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martedì 22 luglio 2014

"Voci dei bambini nelle emergenze" la campagna lanciata da Unione Europea e UNICEF

"Voci dei bambini nelle emergenze"


Unione Europea e UNICEF lanciano oggi in Italia la campagna "Voci dei bambini nelle emergenze" per far conoscere la condizione di milioni di bambini e ragazzi in tutto il mondo colpiti da crisi umanitarie causate da calamità, catastrofi e conflitti, – e offrire ad alcuni di loro l'opportunità di raccontare la propria storia.

L’Ambasciatore UNICEF Ewan McGregor sostiene la campagna a livello internazionale con un video in cui “presta” la sua voce a Mustapha, un bambino siriano che dopo essere fuggito dalla guerra nel suo paese ha attraversato il confine per raggiungere la Giordania.
«Milioni di bambini in tutto il mondo sono intrappolati in situazioni terribili che non dipendono da loro e che non possono controllare», ha affermato McGregor. «Oggi, sono onorato di prestare la mia voce a questi bambini. Tutti i bambini, ovunque, hanno il diritto di far sentire la propria voce sulle questioni che li riguardano.»
Nelle crisi umanitarie i bambini sono sempre i più vulnerabili e a rischio di malattie, malnutrizione, sfruttamento e abuso. Molti devono interrompere la scuola e subiscono gravi stress psicologici. Tutto ciò ha conseguenze a lungo termine nella loro vita e in quella della loro comunità.
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«Siamo molto felici di lanciare questa campagna congiunta proprio in occasione dell’inizio del Semestre italiano di Presidenza del Consiglio dell’Unione Europea; oggi sono 59 milioni i bambini di 50 paesi che vivono situazioni di emergenza» ha detto Giacomo Guerrera, Presidente dell’UNICEF Italia. 
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«Alcune delle storie dei bambini nelle emergenze fanno notizia, ma la maggior parte non sono mai state ascoltate», ha concluso il Direttore dell'UNICEF Anthony Lake. «La campagna 'Voci dei bambini nelle emergenze' permette ai bambini che vivono calamità naturali, conflitti e sconvolgimenti politici di raccontare le loro storie – come solo loro sanno fare». 
Gaia Bermani Amaral, testimonial della campagna,
nel campo profughi di Za'atari, in Giordania.

La campagna
"Voci dei bambini nelle emergenze" vuole offrire ai bambini colpiti da calamità naturali, carestie, conflitti e sconvolgimenti politici l'opportunità di raccontare le loro storie, attraverso testimonianze e immagini.
Attraverso il sito web vocideibambini.it tutti possono contribuire a diffondere le voci di questi bambini “prestando” loro la propria voce. Oltre al sito italiano sono online siti della campagna in inglese, spagnolo, francese, italiano, polacco, greco e sloveno. Tutti i siti presentano video, foto, testimonianze e infografiche nelle rispettive lingue.
Ogni utente può condividere sui propri social media questi materiali, per aiutare i bambini a far sentire la propria voce, dimostrando che ognuno di noi può fare la differenza per loro.
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"Qui la vita è molto diversa", dice Aya. "Mi sento persa." Aya è una dei 50.000 rifugiati palestinesi che sono dovuti fuggire dalla Siria in Libano a causa del conflitto in corso. Ha lasciato tutto, anche i suoi amici e i nonni, in cerca di sicurezza.
Guarda il video: la storia di Aya

"Vorrei tornare indietro nel tempo, ma non posso" dice Michel, 13 anni, di San Roque, nelle Filippine. Oltre ad aver distrutto la sua scuola, il tifone Haiyan ha anche ucciso la sua maestra.
Guarda il video: la storia di Michel

"È una vita dura. Mangiamo solo una volta ogni due giorni", racconta Chamsia. "La nostra unica speranza è il raccolto. Purtroppo quest'anno non è andata così bene." 
Il Niger è stato colpito da ripetute crisi alimentari. Chamsia e suo marito, che è agricoltore, combattono per nutrire la loro bambina, che ora soffre di malnutrizione acuta grave. La piccola è solo una degli oltre 300.000 bambini in Niger ogni anno a rischio di morte per fame.
Guarda il video: la storia di Chamsia



