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mercoledì 3 luglio 2019

I docenti della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale scrivono a Mattarella: Signor presidente, siamo colpevoli anche noi!

Signor presidente, siamo colpevoli anche noi!


«Signor Presidente, se la solidarietà sta divenendo in Italia un reato allora noi le comunichiamo che vogliamo compiere ogni reato di umana solidarietà e che ci associamo a quanto ha fatto la comandante Rackete e desideriamo essere indagati e processati anche noi per apologia di reato e ci offriamo di ricevere la pena prevista per questo reato». Lo scrivono oltre 30 tra teologi, canonisti, storici della Chiesa in una lettera di auto denuncia inviata al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il mondo cattolico, anche nei suoi livelli accademici, continua a mobilitarsi a sostegno della solidarietà nei confronti dei migranti ed a difesa di chi, come Carola Rackete, ha scelto di rischiare in prima persona per salvare vite umane.

Inoltre, l’accusa alla capitana Carola, sostiene la lettera, è ridicola ed inaccettabile: come si fa infatti a dire «che una minuscola unità navale, totalmente disarmata e con a bordo dei poveri naufraghi voglia e possa far guerra all’Italia»? La verità è che «non vi è nessuna minaccia e nessuna guerra in atto, se non quella scatenata da mesi nei confronti di esseri umani bisognosi di soccorso e desiderosi di vivere. Non si fa guerra ai poveri e il nostro posto di insegnanti di una Facoltà Teologica è lì dove la vita viene offesa e negata».

I docenti firmatari avvertono i fatti della Sea Watch come direttamente collegati al ruolo di formatori che svolgono: «Come insegnanti, signor Presidente, siamo molto allarmati da questo crescente clima di odio e di aggressione continua soprattutto nei confronti di impoveriti, indeboliti e sfruttati. Questo clima non potrà non avere conseguenze gravissime nella formazione di un comune sentire degli italiani, soprattutto dei più giovani nei cui confronti abbiamo il dovere di dire la verità, di promuovere il dialogo e l’accoglienza, di mostrare il bene della nonviolenza e non favorire e sostenere la mistificazione e l’intolleranza che sfociano inevitabilmente nell’odio».

Per questi motivi, conclude la missiva, «non lasceremo sola la comandante Rackete che con la sua disobbedienza civile ha dimostrato una passione per l’umanità esemplare e associandoci alla comandante attendiamo di essere anche noi processati». 

Il gesto ricorda altre celebri iniziative avvenuto in passato in ambito cattolico. Nel 1965, don Milani fu messo sotto processo per apologia di reato, per aver difeso gli obiettori di coscienza (allora una legge che garantisse il diritto all’obiezione di coscienza non esisteva e chi rifiutava di indossare la divisa finiva in carcere per renitenza alla leva) contro i cappellani militari in congedo della Toscana che su un giornale avevano definititi “vili” gli obiettori. «Non discuterò qui l'idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro», scriveva tra le altre cose don Milani ai cappellani. Parole che ricordano da vicino quelle della lettera pubblicata in esclusiva da Adista: «Non si fa guerra ai poveri e il nostro posto di insegnanti di una Facoltà Teologica è lì dove la vita viene offesa e negata».

Qualche anno dopo la vicenda di don Milani, un altro celebre episodio scosse il mondo cattolico. Nel 1969 un migliaio di parrocchiani dell’Isolotto, a Firenze, si auto denunciarono in solidarietà al loro parroco, don Enzo Mazzi, e di altri 4 preti e 3 laici indagati per istigazione a delinquere e turbamento di funzioni religiose, durante i celebri fatti che portarono alla rimozione di don Mazzi da parroco. Nel 1971 furono tutti assolti.


Di seguito, il testo della lettera al presidente della Repubblica


Al presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella

Signor Presidente,

le scriviamo per manifestarle la nostra totale condivisione con le scelte compiute da Carola Rackete - comandante della piccola nave Sea Watch - sia per aver salvato la vita a dei naufraghi nel Mediterraneo sia per aver deciso, dopo 17 giorni di vana attesa, di farli sbarcare in Italia dopo le lunghissime sofferenze patite nei loro viaggi precedenti e in una nazione in guerra come la Libia.

Signor Presidente, se la solidarietà sta divenendo in Italia un reato allora noi le comunichiamo che vogliamo compiere ogni reato di umana solidarietà e che ci associamo a quanto ha fatto la comandante Rackete e desideriamo essere indagati e processati anche noi per apologia di reato e ci offriamo di ricevere la pena prevista per questo reato. Troviamo inaccettabili le parole dell’attuale ministro dell’Interno il quale, mentre agita a scopo elettorale il Vangelo e il Rosario, parla di atto di guerra compiuto dalla comandante Rackete. È inverosimile e anche ridicolo, infatti, sostenere che una minuscola unità navale, totalmente disarmata e con a bordo dei poveri naufraghi voglia e possa far guerra all’Italia. Non vi è nessuna minaccia e nessuna guerra in atto se non quella scatenata da mesi nei confronti di esseri umani bisognosi di soccorso e desiderosi di vivere. Non si fa guerra ai poveri e il nostro posto di insegnanti di una Facoltà Teologica è lì dove la vita viene offesa e negata.

Appena il 21 giugno papa Francesco ha partecipato ad un convegno nella Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale nella quale lavoriamo e ci ha incoraggiato dicendoci:

«La teologia – tenendo la mente e il cuore fissi sul “Dio misericordioso e pietoso” (cfr Gn 4,2) – può aiutare la Chiesa e la società civile a riprendere la strada in compagnia di tanti naufraghi, incoraggiando le popolazioni del Mediterraneo a rifiutare ogni tentazione di riconquista e di chiusura identitaria. Ambedue nascono, si alimentano e crescono dalla paura. La teologia non si può fare in un ambiente di paura».

Per questo motivo noi non possiamo insegnare teologia rimanendo indifferenti alla progressiva crescita di paura, di terrore, di sospetti, di accuse, di minacce, di incitamento alla violenza e all’odio. E proprio perché rifiutiamo la paura vogliamo fino in fondo svolgere il nostro ruolo di insegnanti e ci associamo a quanto ha scelto di fare la comandante Rackete, perché il primato della coscienza e dell’umanità resterà sempre superiore a tutte le leggi umane, soprattutto quelle leggi che fomentano paure e aprono la strada alle persecuzioni. Facciamo questo proprio ispirandoci a quanto ancora ci ha detto papa Francesco il 21 giugno:

«è importante che i teologi siano uomini e donne di compassione – sottolineo questo: che siano uomini e donne di compassione –, toccati dalla vita oppressa di molti, dalle schiavitù di oggi, dalle piaghe sociali, dalle violenze, dalle guerre e dalle enormi ingiustizie subite da tanti poveri che vivono sulle sponde di questo “mare comune”».

Le scriviamo motivati anche da quell’imperativo morale che ci richiama il Concilio Vaticano II nella Costituzione Pastorale Gaudium et spes:

«I capi di Stato, infatti, i quali sono mallevadori del bene comune delle proprie nazioni e fautori insieme del bene della umanità intera, dipendono in massima parte dalle opinioni e dai sentimenti delle moltitudini. È inutile infatti che essi si adoperino con tenacia a costruire la pace, finché sentimenti di ostilità, di disprezzo e di diffidenza, odi razziali e ostinate ideologie dividono gli uomini, ponendoli gli uni contro gli altri. Di qui la estrema, urgente necessità di una rinnovata educazione degli animi e di un nuovo orientamento nell'opinione pubblica. Coloro che si dedicano a un'opera di educazione, specie della gioventù, e coloro che contribuiscono alla formazione della pubblica opinione, considerino loro dovere gravissimo inculcare negli animi di tutti sentimenti nuovi, ispiratori di pace. E ciascuno di noi deve adoperarsi per mutare il suo cuore, aprendo gli occhi sul mondo intero e su tutte quelle cose che gli uomini possono compiere insieme per condurre l'umanità verso un migliore destino» (n. 82).

