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domenica 4 settembre 2016

"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 40/2015-2016 (C) di Santino Coppolino

'Un cuore che ascolta - lev shomea'
"Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere
giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)


Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo: 
Lc 14,25-33 



Passare per la porta stretta (13,24) è molto difficile, solo "poveri, storpi, zoppi e ciechi" (14,13), solo gli ultimi sono in grado di entrarci perché sono come Gesù, e per questo prediletti dal Padre. Adesso Gesù si rivolge ai discepoli dicendo loro di discernere bene se si trovano tra quelli, se anche essi hanno scelto l'ultimo posto (14,10), condizione necessaria per stare con Lui. Non si tratta di volontà o pretesa umana, non si tratta di uno sforzo stoico: solo ci viene chiesto di accogliere, mossi solo dall'amore per il Signore e per il suo Regno, il dono di Grazia che ci viene consegnato nella povertà e nell'umiltà. Se nella vita cristiana trascuriamo di vivere come Gesù: da poveri, umili e casti, diventiamo "sale insipido" (14,35), buono solo per essere gettato via. Consegnandoci a Gesù senza riserve, assumendo nella nostra esistenza il suo vissuto, "avremo la forza" (14,29.30) per  "sollevare la nostra croce",  il coraggio cioè di essere perseguitati nel suo Nome, di accettare ed affrontare la derisione e il disprezzo del mondo. Oggi la Chiesa è fortemente tentata di usare, sempre "a fin di bene", il potere, facendo quasi a gara con il mondo. Essa ricerca una visibilità vana, come non sapesse che la sua identità con il Signore Crocifisso è l'unica sua forza.  "Gesù ha scartato tutto questo come tentazione diabolica (4,1-12), e lasciarsi vincere dalle lusinghe del potere ritarda la venuta del Regno più di ogni altro male. Il discernimento evangelico - purtroppo - non è un genere che abbondi sul mercato; oggi certo non più di una volta". Se il desiderio di chi ama il mondo è la ricchezza, quello dei discepoli deve essere la povertà. Il Regno appartiene ai poveri, perché Gesù stesso si è fatto povero.


sabato 3 settembre 2016

"Si è discepoli di Gesù soltanto se si è capaci di amare " di p. Ermes Ronchi - XXIII Domenica Tempo Ordinario - anno C

Si è discepoli di Gesù soltanto se si è capaci di amare

Commento
XXIII Domenica Tempo Ordinario (Anno C)

Letture: Sapienza 9, 13-18; Salmo 89; Filèmone 9b-10. 12-17; Luca 14, 25-33


Una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo. 

Gesù, sempre spiazzante nelle sue proposte, indica tre condizioni per seguirlo. Radicali. 

La prima: Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Gesù punta tutto sull'amore. Lo fa con parole che sembrano cozzare contro la bellezza e la forza dei nostri affetti, la prima felicità di questa vita. Ma il verbo centrale su cui poggia la frase è: se uno non mi "ama di più". Allora non di una sottrazione si tratta, ma di una addizione. Gesù non sottrae amori, aggiunge un "di più". Il discepolo è colui che sulla luce dei suoi amori stende una luce più grande. E il risultato non è una sottrazione ma un potenziamento: Tu sai quanto è bello dare e ricevere amore, quanto contano gli affetti della famiglia, ebbene io posso offrirti qualcosa di ancora più bello. Gesù è la garanzia che i tuoi amori saranno più vivi e più luminosi, perché Lui possiede la chiave dell'arte di amare.

La seconda condizione: Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me. Non banalizziamo la croce, non immiseriamola a semplice immagine delle inevitabili difficoltà di ogni giorno, dei problemi della famiglia, della fatica o malattia da sopportare con pace. Nel Vangelo "croce" contiene il vertice e il riassunto della vicenda di Gesù: amore senza misura, disarmato amore, coraggioso amore, che non si arrende, non inganna e non tradisce.
La prima e la seconda condizione: amare di più e portare la croce, si illuminano a vicenda; portare la croce significa portare l'amore fino in fondo.

Gesù non ama le cose lasciate a metà, perché generano tristezza: se devi costruire una torre siediti prima e calcola bene se ne hai i mezzi. Vuole da noi risposte libere e mature, ponderate e intelligenti.
Ed elenca la terza condizione: chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo. La rinuncia che Gesù chiede non è un sacrificio, ma un atto di libertà: esci dall'ansia di possedere, dalla illusione che ti fa dire: "io ho, accumulo, e quindi sono e valgo". "Un uomo non vale mai per quanto possiede, o per il colore della sua pelle, ma per la qualità dei suoi sentimenti "(M. L. King). "Un uomo vale quanto vale il suo cuore" (Gandhi).
Non lasciarti risucchiare dalle cose: la tua vita non dipende dai tuoi beni. Lascia giù le cose e prendi su di te la qualità dei sentimenti. Impara non ad avere di più, ma ad amare bene.
Gesù non intende impossessarsi dell'uomo, ma liberarlo, regalandogli un'ala che lo sollevi verso più libertà, più amore, più consapevolezza. Allora nominare Cristo, parlare di vangelo equivale sempre a confortare il cuore della vita.


«Vi auguro che queste pagine facciano bene al vostro cuore come hanno fatto bene al mio» Papa Francesco Prefazione al libro "Amiamo chi non è amato. Testi inediti di Madre Teresa di Calcutta"


«Vi auguro che queste pagine facciano bene al vostro cuore come hanno fatto bene al mio». Papa Francesco termina con queste parole la Prefazione da lui appositamente scritta per il libro Amiamo chi non è amato. Testi inediti di Madre Teresa di Calcutta (Editrice Missionaria Italiana, 96 pagine, euro 9,50, già disponibile online e nelle librerie dal 29 luglio, info www.emi.it, tel. 051326027). Madre Teresa sarà proclamata santa dallo stesso Francesco il 4 settembre a Roma.

Nel volume, realizzato sotto la supervisione del Mother Teresa Center, sono pubblicati due interventi tenuti da Madre Teresa a Milano nell’ottobre 1973. Vengono riportati fedelmente i discorsi che la famosa suora dei poveri pronunciò ai giovani e alle religiose. Il libro presenta anche l’ampio e vivace scambio di domande e risposte tra Madre Teresa e l’uditorio a seguito di entrambe le conferenze della futura santa.

L’amore per i poveri e la libertà di mettersi al loro servizio, la pratica delle opere di misericordia, il primato della preghiera, la scelta di «amare chi non è amato»: i temi centrali della vicenda umana e cristiana di Madre Teresa sono presenti in queste pagine, ricche di spunti e suggestioni.

Nella sua Prefazione Papa Francesco indica cinque parole-chiave della personalità e dell’azione di Madre Teresa: preghiera, carità, misericordia operosa, famiglia e giovani. 

Guarda il video

Il testo integrale della prefazione scritta da Papa Francesco

C’e un’espressione di Madre Teresa, che qui non leggiamo, ma che vorrei facesse da sfondo alla mia riflessione: «Noi non siamo una Ong. Le Ong lavorano per un progetto; noi lavoriamo per Qualcuno». Perciò, anch’io ripeto spesso che la Chiesa non è una Ong, perche lavora per Cristo e per i poveri nei quali vive Cristo, ci tende la mano, invoca aiuto, chiede il nostro sguardo misericordioso, la nostra tenerezza. 
Rileggendo queste pagine ho pensato di raccogliere alcune riflessioni attorno a cinque parole.

