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sabato 5 ottobre 2019

K. tra rinuncia e partenza di Alessandro D'Avenia

ULTIMO BANCO
K. tra rinuncia e partenza

 di Alessandro D'Avenia


Pubblicato su "Il Corriere della Sera"
il 23.09.2019




«Era di mattina molto presto, le strade pulite e deserte. Andavo alla stazione. Confrontando il mio orologio con quello di un campanile, vidi che già era molto più tardi di quanto avessi creduto, dovevo affrettarmi, l’ansia per quella scoperta mi fece incerto della strada, non conoscevo ancora bene quella città; per fortuna lì vicino c’era una guardia, corsi da lui e senza fiato gli domandai la strada. Egli sorrise e disse: “Da me vuoi sapere la via?”. “Sì”, dissi, “perché non riesco a trovarla da me”. “Rinuncia, rinuncia!”, disse e si girò bruscamente, come chi vuole essere solo con la propria risata». Avevo 17 anni quando Franz Kafka mi fece scoprire che la realtà è una metafora della grande narrativa e non viceversa. Il brevissimo racconto s’intitola Rinuncia e mi è tornato in mente leggendo, sulle pagine di questo giornale, la recente intervista a Umberto Galimberti che denuncia: «i ragazzi non stanno bene, ma non capiscono nemmeno perché. Gli manca lo scopo. Per loro il futuro da promessa è divenuto minaccia. Bevono tanto, si drogano, vivono di notte anziché di giorno per non assaporare la propria insignificanza sociale. Nessuno li convoca». Personalmente vedo anche altri ragazzi, statisticamente meno numerosi o rappresentati, ma non per questo meno rilevanti, e sono altresì convinto che il dolore dell’insignificanza sia una risorsa educativa e non un capolinea, ma: «Nessuno li convoca». Perché? Manca la chiamata, l’assenza di scopo infatti riguarda chi lo scopo dovrebbe mostrarlo, gli educatori: «Nel 1979, quando cominciai a fare lo psicoanalista — prosegue Galimberti — i problemi erano a sfondo emotivo, sentimentale e sessuale. Ora riguardano il vuoto di senso». 
Nichilismo e individualismo sono, oggi, la Grande Rinuncia alla vita.

Il vuoto di senso ha i suoi guardiani, come racconta Kafka: essi non dicono che non ci sia una strada, ma scherniscono chi la cerca, voltandosi dall’altra parte, con una risata. Sono coloro che, a vario titolo, annichiliscono (la radice è la stessa di nichilismo) le vite loro affidate. In qualsiasi ambito (politico, economico, professionale, educativo…), i burocrati della Rinuncia non spingono ma spengono la vita: attorno a loro fioriscono censura, invidia, calunnia, disunione, sospetto, paura, menzogna, sotterfugio, sopruso, violenza… La loro risata «di spalle» suona a scherno, ma tradisce la paura di essere smascherati, perché la chiamata a cui hanno rinunciato non viene meno: una voce sussurra dentro di noi e, nel nostro cuore, se non siamo già vittime della Rinuncia o addirittura agenti della sua Burocrazia, cova sempre un po’ dell’ardore dell’Ulisse dantesco. Lo rappresenta lo stesso Kafka in un altro micro-racconto: Partenza. Scritto nello stesso anno di Rinuncia (1922), ne è l’altra faccia: «Ordinai di andare a prendere il mio cavallo dalla stalla. Il servo non mi capì. Andai io stesso nella stalla, sellai il mio cavallo e vi montai. In lontananza sentii suonare una tromba, chiesi al servo che cosa volesse dire. Egli non lo sapeva e non aveva sentito niente. Presso il portone mi trattenne e domandò: “Signore, dove vai?”. “Non lo so – dissi – solo via di qua, solo via di qua. Sempre via di qua, solo così posso raggiungere la mia meta”. “Conosci allora la tua meta?”, chiese. “Sì – risposi – Te l’ho detto: ‘Via-di-qua’. Ecco la mia meta”. “Non hai viveri con te”, disse. “Io non ne ho bisogno – dissi – il viaggio è così lungo, che dovrò morire di fame, se non ricevo nulla sulla via. Nessuna provvista mi può salvare. Per fortuna è un viaggio veramente immenso (ungeheure)”». Il finale sembra paradossale, ma paradossali sono le verità essenziali dell’arte di vivere.

La meta del viaggio è Via-di-qua: via dalla rinuncia al senso della vita. La Partenza è il primo atto di ribellione necessario contro la Rinuncia, perché chi rinuncia si trova, prima o poi, senza vita o addirittura contro la vita. Chi è vicino a noi non capirà: solo noi abbiamo sentito il suono della convocazione. Siamo noi a decidere e niente di quello che ci hanno dato finora può «salvarci», perché il cammino è lungo quanto tutta la nostra anima, sulla cui irripetibile via non ci si può nutrire di nessun’altra provvista se non quella che vi si trova o vi si riceve, perché solo la ricerca di senso rende il senso già presente. Possiamo certo ignorare la chiamata, ma si ripresenterà, con il passare del tempo, più forte e dolorosa, quanto più vicina sarà l’ultima chiamata, quella per cui la Partenza sarà inevitabile. Cacciamo via i guardiani, interni o esterni, dell’assenza di scopo. Andiamo Via-da-qua, via dall’ultimo banco della vita: la Rinuncia. È l’ora della Partenza. Il viaggio sarà (Kafka usa ungeheur, parola tedesca bellissima per estensione di significato e centrale nella sua creazione artistica): enorme, tremendo, spaventoso, immenso, straordinario, incredibile. Proprio come la vita