E noi sollecitati da queste istanze conciliari, prendiamo posizione chiara in spirito di collaborazione al Suo servizio di Capo di Stato poiché come insegnanti della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale inseriti nei corsi formativi della Sezione San Luigi, retta dai padri Gesuiti, ormai da anni abbiamo promosso un percorso di approfondimento epistemologico e di revisione dei corsi accademici, teso a contestualizzare l’insegnamento teologico nel solco della Tradizione di fede e all’interno delle coordinate socio territoriali del Meridione d’Italia nel quale viviamo e per il quale formiamo i nostri studenti. In tempi recenti il raggio d’interesse e di approfondimento si è esteso all’orizzonte del Mediterraneo, quale bacino culturale che raccoglie le sfide di civiltà e d’integrazione storicamente raggiunte come traguardi di vera umanità e oggi, purtroppo, compromesse da preoccupanti tentativi di chiusure e irrigidimenti sistemici verso le altre civiltà che si affacciano sullo stesso mare.

Come insegnanti, signor Presidente, siamo molto allarmati da questo crescente clima di odio e di aggressione continua soprattutto nei confronti di impoveriti, indeboliti e sfruttati. Questo clima non potrà non avere conseguenze gravissime nella formazione di un comune sentire degli italiani, soprattutto dei più giovani nei cui confronti abbiamo il dovere di dire la verità, di promuovere il dialogo e l’accoglienza, di mostrare il bene della nonviolenza e non favorire e sostenere la mistificazione e l’intolleranza che sfociano inevitabilmente nell’odio.

Per questi motivi, signor Presidente, non lasceremo sola la comandante Rackete che con la sua disobbedienza civile ha dimostrato una passione per l’umanità esemplare e associandoci alla comandante attendiamo di essere anche noi processati.

Voglia accogliere, signor Presidente, la nostra più viva partecipazione all’impegnativo compito che Lei assolve a servizio dell’Italia anche in questi mesi sempre più difficili per coloro che hanno come faro la nostra Costituzione e la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo sempre più spesso calpestate dalle esigenze della propaganda e del consenso elettorale. 

Tutti i firmatari sono insegnanti della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale (sezione san Luigi)

Giorgio Agnisola, storico dell’arte cristiana
Giuliana Albano, storica dell’arte cristiana
Enzo Appella, biblista
Azzariti-Fumaroli Luigi, storico della filosofia
Luigi Borriello, teologo della spiritualità
Anna Carfora, storica della Chiesa
Umberto Rosario Del Giudice, teologo canonista
Giuseppina De Simone, teologa fondamentale
Giovanni Di Napoli, teologo dogmatico
Ettore Franco, biblista
Dario Garribba, storico della Chiesa
Lorenzo Gasparro, biblista
Annalisa Guida, biblista
Antonio Ianniello, storico della Chiesa
Giorgio Jossa, storico della Chiesa
Nicola Lanza, filosofia della natura
Sabatino Majorano, teologo della morale
Giorgio Marcello, sociologo
Jluis Narvaja, teologo patristico
Armando Nugnes, teologo dogmatico
Cosimo Pagliara, biblista
Andrea Patauner, lingua tedesca
Valerio Petrarca, antropologo
Agostino Porreca, teologo dogmatico
Matteo Prodi, teologo della morale
Salvatore Purcaro, teologo della morale
Nicola Salato, teologo dogmatico
Emilio Salvatore, biblista
Lucio Sembrano, biblista
Sergio Tanzarella, storico della Chiesa
Gianfranco Terziani, biblista
Bartolomeo Puca, biblista


Per contatti: prof. Salvatore Purcaro, 339 4128647


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"L’inaugurazione di un futuro inquietante" di Franco Lorenzoni

L’inaugurazione di un futuro inquietante 
di Franco Lorenzoni


Laboratorio per insegnanti ed educatori a Cenci

È terminato l’anno scolastico e, guardando indietro, la vicenda della sospensione della professoressa Dell’Aria a Palermo è un ottimo specchio per osservare ciò che ci sta accadendo nelle scuole e, soprattutto, cosa potrà accadere.

Riassumendo, a Palermo c’è una professoressa che fa il suo dovere e propone agli allievi dell’Istituto Tecnico Industriale Vittorio Emanuele III di celebrare il giorno della memoria preparando materiali che ne ricerchino e rinnovino il senso. Un gruppo di ragazzi compone un power point assemblando immagini e testi e lo presenta in aula magna il 27 gennaio. Nel documento si mettono a confronto le prime pagine dei giornali del 1938, che annunciavano l’entusiasta adesione dell’Italia alle politiche razziste che portarono a espellere dalle scuole studenti e professori ebrei, con le attuali norme del decreto sicurezza voluto dal ministro Salvini, che limita drasticamente la protezione umanitaria ed esclude dal diritto di asilo la maggior parte dei migranti giunti in Italia. Uno studente di destra fotografa la slide del paragone tra razzismi di ieri e di oggi e la posta sui social. L’immagine si diffonde rapidamente in rete e approda al Ministero dell’Istruzione guidato dal leghista Bussetti, un personaggio d’inarrivabile pochezza. Dal MIUR parte una sollecitazione alla Direzione regionale della Sicilia ma il Direttore regionale, in procinto di lasciare l’incarico, se ne lava le mani e spedisce l’appunto al dottor Marco Anello, che presidia le scuole palermitane.

Qui la vicenda si impregna degli umori del tempo e si fa concitata. Il dottor Anello, infatti, trovandosi in via provvisoria a dirigere l’ufficio scolastico provinciale di Palermo e simpatizzando per carattere con i potenti di turno, pensa che l’affare fa al caso suo. È infatti in gara per diventare direttore dell’Ufficio Scolastico regionale e ritiene, come molti di questi tempi dentro uffici e ministeri, che la via più rapida per accelerare la propria carriera, stia nel mostrarsi il più cattivo possibile imitando il muso duro del capitano leghista. Decide dunque di punire in modo esagerato ed esemplare la professoressa con quindici giorni di sospensione e conseguente riduzione dello stipendio, accusandola di “omessa vigilanza”.

Il provvedimento, che sconcerta persino molti colleghi del suo Ufficio, allarga l’ambito di applicazione di una norma generalmente usata per sancire la mancata vigilanza dei ragazzi durante le attività sportive, i momenti di riposo o le gite scolastiche. Fiutando l’aria che tira il dottor Anello si spinge oltre, forza la norma e, dopo avere condotto una sbrigativa inchiesta all’interno dell’Istituto Tecnico, condanna la professoressa per non avere sottoposto i lavori dei ragazzi a una censura preventiva.

Il problema è che Rosa Maria Dell’Aria è donna pacata, con alle spalle 40 anni di insegnamento, stimata da colleghe e colleghi per il rigore del suo impegno. E così sotto la sua scuola, il 17 maggio si riuniscono centinaia di docenti e cittadini convocati, se pur in orari diversi, da un larghissimo fronte che va dai sindacati confederali ai cobas, alle tante associazioni della società civile palermitana. “È la ferita più grande della mia vita professionale, il cui unico scopo è sempre stato quello di formare cittadini consapevoli”, dichiara la professoressa, avvilita dalla sospensione, sconcertata da tanta esposizione mediatica e parzialmente rinfrancata dallo straordinario sostegno ricevuto da mezza Italia.

Insomma, all’apparenza sembra un autogol, tanto che nei giorni che precedono le elezioni europee il ministro dell’Istruzione e Salvini decidono di fare un passo indietro e incontrano la professoressa Dell’Aria a Palermo. Ma a osservare meglio le cose, l’impresa del dottor Anello inaugura un futuro inquietante che rischia di modificare molte cose all’interno dei delicati equilibri che reggono le scuole.

È certo, infatti, che nel prossimo anno saranno tanti i dirigenti scolastici pavidi che, mascherandosi dietro la fitta nebbia della burocrazia imperante, si opporranno esplicitamente o consiglieranno vivamente di rinunciare a percorsi didattici che rendano espliciti i legami tra crescita culturale e impegno sociale, dunque politico. Tanti saranno i docenti che decideranno di non trattare in classe i temi più scottanti e, soprattutto, limiteranno il socializzare e mostrare in pubblico le ricerche fatte in classe, perché l’autocensura è sempre la più efficace delle forme di controllo.

Va detto esplicitamente fin d’ora, con tutte le energie di cui siamo capaci, che mettere la storia al centro di ogni apprendimento è più che mai necessario oggi. Che la scuola ha il dovere di aprirsi alla società che la circonda confrontando e mettendo in attrito ciò che si scopre quando l’educazione è cosa viva con ciò che si copre e si nasconde e si falsifica nella società e nei media vecchi e nuovi. Che frequentare il tempo lungo è più che mai necessario perché occuparci del passato e preoccuparci del futuro è l’unico modo di sfuggire alla dittatura del presente e ai troppi sguardi corti o complici che circondano ragazze e ragazzi e tutti noi.


