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lunedì 10 agosto 2015

Angelus del 9 agosto 2015 - Testo e video


 9 agosto 2015 


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In questa domenica prosegue la lettura del capitolo sesto del Vangelo di Giovanni, in cui Gesù, dopo aver compiuto il grande miracolo della moltiplicazione dei pani, spiega alla gente il significato di quel “segno” (Gv 6,41-51).

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Ci stupisce, e ci fa riflettere questa parola del Signore. Essa introduce nella dinamica della fede, che è una relazione: la relazione tra la persona umana – tutti noi – e la Persona di Gesù, dove un ruolo decisivo gioca il Padre, e naturalmente anche lo Spirito Santo – che qui rimane sottinteso. Non basta incontrare Gesù per credere in Lui, non basta leggere la Bibbia, il Vangelo - questo è importante!, ma non basta -; non basta nemmeno assistere a un miracolo, come quello della moltiplicazione dei pani. Tante persone sono state a stretto contatto con Gesù e non gli hanno creduto, anzi, lo hanno anche disprezzato e condannato. E io mi domando: perché, questo? Non sono stati attratti dal Padre? No, questo è accaduto perché il loro cuore era chiuso all’azione dello Spirito di Dio. E se tu hai il cuore chiuso, la fede non entra. Dio Padre sempre ci attira verso Gesù: siamo noi ad aprire il nostro cuore o a chiuderlo. Invece la fede, che è come un seme nel profondo del cuore, sboccia quando ci lasciamo “attirare” dal Padre verso Gesù, e “andiamo a Lui” con il cuore aperto, senza pregiudizi; allora riconosciamo nel suo volto il Volto di Dio e nelle sue parole la Parola di Dio, perché lo Spirito Santo ci ha fatto entrare nella relazione d’amore e di vita che c’è tra Gesù e Dio Padre. E lì noi riceviamo il dono, il regalo della fede.
Allora, con questo atteggiamento di fede, possiamo comprendere anche il senso del “Pane della vita” che Gesù ci dona, e che Egli esprime così: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,51). In Gesù, nella sua “carne” – cioè nella sua umanità concreta – è presente tutto l’amore di Dio, che è lo Spirito Santo. Chi si lascia attirare da questo amore va verso Gesù e va con fede, e riceve da Lui la vita, la vita eterna.

Colei che ha vissuto questa esperienza in modo esemplare è la Vergine di Nazaret, Maria: la prima persona umana che ha creduto in Dio accogliendo la carne di Gesù. Impariamo da Lei, nostra Madre, la gioia e la gratitudine per il dono della fede. Un dono che non è “privato”, un dono che non è proprietà privata ma è un dono da condividere: è un dono «per la vita del mondo»!

Dopo l'Angelus:

Cari fratelli e sorelle,

settant’anni fa, il 6 e il 9 agosto del 1945, avvennero i tremendi bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki. A distanza di tanto tempo, questo tragico evento suscita ancora orrore e repulsione. Esso è diventato il simbolo dello smisurato potere distruttivo dell’uomo quando fa un uso distorto dei progressi della scienza e della tecnica, e costituisce un monito perenne all’umanità, affinché ripudi per sempre la guerra e bandisca le armi nucleari e ogni arma di distruzione di massa. Questa triste ricorrenza ci chiama soprattutto a pregare e a impegnarci per la pace, per diffondere nel mondo un’etica di fraternità e un clima di serena convivenza tra i popoli. Da ogni terra si levi un’unica voce: no alla guerra, no alla violenza, sì al dialogo, sì alla pace! Con la guerra sempre si perde. L’unico modo di vincere una guerra è non farla.


Seguo con viva preoccupazione le notizie che giungono da El Salvador, dove negli ultimi tempi si sono aggravati i disagi della popolazione a causa della carestia, della crisi economica, di acuti contrasti sociali e della crescente violenza. Incoraggio il caro popolo salvadoregno a perseverare unito nella speranza, ed esorto tutti a pregare affinché nella terra del beato Oscar Romero rifioriscano la giustizia e la pace.

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E a tutti auguro una buona domenica. E per favore, non dimenticatevi di pregare per me! Buon pranzo e arrivederci!