Leggi anche il post già pubblicato:
Umberto Galimberti: «Stop all’adolescenza perenne. È finita l’idea di bene comune»

venerdì 4 ottobre 2019

Omelia p. Gregorio Battaglia (VIDEO) - XXVI Domenica T.O. / C - 29/09/2019



Omelia p. Gregorio Battaglia



 XXVI Domenica del Tempo Ordinario / C - 

29/09/2019

Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto
Questa domenica Gesù ci ripropone un'altra parabola sull'uso dei beni, possiamo dire che tutto il capitolo 16 del Vangelo di Luca è incentrato su quest'aspetto della nostra vita, questo rapporto che dobbiamo continuamente imparare con i beni. che noi riteniamo esclusivi per noi, mentre invece per il Signore sono beni che Lui ci dona per imparare ad utilizzarli come capacità di vivere in pienezza la relazione con gli altri. ... 
Adesso è come se ci invitasse a leggere quella che di fatto è la storia di sempre, la storia di questa umanità, di una umanità che inesorabilmente si viene a trovare sempre divisa, spaccata in due, una piccola porzione che ha tutto e si può permettere di tutto e una grande massa che invece annaspa,  fatta di gente ... tagliata fuori... Ieri come oggi! Ieri come oggi, nonostante il progresso ... abbiamo mezzi enormi ma la ricchezza invece di essere condivisa si restringe sempre di più nelle mani di pochi...
Abbiamo il dono che il Signore ci ha fatto della sua Parola, quella Parola che abbiamo ricevuto attraverso Mosè e i profeti, dobbiamo imparare ad ascoltarla; noi cristiani abbiamo anche il Vangelo, per noi Gesù è la Parola vissuta, fatta carne, siamo capaci di confrontarci con questa Parola di Dio? e soprattutto di imparare a guardare un po' meglio quello che è lo stile di Gesù, il suo modo di camminare? ...

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«La festa della Parola» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
03 febbraio 2019
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 
Papa Francesco:
“La festa della Parola”
Aprire il cuore all’incontro 
con la Parola di Dio 
che ci rende gioiosi. 


Aprire il cuore all’incontro con la Parola di Dio che ci rende gioiosi. È l’esortazione che giovedì mattina, 3 ottobre, Papa Francesco rivolge nell’omelia della messa mattutina a Casa Santa Marta. 
Il Papa invita, quindi, ad ascoltare con attenzione, senza lasciare che la Parola entri da un orecchio ed esca dall’altro. La sua riflessione si snoda a partire dalla prima lettura della liturgia, tratta dal Libro di Neemia (8, 1-4a.5-6.7b-12). È la «storia dell’incontro del popolo di Dio con la Parola di Dio. È tutta una storia di ricostruzione».
Il riferimento è al contesto in cui si svolge la storia narrata: la ricostruzione del Tempio e il ritorno dall’esilio. Neemia, il governatore, parla con il sacerdote e scriba Esdra per «intronizzare» la Parola di Dio: tutto il popolo si radunò sulla piazza davanti alla Porta delle Acque. Il sacerdote Esdra leggeva: «Aprì il libro in presenza di tutto il popolo, poiché stava più in alto di tutti; come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi». I leviti spiegavano la legge. «Una cosa bella», nota Papa Francesco mettendo in luce come «noi siamo abituati ad avere questo libro che è la Parola di Dio, ma siamo, direi, male abituati» mentre al popolo «mancava la Parola, aveva fame della Parola di Dio, per questo quando vide il libro della Parola si alzò in piedi». «Ma pensate che da decenni non succedeva questo, è l’incontro del popolo con il suo Dio, l’incontro del popolo con la Parola di Dio».

«Neemia, che era il governatore, Esdra, sacerdote e scriba, e i leviti che ammaestravano il popolo dissero a tutto il popolo: “Questo giorno è consacrato al Signore”. Per noi è la domenica», sottolinea il Papa ricordando appunto che «la domenica è il giorno dell’incontro del popolo con il Signore, il giorno dell’incontro della mia famiglia con il Signore. Il giorno dell’incontro mio con il Signore, è un giorno di incontro. “Questo giorno è consacrato al Signore”».

Per questo, Neemia, Esdra e i leviti esortavano a non fare lutto e a non piangere. La prima lettura narra, infatti, come tutto il popolo piangesse mentre ascoltava. «Piangeva dall’emozione», «piangeva di gioia», sottolinea Francesco.

Quindi, il Papa pone alcuni interrogativi: «Quando noi sentiamo la Parola di Dio cosa succede nel mio cuore? Sto attento alla Parola di Dio? Lascio che tocchi il mio cuore o sto lì a guardare il soffitto pensando altre cose e la Parola entra da un orecchio ed esce dall’altro, non arriva al cuore? Cosa faccio io per prepararmi perché la Parola arrivi al cuore?». «E — prosegue — quando la Parola arriva al cuore c’è il pianto di gioia e c’è la festa. Non si capisce la festa della domenica senza la Parola di Dio, non si capisce». Il Papa torna, dunque, al testo della lettura odierna: «Poi Neemia disse loro: “Andate, fate festa — e dà una bella ricetta della festa — mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno — ai poveri». «Sempre i poveri — nota — sono i chierichetti della festa cristiana, i poveri! — perché questo giorno è consacrato al Signore nostro; non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza».

Papa Francesco torna poi sul messaggio della liturgia ricordando che la tristezza, invece, non è la nostra forza. «La Parola di Dio — osserva — ci fa gioiosi, l’incontro con la Parola di Dio ci riempie di gioia e questa gioia è la mia forza, è la nostra forza. I cristiani sono gioiosi perché hanno accettato, hanno ricevuto nel cuore la Parola di Dio e continuamente incontrano la Parola, la cercano. Questo è il messaggio di oggi, per tutti noi», afferma ancora, esortando a «un esame di coscienza breve: Come io ascolto la Parola di Dio? O semplicemente non la ascolto? Come mi incontro io con il Signore nella sua Parola che è la Bibbia? E poi: sono convinto che la gioia del Signore è la mia forza? La tristezza non è la nostra forza».

«I cuori rattristati», prosegue Francesco, il diavolo li butta giù subito mentre la gioia del Signore «ci fa alzare, guardare e cantare e piangere di gioia». Uno dei salmi dice che nel momento della liberazione da Babilonia, il popolo ebreo pensava di sognare: non poteva crederlo. La stessa esperienza succede «quando noi incontriamo il Signore nella sua Parola», quando pensiamo: «Ma questo è un sogno...», e «non possiamo credere tanta bellezza». «Che il Signore — conclude — dia a tutti noi la grazia di aprire il cuore per questo incontro con la sua Parola e non avere paura della gioia, non avere paura di fare la festa della gioia», quella gioia, torna a sottolineare Papa Francesco, che scaturisce proprio da questo incontro con la Parola di Dio. 
(fonte: L'Osservatore Romano)

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giovedì 3 ottobre 2019

«Non basta leggere la Scrittura, occorre comprenderne il senso, trovare il “succo” andando oltre la “scorza”, attingere lo Spirito che anima la lettera. Lo Spirito Santo è il protagonista dell’evangelizzazione.» Papa Francesco Udienza Generale 02/10/2019 (foto, testo e video)

UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 2 ottobre 2019
















Catechesi sugli Atti degli Apostoli - 10. «Annunciò a lui Gesù» (At 8,35). Filippo e la “corsa” del Vangelo su nuove strade.

