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sabato 3 ottobre 2020

Sulla tomba di san Francesco il Papa firma “Fratelli tutti” (testo, foto e video)


Sulla tomba di san Francesco il Papa firma “Fratelli tutti”

Nel pomeriggio ad Assisi Francesco celebra la Messa e sigla la sua terza Enciclica, ringraziando alla fine per il lavoro di preparazione del documento svolto dalla Prima Sezione della Segreteria di Stato. Prima della celebrazione la sosta dalle claustrali di Spello e quindi dalle clarisse del Protomonastero di Santa Chiara


È un luogo piccolo, di raccoglimento, eppure visitato ogni anno da migliaia di persone dai 4 angoli del globo. Nella cripta della Basilica inferiore, Papa Francesco celebra la Messa e al termine, sulla tomba del Poverello d’Assisi, firma la sua terza Enciclica, “Fratelli tutti”, dedicata alla fraternità e all’amicizia sociale, valori quanto mai imprescindibili per ridare speranza e slancio a un’umanità ferita anche dalla pandemia di Covid-19. Un’Enciclica che prende il suo nome dalle parole scritte da san Francesco e che sarà presentata domani. Alla firma, segue subito l'applauso dei presenti. 

La gratitudine alla Prima Sezione della Segreteria di Stato

Papa Francesco non ha tenuto l’omelia. Sono la preghiera, il silenzio, la semplicità a scandire questa visita che, per desiderio del Papa a causa della situazione sanitaria, si svolge senza alcuna partecipazione dei fedeli.
E la liturgia è proprio quella della festa di San Francesco, che la Chiesa celebra il 4 ottobre. Subito prima della firma, il Papa ha voluto ringraziare la Prima Sezione della Segreteria di Stato che ha lavorato alla stesura e alla traduzione dell'Enciclica. 

Adesso firmerò l’Enciclica che porta sull’altare monsignor Paolo Braida, che è l’incaricato delle traduzioni e anche dei discorsi del Papa, nella Prima Sezione. Lui sorveglia tutto e per questo ho voluto che lui fosse presente qui, oggi, e mi portasse l’Enciclica. Anche, con lui sono venuti due traduttori: don Antonio, traduttore della lingua portoghese: ha tradotto dallo spagnolo al portoghese; e don Cruz che è spagnolo e un po’ ha sorvegliato le altre traduzioni dall’originale spagnolo. Lo faccio come un segno di gratitudine a tutta la Prima Sezione della Segreteria di Stato che ha lavorato in questa stesura e traduzione.

Le soste dalle monache di Spello e Assisi

Nel viaggio verso Assisi il Papa ha fatto sosta presso il Monastero di Vallegloria a Spello, quindi giunto nella città di San Francesco ha compiuto una una breve sosta al Protomonastero di Santa Chiara per salutare le monache clarisse. Raggiunta poi la Basilica, che dal 1230 custodisce le spoglie del Santo umbro, il Pontefice è stato accolto dal custode del Sacro Convento di Assisi, padre Mauro Gambetti. Alla celebrazione eucaristica hanno partecipato anche una ventina di frati, alcune religiose, assieme al vescovo della diocesi, Domenico Sorrentino, e al cardinale Agostino Vallini, legato pontificio per le basiliche di San Francesco e di Santa Maria degli Angeli in Assisi. È la quarta volta che Papa Francesco si reca ad Assisi.
(fonte: Vatican News, articolo di Debora Donnini 03/10/2020) 

Santa Messa e firma enciclica "Fratelli tutti"
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Le foto

Papa Francesco al suo arrivo al monastero delle suore Clarisse di Spello

L'arrivo ad Assisi





3 ottobre Giornata della Memoria e dell’Accoglienza - Per non dimenticare...

3 ottobre Giornata della Memoria e dell’Accoglienza
Per non dimenticare...
 

Memoria e accoglienza: il 3 ottobre

Lampedusa, 3 ottobre 2013: in un naufragio al largo dell’isola perdono la vita 368 persone. Bambini, donne e uomini che cercavano di raggiungere l’Europa nel disperato tentativo di trovare sicurezza.

Dal 2016 il 3 ottobre è diventato la Giornata della Memoria e dell’Accoglienza, in virtù della legge 45/2016. La ricorrenza è stata istituita per ricordare e commemorare tutte le vittime dell’immigrazione e promuovere iniziative di sensibilizzazione e solidarietà.

L’UNHCR, Agenzia ONU per i Rifugiati, ha preso posizione più volte a favore di questa iniziativa e ha salutato positivamente l’approvazione ufficiale, a metà marzo del 2016. 

Ancora troppe vite spezzate ogni anno

La data del 3 ottobre ricorda un evento drammatico, ma non certo isolato.

Da quel 3 ottobre ad oggi oltre 20.000 migranti e rifugiati sono morti o risultano dispersi nel mar Mediterraneo.



Dare alternative, perché nessuno rischi più la vita

Le persone in fuga da guerre e persecuzioni molto spesso non dispongono di alternative sicure e regolari per raggiungere l’Europa.

Solo quando avranno queste soluzioni le persone in fuga non saranno costrette a ricorrere ai trafficanti rischiando la loro vita. I percorsi concreti possono essere molti:Aumentare le quote di reinsediamentoDare accesso ai visti per ragioni umanitarie e concedere visti per motivi di studio e di lavoro alle persone in fuga da guerre e persecuzioniFacilitare i ricongiungimenti familiariPromuovere sistemi di sponsorizzazioni private.

La Giornata della Memoria e dell’Accoglienza è una ricorrenza importante in cui promuovere riflessioni e impegni perché le persone in fuga da guerre, violenze e persecuzioni possano arrivare in un luogo sicuro senza dover rischiare la vita in viaggi pericolosi.Le celebrazioni del 3 ottobre

Dal 2014, ogni anno partecipiamo a Lampedusa alle commemorazioni della Giornata della Memoria e dell’Accoglienza, organizzate dal Comitato 3 Ottobre nel quadro del progetto “L’Europa inizia a Lampedusa”. Nel corso degli anni abbiamo organizzato incontri, iniziative dedicate agli studenti, workshop per i giovani, eventi musicali e artistici.
(fonte: UNHCR Italia)


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Perché il 3 ottobre e' la giornata per le vittime dell'immigrazione



3 OTTOBRE 2020, GIORNATA DELLA MEMORIA E DELL'ACCOGLIENZA


Diverse le iniziative di sensibilizzazione in ricordo di tutte le vittime dell'immigrazione

Quella del 3 ottobre 2013 è stata una delle più grandi tragedie del Mediterraneo, nella quale morirono 368 fra uomini, donne e bambini. 

Per ricordare tutte le vittime dell'immigrazione e promuovere iniziative solidarietà e sensibilizzazione, da allora, il 3 ottobre di ogni anno si celebra la "Giornata della Memoria e dell'accoglienza", istituita ufficialmente con la legge n. 45/2016.

Diverse le iniziative in programma per questa settima giornata, tra cui, in particolare, quella del Comitato 3 Ottobre che torna a Lampedusa, dal 30 settembre al 3 ottobre, con il progetto "Lampedusa Porta d'Europa", organizzato in collaborazione con il Ministero dell'Istruzione dell'Università e della Ricerca (MIUR), il Comune di Lampedusa e Linosa, il Liceo Scientifico G. Marconi di Pesaro e con il sostegno della Compagnia San Paolo.