Guarda il video integrale


domenica 9 agosto 2015

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) - 09.08.2015

Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)




XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 
(ANNO B)

9 agosto 2015

"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 34/2014-2015 (B) di Santino Coppolino

'Un cuore che ascolta - lev shomea'
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)


Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo: 
Gv 6,41-51







"E il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo". Dopo avere definito sé stesso "il pane della vita"(6,35) Gesù adesso afferma che deve dare la sua carne perché possiamo ottenere la vita eterna, la vita che viene dal Padre(v.53-54). La parola "carne" sostituisce il pane come metafora della Parola di Dio, "Gesù infatti è la Parola, il Logos fatto carne (1,14), perché in Lui ogni carne ritrovi la Parola"(S.Fausti). "Mangiare la carne" di Gesù vuol dire credere in lui, aderire "con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze"(Dt 6,5) al progetto del Padre, mistero d'amore che vuole realizzare nel mondo attraverso il dono del Figlio. Mangiare la carne di Gesù significa assumere la sua debolezza, la sua fragilità di uomo che si consegna inerme, per obbedienza al Padre, nelle mani degli uomini. La rivelazione di un Dio che si manifesta nella debolezza umana scatena la mormorazione dei capi religiosi (i Giudei) e di quanti - noi compresi - attendono un Dio forte e potente, che metta fine alle ingiustizie con la violenza e con le armi. Mangiare la carne di Gesù, cibo di vita eterna, significa ripudiare la via della violenza scommettendo la vita sull'amore. Così facendo il Signore ci assimila a lui, ci fa fratelli suoi rendendoci capaci di amare con lo stesso amore con il quale siamo amati, introducendoci nella vita trinitaria perché Dio sia tutto in tutti (1Cor 15,28) 

sabato 8 agosto 2015

Sui migranti drammi e domande che incalzano di Camillo Ripamonti

Sui migranti drammi e domande che incalzano

 di Camillo Ripamonti


Presidente del Centro Astalli
(Servizio dei Gesuiti per i rifugiati in Italia)


Cosa convince a salire su una barcaccia insieme ad altre centinaia di persone e sfidare il mare? Cosa spinge un padre a nascondere un figlio in una valigia per passare la frontiera? Cosa muove un fratello a compiere lo stesso gesto e mettere la borsa così preziosa nel portabagagli di un’auto che si sta imbarcando per la Spagna? Cosa costringe a restare appollaiati su uno scoglio per giorni? Chi è così disperato da voler attraversare il Canale della Manica a piedi?
Molte volte al Centro Astalli di Roma ci siamo trovati a rivolgere domande simili ai giovani afgani che viaggiano sotto il motore di un tir rischiando la vita, ai somali che attraversano il deserto senza acqua e cibo, alle donne eritree costrette all’orrore nelle carceri libiche. Loro, i privilegiati sopravvissuti, rispondono raccontando la disperazione, la guerra, la dittatura, le torture... Oggi non è a loro che bisogna rivolgerle queste domande: il loro dolore vivo, sanguinante, commuove e scuote, ma questo non ci deve bastare. Ancora una volta siamo costretti a contare il numero delle vite spezzate ingiustamente dalla mancanza di alternative sicure e legali al traffico di esseri umani. Ed è proprio giunto il momento in cui gli stessi interrogativi assillino le istituzioni nazionali e sovranazionali, l’Unione europea. È doveroso che siano loro a dare risposte, a trovare soluzioni. Servono visioni politiche, capacità di leggere i fenomeni, progettualità e programmazione.
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Non accontentiamoci ancora una volta di spiegazioni, pretendiamo soluzioni: come porre fine all’ecatombe? Come impedire a migliaia di persone di “morire di confine” in un’Europa chiusa, sterile, piena di odio?
Siamo chiamati a essere solidali, accoglienti, siamo chiamati a farci carico dei drammi del mondo in nome della comune umanità. Ciascuno in prima persona può porre fine al dolore di chi si mette in viaggio per cercare una vita migliore. Non lasciamoci convincere del contrario. Non deleghiamo a chi non mette al centro il bene di ogni persona, a chi non lavora ogni giorno per costruire la pace e per garantire uguaglianza di diritti e possibilità per tutti gli esseri umani. 
Rischiamo che le generazioni future raccolgano una terra ferita, sporcata dall’odio e dalle guerre che noi abbiamo permesso. Basta con l’illuderci che la nostra principale emergenza sia rappresentata dal numero di persone che giungono in Europa. La principale urgenza è riappropriarsi di un senso di umanità che sembra sfuggirci. Solidarietà, fratellanza, umanità sono una vocazione. È ciò che ciascuno di noi si aspetta di ricevere dall’altro, in qualsiasi tipo di relazione umana. Si tratta di un’aspettativa legittima, di un diritto umano... E allora perché oggi a casa nostra, nella nostra Europa, permettiamo che giovani uomini e donne – spesso anche bambini – in cerca di una vita degna e libera muoiano al confine dei nostri ciechi egoismi? 