Cari fratelli e sorelle!

Dopo il martirio di Stefano, la “corsa” della Parola di Dio sembra subire una battuta d’arresto, per lo scatenarsi di «una violenta persecuzione contro la Chiesa di Gerusalemme» (At 8,1). A seguito di ciò, gli Apostoli rimangono a Gerusalemme, mentre molti cristiani si disperdono in altri luoghi della Giudea e in Samaria.

Nel Libro degli Atti, la persecuzione appare come lo stato permanente della vita dei discepoli, in accordo con quanto detto da Gesù: «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,20). Ma la persecuzione, invece di spegnere il fuoco dell’evangelizzazione lo alimenta ancora di più.

Abbiamo sentito cosa ha fatto il diacono Filippo che comincia ad evangelizzare le città della Samaria, e numerosi sono i segni di liberazione e guarigione che accompagnano l’annuncio della Parola. A questo punto lo Spirito Santo segna una nuova tappa del viaggio del Vangelo: spinge Filippo ad andare incontro a uno straniero dal cuore aperto a Dio. Filippo si alza e parte con slancio e, su una strada deserta e pericolosa, incontra un alto funzionario della regina di Etiopia, amministratore dei suoi tesori. Quest’uomo, un eunuco, dopo essere stato a Gerusalemme per il culto, sta tornando al suo paese. Era un proselito giudeo dell’Etiopia. Seduto in carrozza, legge il rotolo del profeta Isaia, in particolare il quarto canto del “servo del Signore”.

Filippo si accosta alla carrozza e gli chiede: «Capisci quello che stai leggendo?» (At 8,30). L’Etiope risponde: «E come potrei capire, se nessuno mi guida?» (At 8,31). Quell’uomo potente riconosce di avere bisogno di essere guidato per comprendere la Parola di Dio. Era il grande banchiere, era il ministro dell’economia, aveva tutto il potere dei soldi, ma sapeva che senza la spiegazione non poteva capire, era umile.

E questo dialogo tra Filippo e l’Etiope fa riflettere anche sul fatto che non basta leggere la Scrittura, occorre comprenderne il senso, trovare il “succo” andando oltre la “scorza”, attingere lo Spirito che anima la lettera. Come disse Papa Benedetto all’inizio del Sinodo sulla Parola di Dio, «l’esegesi, la vera lettura della Sacra Scrittura, non è solamente un fenomeno letterario, […]. È il movimento della mia esistenza» (Meditazione, 6 ottobre 2008). Entrare nella Parola di Dio è essere disposti a uscire dai propri limiti per incontrare e conformarsi a Cristo che è la Parola vivente del Padre.

Chi è dunque il protagonista di questo che leggeva l’etiope? Filippo offre al suo interlocutore la chiave di lettura: quel mite servo sofferente, che non reagisce al male con il male e che, pur se considerato fallito e sterile e infine tolto di mezzo, libera il popolo dall’iniquità e porta frutto per Dio, è proprio quel Cristo che Filippo e la Chiesa tutta annunciano! Che con la Pasqua ci ha redenti tutti. Finalmente l’etiope riconosce Cristo e chiede il Battesimo e professa la fede nel Signore Gesù. E’ bello questo racconto ma chi ha spinto Filippo ad andare nel deserto per incontrare quest’uomo? Chi ha spinto Filippo ad accostarsi alla carrozza? E’ lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo è il protagonista dell’evangelizzazione. “Padre, io vado a evangelizzare” – “Sì, cosa fai?” – “Ah, io annuncio il Vangelo e dico chi è Gesù, cerco di convincere la gente che Gesù è Dio”. Caro, questo non è evangelizzazione, se non c’è lo Spirito Santo non c’è evangelizzazione. Questo può essere proselitismo, pubblicità… Ma l’evangelizzazione è farti guidare dallo Spirito Santo, che sia Lui a spingerti all’annuncio, all’annuncio con la testimonianza, anche con il martirio, anche con la parola.

Dopo aver fatto incontrare l’Etiope con il Risorto – l’etiope incontra Gesù risorto perché capisce quella profezia - Filippo scompare, lo Spirito lo prende e lo invia a fare un’altra cosa. Ho detto che il protagonista dell’evangelizzazione è lo Spirito Santo e qual è il segno che tu cristiana, cristiano, sei un evangelizzatore? La gioia. Anche nel martirio. E Filippo pieno di gioia andò da un’altra parte a predicare il Vangelo.

Che lo Spirito faccia dei battezzati uomini e donne che annunciano il Vangelo per attirare gli altri non a sé ma a Cristo, che sanno fare spazio all’azione di Dio, che sanno rendere gli altri liberi e responsabili dinanzi al Signore.

Guarda il video della catechesi

Saluti:
...

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.

Sono lieto di accogliere i partecipanti all’Incontro promosso dal Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso sul Mahatma Gandhi; e i Sacerdoti del Pontificio Collegio Missionario Internazionale San Paolo Apostolo, in Roma.

Saluto le parrocchie di Copertino e di Livizzano; e il gruppo di giovani cattolici cinesi, da Prato.

Un pensiero particolare rivolgo ai giovani, agli anziani, agli ammalati e agli sposi novelli.

Oggi celebriamo la memoria dei Santi Angeli Custodi. La loro presenza rafforzi in voi la certezza che Dio accompagna il cammino di vita di ciascuno. Vi sostengano nell’annunciare e vivere il Vangelo di Cristo per un mondo rinnovato nell’amore di Dio.


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Umberto Galimberti: «Stop all’adolescenza perenne. È finita l’idea di bene comune»

Umberto Galimberti: 
«Stop all’adolescenza perenne. 
È finita l’idea di bene comune»

Intervista di Stefano Lorenzetto
pubblicata su "Il Corriere della Sera"




Filosofo. Antropologo. Psicologo. Psicoanalista. Sociologo. Dal professor Umberto Galimberti ti aspetteresti un eloquio iniziatico all’altezza delle materie che ha insegnato, compendiate nelle 1.637 pagine del Nuovo dizionario di psicologia, psichiatria, psicoanalisi, neuroscienze (Feltrinelli), alla cui stesura ha faticato per 15 anni. Invece parla ancora come «il numero 8» — si definisce così — dei 10 figli di Ernesto, ex partigiano, venditore di cioccolato Theobroma improvvisatosi impiegato bancario, che in un paio di locali aprì a Biassono la prima agenzia del Credito artigiano e morì di tumore il giorno dell’inaugurazione. «Da bambino andavo in ufficio ad aiutarlo: mi faceva timbrare gli assegni. Avevo 14 anni quando mancò. Sognavo di diventare medico. Ma due borse di studio mi spalancarono le porte di Filosofia alla Cattolica di Milano. Lì trovai i miei maestri: Gustavo Bontadini, Sofia Vanni Righi ed Emanuele Severino, con il quale mi laureai. C’erano anche Gianfranco Miglio e Francesco Alberoni. Poi lavorai per tre anni nel manicomio di Novara, dove conobbi il primario Eugenio Borgna. Fui io a obbligarlo a scrivere, prima non lo conosceva nessuno. Li sento ancora, Severino e Borgna. Ci vogliamo molto bene. Non ho mai capito il parricidio».


Fortunato ad avere dei padri così.

«Aggiunga Karl Jaspers, che frequentai a Basilea e che mi avviò alla psicopatologia. E Mario Trevi, con cui feci il percorso psicoanalitico. Oggi l’analisi non è più possibile. L’ultimo che ho accompagnato per cinque anni è stato il regista Luca Ronconi. Ma solo perché lì c’era un uomo. Capace di riflettere, incuriosito dalla sua vita».


Eppure qui nello studio vedo che c’è ancora il lettino dello psicoanalista.

«Non ho mai smesso di ricevere. La gente mi chiede di risolvergli i problemi. Invece la psicoanalisi è conoscenza di sé: sapere chi sei è meglio che vivere a tua insaputa. Quanto al dolore, non lo puoi cancellare con i farmaci».


L’angoscia più frequente qual è?

«Quella provocata dal nichilismo. I ragazzi non stanno bene, ma non capiscono nemmeno perché. Gli manca lo scopo. Per loro il futuro da promessa è divenuto minaccia. Bevono tanto, si drogano, vivono di notte anziché di giorno per non assaporare la propria insignificanza sociale. Nessuno li convoca. Non potendo fare nulla, erodono la ricchezza accumulata dai padri e dai nonni».


Stanno male anche i genitori?

«Eccome. Senza che lo sappiano, non sono più autori delle loro azioni. Nell’età della tecnica sono diventati funzionari di apparato. Vengono misurati solo dal grado di efficienza e produttività. Nel 1979, quando cominciai a fare lo psicoanalista, le problematiche erano a sfondo emotivo, sentimentale e sessuale. Ora riguardano il vuoto di senso».


La mia è la prima generazione che consegna ai suoi figli un futuro ben peggiore di quello lasciatoci in eredità dai nostri padri, spesso nullatenenti.

«Fino a 37 anni ho insegnato storia e filosofia nei licei. Guadagnavo 110.000 lire al mese. Un appartamento ne costava 75.000 al metro quadro. In famiglia abbiamo tutti studiato. Le mie cinque sorelle frequentavano l’università e intanto facevano le colf. Oggi mi tocca aiutare la mia unica figlia, che ha tre bambini».


Ai figli dei nostri figli che accadrà?

«Non riesco a vedere il loro futuro. Il domani non è più prevedibile. La tecnica ha assoggettato il mondo. Scambia lo sviluppo per progresso. È regolata da una razionalità rigorosissima, raggiunge il massimo degli obiettivi con il minimo dei mezzi e mette l’uomo fuori dalla storia. Ma l’amore non è razionalità, e neppure il dolore, la fede, il sogno, l’ideazione lo sono».


Il destino dei giovani dovrebbe essere in cima all’agenda del governo?

«Certo. Ma la politica non è più il luogo della decisione. Ha delegato le scelte all’economia, e l’economia alla tecnica. È finita l’idea di bene comune che c’era negli anni Cinquanta. Rimane solo quella della poltrona. Non vi è alcun dubbio che i 5 Stelle stanno al governo solo per non tornare a fare i disoccupati e i leghisti volevano votare per avere la maggioranza assoluta e instaurare il sovranismo al soldo di Vladimir Putin».


Forse spariranno i nipoti: solo il Giappone procrea meno dell’Italia.

«Colpa dell’edonismo sfrenato: i figli lo ostacolano. Siamo il popolo più debole della terra. Per mangiare, apriamo il frigo anziché sudare nei campi. Ci difendiamo dal resto del mondo con il colonialismo economico, che ha sostituito quello territoriale. L’impero romano cadde così, fra postriboli e spettacoli circensi. Non lavorava più nessuno. Dovette importare i barbari per fare le guerre e le opere idrauliche. Un tempo pensavo che le civiltà finissero per cause economiche. Ora invece sono certo che muoiono per decadenza dei costumi».


Mi pare che gli italiani lavorino.

«Ho parlato alla Confartigianato di Vicenza. I padri si lamentavano perché i figli non vogliono saperne di portare avanti le loro aziende. Per forza, quando compiono 18 anni gli regalano la Porsche! Si è mai chiesto perché, su 5 milioni d’immigrati, 500.000 siano imprenditori? Vedo negli africani una potenza biologica che noi abbiamo perso».


Questo tempo di pace è segnato da rivolte di piazza, guerriglie negli stadi, aggressività. Che la guerra fosse un grande evento regolatore?

«Lo è sempre stato. Nell’Ottocento ci furono tre guerre d’indipendenza, nel Novecento due guerre mondiali. Siamo ormai alla terza generazione che non ha conosciuto questo male assoluto. Ma non vi è dubbio che periodi prolungati di pace inducono a una lassitudine nei comportamenti. Le sofferenze psicologiche hanno soppiantato quelle fisiche, come potevano essere la fame e le malattie. Quanta gente c’è in giro che se la mena senza un perché? Spesso sono costretto a dire ai miei pazienti: ma scusi, questi sono problemi, secondo lei?».


Ha un suggerimento per uscirne?

«Un rito iniziatico che interrompa l’adolescenza perenne: a 18 anni servizio civile per 12 mesi, ma a 1.000 chilometri da casa. Bisogna separare i figli da padri e madri. E cacciare dalla scuola i genitori, interessati più alla promozione che alla formazione. Tullio De Mauro nel 1976 calcolò che un ginnasiale conosceva 1.600 vocaboli. Oggi sono 600. Il più volgare, “c...”, viene usato per dire tutto. L’Italia è ultima nella comprensione di un testo, certifica l’Ocse. Ma non puoi avere più pensieri di quante parole possiedi, insegnava Martin Heidegger».