Anche questa edizione sarà legata alla campagna di sensibilizzazione #siamosullastessabarca, volta ad informare correttamente sulle tematiche migratorie e favorire la partecipazione attiva dell'opinione pubblica e in particolare modo delle nuove generazioni, al fine di stimolarle a diventare il motore di un cambiamento duraturo, attraverso il dialogo e la condivisione con l'altro.

Per maggiori informazioni sul programma e sulla giornata:

Tra le altre iniziative in programma anche la proiezione simultanea, promossa da SoS Mediterranee, in decine di città in Italia, Francia, Germania e Svizzera del documentario "Numero 387 – della regista francese Madeleine Leroyer.


Sabato 3 ottobre ricorre il settimo anniversario della tragedia di Lampedusa, con il naufragio dell'imbarcazione libica che causò la morte di 368 migranti. Una data che ogni anno, da allora, viene ricordata nella Giornata della Memoria e dell'accoglienza. Nonostante l'emergenza sanitaria, il comitato organizzatore non ha voluto rinunciare a celebrare questa data, programmando una serie di eventi e di momenti di riflessione. In collegamento da Palermo l'Europarlamentare Pietro Bartolo.

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L'ultimo saluto a Aurelio Visalli "Aurelio, con il sacrificio della tua vita e della tua morte, hai scritto una pagina stupenda di giustizia e amore"

L'ultimo saluto a Aurelio Visalli
Mons. Santo Marcianò, Arcivescovo Ordinario Militare per l’Italia:
"Aurelio, con il sacrificio della tua vita e della tua morte,
hai scritto una pagina stupenda di giustizia e amore"


LA COMMOVENTE OMELIA DEL FUNERALE DEL SOTTOUFFICIALE EROE
Aurelio Vissalli era morto per salvare due giovani in pericolo in mare. Un'onda altissima e violenta gli aveva causato lesioni alla colonna vertebrale e al cranio. Oggi i funerali a Milazzo


Si sono svolti stamattina (02/10/2020) nel Duomo di Milazzo i funerali del Aurelio Vissalli, il sottufficiale della Marina morto da eroe nel mare in tempesta per salvare due ragazzi. Davanti la chiesa, il picchetto d’onore della Marina Militare attende l’arrivo del feretro. La messa officiata dall’Arcivescovo di Messina, Monsignor Giovanni Accolla, è stata seguita dalla folla gremita nella Piazza del Duomo attraverso gli altoparlanti. Erano presenti i ministri della Difesa e dei Trasporti . Oltre le transenne, palloncini bianchi e uno striscione con scritto “Ciao Aurelio”. Oggi è lutto cittadino a Milazzo, Venetico, dove il sottoufficiale viveva, e Rometta. 

Riportiamo il testo integrale dell’Omelia di Monsignor Santo Marcianò, Arcivescovo Ordinario Militare per l’Italia

Carissimi Tindara, Riccardo e Chiara, carissimi genitori, fratelli, parenti, amici e colleghi di Aurelio, cari fratelli e sorelle, siamo attoniti, sconvolti, e ci sentiamo stretti in una morsa di morte. È la morte di un eroe – molti hanno commentato -; è la morte di un giovane, sposo e padre, la cui famiglia è straziata dal dolore; una morte ingiusta, ci verrebbe da dire dinanzi a una vita spezzata così precocemente e bruscamente. Eppure, non possiamo non definirla la morte di un giusto; non possiamo non riconoscere la lezione alta di giustizia che l’uomo, il militare Aurelio ci ha dato. Quella giustizia che non ha bisogno di processi per essere realizzata, che fa riferimento a leggi scritte non con la penna o nei Codici ma nel profondo del cuore umano.
Nelle profondità di un mare in tempesta, Aurelio è andato incontro al pericolo, non certo inconsapevole del rischio e neppure solo per un sia pur lodevole senso del dovere, ma in obbedienza a questa legge, impressa nell’intimo del suo cuore, che lo ha guidato ad agire, come qualche suo collega ha commentato, in modo “istintivo”. Un “istinto” che non ha nulla di improvvisato o irrazionale, ma, in realtà, nasce dalla scelta matura di «non morire per se stessi», come abbiamo ascoltato dalla prima Lettura (Rm 14,7-12).

«Nessuno di noi muore per se stesso… se noi moriamo, moriamo per il Signore».
La morte è un evento che nessuno può evitare o programmare. La morte è sempre drammatica, a volte umanamente insopportabile, che accada in modo improvviso o sia il risultato di lunga malattia. Ma, mentre ci sono morti causate da violenza, odio, guerre - i militari in particolare lo sanno bene -, morti che tirano fuori il peggio dall’essere umano; mentre ci sono morti pretese come diritto e autodeterminazione, nel rifiuto di accogliere e curare la vita fragile, c’è invece chi, in modo misterioso, ha il coraggio di morire per qualcosa, per qualcuno, per la vita altrui; chi, pure nella morte, mostra il meglio di se stesso: in una parola, chi riesce a fare della sua morte un dono!
Ecco, al di là di tutte le discussioni che agitano, in questi giorni, la superficie e superficialità dei dibattiti, o accendono i toni sui social, ci dobbiamo fermare silenziosi, ammirati, riverenti e grati dinanzi a questa verità, a questo dono di Aurelio, che ci sorprende e ci spiazza. Sì, perché il dono ci spiazza, sempre. Tanto più il dono della vita! E perché ogni cosa assume un valore più grande, infinitamente grande, nella misura in cui è dono: un valore che non si può misurare, se non con l’economia della gratuità e dell’amore.
Cari amici, in questa Eucaristia noi celebriamo un dono d’amore generoso, smisurato: l’amore smisurato che ha spinto Aurelio a tentare tutto per salvare la vita di due ragazzi; l’Amore smisurato che ha portato Gesù a morire in Croce per salvare la vita di ciascuno di noi, anche quella di Aurelio, il cui gesto eroico, il cui donarsi fecondo, ha trovato in Cristo la forza, l’esempio, la vicinanza. Sì, pur nello sconvolgimento che ci agita, come il mare in tempesta, rimane una certezza nel profondo dei nostri cuori: Aurelio ha avuto Gesù accanto a sé; morendo per salvare la vita altrui, egli è morto «per il Signore» e con il Signore.
Così, il messaggio che la sua morte ci lascia è un forte e paradossale messaggio di vita: muore per qualcosa, per qualcuno, chi vive per qualcosa, per qualcuno!