Preghiera

La prima parola è preghiera. Madre Teresa ci invita instancabilmente ad attingere alla fonte dell’Amore, Gesù crocifisso e risorto, presente nel sacramento dell’Eucaristia, per poi avere la forza di soccorrerlo nei più poveri tra i poveri, con il cuore pieno di gioia. Madre Teresa iniziava la sua giornata partecipando alla Santa Messa e la chiudeva con l’adorazione a Gesù Sacramento, Amore infinito. Così, diventa possibile trasformare il lavoro in preghiera. Non dimentichiamo mai di avere un piccolo vangelo in tasca, di leggerne una pagina e di entrare anche noi nel racconto che leggiamo. Cerchiamo di entrare nei pensieri e nei sentimenti di Gesù, parliamo con Lui, chiediamo la grazia del Suo Spirito: così diventeremo uomini e donne che hanno il gusto della vita e sapremo donare uno sguardo rinnovato a chi incontriamo.

Carità

La seconda parola è carità. Significa farsi prossimi alle periferie degli uomini e delle donne che incontriamo ogni giorno, provare compassione per gli ultimi nel corpo e nello spirito — e provare compassione è possibile solo quando il bisogno e le ferite dell’altro vengono accolti nel mio cuore —, farsi testimoni della carezza di Dio per ogni ferita dell’umanità. Tutto ciò è possibile quando ciascuno di noi sta con il Signore Gesù, parla con Lui, si lascia abitare dal Suo Spirito. Così noi saremo capaci di offrire quanto le persone desiderano: la presenza e la vicinanza di Dio misericordia.

Misericordia

La terza è misericordia operosa. Potremmo anche dire opere di misericordia corporali e spirituali, cioè prendersi cura di tutto l’uomo e di ogni uomo. Nella Misericordiae vultus, bolla di indizione del Giubileo straordinario della Misericordia, scrivevo: «È mio vivo desiderio che il popolo cristiano rifletta durante il Giubileo sulle opere di misericordia corporale e spirituale. Sarà un modo per risvegliare la nostra coscienza spesso assopita davanti al dramma della povertà e per entrare sempre di più nel cuore del Vangelo, dove i poveri sono i privilegiati della misericordia divina. La predicazione di Gesù ci presenta queste opere di misericordia perché possiamo capire se viviamo o no come suoi discepoli. Riscopriamo le opere di misericordia corporale: dare da mangiare agli affamati, dare da bere agli assetati, vestire gli ignudi, accogliere i forestieri, assistere gli ammalati, visitare i carcerati, seppellire i morti. E non dimentichiamo le opere di misericordia spirituale: consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti». Madre Teresa ha fatto di questa pagina di Vangelo la guida della sua vita, la strada verso la santità, e potrebbe diventarlo anche per noi.

Famiglia

La quarta parola è famiglia. In essa spicca la figura e la presenza della mamma, e così ne parla in queste pagine Madre Teresa: «Le mamme sono il cuore della casa e sono loro che formano la famiglia, accettando, amando e prendendosi amorosa cura dei loro figli. (...) [Infatti] molte delle sofferenze dei giovani sono causate dalla vita familiare. (...) È la madre che fa della casa un nido d’amore. A volte essere madre può essere un’esperienza veramente ardua, può essere una croce; ma abbiamo con noi la Madonna, la migliore delle mamme, che sempre ci insegna a essere tenere con i nostri figli». Nella famiglia, infatti, impariamo da mamma e papà a sorriderci, a perdonarci, accoglierci, sacrificarci gli uni per gli altri, donare senza pretendere nulla in cambio, pregare e soffrire insieme, gioire e aiutarci reciprocamente. In nessun’altra situazione di vita è possibile vivere come e quanto si vive in una famiglia. E Madre Teresa, in una delle risposte durante gli incontri riportati in questo libro, ci dice: «Voi dovete diventare sempre di più la gioia e la consolazione di Dio, riportando la preghiera nelle vostre famiglie. La famiglia ha bisogno di amore, comunione e arduo lavoro. E questo sarà il dono più grande che potrete offrire alla Chiesa».

Gioventù

La quinta parola è giovani. «In modo particolare mi rivolgo a voi giovani! Dicono che l’Albania è il Paese più giovane dell’Europa e mi rivolgo a voi. Vi invito a costruire la vostra esistenza su Gesù Cristo, su Dio: chi costruisce su Dio costruisce sulla roccia, perché Lui è sempre fedele, anche se noi manchiamo di fedeltà (cfr. 2Tm 2,13)». Con queste parole all’Angelus a Tirana, durante la mia visita in Albania, il 21 settembre 2014, mi rivolgevo ai giovani di quella terra.

A tutti i giovani chiedo, ora, di non perdere la speranza, di non farsi rubare il futuro, che è nelle loro mani. Rimanete nel Signore e amatevi come Dio vi ama, siate costruttori di ponti per spezzare la logica della divisione, del rifiuto, della paura gli uni degli altri, mettetevi al servizio dei poveri, affrontate con coraggio la vita, che è dono di Dio. Volate alto, come l’aquila simbolo del paese di origine di Madre Teresa! Vi incoraggio a coinvolgere i vostri coetanei; a nutrirvi assiduamente della Parola di Dio aprendo i vostri cuori a Cristo, al Vangelo, all’incontro con Dio, al dialogo fra voi per offrire una testimonianza al mondo intero.

Vi benedico con affetto. Vi auguro che queste pagine facciano bene al vostro cuore come hanno fatto bene al mio, mentre invoco pace e misericordia nelle vostre case, nelle vostre famiglie, nella vostra vita. Pace e misericordia invochiamo da Dio, sul mondo intero, per intercessione di Madre Teresa.


"Mi piace una chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti". La chiesa italiana dopo il convegno di Firenze. di Matteo Maria Zuppi

"Mi piace una chiesa italiana inquieta, 
sempre più vicina agli abbandonati, 
ai dimenticati, agli imperfetti". 
La chiesa italiana dopo il convegno di Firenze. 

di Matteo Maria Zuppi,
arcivescovo di Bologna

Intervento in occasione del Meeting per l'amicizia fra i popoli 
- Rimini, 24 Agosto 2016


Anzitutto grazie per il tema di quest'anno, che aiuta tutti a trovare il tu ed a riconoscere il bene che è per me. Quindi ci fa trovare la gioia che si ha quando si scopre un bene! Senza il tu restiamo prigionieri dell'io, perché, come dice Bauman, la solitudine è la grande minaccia in questi tempi d'individualizzazione. E in fondo il relativismo ha la sua religione pratica in quella che De Rita chiama l'egolatria, così pervasiva, che ci fa credere finalmente padroni di noi stessi, che rende prigionieri del materialismo, che deforma l'individuo riducendolo a isola, cancellando la dimensione trascendente. E non si capisce la terra senza guardare al cielo. Se nel recente passato abbiamo vissuto la tentazione di un io che doveva annullarsi in un noi totalizzante (e certi rigurgiti di nazionalismo o etnicismo rivelano un inquietante potere di attrazione e di annullamento della persona in cambio di una qualsiasi identità che dia sicurezza), oggi siamo tanto prigionieri di un io che diffida del noi, che cerca se stesso nel benessere individuale, che si accontenta di un noi virtuale e s'infastidisce quando si deve misurare con la concretezza dell'altro. Solo nella relazione l'io trova se stesso; solo specchiandosi in un tu l'io trova la sua vera immagine. Dio è il primo e ultimo Tu. Sì, davvero "tu sei il mio bene".  
...
Per cercare il bene comune dobbiamo confrontarci con il mondo così com'è, chiamando le cose con il proprio nome. La Chiesa ha una grande responsabilità (penso al nostro paese e alle tante domande che esigono una risposta e ci sfidano a trovarla!) e deve in modo creativo esercitare il suo ruolo per aiutare la ricostruzione del nostro paese. Non è un optional o un interesse per addetti ai lavori: è l'orizzonte nel quale pensare le nostre comunità, orizzonte a volte drammatico soprattutto per chi viene dopo di noi, perché le opportunità non ci sono all'infinito e il tempo passa e come cantava qualcuno il tempo perduto non si ritrova mai. Abbiamo bisogno di una misericordia che Madelein Delbrel definiva "rivoluzionaria". Diceva, negli anni della ricostruzione dopo la tragedia della seconda guerra mondiale, che "è necessario fare in modo che i cristiani non si lascino modellare da un ideale di misericordia al ribasso. Parlo di quei cristiani che sono medici o sono infermiere oppure operatrice sociali. E' necessario che non si accontentino solo di un lavoro corretto che permetta loro di essere inseriti nelle categorie delle persone oneste e competenti. E' necessario ritrovare il volto di Cristo in tutta la sua intensità. E' necessario creare una misericordia rivoluzionaria all'interno di questa misericordia del giusto mezzo, da burocrati. Vale a dire che dal momento che si è cristiani non occorre aspettare di essere andato a Lourdes in pellegrinaggio nazionale per accorgersi che ci sono degli infermi, dei moribondi, degli esseri deformi; non occorre aspettare le inchieste sensazionali di qualche quotidiano per pensare che ci sta oggi una marea di sofferenza. Appena queste cose sono state comprese, poi, occorre sentire che abbiamo un cuore fatto per provare compassione, delle mani fatte per curare, delle gambe fatte per andare verso tutto ciò che soffre. Il mondo si contorce in mezzo a dolori quasi infiniti. Spetta alla chiesa prendersene cura. La chiesa è come una madre ansiosa alla porta di un ospedale in cui degli estranei curano i suoi figli. Da noi aspetta di potersi sedere accanto a tutti quei luoghi di dolore". Sono parole che faccio interamente mie, con due considerazioni. Delbrel ha fiducia nei cristiani, come Papa Francesco, che proprio nel Convegno nazionale di Firenze ricordava a tutti che abbiamo noi la metà della moneta con cui possiamo riconoscere il povero che è nostro figlio e che vogliamo riprendere con noi. Perché il povero ci appartiene, è figlio di questa madre che è la chiesa e che siamo noi! E una madre non si da pace finché non ha trovato il suo figlio! Gli uomini nemmeno guardando le immagini di qualche quotidiano sembrano accorgersi dei dolori infiniti e scegliere di fare qualcosa! Noi non possiamo essere così! Pensate ad Alan il bambino siriano di tre anni e adesso a Omran. Le loro foto sono un'icona, che ci comunicano tutto il dolore ingiusto dei bambini e dell'intero paese, martiri innocenti di oggi. Sono immagini che hanno penetrato i nostri muri di protezione e distanza, ma sempre per poco tempo. La vicenda della Siria, di Aleppo, dei suoi cristiani e della convivenza, ci ammoniscono e ci sfidano ad essere più svegli, più forti, più determinati, più uniti, per avere una misericordia davvero rivoluzionaria, che cambia le cose, che lasci un'impronta (cfr Papa Francesco ai giovani a Cracovia) nella storia, liberandosi dal soggettivismo di un mondo narcisista, televisivo, sonnambulo, da "divano" ed entrare nella vita vera. Questa è misericordia! La seconda osservazione è che il cristiano affronta il male e le sue cause, le chiama per nome. Ad esempio non scappa dalla guerra, anzi dalle tante guerre, a pezzi, che possono fare illudere siano meno preoccupanti e che l'intelligenza di Papa Francesco ci aiuta a comprendere come ognuna sia in realtà mondiale. Ci sono tante macerie, conseguenze di una crisi terribile che ha ridotto molti alla povertà e i più poveri alla disperazione. Ecco, quando diciamo "tu sei il mio bene" vogliamo cercare il bene comune per un mondo pieno di sofferenze e per un'Europa, che deve ritrovare il sogno di "un nuovo umanesimo europeo, cui servono "memoria, coraggio, sana e umana utopia per tornare ad essere ancora madre, che si prende cura del bambino, che soccorre come suo fratello il povero e chi arriva in cerca di accoglienza perché non ha più nulla e chiede riparo". (Discorso in occasione del Premio Carlo Magno). Siamo in una svolta epocale e non possiamo porci con le misure modeste di sempre, con il fastidio della vita ordinaria che si sente come importunata o con prospettive mediocri! Dire "Tu sei il mio bene" ci richiede, e ci aiuta a trovare, sentimenti grandi, come quando siamo chiamati a difendere la vita, nei passaggi decisivi della nostra esistenza, di fronte alle grandi sfide. E forse questa prospettiva può liberare da una delle malattie frutto di una chiesa che si chiude: quella dell'incapacità a parlarsi, di giudicare tutto e tutti con obsolete, ma resistentissime, geografie, comprese quelle di politica ecclesiastica.
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Terremotati e richiedenti asilo, la bandiera di tutti noi di Danilo Paolini - Qui ci facciamo fratelli di Ernesto Oliviero -

Terremotati e richiedenti asilo, 
la bandiera di tutti noi

di Danilo Paolini

Prima «noi», poi «loro». Non è mica colpa «nostra», è colpa «loro». «Noi» non siamo razzisti. Anzi, «noi» siamo fin troppo buoni e «loro» se ne approfittano. E adesso? Adesso è venuto giù un pezzo d’Italia, la falce implacabile del terremoto ha mietuto le sue vittime senza chiedere il passaporto o il permesso di soggiorno. Adesso gli sfollati siamo noi. Tutti noi, cioè con «noi» anche «loro». E conta poco, anzi niente, che perfino in queste ore di lutto ci sia chi gioca a «noi» e «loro»: mettiamoci «loro» nelle tende», «noi» andiamo nelle strutture dove sono ospitati; prendiamo per «noi» i fondi stanziati per «loro»… Ma siamo uguali, ugualmente fragili. Lo saremmo sotto le bombe e i colpi di mortaio che martirizzano Aleppo, lo siamo sotto le macerie di Amatrice, Accumoli, Arquata. Esseri umani. Carne, sangue, anime. Non c’è differenza tra il Medio Oriente e il Lazio o le Marche, quando si muore innocenti. Quando a 8 mesi o a 10 anni si saluta la vita senza ancora averla assaggiata. Quando paghi il prezzo di un figlio o di un genitore alla vacanza "del cuore" nel paesino della nonna, dove vai pochi giorni all’anno. Il paese che in estate vede triplicare la sua popolazione. Se il terremoto avesse bussato a ottobre avrebbe inghiottito meno vite, pensi. E capisci che non servono i carri armati. Basta uno scrollone di 142 infiniti secondi.

Non deve essere poi tanto diverso lo stato d’animo di chi sopravvive ma resta senza casa. Il terremoto, come la guerra, può trasformarti in un richiedente asilo. Cambia poco se la tenda è montata nel campo sportivo dove fino a ieri giocavi a pallone con gli amici. L’angoscia e la paura non si misurano in metri e nemmeno in miglia marine.

Una delle foto simbolo di questo sisma è quella di un ragazzo salvato, strappato alle macerie e coperto con il Tricolore. I suoi tratti sono esotici, dicono che sia peruviano. «Il ragazzo sentiva freddo, era sotto choc. Gli ho dato un bacio sulla guancia e gli ho detto: "Dai è finita". Piangeva. "C’è mia mamma sotto", diceva. Ho trovato delle bandiere italiane in una piazza e le ho messe sul petto al ragazzo, per coprirlo», ha raccontato uno dei soccorritori.

Chissà, forse le bandiere erano ancora appese a qualche balcone per via dei recenti campionati europei di calcio. Si dice che a noi italiani il Tricolore piaccia soprattutto allo stadio, poi quando è il momento di onorarlo ci tiriamo indietro. Non è del tutto vero, per fortuna. Lo sapevamo già ma lo dimostra una volta di più proprio quel soccorritore, che la bandiera nazionale l’ha onorata eccome. Dando salvezza e riparo a uno straniero, un essere umano, un fratello. Lo dimostrano quei soccorritori, tutti.

Volontari o in uniforme, che da due giorni e due notti non si fermano, scavano, sorreggono, nutrono, confortano, semplicemente ascoltano. Perché essere italiani significa, innanzi tutto, amare l’Italia. Se sei nato qui e sghignazzi al telefono nella notte buia di un altro terremoto, fregandoti le mani al pensiero dei lauti guadagni che potrai fare con la ricostruzione, sei davvero italiano? Se, Dio non voglia, avessi risparmiato in materiali e in tecniche di sicurezza per ristrutturare qualche edificio pubblico che mercoledì non ha resistito all’urto della terra, sei italiano? Per l’anagrafe, solo per l’anagrafe. Per l’anagrafe non lo sono, invece, i venti richiedenti asilo provenienti dal Nord Africa che sono partiti da Monteprandone (Ascoli Piceno) per dare il loro contributo nei paesi delle Marche colpiti dal sisma. Non lo sono gli ospiti dello Sprar di Roccella Ionica, che hanno deciso di devolvere il loro pocket money (sì, i 2 euro e mezzo al giorno che tanto indignano i demagoghi di casa nostra) ai terremotati. E non sono italiani nemmeno i migranti alloggiati a Taranto, che si sono messi a disposizione per portare soccorsi nel cuore lacerato della nostra patria. «Nostra» e un po’ anche «loro», perché in questo modo dimostrano di amarla. O, come minimo, di essere umani. Che di questi tempi è tantissimo. Perché l’umanità le bandiere non le brandisce, le usa per salvare.


Qui ci facciamo fratelli

di Ernesto Oliviero



Una nuova tragedia a casa nostra. Un grande desiderio: che nessuno si freghi le mani pensando 'qui ci facciamo i soldi'. Vorrei, e non sono un sognatore, che il dolore ci insegni rapporti più giusti fra noi, che le case crollate vengano riedificate secondo le più severe norme di sicurezza, investendo tutte le risorse necessarie. Vorrei che dal dolore straziante di chi ha visto vita, casa e sogni in polvere possa nascere un’Italia più pulita e più onesta, dove l’altro è mio fratello e non uno da imbrogliare, uno da amare come vorrei essere amato io. Vorrei che questo dramma contribuisse a un mondo nuovo dove i bambini crescano per scoprire la bellezza della vita. Vorrei che questo orrore dilatasse la nostra umanità al mondo intero in cui l’altro sono io, il suo dolore è il mio dolore. Non sono un sognatore né un illuso: vivere da fratelli è la realtà dell’umanità, il destino vero di ciascuno di noi. E’ la nostra avidità che ci maschera questa realtà. Smettiamo di farla sempre vincere. Smettiamo di lasciarci sempre spegnere.
(Fonte: Avvenire)


venerdì 2 settembre 2016

I sogni di Martini e i progetti di Francesco

Due Sinodi sul ministero ordinato? 
Il terzo sogno di Martini e il terzo sinodo di Francesco 
di Andrea Grillo

Nell’ottobre del 1999, C. M. Martini pronunciava nel Sinodo dei vescovi dedicato all’Europa un famoso discorso, nel quale presentava alcuni “sogni” che lo avevano visitato. In particolare il terzo sogno era di un sorprendente profezia:

“Un terzo sogno è che il ritorno festoso dei discepoli di Emmaus a Gerusalemme per incontrare gli apostoli divenga stimolo per ripetere ogni tanto, nel corso del secolo che si apre, un’esperienza di confronto universale tra i vescovi, che valga a sciogliere qualcuno di quei nodi disciplinari e dottrinali che forse sono stati evocati poco in questi giorni, ma che riappaiono periodicamente come punti caldi sul cammino delle Chiese europee e non solo europee. Penso in generale agli approfondimenti e agli sviluppi dell’ecclesiologia di comunione del Vaticano II. Penso alla carenza in qualche luogo già drammatica di ministri ordinati e alla crescente difficoltà per un vescovo di provvedere alla cura d’anime nel suo territorio con sufficiente numero di ministri del Vangelo e dell’Eucaristia. Penso ad alcuni temi riguardanti la posizione della donna nella società e nella Chiesa, la partecipazione dei laici ad alcune responsabilità ministeriali, la sessualità, la disciplina del matrimonio, la prassi penitenziale, i rapporti con le Chiese sorelle dell’Ortodossia e più in generale il bisogno di ravvivare la speranza ecumenica, penso al rapporto tra democrazie e valori e tra leggi civili e legge morale.”

Nei progetti di papa Francesco possiamo scorgere una sorta di provvidenziale “attuazione” di questo sogno. In vista del Sinodo Ordinario del 2018 si potrebbe ipotizzare – o sognare – un cammino simile a quello realizzato sul tema della “famiglia”: far precedere al Sinodo ordinario del 2018, un Sinodo straordinario nel 2017. La cui preparazione dovrebbe iniziare in autunno 2016. Dunque tra pochissimo.

Il tema – sulla base di quanto è emerso in questi anni nel dibattito ecclesiale – potrebbe essere il “ministero ordinato nella Chiesa”.

In particolare potrebbe riguardare:

a) L’esercizio collegiale dell’Episcopato e la restituzione al Vescovo della piena autorità sulla liturgia diocesana.

b) La formazione dei presbiteri (con il ripensamento della forma tridentina del seminario) e la possibilità di ordinazione di uomini sposati

c) La teologia del diaconato e la possibilità di un diaconato femminile

Accanto a questi temi emergenti, e sulla scorta della esperienza del Sinodo sulla famiglia, dovrebbero essere considerate anche due modalità procedurali:

- anche per un sinodo sul “ministero ordinato” sarebbe assai raccomandabile procedere “dal basso”; consultando la base e formulando un questionario per ogni Sinodo, con il quale richiedere opinioni qualificate alle comunità ecclesiali. Nella formulazione delle domande sarebbe assai utile che si evitassero “false domande”;

- sarebbe molto opportuno pensare alla ripresa di una “felice esperienza conciliare”, che affiancò ad ogni Vescovo un “esperto”. Un vistoso deficit teologico è emerso con grande evidenza nel percorso sinodale più recente. Se ogni Vescovo avesse con sé un esperto – come accadeva al Vaticano II – questo potrebbe aiutare la mediazione, la formulazione, la ideazione e l’esercizio stesso della autorità.

I sogni di Martini e i progetti di Francesco: in questa corrispondenza, a distanza di meno di 20 anni, proviamo a recuperare il terreno perduto.


«Gesù ci libera e ci fa mettere in piedi» Papa Francesco Udienza 31/08/2016 (foto, testo e video)

 31 agosto 2016 

Gesù salva gli scartati della società, li libera e gli ridona la dignità. E’ quanto affermato da Papa Francesco nell’udienza generale in Piazza San Pietro, la cui catechesi è stata tutta incentrata sull’incontro tra Gesù e l’emorroissa. Il Pontefice ha dunque sottolineato che, anche nella Chiesa, bisogna stare attenti a promuovere visioni della femminilità “inficiati da pregiudizi”. Salutando i pellegrini, il Papa ha rivolto un pensiero speciale ai cristiani del Medio Oriente.





La misericordia offre dignità (cfr Mt 9,20-22)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Vangelo che abbiamo ascoltato ci presenta una figura che spicca per la sua fede e il suo coraggio. Si tratta della donna che Gesù ha guarito dalle sue perdite di sangue (cfr Mt 9,20-22). Passando in mezzo alla folla, si avvicina alle spalle di Gesù per toccare il lembo del suo mantello. «Diceva infatti tra sé: Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello sarò salvata» (v. 21). Quanta fede! Quanta fede aveva questa donna! Ragiona così perché è animata da tanta fede e tanta speranza e, con un tocco di furbizia, realizza quanto ha nel cuore. Il desiderio di essere salvata da Gesù è tale da farla andare oltre le prescrizioni stabilite dalla legge di Mosè. Questa povera donna infatti da molti anni non è semplicemente malata, ma è ritenuta impura perché affetta da emorragie (cfr Lv 15,19-30). E’ perciò esclusa dalle liturgie, dalla vita coniugale, dai normali rapporti con il prossimo. L’evangelista Marco aggiunge che aveva consultato molti medici, dando fondo ai suoi mezzi per pagarli e sopportando cure dolorose, ma era solo peggiorata. Era una donna scartata dalla società. E’ importante considerare questa condizione – di scartata – per capire il suo stato d’animo: lei sente che Gesù può liberarla dalla malattia e dallo stato di emarginazione e di indegnità in cui da anni si trova. In una parola: sa, sente che Gesù può salvarla.

Questo caso fa riflettere su come la donna sia spesso percepita e rappresentata. Tutti siamo messi in guardia, anche le comunità cristiane, da visioni della femminilità inficiate da pregiudizi e sospetti lesivi della sua intangibile dignità. In tal senso sono proprio i Vangeli a ripristinare la verità e a ricondurre ad un punto di vista liberatorio. Gesù ha ammirato la fede di questa donna che tutti evitavano e ha trasformato la sua speranza in salvezza. Non sappiamo il suo nome, ma le poche righe con cui i Vangeli descrivono il suo incontro con Gesù delineano un itinerario di fede capace di ristabilire la verità e la grandezza della dignità di ogni persona. Nell’incontro con Cristo si apre per tutti, uomini e donne di ogni luogo e di ogni tempo, la via della liberazione e della salvezza.

Il Vangelo di Matteo dice che quando la donna toccò il mantello di Gesù, Egli «si voltò» e «la vide» (v. 22), e quindi le rivolse la parola. Come dicevamo, a causa del suo stato di esclusione, la donna ha agito di nascosto, alle spalle di Gesù, era un po’ timorosa, per non essere vista, perché era una scartata. Gesù invece la vede e il suo sguardo non è di rimprovero, non dice: “Vattene via, tu sei una scartata!”, come se dicesse: “Tu sei una lebbrosa, vattene via!”. No, non rimprovera, ma lo sguardo di Gesù è di misericordia e tenerezza. Egli sa che cosa è avvenuto e cerca l’incontro personale con lei, quello che in fondo la donna stessa desiderava. Questo significa che Gesù non solo la accoglie, ma la ritiene degna di tale incontro al punto di farle dono della sua parola e della sua attenzione.

Nella parte centrale del racconto il termine salvezza è ripetuto tre volte. «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò salvata. Gesù si voltò, la vide e disse: “Coraggio, figlia, la tua fede ti ha salvata!”. E da quell’istante la donna fu salvata» (vv. 21-22). Questo «coraggio, figlia» esprime tutta la misericordia di Dio per quella persona. E per ogni persona scartata. Quante volte ci sentiamo interiormente scartati per i nostri peccati, ne abbiamo fatte tante, ne abbiamo fatte tante… E il Signore ci dice: “Coraggio! Vieni! Per me tu non sei uno scartato, una scartata. Coraggio, figlia. Tu sei un figlio, una figlia”. E questo è il momento della grazia, è il momento del perdono, è il momento dell’inclusione nella vita di Gesù, nella vita della Chiesa. E' il momento della misericordia. Oggi, a tutti noi, peccatori, che siamo grandi peccatori o piccoli peccatori, ma tutti lo siamo, a tutti noi il Signore dice: “Coraggio, vieni! Noi sei più scartato, non sei più scartata: io ti perdono, io ti abbraccio”. Così è la misericordia di Dio. Dobbiamo avere coraggio e andare da Lui, chiedere perdono per i nostri peccati e andare avanti. Con coraggio, come ha fatto questa donna. Poi, la “salvezza” assume molteplici connotati: anzitutto restituisce alla donna la salute; poi la libera dalle discriminazioni sociali e religiose; inoltre, realizza la speranza che lei portava nel cuore annullando le sue paure e il suo sconforto; infine, la restituisce alla comunità liberandola dalla necessità di agire di nascosto. E quest’ultima cosa è importante: una persona scartata agisce sempre di nascosto, qualche volta o tutta la vita: pensiamo ai lebbrosi di quei tempi, ai senzatetto di oggi…; pensiamo ai peccatori, a noi peccatori: facciamo sempre qualcosa di nascosto, abbiamo la necessità di fare qualcosa di nascosto, perché ci vergogniamo di quello che siamo... E lui ci libera da questo, Gesù ci libera e ci fa mettere in piedi: “Alzati, vieni, in piedi!”. Come Dio ci ha creati: Dio ci ha creati in piedi, non umiliati. In piedi. Quella che Gesù dona è una salvezza totale, che reintegra la vita della donna nella sfera dell’amore di Dio e, al tempo stesso, la ristabilisce nella sua piena dignità.

Insomma, non è il mantello che la donna ha toccato a darle la salvezza, ma la parola di Gesù, accolta nella fede, capace di consolarla, guarirla e ristabilirla nella relazione con Dio e con il suo popolo. Gesù è l’unica fonte di benedizione da cui scaturisce la salvezza per tutti gli uomini, e la fede è la disposizione fondamentale per accoglierla. Gesù, ancora una volta, con il suo comportamento pieno di misericordia, indica alla Chiesa il percorso da compiere per andare incontro ad ogni persona, perché ognuno possa essere guarito nel corpo e nello spirito e recuperare la dignità di figli di Dio. Grazie.

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Saluti:

...
Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.
...
Un particolare saluto rivolgo ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. L’eroico martirio di San Giovanni Battista, che abbiamo ricordato lunedì, solleciti voi, cari giovani, a progettare il vostro futuro senza compromessi con il Vangelo; aiuti voi, cari ammalati, ad essere coraggiosi, trovando in Cristo crocifisso serenità e conforto; conduca voi, cari sposi novelli, a un amore profondo verso Dio e tra di voi, per sperimentare ogni giorno la consolante gioia che scaturisce dal dono reciproco di sé.

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GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA PER LA CURA DEL CREATO - PAPA FRANCESCO: Ascoltare il grido della Terra, ascoltare il grido dei poveri... e diamo spazio alla fantasia della carità... ottava opera di misericordia "cura della casa comune"


1° SETTEMBRE
GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA 
PER LA CURA DEL CREATO


Ascoltare il grido della Terra, ascoltare il grido dei poveri. E’ quanto afferma Papa Francesco nel Messaggio per l’odierna Giornata mondiale di preghiera, di carattere ecumenico, per la cura del Creato, istituita dal Pontefice il 10 agosto del 2015. Il Papa sottolinea che è necessaria una conversione ecologica che parta dal riconoscimento dei nostri peccati contro il Creato, quindi propone una “nuova opera di misericordia”: la “cura della casa comune”.


Questa mattina alle ore 11.30 , si è tenuta nella Sala Stampa della Santa Sede una Conferenza Stampa per illustrare il Messaggio del Santo Padre Francesco “Usiamo misericordia verso la nostra casa comune”, per la Celebrazione della Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato.
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MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ
PAPA FRANCESCO 
PER LA CELEBRAZIONE DELLA
GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA PER LA CURA DEL CREATO
1 SETTEMBRE 2016

Usiamo misericordia verso la nostra casa comune 


In unione con i fratelli e le sorelle ortodossi, e con l’adesione di altre Chiese e Comunità cristiane, la Chiesa Cattolica celebra oggi l’annuale “Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato”. La ricorrenza intende offrire «ai singoli credenti ed alle comunità la preziosa opportunità di rinnovare la personale adesione alla propria vocazione di custodi del creato, elevando a Dio il ringraziamento per l’opera meravigliosa che Egli ha affidato alla nostra cura, invocando il suo aiuto per la protezione del creato e la sua misericordia per i peccati commessi contro il mondo in cui viviamo».[1]

È molto incoraggiante che la preoccupazione per il futuro del nostro pianeta sia condivisa dalle Chiese e dalle Comunità cristiane insieme ad altre religioni. Infatti, negli ultimi anni, molte iniziative sono state intraprese da autorità religiose e organizzazioni per sensibilizzare maggiormente l’opinione pubblica circa i pericoli dello sfruttamento irresponsabile del pianeta. Vorrei qui menzionare il Patriarca Bartolomeo e il suo predecessore Dimitrios, che per molti anni si sono pronunciati costantemente contro il peccato di procurare danni al creato, attirando l’attenzione sulla crisi morale e spirituale che sta alla base dei problemi ambientali e del degrado. Rispondendo alla crescente attenzione per l’integrità del creato, la Terza Assemblea Ecumenica Europea (Sibiu, 2007) proponeva di celebrare un “Tempo per il Creato” della durata di cinque settimane tra il 1° settembre (memoria ortodossa della divina creazione) e il 4 ottobre (memoria di Francesco di Assisi nella Chiesa Cattolica e in alcune altre tradizioni occidentali). Da quel momento tale iniziativa, con l’appoggio del Consiglio Mondiale delle Chiese, ha ispirato molte attività ecumeniche in diverse parti del mondo. Dev’essere pure motivo di gioia il fatto che in tutto il mondo iniziative simili, che promuovono la giustizia ambientale, la sollecitudine verso i poveri e l’impegno responsabile nei confronti della società, stanno facendo incontrare persone, soprattutto giovani, di diversi contesti religiosi. Cristiani e non, persone di fede e di buona volontà, dobbiamo essere uniti nel dimostrare misericordia verso la nostra casa comune – la terra – e valorizzare pienamente il mondo in cui viviamo come luogo di condivisione e di comunione.

1. La terra grida...

Con questo Messaggio, rinnovo il dialogo con ogni persona che abita questo pianeta riguardo alle sofferenze che affliggono i poveri e la devastazione dell’ambiente. Dio ci ha fatto dono di un giardino rigoglioso, ma lo stiamo trasformando in una distesa inquinata di «macerie, deserti e sporcizia» (Enc. Laudato si’, 161). Non possiamo arrenderci o essere indifferenti alla perdita della biodiversità e alla distruzione degli ecosistemi, spesso provocate dai nostri comportamenti irresponsabili ed egoistici. «Per causa nostra, migliaia di specie non daranno gloria a Dio con la loro esistenza né potranno comunicarci il proprio messaggio. Non ne abbiamo il diritto» (ibid., 33).

Il pianeta continua a riscaldarsi, in parte a causa dell’attività umana: il 2015 è stato l’anno più caldo mai registrato e probabilmente il 2016 lo sarà ancora di più. Questo provoca siccità, inondazioni, incendi ed eventi meteorologici estremi sempre più gravi. I cambiamenti climatici contribuiscono anche alla straziante crisi dei migranti forzati. I poveri del mondo, che pure sono i meno responsabili dei cambiamenti climatici, sono i più vulnerabili e già ne subiscono gli effetti.

Come l’ecologia integrale mette in evidenza, gli esseri umani sono profondamente legati gli uni agli altri e al creato nella sua interezza. Quando maltrattiamo la natura, maltrattiamo anche gli esseri umani. Allo stesso tempo, ogni creatura ha il proprio valore intrinseco che deve essere rispettato. Ascoltiamo «tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri» (ibid., 49), e cerchiamo di comprendere attentamente come poter assicurare una risposta adeguata e tempestiva.

2. …perché abbiamo peccato

Dio ci ha donato la terra per coltivarla e custodirla (cfr Gen 2,15) con rispetto ed equilibrio. Coltivarla “troppo” – cioè sfruttandola in maniera miope ed egoistica –, e custodirla poco è peccato.

Con coraggio il caro Patriarca Ecumenico Bartolomeo ha ripetutamente e profeticamente messo in luce i nostri peccati contro il creato: «Che gli esseri umani distruggano la diversità biologica nella creazione di Dio; che gli esseri umani compromettano l’integrità della terra e contribuiscano al cambiamento climatico, spogliando la terra delle sue foreste naturali o distruggendo le sue zone umide; che gli esseri umani inquinino le acque, il suolo, l’aria: tutti questi sono peccati». Infatti, «un crimine contro la natura è un crimine contro noi stessi e un peccato contro Dio».[2]

Di fronte a quello che sta accadendo alla nostra casa, possa il Giubileo della Misericordia richiamare i fedeli cristiani «a una profonda conversione interiore» (Enc. Laudato si’, 217), sostenuta in modo particolare dal sacramento della Penitenza. In questo Anno Giubilare, impariamo a cercare la misericordia di Dio per i peccati contro il creato che finora non abbiamo saputo riconoscere e confessare; e impegniamoci a compiere passi concreti sulla strada della conversione ecologica, che richiede una chiara presa di coscienza della nostra responsabilità nei confronti di noi stessi, del prossimo, del creato e del Creatore (cfr ibid., 10; 229).

3. Esame di coscienza e pentimento

Il primo passo in tale cammino è sempre un esame di coscienza, che «implica gratitudine e gratuità, vale a dire un riconoscimento del mondo come dono ricevuto dall’amore del Padre, che provoca come conseguenza disposizioni gratuite di rinuncia e gesti generosi […]. Implica pure l’amorevole consapevolezza di non essere separati dalle altre creature, ma di formare con gli altri esseri dell’universo una stupenda comunione universale. Per il credente, il mondo non si contempla dal di fuori ma dal di dentro, riconoscendo i legami con i quali il Padre ci ha unito a tutti gli esseri» (ibid., 220).

A questo Padre pieno di misericordia e di bontà, che attende il ritorno di ognuno dei suoi figli, possiamo rivolgerci riconoscendo i nostri peccati verso il creato, i poveri e le future generazioni. «Nella misura in cui tutti noi causiamo piccoli danni ecologici», siamo chiamati a riconoscere «il nostro apporto, piccolo o grande, allo stravolgimento e alla distruzione dell’ambiente».[3] Questo è il primo passo sulla via della conversione.

Nel 2000, anch’esso un Anno Giubilare, il mio predecessore san Giovanni Paolo II ha invitato i cattolici a fare ammenda per l’intolleranza religiosa passata e presente, così come per le ingiustizie commesse verso gli ebrei, le donne, i popoli indigeni, gli immigrati, i poveri e i nascituri. In questo Giubileo Straordinario della Misericordia invito ciascuno a fare altrettanto. Come singoli, ormai assuefatti a stili di vita indotti sia da una malintesa cultura del benessere sia da un «desiderio disordinato di consumare più di quello di cui realmente si ha bisogno» (ibid., 123), e come partecipi di un sistema «che ha imposto la logica del profitto ad ogni costo, senza pensare all’esclusione sociale o alla distruzione della natura»,[4] pentiamoci del male che stiamo facendo alla nostra casa comune.

Dopo un serio esame di coscienza e abitati da tale pentimento, possiamo confessare i nostri peccati contro il Creatore, contro il creato, contro i nostri fratelli e le nostre sorelle. «Il Catechismo della Chiesa Cattolica ci fa vedere il confessionale come un luogo in cui la verità ci rende liberi per un incontro».[5] Sappiamo che «Dio è più grande del nostro peccato»,[6] di tutti i peccati, compresi quelli contro la creazione. Li confessiamo perché siamo pentiti e vogliamo cambiare. E la grazia misericordiosa di Dio che riceviamo nel Sacramento ci aiuterà a farlo.

4. Cambiare rotta

L’esame di coscienza, il pentimento e la confessione al Padre ricco di misericordia conducono a un fermo proposito di cambiare vita. E questo deve tradursi in atteggiamenti e comportamenti concreti più rispettosi del creato, come ad esempio fare un uso oculato della plastica e della carta, non sprecare acqua, cibo ed energia elettrica, differenziare i rifiuti, trattare con cura gli altri esseri viventi, utilizzare il trasporto pubblico e condividere un medesimo veicolo tra più persone, e così via (cfr Enc. Laudato si’, 211). Non dobbiamo credere che questi sforzi siano troppo piccoli per migliorare il mondo. Tali azioni «provocano in seno a questa terra un bene che tende sempre a diffondersi, a volte invisibilmente» (ibid., 212) e incoraggiano «uno stile di vita profetico e contemplativo, capace di gioire profondamente senza essere ossessionati dal consumo» (ibid., 222).

Ugualmente il proposito di cambiare vita deve attraversare il modo in cui contribuiamo a costruire la cultura e la società di cui siamo parte: infatti «la cura per la natura è parte di uno stile di vita che implica capacità di vivere insieme e di comunione» (ibid., 228). L’economia e la politica, la società e la cultura non possono essere dominate da una mentalità del breve termine e dalla ricerca di un immediato ritorno finanziario o elettorale. Esse devono invece essere urgentemente riorientate verso il bene comune, che comprende la sostenibilità e la cura del creato.

Un caso concreto è quello del “debito ecologico” tra il Nord e il Sud del mondo (cfr ibid., 51-52). La sua restituzione richiederebbe di prendersi cura dell’ambiente dei Paesi più poveri, fornendo loro risorse finanziarie e assistenza tecnica che li aiutino a gestire le conseguenze dei cambiamenti climatici e a promuovere lo sviluppo sostenibile.

La protezione della casa comune richiede un crescente consenso politico. In tal senso, è motivo di soddisfazione che a settembre 2015 i Paesi del mondo abbiano adottato gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, e che, a dicembre 2015, abbiano approvato l’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, che si pone l’impegnativo ma fondamentale obiettivo di contenere l’aumento della temperatura globale. Ora i Governi hanno il dovere di rispettare gli impegni che si sono assunti, mentre le imprese devono fare responsabilmente la loro parte, e tocca ai cittadini esigere che questo avvenga, anzi che si miri a obiettivi sempre più ambiziosi.

Cambiare rotta quindi consiste nel «rispettare scrupolosamente il comandamento originario di preservare il creato da ogni male, sia per il nostro bene sia per il bene degli altri esseri umani».[7] Una domanda può aiutarci a non perdere di vista l’obiettivo: «Che tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo?» (Enc. Laudato si’, 160).

5. Una nuova opera di misericordia

«Niente unisce maggiormente con Dio che un atto di misericordia – sia che si tratti della misericordia con la quale il Signore ci perdona i nostri peccati, sia che si tratti della grazia che ci dà per praticare le opere di misericordia in suo nome».[8]

Parafrasando san Giacomo, «la misericordia senza le opere è morta in se stessa. […] A causa dei mutamenti del nostro mondo globalizzato, alcune povertà materiali e spirituali si sono moltiplicate: diamo quindi spazio alla fantasia della carità per individuare nuove modalità operative. In questo modo la via della misericordia diventerà sempre più concreta».[9]

La vita cristiana include la pratica delle tradizionali opere di misericordia corporali e spirituali.[10] «Di solito pensiamo alle opere di misericordia ad una ad una, e in quanto legate ad un’opera: ospedali per i malati, mense per quelli che hanno fame, ostelli per quelli che sono per la strada, scuole per quelli che hanno bisogno di istruzione, il confessionale e la direzione spirituale per chi necessita di consiglio e di perdono… Ma se le guardiamo insieme, il messaggio è che l’oggetto della misericordia è la vita umana stessa nella sua totalità».[11]

Ovviamente la vita umana stessa nella sua totalità comprende la cura della casa comune. Quindi, mi permetto di proporre un complemento ai due tradizionali elenchi di sette opere di misericordia, aggiungendo a ciascuno la cura della casa comune.

Come opera di misericordia spirituale, la cura della casa comune richiede «la contemplazione riconoscente del mondo» (Enc.Laudato si’, 214) che «ci permette di scoprire attraverso ogni cosa qualche insegnamento che Dio ci vuole comunicare» (ibid., 85). Come opera di misericordia corporale, la cura della casa comune richiede i «semplici gesti quotidiani nei quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo […] e si manifesta in tutte le azioni che cercano di costruire un mondo migliore» (ibid., 230-231).

6. In conclusione, preghiamo

Nonostante i nostri peccati e le spaventose sfide che abbiamo di fronte, non smarriamo mai la speranza: «Il Creatore non ci abbandona, non fa mai marcia indietro nel suo progetto di amore, non si pente di averci creato [...] perché si è unito definitivamente con la nostra terra, e il suo amore ci conduce sempre a trovare nuove strade» (ibid., 13; 245). In particolare il 1° settembre, e poi per tutto il resto dell’anno, preghiamo:

«O Dio dei poveri,
aiutaci a riscattare gli abbandonati 
e i dimenticati di questa terra
che tanto valgono ai tuoi occhi. […]
O Dio d’amore, mostraci il nostro posto in questo mondo
come strumenti del tuo affetto per tutti gli esseri di questa terra» (ibid., 246).
O Dio di misericordia, concedici di ricevere il tuo perdono
e di trasmettere la tua misericordia in tutta la nostra casa comune.
Laudato si’.
Amen.

Dal Vaticano, 1 settembre 2016

[2] Discorso a Santa Barbara, California (8 novembre 1997).
[3] Bartolomeo I, Messaggio per la Giornata di preghiera per la salvaguardia del creato (1 settembre 2012).
[7] Bartolomeo I, Messaggio per la Giornata di preghiera per la salvaguardia del creato (1° settembre 1997).
[10] Quelle corporali sono: dar da mangiare agli affamati; dar da bere agli assetati; vestire gli ignudi; alloggiare i pellegrini; visitare gli infermi; visitare i carcerati; seppellire i morti. Quelle spirituali sono: consigliare i dubbiosi; insegnare agli ignoranti; ammonire i peccatori; consolare gli afflitti; perdonare le offese; sopportare pazientemente le persone moleste; pregare Dio per i vivi e per i morti.




