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venerdì 3 marzo 2017

​In un libro del fratello la memoria di Shahbaz Bhatti - Il racconto di Paul

A sei anni dalla morte di Shahbaz Batti, il ministro cattolico delle minoranze del Pakistan, assassinato il 2 marzo 2011 a Islamabad, Paul Bhatti ha scritto il libro Shahbaz – La voce della giustizia (Cinisello Balsamo, San Paolo, 2017, pagine 168, euro 14) nel quale ripercorre da un punto di vista privato la vita del fratello, e il suo impegno per il dialogo e la giustizia. Pubblichiamo la prefazione al libro scritta dal cardinale segretario di Stato.


Ci sono persone che sono disposte a morire per l’ideale in cui credono. Tra queste c’è Shahbaz Bhatti, ministro federale delle Minoranze del Pakistan, ucciso il 2 marzo 2011 a Islamabad da uomini armati. L’ideale di Shahbaz Bhatti non era però una semplice idea, non un mero valore, seppure nobile ed elevato. Era ciò che i cristiani hanno di più caro, ovvero Cristo stesso (cfr. V. Soloviev, Il racconto dell’anticristo). «Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire», scriveva nel suo testamento spirituale.

Di Shahbaz conoscevamo alcuni dettagli della vita pubblica, ma non sapevamo del suo universo interiore. Con questa pubblicazione, suo fratello Paul ce lo rende familiare, descrivendolo nella sua intimità, nella sua esistenza quotidiana, mostrandone i progressi umani e spirituali.

Pagine scritte con le lacrime agli occhi e con un velo di amarezza, mitigate però dalla certezza che la fede di Shahbaz non è venuta mai meno. Perfino nei momenti più bui, quando le minacce e l’odio cercavano di porre fine alla sua missione di cristiano e di politico.

Un politico nel vero senso del termine, che aveva scelto il Vangelo come stile di vita e ad esso improntava il suo operare. Nel suo testamento, in parte consegnatoci in questa biografia, ha lasciato frasi indimenticabili, che esprimono la profondità della sua intima relazione con Cristo. Fin dall’infanzia Shahbaz, secondo il racconto di Paul, ha cercato ciò che unisce e non ciò che divide. Ha sempre avuto a cuore la sorte dei più poveri, dei più deboli, degli ultimi. Tra questi, un posto particolare lo riservava alla minoranza cristiana del Pakistan.

Nell’adempiere la sua missione, è stato un promotore sincero del dialogo interreligioso, dell’ecumenismo e della pace tra i popoli, mostrando che solo il confronto aperto può educare le nuove generazioni all’ascolto, alla tolleranza e alla pacifica convivenza.

Una certezza che trova conferma nelle parole del testamento di Shahbaz, che risuonano come un programma di vita: «Mi sono state proposte alte cariche al governo e mi è stato chiesto di abbandonare la mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. La mia risposta è sempre stata la stessa: “No, io voglio servire Gesù da uomo comune”».

Servire Cristo in semplicità e umiltà, mettendosi in discussione, senza tirarsi indietro di fronte alle potenze del mondo, consapevole che niente e nessuno avrebbe potuto strapparlo dalla mano del suo Signore. È con questa fede granitica che Shahbaz ha saputo far fronte alla violenza e all’odio.

La lettura di questo volume, che vuole essere anzitutto un contributo alla ricerca della pace e della giustizia, non mancherà di arricchire il lettore. Tramite queste pagine, Shahbaz Bhatti ci aiuta a non dimenticare i cristiani del Pakistan e le loro difficoltà, e continua il suo impegno per la convivenza civile e la mutua comprensione tra le religioni nella sua Patria, che ha sempre amato e servito.
di Pietro Parolin
(fonte: Radio Vaticana)

Guarda la scheda del libro SHAHBAZ. LA VOCE DELLA GIUSTIZIA

Vedi anche il nostro post (all'interno altri link):


«Noi dobbiamo convertirci non a un Dio astratto, ma al Dio concreto che si è fatto Cristo» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)

S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
2 marzo 2017
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 


Papa Francesco:
la bussola del credente”

La «bussola del cristiano è seguire Cristo crocifisso»: non un falso Dio «disincarnato e astratto», ma Dio che si è fatto carne e che porta su di sé «le piaghe dei nostri fratelli». È un forte richiamo alla conversione e alla concretezza della realtà il suggerimento di Papa Francesco per la Quaresima, proposto nella meditazione della messa celebrata giovedì mattina, 2 marzo, nella cappella di Casa Santa Marta.

«La parola, l’esortazione della Chiesa proprio dall’inizio della Quaresima è “convertitevi”» e «l’abbiamo detto prima del Vangelo: “Convertitevi, dice il Signore”» ha fatto subito notare Francesco, citando il canto al Vangelo, tratto da Matteo (4, 17). Così «oggi — ha spiegato — la liturgia della parola ci fa riflettere su tre realtà da avere davanti per questa conversione: la realtà dell’uomo — la realtà della vita — la realtà di Dio e la realtà del cammino». Queste «sono realtà dell’esperienza umana, tutte e tre, ma che la Chiesa, e anche noi, abbiamo davanti per questa conversione».

La prima realtà, dunque, è «la realtà dell’uomo: tu sei davanti a una scelta» ha affermato Francesco facendo riferimento al passo del Deuteronomio (30, 15-20) proposto dalla liturgia: «Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male». Noi uomini siamo davanti a questa realtà: o è il bene, o è il male (...). Ma se il tuo cuore si volge indietro e se tu non ascolti e ti lasci trascinare a prostrarsi davanti ad altri dèi» andrai sulla strada del male. E «questo — ha spiegato il Papa — noi lo percepiamo nella nostra vita: sempre possiamo prendere o il bene o il male, c’è la realtà umana della libertà. Dio ci ha fatti liberi, la scelta è nostra». Ma il Signore «non ci lascia soli, ci insegna, ci ammonisce: stai attento, c’è il bene e il male; adorare Dio, compiere i comandamenti è la strada del bene; andare dall’altra parte, la strada degli idoli, dei falsi dèi — tanti falsi dèi — che fano sbagliare la vita». E «questa è una realtà: la realtà dell’uomo è che tutti noi siamo davanti al bene e al male».

Poi, ha proseguito il Pontefice, «c’è un’altra realtà, la seconda realtà forte: la realtà di Dio». Sì, ha affermato, «c’è Dio, ma come c’è, Dio? Dio si è fatto Cristo: questa è la realtà e per i discepoli era difficile capire questo». A questo proposito Francesco ha riproposto il passo evangelico odierno di Luca (9, 22-25): «Gesù disse ai suoi discepoli: “Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno”». Così «Dio ha preso tutta la realtà umana, meno il peccato: non c’è Dio senza Cristo, un Dio senza Cristo, “disincarnato”, è un Dio non reale». Infatti, ha spiegato il Papa, «la realtà di Dio è Dio fatto Cristo per noi, per salvarci, e quando ci allontaniamo da questo, da questa realtà e ci allontaniamo dalla croce di Cristo, dalla verità delle piaghe del Signore, ci allontaniamo anche dall’amore, dalla carità di Dio, dalla salvezza e andiamo su una strada ideologica di Dio, lontana: non è Dio che venne a noi e si è fatto vicino per salvarci ed è morto per noi».

«Questa è la realtà di Dio. — ha insistito Francesco — Dio rivelato in Cristo: non c’è un Dio senza Cristo». A questo proposito, ha confidato, «mi viene in mente un dialogo di uno scrittore francese del secolo scorso, un dialogo tra un agnostico e un credente. L’agnostico di buona volontà domandava al credente: “Ma, come posso... per me, il problema è come Cristo è Dio: non posso capire questo, come Cristo è Dio?”. E il credente rispose: “Per me questo non è un problema, il problema sarebbe stato se Dio non si fosse fatto Cristo”».

