». Concetto ben illustrato dalla citazione di un altro testo famosissimo, Il Profeta del poeta libanese Gibran: «Amatevi l’un l’altro ma non fate dell’amore una catena: lasciate piuttosto che vi sia un mare in movimento tra i lidi delle vostre anime… Siete nati insieme e insieme sarete in eterno. Sarete insieme anche quando le ali bianche della morte disperderanno i vostri giorni. Sarete insieme anche nella silenziosa memoria di Dio».


(fonte: Avvenire articolo di Roberto Righetto 19/10/2018)



L'ultima lettera di Sara Anzanello,pallavolista morta a 38 anni: "Il mio sogno è vivere"

L'ultima lettera di Sara Anzanello: 
"Il mio sogno è vivere"

Sara Anzanello, campionessa della pallavollo aveva postato sui social le sue paure e il racconto del nuovo dramma che stava vivendo. Il secondo trapianto di fegato e anche un tumore. 
Adesso, dopo la sua morte, la famiglia pubblica su facebook la lettera della pallavolista morta a 38 anni. Dalle parole trasuda una voglia di vivere che dev’essere un esempio di forza e di amore. 
«Vivere, senza grandi pretese, ma vivere» il suo sogno

Ecco il testo integrale pubblicato su facebook:

"Perché condividere: per essere di supporto a chi come me deve superare delle difficoltà, per far capire che la vita è bella, perché in questo momento ho bisogno di energie positive.

Devo fare un altro trapianto, ma mi hanno diagnosticato un tumore al sistema linfatico.

Ed ora inizierò i cicli di chemioterapia, ho paura perché voglio vivere.
Non si sa mai quali e quante sfide la vita ti pone davanti, difficilmente si è abbastanza pronti.
Cos’è la cosa che vorresti più di ogni altra, il tuo sogno nel cassetto, il tuo desiderio più grande?

Il mio sogno è vivere.

Semplicemente vivere, passeggiare, stare all’aria aperta, un bel bagno in un mare limpido, la sabbia sotto i piedi, la neve candida che mi circonda in una giornata invernale di sole, i miei quadri, la mia cucina, il mio piccolo orto sinergico, una serata con la mia famiglia e con le persone a cui voglio bene.

Vivere, senza grandi pretese, ma vivere.

Molti conoscono la mia storia, dopo il difficile trapianto di fegato nel 2013 ho lottato per riprendere in mano la mia vita; quest’anno, l’aggravarsi della mia situazione mi ha riportato qui al Niguarda per entrare nuovamente in lista.
Nello stesso periodo mi è stato diagnostico un Tum…re al sistema linfatico, manco riesco a dirlo, ed ora inizierò le chemio.

A voi spiegata la mia costante presenza alla SPA Niguarda dove sono seguita da un’equipe di alto livello di cui mi fido e che sta facendo di tutto per far avverare i miei desideri.

Ho la fortuna di avere una famiglia, un fidanzato e amici speciali che mi sono accanto e mi fanno ridere e passare minuti spensierati, minuti in cui la malattia non c’è più…

Tante altre persone stanno combattendo la mia battaglia, in tante l’hanno già vinta, altre no.

Ho paura, non sarà l’emozione migliore da avere, però non avere certezze fa paura.

Non voglio entrare nei dettagli medici ma, se volete mandarmi un piccolo pensiero, una preghiera per i credenti, un po’ di energia positiva che aiuti il mio corpo a fare piazza pulita di ciò che non va bene.

Io sono qui per lottare, mai mollare, crederci sempre come ho fatto in tutta la mia vita.

Arrivederci a tutti.
Sara.

venerdì 26 ottobre 2018

«Lascia perdere, apri il cuore ...Tre piccole cose per fare la pace: Magnanimità, dolcezza, umiltà» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
26 ottobre 2018
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:
Tre piccole cose per fare la pace


Magnanimità, dolcezza, umiltà: sono gli atteggiamenti semplici, le «piccole cose» — indicate da san Paolo a una comunità cristiana delle origini, quella di Efeso — ancora oggi efficaci per «fare» e «consolidare l’unità» nel mondo, nelle società umana e nelle famiglie che «hanno bisogno di pace». Il Papa le ha riproposte durante la messa celebrata a Santa Marta nella mattina di venerdì 26 ottobre, prendendo spunto dalla prima lettura, tratta dalla lettera dell’apostolo agli Efesini (4, 1-6).