JESUS, luglio 2014 - La bisaccia del mendicante-5 di ENZO BIANCHI


JESUS, luglio 2014

La bisaccia del mendicante-5

Rubrica di ENZO BIANCHI



Nel Salmo 46 il Signore esorta i credenti a vedere le meraviglie che opera per gli uomini, a contemplare il giorno in cui farà cessare le guerre e poi impartisce loro un comando: “Fermatevi e sappiate che io sono Dio”. La Vulgata fedelmente traduce: “Vacate et videte quoniam ego sum Deus”. “Vacate”, cioè fermatevi, da cui l’italiano “vacanza”. Sì, le vacanze sono giorni in cui ci si ferma, si lascia il proprio lavoro, si abbandonano i riti quotidiani, si parte dal luogo abituale per dimorare in un luogo diverso, più o meno lontano, un luogo “altro”, al mare, in montagna, in collina, visitando città.

Questo Salmo – che stamane ho pregato insieme ai miei fratelli e alle mie sorelle – mi ha suggerito che in vacanza, una volta che ci si è veramente fermati per vivere quiete e silenzio, si possono vedere le opere di Dio, ci si può esercitare a contemplarle. Il rischio, infatti, è quello di vivere le vacanze freneticamente, inventandosi mille cose da fare pur di non fermarsi, di non ascoltare il silenzio, di non cogliersi come creatura che vive e respira in mezzo a tante altre co-creature sulla terra: una terra che a volte si congiunge al mare, una terra sopra la quale si stende il cielo, tenebroso di notte, solare di giorno. Le vacanze, dunque, non sono forse il momento di pensare semplicemente alla terra, al mare, al cielo? Non solo il tempo per cercare di cogliere queste tre dimensioni che costituiscono il nostro quotidiano, ma che nel quotidiano ci sfuggono?...



lunedì 21 luglio 2014

"Nella casa del Padre non si tiene la contabilità" di Rubem Alves


Nella casa del Padre
non si tiene la contabilità
di Rubem Alves

Per tornare a Dio, è necessario dimenticare, dimenticare molto, cancellare quello che abbiamo imparato, grattare i colori… Coloro che non hanno perduto la memoria del mistero proveranno orrore davanti a questa nuova sfida umana. Sporgeranno denunce. C’è stato, infatti, chi ha gridato che Dio è morto […]. Ha gridato che noi siamo gli assassini di Dio. Fu accusato di ateismo. Ma ciò che voleva, in realtà, era rompere quelle maschere per contemplare di nuovo il mistero infinito. Anche Gesù si è comportato così: «Avete udito che è stato detto, ma io vi dico…». Il dio dipinto sulle pareti del tempio non era lo stesso che Gesù vedeva. Il dio del quale parlava era orrendo per le persone per bene, difensori dei buoni costumi. Egli diceva che le prostitute sarebbero entrate nel regno dei cieli prima degli uomini pii. Che i beati erano sepolcri vuoti: bianchi fuori, puzzolenti dentro. Che l’amore vale più della legge. Che i bambini sono più vicini a Dio degli adulti. Che Dio non ha bisogno di luoghi sacri, dal momento che ogni essere umano è un altare, non importa dove egli si trovi.

Egli raccontava storie in maniera pacifica. Ad una di queste, i pittori delle pareti hanno dato il nome di «parabola del figliol prodigo». Narra la storia di un padre e di due figli. Uno di loro, il maggiore, era pieno di certezze, ligio al dovere, lavoratore. L’altro, il minore, era un mascalzone e uno spendaccione. 
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Gesù dipinge un volto di Dio che la saggezza umana non può capire. Egli non tiene la contabilità. Non fa la somma delle virtù e dei peccati. Così è l’amore. Non ha un perché. Esiste senza ragioni. Ama perché ama. Non tiene la contabilità né del male né del bene. Con un Dio così, l’universo diventa più pacifico. E le paure se ne vanno. Ecco un titolo adatto alla parabola: «un padre che non sa sommare». Oppure: «un padre che non ha memoria…».



Omelia di p. Pino Stancari sj

Santuario Madonna del Carmine 
di Pozzo di Pozzo di Gotto

XVI Domenica del Tempo Ordinario anno A
20-07-2014

Omelia di p. Pino Stancari sj

... il Regno dei cieli. La parabola ci parla di quello che è nell'esperienza di tutti, rispetto a questa iniziativa di Dio che certamente è determinata da un'intenzione d'amore la Sua, lontana, gratuita ed inesauribile; di fatto noi sperimentiamo che c'è il male nel mondo, c'è il male in tutti i sensi, dal male fisico al male psichico, al male sociale, al male morale, c'è il male!...