Dunque, ha rilanciato il Pontefice, «questa è la realtà di Dio: Dio fatto Cristo, Dio fatto carne e questo è il fondamento delle opere di misericordia», perché «le piaghe dei nostri fratelli sono le piaghe di Cristo, sono le piaghe di Dio, perché Dio si è fatto Cristo». E, ha avvertito Francesco, «non possiamo vivere la Quaresima senza questa seconda realtà: noi dobbiamo convertirci non a un Dio astratto, ma al Dio concreto che si è fatto Cristo».

Ecco, allora, «la realtà dell’uomo — siamo davanti al bene e al male — la realtà di Dio — Dio si è fatto Cristo — e la terza realtà umana: la realtà del cammino». La domanda è «come andiamo, quale strada prendiamo?». Il Papa ha riproposto la forza delle parole di Gesù: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua». Perché «la realtà del cammino è quella di Cristo: seguire Cristo, fare la volontà del Padre, come Lui, prendere le croci di ogni giorno e rinnegare se stesso per seguire Cristo». Questo significa «non fare quello che io voglio, ma quello che vuole Gesù, seguire Gesù». E Lui dice «che su questa strada noi perdiamo la vita per guadagnarla dopo; è un continuo perdere la vita, perdere di fare quello che io voglio, perdere le comodità, essere sempre sulla strada di Gesù che era al servizio degli altri, all’adorazione di Dio: quella è la strada giusta».

«Tre realtà» dunque: «La realtà umana, dell’uomo, della vita, dell’uomo davanti al bene e al male; la realtà di Dio: Dio si è fatto Cristo e non possiamo adorare un Dio che non sia Cristo, perché questa è la realtà». E poi «la realtà del cammino: l’unico cammino sicuro è seguire Cristo crocifisso, lo scandalo della Croce». E «queste tre realtà umane sono la bussola del cristiano, con questi tre segnali, che sono realtà, noi non sbaglieremo strada». Da qui anche il suggerimento all’inizio della Quaresima: «“Convertitevi” dice il Signore, cioè prendete sul serio queste realtà dell’esperienza umana: la realtà della vita, la realtà di Dio e la realtà del cammino».

(fonte: L'Osservatore Romano)

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giovedì 2 marzo 2017

«La nostra salvezza è una storia d’amore» Papa Francesco Udienza Generale 01/03/2017 (foto, testo e video)



UDIENZA GENERALE
1° marzo 2017







Il Papa è arrivato qualche minuto dopo le 9.30 in piazza San Pietro, per il consueto appuntamento del mercoledì, a cui partecipano oggi circa 10mila fedeli. Subito la prima sosta, quasi obbligata dalla festosa insistenza con cui un gruppo di bambini muniti di capellino giallo ha richiamato la sua attenzione. Francesco, così, ha fatto fermare la “papamobile” per permettere a quattro di loro di salire e godersi insieme a lui il “viaggio” tra i settori della piazza delimitata dal colonnato del Bernini. I ragazzi provengono dalla Scuola L’Arca, di Legnano, e sono presenti in 120 in piazza. Moltissimi, anche oggi, i bambini che gli uomini della Gendarmeria vaticana hanno porto al Papa perché li baciasse e li accarezzasse. Appena arrivati davanti al sagrato, prima del tratto che Francesco compie a piedi per arrivare alla sua postazione, i quattro bambini sono scesi dalla jeep bianca. Non è mancata come al solito l'attenzione verso i disabili presenti a cui ha dispensato abbracci, carezze e sorrisi.









La Speranza cristiana - 13. La Quaresima cammino di speranza

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In questo giorno, Mercoledì delle Ceneri, entriamo nel Tempo liturgico della Quaresima. E poiché stiamo svolgendo il ciclo di catechesi sulla speranza cristiana, oggi vorrei presentarvi la Quaresima come cammino di speranza.

In effetti, questa prospettiva è subito evidente se pensiamo che la Quaresima è stata istituita nella Chiesa come tempo di preparazione alla Pasqua, e dunque tutto il senso di questo periodo di quaranta giorni prende luce dal mistero pasquale verso il quale è orientato. Possiamo immaginare il Signore Risorto che ci chiama ad uscire dalle nostre tenebre, e noi ci mettiamo in cammino verso di Lui, che è la Luce. E la Quaresima è un cammino verso Gesù Risorto, è un periodo di penitenza, anche di mortificazione, ma non fine a sé stesso, bensì finalizzato a farci risorgere con Cristo, a rinnovare la nostra identità battesimale, cioè a rinascere nuovamente “dall’alto”, dall’amore di Dio (cfr Gv 3,3). Ecco perché la Quaresima è, per sua natura, tempo di speranza.

Per comprendere meglio che cosa questo significhi, dobbiamo riferirci all’esperienza fondamentale dell’esodo degli Israeliti dall’Egitto, raccontata dalla Bibbia nel libro che porta questo nome: Esodo. Il punto di partenza è la condizione di schiavitù in Egitto, l’oppressione, i lavori forzati. Ma il Signore non ha dimenticato il suo popolo e la sua promessa: chiama Mosè e, con braccio potente, fa uscire gli israeliti dall’Egitto e li guida attraverso il deserto verso la Terra della libertà. Durante questo cammino dalla schiavitù alla libertà, il Signore dà agli Israeliti la legge, per educarli ad amare Lui, unico Signore, e ad amarsi tra loro come fratelli. La Scrittura mostra che l’esodo è lungo e travagliato: simbolicamente dura 40 anni, cioè il tempo di vita di una generazione. Una generazione che, di fronte alle prove del cammino, è sempre tentata di rimpiangere l’Egitto e di tornare indietro. Anche tutti noi conosciamo la tentazione di tornare indietro, tutti. Ma il Signore rimane fedele e quella povera gente, guidata da Mosè, arriva alla Terra promessa. Tutto questo cammino è compiuto nella speranza: la speranza di raggiungere la Terra, e proprio in questo senso è un “esodo”, un’uscita dalla schiavitù alla libertà. E questi 40 giorni sono anche per tutti noi un’uscita dalla schiavitù, dal peccato, alla libertà, all’incontro con il Cristo Risorto. Ogni passo, ogni fatica, ogni prova, ogni caduta e ogni ripresa, tutto ha senso solo all’interno del disegno di salvezza di Dio, che vuole per il suo popolo la vita e non la morte, la gioia e non il dolore.

La Pasqua di Gesù è il suo esodo, con il quale Egli ci ha aperto la via per giungere alla vita piena, eterna e beata. Per aprire questa via, questo passaggio, Gesù ha dovuto spogliarsi della sua gloria, umiliarsi, farsi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Aprirci la strada alla vita eterna gli è costato tutto il suo sangue, e grazie a Lui noi siamo salvati dalla schiavitù del peccato. Ma questo non vuol dire che Lui ha fatto tutto e noi non dobbiamo fare nulla, che Lui è passato attraverso la croce e noi “andiamo in paradiso in carrozza”. Non è così. La nostra salvezza è certamente dono suo, ma, poiché è una storia d’amore, richiede il nostro “sì” e la nostra partecipazione al suo amore, come ci dimostra la nostra Madre Maria e dopo di lei tutti i santi.

La Quaresima vive di questa dinamica: Cristo ci precede con il suo esodo, e noi attraversiamo il deserto grazie a Lui e dietro di Lui. Lui è tentato per noi, e ha vinto il Tentatore per noi, ma anche noi dobbiamo con Lui affrontare le tentazioni e superarle. Lui ci dona l’acqua viva del suo Spirito, e a noi spetta attingere alla sua fonte e bere, nei Sacramenti, nella preghiera, nell’adorazione; Lui è la luce che vince le tenebre, e a noi è chiesto di alimentare la piccola fiamma che ci è stata affidata nel giorno del nostro Battesimo.