«Nessuno di noi vive per se stesso… se noi viviamo, viviamo per il Signore».
Aurelio ha vissuto per gli altri, tutti lo testimoniano. Io non lo conoscevo personalmente ma era figlio di questa comunità parrocchiale, della nostra Chiesa dell’Ordinariato Militare, della bella terra di Sicilia, figlio della famiglia della Guardia Costiera. In questi giorni, poi, per tutta la Nazione egli è diventato figlio, padre, amico, fratello, collega, testimone... In tanti hanno voluto dare attestazioni di affetto e stima, con la presenza o con commossi messaggi: dalle più alte cariche dello Stato - primo fra tutti il Presidente della Repubblica –, alla gente comune. In poco tempo, tutti abbiamo avuto la sensazione di conoscere lui e lo stile del dono di sé, con cui ha speso per gli altri la vita. 
Egli ha vissuto anzitutto per la sua famiglia, per la moglie e gli adorati figli. Cara Tindara, cari Chiara e Riccardo, cari genitori, oggi lo strappo del distacco è terribile e non è facile accettarlo. Ma Aurelio, papà, non vi ha lasciato, non vi ha abbandonato, come a volte dolorosamente accade con alcuni padri. Egli è morto proprio donando a piene mani quell’amore con cui vi ha amato: l’amore che ha ricevuto da voi e ha sempre dato a voi; un amore ancora più grande di quello che conoscevate, con cui ha superato quanto è umanamente possibile, diventando uno degli «angeli custodi» che la giornata di oggi ci invita a ricordare. Aurelio è stato un «angelo» per gli altri; continua a essere angelo per voi, ora che, come dice il Vangelo (Mt 18,1-5.10), «vede la faccia di Dio in cielo»; e voi ne sperimenterete sempre più la vicinanza e la guida, che vi aiuterà a crescere nella sua stessa infinita bontà e capacità di amare. Siate fieri di tale eredità che vi lascia, siate fieri della sua testimonianza! 
Siatene fieri assieme agli amici di Aurelio, ai fratelli di questa comunità parrocchiale e cittadina, negli ultimi tempi afflitta da tanti dolori e oggi stretta a voi in un abbraccio che solo chi soffre sa condividere.
Siatene fieri assieme ai colleghi con i quali Aurelio ha condiviso l’amore per il lavoro, per il mare, con una passione comprensibile solo a chi viva la vita come vocazione, missione. E per questa missione Papa Francesco, anni fa, ha ringraziato voi, militari della Guardia Costiera, perché «rischiate la vita, lasciate la famiglia... Io ho ammirazione per voi – ha detto - mi sento piccolo davvero di fronte al lavoro che voi fate rischiando la vita». Un «lavorare fra la vita e la morte» : così ha definito il vostro compito, pensando alle volte in cui, nel tentativo di salvare vite umane in mare, non riuscite a evitare le morti di stranieri, profughi, uomini, donne e bambini… Oggi, però, è la morte di uno di voi che non si è riuscita a evitare: un militare, un «angelo», il quale non ha vissuto per se stesso ma ha pensato a «custodire» i due ragazzi che sembravano annegare, vedendo in essi quei «piccoli» che Gesù mette al «centro» e affida ai suoi angeli.
Il sacrificio di Aurelio, la sua prontezza nel dare la vita per voi, dice a voi, cari ragazzi, e a tutti voi giovani, quanto la vita umana, la vostra vita sia preziosa, meravigliosa; quanto sia necessario decidere se viverla o meno per voi stessi, magari sciupandola in quel consumismo e non senso che noi, adulti, spesso indichiamo come via appetibile, portandovi a sfidarci con il rischio o le dipendenze, la violenza o il suicidio, l’apparente indifferenza… Ma voi, giovani, non siete indifferenti! Siete piuttosto assetati d’amore e di quel senso che Aurelio ha insegnato: il “senso” che siete chiamati a cercare e scegliere, per scegliere come vivere e come morire; per fare, della vostra vita e della vostra morte, uno splendido dono d’amore.
Abbiate il coraggio di fare questa scelta e illuminare di speranza il mondo, immerso nel materialismo e oggi messo in crisi dalla pandemia. Lasciatevi ispirare e custodire da angeli come Aurelio, come gli uomini e le donne delle Forze Armate e Forze dell’Ordine; come i tanti che, nel silenzioso servizio, offrono ogni giorno la loro vita e che Dio mette a nostra difesa. 

Sì, cari amici, non si vive che grazie al dono di altri! Non lo dimentichiamo e diventiamo tutti veri custodi della vita, ogni vita umana, la cui unicità insostituibile la morte ci svela in modo forse ancora più evidente.
Cari Tindara, Chiara, Riccardo, cari genitori e amici, Aurelio è insostituibile e insostituibile sarà la sua presenza: è la legge dell’amore! Ma proprio questa legge egli ci aiuta a ritrovare, scritta nel profondo del cuore, che dà senso alla vita e può cambiare la storia. La legge grazie alla quale tu, Aurelio, con il sacrificio della tua vita e della tua morte, hai scritto una pagina stupenda di giustizia e amore, nella storia di questa terra, della Guardia Costiera, del nostro Paese.
Grazie! Prega per noi. E così sia!


L'ingresso del feretro al Duomo di MIlazzo

Funerali Aurelio Visalli, l’omelia del vescovo: 
«Chi dona la propria vita per gli altri non muore mai»

All’interno del Duomo di Milazzo c’erano duecento persone. In chiesa le misure restrittive legate al contenimento del Covid 19 hanno lasciato spazio solo ai familiari, alle autorità e ai colleghi. Niente telecamere. Niente giornalisti. Erano presenti il ministro della Difesa Lorenzo Guerini e il ministro dei Trasporti Paola De Micheli. Al loro fianco tantissimi vertici delle autorità civili e militari interregionali di Carabinieri e Guardia di Finanza. Fuori, però, c’era un’intera città in piedi pronta a dare l’ultimo saluto a Aurelio Visalli, il sottufficiale della Guardia Costiera morto nelle acque impetuose del mare di Ponente durante le operazioni di salvataggio del quindicenne milazzese rimasto, sabato scorso, un’ora in balia delle onde. Un saluto solenne e composto. Pochi applausi. Nessuno fatto dentro la chiesa ma solo quelli scroscianti e commoventi partiti dalla piazza all’ingresso e all’uscita del feretro dalla chiesa. Un saluto, quello fatto ad Aurelio, quasi silenzioso.

Esattamente come silenziosa è stata la sua morte. Era lì tra le onde con un salvagente arancione in mano legato ad una fune, senza vestiti, tolti per non bagnare la divisa, con un occhio sempre verso il ragazzo che in mare lottava per sopravvivere e l’altro verso la spiaggia in attesa dei riforzi che dovevano supportarlo. Riforzi che non hanno fatto in tempo ad arrivare. Aurelio è sparito inghiottito da un’onda. In silenzio. Senza fare rumore.

Un gran rumore nel cuore della gente, invece, hanno fatto le parole del cappellano militare Santo Marcianò che, con l’arcivescovo di Messina monsignor Giovanni Accolla e il vescovo ausiliare monsignor Cesare Di Pietro, ha officiato la messa per i funerali.

«Chi dona la propria vita per gli altri non muore mai». Le sue parole sono piombate su un dolore che ha scosso tre comunità. Quella di Milazzo dove il sottufficiale lavorava e di Rometta e Venetico, città d’origine e di residenza. In chiesa erano presenti i sindaci Nicola Merlino e Franco Rizzo insieme al primo cittadino della città del Capo Giovanni Formica accompagnato dagli assessori Pierpaolo Ruello e Ginevra Schiavon. «Siamo attoniti, sconvolti e ci sentiamo stretti dalla morsa del dolore per la morte di un eroe, che era anche giovane, marito e padre. Una vita spezzata in maniera troppo improvvisa. Non possiamo non riconoscere la lezione di giustizia alta che ci viene dal sacrificio di Aurelio. È andato incontro al pericolo, al mare in tempesta per una legge morale scritta nel cuore».