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"Il senso del viaggio" di Enzo Bianchi

Il senso del viaggio
di Enzo Bianchi


Con il viaggio e il viaggiare ho sempre avuto uno strano rapporto...

Ma credo che nonostante queste diverse stagioni della vita, il senso del viaggio non muti. E quando dico “senso” lo intendo nella sua duplice accezione di “direzione” e di “significato”. Sì, perché ogni viaggio, anche quello solo immaginato, ha un tragitto, un “verso dove” e una ragione, una motivazione. Proprio per questo ritengo sia impossibile parlare di “viaggio” senza che il pensiero vada a a un viaggio “altro”, quello interiore. Un viaggio che può aver luogo, anche simultaneamente, lungo le strade del mondo e nei meandri della coscienza: “lo spirito del paesaggio e il mio spirito si sono concentrati e, per questo, trasformati in modo che il paesaggio è proprio dentro di me”, diceva il pittore cinese Shi Tao.

Sì, sovente un viaggio aiuta l’altro, quello esteriore offre spunti a quello interiore e quest’ultimo fornisce le motivazioni al primo e ne anima il percorso: i pellegrinaggi non nascono forse da un desiderio dello spirito? Ciascuno infatti ha in sé un “continente interno”, che non finirà mai di esplorare e che nessun altro potrà esplorare al suo posto, ma a delimitare i contorni di questo continente, a modularne suoni e colori, ad arricchirne flora e fauna hanno contribuito i “continenti esterni”, quell’alterità di luoghi e di volti sovente sperimentata nel viaggiare alla ricerca di un altrove.

Ma per capire in profondità il senso di ogni nostro viaggio è indispensabile soffermarsi sul suo inizio, che non è la partenza, bensì una fase molto precedente: il momento in cui l’abbiamo pensato e poi iniziato a prepararlo e a prepararci. In altri termini, il viaggio inizia con il chiedersi perché intraprenderlo e perché proprio quello. Sarà questa motivazione a determinare la scelta della meta e a fissare il momento della partenza: “quando l’uomo non sa verso quale approdo naviga – diceva Seneca – nessun vento gli è favorevole” e quindi non può salpare...



domenica 20 luglio 2014

Angelus del 20 luglio 2014 - Testo e video


 20 luglio 2014 


Cari fratelli e sorelle, buongiorno.

In queste domeniche la liturgia propone alcune parabole evangeliche, cioè brevi narrazioni che Gesù utilizzava per annunciare alle folle il Regno dei cieli. Tra quelle presenti nel Vangelo di oggi, ce n’è una piuttosto complessa, di cui Gesù fornisce ai discepoli la spiegazione: è quella del buon grano e della zizzania, che affronta il problema del male nel mondo e mette in risalto la pazienza di Dio (cfr Mt 13,24-30.36-43). 
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Alla fine, infatti, il male sarà tolto ed eliminato: al tempo della mietitura, cioè del giudizio, i mietitori eseguiranno l’ordine del padrone separando la zizzania per bruciarla (cfr Mt 13,30). In quel giorno della mietitura finale il giudice sarà Gesù, Colui che ha seminato il buon grano nel mondo e che è diventato Lui stesso “chicco di grano”, è morto ed è risorto. Alla fine saremo tutti giudicati con lo stesso metro con cui abbiamo giudicato: la misericordia che avremo usato verso gli altri sarà usata anche con noi. Chiediamo alla Madonna, nostra Madre, di aiutarci a crescere nella pazienza, nella speranza e nella misericordia con tutti i fratelli.

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,
Ho appreso con preoccupazione le notizie che giungono dalle Comunità cristiane a Mossul (Iraq) e in altre parti del Medio Oriente, dove esse, sin dall’inizio del cristianesimo, hanno vissuto con i loro concittadini offrendo un significativo contributo al bene della società. Oggi sono perseguitate; i nostri fratelli sono perseguitati, sono cacciati via, devono lasciare le loro case senza avere la possibilità di portare niente con loro. A queste famiglie e a queste persone voglio esprimere la mia vicinanza e la mia costante preghiera. Carissimi fratelli e sorelle tanto perseguitati, io so quanto soffrite, io so che siete spogliati di tutto. Sono con voi nella fede in Colui che ha vinto il male! E a voi, qui in piazza e a quanti ci seguono per mezzo della televisione, rivolgo l’invito a ricordare nella preghiera queste comunità cristiane. Vi esorto, inoltre, a perseverare nella preghiera per le situazioni di tensione e di conflitto che persistono in diverse zone del mondo, specialmente in Medio Oriente e in Ucraina. Il Dio della pace susciti in tutti un autentico desiderio di dialogo e di riconciliazione.
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Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. A tutti auguro buona domenica e buon pranzo. Arrivederci!

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XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO / anno A - Commento al Vangelo di mons. Vincenzo Paglia


XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO / anno A
20/07/2014

Commento al Vangelo 
di mons. Vincenzo Paglia


Matteo 13,24-43


In questa sesta domenica dopo Pentecoste continua la lettura del capitolo 13 del Vangelo di Matteo, iniziato domenica scorsa. È il “capitolo delle parabole”, centrato tutto sull’immagine del “Regno dei cieli”. Si tratta di un tema centrale della predicazione di Gesù, e quindi decisivo per la comprensione stessa del Vangelo e della volontà di Dio sugli uomini. Con tre parabole, il Regno viene paragonato prima agli steli del grano costretti a convivere con la zizzania, poi a un seme microscopico, quello della senape, che diviene però un grande albero e, infine, a pochi grammi di lievito capaci di fermentare una massa di farina. L’ascolto di queste parole evangeliche provoca l’allargamento del cuore e della intelligenza per giudicare e vivere la vicenda umana.
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Potremmo dire che da questa parabola inizia la storia della tolleranza cristiana, come anche quella del suo tradimento. È una parola che secca in radice l’erba davvero malvagia del manicheismo, di ogni distinzione possibile tra buoni e cattivi, tra giusti e ingiusti. C’è qui in luce, non solo l’invito ad una illimitata tolleranza, ma persino al rispetto per il nemico, anche quando fosse nemico non solo personale ma della causa più giusta e più santa, di Dio, della giustizia, della nazione, della libertà.

Questa parabola, così lontana dalla nostra logica e dai nostri comportamenti, fonda una cultura della pace. Oggi che assistiamo al proliferare di tragici conflitti locali e alla facile corsa al bersaglio (quando ci si sente più forti), è necessario riproporre questa parola evangelica per privilegiare, o quantomeno non escludere, il momento del dialogo e delle trattative. Non è segno di debolezza e di cedimento. È concedere ad ogni uomo la possibilità di scendere nel profondo del proprio cuore per ritrovare l’impronta di Dio e della sua giustizia. Questo richiede l’intelligenza e, perché no, la furbizia di guardare in faccia il proprio nemico e di riconoscergli la buona fede e lo stesso desiderio sincero di pace. Questo vuol dire superare la logica del nemico.

La parabola non dice che non ci sono nemici. Tutt’altro. Indica però un modo diverso di trattarli: piuttosto che la mietitura violenta, che rischia di strappare anche la pianta buona, è da preferire la paziente selezione ed attesa. È una grande saggezza che contiene una forza incredibile. Davvero questa parola di tolleranza e di pace è simile a quel granellino di senape e quel pugno di lievito. Se la lasciamo crescere dentro di noi e nel profondo della vicenda umana sconfiggerà l’inimicizia e lo spirito di guerra. La decisione del padrone del campo, se accolta, può trasformare l’umanità intera. La crescita della pianta cattiva non deve spaventarci. Quel che conta è far crescere il più possibile la pianta buona. Così si afferma già sulla terra il Regno dei cieli 




sabato 19 luglio 2014

"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 34/2013-2014 (A) di Santino Coppolino

'Un cuore che ascolta - lev shomea'
Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)

Traccia di riflessione sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino

Vangelo: 
Mt 13,24-43





Continua con queste tre parabole la spiegazione che l'evangelista Matteo fa del mistero della vita di Gesù e del Regno che è venuto ad inaugurare. Regno che è quella società-altra, quel modo-altro di concepire la vita, di intessere rapporti con i fratelli, con i beni, con il creato. 
Le tre parabole narrate da Gesù riguardano tre grandi tentazioni con le quali la comunità è chiamata a fare i conti, tentazioni che rischiano di impedirne una crescita armonica, secondo il progetto del Padre, che Gesù incarna in sé: la tentazione di essere una comunità di perfetti, di puri; la tentazione di diventare grandi, potenti; la tentazione dello scoraggiamento.
Gesù ci mette in guardia spiegandoci perché né il mondo né la stessa Chiesa siano fatti solo di giusti, e come bisogna imparare pazientemente ad accettare questo fatto, pena un peccato ancor più grave di orgoglio e di presunzione. Di come il Regno di Dio non è qualcosa di grandioso, di potente, come immaginato dal profeta Ezechiele (cap.17), che lo aveva  paragonato ad un cedro maestoso - il re degli alberi - piantato su un monte altissimo, perché fosse ammirato e temuto da tutti i popoli del mondo. Il Regno invece che Gesù proclama 
assomiglia ad un granellino di senape, piccolissimo, quasi invisibile ad occhio nudo, che nel suo maggior sviluppo giunge ad un'altezza di non più di due metri, ma fornisce ombra e riparo  agli uccelli del cielo. E' il richiamo a tutta la comunità dei credenti, a coloro che sono tentati di atteggiarsi a potenti, affrontare il mondo e le sue contraddizioni con l'elmo, la corazza e la spada di Saul, invece che come Davide, armato solo della Parola liberatrice del suo Signore. A noi il compito di fidarci di Essa, della sua capacità di cambiare ciò che a noi sembra impossibile, di permettere che divenga in noi fermento che genera vita e la comunichi ad ogni uomo, in ogni parte del mondo.


"Ai giovani" di Enzo Bianchi

Fr. Enzo ha ricevuto la cittadinanza onoraria della città di Nizza Monferrato (AT).
In questa occasione, alla presenza di numerosissimi studenti e amici, ha rivolto ai giovani della città (e non solo) alcune parole che qui riportiamo


Ai giovani
di 
Enzo Bianchi

Quando diventiamo anziani, sentiamo dentro di noi il bisogno di riandare ai giorni della nostra adolescenza e della nostra giovinezza, perché – ce lo dicono le scienze mediche – ricordiamo più facilmente eventi e situazioni di allora piuttosto che quelli del passato recente. Questa operazione psichica e anche affettiva ci permette due risultati di cui vi vorrei brevemente parlare in questo simpatico incontro, in cui il sindaco e il consiglio comunale di Nizza Monferrato mi onorano donandomi la cittadinanza municipale.
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Mio padre era un povero lattoniere e stagnino, ma mi diceva: “Lascia il mondo migliore di come l’hai trovato!”. E io mi domando se ho onorato questo consiglio. La nostra generazione, voi lo sapete, ha responsabilità economiche gravi verso la vostra: vi lasciamo più poveri perché, in una vertigine di consumi e di sprechi, non abbiamo tenuto conto delle future generazioni, e così vi lasciamo una terra più brutta, più cementificata. Basta che voi guardiate le cose brutte che abbiamo costruito, i capannoni oggi vuoti e abbandonati con cui abbiamo reso desolate le terre alle porte delle città, il cibo meno sano e più avvelenato che abbiamo sovente prodotto.

E ormai ci sono varie forme di ribellione da parte della terra stessa. Ecco allora la preghiera che vi faccio: lasciate più bella questa terra di colline e di vigne, rispettatela, imparate ad amarla, perché il comandamento è anche “ama la terra come te stesso”! Quando da giovane passavo le ore qui a Nizza, queste erano le speranze che abitavano me e i miei compagni. In questa terra sono cresciuto vivendo l’amicizia, i primi amori, ma anche le prime battaglie per dei valori. Qui, allora impegnato in politica a livello provinciale, ho iniziato ad avere il senso della polis, e qui fin dagli anni ’60 ho conosciuto come occorreva resistere per vivere la libertà, la parresía, la franchezza nel dire le cose.

Non so se devo ricordarlo, ma per me è stato significativo: quando, con responsabilità, nel partito in cui militavo osai fare un’interrogazione riguardo a un onorevole che appariva non coerente e praticava quelle che trent’anni più tardi sarebbero state chiamate tangenti, e osai denunciarlo non alla magistratura ma ai probiviri, fui sospeso dal partito e così abbandonai la vita politica. Ma io non sono cambiato, le mie convinzioni sono restate e a esse ho cercato di essere fedele. Ecco, per tutte queste ragioni accetto con gioia la cittadinanza, non come un onore alla mia persona ma come una chiamata, espressa dal sindaco, a una responsabilità verso la città di Nizza Monferrato e verso questa terra.

Leggi tutto: Ai giovani


venerdì 18 luglio 2014

Mandela day 2014, il primo senza Madiba: sessantasette minuti per cambiare il mondo!


Si celebra oggi, 18 luglio, il Nelson Mandela International Day, ricorrenza istituita nel 2009 con la risoluzione dell’Assemblea Generale A/RES/64/13, in riconoscimento del contributo dell’ex Presidente sudafricano alla cultura della pace e della libertà. Per 67 anni Nelson Mandela ha dedicato la sua vita al servizio dell’umanità – come un avvocato dei diritti umani, prigioniero di coscienza, operatore di pace internazionale e primo presidente democraticamente eletto di un Sudafrica libero. Oggi si commemora quindi la sua dedizione nel campo della risoluzione dei conflitti, le relazioni razziali, la promozione e la tutela dei diritti umani, la riconciliazione, la parità di genere e dei diritti dei bambini e altri gruppi vulnerabili, nonché il suo contributo alla lotta per la democrazia internazionale e la promozione di una cultura di pace in tutto il mondo.
“L’anno scorso, quando Nelson Mandela è morto, il mondo ha perso uno dei suoi più grandi leader. Ricordiamo la sua eredità soprattutto per il suo compleanno, il 18 luglio. – Ha dichiarato il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon – Nelson Mandela e le Nazioni Unite avevano insieme una storia forte. Poco dopo il suo rilascio dalla prigione è venuto alla nostra sede. E’ stato un momento di grande eccitazione. La presenza di Nelson Mandela nella Sala dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha dimostrato che le risoluzioni, le sanzioni e la solidarietà possono vincere sulla violenza e l’ingiustizia. La sua straordinaria compassione, dopo 27 anni di carcere, ha mostrato che i diritti umani e l’uguaglianza sono più forti delle discriminazione e dell’odio. Grazie a lui l’Apartheid è stato sconfitto, ma il nostro pianeta e le popolazioni sono ancora soggetti a terribili minacce – la povertà, la discriminazione, il cambiamento climatico, conflitti, … Il Nelson Mandela Day è una chiamata all’azione. Ognuno di noi può celebrare questo giorno, contribuendo a risolvere problemi reali delle nostre comunità. Insieme possiamo dare un grande significato a questa celebrazione, aprendo la strada per un futuro migliore.”
l’ONU si unisce così alla chiamata della Fondazione Nelson Mandela per dedicare 67 minuti del proprio tempo ad aiutare gli altri, un minuto per ogni anno di servizio reso da Mandela: un piccolo gesto di solidarietà verso l’umanità e un grande passo verso un movimento globale per il bene.
Ognuno di noi ha la possibilità di cambiare il mondo attraverso un impegno concreto, contribuendo a creare un movimento globale per il bene che riconosca che il cambiamento inizia impegnandosi in piccole azioni. Questo il significato della giornata, e il miglior modo per celebrare il compleanno di colui che per tutti noi è divenuto “Madiba” (come lo hanno soprannominato i suoi famigliari), il primo dalla sua scomparsa.
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Per coloro che volessero donare il proprio tempo al servizio pubblico, ecco alcune cose che si possono fare per agire e ispirare il cambiamento...

Nelson Mandela, una vita per la liberta' contro l'apartheid


Guarda i nostri precedenti post:



Omelia di P. Alberto Neglia (video)


Solennità Beata Vergine Maria del Monte Carmelo
16-07-2014


Omelia di P. Alberto Neglia
Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto




Il brano del Vangelo che abbiamo ascoltato è molto breve, ma molto denso, davvero contempliamo il mistero centrale dell'esperienza di Gesù, che è il mistero della Sua morte e della Sua resurrezione. Lì, nel momento in cui Gesù ha donato la Sua vita per amore, per amore si è consegnato a tutti noi... Ebbene lì Gesù, più che piangere su se stesso, ha un grande desiderio di raccoglierci tutti; Lui già l'aveva detto: "quando sarò innalzato attirerò tutti a me" e lì, ai piedi della croce, si ritrovano Maria e anche il discepolo amato, ogni discepolo amato, tutti siamo discepoli amati dal Signore, figli amati dal Signore, ebbene lì dalla croce Gesù, che contempla questo discepolo, vede questo discepolo amato e vede la Madre Sua, compie l'ultimo gesto, bellissimo, guardando Maria dice: "ecco il tuo figlio", certo il Figlio unigenito è Gesù, ma chi si avvicina a Gesù, chi si accosta a Gesù, chi si lascia animare dallo Spirito di Gesù diventa fratello di Gesù e anche figlio di Maria e per cui Gesù può dire a Maria "ecco il tuo figlio" guardando il discepolo amato che è Giovanni nel Vangelo e poi dice al discepolo amato: "ecco tua Madre" e indica Maria. E, proprio perché siamo tutti  discepoli amati, ad ognuno di noi Gesù propone di avere Maria come Madre che ci accompagna... 
Il discepolo amato la prese nella sua casa, io vorrei davvero che anche noi prendessimo Maria nella nostra casa...
Portarsi Maria a casa significa rivisitare l'atteggiamento di Maria e fare nostri gli atteggiamenti di Maria, chiedere a Lei che le virtù Sue, il modo di fare Suo, la fede che Lei ha vissuto intensamente davvero diventino la nostra fede, la carità con cui ha radunato tutti, ha accolto tutti, ha perdonato tutti diventino i nostri atteggiamenti, questo è il modo di portare Maria a casa...

Guarda il video


giovedì 17 luglio 2014

BASTA!!!


BASTA!!!



A me non interessa se erano israeliani o palestinesi. A me interessa che erano bambini. Bambini che stavano giocando a pallone sulla spiaggia. 
Il primo missile li ha sorvolati, lasciandoli increduli. Possibile che la guerra potesse ruggire proprio lì, tra gli alberghi e i capanni del lungomare? Sono scappati col pallone sotto l’ascella. Qualcuno è corso verso un gruppo di giornalisti stranieri appena usciti da un hotel. Qualcun altro si è rifugiato dentro un capanno, nell’illusione che al riparo di un tetto il male sparisse o facesse meno danni. È a quel punto che il secondo missile li ha colpiti. Sono morti in quattro, tutti della stessa famiglia. Il più piccolo aveva nove anni. Il più grande dodici. I feriti perdevano sangue dalla testa e si tenevano le mani sullo stomaco, urlando di spavento e di dolore. 
Immaginate i parenti di quei piccoli, l’odio senza tempo che da oggi germinerà nei loro cuori. A me non interessa più capire questa guerra, distinguere tra atti bellici e atti terroristici, soppesare i torti e le ragioni. A me interessano quei quattro bambini. E i tre adolescenti della parte opposta uccisi a freddo nei giorni scorsi. La mattanza di futuro ha raggiunto ritmi insostenibili persino per un mondo in overdose perenne d’indignazione come il nostro. Nel tentativo di dare almeno una forma all’orrore, scrivo i nomi delle sette vittime, senz’altra distinzione che non sia la loro comune appartenenza alla razza umana: Eyal Yifrah, 19 anni, Gilad Shaar (16), Naftali Fraenkel (16), Ramez Bakr (11), Ahed Bakr (10), Zakaria Bakr (10), Mohammad Bakr (9). Nove anni. 
Scrivo i loro nomi e urlo il mio infantile, inutile, definitivo: basta.
Massimo Gramellini
 

Il piccolo porto di Gaza è uno dei luoghi più pittoreschi della città. In questi giorni, le barche dei pescatori sono rimaste ormeggiate placide nel porticciolo, uniche testimoni, da parte marina, delle incursioni aree israeliane e del lancio di razzi da parte dei gruppi militanti palestinesi.
Una sottile lingua di terra parte della costa, proprio davanti ai quattro alberghi che ospitano la maggior parte dei giornalisti internazionali venuti a “coprire” l’ennesimo confronto militare.
Proprio su questo lembo di terra e blocchi di cemento, che mette al riparo le barche dalle mareggiate, ci sono un paio di baracche e un piccolo container utilizzato dai pescatori per aggiustare le reti e difendersi dal solleone.
Alle quattro e trenta circa, un colpo di artiglieria colpisce il porto. Io e due colleghi fotografi ci affacciamo immediatamente alla finestra. Il porto dista circa 200 metri dal nostro edificio. Poi un secondo colpo. Stiamo già correndo giù dalle scale, macchina fotografica in mano, provando a indossare il giubbotto antiproiettile in corsa...

Vedi anche i nostri post precedenti:

Preghiera di un Ebreo per i bambini di Gaza


Preghiera di un Ebreo 
per i bambini di Gaza

di Bradley Burston



Se c’è mai stato un momento per pregare, esso è ora. 
Se c’è mai stato un luogo abbandonato, esso è Gaza. 
Signore, Creatore di tutti i bambini,
ascolta la nostra preghiera in questo giorno maledetto.

Dio, che noi chiamiamo Benedetto,
rivolgi il tuo sguardo verso di loro, 
i bambini di Gaza,
affinché possano conoscere le tue benedizioni 
e la tua protezione,
affinchè possano conoscere la luce ed il calore
dove ora non ci sono che tenebre e fumo
ed un freddo che avvizzisce e dilania la pelle.

Onnipotente, tu che fai eccezioni 
fai un’eccezione per i bambini di Gaza. 
Proteggili da noi e dai loro. Risparmiali. Salvali.
Lasciali vivere in tutta sicurezza. 
Liberali dalla fame e dall’orrore,
dalla furia e dal dolore.
 Liberali da noi e dai loro.

Dona loro di ritrovare la loro infanzia ed il loro diritto di nascere,
che è un’anteprima di Paradiso.
...



Luca sfida la sindrome “X fragile” e si laurea col massimo dei voti


Luca sfida la sindrome “X fragile” e si laurea col massimo dei voti
Lo studente ha completato il suo percorso universitario con il sostegno dell’USID

Si è laureato in Discipline dello spettacolo e della Comunicazione con 110 e lode, completando un percorso universitario che ha affrontato sin dall'inizio con grande determinazione: lunedì 30 giugno, Luca Razzauti, studente affetto da una sindrome genetica chiamata "X fragile", ha discusso la sua tesi con il prof. Maurizio Ambrosini, intitolata, "L'ambiente del dramma. «La viaccia» di Mauro Bolognini tra letteratura, pittura e musica" ottenendo il massimo dei voti.
...
La sindrome "X fragile" è una patologia che conferisce tratti autistici con relativa difficoltà comunicativa. Nei suoi anni universitari Luca, 27 anni, originario di Livorno, è stato coadiuvato da tutor che lo hanno affiancato durante le attività didattiche e ha sostenuto gli esami in forma scritta utilizzando la "Comunicazione Facilitata Alfabetica" (CFA).

Luca racconta così la sua esperienza universitaria: 
"La maratona della mia vita sta continuando, dopo aver lottato duramente per avere una giusta dignità che ho ottenuto, ho deciso di intraprendere un altro bel percorso, quello universitario. Non è stato difficile scegliere la facoltà, qualcuna non faceva per me e per qualche altra era l'opposto, non facevo io per lei. Quindi ho scelto seguendo i miei principali interessi, cioè cinema, musica e teatro: tutti linguaggi che l'uomo usa per comunicare. Devo dire che la paura di iniziare nuove battaglie per dimostrare la mia facoltà di comprensione e per far accettare la mia necessità di sostenere gli esami in modo diverso dalla maggior parte degli altri studenti, era tanta. Invece, davanti a me si è aperto un mondo. Sono riuscito a conquistarmi un posto da vero studente all'Università di Pisa.
"... La bellezza di essere accettato con le mie caratteristiche, belle e meno belle, non ha prezzo, come del resto riuscire ad ottenere tante soddisfazioni. Proprio grazie a questo percorso intrapreso sentendomi alla pari, sono riuscito a dare il meglio di me, fino ad arrivare a laurearmi. E il giorno della mia laurea, il 30 giugno 2014, mi sono sentito finalmente in grado di poter mettere alla prova le mie capacità di controllo delle emozioni e le mie competenze sociali, più ancora di quelle culturali. È stata dura ma ce l'ho fatta, la mia autostima ha perforato i sette cieli, ma ciò nonostante mi rendo conto che non potrei essere qui a parlarvi di tutto questo se non avessi avuto alle spalle una magnifica squadra formata da familiari, amici vecchi e nuovi, giovani e adulti, inseganti che mi hanno concesso un credito senza lasciarsi condizionare dalle sfavorevoli apparenze, persone che in ambito universitario lavorano per creare i presupposti culturali e logistici che permettano l'inclusione.Una squadra in cui esistono solo titolari, dove tutti sono necessari, nella quale non sono previste le panchine per le riserve.
Grazie a tutti, sentivo la vostra partecipazione come una mano che mi sospingeva, mi manteneva in equilibrio e, alla fine, mi portava in trionfo".