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Sui migranti drammi e domande che incalzano

LO SCANDALO DELLA DEBOLEZZA di p. Angelo Casati

LO SCANDALO DELLA DEBOLEZZA 

di p. Angelo Casati



Un giorno disse: "...e beato chiunque non sarà scandalizzato di me!" (Lc. 7,23): le ultime parole di Gesù sul biglietto di presentazione, quello che i discepoli avrebbero recato a Giovanni il Battista. Li aveva mandati a Gesù con una domanda precisa: "Sei tu colui che viene o dobbiamo aspettare un altro?".
Non so se interpreto correttamente, ma mi sembra di capire che agli occhi di Giovanni, il Rabbì di Nazaret aveva tutta l'aria di essere un Messia debole. Per il suo modo di vedere, troppo debole.
Gesù manda a dire: "I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziata la buona novella".
Ci sono i segni. Ma subito aggiunge: "...e beato chiunque non sarà scandalizzato di me". Come a dire: non lasciatevi prendere troppo dall'immagine di un Messia potente, perché poi rimarreste delusi, turbati, scandalizzati davanti a un Messia che non restituisce la vista a tutti i ciechi, che non fa camminare tutti gli zoppi di Palestina, che non risana ogni lebbroso... beato te, Giovanni, se non rimarrai scandalizzato di un Messia che non apre le porte del tuo carcere. Beati, con te, tutti quelli che non saranno scandalizzati di un Messia debole, svuotato di ogni potenza, che muore su una croce.
Di un Dio debole ci si può scandalizzare. Di un Dio forte no.
È ovvio, è secondo le aspettative di tutti che Dio sia forte, potente.

Ma il Dio della Bibbia non è e non sarà mai un Dio ovvio: quando la domenica, nelle chiese, leggiamo pagine delle Scritture, la sensazione più frequente è quella di trovarci di fronte a immagini e messaggi tutt'altro che ovvi e spesso patiamo lo scandalo. Anche per la debolezza di Dio.
Così come patiamo lo scandalo delle sua debolezza, quasi quotidianamente, nella vita, quando vediamo la menzogna e l'arroganza vincenti, il povero senza voce, una giovane vita stroncata, l'amica che vive il dramma di essere sieropositiva... e il miracolo? Il miracolo che non accade.
"...e beato chiunque non sarà scandalizzato di me".
Non sarà -mi chiedo- da leggere come un segno d'amore questo indebolimento di Dio, quasi un ritrarsi per far spazio ad altri?
Dovremo ancora a lungo dar credito ai giullari che hanno la spudoratezza di cantare come amore l'occupazione? Ti occupo per amore, ti invado per amore.
Nonostante il persistere di simili giullarate ci è difficile crederlo. Ci è più facile credere in un Dio che si è "ritratto" per amore.

Rimane comunque lo scandalo della debolezza di Dio.
Oggi qualcuno va sussurrando che la debolezza di Dio è l'ultima trovata di un uomo debole, che si costruisce un Dio a sua immagine e somiglianza, un Dio debole a copertura e giustificazione delle proprie debolezze, un Dio dopotutto comodo.
Posso sbagliarmi, ma mi sembra tutt'altro che accomodante l'immagine di un Dio che, per amore, si ritrae e dà spazio e dice: "fate questo in memoria di me". Molto meno esigente, più accomodante l'immagine di un Dio che, spinto dalla sua onnipotenza, invade, occupa spazio e dice: "fate questo in memoria di me, occupate e invadete. Occupa, invadi il mistero, la vita, occupa e invadi l'altro, occupa e invadi la terra".
Mi affascina, ma insieme mi provoca l'immagine di un Dio che si intenerisce e si ferma davanti a un volto, davanti alla fragilità di un volto.

E dunque non scandalizzarti della tua debolezza. E non scandalizzarti della debolezza altrui.
Dio si è fatto debole forse anche per questo: perché nel cuore di ogni debolezza là dove un giorno saresti arrivato, tu trovassi il suo nome e il suo mistero.
C'è nell'aria, purtroppo anche ai nostri giorni, un'immagine di potenza che uccide: o sei al massimo livello o sei pietra di scarto.
Una società, anche la nostra, che avanza pretese sulla vita. E tu devi stare al passo. Alla pari con i sogni dei tuoi genitori o dei tuoi figli, con i sogni dei maestri e dei preti, con i sogni dei tuoi amici e colleghi. E non con quel sogno, a tua misura, debole misura, che Dio ha chiuso dentro di te.
Dal modesto osservatorio di una vita come la mia ho visto purtroppo ragazzi andarsene e scomparire nel vuoto, perché la corsa era impari a pareggiare i sogni che gli altri avevano costruito su di loro, era impresa titanica, umanamente impossibile. Impossibile, o quasi, vivere in una società che non accetta, non accoglie e non ama la tua debolezza.
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venerdì 7 agosto 2015

I veri stranieri sono i privilegiati e gli oppressori don Claudio Cipolla, nuovo vescovo di Padova

I veri stranieri sono i privilegiati e gli oppressori 
don Claudio Cipolla
nuovo vescovo di Padova



Intervista a Don Claudio Cipolla continua per ora a essere il parroco di Sant’Antonio a Porto Mantovano in attesa che il 27 settembre si proceda all’ordinazione e il 18 ottobre all’ingresso nella curia padovana, pubblicata il 2 agosto 2014 su "Il Mattino di Padova"


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Per lei cos’è la parrocchia?
«È una comunità di comunità. Le parrocchie non sono più dei centri un po’ chiusi in se stessi dove si ritrovano i cattolici. Devono essere il riferimento delle persone che per scelta consapevole sono credenti. Che si aprono all’esterno con aiuti concreti e accoglienza di chi è povero. Che in sostanza vivono la preghiera e la fraternità. E per far questo anche la chiesa deve essere povera».

Cosa pensa sentendo che sindaci e Comuni, rifiutano i profughi?

«Che ci si deve confrontare con le istituzioni senza fare guerre, ma partendo dal fatto chiaro che chi segue Cristo segue il Vangelo. Che dice di partire dagli ultimi. Sono appena tornato da Barbiana. Se vuole le cito una frase di don Milani: “Se voi avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri”. Io sto con don Milani».


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I veri stranieri sono i privilegiati e gli oppressori don Claudio Cipolla


giovedì 6 agosto 2015

Il silenzio di fronte all'innocente e l'abbraccio sospeso di Gesù – Gabriella del Signore (VIDEO)

"Il silenzio di fronte all'innocente 
e l'abbraccio sospeso di Gesù"
di Gabriella del Signore 
(VIDEO)




Estratto dell'incontro del 4 agosto 2015
sul tema "Gesù e la città"  a cura di Gabriella Del Signore
inserito nell'ambito  della settimana di Spiritualità 
"Dare un volto umano alla città"
 promosso dalla Fraternità Carmelitana 
di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)





" ... Gesù ha scelto di assumere la mitezza che è stritolata anche dai poteri, dai nostri poteri di oggi.
Ci sono poteri oggi che stanno stritolando delle persone e noi siamo silenziosi. Avvolti da questa tela di ragno che sono le ragioni di stato, le ragioni sociali, gli equilibri ... e allora noi siamo in silenzio di fronte all'innocente.... Gesù sceglie di assumere questa debolezza dell'innocente ....

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“Trident Juncture 2015" - DA NAPOLI SPUNTA IL TRIDENTE di Alex Zanotelli

“Trident Juncture 2015" 
DA NAPOLI SPUNTA IL TRIDENTE 
di Alex Zanotelli


Siamo di nuovo sul piede di guerra anche in Europa sia sul fronte Ucraina, come nel Mediterraneo.

E questo grazie alla NATO. È stata la NATO a far precipitare lo scontro con la Russia perché voleva e vuole che l’Ucraina diventi membro della NATO per poter così sparare i suoi missili direttamente su Mosca. La Russia ha reagito ed ecco la drammatica guerra civile di quel Paese che rischia di diventare guerra atomica. “Ho le armi nucleari,” ha detto Putin. E, infatti, ha piazzato 50 missili con testate nucleari sui confini baltici della UE, puntandoli verso la Svezia per dissuaderla a entrare nella NATO. ‘Vista la grave crisi, è stato convocato a Bruxelles il vertice NATO con la presenza del nuovo segretario USA alla difesa, Ashton Carter. All’ordine del giorno: potenziare la forza di reazione rapida della NATO portandola da tredicimila soldati a quarantamila uomini (il triplo!), piazzare 5mila soldati (a rotazione) nei Paesi Baltici e in Polonia e, infine, spingere tutti i Paesi NATO a spendere il 2% del PIL nella Difesa.

Ma ora si apre anche il Fronte Sud: il Mediterraneo. Il 22 giugno la UE ha dato il via libera (senza il benestare dell’ONU!) alla prima fase della missione navale EuNavForMed con cinque navi militari, due sottomarini, due droni e tre elicotteri e un “migliaio” di soldati per tentare di bloccare la partenza dei migranti dalla Libia. L’uso dei droni militari (a Sigonella operano da anni i droni Global Hawk) si intensificherà con questa missione UE “contro i trafficanti di esseri umani”, grimaldello di un’operazione sotto regia NATO per un intervento militare in Libia. Sia i governi di Tobruk come di Tripoli hanno risposto che reagiranno contro questo attacco.

È in questo pesante scenario di guerra che si terrà in Europa dal 28 settembre al 6 novembre la più grande esercitazione militare dalla caduta del muro di Berlino che coinvolgerà 35.000 soldati NATO, 200 aerei, 50 navi da guerra. Questa gigantesca esercitazione “Trident Juncture 2015”, sarà pilotata dalla nuova base NATO di Lago Patria a Napoli. Giochiamo in casa e giochiamo con il fuoco.
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Guerre di tutti i tipi, da quella ‘umanitaria’ a quella contro il ‘terrorismo’, ma il cui unico scopo è il controllo delle fonti energetiche e delle materie prime, per permettere al 20% del mondo di continuare a vivere da nababbi, consumando il 90% delle risorse del Pianeta. “Lo stile di vita del popolo americano – aveva detto Bush senior nel 1991 – non è negoziabile”. E se non è negoziabile, allora non rimane altro che armarsi fino ai denti. Soprattutto con la Bomba Atomica, la Regina che domina questo immenso arsenale di morte che serve a proteggere i privilegi e lo stile di vita di pochi a dispetto dei troppo impoveriti.
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Da credente e da seguace di Gesù di Nazareth non posso accettare un mondo così assurdo: un Sistema economico-finanziario che permette a pochi di vivere da nababbi a spese di molti morti di fame e questo grazie a una NATO che spende oltre mille miliardi di dollari all’anno in armi e soprattutto con arsenali ripieni di spaventose armi atomiche. “La pace e la giustizia procedono insieme-diceva, negli anni della Guerra Fredda, l’arcivescovo di Seattle, R. Hunthausen. Sulla strada che perseguiamo attualmente la nostra politica economica verso gli altri Paesi, ha bisogno delle armi atomiche. Abbandonare queste armi significherebbe di più di abbandonare i nostri strumenti di terrore globale. Significherebbe abbandonare il nostro posto privilegiato in questo mondo”.
Come credente nel Dio della vita non posso accettare un Sistema di morte come il nostro pagato da miliardi di impoveriti, milioni di morti di fame oltre che da milioni e milioni di morti per le guerre che facciamo.
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Trident Juncture 2015

mercoledì 5 agosto 2015

Niente vacanze per la carità secondo lo stile di Francesco


“Il pronto intervento di Francesco lavora a pieno ritmo soprattutto d’estate”: così mons. Konrad Krajewski, elemosiniere del Papa, ha ricordato che non ci sono vacanze per la carità. L’impegno per i poveri continua senza sosta.


Papa Francesco: “La carità non è un semplice assistenzialismo e nemmeno un assistenzialismo per tranquillizzare le coscienze. No, quello non è amore: quello è negozio, eh?, quello è affare. L’amore è gratuito. La carità, l’amore è una scelta di vita, è un modo di essere, di vivere; è la via dell’umiltà e della solidarietà. Non c’è un’altra via, per questo amore”.

Le parole di Papa Francesco, pronunciate nel suo viaggio a Cagliari il 22 settembre 2013, sono la guida per chi ha speso e spende la sua vita per i poveri. L’elemosiniere, mons. Konrad Krajewski, continua insieme ai volontari, alle suore di Madre Teresa, alle guardie svizzere a portare la carezza del Papa. Ogni giorno, nelle docce costruite sotto il Colonnato di San Pietro, circa 140 senzatetto chiedono di lavarsi. “I poveri – racconta l’arcivescovo – sono aumentati con questo caldo” . Da qualche mese ormai sono aperte tutti i giorni dalle 7 alle 18, il mercoledì l’apertura è spostata alle 13 dopo l’udienza generale, la domenica poi si chiude per due ore in concomitanza con l’Angelus del Papa. I volontari presenti offrono un kit per l’igiene personale - asciugamano, sapone e deodorante - ed un cambio pulito. Presenti anche i barbieri pronti ad assecondare i desideri dei poveri. “Usciamo tutte le sere – afferma mons. Krajewski – perché d’estate molte mense non garantiscano il servizio e allora andiamo alla Stazione Termini o a Tiburtina a portare i viveri che compriamo grazie alle offerte delle pergamene”. Ogni settimana si fa rifornimento di cibo per poi destinarlo a chi ha bisogno. “Siamo il pronto intervento del Papa – aggiunge – quando ci chiamano per le emergenze, come è successo per gli eritrei alla Romanina, noi andiamo subito”. Intanto in Via dei Penitenzieri, a due passi da Via della Conciliazione e dalla Chiesa di Santo Spirito in Sassia, il dormitorio per i senza tetto è quasi pronto. I lavori sono in via di completamento e poi anche questa struttura sarà messa a disposizione di chi ha bisogno. 

E’ la carità secondo lo stile di Francesco: “non neutra, asettica, indifferente, tiepida o imparziale, la carità – aveva detto il Papa il 15 febbraio scorso nell’omelia della Messa con i nuovi cardinali - contagia, appassiona, rischia e coinvolge”. (Fonte: Radio Vaticana)

martedì 4 agosto 2015

Il peso delle parole comuni di Luigino Bruni

Le levatrici d’Egitto/17 - 
I profeti placano persino Dio. 
E non dissimulano gli errori


Il peso delle parole comuni 


di Luigino Bruni 





Con l’ebraismo condivido il viaggio, non l’arrivo. Non in terra promessa, la mia residenza è in margine all’accampamento … Scegliessi un dove e un come di nascita, ribadirei gli stessi: al Sinai, da straniero” (Erri de Luca, E disse).



Senza profeti, carismi e artisti siamo destinati all’adorazione perpetua di vitelli d’oro. Ridurremmo le religioni a idolatrie, le comunità religiose a consumismo spirituale, l’opera d’arte a pura merce. Questi testimoni di ‘gratuità per vocazione’ ricordano con la loro sola esistenza la natura di dono della vita, perché ci costringono ad alzare lo sguardo al di sopra di essi se vogliamo trovare la sorgente dei doni che li abitano. Il profeta sa di parlare in nome di un Altro, e ci dice che non è lui/lei che ci libera dal faraone d’Egitto. L’artista sa di non essere il padrone della parte migliore di sé, e che il dono che custodisce non è sua proprietà (e quando se ne appropria muoiono il dono e l’artista). Quando mancano profeti, carismi e artisti, il mondo si riempie necessariamente di idoli. I leader, gli imprenditori, i politici, i sacerdoti, diventano ‘dei’ per i loro seguaci, dipendenti, elettori, fedeli. In assenza di un cielo più alto, il soffitto delle loro case diventa l’orizzonte ultimo dell’esistenza di tutti. Per evitare di ridurre YHWH a vitello non bastano i sacerdoti (Aronne), non è sufficiente la saggezza dei padri (gli anziani). Senza i profeti anch’essi finiscono per costruire col popolo il dio d’oro, per adorarlo, per fare danze e feste in suo onore.
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Il peso delle parole comuni di Luigino Bruni



Guarda i post già pubblicati:
Le levatrici d’Egitto/16
- Le levatrici d’Egitto/15
- Le levatrici d’Egitto/14
- Le levatrici d’Egitto/13
- Le levatrici d’Egitto/12
- Le levatrici d’Egitto/11
- Le levatrici d’Egitto/10
- Le levatrici d’Egitto/9
- Le levatrici d’Egitto/8
- Le levatrici d’Egitto/7
- Le levatrici d’Egitto/6
- Le levatrici d’Egitto/5
- Le levatrici d’Egitto/4
- Le levatrici d’Egitto/3
- Le levatrici d’Egitto/2
- Le levatrici d’Egitto/1

lunedì 3 agosto 2015

Angelus del 2 agosto 2015 - Testo e video



 2 agosto 2015


Cari fratelli e sorelle, buongiorno.

In questa domenica continua la lettura del capitolo sesto del Vangelo di Giovanni. Dopo la moltiplicazione dei pani, la gente si era messa a cercare Gesù e finalmente lo trova presso Cafarnao. Egli comprende bene il motivo di tanto entusiasmo nel seguirlo e lo rivela con chiarezza: «Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati» (Gv 6, 26). In realtà, quelle persone lo seguono per il pane materiale che il giorno precedente aveva placato la loro fame, quando Gesù aveva fatto la moltiplicazione dei pani; non hanno compreso che quel pane, spezzato per tanti, per molti, era l’espressione dell’amore di Gesù stesso. Hanno dato più valore a quel pane che al suo donatore. Davanti a questa cecità spirituale, Gesù evidenzia la necessità di andare oltre il dono, e scoprire, conoscere il donatore. Dio stesso è il dono e anche il donatore. E così da quel pane, da quel gesto, la gente può trovare Colui che lo dà, che è Dio. Invita ad aprirsi ad una prospettiva che non è soltanto quella delle preoccupazioni quotidiane del mangiare, del vestire, del successo, della carriera. Gesù parla di un altro cibo, parla di un cibo che non è corruttibile e che è bene cercare e accogliere. Egli esorta: «Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna che il Figlio dell’uomo vi darà (v. 27). Cioè cercate la salvezza, l’incontro con Dio.


E con queste parole, ci vuol far capire che, oltre alla fame fisica l’uomo porta in sé un’altra fame – tutti noi abbiamo questa fame – una fame più importante, che non può essere saziata con un cibo ordinario. Si tratta di fame di vita, di fame di eternità che Lui solo può appagare, in quanto è «il pane della vita» (v. 35). Gesù non elimina la preoccupazione e la ricerca del cibo quotidiano, no, non elimina la preoccupazione di tutto ciò che può rendere la vita più progredita. Ma Gesù ci ricorda che il vero significato del nostro esistere terreno sta alla fine, nell’eternità, sta nell’incontro con Lui, che è dono e donatore, e ci ricorda anche che la storia umana con le sue sofferenze e le sue gioie deve essere vista in un orizzonte di eternità, cioè in quell’orizzonte dell’incontro definitivo con Lui. E questo incontro illumina tutti i giorni della nostra vita. Se noi pensiamo a questo incontro, a questo grande dono, i piccoli doni della vita, anche le sofferenze, le preoccupazioni saranno illuminate dalla speranza di questo incontro. «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà sete, mai!» (v. 35). E questo è il riferimento all’Eucaristia, il dono più grande che sazia l’anima e il corpo. Incontrare e accogliere in noi Gesù, “pane di vita”, dà significato e speranza al cammino spesso tortuoso della vita. Ma questo “pane di vita” ci è dato con un compito, cioè perché possiamo a nostra volta saziare la fame spirituale e materiale dei fratelli, annunciando il Vangelo ovunque. Con la testimonianza del nostro atteggiamento fraterno e solidale verso il prossimo, rendiamo presente Cristo e il suo amore in mezzo agli uomini.
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ANGELUS - 2 agosto 2015




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domenica 2 agosto 2015

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

Fraternità Carmelitana 

di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)



XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

2  agosto 2015

"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 33/2014-2015 (B) di Santino Coppolino


'Un cuore che ascolta - lev shomea'
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)


Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo:  
Gv 6,24-35


"Io-Sono il pane della vita", dice Gesù alla folla che è accorsa per ascoltarlo. Il linguaggio metaforico che egli usa ha la funzione di portare i suoi ascoltatori - e noi che leggiamo - a comprendere che quel pane simbolo di vita, che il giorno prima ha spezzato e condiviso e che essi hanno mangiato, è segno che rimanda a lui, il Figlio amante del Padre e dei fratelli, e anticipa il grande dono d'amore della sua carne, mangiando la quale abbiamo la redenzione. E' l'amore infatti che costituisce e da' vigore alla vita dell'uomo, sono le relazioni d'amore che la rendono più umana e vivibile. Il pane che fa di noi uomini liberi e ci abilita ad abitare la terra (cfr. Lv 25,18ss) è la sua stessa vita, il suo amore di Figlio per il Padre e per ogni fratello, è "l'Io-Sono" (il Nome Santo con il quale Dio si è rivelato a Mosè) che nella fragilità e debolezza della carne umana si comunica a noi. 
"Chi invece fa del pane, di se stesso o di qualunque altra cosa, compresa la Legge e l'Alleanza, (o la Chiesa), il proprio feticcio, è come uno che si innamora dell'anello di fidanzamento e non di chi gliel'ha donato. Allora ciò che è segno perde il suo significato, si mangia pane che perisce anzi, pane avvelenato che conduce alla morte" (S. Fausti).


sabato 1 agosto 2015

Kenya ed Etiopia Obama in Africa: i diritti e le amnesie di Giulio Albanese

Kenya ed Etiopia 
Obama in Africa:  
i diritti e le amnesie

di Giulio Albanese






Un tour africano, quello del presidente americano Barack Obama, che ha certamente colto nel segno, soprattutto dal punto di vista comunicativo. È riuscito, infatti, nel corso dei suoi numerosi interventi in Kenya prima e in Etiopia poi, a modulare un ventaglio di messaggi dal tenore esortativo che, solitamente, i politici africani lasciano, per così dire, nel cassetto
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Secondo il leader statunitense, è necessario combattere la corruzione, che frena lo sviluppo, contrastare il terrorismo senza violare i diritti umani e civili delle persone, includere tutti nella società, a partire da donne e giovani, rafforzare la democrazia e la partecipazione, garantendo la stabilità e, dunque, lo Stato di diritto. Tutte cose vere, rispetto alle quali i governi africani devono avere l’umiltà di rimboccarsi le maniche per passare dalle parole ai fatti. Obama, d’altronde, ha rivendicato le sue origini africane e si è pertanto presentato non solo come capo della Casa Bianca, ma anche come esponente di spicco della diaspora africana nel mondo. 
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Vi sono però altri aspetti sui quali Obama avrebbe fatto bene a soffermarsi: le nuove forme di schiavismo e di colonialismo. In Africa le politiche d’investimento internazionali – non solo occidentali – continuano a essere predatorie. E nonostante il continente registri tassi di crescita superiori a quelli di molti Paesi del Primo mondo, il welfare resta il grande assente in quasi tutte le nazioni africane e, soprattutto, rimane aperta la ferita dell’esclusione sociale rispetto alla quale i Paesi industrializzati continuano ad essere indifferenti. Il fenomeno migratorio continua a mostrarcelo drammaticamente ogni giorno.

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