Vedi anche il nostro post precedente:


giovedì 1 settembre 2016

1° settembre Giornata mondiale di preghiera per la cura del Creato - I cristiani uniti: preghiera - responsabilità - impegno



"Giovedì prossimo, 1° settembre celebreremo la Giornata mondiale di preghiera per la cura del Creato, insieme con i fratelli ortodossi e di altre Chiese: sarà un’occasione per rafforzare il comune impegno a salvaguardare la vita, rispettando l’ambiente e la natura." 
Papa Francesco - Angelus 28/08/2016



Umiltà e rispetto. 
Appello delle Chiese cristiane

Giovedì 1 settembre i cristiani di tutte le Chiese presenti in Europa si uniranno idealmente in una preghiera per il creato che ha l’ambizione di diventare anche un vero e proprio movimento per spingere all’azione i rispettivi Governi. Perché il tempo è scaduto e lo stato di salute del pianeta terra è fortemente compromesso. Occorre agire subito e farlo con coerenza. È quanto dunque invitano a fare il Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee), la Conferenza delle Chiese europee (Kek) e la Rete cristiana europea per l’ambiente (Ecen) in una dichiarazione comune dal titolo: «Tempo per la Creazione — Preghiamo insieme per apprezzare e avere cura del dono della creazione». Il testo è firmato da padre Heikki Huttunen, segretario generale della Kek, da monsignor Duarte da Cunha, segretario generale del Ccee e dal reverendo Peter Pavlovic, segretario dell’Ecen.
La giornata per la custodia del creato, quest’anno, cade in un momento particolare per l’Italia tragicamente colpita la scorsa settimana da un terremoto che ha seminato morte e distruzione. «Sono tragedie — ha dichiarato al Sir monsignor Duarte da Cunha — che rivelano tutta la fragilità del creato ed evidenziano la responsabilità umana di fronte a ciò che le è stato donato. È questa consapevolezza — ha aggiunto il presule, che insieme ai leader delle Chiese cristiane in Europa ha diffuso la dichiarazione comune — che ci porta a chiedere politiche ed azioni etiche che siano in rispetto della natura. Perché l’uomo non è padrone della natura, ma un suo servo e un suo amministratore. C’è sempre nella natura qualcosa di misterioso, ma quello che spetta all’uomo è il rispetto. Il rispetto delle cose e delle persone. Se noi riconosciamo la nostra umiltà davanti al creato — ha proseguito il segretario generale del Ccee — non dobbiamo allora avere la pretesa di dominare, controllare, manipolare, ma il rispetto di mettersi davanti a questo mistero e la missione di servire. C’è una fragilità insita nel pianeta. L’uomo non è onnipotente. Non possiamo pensare che non ci saranno altri disastri o che altri disastri verranno solo dalla mano dell’uomo. Quello che però possiamo fare e possiamo chiedere al Signore è che tutti i disastri che avvengono in natura possano avere una risposta anche di solidarietà e di sostegno, per accogliere e abbracciare chi ne è stato colpito e trovare soluzioni per ricostruire un futuro».
I responsabili dei tre organismi europei, firmatari della dichiarazione, sono fermamente convinti di trovarsi ad affrontare «sfide urgenti in termini di degrado ambientale e cambiamento climatico e, incoraggiati dalle parole della lettera enciclica di Papa Francesco Laudato si’» di essere chiamati a riconoscere una responsabilità condivisa. Si legge dunque nel messaggio: «Invitiamo calorosamente tutti i cristiani europei, le Chiese membri della Kek e le conferenze episcopali del Ccee, le parrocchie, le comunità ecclesiali e ogni persona di buona volontà ad aderire al tempo per la creazione, a celebrare insieme il tempo per la reazione nell’ambito delle nostre rispettive tradizioni liturgiche, e a sostenere la comune fede cristiana in Dio creatore. Vi esortiamo — continua il testo — ognuno nel proprio ambiente, a offrire preghiere per il dono della creazione. Secondo il Vangelo la responsabilità nei confronti dell’ambiente non può mai essere separata dalla responsabilità verso gli altri esseri umani: verso il nostro prossimo, verso i poveri o i dimenticati, il tutto in un vero spirito di solidarietà e di amore. Rispettare la creazione non significa soltanto proteggere e salvaguardare la terra, l’acqua e le altre componenti del mondo naturale. Consiste anche nell’esprimere rispetto per gli esseri umani che condividono quei doni e ne portano la responsabilità».
Anche il reverendo Olav Fykse Tveit, segretario generale del World Council of Churches (Wcc) in un videomessaggio ha esortato tutti i cristiani a essere fari di speranza: «Siamo convinti che Dio non abbandona la creazione e che noi stessi possiamo diventare fari di quella speranza diffondendo i semi di un futuro diverso. Facciamo appello ai nostri Governi — ha proseguito il reverendo Fykse Tveit — perché ratifichino l’accordo di Parigi (Cop21); chiediamo indicatori alternativi di crescita che misurino meglio la salute delle comunità e degli ecosistemi». Infine, il segretario generale del Wcc ha ribadito l’importante urgenza di «disinvestire nei combustibili fossili e reinvestire in fonti alternative sostenibili». Il World Council of Churches ha realizzato un sito internet, SeasonofCreation.org, dove si invitano i cristiani a promuovere azioni di pressione presso i loro Governi e dove è possibile trovare tutto il materiale necessario per la realizzazione di campagne di sensibilizzazione.
(fonte:L'Osservatore Romano, 31 agosto - 1° settembre 2016)

Il rispetto, l'apprezzamento e la contemplazione del Creato sono una sollecitudine comune delle Chiese cristiane. Il Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa (CCEE) e la Conferenza delle Chiese Europee (CEC), in occasione della Giornata della Creazione, chiedono preghiere comuni e un rafforzamento del lavoro ecumenico per la cura della Creazione.
...
Ci troviamo ad affrontare sfide urgenti in termini di degrado ambientale e cambiamento climatico e, incoraggiati dalle parole della lettera enciclica di Papa Francesco Laudato si’, a riconoscere la nostra responsabilità condivisa. Invitiamo calorosamente tutti i cristiani europei, le Chiese membri della KEK e le conferenze episcopali del CCEE, le parrocchie, le comunità ecclesiali e ogni persona di buona volontà ad aderire al Tempo per la Creazione, a celebrare insieme il Tempo per la Creazione nell'ambito delle nostre rispettive tradizioni liturgiche, e a sostenere la comune fede cristiana in Dio Creatore. Vi esortiamo, ognuno nel proprio ambiente, a offrire preghiere per il dono della Creazione, e ad unirsi a noi pregando insieme:

O Signore, insegnaci a prenderci cura di tutta la Creazione,
a proteggere ogni forma di vita e condividere i frutti della terra.
Insegnaci a condividere il nostro lavoro umano con i nostri fratelli e sorelle,
soprattutto con i poveri e i bisognosi.

Concedici di rimanere fedeli al tuo Vangelo
e di offrire con gioia alla nostra società nei diversi paesi in tutto il continente
l'orizzonte di un futuro migliore
pieno di giustizia, pace, amore e bellezza.
Amen.


Giovedì 1° settembre

     alle ore 11.30 , si terrà nella Sala Stampa della Santa Sede, in Via della Conciliazione 54, una Conferenza Stampa per illustrare il Messaggio del Santo Padre Francesco “Usiamo misericordia verso la nostra casa comune”, per la Celebrazione della Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato .
Interverranno:
- Em.mo Card. Peter Kodwo Appiah Turkson , finora Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace;
- S.E. Mons. Brian Farrell, L.C. , Segretario del Pontificio Consiglio per la promozione dell’Unità dei Cristiani;
- Terence Ward , Autore del libro Il guardiano della Misericordia (LEF 2016), The Guardian of Mercy (Arcade 2016).

     alle ore 17, nella Basilica Vaticana, il Santo Padre Francesco presiederà la celebrazione dei Vespri