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venerdì 3 maggio 2024

Alberto Maggi - Maggio, il mese dedicato alla Madonna: “Ma basta con la vana credulità”

Alberto Maggi
Maggio, il mese dedicato alla Madonna:
“Ma basta con la vana credulità”

“Per tutto maggio, il tempo tradizionalmente dedicato alla Madonna, si riesumano tradizioni, devozioni, culti, processioni, preghiere che si sperava ormai poste sotto naftalina, collocate con il dovuto riverente rispetto nel museo delle religiosità appartenenti al passato e incompatibili con la spiritualità della Chiesa odierna”. Come spiega su ilLibraio.it il biblista Alberto Maggi, la vera devozione a Maria non consiste “in una vana credulità, ma procede dalla fede vera, dalla quale siamo spinti all’imitazione delle sue virtù”


VANA CREDULITÀ

Il cammino e la crescita del credente verso una sempre maggiore consapevolezza della realtà divina che lo circonda e lo abita non consistono certamente nel “demolire, ma nel portare a compimento” la sua adesione a Gesù e al suo messaggio (Mt 5,17).

Perché questo diventi realtà occorre continuamente mettere il vino nuovo della buona notizia dentro otri nuovi, “altrimenti si rompono gli otri e il vino si versa e gli otri van perduti” (Mt 5,17). “Dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente” (Ef 4,23) invita Paolo, e questo rinnovarsi non significa essere fuori dalla Chiesa ma, al contrario, esserle fedeli e seguirla nei suoi insegnamenti.

Ma c’è un mese all’anno in cui questo rinnovarsi sembra come svanire. Per tutto maggio, il tempo tradizionalmente dedicato alla Madonna, si riesumano tradizioni, devozioni, culti, processioni, preghiere che si sperava ormai poste sotto naftalina, collocate con il dovuto riverente rispetto nel museo delle religiosità appartenenti al passato e incompatibili con la spiritualità della Chiesa odierna.

Queste devozioni, ormai obsolete, hanno avuto origine in una cultura patriarcale, ormai definitivamente tramontata, quando tra genitori e figli non vi erano i rapporti attuali improntati sull’affetto. Il padre rappresentava l’autorità, la severità e il castigo e la sua era una presenza che incuteva timore; la madre era l’amore e la tenerezza, colei che si frapponeva tra il marito e il figlio sia per rivolgere richieste che questi non avrebbe mai osato fare direttamente al padre, sia per parare le punizioni del genitore. Questa cultura patriarcale fu proiettata nella sfera divina, dove Dio è il Padre di cui si ha timore e che non si osa affrontare direttamente. Soprattutto è colui che castiga (“Ho meritato i vostri castighi”). In questa prospettiva Maria svolgeva la funzione della madre sia per accogliere le richieste e i bisogni degli uomini, sia per proteggerli dal castigo divino. Così, in breve, da creatura fu trasformata in un sostituto della divinità, persino più sicura e affidabile di Dio.

Ora fortunatamente la società è profondamente cambiata: i figli si rivolgono direttamente al papà senza alcun timore e la mamma non deve più esercitare la sua funzione di mediatrice e protettrice. Per questo non è possibile seguitare a rivolgersi alla Vergine usando queste formule che risentono pesantemente di una teologia e di un linguaggio ormai superati, che non possono più esprimere il sentimento di una Chiesa sempre in cammino e mai immobile. Nei vangeli l’unico soccorritore è il paraclito (Gv 14,16), lo Spirito di verità che non ha bisogno di essere invocato e tantomeno supplicato in quanto la sua presenza è garantita sempre, non solo nel momento del bisogno, come segno della protezione divina.

Quale Maria?

Purtroppo, per un malinteso teologico, in passato Maria è stata presentata partendo dal compimento in lei del disegno di Dio. Da questa pienezza si è poi considerato in maniera retrospettiva ogni momento della sua esistenza, trasformandola così in una creatura privilegiata che già all’inizio della sua esistenza era più che perfetta, pienamente cosciente di tutto quel che l’aspettava nella vita. I vangeli non partono dalla compiutezza di Maria ma dai suoi inizi, difficili, drammatici, travagliati. Gli evangelisti non esitano a presentare una madre che non solo non comprende il figlio (Lc 2,18-19. 33), ma che addirittura si merita da lui un aspro rimprovero (Lc 2,49). Marco, l’evangelista più antico, la descrive addirittura unita al clan familiare deciso a catturare Gesù ritenuto ormai in preda alla sua follia (“Allora i suoi, sentito questo, uscirono per impadronirsi di lui; poiché dicevano: È fuori di sé”, Mc 3,21). Ma lei, a differenza degli altri, anche se non comprende l’agire di Gesù non lo rifiuta e riflette (Lc 2,50-51). Cresciuta nella pratica della Legge, ritenuta unica espressione della volontà di Dio, Maria si apre gradualmente alla parola del Figlio, che come una spada le attraverserà la vita, costringendola a scelte tanto drammatiche quanto coraggiose (Lc 2,35). Come all’annuncio dell’angelo la giovanetta di Nazaret si era detta disposta a compiere la volontà del Signore e a diventare madre del “Figlio dell’Altissimo” (Lc 1,32), ora Maria accoglie la parola del Figlio che la condurrà a divenire sua discepola: “Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre” (Mc 3,35).

La fedeltà al cammino della Chiesa nella conoscenza sempre più grande della figura di Maria come gli evangelisti l’hanno voluta presentare, impone pertanto di rivedere modi e formule delle devozioni. Per questo la Chiesa invita “i teologi e i predicatori della parola divina ad astenersi con ogni cura da qualunque falsa esagerazione, come pure dalla grettezza di mente nel considerare la singolare dignità della Madre di Dio” (Lumen Gentium, 67), e Paolo VI mise in guardia dalla “vana credulità, che al serio impegno sostituisce il facile affidamento a pratiche solo esteriori” (Marialis cultus, 38). È pertanto più che mai attuale il dovere di rivedere quelle forme che, “soggette all’usura del tempo, appaiono bisognose di un rinnovamento che permetta di sostituire in esse gli elementi caduchi, di dar valore a quelli perenni…” (MC 24). Maria, la temeraria audace galilea antimonarchica che osa affermare che il suo Signore è quello che “ha rovesciato i potenti dai troni” (Lc 1,52) in casa dei suoi parenti della Giudea, regione notoriamente filomonarchica, per un paradosso della storia è stata poi raffigurata su troni sempre più maestosi.