Greta Thunberg, col suo radicalismo senza mediazioni, ha portato molti studenti anche in Italia ad accorgersi che “l’unica cosa da fare è svegliarci e cambiare”. Di fronte a questo movimento allo stato nascente e al crescere della consapevolezza tra i più giovani dei rischi gravissimi che corrono gli equilibri del pianeta credo che noi insegnanti non possiamo restare a guardare.

Dobbiamo davvero ripensare anche noi in modo radicale ai contenuti del nostro insegnamento in ogni disciplina, domandandoci quanto siamo capaci di offrire strumenti perché ragazze e ragazzi si sentano liberi di pensare in lungo, pensare in grande, pensare lentamente soffermandosi sui problemi e cimentandosi ad affrontare grandi questioni vitali di cui nessuno ha soluzioni pronte.

Il fascismo storico nacque fondandosi sull’intimidazione. Ciò che è accaduto a Palermo rappresenta una potente intimidazione i cui veleni sono a rilascio lento. Chi ci tiene a preservare le possibilità che la pratica della democrazia innervi la relazione educativa è importante sappia che l’opposizione ad ogni intimidazione è possibile solo assumendoci pienamente la responsabilità in modo capillare e tenace.

Articolo pubblicato sull’ultimo numero de Gli Asini, “una rivista – scrive Franco Lorenzoni – che invito tutti a sostenere”.

(fonte: Comune-info 25/06/2019)

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IL CATTOLICESIMO NON HA SEMPRE RAGIONE di Raniero La Valle


IL CATTOLICESIMO NON HA SEMPRE RAGIONE
di Raniero La Valle



Mentre il cardinale tedesco Brandmüller, uno dei quattro estensori dei "dubia" sull'ortodossia della "Amoris laetitia", accusa di eresia perfino il Sinodo dell'Amazzonia, che non si è ancora tenuto, e mentre papa Francesco racconta - e la Civiltà Cattolica pubblica - di aver chiesto scherzando a una donna che gli aveva detto di pregare ogni giorno per lui: "mi dica la verità, prega per me o contro di me?", segno del clima di assedio in cui vive oggi il Vangelo nella Chiesa, è assolutamente necessario leggere il discorso di papa Francesco a Posillipo sulla teologia e il Mediterraneo "tenda di pace". E' stato un blitz che ha fatto il papa il 21 giugno, partendo alle 7,50 in elicottero dal Vaticano, parlando alla Facoltà teologica, e ripartendo da Napoli alle 13,12. I giornali quasi non se ne sono accorti, ma è stato un evento capitale per la storia di questo pontificato e della Chiesa stessa nell'attuale nodo storico. Formalmente era un discorso sulla teologia, non in astratto ma nel contesto del Mediterraneo e a partire dalle novità introdotte dalla Costituzione apostolica "Veritatis Gaudium" sugli studi ecclesiastici del 2017, ma di fatto è stata una risposta all'assillante domanda formulata da papa Paolo VI durante il Concilio: "Chiesa di Cristo, che cosa dici di te stessa?". Bisogna leggere questa risposta, che è anche una risposta a quanti vorrebbero imbalsamare la fede nei manuali, il kerigma nella scolastica decadente e l'evangelizzazione nel proselitismo; ed è anche una risposta ai prelati e ai portavoce che accusano il papa di eresia, e altresì a chi, musulmano o cristiano, è ancora in odore di crociata. Bisogna leggere questo discorso, fluente familiare e fondativo, segno del tempo, capace di presagire il futuro; ne indichiamo qui solo alcuni punti cruciali.

1. Francesco chiude l'incidente di Ratisbona, quanto Benedetto XVI citò Manuele Paleologo che attribuiva a Maometto "cose solo malvagie e inumane", e lo fa rovesciando il discorso col ricordare le persecuzioni compiute in nome di una religione "che anche noi abbiamo fatto". E ha citato la Chanson de Roland, dove si dice che "dopo aver vinto la battaglia i musulmani erano messi in fila, tutti davanti alla vasca del battesimo; c'era uno con la spada, e li facevano scegliere: o ti battezzi o ciao!". E contro questa scelta, "o battesimo o morte", papa Francesco ha fatto appello alla nonviolenza "come orizzonte e sapere sul mondo", elemento costitutivo di ogni teologia, di ogni religione.

2. Francesco non rivendica il Mediterraneo come un "mare nostrum" ebreo-cristiano, ma lo celebra come il mare del meticciato, multiculturale e pluri-religioso, e proprio perciò mare per il dialogo e "grande tenda di pace". 

3. Francesco nega che il patrimonio di fede possa giacere immobile nei manuali, come accadeva "nel tempo della teologia decadente, della scolastica decadente", quando lui aveva studiato e si diceva scherzando, ma non tanto, che tutte le tesi teologiche si provavano con un sillogismo il cui termine medio era che "il cattolicesimo ha sempre ragione". La fede al contrario, cresce con il dialogo. Un dialogo con le persone, con la Tradizione, e anche con i testi sacri, leggendo nella realtà, nel creato e nella storia i segni e i rimandi teologali al mistero del cammino di Gesù che lo porta alla croce, alla resurrezione e al dono dello Spirito. Non dunque un'apologetica controversista, ma un'ermeneutica dell'amore di Dio per tutti gli uomini, per tutta la fraternità umana

4. Francesco include nel dialogo l'evangelizzazione, che è testimonianza non solo di parole, (e cita san Francesco che diceva ai frati: "predicate il Vangelo, se fosse necessario anche con le parole") ed è accoglienza; non è, invece, proselitismo: quello "è la peste", come, "peste" è la sindrome di Babele che consiste non nella differenza delle lingue, ma nel non ascoltarsi l'un l'altro. 

5. Francesco dice che la teologia deve essere interdisciplinare, compassionevole, capace di discernere nel patrimonio ricevuto quanto è stato veicolo dell'intenzione misericordiosa di Dio e quanto invece è stato infedele; la teologia deve essere in solidarietà con tutti i naufraghi della storia, a cominciare da Giona fino a quelli di oggi con cui si deve riprendere la strada senza paura. Una tale teologia propizierà una nuova Pentecoste teologica nella libertà del pensiero - per sperimentare strade nuove - nell'assunzione della storia, nella convivialità delle differenze, nel lavoro comune di uomini e donne e nell'accoglienza kerigmatica di persone e popoli, nel Mediterraneo e non solo.


(fonte: Blog CRONACHE OTTOMANE di Renato La Valle)


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martedì 2 luglio 2019

I confini dell’umano. Carola / Antigone sfida il potere - Due casi di illegalità - di Giuseppe Savagnone

I confini dell’umano. 
Carola / Antigone sfida il potere
Due casi di illegalità

L’immagine del giovane padre salvadoregno annegato, in un ultimo abbraccio alla sua bambina, mentre cercava di attraversare illegalmente il confine tra Messico e Stati Uniti, si trova spontaneamente associata, sulle prime pagine dei giornali, con la notizia che la giovane capitana della Sea Watch 3, Carola Rackete, ha deciso di rompere il blocco imposto dal ministro Salvini e di pagare sulla propria pelle il prezzo delle pesantissime sanzioni (15 anni di carcere, più una forte multa e la confisca della nave) che il Decreto sicurezza bis, appena entrato in vigore, prevede per il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, pur di far sbarcare, dopo due settimane di torturante attesa, i 42 migranti sottratti all’annegamento.

La reazione del ministro degli Interni…

Se chi viola la legge è un criminale, siamo senza dubbio davanti a due casi evidenti di criminalità. Per quanto riguarda la Sea Watch è questa la linea del ministro degli Interni, che fino ad ora aveva avuto il solito atteggiamento fra l’ironico e lo sprezzante – «Resteranno in mare fino a Natale», aveva detto – e che ora si è infuriato per questa svolta inaspettata: «Si avvicinano a Lampedusa? Useremo ogni mezzo democraticamente concesso per fermare questo scempio del diritto e dello spirito di dignità umana (…). Io l’autorizzazione allo sbarco non la darò e non la darò mai. Nessuno pensi di poter fare i porci comodi suoi sfruttando qualche decina di disgraziati sfruttati dagli scafisti per fregarsene della legge di uno Stato».