Sono i malesseri del benessere.

«Il denaro è diventato l’unico generatore simbolico di valori. Non sappiamo più che cosa è bello, vero, giusto, santo. Pensiamo solo a che cosa è utile. Ho visto salire una ragazza con un’arpa sul treno Milano-Venezia. Un signore distinto ha cominciato a porle domande. Alla fine l’ha raggelata: “Scusi, signorina, ma qual è il suo business?”».


Per questo costruiamo solo «cristogrill» al posto delle cattedrali?

«Padre David Maria Turoldo celebrò le mie nozze. Sosteneva che le chiese oggi sono ridotte a garage in cui è parcheggiato Dio. Ma la gente per credere ha bisogno della liturgia, del canto, dell’organo, dell’incenso. L’ho detto anche a papa Francesco. E ho aggiunto: Santità, lei ha messo le persone davanti ai princìpi, però ha un polmone solo, lavora come un pazzo, è pieno di nemici; stia attento a non morire, altrimenti dopo ne eleggono uno che rimette i princìpi davanti alle persone. Lui ha riso e mi ha abbracciato, sussurrando: “Si ricordi che Dio salva le persone, non i princìpi”».


Il cardinale Gianfranco Ravasi, suo compagno di liceo, l’ha convertita?

«No, io resto greco. Non mi colloco neppure fra i laici, i quali sono credenti in un’altra maniera. Per me la morte è una cosa seria, mentre i cristiani pensano che dopo vi sia la vita eterna».


Tuttavia sul cristianesimo ha scritto un saggio.

«È diventato la religione del cielo vuoto, ha completamente smarrito il senso del sacro, e questo mi procura tanta rabbia. La dimensione religiosa è essenziale nell’uomo. Perché negare che la fede offra conforto a tante persone?».


Ha sofferto per le accuse di plagio che le hanno mosso in passato?

«Ho copiato solo da me stesso, mai dagli altri. Recensendo un libro sui giornali, talvolta inserivo due righe dell’autore che mi sembravano efficaci, senza virgolettarle, anche perché non le riportavo integralmente. Quando questi articoli sono stati raccolti in un volume, ho messo le virgolette nei soli casi in cui riuscivo a reperire la citazione: un mio errore, che però non mi era mai stato contestato fintantoché la recensione appariva sulla stampa. Montare su questi elementi una campagna denigratoria non mi pare ancora oggi un’operazione innocente, come peraltro documenta una tesi di laurea sul mio caso discussa nel 2018 all’Università dell’Insubria».


In che cosa spera?

«In niente. La speranza è una virtù cristiana».


Stava meglio quando stava peggio?

«No, da giovane rischiavo di saltare i pasti. Ma oggi la tecnica ha come unica finalità il proprio autopotenziamento e viaggia a una velocità tale che la psiche proprio non ce la fa a tenerle dietro. È lenta, la psiche».


Il senso dell’esistere qual è? Se c’è.

«Lo devo cercare nell’etica del limite, in quella che i greci chiamavano la giusta misura»

mercoledì 2 ottobre 2019

Il grande romanzo dei Vangeli di Corrado Augias e Giovanni Filoramo - Recensione di Aldo Pintor



Il grande romanzo dei Vangeli
di Corrado Augias e Giovanni Filoramo


Recensione di Aldo Pintor




In questi giorni di settembre i lettori potranno trovare in libreria qualcosa che ci farà fare un viaggio intorno alle testimonianze di varie provenienze che ci sono state tramandate circa la figura di Gesù di Nazareth. Testimonianze di varia provenienza.

Questo libro è stato scritto da un giornalista non credente ma molto interessato al fenomeno religioso, Corrado Augias, e da uno dei principali storici delle religioni italiano, Giovanni Filoramo. Per la precisione stiamo parlando di “Il grande romanzo dei Vangeli” (Einaudi, p. 270, € 19,50) appunto di Corrado Augias e Giovanni Filoramo. I due studiosi compiono una operazione piuttosto complessa che si basa sulla convinzione che “La sopravvivenza dell'immaginazione del mondo degli uomini e delle donne è molto più importante della loro verità storica” per usare le parole del libro. Per questo nel titolo viene citata la parola romanzo. Perchè, come aveva scritto il grande Umberto Eco, “Su ciò su cui non si può teorizzare si deve narrare”.

Anche i due autori tentano di raccontare questa vicenda che va oltre le loro convinzioni religiose ma che ha inciso come nessun altro accadimento storico e ha cambiato in qualche modo per sempre il volto dell'Occidente.

Il dialogo tra Augias e Filoramo è reso interessante anche dalle informazioni provenienti dalle varie discipline di cui gli autori, persone particolarmente colte, fanno largo uso nel tentativo di arrivare alla verità storica per quanto sia possibile ricavarle dalle rare fonti coeve che raccontano i singolari fatti accaduti nella Palestina di oltre 2000 anni fa. Certo la figura e le vicende terrene di quel Gesù di Nazareth che percorreva, ai suoi tempi, le strade e i villaggi della Galilea e si proclamava Figlio dell'Uomo ha da sempre affascinato credenti e non credenti. Augias e Filoramo provano a renderci più chiare le figure di tutti coloro con cui Gesù in qualche modo è venuto in contatto, persone amiche e persone ostili. Tutte queste figure, a volte persone singole a volte addirittura realtà collettive, nonostante duemila anni di distanza ancora possono dire qualcosa che non ci lascia indifferenti. A noi che stiamo vivendo in questo tormentato ventunesimo secolo.

Il libro non è né un interpretazione storico-antica né un commento spirituale o di fede. Ma un'opera che propone di parlare al lettore di oggi di questi eventi straordinari cercando di offrirgli alcune chiavi di interpretazione. Ogni capitolo è dedicato a un personaggio facendo emergere tutto ciò che di lui viene tramandato da testi neo testamentari a scritti della stessa epoca sia giudaici che cristiani che gnostici. La conoscenza di usi e costumi della Palestina antica e dell'impero romano sotto gli imperatori Augusto e Tiberio Antonio accompagna il lettore in questo viaggio e non raramente vengono suggeriti paragoni con le epoche più recenti e perfino con quella attuale. Molto importanti sono le pagine dedicate alle Beatitudini che sono la parte del Vangelo che ha maggiormente cambiato il modo di vedere le cose rispetto all'antichità e soprattutto ha mutato la prospettiva verso cui si guarda alle vititme della storia e della società. Le Beatitudini sono così rivoluzionarie che come è scritto in questo libro “solo alla verità è lecito presentarsi con una violenza tale da rovesciare consuetudini ordine sociale raddrizzare quel legno storto di cui gli esseri viventi sono fatti”. Eppure la verità non è la sola necessaria per cambiare le cose. I cambiamenti che comunque ci sono stati non sarebbero avvenuti senza la carità e il diverso modo di relazionarsi tra persone che Gesù di Nazareth ha portato nel mondo. I pochi anni che ques'uomo in cui si è rivelato Dio ha trascorso nel mondo hanno rivoluzionato completamente le gerarchie dei rapporti umani. E la portata rivoluzionaria di questa breve vita nel libro è ben sottolineata e fa riscoprire freschezza a un messaggio che forse molti credono solo di conoscere e di cui ai giorni nostri c'è grande bisogno.

Vespri inizio del mese missionario Omelia di Papa Francesco: «Il Signore ti chiede di farti dono lì dove sei, così come sei, con chi ti sta vicino; di non subire la vita, ma di donarla; di non piangerti addosso, ma di lasciarti scavare dalle lacrime di chi soffre. Coraggio, il Signore si aspetta tanto da te.» (foto,testi e video)

CELEBRAZIONE DEI VESPRI PER L’INIZIO DEL MESE MISSIONARIO
CAPPELLA PAPALE
Basilica Vaticana
Martedì, 1 ottobre 2019


Splendono i colori del mondo nella Basilica di San Pietro. Un mondo che ha bisogno ancora dell’annuncio di Gesù, della speranza di Cristo, di credere a testimoni veri, pieni dell’amore di Dio, che hanno avuto il coraggio di scommettere su di Lui, fidandosi e lasciandosi portare negli angoli lontani della Terra. Sono suore, religiosi e anche due laici che, al termine dei Vespri, il Papa invia in missione, consegnando loro un crocifisso: l’ancora sicura alla quale aggrapparsi senza paura. Andranno in Brasile, in Sud Sudan, in Repubblica Democratica del Congo, in Kazakistan ma anche in Cambogia, a Taiwan, in Bangladesh e in Kirghizistan.






OMELIA DI PAPA FRANCESCO

Nella parabola che abbiamo ascoltato, il Signore si presenta come un uomo che, prima di partire, chiama i servi per consegnare loro i suoi beni (cfr Mt 25,14). Dio ci ha affidato i suoi beni più grandi: la nostra vita, quella degli altri, tanti doni diversi per ciascuno. E questi beni, questi talenti, non rappresentano qualcosa da custodire in cassaforte, rappresenta una chiamata: il Signore ci chiama a far fruttare i talenti con audacia e creatività. Dio ci domanderà se ci saremo messi in gioco, rischiando, magari perdendoci la faccia. Questo Mese missionario straordinario vuole essere una scossa per provocarci a diventare attivi nel bene. Non notai della fede e guardiani della grazia, ma missionari.

Si diventa missionari vivendo da testimoni: testimoniando con la vita di conoscere Gesù. È la vita che parla. Testimone è la parola-chiave, una parola che ha la stessa radice di senso di martire. E i martiri sono i primi testimoni della fede: non a parole, ma con la vita. Sanno che la fede non è propaganda o proselitismo, è rispettoso dono di vita. Vivono diffondendo pace e gioia, amando tutti, anche i nemici per amore di Gesù. Così noi, che abbiamo scoperto di essere figli del Padre celeste, come possiamo tacere la gioia di essere amati, la certezza di essere sempre preziosi agli occhi di Dio? È l’annuncio che tanta gente attende. Ed è responsabilità nostra. Chiediamoci in questo mese: come va la mia testimonianza?

Alla fine della parabola il Signore dice «buono e fedele» chi è stato intraprendente; «malvagio e pigro» invece il servo che è stato sulla difensiva (cfr vv. 21.23.26). Perché Dio è così severo con questo servo che ha avuto paura? Che male ha fatto? Il suo male è non aver fatto del bene, ha peccato di omissione. San Alberto Hurtado diceva: “E’ bene non fare del male. Ma è male non fare del bene”. Questo è il peccato di omissione. E questo può essere il peccato di una vita intera, perché abbiamo ricevuto la vita non per sotterrarla, ma per metterla in gioco; non per trattenerla, ma per donarla. Chi sta con Gesù sa che si ha quello che si dà, si possiede quello che si dona; e il segreto per possedere la vita è donarla. Vivere di omissioni è rinnegare la nostra vocazione: l’omissione è il contrario della missione.

Pecchiamo di omissione, cioè contro la missione, quando, anziché diffondere la gioia, ci chiudiamo in un triste vittimismo, pensando che nessuno ci ami e ci comprenda. Pecchiamo contro la missione quando cediamo alla rassegnazione: “Non ce la faccio, non sono capace”. Ma come? Dio ti ha dato dei talenti e tu ti credi così povero da non poter arricchire nessuno? Pecchiamo contro la missione quando, lamentosi, continuiamo a dire che va tutto male, nel mondo come nella Chiesa. Pecchiamo contro la missione quando siamo schiavi delle paure che immobilizzano e ci lasciamo paralizzare dal “si è sempre fatto così”. E pecchiamo contro la missione quando viviamo la vita come un peso e non come un dono; quando al centro ci siamo noi con le nostre fatiche, non i fratelli e le sorelle che attendono di essere amati.

«Dio ama chi dona con gioia» (2 Cor 9,7). Ama una Chiesa in uscita. Ma stiamo attenti: se non è in uscita non è Chiesa. La Chiesa è per la strada, la Chiesa cammina. Una Chiesa in uscita, missionaria, è una Chiesa che non perde tempo a piangere le cose che non vanno, i fedeli che non ha più, i valori di un tempo che non ci sono più. Una Chiesa che non cerca oasi protette per stare tranquilla; desidera solo essere sale della terra e lievito per il mondo. Questa Chiesa sa che questa è la sua forza, la stessa di Gesù: non la rilevanza sociale o istituzionale, ma l’amore umile e gratuito.

Oggi entriamo nell’ottobre missionario accompagnati da tre “servi” che hanno portato molto frutto. Ci mostra la via Santa Teresa di Gesù Bambino, che fece della preghiera il combustibile dell’azione missionaria nel mondo. Questo è anche il mese del Rosario: quanto preghiamo per la diffusione del Vangelo, per convertirci dall’omissione alla missione? C’è poi San Francesco Saverio, uno dei grandi missionari della Chiesa. Anch’egli ci scuote: usciamo dai nostri gusci, siamo capaci di lasciare le nostre comodità per il Vangelo? E c’è la Venerabile Pauline Jaricot, un’operaia che sostenne le missioni col suo lavoro quotidiano: con le offerte che detraeva dal salario, fu agli inizi delle Pontificie Opere Missionarie. E noi, facciamo di ogni giorno un dono per superare la frattura tra Vangelo e vita? Per favore, non viviamo una fede “da sacrestia”.

Ci accompagnano una religiosa, un sacerdote e una laica. Ci dicono che nessuno è escluso dalla missione della Chiesa. Sì, in questo mese il Signore chiama anche te. Chiama te, padre e madre di famiglia; te, giovane che sogni grandi cose; te, che lavori in una fabbrica, in un negozio, in una banca, in un ristorante; te, che sei senza lavoro; te, che sei in un letto di ospedale… Il Signore ti chiede di farti dono lì dove sei, così come sei, con chi ti sta vicino; di non subire la vita, ma di donarla; di non piangerti addosso, ma di lasciarti scavare dalle lacrime di chi soffre. Coraggio, il Signore si aspetta tanto da te. Si aspetta anche che qualcuno abbia il coraggio di partire, di andare là dove più mancano speranza e dignità, là dove troppa gente vive ancora senza la gioia del Vangelo. “Ma devo andare da solo?”. No, questo non va. Se noi abbiamo in mente di fare la missione con organizzazioni imprenditoriali, con piani di lavoro, non va. Il protagonista della missione è lo Spirito Santo. È il protagonista della missione. Tu vai con lo Spirito Santo. Va’, il Signore non ti lascerà solo; testimoniando, scoprirai che lo Spirito Santo è arrivato prima di te per prepararti la strada. Coraggio, fratelli e sorelle; coraggio, Madre Chiesa: ritrova la tua fecondità nella gioia della missione!

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PADRE GIULIO ALBANESE: «ANNUNCIARE DIO, DA CASA PROPRIA AGLI ESTREMI CONFINI DEL MONDO»


PADRE GIULIO ALBANESE:
«ANNUNCIARE DIO, DA CASA PROPRIA AGLI ESTREMI CONFINI DEL MONDO»

Ottobre, il Mese missionario straordinario voluto da papa Francesco. «Evangelizzazione e testimonianza riguardano tutti i cristiani, senza particolari vincoli geografici. Né devono mai essere asservite a interessi economici o politici»

Papa Francesco benedice una Suora Missionaria della Carità durante l'udienza in Vaticano
 il 3 settembre 2016. -  Foto Reuters

Forse non tutti sanno che, cento anni fa, papa Benedetto XV, nell’enciclica missionaria Maximum Illud, spiegò con chiarezza e lungimiranza che la missione evangelizzatrice nel mondo non poteva assolutamente essere richiamata a giustificazione delle chiusure nazionalistiche ed etnocentriche delle potenze coloniali del tempo. Da attento osservatore delle vicende umane, il Pontefice genovese – che definì la Prima guerra mondiale «l'inutile strage» – scrisse con coraggio profetico che l’annuncio del Vangelo non poteva essere confuso con le strategie di quelle nazioni europee che intendevano salvaguardare i propri interessi economici, politici e militari nelle terre di conquista. Prendendo lo spunto da questo centenario, papa Francesco ha indetto per ottobre il Mese missionario straordinario, con l’intento dichiarato di risvegliare la coscienza dei credenti, chiamati ad annunciare e vivere Dio a partire dalla propria situazione di vita (famiglia, lavoro, rapporti sociali). Si tratta, in sostanza, di prendere atto di una vocazione davvero “cattolica”, non foss’altro perché oggi, guardando alla vecchia Europa, c’è purtroppo ancora chi crede all’identificazione del cristianesimo con l’Occidente, dimenticando, per esempio, che Gesù Cristo, Dio fatto uomo, era un mediorientale e che, probabilmente, se oggi gli apostoli, in quanto palestinesi, fossero venuti in Europa, sarebbero stati considerati migranti economici, avendo già in patria un mestiere dignitoso, quello di pescatori.

A questo proposito, nel tradizionale Messaggio per la Giornata missionaria mondiale – che quest’anno si celebrerà il 20 ottobre sul tema “Battezzati e inviati: la Chiesa di Cristo in missione nel mondo” – il Papa ci ricorda che la Chiesa, per sua vocazione, deve essere «in uscita fino agli estremi confini». Da rilevare che i missionari/e italiani/ e che operano oggi nelle giovani Chiese sono circa 8 mila e rappresentano il valore aggiunto della nostra società. Proprio nel contesto di questo Mese missionario, si celebrerà a Roma l’Assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per riflettere sul tema “Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale”. Un modo concreto per comprendere che, nella grande cornice della “casa comune” dei popoli, le periferie del mondo – nella fattispecie l’Amazzonia – ci interpellano come credenti. Grazie anche alla testimonianza dei nostri missionari.


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martedì 1 ottobre 2019

Intenzione di preghiera per il mese di Ottobre 2019: Preghiamo per una nuova primavera missionaria della Chiesa

Intenzione di preghiera per il mese di Ottobre 2019: 
Preghiamo per una nuova primavera missionaria della Chiesa

Il video-messaggio di Papa Francesco per ottobre, realizzato dalla Rete Mondiale di Preghiera del Papa per diffondere ogni mese le sue intenzioni, affronta una delle sfide più importanti: risvegliare “un nuovo impulso nell'attività missionaria della Chiesa” attraverso la preghiera. 
Lo sfondo su cui matura l'intenzione del Papa sono i 100 anni dalla Lettera Apostolica Maximum Illud di Papa Benedetto XV. Per questo motivo, e per la vitalità missionaria espressa in questi anni del suo magistero, chiaramente evidenziata nell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, Francesco ha indetto il Mese Missionario Straordinario Ottobre 2019 con il tema “Battezzati e inviati: la Chiesa di Cristo in missione nel mondo”.

Guarda il video



La traduzione in italiano del testo pronunciato dal Papa in spagnolo:



Oggi è necessario un nuovo impulso nell'attività missionaria della Chiesa 
per affrontare la sfida di annunciare Gesù morto e risorto. 

Arrivare alle periferie, agli ambienti umani, agli ambienti culturali e religiosi ancora estranei al Vangelo: in questo consiste quella che definiamo missio ad gentes. 

E ricordare che il cuore della missione della Chiesa è la preghiera. 

In questo Mese Missionario Straordinario preghiamo perché lo Spirito Santo susciti una nuova primavera missionaria per tutti i battezzati e inviati dalla Chiesa di Cristo.


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Frate sole, sorella luna perdonateci di Enzo Bianchi

Frate sole, sorella luna 
perdonateci 
di Enzo Bianchi


Pubblicato su "La Repubblica"
il 28 settembre 2019



Da anni amo ripetere che c’è un comandamento non espresso nelle tavole delle dieci parole di Mosè (cf. Es 20,1-21; Dt 5,1-22) ma che si potrebbe dedurre da ognuna di esse, costituendone una sorta di filo rosso: “Ama la terra come te stesso”.

Ai nostri giorni siamo sempre più sensibilizzati sull’urgenza ormai irrinunciabile (anzi, siamo ormai in ritardo!) di un’etica della terra, per i cristiani un’etica della creazione, che affermi la responsabilità umana di fronte all’ambiente, a quella che la tradizione cristiana chiama creazione: un’etica che richiede innanzitutto una coscienza ecologica vigilante e pronta ad assumersi dei doveri riguardanti la custodia e la cura della nostra casa comune. Non si tratta di divinizzare la natura, madre Gea, facendone un mito o una realtà intoccabile; si tratta invece di accogliere e affermare il legame che non può mai essere spezzato tra noi umani e il cosmo. Il cristianesimo è stato sovente accusato di insensibilità alle problematiche ecologiche e di aver interpretato il comando biblico – “Riempite la terra e soggiogatela e dominate sui pesci del mare, sugli uccelli delle cielo e su ogni vivente che si muove sulla terra” (Gen 1,28) – come sfruttamento senza limiti.

In realtà, nella Bibbia è sempre affermata un’armonia, un rapporto amoroso e nuziale tra umanità e terra. Nel Vangelo, poi, ci viene data la narrazione di Gesù di Nazaret quale “pastore della natura”, in costante relazione con tutte le creature: le spighe di grano, i fiori dei campi, le gemme dei fichi, le vigne, gli uccelli dell’aria… per esse nutre profonda attenzione, rispetto, stupore, traendone esempio insegnamento. La vita di Gesù è una testimonianza di quale dovrebbe essere il nostro rapporto con la natura: non un atteggiamento di consumo bensì di accettazione del dono, non una rapina ma una condivisione, non un’opera di abbrutimento ma di bellezza e di trasfigurazione. Nessun panteismo, nessuna proclamazione che tutto è Dio, ma una visione “pain-in-teista” che sappia scorgere che “Dio è presente in tutto”, in tutta l’umanità e in tutte le cose, come scrive l’Apostolo Paolo

Dodici secoli dopo Gesù, Francesco d’Assisi, il “somigliantissimo a Cristo”, al termine della sua vita terrena seppe innalzare a Dio il famosissimo Cantico delle creature (o Cantico di frate sole).
Una lode rivolta a Dio, un poetico rendimento di grazie a lui per tutte le creature, da Francesco riconosciute come fratelli e sorelle: il sole, la luna, le stelle, il vento, l’aria, il cielo, l’acqua, il fuoco, sorella e madre terra, fino addirittura alla lode per “sora nostra morte corporale”. C’è una novità di questo cantico anche rispetto ai cantici biblici che lodavano e benedicevano Dio: 
Francesco mette in risalto il nesso cosmico della fraternità e della sororità.
 In un tempo in cui il papa Innocenzo III scriveva un libretto Sul disprezzo del mondo, ribadendo la concezione negativa del mondo della natura, mentre i Catari predicavano che la natura era il sigillo del Demiurgo Malefico, Francesco celebra la bontà del Dio creatore a partire dal mondo materiale. Tutto ciò che esiste è buono: se non fosse buono, Dio non lo avrebbe creato e ogni creatura, animata o inanimata, intelligente o stolta, deve essere rispettata e onorata.

Mi piace soffermarmi almeno su una strofa di questo capolavoro:
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.

La terra è chiamata sorella e madre, perché noi umani secondo la Bibbia siamo “terrosi”, tratti dalla terra (’adam dalla ’adamah: cf. Gen 2,7), che è creatura come noi, dunque sorella. Tratti dalla terra, alla terra noi torniamo (cf. Gen 3,19), riaccolti nelle sue viscere. Allora questa terra non può mai essere “mia” o “tua”, ma sempre e soltanto nostra, di tutti noi umani! Fedele discepolo di Gesù, Francesco la canta quale madre che ci dà il cibo come sostentamento, i frutti, ma anche i fiori così gratuiti, che con la loro bellezza vivono accanto o in mezzo alle spighe del grano necessario per il pane. È su questa terra che Francesco, agonizzante, volle essere steso nudo, per morire in contatto e comunione con essa, vivendo così la sua lode anche per sorella morte.

Ai nostri giorni un altro Francesco, il papa, nell’enciclica intitolata Laudato si’ (2015) in omaggio al santo di Assisi, ci consegna un altissimo magistero ecologico, frutto della rivelazione biblica, dell’ascolto delle istanze etiche e sociali più mature e della sua personale sensibilità. Al suo interno parla così dell’autore del Cantico delle creature: “Francesco è l’esempio per eccellenza di una ecologia integrale, vissuta con gioia e autenticità … Ogni volta che Francesco guardava il sole, la luna, gli animali più piccoli, la sua reazione era cantare, coinvolgendo nella sua lode tutte le altre creature”. Era un vero uomo, dunque capace di vivere su e insieme a questa terra!

Dall’enciclica emerge il “Vangelo della creazione”, la buona e bella notizia che sgorga dalla creazione. Così appare la domanda decisiva per ogni persona e per la comunità umana: noi, responsabili verso nostra madre terra, lasciamo ancora che essa si esprima? Sappiamo fare della nostra vita un’eco della sua bellezza? Se è vero che, come scrive Paolo di Tarso, “nel cosmo nulla è senza voce” (1Cor 14,10), noi sappiamo farci voce di ogni creatura?