In questo senso la Quaresima è «segno sacramentale della nostra conversione» (Messale Romano, Oraz. colletta I Dom. di Quar.); chi fa la strada della Quaresima è sempre sulla strada della conversione. La Quaresima è segno sacramentale del nostro cammino dalla schiavitù alla libertà, sempre da rinnovare. Un cammino certo impegnativo, come è giusto che sia, perché l’amore è impegnativo, ma un cammino pieno di speranza. Anzi, direi di più: l’esodo quaresimale è il cammino in cui la speranza stessa si forma. La fatica di attraversare il deserto – tutte le prove, le tentazioni, le illusioni, i miraggi… –, tutto questo vale a forgiare una speranza forte, salda, sul modello di quella della Vergine Maria, che in mezzo alle tenebre della passione e della morte del suo Figlio continuò a credere e a sperare nella sua risurrezione, nella vittoria dell’amore di Dio.

Col cuore aperto a questo orizzonte, entriamo oggi nella Quaresima. Sentendoci parte del popolo santo di Dio, iniziamo con gioia questo cammino di speranza.

Guarda il video della catechesi

Saluti:
...

Rivolgo un cordiale benvenuto ai fedeli di lingua italiana. ...
Auguro a ciascuno che questo incontro all’inizio della Quaresima susciti un rinnovamento spirituale con la partecipazione alle celebrazioni quaresimali e alle campagne di solidarietà che molti organismi ecclesiali, in diverse parti del mondo, promuovono per testimoniare la vicinanza ai fratelli bisognosi.

Un pensiero speciale rivolgo ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Cari fratelli, oggi, Mercoledì delle ceneri, il Signore vi indica il cammino di speranza da seguire. Lo Spirito Santo vi guidi a compiere un vero cammino di conversione, per riscoprire il dono della Parola di Dio, essere purificati dal peccato e servire Cristo presente nei fratelli. 

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"Lo Spirito Santo vi aiuti ad essere ministri di pace e di consolazione" Papa Francesco ai partecipanti al corso di formazione per i Parroci, promosso dal Tribunale della Rota Romana (25 febbraio 2017)

Siate “ministri di pace e consolazione” in mezzo al popolo di Dio. E’ la raccomandazione che Papa Francesco ha rivolto ai partecipanti al corso di formazione per i parroci, promosso dalla Rota Romana nella Sala Clementina sabato il 25 febbraio 2017.

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Servizio CTV


Il testo integrale del discorso


Cari fratelli,

sono lieto di incontrarvi al termine del corso di formazione per i parroci, promosso dalla Rota Romana, sul nuovo processo matrimoniale. Ringrazio il Decano e il Pro Decano per il loro impegno in favore di questi corsi formativi. Quanto è stato discusso e proposto nel Sinodo dei Vescovi sul tema “Matrimonio e famiglia”, è stato recepito e integrato in modo organico nell’Esortazione apostolica Amoris laetitia e tradotto in opportune norme giuridiche contenute in due specifici provvedimenti: il motu proprio Mitis Iudex e il motu proprio Misericors Jesus. È una cosa buona che voi parroci, attraverso queste iniziative di studio, possiate approfondire tale materia, perché siete soprattutto voi ad applicarla concretamente nel quotidiano contatto con le famiglie.

Nella maggior parte dei casi voi siete i primi interlocutori dei giovani che desiderano formare una nuova famiglia e sposarsi nel Sacramento del matrimonio. E ancora a voi si rivolgono per lo più quei coniugi che, a causa di seri problemi nella loro relazione, si trovano in crisi, hanno bisogno di ravvivare la fede e riscoprire la grazia del Sacramento; e in certi casi chiedono indicazioni per iniziare un processo di nullità. Nessuno meglio di voi conosce ed è a contatto con la realtà del tessuto sociale nel territorio, sperimentandone la complessità variegata: unioni celebrate in Cristo, unioni di fatto, unioni civili, unioni fallite, famiglie e giovani felici e infelici. Di ogni persona e di ogni situazione voi siete chiamati ad essere compagni di viaggio per testimoniare e sostenere.

Anzitutto sia vostra premura testimoniare la grazia del Sacramento del matrimonio e il bene primordiale della famiglia, cellula vitale della Chiesa e della società, mediante la proclamazione che il matrimonio tra un uomo e una donna è segno dell’unione sponsale tra Cristo e la Chiesa. Tale testimonianza la realizzate concretamente quando preparate i fidanzati al matrimonio, rendendoli consapevoli del significato profondo del passo che stanno per compiere, e quando accompagnate con sollecitudine le giovani coppie, aiutandole a vivere nelle luci e nelle ombre, nei momenti di gioia e in quelli di fatica, la forza divina e la bellezza del loro matrimonio. Ma io mi domando quanti di questi giovani che vengono ai corsi prematrimoniali capiscano cosa significa “matrimonio”, il segno dell’unione di Cristo e della Chiesa. “Sì, sì” - dicono di sì, ma capiscono questo? Hanno fede in questo? Sono convinto che ci voglia un vero catecumenato per il Sacramento del matrimonio, e non fare la preparazione con due o tre riunioni e poi andare avanti.

Non mancate di ricordare sempre agli sposi cristiani che nel Sacramento del matrimonio Dio, per così dire, si rispecchia in essi, imprimendo la sua immagine e il carattere incancellabile del suo amore. Il matrimonio, infatti, è icona di Dio, creata per noi da Lui, che è comunione perfetta delle tre Persone del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. L’amore di Dio Uno e Trino e l’amore tra Cristo e la Chiesa sua sposa siano il centro della catechesi e della evangelizzazione matrimoniale: attraverso incontri personali o comunitari, programmati o spontanei, non stancatevi di mostrare a tutti, specialmente agli sposi, questo “mistero grande” (cfr Ef 5,32).

Mentre offrite questa testimonianza, sia vostra cura anche sostenere quanti si sono resi conto del fatto che la loro unione non è un vero matrimonio sacramentale e vogliono uscire da questa situazione. In questa delicata e necessaria opera fate in modo che i vostri fedeli vi riconoscano non tanto come esperti di atti burocratici o di norme giuridiche, ma come fratelli che si pongono in un atteggiamento di ascolto e di comprensione.

Al tempo stesso, fatevi prossimi, con lo stile proprio del Vangelo, nell’incontro e nell’accoglienza di quei giovani che preferiscono convivere senza sposarsi. Essi, sul piano spirituale e morale, sono tra i poveri e i piccoli, verso i quali la Chiesa, sulle orme del suo Maestro e Signore, vuole essere madre che non abbandona ma che si avvicina e si prende cura. Anche queste persone sono amate dal cuore di Cristo. Abbiate verso di loro uno sguardo di tenerezza e di compassione. Questa cura degli ultimi, proprio perché emana dal Vangelo, è parte essenziale della vostra opera di promozione e difesa del Sacramento del matrimonio. La parrocchia è infatti il luogo per antonomasia della salus animarum. Così insegnava il Beato Paolo VI: «La parrocchia […] è la presenza di Cristo nella pienezza della sua funzione salvatrice. […] è la casa del Vangelo, la casa della verità, la scuola di Nostro Signore» (Discorso nella parrocchia della Gran Madre di Dio in Roma, 8 marzo 1964: Insegnamenti II [1964], 1077).