I devoti, pur chiamandola “la mamma celeste”, non le si rivolgono come a una madre, ma la supplicano prostrati, come fanno i sudditi per essere ascoltati dai potenti e richiedere la loro protezione. Di fronte ai rischi che la vita comporta, un credente maturo non cerca di mettersi sotto la protezione della Madonna, ma nelle avversità si rafforza e diventa sempre più capace di camminare con le sue gambe. È questo che lo rende una persona adulta, proprio come Maria di Nazaret, l’intrepida donna dei vangeli che invita a mettere in pratica il messaggio di Gesù (“Tutto quello che vi dice, fatelo”, Gv 2,5), perché lei per prima ha creduto che “nulla è impossibile a Dio” (Lc 1,37). Pertanto Maria non è la mamma-chioccia sotto il cui manto cercare protezione, ma, come intuirono molti Padri della Chiesa, da Atanasio a Efrem e ad Agostino, è una sorella nella fede, la “vera nostra sorella”, come scrisse Paolo VI (MC 56), la donna coraggiosa che fieramente e a testa alta è andata avanti nella sequela del Cristo, facendosi compagna di viaggio di ogni credente che cammina verso il raggiungimento della pienezza della vita.

Per questo la vera devozione a Maria non consiste “in una vana credulità, ma procede dalla fede vera, dalla quale siamo spinti all’imitazione delle sue virtù” (LG 67). E la virtù per eccellenza, quella che ha reso grande la Madonna, è la fede con la quale ha accolto e vissuto il progetto che il Padre ha su ogni creatura, cioè quello di “essere santi e immacolati” (Ef 1,4). In lei il Creatore non ha trovato ostacoli e ha realizzato così il suo disegno d’amore. Questo cammino di Maria verso la pienezza della volontà di Dio, se è stato indubbiamente immediato nell’accoglienza (“Eccomi! Sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”, Lc 1,38), ha poi richiesto tempo per la sua realizzazione. Un itinerario, il suo, difficile, irto di ostacoli e sofferenze, che però ha saputo percorrere crescendo e maturando nel suo divenire discepola perfetta del Cristo, disposta a condividerne la sorte (“Stavano presso la croce di Gesù sua madre…”, Gv 19,25). E Maria si è posta coraggiosamente a fianco del giustiziato contro chi lo ha crocifisso, schierandosi così per sempre a favore degli oppressi, dei poveri, dei disprezzati e mai dei potenti che opprimono.
(fonte: Il Libraio 23/05/20023)

Papa Francesco scrive ai parroci: Siate Missionari di sinodalità

Papa Francesco scrive ai parroci
 
Siate Missionari di sinodalità


Papa Francesco invita quanti «hanno preso parte all’Incontro internazionale “I Parroci per il Sinodo” ad essere missionari di sinodalità... una volta rientrati a casa, animando la riflessione sul rinnovamento del ministero di parroco in chiave sinodale e missionaria». Lo fa attraverso una lettera inviata ai parroci di tutto il mondo e consegnata nelle mani dei partecipanti alla riunione svoltasi nei giorni scorsi presso la Fraterna Domus di Sacrofano e conclusasi con l’udienza pontificia in Vaticano. Promossi dalla segreteria generale del Sinodo e dal Dicastero per il Clero, in collaborazione con i Dicasteri per l’Evangelizzazione e per le Chiese orientali, i lavori hanno permesso, in un clima di condivisione di esperienze, di raccogliere il contributo dei responsabili di comunità parrocchiali nei cinque continenti in vista della redazione dell’Instrumentum laboris della prossima assise sinodale in programma ad ottobre.

Nella lettera Francesco formula tre suggerimenti per ispirare lo stile di vita e di azione dei pastori. Si tratta, spiega, di «vivere il vostro specifico carisma ministeriale sempre più al servizio dei multiformi doni disseminati dallo Spirito nel Popolo di Dio»; «apprendere e praticare l’arte del discernimento comunitario» e «porre alla base di tutto la condivisione e la fraternità fra voi e con i vostri Vescovi».
(fonte: L'Osservatore Romano 02/05/2024)

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LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARROCI

Carissimi fratelli Parroci!

L’Incontro internazionale “I Parroci per il Sinodo” e il dialogo con quanti vi hanno preso parte, sono l’occasione per ricordare nella mia preghiera tutti i Parroci del mondo, ai quali rivolgo con grande affetto queste parole.

È talmente ovvio che dirlo suona quasi banale, ma questo non lo rende meno vero: la Chiesa non potrebbe andare avanti senza il vostro impegno e servizio. Per questo voglio anzitutto esprimere gratitudine e stima per il generoso lavoro che fate ogni giorno, seminando il Vangelo in ogni tipo di terreno (cfr Mc 4,1-25).

Come state sperimentando in questi giorni di condivisione, le parrocchie in cui svolgete il vostro ministero si trovano in contesti molto differenti: da quelle delle periferie delle megalopoli – le ho conosciute direttamente a Buenos Aires – a quelle vaste come province nelle regioni meno densamente popolate; da quelle dei centri urbani di molti Paesi europei, in cui antiche basiliche ospitano comunità sempre più piccole e più anziane, a quelle in cui si celebra sotto un grande albero e il canto degli uccelli si mescola alla voce dei tanti bambini.

I Parroci conoscono tutto questo molto bene, conoscono dal di dentro la vita del Popolo di Dio, le sue fatiche e le sue gioie, i suoi bisogni e le sue ricchezze. Per questo una Chiesa sinodale ha bisogno dei suoi Parroci: senza di loro non potremo mai imparare a camminare insieme, non potremo mai intraprendere quel cammino della sinodalità che «è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio» [1].

Non diventeremo mai Chiesa sinodale missionaria se le comunità parrocchiali non faranno della partecipazione di tutti i battezzati all’unica missione di annunciare il Vangelo il tratto caratteristico della loro vita. Se non sono sinodali e missionarie le parrocchie, non lo sarà neanche la Chiesa. La Relazione di Sintesi della Prima Sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi è molto chiara a tale riguardo: le parrocchie, a partire dalle loro strutture e dall’organizzazione della loro vita, sono chiamate a concepirsi «principalmente a servizio della missione che i fedeli portano avanti all’interno della società, nella vita familiare e lavorativa, senza concentrarsi esclusivamente sulle attività che si svolgono al loro interno e sulle loro necessità organizzative» (8, l). Occorre perciò che le comunità parrocchiali diventino sempre più luoghi da cui i battezzati partono come discepoli missionari e a cui fanno ritorno, pieni di gioia, per condividere le meraviglie operate dal Signore attraverso la loro testimonianza (cfr Lc 10,17).