E ancora: «Chi se ne frega delle regole ne risponde, lo dico anche a quella sbruffoncella della comandante della Sea Watch che fa politica sulla pelle degli immigrati pagata non si sa da chi».

E quella dei suoi alleati

Sulla stessa lunghezza d’onda la sua alleata Giorgia Meloni, leader dei Fratelli d’Italia (un partito che gli italiani hanno molto valorizzato nelle ultime elezioni): «Adesso mi aspetto che il governo italiano faccia rispettare quelle regole che le Ong pensano di poter violare. La Sea Watch è una nave che deve essere sequestrata, l’equipaggio deve essere arrestato, gli immigrati che sono a bordo devono essere fatti sbarcare e rimpatriati immediatamente e la nave deve essere affondata», ha scritto in un tweet Giorgia Meloni.

Basta scorrere i commenti sui social per verificare che sono in molti a condividere questa posizione: «Si tratta di clandestini, non di migranti!».

«Le leggi dello Stato vanno rispettate, a qualunque costo!». «Intervenire subito, drasticamente, per bloccare l’invasione illegale!».

Una tragedia di due millenni e mezzo fa

Foto di Jonas Schreijag su SeaWatchItaly-Twitter

Già. Le leggi dello Stato. Ma siamo così sicuri che sia sempre giusto quello che comandano e che sia un criminale chiunque le violi? La domanda non è di oggi.

La pone, con forza drammatica ineguagliata, una tragedia di Sofocle scritta 450 anni prima di Cristo, l’«Antigone», la cui protagonista decide di dare sepoltura al fratello Polinice, violando un decreto del legittimo re di Tebe, Creonte, che prevede come pena di morte.

Creonte ha dalla sua la ragion di Stato – Polinice è caduto combattendo contro la sua stessa città ed è dunque un traditore – ed è perciò irremovibile.

Ne va di mezzo, inoltre, la sua personale credibilità di sovrano che cerca di riportare l’ordine in una polis a lungo devastata dai conflitti: «Io con queste leggi saprò rendere prospera la città», egli dichiara all’inizio dell’opera.

Ma Antigone non obbedisce e dà sepoltura al defunto. Il re la convoca e le chiede se ignorasse che era proibito, ma ella risponde di no. «E pur osasti violare la legge?» le domanda furioso il sovrano.

La risposta di Antigone è rimasta nella storia della civiltà come una sfida sempre aperta e rinnovata: «Io non ho creduto», ella dice al re, «che i tuoi decreti avessero tanta forza da portare un mortale a violare le leggi dei Celesti, non scritte ed incrollabili (…); esse vivono eterne e nessuno conosce il giorno in cui nacquero».

La giovane è ben consapevole delle conseguenze a cui va incontro sfidando il potere: «Che io dovessi morire, ben lo sapevo (…). Tu dirai che mi comporto da folle: ma forse è un folle proprio chi mi accusa di follia».

Antigone morirà, anche se Creonte (che è suo zio e il cui figlio è fidanzato con la ragazza) non vorrebbe arrivare a questa estrema conseguenza. Ma la logica del potere è inesorabile.

Questa storia mi è tornata alla mente leggendo il tweet di Carola Rackete in cui annunciava la sua scelta: «Ho deciso di entrare in porto a Lampedusa. So cosa rischio ma i 42 naufraghi a bordo sono allo stremo. Li porto in salvo».

Salvini e Creonte

E da questa storia si ricavano alcune considerazioni che mi sembrano pertinenti. La prima è che anche il nostro vicepremier vuole rimettere ordine nel vasto e complesso fenomeno dell’immigrazione, la cui gestione, da parte dei governi precedenti, è stata sicuramente disastrosa, alimentando (almeno fino al ministro Minniti) un’accoglienza senza integrazione, che era un business per gli italiani e una fabbrica di marginalità per gli stranieri.

Non basta però cambiare una politica sbagliata per farne una giusta. Chiudere indiscriminatamente i porti è stato altrettanto assurdo che aprirli indiscriminatamente.

E in più sta determinando una serie di comportamenti disumani, da parte dell’Italia, nei confronti di poveri indifesi come quelli della Diciotti o questi della Sea Watch. Come nel caso di Creonte si tratta di una reazione che, per superare disordini precedenti, ne produce di nuovi a danno degli esseri umani.

Ma le leggi chi – e come – le ha fatte?

Una seconda considerazione è che dalle parole degli attuali, intransigenti paladini delle regole non emerge mai il riconoscimento che queste regole le hanno fatto loro, ignorando le mille contestazioni che da tutte le parti venivano mosse contro la loro stessa legittimità costituzionale (ancora, infatti da verificare).

Si tratta, insomma, di leggi, come i due «Decreti sicurezza», che hanno il loro fondamento non in un consenso maturato attraverso un ampio e pacato confronto democratico, ma in una imposizione unilaterale di una parte politica che ha fatto valere brutalmente il suo potere.

Quando Salvini dice che come cittadino si aspetta che leggi vengano rispettate, dimentica di aggiungere che esse sono in realtà – sotto gli occhi di tutti – il frutto della prepotente invasività con cui egli, in questo anno e mezzo, ha esautorato il governo (dov’è stato e dov’è il presidente del Consiglio?) e il Parlamento (ridotto a mero esecutore degli ordini dei vicepremier).

In ogni caso la legalità non coincide mai automaticamente con la verità e la giustizia. Altrimenti sarebbero vere e giuste le leggi di tutte le tirannidi del remoto passato e di tutti i totalitarismi di quello più recente. Rispettare le leggi non significa approvarle. E in certi casi, non si possono neppure obbedire ad esse senza violare quel confine tra l’umano e il disumano che resta la regola ultima per la coscienza.

È questo confine che Carola Rackete, come Antigone, ha inteso evidenziare col suo comportamento.

Il fine giustifica i mezzi?

Una terza considerazione, nel confronto con la tragedia di Sofocle, nasce da prendere atto che il potere ha, ovviamente, le sue ragioni.

Il ragionamento del nostro ministro degli Interni è semplice: se respingiamo questa gente in mare, in Libia, ovunque tranne che in Italia, scoraggeremo gli altri dal partire. Ci saranno dunque meno tragedie nel Mediterraneo. Al contrario, incoraggiare con una linea di accoglienza le partenze significa moltiplicarle.

Donald Trump ha detto esattamente la stessa cosa, commentando la tragica morte del migrante salvadoregno e della sua bambina: la colpa, ha detto, è delle politiche migratorie dei democratici, che hanno favorito questi viaggi della disperazione, invece di bloccarli sul nascere.

Due sono i difetti di questo ragionamento. Il primo è che presuppone che il fine giustifichi sempre i mezzi. Un ragionamento simile però lo possono fare anche dei terroristi che pensano di sacrificare delle vite umane per evitare che altre, in futuro, vengono schiacciate da un sistema capitalistico spietato, come peraltro di fatto avviene. Ma nessun progetto a lungo termine può passare dal sacrifico calcolato e consapevole di esseri umani.

Ma perché non cambiare le leggi?

Il secondo difetto è che, se il viaggio nel Mediterraneo o dal Messico agli Stati Uniti è così pericoloso, è perché leggi restrittive assurde hanno reso necessario a chi vuole cercare un futuro migliore in Paesi più ricchi del proprio cercare le vie della clandestinità, mettendosi nelle mani degli scafisti, invece di prendere comodamente un aereo come fanno i turisti.

Prima di dire che il Mediterraneo è pericoloso bisognerebbe rivedere la nostra legislazione, a partire dalla legge Bossi-Fini (Bossi vi dice qualcosa?) fino ai «Decreti sicurezza», non per aprire indiscriminatamente le porte, ma per consentire un flusso regolato e razionale, in rapporto alle nostre capacità di integrazione – cosa che questa legislazione non fa minimamente.

Allora sarebbe possibile evitare le morti nel Mediterraneo senza dover spedire i migranti nei campi di concentramento libici o lasciarli in mezzo al mare a marcire.

Il confine tra umano e disumano

Grazie, Carola-Antigone, di averci ricordato queste cose. Di averci aiutato a riscoprire un’antica verità, che per tutti, credenti o non credenti, dovrebbe essere vincolante a livello privato come a quello pubblico, e cioè che il confine tra l’umano e il disumano è invalicabile, quali che siano le decisioni del potere
(fonte: TUTTAVIA)



Roberto Saviano: Perché detestano chi salva i migranti - La vergogna sul molo di Lampedusa


Perché detestano chi salva i migranti
di Roberto Saviano

Le Ong nascono per riempire un vuoto. Operano dove lo Stato non può o non vuole essere. E di tutto questo lasciano testimonianza


Vi siete mai chiesti come nascono le Ong? Per un attimo non fidatevi di chi vi dice che sono finanziate da ebrei ricchi con lo scopo di modificare gli equilibri europei. Non fidatevi perché l’ebreo ricco che finanzia il nero povero per marginalizzare il bianco è la teoria complottista alla base della violenza del Ku Klux Klan.

Non esiste una strategia studiata a tavolino che vedrebbe Soros finanziare Ong che vanno in Libia per portare migranti sulle coste siciliane al solo scopo di destabilizzare l’Italia. Nulla di tutto questo: le Ong esistono per prestare soccorso laddove gli Stati nazionali falliscono. Esistono per aiutare l’uomo quando non c’è nessuno a farlo.

Sono stato a parlare di immigrazione sulla Open Arms, nave che ha salvato, da quando è attiva nel Mediterraneo, oltre 60mila persone. Gli abitanti di una città di medie dimensioni: Savona, Matera, Benevento, Agrigento, Cuneo, Teramo, Siena, Pordenone. Detta così fa venire i brividi: un’intera città salvata da una piccola nave. Una nave sola.

E poi domandatevi come sono iniziate queste avventure, perché saperlo ci dice tanto su chi viene quotidianamente infangato e accusato di essere in combutta con i trafficanti di esseri umani.
Oscar Camps, fondatore della Ong Proactiva Open Arms, è davanti alla televisione con sua figlia, insieme vedono la foto del piccolo Alan Kurdi, il bambino siriano trovato senza vita il 2 settembre 2015 su una spiaggia turca. Camps fornisce sicurezza per spiagge, personale addestrato per salvare vite in mare. La figlia guarda il bimbo morto sulla spiaggia e gli chiede: perché non li vai a salvare, papà? Non è questo il tuo lavoro?
Camps, a Sandro Veronesi che lo intervista, dice: «Lesbo era a poche miglia dalla Turchia, dalla costa si vedeva morire la gente lasciata a mezza strada sui gommoni bucati e i cadaveri arrivavano a riva. Non c’era organizzazione, non c’erano mezzi, non c’era la Croce Rossa, non c’era nulla: il giorno stesso del nostro arrivo abbiamo cominciato a salvare gente a nuoto».

Così nascono le Ong, per sopperire alla mancanza di una politica europea strutturata sull’immigrazione. Con le loro missioni in mare - sempre in coordinamento con le autorità italiane ed europee - salvavano vite e testimoniavano ciò che accadeva nel Mediterraneo. Ed erano apprezzate ed elogiate per questo. Poi, improvvisamente, abbiamo smesso di guardare i migranti, abbiamo smesso di vederli uomini, di vederli donne e di vederli bambini. Sono numeri, numeri che arrivano, numeri che vengono bloccati, numeri che muoiono o che non muoiono. Numeri da tenere lontano, da tenere in Libia a qualunque costo. Numeri e non più esseri umani. Non ci specchiamo in loro, non li riconosciamo, non li consideriamo come noi.

La Open Arms è stata a Napoli per una settimana, braccia aperte alla cittadinanza e a chiunque volesse visitarla, a chiunque avesse voluto ascoltare le storie che il suo equipaggio poteva raccontare. È stata a Napoli e quando ci sono salito ho provato un’emozione fortissima.

Nella mia città, nel porto dove l’avventura di Gomorra era iniziata, ora avrei parlato, con Oscar Camps e Luigi Manconi, di ciò che le persone non vogliono vedere: un’umanità che parte per vivere e non per invadere. Mentre ero sull’Open Arms e guardavo negli occhi chi ci ascoltava, pensavo allo sconforto che come me quelle persone dovevano provare sapendo che il loro desiderio di umanità non c’era nessuno a raccoglierlo.

E invece di mettere al centro diritti, crediamo di trovare in formule matematiche già sperimentate altrove la possibilità di vincere le elezioni. Nei giorni scorsi qualcuno si domandava se non dovesse, la sinistra italiana, fare come i socialdemocratici danesi e vincere le elezioni seguendo una linea dura sull’immigrazione. Ma l’Italia lo ha già fatto e ha perso, del resto l’Italia non è la Danimarca. E mentre si continua a tenere in ostaggio migranti in mare, confermando che questa sarà un’altra estate lunga e dolorosa, la politica non lavora per cambiare le regole europee sui paesi di primo approdo. È più facile convincere gli italiani che è giusto non salvare perché è giusto non accogliere, piuttosto che fare il proprio lavoro e restituire a tutti dignità. Alla politica, agli elettori e a chi ha la sventura di prendere il mare col vento contrario.

La vergogna sul molo di Lampedusa
di Roberto Saviano

Da dove vengono (e quale scelta ci impongono) le minacce sessiste urlate alla capitana Carola dai contestatori che l’hanno insultata mentre scendeva a terra


Gli insulti urlati sulla banchina a Lampedusa a Carola Rackete sono rimbalzati contro il suo volto sereno, non hanno scalfito quella compostezza data dalla consapevolezza di aver messo il proprio corpo a disposizione della propria responsabilità, cosa non scontata. Non scontata, in un Paese in cui il ministro dell’Interno, spaventato da un’eventuale condanna, si è sottratto al processo per sequestro di persona nel caso Diciotti facendosi salvare dalla sua maggioranza.

Ma torniamo agli insulti. Sono stati abbastanza prevedibili. Nella parte non censurata di video che è stata postata, leghisti e grillini lampedusani urlano contro Carola: «Spero che ti violentino ’sti negri, a quattro a quattro te lo devono infilare». E ancora: «Ti piace il cazzo negro». La dinamica è tipica: da un lato il sesso visto come aberrazione, insulto, porcheria, vizio, e dall’altro il senso di inferiorità che qualcuno ha in questo campo verso l’africano.

Per quanto possa sbalordire, uno dei motivi principali del razzismo verso gli immigrati africani è proprio la minaccia sessuale: è stato così negli Stati Uniti ed è così in Europa. Tutta la retorica razzista di Salvini sugli immigrati furbi invasori perché arrivano con corpi atletici e non sono scheletri affamati, nasconde un evidente complesso di inferiorità. Il «ti devono violentare» viene dalla bocca degli stessi che blaterano di violenza carnale ogni volta che discutono di immigrazione ciarlando con crassa ignoranza di mafia nigeriana, della quale non sanno nulla.

Nel video spunta a un certo punto una voce tenue che dice: «Piccio’, non parlate accussì». È una donna, e si sta vergognando. È interessante capire come il leader di questi balordi abbia intenzione di commentare l’accaduto e che provvedimenti intenda prendere nei loro confronti. Chissà se questi miserabili sono coscienti che i leghisti del Nord usavano gli stessi insulti contro le persone che cercavano di difendere i meridionali. La cantilena allora era: «Li difendi perché ti piace scopare con i terroni». Che rabbia deve generare in un leghista una donna giovane in grado di fare una scelta così forte, in grado di gestire una tale situazione con nervi saldi e con dichiarazioni piene di responsabilità, una donna in grado di vivere la propria vita con autonomia, che non viene definita in quanto fidanzata di, moglie di, amante di. Ecco, una donna così per i leghisti deve essere insopportabile anche solo da immaginare. Ed è naturale che insultare una donna attraverso il sesso sia la cosa più scontata e facile per vomitare la propria frustrazione.

Ma c’è una seconda parte degli insulti che raccontano bene il Paese. A urlare «le manette» e «venduta» è l’Italia forcaiola che conosco benissimo; l’Italia che sputa su Enzo Tortora perché se non puoi essere Enzo Tortora è un bene che lui cada e ti faccia sentire meno mediocre; l’Italia che lancia le monetine su Craxi avendolo temuto e blandito fino a un minuto prima (poco importa in queste dinamiche l’innocenza o la colpevolezza, ma conta il grado di frustrazione e di meschinità); che parteggia a favore o contro Raffaele Sollecito e Amanda Knox; che esulta per ogni arresto, per ogni avviso di garanzia, come se facesse sentire meno tollerabile la propria sofferenza.

Se la giustizia che pretende, tempo, pacatezza e responsabilità è impossibile, allora meglio tifare per le disgrazie altrui, cosa che non mitigherà le proprie ma almeno servirà a sfogarsi. Io sono cresciuto in un Sud Italia in cui, quando veniva arrestato un boss, la gente applaudiva il criminale e insultava i carabinieri. Guardate su YouTube il video di Antonino Monteleone che ha ripreso l’arresto del boss Giovanni Tegano a Reggio Calabria: c’era una fitta folla fuori dalla questura ad inneggiarlo. Non solo parenti ma anche semplici concittadini grati per la sua strategia contraria agli atti sanguinari. Quando venne arrestato Cosimo di Lauro a Secondigliano, centinaia di persone lo applaudirono e difesero. In fondo è così, è il prezzo del sopravvivere: piegarsi al potente, temere la sua vendetta, blandirlo, sperare in una sua parola per poter cambiare la propria vita. Al contrario, è facile colpire Carola, non ti succede niente se lo fai, stai sputando addosso a una donna che ha solo il suo corpo e la sua dignità come simbolo e difesa. Non ti toglierà il lavoro, non verrà a minacciarti, non c’è nessun favore che potrai chiederle.

Carola non poteva che agire in questo modo: sbarcare a Malta, in Grecia o in Spagna significava compiere un atto fuorilegge, perché Lampedusa era molto più vicina e ciò rispondeva all’esigenza di mettere in sicurezza l’equipaggio. Se avesse deciso di andare verso altri porti, avrebbe messo in pericolo le persone salvate in mare violando la legge del mare. Urlano «venduta», ma Carola ha scelto di impegnarsi mettendo le sue competenze al servizio di un “ambulanza del mare” ed è una donna che prende onestamente il suo stipendio, più vicino a un rimborso spese che a un lauto guadagno.

È incredibile che tutto questo venga detto da un partito come la Lega, che non ha mai spiegato perché è andata a trattare con un’impresa di Stato russa per farsi finanziare la campagna elettorale; in un Paese dove il ministro dell’Interno finanziava post razzisti su Facebook con 5000 euro (500 quelli in cui annuncia i suoi comizi). In un Paese così, si dà addosso a una persona che salva con il proprio impegno dei disperati dall’agonia e si difende, invece, chi non mostra la minima trasparenza e chi ha alleanze torbide e partner politici criminali.

Il meccanismo è sempre lo stesso: se sei un bandito non puoi convincere gli altri che tu non lo sia, puoi però cercare di far credere che tutti gli altri siano peggio di te. Ecco il gioco sporco di Matteo Salvini e dei leghisti con Carola. Ascoltate quegli insulti perché lì c’è tutto il cuore marcio del nostro Paese. Bisogna capire da che parte stare. Con chi volete stare? Con chi chiede manette per chi ha salvato vite? Con chi augura a una donna una violenza carnale? Da che parte volete stare? Con questi insultatori o con chi considera la libertà e la solidarietà l’unica dimensione in cui vale la pena di vivere?


Guarda il video con gli insulti a Carola Rackete e ai parlamentari saliti a bordo 


lunedì 1 luglio 2019

Vincere ogni silenzio - Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili

Vincere ogni silenzio

Pubblicate le linee guida della Cei per la tutela di minori e persone vulnerabili 

Principi e indicazioni operative: si muovono attraverso questi due assi le Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili, redatte dalla Conferenza episcopale italiana (Cei) e dalla Conferenza italiana dei superiori maggiori (Cism) e pubblicate ieri pomeriggio sul sito in rete dei vescovi. Il documento, che reca la data del 24 giugno, è stato approvato nel corso dei lavori dell’ultima assemblea generale della Cei, svoltasi a Roma dal 20 al 23 maggio. Sono parole di Papa Francesco contenute nella Lettera al popolo di Dio del 20 agosto 2018 ad aprire il testo, lungo quarantotto pagine: «Guardando al futuro, non sarà mai poco tutto ciò che si fa per dar vita a una cultura capace di evitare che tali situazioni non solo non si ripetano, ma non trovino spazio per essere coperte e perpetuarsi. Il dolore delle vittime e delle loro famiglie è anche il nostro dolore, perciò urge ribadire ancora una volta il nostro impegno per garantire la protezione dei minori e degli adulti in situazione di vulnerabilità».

Qualsiasi abuso sui fanciulli e sui più vulnerabili, ancor prima di essere un delitto, «è un peccato gravissimo — confermano Cei e Cism nella premessa — ancor più se coinvolge coloro ai quali è affidata in modo particolare la cura dei più piccoli». Per questo motivo la Chiesa cattolica in Italia «intende contrastare e prevenire questo triste fenomeno con assoluta determinazione». Non è un caso che il primo dei principi guida elencati nel documento sia il rinnovamento ecclesiale: «Tutta la comunità è coinvolta nel rispondere alla piaga degli abusi, non perché tutta la comunità sia colpevole ma perché di tutta la comunità è il prendersi cura dei più piccoli. Ogni qualvolta uno di loro viene ferito, tutta la comunità ne soffre perché non è riuscita a fermare l’aggressore o a mettere in pratica tutto ciò che si poteva fare per evitare l’abuso». Non si tratta però solo di fare il possibile per prevenire gli abusi: «È richiesto un rinnovamento comunitario, che sappia mettere al centro la cura e la protezione dei più piccoli e vulnerabili come valori supremi da tutelare. Solo questa conversione potrà permettere a tutta la comunità di vincere ogni silenzio, indifferenza, pregiudizio o inattività per diventare partecipazione, cura, solidarietà e impegno».

Le linee guida si applicano a tutti coloro che operano, a qualsiasi titolo, individuale o associato, all’interno delle comunità ecclesiali in Italia e, compatibilmente al diritto proprio e alla normativa canonica, a tutti gli istituti di vita consacrata e società di vita apostolica. È necessario «dare il giusto e dovuto ascolto alle persone che hanno subito un abuso e trovato il coraggio di denunciare»; in tal senso «la vittima va riconosciuta come persona gravemente ferita e ascoltata con empatia, rispettando la sua dignità». Una priorità che «è già un primo atto di prevenzione perché solo l’ascolto vero del dolore delle persone che hanno sofferto questo crimine ci apre alla solidarietà e ci interpella a fare tutto il possibile perché l’abuso non si ripeta». Un processo a cui è chiamata e responsabilizzata tutta la comunità, una “missione”, in cui «ciascuno può e deve fare la sua parte».

Per quanto riguarda il cammino formativo e alla professione religiosa di seminaristi e candidati alla vita presbiterale e consacrata, è richiesta «una grande prudenza nei criteri di ammissione», e molta attenzione anche per la formazione permanente. Inoltre, poiché «la Chiesa ricerca la verità e mira al ristabilimento della giustizia», si sottolinea, «nessun silenzio o occultamento può essere accettato in tema di abusi». Per queste ragioni, prosegue il testo, «le procedure canoniche vanno rigorosamente rispettate: esse non hanno lo scopo di sostituirsi all’autorità civile, bensì quello di perseguire l’accertamento della verità e il ristabilimento della giustizia all’interno della comunità ecclesiale, anche in quei casi in cui determinati comportamenti non siano considerati reati per la legge dello Stato, ma lo sono per la normativa canonica». Per quanto riguarda quest’ultima, la descrizione delle procedure è dettagliata e parte dal principio che «nel suo discernimento il vescovo o il superiore competente terrà presente il primario interesse della sicurezza e tutela del minore».

Accanto alla collaborazione con l’autorità civile, si inserisce il valore della trasparenza nelle comunicazioni e di «un’informazione corrispondente alla verità, che sappia evitare strumentalizzazioni e parzialità». Il capitolo 5 è interamente dedicato alla trattazione delle segnalazioni: «Chiunque abbia notizia della presunta commissione in ambito ecclesiale di abusi sessuali nei confronti di minori o persone vulnerabili è chiamato a segnalare tempestivamente i fatti di sua conoscenza alla competente autorità ecclesiastica, a tutela dei minori e delle persone vulnerabili, della ricerca della verità e del ristabilimento della giustizia, se lesa». La segnalazione va presentata e accolta dall’ordinario. Essa «non solo non esclude ma neppure intende ostacolare la presentazione di denuncia alla competente autorità dello Stato, che anzi viene incoraggiata».

Nei rapporti con la giustizia italiana viene introdotto il principio secondo cui «l’autorità ecclesiastica ha l’obbligo morale di procedere all’inoltro dell’esposto all’autorità civile». Non si procederà però a presentare l’esposto «nel caso di espressa opposizione» da parte della vittima (se nel frattempo divenuta maggiorenne), dei suoi genitori o dei tutori legali.
(fonte: L'Osservatore Romano 28/06/2019)



«La sequela di Gesù esclude rimpianti e sguardi all’indietro, ma richiede la virtù della decisione» Papa Francesco Angelus 30/06/2019 (testo e video)


ANGELUS
Piazza San Pietro
Domenica, 30 giugno 2019






Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nel Vangelo di oggi (cfr Lc 9,51-62), San Luca dà inizio al racconto dell’ultimo viaggio di Gesù verso Gerusalemme, che si chiuderà al capitolo 19. È una lunga marcia non solo geografica e spaziale, ma spirituale e teologica verso il compimento della missione del Messia. La decisione di Gesù è radicale e totale, e quanti lo seguono sono chiamati a misurarsi con essa. L’Evangelista ci presenta oggi tre personaggi tre casi di vocazione, potremmo dire – che mettono in luce quanto è richiesto a chi vuole seguire Gesù fino in fondo, totalmente.

Il primo personaggio Gli promette: «Ti seguirò dovunque tu vada» (v. 57). Generoso! Ma Gesù risponde che il Figlio dell’uomo, a differenza delle volpi che hanno le tane e degli uccelli che hanno i nidi, «non ha dove posare il capo» (v. 58). La povertà assoluta di Gesù. Gesù, infatti, ha lasciato la casa paterna e ha rinunciato ad ogni sicurezza per annunciare il Regno di Dio alle pecore perdute del suo popolo. Così Gesù ha indicato a noi suoi discepoli che la nostra missione nel mondo non può essere statica, ma è itinerante. Il cristiano è un itinerante. La Chiesa per sua natura è in movimento, non se ne sta sedentaria e tranquilla nel proprio recinto. È aperta ai più vasti orizzonti, inviata - la Chiesa è inviata! - a portare il Vangelo per le strade e raggiungere le periferie umane ed esistenziali. Questo è il primo personaggio.

Il secondo personaggio che Gesù incontra riceve direttamente da Lui la chiamata, però risponde: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre» (v. 59). È una richiesta legittima, fondata sul comandamento di onorare il padre e la madre (cfr Es20,12). Tuttavia Gesù replica: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti» (v. 60). Con queste parole, volutamente provocatorie, Egli intende affermare il primato della sequela e dell’annuncio del Regno di Dio, anche sulle realtà più importanti, come la famiglia. L’urgenza di comunicare il Vangelo, che spezza la catena della morte e inaugura la vita eterna, non ammette ritardi, ma richiede prontezza e disponibilità. Dunque, la Chiesa è itinerante, e qui la Chiesa è decisa, agisce in fretta, sul momento, senza aspettare.

Il terzo personaggio vuole anch’egli seguire Gesù ma a una condizione: lo farà dopo essere andato a congedarsi dai parenti. E questo si sente dire dal Maestro: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio» (v. 62). 
La sequela di Gesù esclude rimpianti e sguardi all’indietro, ma richiede la virtù della decisione.

La Chiesa, per seguire Gesù, è itinerante, agisce subito, in fretta, e decisa. Il valore di queste condizioni poste da Gesù – itineranza, prontezza e decisione – non sta in una serie di “no” detti a cose buone e importanti della vita. L’accento, piuttosto, va posto sull’obiettivo principale: 
diventare discepolo di Cristo! Una scelta libera e consapevole, fatta per amore, per ricambiare la grazia inestimabile di Dio, e non fatta come un modo per promuovere sé stessi. 
È triste questo! Guai a coloro che pensano di seguire Gesù per promuoversi, cioè per fare carriera, per sentirsi importanti o acquisire un posto di prestigio. Gesù ci vuole appassionati di Lui e del Vangelo. Una passione del cuore che si traduce in gesti concreti di prossimità, di vicinanza ai fratelli più bisognosi di accoglienza e di cura. Proprio come Lui stesso ha vissuto.

La Vergine Maria, icona della Chiesa in cammino, ci aiuti a seguire con gioia il Signore Gesù e ad annunciare ai fratelli, con rinnovato amore, la Buona Notizia della salvezza.

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Nelle ultime ore abbiamo assistito in Corea a un buon esempio di cultura dell’incontro. Saluto i protagonisti, con la preghiera che tale gesto significativo costituisca un passo ulteriore nel cammino della pace, non solo su quella penisola ma a favore del mondo intero.

In quest’ultimo giorno di giugno, auguro a tutti i lavoratori di poter avere durante l’estate un periodo di riposo, che possa giovare a loro e alle loro famiglie.

Prego per quanti in questi giorni hanno patito maggiormente le conseguenze del caldo: malati, anziani, persone che devono lavorare all’aperto, nei cantieri… Che nessuno sia abbandonato o sfruttato.

Ed ora rivolgo il mio cordiale saluto a tutti voi, romani e pellegrini: famiglie, gruppi parrocchiali, associazioni.

Saluto in particolare il gruppo di Suore di Santa Elisabetta e i pellegrini venuti in bicicletta da Sartirana Lomellina. Vedo che ci sono tanti polacchi… Saluto i polacchi. Bravi!

Auguro a tutti una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci.

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Nella vignetta del Signore · Gente di Spirito · A colloquio con don Giovanni Berti · La virtù del buonumore · Fede e umorismo


Nella vignetta del Signore
· Gente di Spirito ·

A colloquio con «Gioba», don Giovanni Berti

Classe 1967, prete della diocesi di Verona dal 1993, don Giovanni Berti, in arte “Gioba”, non ha mai frequentato una scuola di disegno, ma a scuola ha disegnato sempre per sopravvivere alle lezioni più noiose. Anche durante il seminario ha continuato implacabile a produrre vignette sulla vita di comunità e sui docenti di teologia. Diventato sacerdote non ha smesso di mettere sul foglio di carta le sue intuizioni umoristiche, a volte semplici altre volte più raffinate, ispirandosi anche alle pagine del Vangelo, come spiega sul suo sito www.gioba.it non per banalizzarne il messaggio ma per cogliere «la potenza di gioia che è nascosta nella storia di Gesù». Recentemente ha raccolto le sue opere più significative, sempre molto apprezzate e condivise sui social, nel libro Nella vignetta del Signore: il Vangelo disegnato con il sorriso (Milano, Ancora 2019, pagine 110, euro 15), curato con Lorenzo Galliani. Noi lo abbiamo incontrato facendogli subito una domanda scomoda.

Caro Gioba, ma non le hanno insegnato che si scherza coi fanti ma si lasciano in pace i santi?

Spesso me l’hanno detto, sia per prendermi un po’ in giro come anche per criticare le mie vignette che si ispirano al Vangelo e che hanno Gesù e i santi come protagonisti. È un umorismo forse un po’ “difficile” quello che si fa con le cose della fede, ma il mio è un modo per dire queste cose in modo diverso, senza prendermi gioco della fede. Mi verrebbe da dire che non lascio stare i santi ma scherzo “con” loro. In fondo in paradiso sono tutti beati… no?

Come disegnatore umorista, lei si lascia ispirare dalle pagine del Vangelo. Cosa crede che aggiungano le sue vignette alla Parola di Dio?

Non penso aggiungano nulla, ma solo colgano un aspetto, un dettaglio così come lo sento io e magari qualcun altro. La Parola di Dio è inesauribile e proprio per questo si possono cogliere messaggi e modi di esprimerli assai diversi: lo si può fare con un discorso, una canzone, un’opera teatrale o cinematografica, e anche una vignetta...

La vignetta più riuscita è quella che fa ridere o quella che fa anche riflettere?

La vignetta più riuscita è quella che fa entrambe le cose e che stimola anche un pensiero e richiama un concetto che non è detto sia nella mia intenzione. La vignetta, così come ogni immagine, accende nella mente di chi la vede più di quel che è nelle intenzioni del suo autore.

Secondo lei, Gesù aveva il senso dell’umorismo?

Davvero difficile rispondere a questa domanda perché noi di Gesù abbiamo il racconto “filtrato” da coloro che l’hanno conosciuto e tramandato secondo la loro sensibilità, esperienza e contesto culturale. Penso però che l’umorismo sia una cosa profondamente umana e quindi Gesù vero uomo credo non potesse non aver senso dell’umorismo e capacità di sorridere. Mi pare trapeli anche dalle sue parabole così ricche di elementi paradossali a volte davvero umoristici nel senso di spiazzanti, così come lo è la vera ironia.

Secondo lei, nel mondo della comunicazione cattolica l’umorismo e l’ironia sono sufficientemente diffusi?

Il messaggio del Vangelo è una cosa seria ma non triste. Penso che comunicare il Vangelo con il sorriso, un po’ di buonumore e a volte la capacità di ridere, non sia accessorio ma fondamentale proprio per il messaggio stesso. Non si può parlare della gioia della risurrezione con il broncio e lo sguardo torvo.

La Chiesa teme il senso dell’umorismo?

Penso che in certi ambienti ci sia il timore che ridere e magari “giocare” con il Vangelo, così come faccio io con le mie vignette, sia una cosa pericolosa e quasi una blasfemia. Può capitare di esagerare e di andare un po’ troppo sopra le righe (anche se l’umorismo gioca sull’andare sopra le righe...) ma almeno nelle mie intenzioni non c’è voglia di ridere del Vangelo e della Chiesa ma di ridere “con” il Vangelo e “nella” Chiesa.

Le capita mai che qualcuno non capisca il senso di una sua vignetta? Allora, come reagisce?

Il fraintendimento è parte integrante di ogni forma di comunicazione. Anche gli apostoli spesso non capiscono quel che Gesù dice loro. Quindi anche una vignetta può essere non compresa sia nel senso che non viene colta la battuta che contiene o non vengono percepite le sue intenzioni. Io reagisco all’incomprensione spiegando, se mi vengono chieste spiegazioni, e in caso di attacchi cerco di rispondere con ironia. Sui social, dove le mie vignette sono condivise, è facile farsi prendere la mano da dibattiti che sono più scambi di accuse e offese. Cerco (il più possibile) di rimanerne fuori.

Umorismo come antidoto al fondamentalismo?

Certo che sì. L’umorismo è ironia e autoironia. È non prendersi troppo sul serio e lasciare davvero solo a Dio la parola definitiva su tutto.

Chesterton diceva che «è facile esser pesanti, difficile esser leggeri. Satana è caduto per la forza di gravità». Lei dove la trova tutta questa leggerezza?

Favoloso! Mi verrebbe da trasformarlo in vignetta! Qualche volta riesco persino a far sorridere l’assemblea durante le prediche ai funerali, quando racconto un aneddoto o dico una cosa “leggera” ma che vuole consolare.

Il Papa ha mai visto una sua vignetta?

Ehm... il Papa ha visto una mia vignetta sulla chiusura del Giubileo della misericordia. Nella vignetta in questione il Papa fatica a chiudere la Porta Santa perché un piede con una stigmate la tiene bloccata. Questa vignetta è arrivata nelle mani del rettore del seminario di Molfetta che l’ha mostrata al Papa e lui parlando ai seminaristi l’ha usata come immagine dentro il suo discorso. Sono entrato nel magistero pontificio. Cosa posso volere di più?


La virtù del buonumore

· Fede e umorismo ·

«Il senso dell’umorismo è una grazia che io chiedo tutti i giorni (...) perché il senso dell’umorismo ti solleva, ti fa vedere il provvisorio della vita e prendere le cose con uno spirito di anima redenta. È un atteggiamento umano, ma è il più vicino alla grazia di Dio». Con queste parole rilasciate in un’intervista a Tv2000 nel 2016, Papa Francesco ci ricorda come il sorriso e la capacità di ridere di fronte alle difficoltà e agli ostacoli di ogni giorno, siano condizione primaria per poter vivere al meglio la propria esistenza terrena.

Riuscire a coltivare la virtù dell’umorismo non è mai cosa semplice, immersi come siamo nei contrasti con l’altro, nelle difficoltà di tutti i giorni e nella pesantezza dell’egocentrismo. Eppure, questa non può che ergersi a unica vera medicina alla sofferenza umana e a quel pressante senso dell’io che difficilmente riusciamo a scrollarci di dosso. Pertanto, è sempre da Papa Francesco che veniamo spronati alla gioia, a liberarci da quella tristezza e da quella “faccia funerea” che da sempre sono state estranee ai nostri santi e martiri. Tra i tanti esempi che potrebbero essere approfonditi, ce n’è uno in particolare che — con il suo sense of humor e la sua fermezza d’animo — ha lasciato un marchio indelebile.

Stiamo parlando di Tommaso Moro, politico, avvocato e scrittore umanista alla corte di Enrico VIII d’Inghilterra; una delle figure principali della cultura inglese del primo Cinquecento e della cristianità tutta, canonizzato come martire da Pio XI nel 1935.

Sir Thomas More era famoso per il suo senso dell’umorismo; era un suo tratto caratteriale, una espressione spontanea della sua personalità che non tardava mai di farsi notare con battute di spirito e arguzie pungenti durante le numerose celebrazioni tenute a corte. Per Moro, l’umorismo, il “buonumore”, era anche un metodo, un’attitudine coltivata negli anni con il quale poter affrontare ogni giorno gli sfarzi e le vere e proprie megalomanie della corte inglese. Era, forse, veramente l’unico mezzo con il quale poter sopravvivere a quella follia universale che sembrava aver preso possesso della società inglese (come anche di tutta Europa, cosa che non sfuggiva ai più grandi pensatori di quel particolare momento storico; primo fra tutti Erasmo da Rotterdam, grande amico del Moro).

L’humor divenne quindi scudo e felice distacco dalle assurdità della vita che lo circondava, da un mondo fatto di apparenze, convenzioni, gonfia vanità e fin troppo amor proprio (per bocca dello stesso scrittore) che Moro riusciva a navigare con spirito e buon senso, senza farsi mai trasportare dall’opulenza ostentata dei tempi, proprio grazie alla pratica dell’umorismo e delle virtù ad essa correlate: umiltà e humanitas.

Ma è soprattutto di fronte alla prospettiva del patibolo che questa virtù trovò la sua maggiore espressione. Nelle sue ultime lettere e nei suoi Tower Works — le opere scritte durante la prigionia nella Torre di Londra (dal 1534 al 1535) — il politico si ritrovò a dover affrontare di nuovo l’assurdità dei tempi che corrono, unendovi, questa volta, l’agonia della morte imminente — si guardi, ad esempio, a quello scritto di straordinaria bellezza che è il De Tristitia Christi. Nonostante questo tormento riuscì sempre a mantenere un senso dell’umorismo capace di risollevare i toni necessariamente sconfortanti dei suoi scritti, in particolar modo nelle corrispondenze con la figlia Margaret.

L’allegria si dimostrava ancora come segno manifesto della pienezza e della certezza che la fede e la professione di ciò che è giusto gli conferiva. Al pensiero dei pericoli a cui poteva andare incontro — riporta la figlia Margaret — Moro si esprimeva così: «In questo mondo nulla accade che Dio non voglia, e io sono sicuro che qualunque cosa avvenga, per quanto cattiva appaia, sarà in realtà sempre per il meglio». È solo nella certezza della redenzione e dell’Assoluto nel cuore, in Dio e con Dio, che la sua spigliatezza potè rinvigorirsi, trionfando su qualsiasi pressione per continuare imperterrito nella fermezza del silenzio la propria condanna; ed è solo nella meditazione sulla sofferenza di Cristo che il santo trovò la forza di andare avanti, affrontando quella paura che il ruolo di martire gli infondeva e che così tanto ritorna nei suoi lavori della prigione.

Il silenzio e lo humor, se in un primo momento potevano sembrare semplice espressione di obliqua resistenza al potere, divennero così prova assoluta di fede, e la morte — affrontata nella leggerezza del buonumore — non potè che essere espressione di questa stessa certezza: «Tu mi rendi oggi il più grande servizio che un mortale mi possa rendere — disse al boia, avvicinandosi al ceppo per l’esecuzione — (...) Mi aiuti a salire, a scendere ci penserò da solo». È esattamente con questo spirito nel cuore che siamo esortati a essere ogni giorno da Papa Francesco: come il santo che vive nella gioia e con senso dell’umorismo, «illuminando gli altri con uno spirito positivo e ricco di speranza», così dobbiamo essere anche noi, con la fermezza d’animo e il buonumore di chi sa che la vita mortale è sì dolorosa e difficile, ma anche profondamente immanente, imperfetta. Relativa.