Cari fratelli, parlando recentemente alla Rota Romana ho raccomandato di attuare un vero catecumenato dei futuri nubendi, che includa tutte le tappe del cammino sacramentale: i tempi della preparazione al matrimonio, della sua celebrazione e degli anni immediatamente successivi. A voi parroci, indispensabili collaboratori dei Vescovi, è principalmente affidato tale catecumenato. Vi incoraggio ad attuarlo nonostante le difficoltà che potrete incontrare. E credo che la difficoltà più grande sia pensare o vivere il matrimonio come un fatto sociale – “noi dobbiamo fare questo fatto sociale” – e non come un vero sacramento, che richiede una preparazione lunga, lunga.

Vi ringrazio per il vostro impegno in favore dell’annuncio del Vangelo della famiglia. Lo Spirito Santo vi aiuti ad essere ministri di pace e di consolazione in mezzo al santo popolo fedele di Dio, specialmente alle persone più fragili e bisognose della vostra sollecitudine pastorale. Mentre vi chiedo di pregare per me, di cuore benedico ciascuno di voi e le vostre comunità parrocchiali. Grazie.

"È molto faticoso mettersi nelle scarpe degli altri, perché spesso siamo schiavi del nostro egoismo." Intervista di Papa Francesco al mensile “Scarp de' tenis” (testo integrale)


Intervista del Santo Padre Francesco al mensile “Scarp de' tenis”


Un numero “storico” per Scarp de’ tenis. Il mensile della strada, progetto editoriale e sociale sostenuto da Caritas Ambrosiana e Caritas Italiana, nel numero di marzo contiene l’intervista esclusiva a papa Francesco raccolta dal direttore Stefano Lampertico, che lo ha incontrato insieme con Antonio Mininni, prima venditore e poi storico responsabile della redazione di strada, in rappresentanza di tutti i venditori del giornale di strada.
Nella lunga intervista il Papa ha risposto, con lo stile ricco di aneddoti che gli appartiene, alle domande di Scarp, partendo, ovviamente, dalla fatica che oggi si fa a «mettersi nelle scarpe degli altri»

Riportiamo di seguito il testo integrale dell’intervista realizzata in preparazione della visita del Papa nella diocesi di Milano, in programma il 25 marzo 2017.

Intervista del Santo Padre

Santo Padre, parliamo del popolo degli invisibili, delle persone senza dimora. Poche settimane fa, all’inizio dell’inverno e con l’arrivo del grande freddo, ha dato ordine di accoglierli in Vaticano, di aprire le porte delle chiese. Come è stato accolto il suo appello?

L’appello del Papa è stato ascoltato da molte persone e da molte parrocchie. In tanti l’hanno ascoltato. In Vaticano ci sono due parrocchie e ognuna di loro ha ospitato una famiglia siriana. Molte parrocchie di Roma hanno aperto le porte all’accoglienza, e so che altre, non avendo posto nelle canoniche, hanno raccolto il denaro per pagare l’affitto a persone e famiglie bisognose per un anno intero. L’obiettivo da raggiungere deve essere quello dell’integrazione, per questo è importante accompagnarli per un periodo iniziale. In tante parti d’Italia è stato fatto molto. Le porte sono state aperte in molte scuole cattoliche, nei conventi, in tante altre strutture. Per questo dico che l’appello è stato ascoltato. So anche di molte persone che fanno offerte in denaro affinché si possa pagare l’affitto per le persone senza dimora.

In passato tutto il mondo ha scritto delle scarpe del Papa, scarpe da lavoratore e camminatore e recentemente i media sono rimasti sorpresi, e hanno raccontato, del Papa che è andato in un negozio per comprarne un paio nuove. Perché tanta attenzione? Forse perché oggi si fatica a mettersi – come Scarp de’ tenis invita a fare - nelle scarpe degli altri?

È molto faticoso mettersi nelle scarpe degli altri, perché spesso siamo schiavi del nostro egoismo. A un primo livello possiamo dire che la gente preferisce pensare ai propri problemi senza voler vedere la sofferenza o le difficoltà dell’altro. C’è un altro livello però. Mettersi nelle scarpe degli altri significa avere grande capacità di comprensione, di capire il momento e le situazioni difficili. Faccio un esempio: nel momento del lutto si porgono le condoglianze, si partecipa alla veglia funebre o alla messa, ma sono davvero pochi coloro che si mettono nelle scarpe di quel vedovo o di quella vedova o di quell’orfano. Certo non è facile. Si prova dolore, ma poi tutto finisce lì. Se pensiamo poi alle esistenze che spesso sono fatte di solitudine, allora mettersi nelle scarpe degli altri significa servizio, umiltà, magnanimità, che è anche l’espressione di un bisogno. Io ho bisogno che qualcuno si metta nelle mie scarpe. Perché tutti noi abbiamo bisogno di comprensione, di compagnia e di qualche consiglio. Quante volte ho incontrato persone che, dopo aver cercato conforto in un cristiano, sia esso un laico, un prete, una suora, un vescovo, mi dice: «Sì, mi ha ascoltato, ma non mi ha capito». Capire significa mettersi le scarpe degli altri. E non è facile. Spesso per supplire a questa mancanza di grandezza, di ricchezza e di umanità ci si perde nelle parole. Si parla. Si parla. Si consiglia. Ma quando ci sono solo le parole o troppe parole non c’è questa “grandezza” di mettersi nelle scarpe degli altri.

Santità, quando incontra un senza tetto qual è la prima cosa che gli dice?

«Buongiorno». «Come stai?». Alcune volte si scambiano poche parole, altre volte invece si entra in relazione e si ascoltano storie interessanti: «Ho studiato in un collegio, c’era un bravo prete…». Qualcuno potrebbe dire, ma cosa mi interessa? Le persone che vivono sulla strada capiscono subito quando c’è il vero interesse da parte dell’altra persona o quando c’è, non voglio dire quel sentimento di compassione, ma certamente di pena. Si può vedere un senza tetto e guardarlo come una persona, oppure come fosse un cane. E loro di questo differente modo di guardare se ne accorgono. In Vaticano è famosa la storia di una persona senza dimora, di origine polacca, che generalmente sostava in piazza Risorgimento a Roma, non parlava con nessuno, neppure con i volontari della Caritas che la sera gli portavano un pasto caldo. Solo dopo lungo tempo sono riusciti a farsi raccontare la sua storia: «Sono un prete, conosco bene il vostro Papa, abbiamo studiato insieme in seminario». La voce è arrivata a San Giovanni Paolo II che sentito il nome, ha confermato di essere stato con lui in seminario e ha voluto incontrarlo. Si sono abbracciati dopo quarant’anni, e alla fine di un’udienza il Papa ha chiesto di essere confessato dal sacerdote che era stato suo compagno. «Ora però tocca a te», gli disse il Papa. E il compagno di seminario fu confessato dal Papa. Grazie al gesto di un volontario, di un pasto caldo, a qualche parola di conforto, a uno sguardo di bontà questa persona ha potuto risollevarsi e intraprendere una vita normale che lo ha portato a diventare cappellano di un ospedale. Il Papa l’aveva aiutato, certo questo è un miracolo ma è anche un esempio per dire che le persone senza dimora hanno una grande dignità. Nell’arcivescovado a Buenos Aires sotto a un androne fra le grate e il marciapiede abitavano una famiglia e una coppia. Li incontravo tutte le mattine quando uscivo. Li salutavo e scambiavo sempre due parole con loro. Non ho mai pensato di cacciarli via. Qualcuno mi diceva: «Sporcano la Curia», ma la sporcizia è dentro. Penso che bisogna parlare alle persone con grande umanità, non come se dovessero ripagarci di un debito e non trattarli come fossero poveri cani.

Molti si domandano se è giusto fare l’elemosina alle persone che chiedono aiuto per strada; lei cosa risponde?