«Paolo è in prigione» e «si rivolge ai cristiani con questo — possiamo dire — “inno” all’unità» ha premesso il Pontefice descrivendo la scena prima di soffermarsi su un aspetto in particolare: la solitudine del protagonista. «Lui — ha constatato — è solo. Un po’ prima di questo brano, si lamenta: “Mi hanno lasciato solo”. Poi a Tito dice: “Nella mia prima udienza davanti al giudice nessuno mi ha assistito”. Solo. E quella solitudine di prigioniero condannato a morte già sicuramente, lo accompagnerà fino alle Tre Fontane», dove «morirà solo, perché i cristiani sono troppo occupati “sul fronte interno”, nelle lotte interne».

Ecco perché, ha fatto presente il Pontefice, «Sáulo prende il meglio di sé in questo brano» attingendo a tutte le energie che gli restano «per richiamare l’unità, per richiamare alla dignità della vocazione: “Comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto”. Verso l’unità». Del resto, «lo stesso Gesù, prima di morire, nell’ultima Cena, chiese al Padre la grazia dell’unità per tutti noi: “Che loro siano uno, come tu e io, Padre”». E ciò contiene una lezione anche per l’umanità di oggi. Una lezione che Francesco ha riproposto attualizzando la riflessione: «Noi siamo abituati a respirare l’aria dei conflitti. Ogni giorno, nel telegiornale, nei giornali, si parla dei conflitti, uno dietro l’altro, di guerre, senza pace, senza unità, l’uno contro l’altro». Al punto che, è stata la sua denuncia, «anche se si fanno patti per fermare un po’ qualsiasi conflitto, come diceva un saggio: “I patti si fanno per disfarli dopo”. E così quello che è stato firmato dieci anni prima, poi si dice: “No, non andiamo più avanti con questo patto”».

In tal modo, ad andare avanti sono «la corsa agli armamenti, la preparazione alle guerre, alla distruzione». Col risultato, ha fatto notare il Papa, che «anche le istituzioni mondiali — oggi vediamo — create con la migliore volontà di aiutare l’unità dell’umanità, per la pace, si sentono incapaci di trovare un accordo: che c’è un veto di qui, un interesse di là... E fanno fatica a trovare degli accordi di pace». In tutto questo però, ha avvertito Francesco, «nel frattempo i bambini non hanno da mangiare, non vanno a scuola» e non vengono «educati; non ci sono degli ospedali perché la guerra distrugge tutto». In definitiva, «c’è una tendenza nostra alla distruzione, alla guerra, alla disunione». Ed «è la tendenza che semina nel cuore nostro il nemico, il distruttore dell’umanità: il diavolo».

Ecco allora la perenne validità dell’insegnamento paolino, che «qui, in questo passo — ha commentato il Papa — ci insegna il cammino verso l’unità». Infatti afferma che «l’unità è coperta, è “blindata” — possiamo dire — con il vincolo della pace». Ovvero, ha chiarito Francesco, «la pace porta all’unità». Per raggiungere la quale, l’apostolo «ci insegna un cammino semplice: “Comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità”».

Eccole dunque le «tre cose» indicate da Paolo «per fare la pace, l’unità fra noi: “umiltà, dolcezza — noi che siamo abituati a insultarci, a gridarci... dolcezza — e magnanimità”». Come per dire: «Lascia perdere, apri il cuore».

Ma, si è chiesto il Pontefice, «si può far fare la pace al mondo con queste tre cose piccole»? La risposta non poteva che essere affermativa: «Sì, è il cammino. Si può arrivare all’unità? Sì, quel cammino: “umiltà, dolcezza e magnanimità”». E siccome «Paolo è pratico», nel brano biblico «continua con un consiglio molto pratico: “sopportandovi a vicenda nell’amore”. Sopportarci gli uni gli altri». Un consiglio che «non è facile» concretizzare nella quotidianità. Il Papa se ne è detto consapevole, facendo notare «che sempre esce il giudizio, la condanna, che porta alla separazione, alla distanza. Quante volte — ha osservato — uno domanda a una persona: “Come va la tua famiglia? Come vanno i tuoi cugini?” “No, no, noi siamo distanti...” E il diavolo è felice con questo. È l’inizio della guerra, perché non siete capaci di sopportarvi».

Insistendo sull’origine “domestica” dei conflitti, il Papa ha sottolineato come questa dimensione sia «una cosa che incomincia al mattino, quando ci alziamo, e finisce la notte quando andiamo a letto». Perciò occorre «sopportarci, perché tutti noi diamo motivo di fastidi, di impazienza, perché tutti noi siamo peccatori, tutti abbiamo i nostri difetti. Ma sopportare: è una strada bella, semplice, avendo a cuore: “Perché fate questo?” dice Paolo, “avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace”. Se io voglio conservare l’unità, devo fare queste cose piccole, non ci sono grandi ricette».

Proseguendo nel commento al brano paolino, il Papa ha poi spiegato che l’autore della lettera agli Efesini «va avanti ancora, sicuramente sotto l’ispirazione delle parole di Gesù nell’ultima Cena: “Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti”». Dunque Paolo «si entusiasma e va avanti: e dalla dolcezza, dall’umiltà, dalla magnanimità, poi va avanti e ci fa vedere l’orizzonte della pace, con Dio; come Gesù ci ha fatto vedere l’orizzonte della pace nella preghiera: “Padre, che siano uno, come tu e io”. L’unità. E così si va avanti passo a passo».

Riferendosi poi al brano del vangelo del giorno, tratto da Luca (12, 54-59), il Papa ha constatato quanto sia «pratico Gesù con questo consiglio che abbiamo sentito: “Quando vai con il tuo avversario davanti al magistrato — litigare — lungo la strada cerca di trovare un accordo con lui”». E ha definito quello di Gesù un «bel consiglio», perché «non è difficile trovare un accordo all’inizio del conflitto. Non è difficile». Basti pensare in proposito «agli sposi, quando litigano, anche quando volano i piatti, e c’è aria di tempesta in a casa»: in quelle situazioni difatti «il migliore consiglio da dare loro è: “Sì, sì sì, lanciate tutti i piatti, ma non finire la giornata senza fare la pace”. Perché? Perché la guerra fredda il giorno dopo è pericolosissima. Il consiglio di Gesù: mettiti d’accordo all’inizio, fare la pace all’inizio: questa è umiltà, questa è dolcezza, questa è magnanimità. 
Si può costruire la pace nel mondo intero con queste piccole cose, perché questi atteggiamenti sono l’atteggiamento di Gesù: umile, mite, perdona tutto».

Da qui la preghiera finale di Francesco: «il mondo oggi — ha concluso — ha bisogno di pace, noi abbiamo bisogno di pace, le nostre famiglie hanno bisogno di pace, la nostra società ha bisogno di pace. Incominciamo a casa a praticare queste cose semplici: magnanimità, dolcezza, umiltà. Andiamo avanti in questa strada: del sempre fare l’unità, consolidare l’unità». Con l’auspicio «che il Signore ci aiuti in questo cammino».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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Omelia p. Alberto Neglia (VIDEO) - XXIX Domenica del Tempo Ordinario (B) - 21/10/2018




Omelia p. Alberto Neglia

- XXIX Domenica  del Tempo Ordinario (B) -
21/10/2018


Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto


Abbiamo ripetuto più volte pregando il salmo tra le letture "Donaci Signore il tuo amore, in te speriamo". Abbiamo supplicato il Signore perché ci dia il suo amore, perché la sua bontà, il suo respiro, la sua passione d'amore entri nella nostra vita. Il cristiano è colui che si lascia abbracciare da Gesù, da Dio e riceve il suo respiro, si lascia baciare da Dio e riceve questo amore di Dio, questo respiro di Dio che gli dà una mente nuova, un cuore nuovo e lo rende capace di stare nel mondo con la stessa passione di Dio che si è manifestata in Cristo Gesù. 
Credo questo che nella preghiera più di chiedere tante cose, la preghiera è spazio e tempo in cui apriamo il nostro cuore per accogliere questo progetto di Dio che si è manifestato in Gesù, perché altrimenti rischiamo, pur venendo in chiesa o dicendo tante orazioni, di essere lontani da Dio; non ci dobbiamo meravigliare, è quello che è capitato agli stessi apostoli...

Se noi accogliamo lo Spirito di Gesù, per questo Gesù ci convoca, per ascoltare la sua Parola e con la sua Parola la luce e la salvezza, per darci il suo respiro, lo riceveremo nella Comunione, il Corpo del Signore ci viene donato, la presenza del Signore ci viene donata e la dobbiamo portare uscendo nel nostro cuore, la dobbiamo far diventare carne nostra, respiro nostro, in modo che poi, quello che faremo durante la settimana diventa un servizio nell'amore. 
Non siamo chiamati a fare grandi cose... ma lì, dove mi trovo ad operare, nella mia famiglia, nel mio ufficio, nel mio lavoro quotidiano, in quello che sono chiamato a fare quotidianamente, se lo faccio non per dominare l'altro, ma lo faccio per servire, per amare, come segno di bontà e di attenzione all'altro, allora lì esprimiamo davvero questo amore di Dio, questa presenza di Gesù che si sprigiona e che viene espressa attraverso i nostri gesti quotidiani ...
Se cambiamo prospettiva e mentalità e nel quotidiano facciamo diventare servizio gli impegni che abbiamo allora le cose possono cambiare...

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Generale Bertolini, sono d’accordo con lei, questo manifesto non mi piace… di don Renato Sacco - Comunicato di Pax Christi

Comunicato stampa di Pax Christi

Generale Bertolini, sono d’accordo con lei,
questo manifesto non mi piace…



“Ci sono soldati che aiutano gli anziani, accarezzano i bambini, soccorrono i dispersi e lo slogan: “le nostre forze, armate di orgoglio e umanità”. “Non è così che si onorano i nostri caduti. – ha scritto Bertolini sul sito degli ex paracadutisti – Che dopo le strisciate di sangue italiano lasciate in Somalia, Iraq, Afghanistan, Balcani, Libano in questi ultimi decenni, si arrivasse a immagini da “Festa della Mamma” di infimo ordine come queste per commemorare il primo centenario dell’unità nazionale e per ricordare i sacrifici dei nostri Soldati dell’inizio del secolo scorso è veramente scoraggiante”. (Gianluca Di Feo, la Repubblica 21 ottobre 2018).

Sì, dopo aver letto l’articolo e visto il manifesto, ho pensato che le nostre Forze Armate non sono un’associazione caritativa. 
Scopo delle Forze Armate, tanto più oggi formate da professionisti ben pagati e ben armati, è quello di sparare, di fare la guerra. Anche se questa parola non si può usare perché ripudiata dalla Costituzione. Si parla quindi di missioni di pace… Le Forze Armate sono, appunto, armate e non pensate per distribuire biscotti o coperte. Se fanno anche questo è sicuramente cosa buona, ma allora investiamo su una seria Protezione Civile; valorizziamo e istituzionalizziamo i Corpi Civili di Pace.

Dalla mia piccola esperienza posso testimoniare che il settore umanitario è spesso ‘al seguito del militare’ e a volte viene usato più per una questione di immagine, quasi a velare altri interessi, ad es. quelli delle lobby delle armi, nelle varie missioni militari. Non usiamo la tragedia della prima guerra mondiale, “inutile strage” come la definì il Papa di allora, Benedetto XV, per fare propaganda.

Come ho già avuto modo di descrivere nell’editoriale di Mosaico di pace in distribuzione in questi giorni: “Come ‘festeggiare’ il 4 novembre, a 100 anni dalla fine della prima guerra mondiale, “inutile strage”? Temiamo che anche questa ricorrenza possa diventare occasione di retorica, nella più assoluta mancanza di rispetto per le centinaia di migliaia di vittime mandate al macello. Non parliamo di eroi, per favore!, bensì di poveracci mandati a morire per i calcoli diabolici dei potenti. Non utilizziamo la retorica del 4 novembre per giustificare le guerre di oggi, magari chiamate missioni di pace, Niger compreso. Per giustificare le spese militari. E chiediamoci se tante scelte di riarmo e di frontiere blindate siano compatibili con il Vangelo.”

Nell’articolo citato l’autore riferisce di fonti del Ministero della Difesa che annunciano però che “lo spot promozionale di quest’anno esalterà il ruolo del soldato in tutta la sua professionalità. Sarà uno spot che, per i 100 anni, renderà onore all’impresa eroica dei nostri nonni e, siamo certi, piacerà persino a Bertolini”.
Aspettiamo di vedere questo spot. Non so se piacerà al Generale Bertolini.
Ma ho la quasi certezza che a me piacerà ancor meno di questo sdolcinato e ingannevole manifesto.

d. Renato Sacco,
coordinatore nazionale di Pax Christi
22 ottobre 2018