Come pastori, siamo chiamati ad accompagnare in questo percorso le comunità che serviamo e, al tempo stesso, a impegnarci con la preghiera, il discernimento e lo zelo apostolico affinché il nostro ministero sia adeguato alle esigenze di una Chiesa sinodale missionaria. Questa sfida riguarda il Papa, i Vescovi e la Curia Romana, e riguarda anche voi Parroci. Colui che ci ha chiamati e consacrati ci invita oggi a metterci in ascolto della voce del suo Spirito e a muoverci nella direzione che ci indica. Di una cosa possiamo essere certi: non ci farà mancare la sua grazia. Lungo il cammino scopriremo anche il modo per liberare il nostro servizio da quegli aspetti che lo rendono più faticoso e riscoprire il suo nucleo più vero: annunciare la Parola e riunire la comunità spezzando il pane.

Vi esorto quindi ad accogliere questa chiamata del Signore a essere, come Parroci, costruttori di una Chiesa sinodale missionaria e a impegnarvi con entusiasmo in questo cammino. A tale scopo, mi sento di formulare tre suggerimenti che potranno ispirare lo stile di vita e di azione dei pastori.

1. Vi invito a vivere il vostro specifico carisma ministeriale sempre più al servizio dei multiformi doni disseminati dallo Spirito nel Popolo di Dio. Urge, infatti, scoprire, incoraggiare e valorizzare «con senso di fede i carismi, sia umili che eccelsi, che sotto molteplici forme sono concessi ai laici» (Conc. Ecum. Vat. II, Decr. Presbyterorum Ordinis, 9) e che sono indispensabili per poter evangelizzare le realtà umane. Sono convinto che in questo modo farete emergere tanti tesori nascosti e vi troverete meno soli nel grande compito di evangelizzare, sperimentando la gioia di una genuina paternità che non primeggia, bensì fa emergere negli altri, uomini e donne, tante potenzialità preziose.

2. Con tutto il cuore vi suggerisco di apprendere e praticare l’arte del discernimento comunitario, avvalendovi per questo del metodo della “conversazione nello Spirito”, che ci ha tanto aiutato nel percorso sinodale e nello svolgimento della stessa Assemblea. Sono certo che ne potrete raccogliere numerosi frutti non solo nelle strutture di comunione, come il Consiglio pastorale parrocchiale, ma anche in molti altri campi. Come ricorda la Relazione di Sintesi, il discernimento è un elemento chiave dell’azione pastorale di una Chiesa sinodale: «È importante che la pratica del discernimento sia attuata anche nell’ambito pastorale, in modo adeguato ai contesti, per illuminare la concretezza della vita ecclesiale. Essa consentirà di riconoscere meglio i carismi presenti nella comunità, di affidare con saggezza compiti e ministeri, di progettare nella luce dello Spirito i cammini pastorali, andando oltre la semplice programmazione di attività» (2, l).

3. Infine, vorrei raccomandarvi di porre alla base di tutto la condivisione e la fraternità fra voi e con i vostri Vescovi. Tale istanza è emersa con forza dal Convegno internazionale per la formazione permanente dei sacerdoti, sul tema «Ravviva il dono di Dio che è in te» (2 Tm 1,6), svoltosi nello scorso febbraio qui a Roma, con oltre ottocento Vescovi, sacerdoti, consacrati e laici, uomini e donne, impegnati in questo campo, in rappresentanza di ottanta Paesi. Non possiamo essere autentici padri se non siamo anzitutto figli e fratelli. E non siamo in grado di suscitare comunione e partecipazione nelle comunità a noi affidate se prima di tutto non le viviamo tra noi. So bene che, nel susseguirsi delle incombenze pastorali, tale impegno potrebbe sembrare un sovrappiù o persino tempo perso, ma in realtà è vero il contrario: infatti, solo così siamo credibili e la nostra azione non disperde ciò che altri hanno già costruito.

Non è solo la Chiesa sinodale missionaria ad aver bisogno dei Parroci, ma anche il cammino specifico del Sinodo 2021-2024, “Per una Chiesa sinodale. Comunione, partecipazione, missione”, in vista della Seconda Sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, che si svolgerà nel prossimo mese di ottobre. Per prepararla abbiamo bisogno di ascoltare la vostra voce.

Per questo, invito coloro che hanno preso parte all’Incontro internazionale “I Parroci per il Sinodo” ad essere missionari di sinodalità anche con voi, loro fratelli Parroci, una volta rientrati a casa, animando la riflessione sul rinnovamento del ministero di parroco in chiave sinodale e missionaria, e al tempo stesso permettendo alla Segreteria Generale del Sinodo di raccogliere il vostro contributo insostituibile in vista della redazione dell’Instrumentum laboris. Ascoltare i Parroci era lo scopo di questo Incontro internazionale, ma ciò non può finire oggi: abbiamo bisogno di continuare ad ascoltarvi.

Carissimi fratelli, sono al vostro fianco in questo cammino che anch’io cerco di percorrere. Vi benedico tutti di cuore e a mia volta ho bisogno di sentire la vostra vicinanza e il sostegno della vostra preghiera. Affidiamoci alla Beata Vergine Maria Odighitria: colei che indica la strada, colei che conduce alla Via, alla Verità e alla Vita.

Roma, San Giovanni in Laterano, 2 maggio 2024

FRANCESCO

Cantieri di pace

Cantieri di pace

Il 18 maggio a Verona Papa Francesco incontrerà le realtà della società civile, ecclesiali e laiche, riunite per “Arena di Pace”, un grande evento per dire con forza “no” alle guerre e proporre modelli alternativi di convivenza, dall’economia ai diritti. 
L’editoriale della Federazione stampa missionaria italiana (Fesmi)


Si vis pacem, para bellum: se vuoi la pace, prepara la guerra. L’antico adagio, a guardare alle decine di conflitti ad alta o bassa intensità che si combattono nei diversi continenti, sembra tornato di moda. Una guerra non solo di scontri armati ma che paventa una rapida distruzione del pianeta, se dovesse verificarsi lo scenario di un conflitto nucleare, minacciato da chi di pace non intende sentir parlare. In risposta a questa tentazione, esattamente dieci anni dopo l’ultima imponente manifestazione svoltasi nell’aprile 2014 all’Arena di Verona, torna “Arena di Pace”, rinnovata sia per i temi trattati sia per le modalità di attuazione, che vede coinvolti a livello nazionale e sovranazionale dozzine di entità ecclesiali e laiche, gruppi ecumenici e interreligiosi, movimenti popolari e organizzazioni non governative, rappresentanti sindacali e società civile.

L’intento è di richiamare con forza il nostro governo a rispettare e applicare l’articolo 11 della Costituzione che recita: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Un auspicio e un progetto disattesi, visto il coinvolgimento diretto o indiretto dell’Italia nelle situazioni di conflitto nel mondo. Arena 2024, che si svolgerà il 18 maggio, come le precedenti nasce dal mondo missionario, ecclesiale e laico, che contrappone la logica della pace a quella della guerra, al fine di spingere le istituzioni politiche a dare una risposta concreta, unitaria e ispirata ai principi di giustizia e di pace, per evitare di cadere nel baratro di un conflitto globale. «Giustizia e pace si baceranno»: queste parole di Isaia – poste a titolo dell’assemblea popolare – raccolgono l’aspirazione di milioni di persone che sognano un mondo in cui siano le vie del dialogo, dell’accoglienza reciproca e della pace alla base della convivenza planetaria.

A testimoni di pace di oggi, dai vari continenti, si unirà la memoria di grandi profeti da far conoscere ai giovani: Romano Guardini, Aldo Capitini, Giorgio La Pira, Ernesto Balducci, Tonino Bello, Davide Maria Turoldo, Primo Mazzolari, Arturo Paoli oltre a tanti protagonisti delle Arene precedenti. L’impegno per la giustizia e la pace non intende limitarsi all’incontro di maggio: vuole essere invece l’avvio di un processo di costruzione della pace che prosegua dopo l’evento, scuota la coscienza di tutti e coinvolga l’intera società. È questo il sogno di chi per lunghi mesi ha organizzato l’iniziativa e dei suoi maggiori protagonisti: Papa Francesco, che sarà presente e ribadirà il suo chiaro dissenso a guerra e violenza; il vescovo di Verona Domenico Pompili, che da mesi anima la preparazione; l’amministrazione comunale di Verona, che in tanti modi ha facilitato e accompagnato l’organizzazione della manifestazione e i componenti dei cinque tavoli di lavoro che hanno riflettuto su cinque temi critici: pace e disarmo; ecologia integrale e stili di vita; migrazioni; lavoro; democrazia e diritti.

Parafrasando Papa Francesco, Arena 2024 mira a «creare seminatori di cambiamento, promotori di un vero processo virtuoso di cultura della pace; compiti imprescindibili per camminare verso un’alternativa umana di fronte alla globalizzazione dell’indifferenza». In questo rinnovato impegno che parte dall’appuntamento di Verona le riviste missionarie delle Fesmi continueranno ad esserci con il loro compito: raccontare i tanti cantieri dove questa strada della pace è un’alternativa concreta che prova ogni giorno a costruire un’umanità nuova. Insieme e adesso.
(fonte: Fesmi 02/05/2024)

giovedì 2 maggio 2024

Tonio dell'Olio Lo Stato delinquente nel carcere minorile

Tonio dell'Olio
Lo Stato delinquente nel carcere minorile

PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI 2 MAGGIO 2024


Le violenze consumatesi ai danni dei minori nel carcere minorile Cesare Beccaria di Milano non sono una semplice macchia sul tessuto delle istituzioni. Si tratta piuttosto di una ferita inferta nella coscienza sociale del Paese e nella vita di quei ragazzi.

Proprio il giurista illuminato di cui porta il nome quell'istituto, teorizzò la definitiva messa fuorilegge della pratica della tortura. Teoria e proposta motivate dalla ragione, ovvero senza scomodare nobili principi e credi religiosi. "Infame crociuolo della verità" fu la sua definizione della tortura in "Dei delitti e delle pene". Bandita sia per estorcere confessioni che per infliggere una pena ulteriore. 
Per questo le violenze operate dagli agenti del Beccaria non sono soltanto un grave errore personale di poche persone ma il tradimento di un patto tra lo Stato e i suoi cittadini, la delinquenza delle istituzioni, la violazione delle norme da parte di chi deve garantirle, una pugnalata infame alla Costituzione che chiede di riabilitare. 

E penso alla voragine che si è aperta nella coscienza delle vittime, giovani ai quali è stata vidimata in ceralacca la licenza di compiere il male, di usare violenza e di obbedire alla legge del più forte. Ora la sfida è di curare quelle ferite tanto nelle vittime che nei carnefici.


Alessandro D'Avenia Studio di umani

Alessandro D'Avenia
Studio di umani



Corriere della Sera, 8 aprile 2024

Mi sono sempre protetto dal dolore, soprattutto quello di chi amo. Come si fa a non fuggire o, se si resta, a non soccombere? Esiste una terza via?

Di recente ho ricevuto queste righe di una madre che raccontava la crisi della figlia: «Ha scelto la scuola sbagliata, ma questo è solo ciò che si vede da fuori, ciò che vede la scuola dei risultati. Io e mio marito abbiamo imparato in questi due anni a conoscere e vivere la sua sofferenza che in alcuni periodi è stata così acuta che la portava a mangiarsi letteralmente le mani. A scuola le sue nocche insanguinate che non guarivano mai non sono state notate da nessuno! Dopo due anni di terapia, sta imparando a gestire meglio l’ansia ma il percorso scolastico è stato compromesso. A scuola hanno solo saputo dirci la solita vecchia frase: intelligente ma non si applica».

Le mani di questa ragazza, non viste o non guardate, rinnovano la domanda sul paradosso umano: come mai, pur essendo noi esseri che si sono evoluti per essere curati e curare, poi tras-curiamo?

Qualche risposta l’ho trovata nel Compianto sul Cristo morto di Bellini, quadro abitualmente ai Vaticani, ora in prestito fino a maggio al Museo diocesano di Milano come capolavoro che, per sapiente scelta di chi guida il museo, è esposto “a solo” e al termine di un percorso che permette alla bellezza, quando è “da solo a solo”, di rinnovare il nostro sguardo impoverito e donarci quindi più mondo. E nel quadro sono proprio le mani a farlo. Come?

Giovanni Bellini, pittore veneto tra i più celebri del Rinascimento, intorno al 1475 dipinge questa tavola per la contemplazione, sostantivo il cui senso originario indicava il fissare lo spazio di cielo visibile dal recinto del tempio, esercizio scientifico e spirituale necessario a cogliere l’essenziale nel continuo scorrere del tempo. Nel ritaglio sacro del quadro si scorge un morto (Cristo), il cui corpo esangue è sorretto da un uomo (Giuseppe d’Arimatea), mentre una donna (Maria Maddalena) gli unge le mani rattrappite da colpi di chiodi, con l’olio che un altro uomo (Nicodemo) accigliato tiene in un vasetto. Mi vedo in quest’ultimo, fronte aggrottata dinanzi alla morte, pensieri come rughe, in cerca di risposte davanti a un muro: l’uomo della Vita è morto. Cadavere. Con sapienza compositiva l’artista mette al centro del quadro le mani dei protagonisti, ma soprattutto quelle della donna che accarezzano con l’olio la sinistra del morto che perde rigidezza, al contrario della destra ancora contratta. In quelle mani c’è la farmacopea alla mia incapacità: al fuggire o soccombere aggiungono un’altra via.