Ci sono tanti argomenti per giustificare se stessi quando non si fa l’elemosina. «Ma come, io dono dei soldi e poi lui li spende per bere un bicchiere di vino?». Un bicchiere di vino è l’unica felicità che ha nella vita, va bene così. Domandati piuttosto che cosa fai tu di nascosto? Tu quale “felicità” cerchi di nascosto?

O, al contrario di lui, sei più fortunato, con una casa, una moglie, dei figli, cosa ti fa dire «Occupatevi voi di lui».

Un aiuto è sempre giusto. Certo non è una buona cosa lanciare al povero solo degli spiccioli. È importante il gesto, aiutare chi chiede guardandolo negli occhi e toccando le mani. Buttare i soldi e non guardare negli occhi, non è un gesto da cristiano. Come si può educare all’elemosina? Racconto un aneddoto di una signora che ho conosciuto a Buenos Aires. Mamma di cinque figli (a quel tempo ne aveva tre). Il papà era al lavoro e stavano pranzando, sentono bussare alla porta, il più grande va ad aprire: «Mamma c’è un uomo che chiede da mangiare. Cosa facciamo?». Tutti e tre, la più piccola aveva quattro anni, stavano mangiando una bistecca alla milanese, la mamma dice loro: «Bene, tagliamo a metà la nostra bistecca». «Ma no mamma, ce n’è un’altra» dice la bambina. «È per papà, per questa sera. Se dobbiamo donare, dobbiamo dare la nostra». Con poche semplici parole hanno imparato che si deve dare del proprio, quello di cui non vorresti mai separarti. Due settimane dopo, la stessa signora andò in città per sbrigare alcune commissioni e fu costretta a lasciare i bambini a casa, avevano i compiti da fare e lasciò loro la merenda già pronta. Quando tornò, trovò i tre figli in compagnia di un senzatetto a tavola che stavano mangiando la merenda. Avevano imparato troppo bene e troppo in fretta, di certo era un po’ mancata loro la prudenza. Insegnare alla carità non è scaricare colpe proprie, ma è un toccare, è un guardare a una miseria che io ho dentro e che il Signore comprende e salva. Perché tutti noi abbiamo miserie “dentro”.

A più riprese il Papa si è schierato in difesa dei migranti invitando all'accoglienza e alla carità. Milano in questo senso è una capitale dell’accoglienza. Sono però in molti a chiedersi se davvero bisogna accogliere tutti indistintamente oppure se non sia necessario porre dei limiti.

Quelli che arrivano in Europa scappano dalla guerra o dalla fame. E noi siamo in qualche modo colpevoli perché sfruttiamo le loro terre ma non facciamo alcun tipo di investimento affinché loro possano trarre beneficio. Hanno il diritto di emigrare e hanno diritto ad essere accolti e aiutati. Questo però si deve fare con quella virtù cristiana che è la virtù che dovrebbe essere propria dei governanti, ovvero la prudenza. Cosa significa? Significa accogliere tutti coloro che si “possono” accogliere. E questo per quanto riguarda i numeri. Ma è altrettanto importante una riflessione su “come” accogliere. Perché accogliere significa integrare. Questa è la cosa più difficile perché se i migranti non si integrano, vengono ghettizzati. Mi torna sempre in mente l’episodio di Zaventem (l’attentato all’aeroporto di Bruxelles del 22 marzo 2016, ndr); questi ragazzi erano belgi, figli di migranti ma abitavano in un quartiere che era un ghetto. E cosa significa integrare? Anche in questo caso faccio un esempio: da Lesbo sono venuti con me in Italia tredici persone. Al secondo giorno di permanenza, grazie alla comunità di Sant’Egidio, i bambini già frequentavano le scuole. Poi in poco tempo hanno trovato dove alloggiare, gli adulti si sono dati da fare per frequentare corsi per imparare la lingua italiana e per cercare un qualche lavoro. Certo, per i bambini è più facile: vanno a scuola e in pochi mesi sanno parlare l’italiano meglio di me. Gli uomini hanno cercato un lavoro e l’hanno trovato. Integrare allora vuol dire entrare nella vita del Paese, rispettare la legge del Paese, rispettare la cultura del Paese ma anche far rispettare la propria cultura e le proprie ricchezze culturali. L’integrazione è un lavoro molto difficile. Ai tempi delle dittature militari a Buenos Aires guardavamo alla Svezia come a un esempio positivo. Gli svedesi oggi sono 9 milioni, ma di questi, 890 mila sono nuovi svedesi, cioè migranti o figli di migranti integrati. Il Ministro della cultura Alice Bah Kuhnke è figlia di una donna svedese e di un uomo proveniente dal Gambia. Questo è un bell’esempio di integrazione. Certo ora anche in Svezia si trovano in difficoltà: hanno molte richieste e stanno cercando di capire cosa fare perché non c’è posto per tutti. Ricevere, accogliere, consolare e subito integrare. Quello che manca è proprio l’integrazione. Ogni Paese allora deve vedere quale numero è capace di accogliere. Non si può accogliere se non c’è possibilità di integrazione.

Nella storia della sua famiglia, c’è la traversata dell’oceano da parte di suo nonno e sua nonna, con suo padre. Come si cresce da figlio di emigranti? Le è mai capitato di sentirsi un po’ sradicato?

Non mi sono mai sentito sradicato. In Argentina siamo tutti migranti. Per questo laggiù il dialogo interreligioso è la norma. A scuola c’erano ebrei che arrivavano in maggior parte dalla Russia e musulmani siriani e libanesi, o turchi con il passaporto dell’Impero ottomano. C’era molta fratellanza. Nel Paese c’è un numero limitato di indigeni, la maggior parte della popolazione è di origine italiana, spagnola, polacca, mediorientale, russa, tedesca, croata, slovena. Negli anni a cavallo dei due secoli precedenti il fenomeno migratorio è stato di enorme portata. Mio papà era ventenne quando è arrivato in Argentina e lavorava alla Banca d’Italia, si è sposato là.

Cosa le manca di più di Buenos Aires? Gli amici, le visite alle villa miseria, il calcio?

C’è soltanto una cosa che mi manca tanto: la possibilità di uscire e andare per strada. Mi piace andare in visita alle parrocchie e incontrare la gente. Non ho particolare nostalgia. Vi racconto invece un altro aneddoto: i miei nonni e mio papà avrebbero dovuto partire alla fine del 1928, avevano il biglietto per la nave “Principessa Mafalda”, nave che affondò al largo delle coste del Brasile. Ma non riuscirono a vendere in tempo quello che possedevano e così cambiarono il biglietto e si imbarcarono sulla “Giulio Cesare” il 1 febbraio del 1929. Per questo sono qui.

Milano è pronta ad accoglierla alla fine del mese di marzo. Partiamo dalle organizzazioni caritative, dalle associazioni di volontariato, da chi si preoccupa di dare ai senza tetto un posto dove passare la notte, del cibo, assistenza sanitaria, occasioni di riscatto. A Milano ci vantiamo di riuscire a farlo anche piuttosto bene. E sufficiente? Quali sono i bisogni di coloro che sono finiti sulla strada?

Come per i migranti molto semplicemente queste persone hanno bisogno della stessa cosa: ovvero, integrazione. Certo non è semplice integrare una persona senza dimora, perché ognuno di loro ha una storia particolare. Per questo bisogna avvicinarsi a ciascuno di loro, trovare il modo per aiutarli e dare loro una mano.

Lei ripete spesso che i poveri possono cambiare il mondo. Però è difficile che esista solidarietà dove esiste povertà e miseria, come nelle periferie delle città. Cosa ne pensa?