Aurelio Visalli, aveva 41 anni e la sua famiglia era anche quella della Guardia Costiera, oggi in chiesa tutti vestiti di bianco hanno pianto sulla sua bara. A porgere l’ultimo saluto c’era anche Enzo Vecciarelli, Capo di Stato Maggiore della Difesa, Giovanni Pettorino, Capo di Stato Maggiore della Capitaneria di Porto e Cavo Dragone, Capo di Stato Maggiore della Marina.

Proprio Pettorino a conclusione della celebrazione ha fatto rimbombare in chiesa parole bellissime. «Oggi – ha detto – è il giorno in cui si celebrano i Santi Angeli Custodi. Tu per noi sei un angelo del mare». «La morte – ha aggiunto Marciano – è sempre drammatica a volte umanamente insopportabile, ma ci sono morti come questa dove lo si fa per gli altri e si fa della propria morte un dono. Ci dobbiamo fermare davanti a questo gesto di Aurelio che ci spiazza, ha dimostrato un amore smisurato verso quei ragazzi in difficoltà. La sua morte ci lascia un messaggio importante: Aurelio muore per qualcuno ed ha sempre vissuto per gli altri. E’ stato un angelo tutta la sua vita. Ha scritto una pagina stupenda con il suo amore».

Ad attenderlo prima del trasferimento a Venetico una città che ha bloccato le sue attività, ha chiuso le strade, per consentire l’accesso in sicurezza alle autorità, ed è rimasta in rigoroso silenzio per tutta la durata della celebrazione religiosa. Davanti l’ingresso delle chiesa, invece, un grappolo di palloncini bianchi sono stati liberati in cielo dai compagni di classe del figlio undicenne. Un volo verso il cielo lento e silenzioso. Silenzioso anche questo.



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l'arrivo del feretro e l'entrata in chiesa

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l'uscita al termine della cerimonia 


Guarda il video integrale (da 41.00 a 2.13.00)


venerdì 2 ottobre 2020

Omelia p. Gregorio Battaglia (VIDEO) - XXVI Domenica Tempo Ordinario / A - 27/09/2020



Omelia p. Gregorio Battaglia



  XXVI Domenica Tempo Ordinario / A -  

27/09/2020

Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto

... Perché quest'insistenza sulla vigna? (già domenica scorsa ed anche la prossima)...
Il Papa usa spesso l'immagine della casa comune che per lui è questo mondo in cui siamo inseriti... e questa casa deve essere curata non da uno o due, ma da tutti, ecco, l'immagine della vigna corrisponde più o meno all'immagine della casa, è questa terra in cui siamo inseriti; ma c'è una particolarità che mi sembra interessante... cosa si raccoglie dalla vigna? si raccoglie quel frutto che spremuto dà quel vino che per la Bibbia è il segno dell'amore, è il segno della gioia. Lavorare per la vigna allora è lavorare per questa terra, per questo mondo, per questa umanità cercando di fare in modo che questa realtà, che non è fuori da noi, siamo anche noi stessi, perché noi apparteniamo a questa terra, siamo parte di questa vigna, e fare in modo che questa vigna finalmente produca frutto e che sia un frutto bello perché è il frutto dell'amore. E se c'è qualcosa che manca a questo mondo oggi è proprio l'amore!
Di odio ce n'è tanto, di violenza non ne parliamo...

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FESTA DEI NONNI Papa Francesco: i nonni, “alberi vivi” per la saggezza del mondo

FESTA DEI NONNI
Papa Francesco:
i nonni, “alberi vivi” per la saggezza del mondo

Per la Festa dei nonni, prendiamo in prestito alcune parole che Papa Francesco ha dedicato a loro. "Una delle cose più belle della vita di famiglia, della nostra vita umana di famiglia, è accarezzare un bambino e lasciarsi accarezzare da un nonno o da una nonna", ha detto Bergoglio ai nonni riuniti in piazza San Pietro con i loro figli e nipoti. "Alberi vivi" nonostante il peso degli anni.


foto SIR/Marco Calvarese

Da un po’ di tempo porto nel cuore un pensiero. Sento che questo è ciò che il Signore vuole che io dica: che ci sia un’alleanza tra giovani e anziani. Questa è l’ora in cui i nonni devono sognare, così i giovani potranno avere visioni”. Comincia così, sulla scorta dell’amata profezia del profeta Gioele – citata in moltissime occasioni pubbliche – la prefazione che Papa Francesco ha scritto per il volume “La saggezza del tempo”, a cura di padre Antonio Spadaro. Agli anziani, il Papa – coniando un neologismo – chiede di essere i “memoriosi della storia”, ai giovani chiede “uno sguardo alle stelle, quel sano spirito di utopia che porta a raccogliere le energie per un mondo migliore”. L’esempio additato da Francesco è quello di nonna Rosa: “È stata spogliata tante volte negli affetti, ma aveva sempre lo sguardo in alto. Diceva poche cose di una saggezza semplice. Consigliava poco, ma si vedeva che rifletteva tanto e pregava tanto”.

“Gli anziani, i nonni hanno una capacità di capire le situazioni più difficili”,

ha detto il Papa ai nonni riuniti in piazza San Pietro, con figli e nipoti, il 28 settembre 2014. Per questo sanno trasmettere la storia di una famiglia, di una comunità, di un popolo: perché sono un “popolo” di alberi le cui radici continuano a portare frutto, nonostante la vecchiaia, che non toglie peso agli anni. “Polmoni di umanità” in un paese, in un quartiere, in una parrocchia, li definisce il Papa. Bussole indispensabili nelle ordinarie difficoltà quotidiane ma anche pilastri di cemento armato, se si tratta di mantenere salda la fiammella della fede quando si è vittime di persecuzioni e discriminazioni.

“Una delle cose più belle della vita di famiglia, della nostra vita umana di famiglia, è accarezzare un bambino e lasciarsi accarezzare da un nonno e da una nonna”,

assicura Francesco. È così che si può restare “alberi vivi”: è sui nonni, che i nipoti devono “misurare il proprio passo”. Per fare gli Auguri ai nonni, nella Festa a loro dedicata, prendiamo in prestito alcune parole dedicate a loro da Papa Francesco.

Custodi della memoria. “I nonni sono la saggezza, la memoria di un popolo e devono trasmettere questa memoria ai nipotini. I giovani, i bambini devono parlare con i nonni per portare avanti la storia”. (discorso alle famiglie all’Incontro mondiale di Dublino, 25 agosto 2018)

Non siamo geronti. “Noi non siamo geronti: siamo dei nonni. Dei nonni ai quali i nostri nipotini guardano. Dei nonni che devono dare loro un senso della vita con la nostra esperienza. Nonni non chiusi nella malinconia della nostra storia, ma aperti per dare questo. Noi siamo dei nonni chiamati a sognare e dare il nostro sogno alla gioventù di oggi: ne ha bisogno. Perché loro prenderanno dai nostri sogni la forza per profetizzare”. (omelia per il 25° della sua ordinazione episcopale, 27 giugno 2017)

Custodi della vita. “Proprio in quanto persone della cosiddetta terza età voi, o meglio noi – perché anch’io ne faccio parte -, siamo chiamati a operare per lo sviluppo della cultura della vita, testimoniando che ogni stagione dell’esistenza è un dono di Dio e ha una sua bellezza e una sua importanza, anche se segnate da fragilità”. (udienza all’Associazione nazionale lavoratori anziani, 15 ottobre 2016)

Parlare con i nonni. “Promettete di preparare la prossima Gmg parlando di più con i nonni? E se i vostri nonni sono già in cielo, con gli anziani?”. (saluto ai volontari della Gmg di Cracovia, 31 luglio 2016)

Poeti della preghiera. “Cari nonni, cari anziani, mettiamoci nella scia di questi vecchi [Simeone e Anna] straordinari! Diventiamo anche noi un po’ poeti della preghiera: prendiamo gusto a cercare parole nostre, riappropriamoci di quelle che ci insegna la Parola di Dio. È un grande dono per la Chiesa, la preghiera dei nonni e degli anziani!”. (udienza generale, 11 marzo 2015)

Eroi nella persecuzione. “Preghiamo per i nostri nonni, le nostre nonne, che tante volte hanno avuto un ruolo eroico nella trasmissione della fede in tempo di persecuzione. Quando papà e mamma non c’erano a casa e anche avevano idee strane, che la politica del tempo insegnava, sono state le nonne che hanno trasmesso la fede”. (omelia a Santa Marta, 19 novembre 2013)

Testimoni di saggezza. “In questa Giornata della Gioventù, i giovani vogliono salutare i nonni. Li salutano con tanto affetto e li ringraziano per la testimonianza di saggezza che ci offrono continuamente”. (Angelus alla Gmg di Rio de Janeiro, 26 luglio 2013)


Il mondo, la pandemia e la giornata della non violenza

Il mondo, la pandemia e la giornata della non violenza


Anche quest’anno, il 2 ottobre, si celebra la Giornata internazionale della non violenza. Un evento mondiale che, per volere delle Nazioni Unite, viene ricordato nel giorno della nascita del Mahatma Ghandi, simbolo per eccellenza della non-violenza.


Non violenza: non solo stop alle armi ma anche più giustizia sociale

La resistenza non violenta è il ‘manifesto’ di una giornata che Ghandi ha portato avanti col suo esempio di vita e con le sue azioni che hanno ispirato una vera e propria dottrina filosofico-politica. ‘No’ alla violenza, oggi, non significa solo stop alle armi, alle guerre, ma è anche un invito alla cooperazione fra i popoli per l’equità sociale. Perché siano garantiti, da un capo all’altro del pianeta, i diritti di uguaglianza, giustizia, democrazia e libertà a tutte le popolazioni che vivono sulla terra.


Una giornata che si ispira al pensiero del Mahatma Ghandi

Secondo le intenzioni della Nazioni Unite, la giornata consente di “diffondere il messaggio della non violenza, anche attraverso l’istruzione e la sensibilizzazione delle comunità per assicurare una cultura di pace, tolleranza, comprensione”. Ogni anno, la giornata costituisce anche l’occasione per ricordare la figura di Gandhi. Il Mahatma continua ad essere principio ispiratore per tutti i movimenti non violenti del mondo.

Il festival della non violenza a Torino

Sono tante le città italiane che celebreranno la Giornata della non-violenza. Tra queste c’è Torino che, dal 2 al 17 ottobre in diretta streaming, presenta la seconda edizione del Festival della nonviolenza, organizzato dal Centro Studi Sereno Regis. A collaborare all’iniziativa numerosi movimenti e associazioni locali e nazionali. Il festival è patrocinato dal Centro interateneo di studi per la pace delle Università del Piemonte e del Politecnico di Torino. L’evento torinese parte dall’emergenza sanitaria in corso e sollecita un ripensamento sulle priorità riguardanti i mezzi di sussistenza e di tutela della vita a livello globale. L’invito è quello di un radicale cambiamento delle azioni e delle relazioni con cui realizzare le priorità per un mondo non-violento. Si propone, infatti, di “affrontare il riscaldamento globale con provvedimenti concordati e adeguati al livello di rischio. Interventi capaci di garantire un sistema di vita sobria e sostenibile per tutti”.


Si chiede di “provvedere alla protezione di chi fugge da situazioni invivibili, garantendo dignità e diritti alle popolazioni migranti”. Non manca l’ennesimo appello ad “abolire gli armamenti nucleari e a mettere in discussione il sistema militare e le sue connessioni con l’apparato industriale, scientifico e mediatico. Ciò, al fine di operare a favore di un modello di difesa non armata e nonviolenta”. Sono proposte che nascono dalla società civile, dalle associazioni, dal mondo del volontariato.

Arte e benessere in scena alla Scala di Milano

Per il 2 ottobre, la Scala di Milano ospita “Benessere in scena”, un talk organizzato appositamente per la giornata internazionale della non violenza. L’iniziativa è a cura di Guna (termine sanscrito che significa qualità della vita) che dal 1983, sostiene la diffusione della medicina naturale e biologica. “Guardiamo il mondo attraverso il prisma dell’arte – affermano i promotori dell’evento – perché ammirare bellezza modifica il nostro modo di vedere e vivere il mondo. Attraverso questo progetto Guna si prende cura dell’arte: perché anche l’arte cura. Partecipare o fruire di un atto artistico (un concerto, uno spettacolo teatrale, la visita ad un museo) può avere degli effetti sulla fisiologia e sull’equilibrio del proprio organismo.


Fino a qualche anno fa tutto ciò sembrava fantascienza, oggi è la scienza a confermarlo! La missione di Guna è la ricerca della salute attraverso terapie dolci, nonviolente e rispettose dell’organismo, dell’ambiente. Come l’arte, in sintonia con l’intimo delle persone: concetti che rientrano pienamente nel pensiero di Gandhi”. Per seguire l’evento sarà sufficiente collegarsi alla pagina Facebook Guna, il 2 ottobre 2020 alle 18.30 per seguire la diretta streaming.


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e

"L'esercizio della speranza" di Enzo Bianchi

L'esercizio della speranza
di Enzo Bianchi


La Repubblica - Altrimenti 
28 settembre 2020

In occidente, ma non solo, si percepisce da decenni il segno dominante della “crisi”. Da più parti questo nostro tempo è addirittura letto come tempo della “fine”: fine della civiltà occidentale (Jacques Derrida), fine della modernità (Gianni Vattimo), fine non solo della cristianità ma anche del cristianesimo, che sembra perdere la capacità propulsiva innestata dal tentativo di riforma ecclesiale del concilio e del post-concilio.

Dominano la precarietà del presente e l’incertezza del futuro, e soprattutto per le nuove generazioni vi è un’incognita che desta diverse paure per la sua imprevedibilità e per gli orizzonti asfittici che la caratterizzano: viviamo in un mondo in fuga, che sembra sfuggire al nostro controllo e impedirci di comprendere dove stiamo andando. Per questo nel suo saggio Le nuove paure Marc Augé giunge a denunciare che oggi si teme più il vivere che il morire. In particolare, i nostri ragazzi si lasciano vincere da qualcosa che non sanno neppure nominare e guardare in volto, eppure sperimentano come distruttivo: il nichilismo, che spesso impedisce loro ogni ricerca di senso e quindi di felicità.

Per queste ragioni credo che oggi più che mai occorrerebbe riascoltare la domanda: “Che cosa posso sperare?”. E anche: “Che cosa possiamo sperare insieme?”. È una domanda a volte muta, che con fatica ho sentito e sento risuonare in molti incontri e dialoghi con i giovani. È la domanda più profonda, che essi non sanno neppure facilmente articolare. La speranza, infatti, non è un atteggiamento da assumere o rifiutare tout court, ma è il frutto di un discernimento, di un’attesa fondata sul pensare, sul riflettere, sull’ascoltare, sul confrontarsi, ed è anche un esercizio di grande responsabilità.

L’umano non è un dato una volta per tutte, bensì è un divenire che abbisogna di un orientamento, di una progettualità, di uno scopo per cui operare, in modo da trovare un senso. Ha ragione Fëdor Dostoevskij quando afferma che “vivere senza speranza è impossibile”, perché le persone alle quali è sottratta la speranza divengono aggressive, violente, apatiche, fino a cadere in una sorta di angoscia autodistruttiva.

Vi è però un’errata comprensione della speranza dalla quale guardarsi: quella di chi tende costantemente oltre il presente, senza coglierlo nella sua irripetibilità, costringendosi così a un’esistenza vissuta al futuro anteriore. No, non si vive aspettando di vivere, preparandosi sempre, e invano, a una felicità che non arriva mai…

Sperare è un’arte, è l’essere pronti a ciò che ancora non è nato, è un atto di fede e un’adesione convinta a una promessa: è una lotta contro la disperazione, ed è per questo che è capace di sperare in profondità solo chi ha conosciuto la tentazione di disperare. La speranza, infine, è il frutto di relazioni vive, si nutre dell’essere insieme: mai senza l’altro! E non lo si dimentichi: si può solo “sperare per tutti”, mai solo per se stessi.

Pubblicato su: La Repubblica

giovedì 1 ottobre 2020

La pioggia di rose di santa Teresa

La pioggia di rose di santa Teresa


Foto e documenti inediti sul sito del Carmelo di Lisieux

Quando dalla tipografia giunsero al Carmelo di Lisieux, freschi di stampa, i duemila volumi della prima edizione della Storia di un’anima, una religiosa, osservando le pile dei libri, esclamò preoccupata: «Come si farà a smaltire tutta questa roba? Rimarrà tutto sulle nostre braccia!». Invece l’autobiografia di Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo, pubblicata il 30 settembre 1898, nel primo anniversario della sua morte, andò ben presto a ruba. «Fu come una scintilla che attacca dovunque l’incendio», ricordava la sorella Celina: «Anche volendolo, ci sarebbe stato impossibile arrestarne il progresso». I lettori erano conquistati dalla forza e dalla dolcezza dell’amore testimoniato dalla giovane carmelitana a ogni pagina, con una grazia e uno charme tipicamente francesi, con la purezza e la semplicità dei bambini, con l’ardore e la potenza dei mistici.

Da allora non si è spento il fascino tutto spirituale della giovane che a 15 anni scelse di entrare in clausura, nel silenzio del Volto Santo, risoluta, come scrisse in una poesia, a «nascondersi per amore di Gesù» (Poesie, 9, 3) e a cercare sempre l’ultimo posto. Ma Dio esalta gli umili e «l’uragano di gloria» che riguarda la piccola Teresa, per usare la famosa espressione di Pio XI, continua anche oggi. San Giovanni Paolo II il 19 ottobre 1997 la proclamò dottore della Chiesa dedicandole, per l’occasione, la lettera apostolica Divini amoris scientia. Benedetto XVI incentrò su di lei l’udienza generale del 6 aprile 2011. Papa Francesco l’ha citata molte volte e nutre per lei un particolare affetto.

Col suo amore incandescente per Dio e i fratelli, la giovane santa continua ad attirare al Signore tante persone da tutto il mondo. Per venire incontro a questo costante interesse, le carmelitane di Lisieux hanno messo a disposizione di tutti su internet le inestimabili ricchezze del loro archivio tramite il sito www.archives-carmel-lisieux.fr. Grazie a esso, è possibile conoscere a fondo Teresa, l’ambiente in cui visse, le persone che la circondarono. Preparato con cura in diverse lingue (anche se la sezione più ricca è quella in francese), il sito raccoglie innanzitutto ogni scritto di Teresa, i suoi dipinti, le foto e le immagini che la ritraggono. Contemporaneamente sono presentati tutti i carteggi dei suoi familiari, delle sue consorelle carmelitane, delle persone che entrarono in contatto con lei. Possiamo immergerci nei luoghi in cui lei visse, osservare gli oggetti che lei usò, conoscere i volti e la storia di quanti la circondarono. È perfino possibile ascoltare la voce di sua cugina, Jeanne Guérin La Néele, mentre canta con estrema dolcezza La rosa sfogliata, una struggente poesia di Teresa. Certo, la registrazione, effettuata più di un secolo fa con i primi rudimentali strumenti allora disponibili, presenta qualche fruscio, ma sentirla è comunque emozionante, specie se si tiene presente che Jeanne e Teresa, a detta dei contemporanei, avevano delle voci molto simili.

La vita nel monastero ai tempi della santa è presentata in ogni dettaglio. Con un ricco apparato fotografico e una serie di notizie, sono illustrati gli ambienti, gli orari, l’abbigliamento, gli oggetti di devozione, la maniera di nutrirsi (incluse alcune ricette) e quella molto faticosa di fare il bucato. Soprattutto sono descritte le pratiche spirituali, come i foglietti con brevi meditazioni e propositi che venivano dati alle monache per tenere vivo il fervore. Sono anche pubblicate le circolari con cui si ricordavano le consorelle defunte. Inoltre, grazie alle lettere e ai ricordi delle suore, si viene immersi nella realtà della vita comunitaria di allora.

Particolarmente interessanti le sezioni dedicate ai libri, con l’elenco preciso dei testi di casa Martin e quelli del monastero. Alcuni libri sono anche stati messi integralmente online. Fra gli altri, è possibile leggere il volume con la biografia e le lettere del santo martire Théophane Vénard (1829-1861). Santa Teresina meditò queste pagine proprio durante gli ultimi mesi di vita, attingendovi grande forza per affrontare le sue pesanti sofferenze.

Sul sito si può anche vedere la collezione di immagini che vennero donate alla santa. Ovviamente sono di gusto ottocentesco, ma con dei pensieri spirituali molto incisivi che certo la colpirono. Alcune frasi e concetti, infatti, ritornano nelle sue lettere. In particolare, c’è un foglietto con la raffigurazione di Gesù flagellato e, sotto, una serie di massime sulla virtù del silenzio, specie nei momenti di prova. Evidentemente fu letto e riletto, tanto che ora appare consumato e liso. Guardandolo, tornano alla mente alcuni episodi della vita di santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo, in cui ella seppe tacere con virtù eroica.

Le fasi della beatificazione e della canonizzazione sono raccontate in ogni particolare. Si può attingere a tutte le deposizioni dei testimoni. Sono anche pubblicate le interpellanze e i dubbi del promotor fidei, il cosiddetto “avvocato del diavolo”. Fotografie d’epoca ci mostrano l’umile convento addobbato a festa e tutto drappeggiato di fiori e piazza San Pietro stipata di persone per la proclamazione della santità del “Piccolo Fiore”.

C’è poi una sezione particolarmente commovente che narra la devozione dei soldati sparsi sui fronti della prima guerra mondiale, le loro preghiere accorate alla giovane carmelitana e l’intercessione potente di Teresina. Riconoscenti, tanti portarono a Lisieux le medaglie ottenute a prezzo di sangue e fatica: consegnandole per sempre alle claustrali, fecero il sacrificio, così sensibile per dei militari, di rinunciare a metterle sulle loro divise durante le parate. Un’immagine di quel periodo mostra santa Teresa di Lisieux — della quale il 1º ottobre si celebra la memoria liturgica — col braccio teso su un campo di battaglia invocare dal cielo la pace sul mondo sconvolto. Come anche oggi continua a fare, con la sua mistica pioggia di rose.
di Donatella Coalova

(fonte: L'Osservatore Romano 30 settembre 2020)



Il cardinal Gianfranco Ravasi presenta la Lettera apostolica «Sacrae Scripturae affectus» firmata da Papa Francesco a 1600 anni dalla morte di San Girolamo

Il cardinal Gianfranco Ravasi presenta la 
Lettera apostolica «Sacrae Scripturae affectus»
firmata da Papa Francesco a 1600 anni dalla morte di San Girolamo


Il cardinal Gianfranco Ravasi, biblista e Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, presenta la Lettera apostolica «Sacrae Scripturae affectus», firmata da Papa Francesco il 30 settembre 2020, a 1600 anni dalla morte di San Girolamo. 

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Come una «biblioteca di Cristo»
L’introduzione al documento
di Gianfranco Ravasi 


Era il 30 settembre 420 e a Betlemme, nei pressi della grotta della Natività di Cristo, il dalmata Girolamo chiudeva la sua esistenza terrena, la cui trama era stata particolarmente varia e fin tormentata. A distanza esatta di milleseicento anni da quella giornata autunnale Papa Francesco ha voluto dedicargli un’ampia e intensa Lettera Apostolica che costituisce la sostanza di questo volumetto. Il titolo, Scripturae Sacrae affectus, desunto dalla liturgia della memoria del santo, costituisce una straordinaria sintesi della sua esperienza personale e della sua opera, anzi, quasi un vessillo emblematico di colui che è nella memoria di tutti come il traduttore per eccellenza della Bibbia attraverso quella Vulgata che ha percorso i secoli.

Proprio per questo la sua figura è stata un punto di riferimento capitale per la storia della cultura occidentale e persino per l’arte, ed è veramente sorprendente che il Papa stesso abbia voluto evocare alcuni ritratti «sapienziali» artistici, a partire dal «toccante capolavoro» della tavola di Girolamo penitente nel deserto che Leonardo da Vinci eseguì attorno al 1482 e che ebbe una vicenda dai contorni romanzeschi. Anche le ultime ore vissute dal santo sono state rappresentate dall’imponente pala d’altare nella quale il Domenichino, tra il 1611 e il 1614, fissò l’estrema Comunione di San Girolamo, opera custodita come l’altra nella Pinacoteca Vaticana. In un’atmosfera ieratica il celebre «Leone di Betlemme», ormai debilitato, riceve l’eucaristia circondato dai suoi discepoli e dalla fedele Paola, testimoni delle comunità monastiche da lui fondate.

La Lettera Apostolica è un vero e proprio ritratto storico-teologico di questo appassionato cultore della Parola di Dio, è una guida per percorrere la sua vasta attività esegetica e spirituale, è un appello a seguirne le orme «amando ciò che lui amò». La limpidità del dettato e della struttura del testo papale è tale da non esigere commento, ma solo una lettura attenta: ogni pagina è intarsiata di citazioni molto suggestive desunte dagli scritti geronimiani. Per questo è veramente possibile ascoltare quasi la sua voce, con la molteplicità delle tonalità, degli accenti, degli stessi sentimenti di una personalità così forte e dai lineamenti tipici dei profeti biblici con la loro veemenza e passione.

La complessa sequenza degli eventi biografici distribuiti soprattutto tra Roma e la Terrasanta viene ricostruita in modo accurato eppure vivace, a partire dalla famosa svolta della quaresima del 375 che vogliamo anche noi rievocare. Assopito per la febbre, nella sua mente si era aperta una sorta di visione. Ritto davanti al Giudice divino, «fui interrogato circa la mia condizione; risposi di essere cristiano. Ma Colui che presiedeva quell’assise, mi investì: Tu mentisci! Tu sei ciceroniano, non cristiano!». «Signore — replicai — se ancora avrò in mano libri mondani, se li leggerò, sarà come se ti avessi rinnegato!». Così il santo raccontava la grande svolta della sua vita in una lettera, la 22 del catalogo tradizionale, indirizzata alla fedele discepola Eustochio.

«Divenni, allora — narrerà in un altro scritto epistolare — discepolo di un fratello ebreo convertito per imparare, dopo le sottigliezze di Quintiliano, i fiumi di eloquenza di Cicerone, la gravità di Frontone e la piacevolezza di Plinio, un nuovo alfabeto e per esercitarmi a pronunziare suoni striduli e aspirati. Quale fatica sia stata per me, quali difficoltà vi abbia incontrato, quante volte abbia smesso e poi, per il desiderio di imparare, abbia di nuovo ripreso, lo può testimoniare solo la mia coscienza, che ha sopportato tutto ciò, ma anche quella di coloro che mi erano compagni di vita». Iniziava, così, la grande avventura divenuta celebre col nome di Vulgata, ossia l’elaborazione di una traduzione «popolare» latina della Bibbia.

Il Papa segue da quel momento tutto l’itinerario, per certi versi affascinante e movimentato, dell’esperienza cristiana di Girolamo che ha il suo cuore nell’amore per la Sacra Scrittura affrontata nella sua duplice dimensione di «lettera» e «spirito». L’asse fondamentale della sua vicenda umana e spirituale è nella sua opera di traduttore, incarnata appunto nella Vulgata, «il frutto più dolce dell’ardua semina» dei suoi studi letterari e storico-critici. Papa Francesco offre, al riguardo, non solo una serie di preziose annotazioni sul rilievo di questa operazione nelle sue caratteristiche di fondo, ma anche nell’importanza ecclesiale da essa registrata. Soprattutto ne coglie l’anima molto originale che è alla radice anche di ogni traduzione qualificata che continua ancor oggi a rivelarsi attraverso le incessanti versioni della Bibbia nelle lingue più diverse.

Tradurre, infatti, è un atto di inculturazione e, a questo proposito, recuperando esplicitamente una riflessione significativa sviluppata dal pensiero contemporaneo (P. Ricoeur, L. Wittgenstein, G. Steiner) il Papa stabilisce «un’analogia fra la traduzione, in quanto atto di ospitalità linguistica, e altre forme di accoglienza. Per questo la traduzione non è un lavoro che riguarda unicamente il linguaggio, ma corrisponde, in verità, a una decisione etica più ampia, che si connette con l’intera visione della vita. Senza traduzione, le differenti comunità linguistiche sarebbero nell’impossibilità di comunicare tra loro; noi chiuderemmo gli uni agli altri le porte della storia e negheremmo la possibilità di costruire una cultura dell’incontro. Senza traduzione, in effetti, non si dà ospitalità, e anzi si rafforzano le pratiche di ostilità. Il traduttore è un costruttore di ponti. Quanti giudizi avventati, quante condanne e conflitti nascono dal fatto che ignoriamo la lingua degli altri e che non ci applichiamo, con tenace speranza, a questa interminabile prova d’amore che è la traduzione!».

Con tutte le riserve critiche, spesso comprensibili considerate le diverse coordinate cronologiche e culturali e la nostra diversa sensibilità filologica, la Vulgata ha costituito non solo un monumento letterario del tardo latino, ma ha plasmato la lingua teologica dell’Occidente cristiano. In verità il successo arrise all’opera di Girolamo solo un paio di secoli dopo. Fu san Gregorio Magno, Papa dal 590 al 605, a usare la traduzione di Girolamo per i suoi scritti esegetici e spirituali. Lo seguirono il quasi contemporaneo Isidoro di Siviglia e Beda il Venerabile, morto nel 735. Il fiume delle copie crebbe a dismisura trascinando con sé detriti di ogni genere, cioè errori scribali, mutamenti intenzionali, variazioni marginali, contaminazioni con le altre antiche versioni latine. Si dovettero, allora, operare revisioni e codificazioni che dettero origine a vere e proprie tipologie testuali rappresentate da famiglie di codici, convenzionalmente raggruppate secondo le aree geografiche.

Nacque, così, il cosiddetto modello «italiano», denominato dall’ambito primario di diffusione della Vulgata: non si deve dimenticare che lo storico e teologo Cassiodoro nel vi secolo fu con san Gregorio un artefice dell’adozione della versione geronimiana per la lettura e lo studio della Bibbia all’interno del suo Vivarium, l’«università» da lui fondata nelle sue terre di Squillace in Calabria. Ci fu una tipologia «gallica» legata ad Alcuino, incaricato per questa operazione da Carlo Magno (VIII-ix sec.); altri modelli apparvero in Spagna e Irlanda. Non è necessario ai nostri fini delineare il profilo di questo delta ramificato a cui approdò il fiume della Vulgata né descrivere le revisioni operate da vari personaggi, come ad esempio san Pier Damiani e Lanfranco di Pavia nell’XI secolo. Il testo più diffuso che proseguì il suo cammino nei secoli successivi fino al Rinascimento fu la cosiddetta Biblia Parisiensis, in uso presso l’Università di Parigi, una delle forme però meno perfette della lunga vita della Vulgata.

Fu solo nel concilio di Trento che, dopo essere stata affermata «l’autenticità» della Vulgata come testo biblico ufficiale della Chiesa cattolica (8 aprile 1546) — sul cui valore specifico la Lettera Apostolica offre un’essenziale e puntuale indicazione — si espresse il voto per un’«edizione tipica» più rigorosa. L’auspicio dei Padri conciliari si realizzò solo il 9 novembre 1592, dopo vicende tormentate che coinvolsero ben cinque Papi (Pio IV, Pio V, Sisto V, Gregorio XIV, Clemente VIII). Fu pubblicata allora l’edizione definitiva col titolo Biblia Sacra Vulgatae editionis Sixti Quinti Pont. iussu recognita atque edita. Nell’edizione di Lione del 1604 si aggiunse anche il nome di Clemente VIII e da allora si parlò di «Bibbia sisto-clementina». Incessanti furono nei secoli successivi le revisioni fino alla particolare proposta della Neovulgata promulgata da san Giovanni Paolo II nel 1979 e citata esplicitamente nella Lettera.

Sta di fatto che, pur nella differenza delle epoche, la Vulgata esercita ancor oggi un indubbio fascino letterario, anche per il suo uso nella storia dell’arte e della musica. Inoltre, come si diceva, essa ha condizionato in qualche modo il pensiero e il vocabolario teologico. Ora, lo studioso francese Georges Mounin ironizzava definendo ogni buona traduzione come una belle infidèle, bella, sì, ma con un grado di infedeltà rispetto alla matrice originaria, soprattutto quando tratta di sistemi linguistici e culturali differenti. Egli procedeva sulla scia del grande Cervantes, l’autore del Don Chisciotte, convinto che ogni versione fosse come il rovescio sempre appannato di un bell’arazzo. I problemi sollevati dal tradurre un testo non sono, infatti, solo linguistico-letterari ma ermeneutici, soprattutto quando di mezzo c’è una Scrittura «sacra». Tuttavia Girolamo rimane, ancor oggi, proprio in questo senso, un emblema di merito e di metodo, col suo rigore e la sua libertà, con la sua conoscenza e la sua creatività.

Ma travalicando le questioni strettamente critiche, il Papa quasi in sottofondo a tutto il testo, orienta in questa celebrazione centenaria la comunità ecclesiale a raccogliere l’eredità sostanziale di san Girolamo, ossia l’amore fatto di studio e di adesione vitale alla Parola di Dio. È questo un tema costantemente esaltato dal Magistero ecclesiale. In particolare, affiorano le attestazioni del concilio Vaticano II con la Dei Verbum, l’Esortazione Apostolica Verbum Domini che Benedetto XVI ha emesso proprio nella memoria del santo, il 30 settembre 2010, l’Evangelii gaudium e l’Aperuit illis dello stesso Papa Francesco, né si può dimenticare che nel parallelo XV centenario della morte di Girolamo, nel 1920, Benedetto XV promulgò l’enciclica Spiritus Paraclitus. Infatti, «il tratto peculiare della figura spirituale di san Girolamo rimane senza dubbio il suo amore appassionato per la Parola di Dio, trasmessa alla Chiesa nella Sacra Scrittura».

Altri lineamenti emergono nelle pagine della Lettera Apostolica. In particolare il suo impegno teorico e pratico per la vita monastica, così come il suo vivo amore per la Vergine Madre che «meditava in cuor suo» (Luca 2, 19.51) «perché era santa e aveva letto le Sacre Scritture, conosceva i profeti e ricordava ciò che l’angelo Gabriele le aveva annunciato e ciò che era stato vaticinato dai profeti». Un tratto, solitamente meno sottolineato che invece Papa Francesco sviluppa, è quello del legame del santo con la cattedra di Pietro. Inoltre domina nel Padre della Chiesa quell’asse cristologico che guiderà non solo la sua fede ma anche la sua esegesi. Alla sua figura viene, infatti, applicato ciò che lui stesso scriveva dell’amico Nepoziano: «Con la lettura assidua e la meditazione costante aveva fatto del suo cuore una biblioteca di Cristo».

Questa nostra premessa — dedicata a un testo veramente luminoso come sono queste pagine consacrate da Papa Francesco a un Padre della Chiesa dal temperamento ardente e persino provocatorio, ma anche dalla fede limpida e calorosa come è stato san Girolamo — potrebbe facilmente avere un suggello nello stesso documento pontificio. La sintesi finale, infatti, è da cercare nell’appello conclusivo della Lettera. Riprendendo l’immagine appena proposta della «biblioteca di Cristo», il Papa ci ricorda che quella di Girolamo è una biblioteca viva che «continua a insegnarci che cosa significhi l’amore di Cristo, amore che è indissociabile dall’incontro con la sua Parola. Per questo l’attuale centenario rappresenta una chiamata ad amare ciò che Girolamo amò, riscoprendo i suoi scritti e lasciandoci toccare dall’impatto di una spiritualità che può essere descritta, nel suo nucleo più vitale, come il desiderio inquieto e appassionato di una conoscenza più grande del Dio della Rivelazione. Come non ascoltare, nel nostro oggi, ciò a cui Girolamo spronava incessantemente i suoi contemporanei: “Leggi spesso le Divine Scritture; anzi le tue mani non depongano mai il libro sacro”?».
(fonte: L'Osservatore Romano 30/09/2020)