Contemplavo il quadro guidato dalle parole della direttrice del museo Nadia Righi che spiegava come Bellini avesse rappresentato l’esperienza di tutti di fronte al dolore: il quadro dà forma a tutte le ferite vive e nascoste in noi, certifica l’impossibilità di trovare risposte astratte, la sconfitta dell’intelligenza e l’inadeguatezza delle parole. Tutti tacciono dentro e fuori dal quadro, sospesi, parlano le mani: la risposta è solo la cura, cioè rimanere, sostare. E io so stare? Fuggo o soccombo perché non ho risposte. E invece potrei restare proprio perché non le ho. Sono le mani a rispondere. Manutenzione, cioè “tenere nelle mani”, così diciamo per riferirci alla cura delle cose: della macchina, di un impianto, di un edificio. Ma le persone?

“Teniamo per mano” quelle che amiamo e ci commuove chi ancora lo fa per strada, ma come si fa a “manu-tenerle”, a “man-tenerle”, quando il dolore o la morte li prendono. Stando. Sostando. So stare? Perché nessuno ha visto o guardato le nocche sanguinanti di quella ragazzina? Noi non ci prendiamo cura delle persone perché le amiamo, ma impariamo ad amarle perché ci prendiamo cura di loro: curare è una scelta che ci trasforma, ci fa uscire da noi stessi, che è l’unica maniera di non fuggire o di non soccombere alla vera morte in vita, la chiusura in se stessi. Io fuggo o soccombo se penso solo a me stesso, invece se sosto, se so stare, mi salvo. L’amore, alla fine, è la quantità di vita di cui decidiamo di farci carico, che solo così si trasforma, anche quando è vita ferita.

Nel corridoio che segue al Compianto di Bellini sono state allestite quattro sale: altrettante opere di artisti contemporanei ispirate dalla “contemplazione” del quadro. L’artista visuale Emma Ciceri ha deciso di mostrare un video di una decina di minuti in cui si vedono solo le mani di una donna e di una bambina, in un dialogo di carezze. I movimenti della bambina sono incerti perché ha delle fragilità. Le mani sono proprio quelle dell’artista e della figlia. Le mani fanno la cura, manutenzione. Non cercano risposte, sono la risposta. L’opera si intitola “Studio di mani”, titolo che gli artisti danno a esercizi, ma qui l’esercizio è la vita tutta: stare, sostare senz’altra risposta che la presenza, è per eccellenza l’esercizio che umanizza.

A scuola nessuna mano ha toccato le nocche sanguinanti dell’ansia: “abbiamo le capacità, ma non ci applichiamo”, direbbe anche di noi la pagella. Non abbiamo tempo, occhi, mani: non sappiamo “stare”. Eppure ormai lo sappiamo che ci vuole un abbraccio di almeno 30 secondi per permettere al corpo di produrre ossitocina, l’ormone che cura il dolore. E ciò accade sia in chi dà e in chi riceve: non si sa più chi abbraccia chi. Si è abbracciati dalla Cura. Ecco la terza via, quella che immette vita nella vita. Chi siamo noi che – è solo un gioco di suoni – nella nostra lingua abbiamo le mani nel nome: umani? E quanto – gioco ancora – possiamo diventare senza mani: disumani?

La mamma che mi ha scritto conclude: «Qualche settimana fa mia figlia ha detto: “Ho capito che devo tornare a fare ciò che mi rendeva felice da bambina: disegnare, dipingere, creare”. Da qui la scelta drastica di cambiare scuola. Ha trovato il coraggio per realizzare la sua vocazione? Noi siamo con lei». Un ritorno alla chiamata originaria, e quindi all’originalità che, grande o piccola che la consideri il mondo delle apparenze, definiamo “il nostro posto nel mondo”: sostare, so stare. Gioire. Le mani della ragazza, curate, ora vogliono curare, riprendere in mano il mondo e i suoi colori, come la ragazza che rinuncia al suicidio descritta da Pavese: “La magra bambina che fui/ si è svegliata da un pianto durato per anni./ E desidero solo colori./ Ogni nuovo mattino,/ uscirò per le strade cercando i colori” (Agonia).

Questa è la manutenzione della vita, l’umano non è fatto, costruito, risolto come un problema, ma dato alla luce, generato, nasce figlio e rinasce quando ritorna figlio, cioè quando si sente appartenente a un amore che lo vuole esistente, è ri-generato quando riceve di nuovo la vita. Quelle nocche divorate dal demone contemporaneo dell’ansia chiedevano mani. É l’ansia d’amore che abbiamo tutti, oggi di più perché non c’è tempo di fermarsi ad amare e lasciarsi amare al di là dei risultati. Dieci minuti, un’infinità per chi contempla un’opera, dura la ripresa di “Studio di mani” di Ciceri. L’uomo si è differenziato evolutivamente grazie alle mani. Uno studio di mani, da Bellini a oggi, è uno studio su quanto siamo umani. Guardiamole adesso, le nostre, e sapremo quanto lo siamo noi.
(fonte: sito dell'autore)


Papa Francesco «Signore, aumenta la nostra fede! È una bella preghiera!» Udienza Generale 01/05/2024 (foto, testo e video)

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 1° maggio 2024















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Il testo qui di seguito include anche parti non lette che sono date ugualmente come pronunciate.

Catechesi. I vizi e le virtù. 17. La fede


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi vorrei parlare della virtù della fede. Insieme con la carità e la speranza, questa virtù è detta “teologale”. Le virtù teologali sono tre: fede, speranza e carità. Perché sono teologali? Perché le si può vivere solo grazie al dono di Dio. Le tre virtù teologali sono i grandi doni che Dio fa alla nostra capacità morale. Senza di esse noi potremmo essere prudenti, giusti, forti e temperanti, ma non avremmo occhi che vedono anche nel buio, non avremmo un cuore che ama anche quando non è amato, non avremmo una speranza che osa contro ogni speranza.

Che cos’è la fede? Il Catechismo della Chiesa Cattolica ci spiega che la fede è l’atto con cui l’essere umano si abbandona liberamente a Dio (n. 1814). In questa fede, Abramo è stato il grande padre. Quando accettò di lasciare la terra dei suoi antenati per dirigersi verso la terra che Dio gli avrebbe indicato, probabilmente sarà stato giudicato folle: perché lasciare il noto per l’ignoto, il certo per l’incerto? Ma perché fare quello? È pazzo? Ma Abramo parte, come se vedesse l’invisibile. Questo dice la Bibbia di Abramo: “Andò come se vedesse l’invisibile”. È bello questo. E sarà ancora questo invisibile a farlo salire sul monte con il figlio Isacco, l’unico figlio della promessa, che solo all’ultimo momento sarà risparmiato dal sacrificio. In questa fede, Abramo diventa padre di una lunga schiera di figli. La fede lo ha reso fecondo.

Uomo di fede sarà Mosè, il quale, accogliendo la voce di Dio anche quando più di un dubbio poteva scuoterlo, continuò a restare saldo e a fidarsi del Signore, e persino a difendere il popolo che invece tante volte mancava di fede.

Donna di fede sarà la Vergine Maria, la quale, ricevendo l’annuncio dell’Angelo, che molti avrebbero liquidato perché troppo impegnativo e rischioso, risponde: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38). E con il cuore pieno di fede, con il cuore pieno di fiducia in Dio, Maria parte per una strada di cui non conosce né il tracciato né i pericoli.

La fede è la virtù che fa il cristiano. Perché essere cristiani non è anzitutto accettare una cultura, con i valori che l’accompagnano, ma essere cristiano è accogliere e custodire un legame, un legame con Dio: io e Dio; la mia persona e il volto amabile di Gesù. Questo legame è quello che ci fa cristiani.

A proposito della fede, viene in mente un episodio del Vangelo. I discepoli di Gesù stanno attraversando il lago e vengono sorpresi dalla tempesta. Pensano di cavarsela con la forza delle loro braccia, con le risorse dell’esperienza, ma la barca comincia a riempirsi d’acqua e vengono presi dal panico (cfr Mc 4,35-41). Non si rendono conto di avere la soluzione sotto gli occhi: Gesù è lì con loro sulla barca, in mezzo alla tempesta, e Gesù dorme, dice il Vangelo. Quando finalmente lo svegliano, impauriti e anche arrabbiati perché Lui li lascia morire, Gesù li rimprovera: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (Mc 4,40).

Ecco, dunque, la grande nemica della fede: non è l’intelligenza, non è la ragione, come, ahimè, qualcuno continua ossessivamente a ripetere, ma la grande nemica della fede è la paura. Per questo motivo la fede è il primo dono da accogliere nella vita cristiana: un dono che va accolto e chiesto quotidianamente, perché si rinnovi in noi. Apparentemente è un dono da poco, eppure è quello essenziale. Quando ci hanno portato al fonte battesimale, i nostri genitori, dopo aver annunciato il nome che avevano scelto per noi, si sono sentiti interrogare dal sacerdote – questo è successo nel nostro Battesimo –: «Che cosa chiedete alla Chiesa di Dio?». E i genitori hanno risposto: «La fede, il battesimo!».

Per un genitore cristiano, consapevole della grazia che gli è stata regalata, quello è il dono da chiedere anche per suo figlio: la fede. Con essa un genitore sa che, pur in mezzo alle prove della vita, suo figlio non annegherà nella paura. Ecco, il nemico è la paura. Sa anche che, quando cesserà di avere un genitore su questa terra, continuerà ad avere un Dio Padre nei cieli, che non lo abbandonerà mai. Il nostro amore è così fragile, e solo l’amore di Dio vince la morte.

Certo, come dice l’Apostolo, la fede non è di tutti (cfr 2 Ts 3,2), e anche noi, che siamo credenti, spesso ci accorgiamo di averne solo una piccola scorta. Spesso Gesù ci può rimproverare, come fece coi suoi discepoli, di essere “uomini di poca fede”. Però è il dono più felice, l’unica virtù che ci è concesso di invidiare. Perché chi ha fede è abitato da una forza che non è solo umana; infatti, la fede “innesca” la grazia in noi e dischiude la mente al mistero di Dio. Come disse una volta Gesù: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sradicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe» (Lc 17,6). Perciò anche noi, come i discepoli, gli ripetiamo: Signore, aumenta la nostra fede! (cfr Lc 17,5) È una bella preghiera! La diciamo tutti insieme? “Signore, aumenta la nostra fede”. La diciamo insieme: [tutti] “Signore, aumenta la nostra fede”. Troppo debole, un po’ più forte: [tutti] “Signore, aumenta la nostra fede!”. Grazie.

Guarda il video della catechesi

Saluti

...

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Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare...

Il mio pensiero va infine ai giovani, ai malati, agli anziani e agli sposi novelli. Oggi, primo maggio, con tutta la Chiesa facciamo memoria di san Giuseppe Lavoratore ed iniziamo il mese mariano. Pertanto, a ciascuno di voi vorrei riproporre la santa Famiglia di Nazaret come modello di comunità domestica: comunità di vita, di lavoro e di amore.

E poi non dimentichiamo di pregare per la pace: preghiamo per i popoli che sono vittime della guerra. La guerra sempre è una sconfitta, sempre. Pensiamo alla martoriata Ucraina che soffre tanto. Pensiamo agli abitanti della Palestina e di Israele, che sono in guerra. Pensiamo ai Rohingya, al Myanmar, e chiediamo la pace. Chiediamo la vera pace per questi popoli e per tutto il mondo. Purtroppo oggi gli investimenti che danno più reddito sono le fabbriche delle armi. Terribile, guadagnare con la morte. Chiediamo la pace, che vada avanti la pace.

A tutti la mia benedizione!


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mercoledì 1 maggio 2024

Papa Francesco a Venezia 28 aprile 2024 - Bellezza e fragilità - Le cinque ore intense del Papa a Venezia (commenti/sintesi e video)

VISITA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
A VENEZIA 

Domenica, 28 aprile 2024




Il Papa a Venezia richiama la vocazione della città a essere segno di fraternità e di cura della casa comune

Bellezza e fragilità



Nell’arte il “rifugio” che libera il mondo ferito da violenza, egoismo e discriminazione

Ammirato dalla «incantevole bellezza» di Venezia, ma al contempo preoccupato «per le tante problematiche che la minacciano» — dai cambiamenti climatici alle «fragilità» delle costruzioni, dei beni culturali e delle persone — Papa Francesco ha richiamato la vocazione della città lagunare a essere segno di fraternità e di cura della Casa comune. Un implicito riferimento alle encicliche sociali Fratelli tutti e Laudato si’ il suo, che è riecheggiato domenica mattina nel suggestivo scenario di piazza San Marco gremita di fedeli — oltre diecimila — durante la messa con cui il Pontefice ha concluso la visita pastorale di cinque ore nel capoluogo del Veneto.

Un viaggio in quattro tappe, iniziato nel carcere femminile della Giudecca, dove rivolgendosi alle detenute ha pronunciato il primo discorso, incentrato sulla funzione redentiva della reclusione che non deve togliere la dignità ma offrire nuove possibilità. Sempre nel penitenziario, nella cappella dedicata alla Maddalena, il vescovo di Roma ha poi incontrato gli artisti partecipanti all’esposizione presso il Padiglione della Santa Sede alla Biennale d’Arte, primo Papa a visitare questa realtà. Nella circostanza ha spiegato che proprio nell’arte è possibile trovare un “rifugio” capace di liberare il mondo ferito da egoismi e discriminazioni.

Lasciata l’isola della Giudecca, Francesco si è poi diretto in motovedetta alla basilica di Santa Maria della Salute per un festoso appuntamento coi giovani del Patriarcato e delle altre diocesi del Triveneto, esortandoli a essere «rivoluzionari della gratuità». Infine la messa in San Marco conclusa con la recita del Regina Caeli, quando ancora una volta ha lanciato appelli per Haiti, la martoriata Ucraina, Palestina e Israele, per i Rohingya e le altre «tante popolazioni che soffrono a causa di guerre e violenze».
(fonte: L'Osservatore Romano 29/04/2024)

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Le cinque ore intense del Papa a Venezia in un video

In meno di due minuti la visita di Francesco nella città lagunare tra canti, alzaremi, spostamenti in motoscafo e l’entusiasmo della gente

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Solo cinque ore, sufficienti tuttavia a scrivere capitoli - piccoli e grandi di storia - per una intera città come Venezia, certamente non ‘digiuna’ di presenze papali. È stata breve (con anche un ampio anticipo dei tempi del programma), ma veramente intensissima la visita di Papa Francesco nella città lagunare di domenica 28 aprile. Quarto Papa a visitarla, primo in assoluto a recarsi nella Biennale d’Arte, Francesco ha snodato il suo percorso tra calli e canali proprio a partire dal padiglione della Santa Sede allestito nel carcere della Giudecca. Con le detenute del penitenziario femminile la prima tappa: nel cortile della loro “ora d’aria”, il Pontefice è atterrato intorno alle 8 per salutare le autorità civili e quelle dell’istituto. Circa un’ora il Papa ha trascorso con le recluse, in un cortile verde, ascoltando frammenti di storie e accogliendo doni, ricambiando con parole di denuncia (sui problemi di sovraffollamento, carenza di risorse, violenze, sofferenze) e al contempo di speranza su un carcere che “può diventare un luogo di rinascita, morale e materiale, in cui la dignità non è messa in isolamento”. Parole di speranza pure ai giovani del Triveneto, circa 1.500, incontrati sul sagrato della Basilica di Santa Maria della Salute, raggiunta in motoscafo in una delle immagini più rappresentative della visita, in mezzo ai canti che risuonavano dal molo, l’alzaremi dei gondolieri e palloncini e stendardi che volavano dalle barche. A ragazzi e ragazze l’invito ad “alzarsi da terra perché siamo fatti per il cielo, alzarsi dalle tristezze per levare lo sguardo in alto, alzarsi per stare in piedi di fronte alla vita, non seduti sul divano”. “Remate con costanza per andare lontani”, l’esortazione del Vescovo di Roma ai giovani, alcuni dei quali lo hanno accompagnato simbolicamente nella passeggiata lungo il ponte galleggiante per raggiungere piazza San Marco per la Messa conclusiva di fronte alla maestosa Basilica. Due giri in papamobile, con strette di mano e benedizioni ai neonati. Nell’omelia Francesco ha parlato delle bellezze di questa città unica al mondo, “splendida ma fragile” e per questo bisognosa di cure e salvaguardia, altrimenti, ha ammonito, “potrebbe perfino cessare di esistere”. Ad autorità e abitanti quindi l’appello perché Venezia, da sempre “luogo di incontro e di scambio culturale”, possa essere “segno di bellezza accessibile a tutti, a partire dagli ultimi”.
(Vatican News 28/04/2024 A cura di Salvatore Cernuzio, video di Andrea Moneta)

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Per approfondire vedi anche i nostri post precedenti e il video integrale della visita a Venezia.
Guarda il video integrale


Intenzione di preghiera per il mese di Maggio 2024: Preghiamo per la formazione di religiose, religiosi e seminaristi. (commento, testo, video e tweet)

Intenzione di preghiera per il mese di Maggio 2024 
Preghiamo per la formazione di religiose, religiosi e seminaristi.

Preghiamo perché i religiosi, le religiose e i seminaristi  crescano nel proprio cammino vocazionale  attraverso una formazione umana, pastorale, spirituale e comunitaria,  che li porti a essere testimoni credibili del Vangelo. 

Papa Francesco: Ogni vocazione è un “diamante grezzo”  
da lucidare, da lavorare, da plasmare in tutte le sue facce.
  • Nel Video del Papa di maggio, Francesco rivolge la sua preghiera “perché le religiose, i religiosi e i seminaristi crescano nel proprio cammino vocazionale attraverso una formazione umana, pastorale, spirituale e comunitaria, che li porti a essere testimoni credibili del Vangelo”.
  • La loro preparazione, ricorda il Papa nel videomessaggio realizzato dalla sua Rete Mondiale di Preghiera, deve essere integrale, deve svilupparsi fin dal seminario e dal noviziato, a diretto contatto con la vita delle altre persone.
  • Francesco ricorda infine che la formazione non si conclude in un determinato momento, ma continua per tutta la vita. E passa per diversi aspetti: consapevolezza dei propri limiti, preghiera, dedizione alla testimonianza del Vangelo, preparazione alla vita in comunità, vicinanza con la vita della gente.
Guarda il video

Il testo in italiano del videomessaggio del Papa

Ogni vocazione è un “diamante grezzo” 
da lucidare, da lavorare, da plasmare in tutte le sue facce. 

Un buon sacerdote, una religiosa, devono essere prima di tutto 
un uomo, una donna, formati, plasmati dalla grazia del Signore. 

Persone consapevoli dei propri limiti e disposte a condurre una vita 
di preghiera, di dedizione alla testimonianza del Vangelo. 
La loro preparazione deve essere integrale, 
deve svilupparsi fin dal seminario e dal noviziato, 
a diretto contatto con la vita delle altre persone. 
Questo è fondamentale. 

La formazione non si conclude in un determinato momento, 
ma continua per tutta la vita, negli anni, arricchendo la persona 
intellettualmente, umanamente, affettivamente, spiritualmente. 

E così anche la preparazione alla vita in comunità: 
la vita comunitaria arricchisce molto, anche se a volte può essere difficile. 
Perché vivere insieme e vivere in comunità non sono la stessa cosa. 

Preghiamo perché i religiosi, le religiose e i seminaristi 
crescano nel proprio cammino vocazionale 
attraverso una formazione umana, pastorale, spirituale e comunitaria, 
che li porti a essere testimoni credibili del Vangelo.

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Nel Video del Papa di questo mese, Francesco dedica la sua intenzione di preghiera alla formazione di religiose, religiosi e seminaristi. Nel suo videomessaggio, diffuso dalla Rete Mondiale di Preghiera del Papa e prodotto in collaborazione con l’arcidiocesi di Los Angeles e con il supporto di Hallow, insiste sul fatto che “ogni vocazione è un ‘diamante grezzo’ da lucidare, da lavorare, da plasmare da ogni lato”.

Una formazione integrale e continua per tutta la vita

Nella Costituzione Apostolica Veritatis Gaudium circa le Università e le Facoltà Ecclesiastiche, il Papa sottolinea che la formazione integrale delle vocazioni sacerdotali e religiose deve includere le dimensioni umana, spirituale, pastorale e comunitaria. Deve anche tenere conto della diversità culturale e sociale. Nella stessa ottica, Francesco riprende questa richiesta nel video e insiste sul fatto che la formazione “porti a essere testimoni credibili del Vangelo”: la formazione non è dunque soltanto l’acquisizione di conoscenze, ma un’esperienza di incontro profondo con Gesù.

La formazione alla vita comunitaria

La vita comunitaria è un aspetto centrale della vita di un religioso, di una religiosa o di un sacerdote. Per il Papa, questo è uno dei punti chiave nella formazione e nella preparazione di coloro che rispondono a questa vocazione. In questo senso, spiega che, se questa esperienza “arricchisce molto”, a volte può anche “essere difficile”, “perché – aggiunge – vivere insieme e vivere in comunità non sono la stessa cosa”.

Per Francesco, vivere e relazionarsi con gli altri non è sempre facile, ma la vita comunitaria è sempre una scuola di santità in cui si cresce nelle diverse virtù umane e si impara ad andare oltre se stessi.

Anni importantissimi

Proprio la vita comunitaria ha un ruolo centrale nelle immagini del Video del Papa di questo mese, che accompagna le parole di Francesco: dalle partite di basket ai pasti insieme, passando per i momenti comuni di preghiera e di studio, oltre naturalmente all’Eucaristia e al servizio ai più poveri, ogni giovane seminarista, religiosa o religioso rafforza la propria vocazione nella condivisione delle esperienze e nel confronto costante con gli altri. Quelli della formazione sono anni importantissimi nella formazione di ogni consacrato, e le scene di vita girate nell’arcidiocesi di Los Angeles – che ha partecipato alla produzione di questo video – ne raccontano la bellezza, sottolineando vari aspetti del messaggio del Papa: su tutti, il concetto che la formazione è un cammino continuo, e che – come ripete il Santo Padre – “un buon sacerdote, una religiosa, devono essere prima di tutto un uomo, una donna, formati, plasmati dalla grazia del Signore”.

La gioia del Vangelo

A questo Video ha dato un contributo decisivo l’arcidiocesi di Los Angeles, che ha messo vari professionisti al servizio della Rete Mondiale di Preghiera del Papa per raccontare al meglio l’intenzione di preghiera mensile di Francesco. “Siamo grati di sostenere Papa Francesco nell’invitare le persone di tutto il mondo a pregare per i seminaristi e le religiose e i religiosi che cercano di discernere il bellissimo piano di Dio per la loro vita”, ha dichiarato Mons. José H. Gomez, Arcivescovo di Los Angeles. “Il nostro team digitale ha cercato di far trasparire la gioia che irradia i giovani uomini e le giovani donne che dedicano la loro vita al servizio di Dio e del suo popolo”, ha dichiarato Sarah Yaklic, Direttrice del digitale dell’Arcidiocesi di Los Angeles: “Speriamo che la gioia del Vangelo vista nel video del Papa di questo mese rafforzi coloro che già sono in formazione e incoraggi altri giovani a prendere in considerazione una vocazione religiosa”.

Un impegno rinnovato

Il Video del Papa di questo mese ha ricevuto anche il sostegno di Hallow, app di preghiera nata negli USA. Il suo cofondatore, Alessandro DiSanto, commenta: “È un vero onore e una benedizione poter sostenere il Santo Padre e l’iniziativa del Video del Papa. Come applicazione che si occupa di aiutare le persone in tutto il mondo a trovare la pace e un senso nel loro rapporto personale con Dio, siamo particolarmente entusiasti di sponsorizzare questo video sulla formazione di religiose, religiosi e seminaristi. Siamo incredibilmente grati a questi uomini e donne che hanno accettato eroicamente le loro vocazioni religiose: dai sacerdoti che raggiungono i fedeli con i sacramenti alle religiose che servono la nostra Chiesa in così tanti modi, facendo sacrifici. La nostra sincera speranza è che questo video accenda un rinnovato impegno a sostegno di coloro che stanno discernendo o vivendo una vocazione religiosa, per essere poi nel mondo le mani di Cristo”.

La missione con gli altri inviati

Padre Frédéric Fornos S.J., direttore internazionale della Rete Mondiale di Preghiera del Papa, analizza il contenuto del messaggio e commenta: “È positivo che Francesco ci ricordi, ancora una volta e alla luce della Veritatis Gaudium, l’importanza di una formazione integrale per i giovani che intraprendono il loro cammino nella vita religiosa o come seminaristi. Tale formazione deve abbracciare tutte le dimensioni della vita umana: affettiva, spirituale, pastorale e comunitaria. In un contesto ecclesiale segnato da abusi di potere, di coscienza e sessuali, che hanno radici strutturali e ideologiche, è fondamentale che la formazione promuova un’apertura alla dimensione umana e affettiva, facilitando la conoscenza di sé; che favorisca un’autentica esperienza di incontro con Cristo, perché la testimonianza di vita possa comunicare la Buona Novella agli altri; che promuova la convivenza in comunità, per imparare ad accettare e valorizzare le differenze e il lavoro di squadra; che comprenda il contesto interculturale e interreligioso; che assicuri una formazione accademica di qualità, per servire meglio la missione di Cristo. La necessità di una formazione integrale è imperativa. Non è sufficiente acquisire conoscenze. Inoltre, questa formazione integrale prepara i giovani non solo ad affrontare le sfide di oggi, ma anche ad agire come ponti di dialogo in un mondo caratterizzato da pluralità e diversità. La capacità di stabilire un dialogo costruttivo e di mantenere un’apertura verso l’altro è essenziale per la missione della Chiesa, mostrando un volto compassionevole, comprensivo e vicino a tutte le persone”.

Anche nel mese di Maggio l'intenzione di preghiera del Papa è stata divulgata con un tweet