Anche qui riporto la mia esperienza di Buenos Aires. Nelle baraccopoli c’è più solidarietà che non nei quartieri del centro. Nelle villa miseria ci sono molti problemi, ma spesso i poveri sono più solidali tra loro, perché sentono che hanno bisogno l’uno dell’altro. Ho trovato più egoismo in altri quartieri, non voglio dire benestanti perché sarebbe qualificare squalificando, ma la solidarietà che si vede nei quartieri poveri e nelle baraccopoli non si vede da altre parti, anche se lì la vita è più complicata e difficile. Nelle baraccopoli, per esempio, la droga si vede di più, ma solo perché negli altri quartieri è più “coperta” e si usa con i guanti bianchi.

Di recente abbiamo cercato di leggere la città di Milano in maniera diversa, partendo dagli ultimi e dalla strada, e con gli occhi delle persone senza dimora che frequentano un centro diurno della Caritas Ambrosiana. Con loro abbiamo pubblicato una guida della città vista dalla strada, dal punto di vista di chi la vive ogni giorno. Santo Padre cosa conosce della città e cosa si aspetta dalla sua imminente visita?

Milano non la conosco. Ci sono stato una volta soltanto, per poche ore, nei lontani anni Settanta. Avevo qualche ora libera prima di prendere un treno per Torino e ne ho approfittato per una breve visita al Duomo. In un’altra occasione, con la mia famiglia, sono stato una domenica a pranzo da una cugina che abitava a Cassina de’ Pecchi. Milano non la conosco, ma ho un grande desiderio, mi aspetto di incontrare tanta gente. Questa è la mia più grande aspettativa: sì, mi aspetto di trovare tanta gente.


mercoledì 1 marzo 2017

Don Tonino Bello: Cenere in testa e acqua sui piedi...

In quest'inizio di Quaresima proponiamo un testo di don Tonino Bello pubblicato per la Pasqua del 1989, e scritto il 5 febbraio nella domenica precedente il Mercoledì delle Ceneri.

Carissimi, cenere in testa e acqua sui piedi.

Una strada, apparentemente, poco meno di due metri. Ma, in verità, molto più lunga e faticosa. Perché si tratta di partire dalla propria testa per arrivare ai piedi degli altri. A percorrerla non bastano i quaranta giorni che vanno dal mercoledì delle ceneri al giovedì santo. Occorre tutta una vita, di cui il tempo quaresimale vuole essere la riduzione in scala.

Pentimento e servizio. Sono le due grandi prediche che la Chiesa affida alla cenere e all'acqua, più che alle parole. Non c'è credente che non venga sedotto dal fascino di queste due prediche. Le altre, quelle fatte dai pulpiti, forse si dimenticano subito. Queste, invece, no: perché espresse con i simboli, che parlano un "linguaggio a lunga conservazione".

È difficile, per esempio, sottrarsi all'urto di quella cenere. Benché leggerissima, scende sul capo con la violenza della grandine. E trasforma in un'autentica martellata quel richiamo all'unica cosa che conta: "Convertiti e credi al Vangelo". Peccato che non tutti conoscono la rubrica del messale, secondo cui le ceneri debbono essere ricavate dai rami d'ulivo benedetti nell'ultima domenica delle palme. Se no, le allusioni all'impegno per la pace, all'accoglienza del Cristo, al riconoscimento della sua unica signoria, alla speranza di ingressi definitivi nella Gerusalemme del cielo, diverrebbero itinerari ben più concreti di un cammino di conversione. Quello "shampoo alla cenere", comunque, rimane impresso per sempre: ben oltre il tempo in cui, tra i capelli soffici, ti ritrovi detriti terrosi che il mattino seguente, sparsi sul guanciale, fanno pensare per un attimo alle squame già cadute dalle croste del nostro peccato.

Così pure rimane indelebile per sempre quel tintinnare dell'acqua nel catino. È la predica più antica che ognuno di noi ricordi. Da bambini, l'abbiamo "udita con gli occhi", pieni di stupore, dopo aver sgomitato tra cento fianchi, per passare in prima fila e spiare da vicino le emozioni della gente. Una predica, quella del giovedì santo, costruita con dodici identiche frasi: ma senza monotonia. Ricca di tenerezze, benché articolata su un prevedibile copione. Priva di retorica, pur nel ripetersi di passaggi scontati: l'offertorio di un piede, il levarsi di una brocca, il frullare di un asciugatoio, il sigillo di un bacio.

Una predica strana. Perché a pronunciarla senza parole, genuflesso davanti a dodici simboli della povertà umana, è un uomo che la mente ricorda in ginocchio solo davanti alle ostie consacrate.

Miraggio o dissolvenza? Abbaglio provocato dal sonno, o simbolo per chi veglia nell'attesa di Cristo? "Una tantum" per la sera dei paradossi, o prontuario plastico per le nostre scelte quotidiane? Potenza evocatrice dei segni!

Intraprendiamo, allora, il viaggio quaresimale, sospeso tra cenere e acqua.

La cenere ci bruci sul capo, come fosse appena uscita dal cratere di un vulcano. Per spegnerne l'ardore, mettiamoci alla ricerca dell'acqua da versare... sui piedi degli altri.

Pentimento e servizio. Binari obbligati su cui deve scivolare il cammino del nostro ritorno a casa.

Cenere e acqua. Ingredienti primordiali del bucato di un tempo. Ma, soprattutto, simboli di una conversione completa, che vuole afferrarci finalmente dalla testa ai piedi.

Ascolta dalla voce di don Tonino (dall'inizio fino a 4:50)



«Chi si aggrappa a Dio non cade mai!» Papa Francesco Angelus 26/02/2017 (testo e video)



 ANGELUS 

 26 febbraio 2017 


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

L’odierna pagina evangelica (cfr Mt 6,24-34) è un forte richiamo a fidarsi di Dio – non dimenticare: fidarsi di Dio – il quale si prende cura degli esseri viventi nel creato. Egli provvede il cibo a tutti gli animali, si preoccupa dei gigli e dell’erba del campo (cfr vv. 26-28); il suo sguardo benefico e sollecito veglia quotidianamente sulla nostra vita. Essa scorre sotto l’assillo di tante preoccupazioni, che rischiano di togliere serenità ed equilibrio; ma quest’angoscia è spesso inutile, perché non riesce a cambiare il corso degli eventi. Gesù ci esorta con insistenza a non preoccuparci del domani (cfr vv. 25.28.31), ricordando che al di sopra di tutto c’è un Padre amoroso che non si dimentica mai dei suoi figli: affidarsi a Lui non risolve magicamente i problemi, ma permette di affrontarli con l’animo giusto, coraggiosamente, sono coraggioso perché mi affido al mio Padre che ha cura di tutto e che mi vuole tanto bene.

Dio non è un essere lontano e anonimo: è il nostro rifugio, la sorgente della nostra serenità e della nostra pace. È la roccia della nostra salvezza, a cui possiamo aggrapparci nella certezza di non cadere; chi si aggrappa a Dio non cade mai! È la nostra difesa dal male sempre in agguato. Dio è per noi il grande amico, l’alleato, il padre, ma non sempre ce ne rendiamo conto. Non ci rendiamo conto che noi abbiamo un amico, un alleato, un padre che ci vuole bene, e preferiamo appoggiarci a beni immediati che noi possiamo toccare, a beni contingenti, dimenticando, e a volte rifiutando, il bene supremo, cioè l’amore paterno di Dio. Sentirlo Padre, in quest’epoca di orfanezza è tanto importante! In questo mondo orfano, sentirlo Padre. Noi ci allontaniamo dall’amore di Dio quando andiamo alla ricerca ossessiva dei beni terreni e delle ricchezze, manifestando così un amore esagerato a queste realtà.

Gesù ci dice che questa ricerca affannosa è illusoria e motivo di infelicità. E dona ai suoi discepoli una regola di vita fondamentale: «Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio» (v. 33). Si tratta di realizzare il progetto che Gesù ha annunciato nel Discorso della montagna, fidandosi di Dio che non delude - tanti amici o tanti che noi credevamo amici, ci hanno deluso; Dio mai delude! -; darsi da fare come amministratori fedeli dei beni che Lui ci ha donato, anche quelli terreni, ma senza “strafare” come se tutto, anche la nostra salvezza, dipendesse solo da noi. Questo atteggiamento evangelico richiede una scelta chiara, che il brano odierno indica con precisione: «Non potete servire Dio e la ricchezza» (v. 24). O il Signore, o gli idoli affascinanti ma illusori. Questa scelta che siamo chiamati a compiere si ripercuote poi in tanti nostri atti, programmi e impegni. E’ una scelta da fare in modo netto e da rinnovare continuamente, perché le tentazioni di ridurre tutto a denaro, piacere e potere sono incalzanti. Ci sono tante tentazioni per questo.

Mentre onorare questi idoli porta a risultati tangibili anche se fugaci, scegliere per Dio e per il suo Regno non sempre mostra immediatamente i suoi frutti. È una decisione che si prende nella speranza e che lascia a Dio la piena realizzazione. La speranza cristiana è tesa al compimento futuro della promessa di Dio e non si arresta di fronte ad alcuna difficoltà, perché è fondata sulla fedeltà di Dio, che mai viene meno. È fedele, è un padre fedele, è un amico fedele, è un alleato fedele.

La Vergine Maria ci aiuti ad affidarci all’amore e alla bontà del Padre celeste, a vivere in Lui e con Lui. Questo è il presupposto per superare i tormenti e le avversità della vita, e anche le persecuzioni, come ci dimostra la testimonianza di tanti nostri fratelli e sorelle.

Dopo l'Angelus:

Cari fratelli e sorelle,

rivolgo un cordiale saluto a tutti voi pellegrini di Roma, dell’Italia e di diversi Paesi.
...

Saluto il gruppo venuto in occasione della “Giornata delle malattie rare” – grazie, grazie a voi per tutto quello che fate – e auspico che i pazienti e le loro famiglie siano adeguatamente sostenuti nel non facile percorso, sia a livello medico che legislativo.

A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

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Capire la Quaresima: segni, parole e gesti di un tempo di conversione


Capire la Quaresima: 
segni, parole e gesti di un tempo di conversione

Che cos'è la Quaresima? Come si conteggia? Quali gesti si compiono? Alla scoperta del tempo forte che inzia con il Mercoledì delle Ceneri e che prepara alla Pasqua

Con il Mercoledì delle Ceneri inizia la Quaresima
Il 1° marzo, Mercoledì delle Ceneri, inizia la Quaresima. È il «tempo forte» che prepara alla Pasqua, culmine dell’Anno liturgico e della vita di ogni cristiano. Come dice san Paolo, è «il momento favorevole» per compiere «un cammino di vera conversione» così da «affrontare vittoriosamente con le armi della penitenza il combattimento contro lo spirito del male», si legge nell’orazione colletta all’inizio della Messa del Mercoledì delle Ceneri. Questo itinerario di quaranta giorni che conduce al Triduo pasquale, memoria della passione, morte e risurrezione del Signore, cuore del mistero di Salvezza, è un tempo di cambiamento interiore e di pentimento in cui «il cristiano è chiamato a tornare a Dio “con tutto il cuore” per non accontentarsi di una vita mediocre», ricorda papa Francesco nel Messaggio per la Quaresima 2017.

Il numero 40

Nella liturgia si parla di Quadragesima, cioè di un tempo di quaranta giorni. La Quaresima richiama alla mente i quaranta giorni di digiuno vissuti dal Signore nel deserto prima di intraprendere la sua missione pubblica. Si legge nel Vangelo di Matteo: «Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame».

Quaranta è il numero simbolico con cui l’Antico e il Nuovo testamento rappresentano i momenti salienti dell’esperienza della fede del popolo di Dio. È una cifra che esprime il tempo dell’attesa, della purificazione, del ritorno al Signore, della consapevolezza che Dio è fedele alle sue promesse. Nell’Antico Testamento sono quaranta i giorni del diluvio universale, quaranta i giorni passati da Mosè sul monte Sinai, quaranta gli anni in cui il popolo di Israele peregrina nel deserto prima di giungere alla Terra Promessa, quaranta i giorni di cammino del profeta Elia per giungere al monte Oreb, quaranta i giorni che Dio concede a Ninive per convertirsi dopo la predicazione di Giona.

Nei Vangeli sono anche quaranta i giorni durante i quali Gesù risorto istruisce i suoi, prima di ascendere al cielo e inviare lo Spirito Santo. Tornando alla Quaresima, essa è un «accompagnare Gesù che sale a Gerusalemme, luogo del compimento del suo mistero di passione, morte e risurrezione e ricorda che la vita cristiana è una “via” da percorrere, consistente non tanto in una legge da osservare, ma nella persona stessa di Cristo, da incontrare, da accogliere, da seguire», ha spiegato Benedetto XVI nel 2011.

Le ceneri
L'imposizione delle ceneri

Il Mercoledì delle Ceneri è giorno di digiuno e astinenza dalle carni (così come lo è il Venerdì Santo, mentre nei Venerdì di Quaresima si è invitati all’astensione dalle carni). Come ricorda uno dei prefazi di Quaresima, «con il digiuno quaresimale» è possibile vincere «le nostre passioni» ed elevare «lo spirito». Durante la celebrazione del Mercoledì delle Ceneri il sacerdote sparge un pizzico di cenere benedetta sul capo o sulla fronte. Secondo la consuetudine, la cenere viene ricavata bruciando i rami d’ulivo benedetti nella Domenica delle Palme dell’anno precedente. La cenere imposta sul capo è un segno che ricorda la nostra condizione di creature ed esorta alla penitenza.

Nel ricevere le ceneri l’invito alla conversione è espresso con una duplice formula: «Convertitevi e credete al Vangelo» oppure «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai». Il primo richiamo è alla conversione che significa cambiare direzione nel cammino della vita e andare controcorrente (dove la “corrente” è lo stile di vita superficiale, incoerente ed illusorio). La seconda formala rimanda agli inizi della storia umana, quando il Signore disse ad Adamo dopo la colpa delle origini: «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!» (Gen 3,19). La parola di Dio evoca la fragilità, anzi la morte, che ne è la forma estrema. Ma se l’uomo è polvere, è una polvere preziosa agli occhi del Signore perché Dio ha creato l’uomo destinandolo all’immortalità.

Il rito ambrosiano

A differenza del rito romano, in quello ambrosiano non c’è il rito del Mercoledì delle Ceneri dal momento che la Quaresima inizia lunedì 6 marzo. Comunque la tradizione ambrosiana ha sempre dato avvio al periodo quaresimale con la domenica che introduce la Quaresima, appunto, in capite quadragesimae. È quindi domenica 5 marzo che vengono imposte le ceneri durante le Messe festive della giornata. 

L'elemosina con il digiuno e la preghiera è al centro della Quaresima
I segni: digiuno, elemosina, preghiera

Il digiuno, l’elemosina e la preghiera sono i segni, o meglio le pratiche, della Quaresima. Il digiuno significa l’astinenza dal cibo, ma comprende altre forme di privazione per una vita più sobria.

Il digiuno è legato poi all’elemosina. San Leone Magno insegnava in uno dei suoi discorsi sulla Quaresima: «Quanto ciascun cristiano è tenuto a fare in ogni tempo, deve ora praticarlo con maggiore sollecitudine e devozione, perché si adempia la norma apostolica del digiuno quaresimale consistente nell'astinenza non solo dai cibi, ma anche e soprattutto dai peccati. A questi doverosi e santi digiuni, poi, nessuna opera si può associare più utilmente dell’elemosina, la quale sotto il nome unico di “misericordia” abbraccia molte opere buone ». Così il digiuno è reso santo dalle virtù che l’accompagnano, soprattutto dalla carità, da ogni gesto di generosità che dona ai poveri e ai bisognosi il frutto di una privazione. Non è un caso che nelle diocesi e nelle parrocchie vengano promosse le Quaresime di fraternità e carità per essere accanto agli ultimi. 

La Quaresima, inoltre, è un tempo privilegiato per la preghiera. Sant’Agostino dice che il digiuno e l’elemosina sono «le due ali della preghiera» che le permettono di prendere più facilmente il suo slancio e di giungere sino a Dio. E san Giovanni Crisostomo esorta: «Abbellisci la tua casa di modestia e umiltà con la pratica della preghiera. Così prepari per il Signore una degna dimora, così lo accogli in splendida reggia».

Il conteggio dei giorni

Già nel IV secolo vi è una Quaresima di 40 giorni computati a ritroso a partire dal Venerdì Santo fino alla prima domenica di Quaresima. Persa l’unità dell'originario triduo pasquale (nel VI secolo), la Quaresima risultò di 42 giorni, comprendendo il Venerdì e il Sabato Santo. Gregorio Magno trovò scorretto considerare come penitenziali anche le sei domeniche (compresa quella delle Palme). Pertanto per ottenere i 40 giorni (che senza le domeniche sarebbero diventati 36) anticipò, per il rito romano, l’inizio della Quaresima al mercoledì (che diventerà “delle Ceneri”). Attualmente la Quaresima termina con la Messa nella Cena del Signore del Giovedì Santo. Ma per ottenere il numero 40, escludendo le domeniche, bisogna, come al tempo di Gregorio Magno, conteggiare anche il Triduo pasquale.

Il Battesimo al centro della Quaresima
Quaresima e Battesimo

Da sempre la Chiesa associa la Veglia pasquale alla celebrazione del Battesimo: in esso si realizza quel grande mistero per cui l’uomo, morto al peccato, è reso partecipe della vita nuova in Cristo Risorto e riceve lo Spirito di Dio che ha risuscitato Gesù dai morti. Fin dai primi secoli di vita della Chiesa la Quaresima era il tempo in cui coloro che avevano udito e accolto l’annuncio di Cristo iniziavano, passo dopo passo, il loro cammino di fede per giungere a ricevere il Battesimo a Pasqua. Successivamente anche i penitenti e poi tutti i fedeli furono invitati a vivere questo itinerario di rinnovamento spirituale, per conformare sempre più la propria esistenza a Cristo. Nelle domeniche di Quaresima, in modo del tutto particolare in quest’Anno liturgico del ciclo A, si è invitati a vivere un itinerario battesimale, quasi a ripercorrere il cammino dei catecumeni, di coloro che si preparano a ricevere il Battesimo, in modo che l’esistenza di ciascuno recuperi gli impegni di questo Sacramento che è alla base della vita cristiana. 

Il viola è il colore dei paramenti del sacerdote durante la Quaresima
La liturgia

Come nell’Avvento, anche in Quaresima la liturgia propone alcuni segni che nella loro semplicità aiutano a comprendere meglio il significato di questo tempo. Come già accaduto nelle settimane che precedono il Natale, in Quaresima i paramenti liturgici del sacerdote mutano e diventano viola, colore che sollecita a un sincero cammino di conversione. Durante le celebrazioni, inoltre, non troviamo più i fiori ad ornare l’altare, non recitiamo il “Gloria” e non cantiamo l'“Alleluia”.

Duccio di Boninsegna, Tentazioni di Cristo
Le letture delle Messe domenicali

In questo Anno liturgico (ciclo A) la prima domenica di Quaresima è chiamata Domenica della tentazione, perché presenta le tentazioni di Gesù nel deserto (Mt 4,1-11). In questa Domenica la Chiesa celebra l’elezione di coloro che sono ammessi ai Sacramenti pasquali. La seconda domenica è detta di Abramo e della Trasfigurazione perché come Abramo, padre dei credenti, siamo invitati a partire e il Vangelo narra la trasfigurazione di Cristo, il Figlio amato (Mt 17,1-9). La terza domenica ci fa incontrare la Samaritana (Gv 4,5-42): Gesù, come dice alla Samaritana, ha un’acqua di vita che estingue ogni sete. La Chiesa in questa Domenica celebra il primo scrutinio dei catecumeni e durante la settimana consegna loro il Simbolo: la Professione della fede, il Credo. La quarta domenica fa riflettere sull’esperienza del «cieco nato» (Gv 9,1-41) per esortare a liberarci dalle tenebre del male e a ricevere la luce di Cristo per vivere da figli della luce. La quinta domenica presenta la risurrezione di Lazzaro (Gv 11,1-45) e ai catecumeni è consegnata l’orazione del Signore: il Padre nostro. Infine c’è la Domenica delle Palme in cui si fa memoria dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme e durante la quale viene letta la Passione di Cristo. 

“La Parola è un dono. L’altro è un dono” 
è il tema del Messaggio del Papa per la Quaresima 2017
Francesco: la Parola al centro

Ha per tema “La Parola è un dono. L’altro è un dono” il Messaggio di papa Francesco per la Quaresima 2017. Bergoglio sottolinea che «la Quaresima è il tempo favorevole per rinnovarsi nell’incontro con Cristo vivo nella sua Parola, nei Sacramenti e nel prossimo». E «lo Spirito Santo ci guidi a compiere un vero cammino di conversione, per riscoprire il dono della Parola di Dio, essere purificati dal peccato che ci acceca e servire Cristo presente nei fratelli bisognosi». Da qui l’invito «ad esprimere questo rinnovamento spirituale anche partecipando alle Campagne di Quaresima che molti organismi ecclesiali, in diverse parti del mondo, promuovono per far crescere la cultura dell’incontro nell'unica famiglia umana». Nel testo il Papa si sofferma sulla parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro. E spiega: «Lazzaro ci insegna che l’altro è un dono. Anche il povero alla porta del ricco non è un fastidioso ingombro, ma un appello a convertirsi e a cambiare vita». Quindi il Papa osserva riferendosi al ricco: «La sua vita è prigioniera dell’esteriorità, della dimensione più superficiale ed effimera dell’esistenza. Il gradino più basso di questo degrado morale è la superbia. Per l’uomo corrotto dall’amore per le ricchezze non esiste altro che il proprio io. Il frutto dell'attaccamento al denaro è dunque una sorta di cecità: il ricco non vede il povero affamato, piagato e prostrato nella sua umiliazione».

Papa Francesco mentre ricevere le ceneri
Gli impegni del Papa

Francesco presiederà la Messa del Mercoledì delle Ceneri il 1 marzo alle 17 nella Basilica di Santa Sabina a Roma, prima stazione quaresimale, dove è presente una forte salita – simbolo degli sforzi necessari alla conversione del cuore – che doveva percorrere, per raggiungerla, la processione che partiva dalla Basilica di Santa Anastasia. Domenica 5 marzo inizieranno ad Ariccia gli Esercizi spirituali per la Curia romana a cui parteciperà anche Francesco, che saranno predicati dal francescano Giulio Michelini e che si concluderanno venerdì 10. Venerdì 17 marzo è prevista una celebrazione penitenziale alle 17 in Vaticano. Domenica 9 aprile il Pontefice presiederà la Messa della Domenica delle Palme e della Passione del Signore alle 9.30 in piazza San Pietro.

(fonte: Avvenire)
Vedi anche il testo integrale del Messaggio del Papa per la Quaresima 2017: