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sabato 9 agosto 2014

"Esserci..." di Antonio Savone


Esserci... 
 di Antonio Savone


La scena descritta dal vangelo è una festa di nozze, sul far della sera. L’attesa dello sposo si dilata oltre misura perché egli tarda ad arrivare.

Le dieci ragazze sono figura della nostra umanità in attesa. L’attesa è capacità di relazionarsi con qualcuno. “La vita di ognuno è un’attesa. – diceva don Primo Mazzolari – Il presente non basta a nessuno: l’occhio e il cuore sono sempre avanti, oltre le mete raggiunte con aspra fatica. In un primo momento, pare che ci manchi solo qualcosa: più tardi, ci si accorge che ci manca Qualcuno. E lo attendiamo”.

Esse sono guidate da un desiderio, il bisogno cioè di aprirsi a qualcuno che è altro da sé, diverso da sé. È riconoscere che da soli non ci bastiamo. Avere desideri significa bisogno di altro, bisogno che solo l’incontro con qualcuno può soddisfare.

Dopo essersi messe in ascolto del loro desiderio, si sentono abitate da una passione, quella passione che le fa uscire incontro allo sposo. Appassionarsi è sempre un grande rischio, ma un rischio che vale la pena correre perché è ciò che dà vitalità alla propria esistenza.

Il desiderio e la passione sono ciò che fanno loro sperare di poter entrare nella sala delle nozze. Ma la speranza è difficile, soprattutto quando i segni della festa ritardano e nessun volto amico viene ad illuminare la notte.

Ecco perciò l’assopimento. La fatica dell’attesa ha la meglio: “poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono”. La comunità per la quale Mt scrive il suo vangelo si riscopre paurosa, fragile, percorsa dalla tentazione di abbandonarsi all’inerzia. Questa è pure la nostra condizione di fronte al mancato arrivo dei risultati e dei cambiamenti desiderati: il sonno è il segno del venir meno della speranza. Solo un grido sveglierà le dieci ragazze: “ecco lo sposo; andategli incontro”. C’è sempre nella nostra vita qualcosa o qualcuno che non permette un sonno continuato.

Cosa sono queste lampade e che cos’è quell’olio che non è possibile condividere?

Abbiamo sempre letto questa pagina immaginando un gruppo di dieci ragazze con in mano delle lampade a olio ferme sulla strada ad aspettare lo sposo finché ad un tratto l’olio si consuma. Ma il testo gr. non parla di lampade a olio, quanto di fiaccole, cioè di bastoni di legno con uno stoppino imbevuto di materiale combustibile, da fare ardere all’ultimo momento. In gioco non c’è l’eventuale riserva di olio. Il problema è versarlo al momento opportuno. “Le stolte presero con sé le fiaccole ma non presero con sé olio”. L’imprevidenza non è causata dal ritardo dello sposo. Semmai il ritardo dello sposo fa sì che tutte si addormentino. In gioco c’è una incomprensione totale di come vada accesa una fiaccola: cioè hanno perso, hanno smarrito il senso di quello che erano chiamate a fare.
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"Il nostro silenzio colpevole" di Enzo Bianchi e i tweet di Papa Francesco


Il nostro silenzio colpevole
di Enzo Bianchi


“Qui a Qaraqosh la gente ha tanta paura: se i fondamentalisti entrano qui sarà un caos, una tragedia gravissima”. Così ci scriveva il 21 luglio Wisam, monaco iracheno che è stato più volte ospite della nostra Comunità a Bose assieme ai suoi due confratelli. L’ultimo messaggio che ci ha mandato era datato 2 agosto e conteneva gli auguri per la festa della Trasfigurazione: “speriamo sia anche la Trasfigurazione dell’Iraq che sta soffrendo tanto”. In queste ore anche Wisam e i suoi fratelli sono tra le decine di migliaia di profughi cristiani in fuga verso un luogo che non c’è. La vicenda di questa piccola comunità monastica è emblematica della tragedia che stanno vivendo i cristiani in quelle terre: nel 2005 l’auto su cui due di loro, allora studenti universitari di Baghdad, stavano viaggiando per andare a una cerimonia nuziale era stata colpita da un proiettile sparato da un autoblindo americano. Uno di loro era morto, l’altro sarebbe uscito dal coma dopo alcuni mesi: da allora si muove con due gambe artificiali e non oso immaginarlo oggi in fuga precipitosa. Da Baghdad si erano poi spostati nella piana di Ninive, dove sembrava che i cristiani potessero trovare maggiore protezione: lì conducevano la loro vita monastica alternando la preghiera notturna con il lavoro di manutenzione delle strade e di raccolta di detriti e rifiuti per sostentarsi e aiutare le persone ancora più in difficoltà di loro. 
Tutto questo fino a ieri. Poi anche loro devono essere finiti inghiottiti nel fiume di sofferenze che sta travolgendo i cristiani di quella regione martoriata. Papa Francesco, e con lui vescovi e patriarchi di quelle terre, non perdono occasione per richiamare, esortare, ammonire, invocare gesti e azioni degne dell’essere umano: ma la situazione non fa che peggiorare. Gli organismi internazionali sono paralizzati, la politica estera europea è inesistente, il parlamento italiano è impegnato a oltranza a riformare se stesso, le urgenze di ciascuno di noi sono altre, dalla crisi economica e occupazionale all’organizzazione delle “meritate” ferie... e così decine di migliaia di persone abbandonano le loro case senza prendere nulla con sé, a centinaia sono uccisi, i più deboli – anziani, malati, bambini – muoiono per le insostenibili fatiche di un viaggio senza speranza.
I cristiani sono le prime vittime di queste atrocità e il loro perseverare nella fede dei padri è motivo di ostracismo e condanna, ma assieme a loro vengono colpiti anche i loro vicini musulmani.
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Certo, lo scoraggiamento, il senso di impotenza, l’istinto di rimozione per vincere l’angoscia, l’impossibilità ad assumere sulle nostre spalle tutte le miserie del mondo ci frenano, ma cosa deve ancora succedere perché le nostre coscienze siano scosse e chi ne ha il potere faccia qualcosa per fermare il massacro? La storia ci chiederà conto di questa catastrofe umanitaria che non riusciamo o non vogliamo impedire. Perché in Iraq come in Siria non è a rischio solo la sopravvivenza di una comunità cristiana presente nella regione fin dai primissimi secoli: è a rischio l’umanità intesa come capacità di sentirsi ed essere responsabili del proprio simile; è a rischio quella dote umana di esprimere sentimenti e istanze morali che chiamiamo cultura; è a rischio il patrimonio etico della convivenza, del dialogo, del confronto per fronteggiare insieme il duro mestiere del vivere; è a rischio il rapporto stesso con il creato.
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I tweet di Papa Francesco





venerdì 8 agosto 2014

"Il primo Concilio" di Silvano Fausti

"Il primo Concilio"


di Silvano Fausti


Gesuita, biblista e scrittore




«Gioirono per la consolazione» (leggi Atti 15,1-35)

Il Concilio di Gerusalemme cerca di rendere possibile la commensalità tra persone di culture diverse. Non condanna nessuno. Allo stesso modo del Vaticano II, intende «aggiornare» tutti alle nuove esigenze di una comunità aperta al mondo. Come allora, Dio agisce anche qui e ora. Essendo vita e amore, egli è l’eterno effimero, nuovo ogni giorno. Chi teme la novità, ha paura dei passi di Colui che accompagna ogni nostro cammino, anche di fuga (cfr Gen 3,10). La realtà, soprattutto se non rientra nei nostri progetti, non è problema da risolvere. È Parola da leggere con cura: manifesta Dio e salva l’uomo.
La Chiesa è un corpo sempre in mutamento: cresce e crescerà sino alla sua «statura piena» (cfr Ef 4,14). Ma una nuova identità mette in crisi quella vecchia. Nel concilio di Gerusalemme la Chiesa antica ci indica la via per risolvere gli inevitabili conflitti. 

Nel confronto tra progressisti e tradizionalisti è in gioco l’essenza del cristianesimo: la salvezza viene dalla fede, non dalle leggi tradizionali. La fede si adatta a tutte le culture, come l’acqua ad ogni recipiente. L’importante è che nessuno sia escluso dalla vita. È facile, in nome del tradizionalismo, impedire la trasmissione della fede a tutti. Questo vale anche per noi. Infatti la distanza tra Chiesa e mondo d’oggi è maggiore di quella tra Giudei e pagani di allora. 
Vediamo come i nostri padri nella fede vissero il conflitto delle novità. 

Alcuni giudeo-cristiani vanno da Gerusalemme ad Antiochia per accusare i cristiani ex-pagani di non rispettare le loro tradizioni. I nuovi cristiani insorgono. E giustamente. Dio, se ha parlato nei tempi antichi, continua a parlare anche nel presente. Paolo è sicuro che il Vangelo è unico (Gal 1,1ss), antico e sempre nuovo. La porta della salvezza è una sola: la grazia della fede in Gesù. Essa apre a tutti la promessa fatta ad Abramo, anche se ognuno vi accede per la sua via. 

La comunità nuova non rompe con l’antica. Per non perdere il bene dell’unità, invia Paolo e Barnaba a Gerusalemme. A Gerusalemme Pietro difende Paolo. Non fa argomentazioni teoriche. Racconta la propria esperienza: Dio ha dato lo Spirito al pagano Cornelio come a loro (cfr At 10,1ss). Eppure anche lui si era opposto ostinatamente all’opera di Dio in nome di tradizioni non negoziabili, quasi bimillenarie o più che millenarie, quali la circoncisione e la legge di Mosè. Giacomo è d’accordo con Pietro e trova che questa novità è già prevista nella Sacra Scrittura (cfr At 15,13-22).  
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giovedì 7 agosto 2014

JESUS, agosto 2014 La bisaccia del mendicante-6 di ENZO BIANCHI


JESUS, agosto 2014
La bisaccia del mendicante-6


Rubrica di ENZO BIANCHI


Senesco. Divento vecchio. I giorni, gli anni volano via, e io mi ritrovo a essere sempre più vecchio, sempre più capace di misurare la distanza della mia andata via da questo mondo. Non ho ancora perso le forze, le sento solo diminuite. Non sono malato ma sono più debole, e piccoli mali alle ginocchia, ai piedi, alla schiena sono sempre più frequenti. Non ho perso la memoria ma ricordo le cose in modo nuovo, come se fossero realtà più distanti…

Quanto al mio cammino umano, ci sono acquisizioni di atteggiamenti prima non facilmente consolidati, e ci sono invece alcune virtù che appaiono con un’urgenza nuova, oltre che essere messe a fuoco come mai mi era successo. Una di queste virtù è la pazienza, che so tradurre il grecohypomoné, parola che contiene l’idea del “restare sotto” (hypó), per sostenere certo, ma che implica anche una sottomissione. Sì, ci si deve mettere sotto per restare sotto. Pazienza non è resa ma sottomissione. Proprio la debolezza che si incontra con la vecchiaia autorizza alla pazienza, che diventa però una forza, una grande forza capace di perseveranza.

Tutto questo non viene da sé, non è automatico, ma se si è capaci di fare buon uso della vecchiaia, allora è un possibile cammino da aprirsi solo camminando. Un cammino tra limiti crescenti che appaiono uno dopo l’altro senza troppo rumore e senza annunciarsi prima. 

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mercoledì 6 agosto 2014

«Israele con l'apartheid 
non costruirà mai la pace»


L'amarezza dell'intellettuale polacco di origini ebraiche. Sfuggito all'Olocausto, non risparmia critiche ad Hamas e a Netanyahu: «Pensano alla vendetta, non alla coabitazione. Purtroppo sta accadendo ciò che era ampiamente previsto. La Shoah è la prova di quel che gli uomini sono capaci di fare ad altri esseri umani in nome dei loro interessi. Una lezione mai seriamente presa in considerazione»


"Ciò a cui stiamo assistendo oggi è uno spettacolo triste: i discendenti delle vittime dei ghetti nazisti cercano di trasformare la striscia di Gaza in un altro ghetto ". A dirlo non è un palestinese furioso, ma Zygmunt Bauman, uno dei massimi intellettuali contemporanei, di famiglia ebraica e sfuggito all'Olocausto ordito da Hitler grazie a una tempestiva fuga in Urss nel 1939. 

Bauman ha 88 anni, suo padre era un granitico sionista e negli anni ha sviscerato come pochi l'aberrazione e le conseguenze della Shoah. Sinora il grande studioso polacco non si era voluto esprimere pubblicamente sulla recrudescenza dell'abissale conflitto israelo-palestinese. Ora però, dopo aver accennato alla questione qualche giorno fa al Futura Festival di Civitanova Marche in un incontro organizzato da Massimo Arcangeli, Bauman confessa la sua amarezza in quest'intervista a Repubblica.



martedì 5 agosto 2014

OREUNDICI -IL QUADERNO DI LUGLIO-AGOSTO 2014 PENSIERI PER L'ESTATE - L'EDITORIALE di Mario De Maio - IL SACERDOTE E LA DONNA cosa sarà delle aperture di papa Francesco? di Arturo Paoli



OREUNDICI

IL QUADERNO DI LUGLIO-AGOSTO 2014


PENSIERI PER L'ESTATE



L'EDITORIALE 
di Mario De Maio

Il tempo è un frammento inafferrabile dell’eternità, ma è anche un regalo che riceviamo ogni giorno. È un dono più prezioso del denaro perché è impossibile da accumulare: il tempo passa e va, offrendoci opportunità che capitano una volta sola nella vita.” Questa affermazione di Maria Novo ci dà lo spunto per organizzare e ripensare il tempo delle vacanze. Siamo tutti schiavi di un sistema che ci obbliga ogni giorno a realizzare e a produrre sempre di più. Ci vantiamo spesso di non avere un minuto libero e di essere pieni di lavoro fino ai capelli, come se fosse sinonimo di un’esistenza piena e invece è solo l’indice della nostra incapacità di essere padroni del tempo e di sapere “semplicemente vivere”. Come donarci un periodo di vacanza veramente diverso? Per poter vivere serenamente la nostra mente e il nostro corpo hanno bisogno di momenti di “interruzione”. Le vacanze possono essere una buona opportunità per cambiare rotta. Questo termine “cambiare rotta” per un navigante ha un significato importante: significa ri-orientare il percorso della navigazione verso un altro obiettivo. 
Quale mèta vogliamo darci nelle prossime vacanze? Mi permetto di suggerirne una. Riappropriarci del nostro tempo...

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IL SACERDOTE E LA DONNA
di Arturo Paoli
cosa sarà delle aperture di papa Francesco?

Un pontefice come Francesco ci obbliga a pensare al sacerdozio nella chiesa cristiana. Il primo tema che propone è quello della incompatibilità del sacerdozio con il matrimonio, praticata e sostenuta per secoli nel cattolicesimo. Da accenni precisi sembra che il pontefice non voglia escludere un ripensamento sulla obbligatorietà del celibato. Questo renderebbe rivedibile la scelta del sacerdozio che potrebbe diventare più credibile e desiderabile. Papa Francesco ha lasciato intendere che non si disinteresserà di affrontare questo tema a cui è stato richiamato ufficialmente da teologi e pensatori, ma anche da molti episodi relativi al comportamento di vita di numerosi sacerdoti. Arrivato all’epilogo della vita non sono assolutamente pentito di non avere avuto una famiglia generata da me, perché molto spesso la gioventù mi ha richiesto delle prestazioni paterne e quindi non mi sono sentito escluso dai sentimenti e dalle funzioni della paternità. Devo riconoscere di avere avuto il privilegio di incontri molto frequenti e molto numerosi specialmente con persone giovani quindi il mio sacerdozio mi ha soddisfatto profondamente. Il mio segreto è stato quello di non imporre a me stesso e di conseguenza agli altri un’interpretazione fabbricata e rigida della pratica sacerdotale. Più che sognare una scelta mi sono venute incontro delle situazioni che mi hanno portato a fare le scelte che si sono succedute nel tempo della mia esistenza. Sono solito ripetere che la storia della mia vita fino a questi giorni non è stata pensata né da me né da superiori: ho ragione di dire che mi è venuta incontro. Talvolta una situazione accolta con difficoltà è stata quella che più ha valorizzato la mia vita.
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Tutti hanno bisogno di ricordare che esiste al mondo un altro essere, che è la donna per l’uomo e l’uomo per la donna. Escludendo il sesso e la procreazione non si esclude l’altro sesso nelle scelte che la vita ci impone. Credo di avere sempre tenuto conto del giudizio della donna nelle scelte che mi venivano incontro. La rinunzia all’unicità e al sesso non significa rinunciare all’aiuto dell’altro sesso e soprattutto al suo consiglio. Credo che il celibato non voglia dire rinunziare all’amicizia. Confesso che la donna mi ha aiutato molto nella vita, pur onestamente non violando i voti, come ho scritto anche nel libro Il sacerdote e la donna. Il celibato obbligatorio dovrebbe essere abolito perché in questo voto, quando non viene violato, quasi sempre si esclude l’altro sesso con un certo disprezzo. Sono contento che il tema non venga escluso dal pontefice perché esso è dentro il problema della fede e credo che il papa lo voglia affrontare per questa ragione.



Il tempo è un frammento
inafferrabile dell’eternità,
ma è anche un regalo
che riceviamo ogni giorno.

Marià Novo



lunedì 4 agosto 2014

Alla scuola di S. Giovanni Maria Vianney... di Antonio Savone

curato d'Ars

Alla scuola di S. Giovanni Maria Vianney 
di Antonio Savone




A scuola di umiltà

Il Curato d’Ars era un umanamente povero, non dotato di chissà quali capacità o risorse. Ha impiegato non poco per diventare prete anche se ben presto aveva cominciato a pensare a questa scelta di vita. Fu ordinato a 29 anni superando non poche traversie nelle quali emergeva la sua tenacia a voler rimanere fedele alla vocazione che egli riteneva ricevuta da Dio proprio mentre faceva esperienza dell’inadeguatezza dei suoi mezzi umani. Non aveva una memoria brillante, faticava ad intendere e a discernere: si possono immaginare le umiliazioni e le sconfitte cui fu sottoposto. Esami falliti, recriminazioni di ogni tipo. L’umiltà è stata senz’altro una delle virtù che più lo ha caratterizzato.

Oggi si esalta – anche in seno alla comunità cristiana e in seno al presbiterio – chi è pieno di sé, chi ha una fiducia incondizionata nelle proprie risorse, chi non arretra di fronte a nulla. Non poche volte queste sembrano le attitudini necessarie per un candidato al sacerdozio. Tuttavia, l’umiltà è la virtù che non può mancare in un cristiano e tanto più in un prete e in chi si prepara ad esserlo. Cosa intendo? L’umiltà come consapevolezza di non meritare il sacerdozio, come consapevolezza che il dono fattoci dal Signore è infinitamente più grande di noi: io non posso essere sacerdote pensando di bastare a me stesso ma solo in una comunione da cui ricevo molto e a cui devo molto. L’umiltà come verità, per usare un’espressione di s. Teresa.

Sono prete umile? Sono un seminarista umile? Come ho vissuto e come intendo vivere la dimensione dell’umiltà? Non c’è identità sacerdotale senza umiltà. Dove manca l’umiltà cresce l’ipocrisia, si moltiplica la presunzione, aumentano le pretese tanto da non essere più capaci di dono di sé ma solo uomini che dilatano a dismisura la loro bramosia di successo.

La vicenda del Curato d’Ars è stata una scuola che lo ha plasmato sulla via dell’umiltà giorno dopo giorno: pensiamo soltanto a quante tentazioni paurose ha subìto, quanti scoramenti di disperazione!

Oggi ci fa ridere che questo giovane prete trentenne abbia avuto paura dell’inferno. E invece deve farci pensare: non siamo forse troppo disinvolti? Non viviamo con una certa sicumera alcuni doni di Dio che se solo ne avessimo consapevolezza non ci farebbero che tremare? Quale consapevolezza che lui è i il Signore?

L’atteggiamento di umiltà è propedeutico a un itinerario vocazionale ma è anche ciò che fa una seria identità di prete.

Quando manca quel confronto continuo tra la mia condizione di fragilità e il mistero santo di Dio a me partecipato ecco che il ministero diventa ripetitivo, annoiato, ci si ritrova stanchi di fare sempre le stesse cose, di vivere sempre le stesse difficoltà. Dimentichiamo così che se ripetitivi possono essere i gesti il mistero non si ripete, sempre, di nuovo, si attua e si rende presente.

Il Curato d’Ars non era mai frustrato, mai stanco, mai deluso: le sue tentazioni di fuga, infatti, non nascevano da queste esperienze ma dallo sgomento che lo prendeva ogni volta che ripensava alla incommensurabilità del dono a lui partecipato.

Mentre noi vorremmo capire tutto, scandagliare tutto, quest’uomo conosceva bene un gesto che noi abbiamo disimparato: gettarsi a terra davanti al tabernacolo proprio per assaporare il mistero di non capire e nello stesso tempo la gioia di credere e di rimanere fedele.

Il mistero della mia fragilità esalta ed illustra la magnificenza del Signore.

A scuola di ministerialità
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A scuola di preghiera
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A scuola di perdono
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A scuola di carità
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Omelia di P. Aurelio Antista (VIDEO)


XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

03/08/2014


Omelia di P. Aurelio Antista
Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto


La pagina del Vangelo di questa XVIII Domenica del Tempo Ordinario si apre con una notizia che viene data a Gesù, una notizia drammatica, un fatto di sangue, di violenza: Giovanni Battista il profeta da tutti conosciuto e da tutti apprezzato è stato ucciso. Da chi? Da chi detiene il potere, da Erode. La voce libera del profeta viene prima incatenata e poi messa a tacere con la violenza. Succede spesso cosi, ancora oggi, quando c'è qualcuno che è capace di denunciare, di parlare con libertà e di testimoniare con la coerenza della vita ciò che crede profondamente. Ebbene Giovanni è stato ucciso in carcere e la sua testa viene portata su un vassoio in un contesto di un banchetto.... e Gesù che ascolta questa notizia prende una decisione  quella di ritirarsi in disparte, di raccogliersi in un luogo solitario, per meditare, per pregare, forse anche per cogliere il messaggio di questo fatto di sangue, quasi che quel messaggio riguardi anche lui, che quella morte violenta sia profezia e anticipo di ciò che accadrà a  lui ...  


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"Phoenix 1" la prima nave “privata” di Regina e Christopher Catrambone per soccorrere i migranti in difficoltà nel Mediterraneo

Regina Catrambone, fascino mediterraneo impreziosito da una cadenza appena “sporcata” dall’uso dell’inglese, ha diversi motivi per essere invidiata dalle coetanee. L’avvenenza, appunto. O la carriera. A Malta, dove si è trasferita sette anni fa da Reggio Calabria, guida un’impresa di assicurazioni. Il che significa una certa disponibilità economica. E che dire del matrimonio felice con lo statunitense Christopher (assicuratore pure lui), e di Maria Luisa, la figlia adolescente? Da qualche mese, però, Regina ha qualcosa che nessuno possiede. Almeno per l’uso che intende farne lei: Regina ha appena acquistato in Virginia, nella città di Norfolk, un’imbarcazione di 43 metri insieme con due droni, due velivoli che viaggiano senza pilota grazie a un computer di bordo.
La nave, riallestita con un ponte di volo e ribattezzata Phoenix 1, è pronta a salpare per una missione davvero speciale: soccorrere i barconi dei migranti nel Mediterraneo, assistendo le autorità nella ricerca e nel salvataggio di vite umane. È la prima nave “privata” varata per salvare i disperati che cercano fortuna affidandosi alle carrette del mare...

E' un progetto italo-americano. Ma non è stato consacrato da incontri diplomatici o da trattati internazionali: deriva da un matrimonio. Quello tra l'imprenditrice italiana del settore assicurativo Regina Catrambone e Christopher, di nazionalità statunitense. I quali, con risorse proprie, hanno fondato a Malta la Moas (Migrant Offshore Aid Station), una stazione per soccorrere i migranti in difficoltà nel Mediterraneo. Sostanzialmente quello che, su larga scala, l'Italia fa con l'Operazione Mare Nostrum. 
La notizia è stata data dal Guardian con un articolo intitolato: “I buoni samaritani che lanciano una missione per salvare i migranti nel Mediterraneo” (Leggi l'articolo Good samaritans launch mission to save migrants in the Mediterranean)
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Sul sito del Moas (www.moas.eu) campeggia una “frase programmatica” tratta da un documento dell'Unhcr (l'Agenzia dell'Onu per i rifugiati): “Il Mediterraneo è una delle vie marittime più trafficate del mondo, ed è anche una frontiera di mare pericolosa per migranti e richiedenti asilo. Tenuto conto di questi pericoli, l'Unhcr invita nuovamente tutte le navi a stare in allerta per soccorrere migranti e rifugiati. Rinnoviamo anche il nostro appello ai comandanti a restare vigili e ad adempiere al dovere di prestare soccorso”...


Maria Gabriella Lanza per Radio Vaticana ha intervistato Regina Catrambone, l’ideatrice dell’iniziativa e il direttore della missione, Martin Xuereb

Guarda il video (in inglese)


domenica 3 agosto 2014

"La casa di Lidia, prima Chiesa d’Europa" di Silvano Fausti


"La casa di Lidia, prima Chiesa d’Europa"


di Silvano Fausti

Gesuita, biblista e scrittore


«Venite ad abitare nella mia casa» (leggi Atti 15,36-16,15)

La prima Chiesa d’Europa nasce «per caso» ed è tutta al femminile. La corsa della Parola, cominciata a Gerusalemme, raggiunge la Giudea e la Samaria. Dopo l’incontro tra Pietro e Cornelio alcuni ellenisti di Cipro e di Cirene, forse dei mercanti, vanno ad Antiochia ed evangelizzano direttamente i pagani. Questa comunità mista e problematica, campo base dei viaggi di Paolo, fu la causa del «Concilio» di Gerusalemme. 
Il cristianesimo si è diffuso in Asia Minore, che ha caratteristiche culturali comuni ai giudei. La sete di salvezza e i culti misterici, con relative ricerche di relazione con Dio, facilitano l’annuncio del Vangelo. Sono desideri profondi che basta esplicitare e indirizzare a Cristo.

Dopo l’esperienza del primo viaggio, Paolo progetta con cura il secondo: suo compagno sarà Barnaba e meta le comunità fondate, con fondazione di nuove. Tutto è programmato: dove andare, cosa fare, con chi collaborare e a chi rivolgersi. Unica incognita è il tempo di permanenza. Ma Paolo sa che ovunque lo «attendono catene e tribolazioni» (At 20,23): nata una comunità, la persecuzione lo spedisce altrove. 

Il progetto però non funziona. Barnaba subito divorzia da Paolo. Suo compagno allora sarà Sila, che «per caso» non è tornato a Gerusalemme. La meta cambia: se Barnaba parte con Marco per Cipro, Paolo con Sila devia verso Derbe e Listra per evangelizzare la provincia dell’Asia. Qui incontrano, sempre «per caso», Timoteo, che si aggrega. Attraversano la Frigia e la Galazia, ma lo Spirito Santo, non si sa come, vieta loro di predicare. Allora raggiungono la Misia per andare in Bitinia; ma lo Spirito di Gesù non lo permette. Quindi scendono a Troade, porta del mare verso la Grecia. Qui un sogno li dirotta verso l’Europa, in Macedonia. 

A Troade si aggrega pure Luca, autore del Vangelo e degli Atti. La sua presenza, anche se anonima, è chiara: all’improvviso il racconto passa dalla terza persona plurale «essi» al «noi» (cfr At 16,10: «cercammo di partire»). Gli incontri con Sila, Timoteo e Luca saranno determinanti per la nuova missione. L’evangelizzazione è opera di Dio. Egli ostacola i nostri progetti e agisce con gli imprevisti. Il caso è il suo modo abituale di viaggiare in incognito. Non le nostre idee sicure, ma le novità più irritanti svelano la sua volontà. 
La breve traversata da Troade a Filippi è in realtà il salto dall’Asia all’Europa. Al di là del Bosforo, Paolo e compagni incontrano il mondo greco-romano, un universo culturale e religioso diverso dal loro.
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"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 36/2013-2014 (A) di Santino Coppolino

'Un cuore che ascolta - lev shomea'
Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)

Traccia di riflessione sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino




Vangelo: Mt 14,13-21







"Barukh attàh Adonai Elohejnu Melek haOlam, hamotzi Lechem min ha-aretz"

"Benedetto sei tu Signore nostro, Re del mondo, che fai uscire il pane dalla terra".

Queste parole, accompagnate da gesti semplici, appartengono alla tradizione ebraica, la berakah  (benedizione), che tutti i giorni ogni israelita recita sul pane, e che Gesù ripete sui cinque pani e i due pesci, mosso da una profonda tenerezza (hesed), un amore viscerale nei confronti di un popolo che "è affranto e abbandonato, come un gregge di pecore senza pastore" (Mt 9,36).
Il racconto di Matteo ha uno sfondo messianico e può essere letto in molti modi: come segno profetico, sulla falsariga di quello di Mosè e il dono della manna (Es 16,1-16), di Elia (1Re 17,14) e di Eliseo (2Re 4,42-44), oppure come un rimando al banchetto messianico, richiamando l'episodio del re Davide che benedice il popolo nel nome del Signore e distribuisce a tutti, uomini e donne, un pane per ciascuno (2Sam 6,19). Compito del Re-Messia è di assicurare il pane al suo popolo: ed è proprio ciò che Gesù compie, mostrando alle folle chi egli è. Ma quello che primariamente l'evangelista vuole mettere in risalto è il banchetto Eucaristico, cibo nuovo per un popolo nuovo, anticipo di quello che Gesù compirà nell'ultima cena, e che i discepoli di tutti i tempi continueranno a fare in memoria di lui.
Gesù è il Re-Messia che i suoi non hanno accolto (Gv 1,11), nel mistero del suo corpo è il dono del Padre per la vita della Chiesa, è la sua esistenza spezzata per ogni fratello, cibo che comunica la Vita stessa di Dio, nutrimento per il popolo in cammino nel deserto dell'esistenza, forza che riceviamo per continuare la sua opera nella storia, e che siamo chiamati a condividere con tutti.


sabato 2 agosto 2014

"Non è del male l'ultima parola" di Enzo Bianchi



Non è del male l'ultima parola 

di ENZO BIANCHI

Perché il perdono è un tema così decisivo nella nostra vita umana e cristiana? Perché la nostra vita conosce il male, questa contraddizione, questa negazione del bene che non possiamo rimuovere né negare. Il perdono ha a che fare con il male, il male che noi facciamo a noi stessi e agli altri, il male che gli altri ci fanno. Il male – nelle sue varie forme del cattivo pensare, del malvagio agire, dell’offensivo parlare – è una realtà nella nostra vita e nelle nostre relazioni. Il male, dice Gesù, è ciò che nasce dal nostro cuore e diventa aggressività, violenza, odio verso gli altri e verso noi stessi (cf. Mc 7,20-23; Mt 15,18-20). Il male è ciò che io faccio nonostante voglia fare il bene, confessa l’Apostolo Paolo (cf. Rm 7,18-19). Non a caso le domande che rivolgiamo a Dio nel Padre nostro, la preghiera insegnataci da Gesù, sono: «Non abbandonarci alla tentazione» e «Liberaci dal male» (Mt 6,13); e queste richieste sono precedute da quella del perdono di Dio, invocato perché ci renda capaci di perdonare i nostri fratelli: «Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12).

Il male come azione malvagia compiuta da noi esseri umani ci accompagna per tutta la vita. Nel quotidiano il più delle volte non è epifanico, non ha conseguenze vistose; in alcune circostanze invece esplode e ci spaventa, provocando in noi indignazione. In ogni caso, il male è sempre banale… L’uomo si abitua al male, e soprattutto la violenza può nutrire il male, farlo crescere fino alla negazione dell’altro, degli altri. Siamo sinceri con noi stessi: non arriviamo talvolta alla tentazione di voler vedere scomparire chi ci è nemico, di voler vedere escluso dal nostro orizzonte un altro che ci ha fatto del male? Non siamo tentati di ripagare con lo stesso male chi ci ha fatto del male? Non giungiamo perlomeno a sperare il male per chi ci ha fatto soffrire?

Questo è il nostro istinto di conservazione: vogliamo vivere e vivere a ogni costo, anche senza gli altri e magari contro gli altri. Siamo tutti malati di philautía, l’egoistico amore di noi stessi, e quando siamo offesi il nostro istinto è quello di difenderci attaccando, non diversamente dagli animali. Siamo tentati di rispondere al male con il male, alla violenza con la violenza, alimentando così una spirale di odio e di vendetta che ben presto finisce per mostrare la sua qualità mortifera...



venerdì 1 agosto 2014

Morti senza nome. Morti due volte - I parenti dei migranti cercano i morti in mare, ma spesso è una lotta senza speranza

Morti senza nome... morti due volte.
Basta aggiungere dolore al dolore!

... Dopo la strage di Lampedusa dello scorso 3 ottobre, i migranti, i loro familiari e le organizzazioni per i diritti dell’uomo hanno fatto pressione sui governi: è loro diritto sapere se il congiunto è deceduto. Quando non c’è un corpo, quando il figlio, fratello, marito sparisce in mare, è impossibile eseguire l’esame del DNA e il compito per dare risposte alle famiglie è ancora più arduo.

Simon Robins ricercatore dell’University of York’s Centre for Applied Human Rights e Iosif Kovras della Queen’s University, Belfast sostengono che è imperativo, dal punto di vista umano e morale, oltre che un dovere dal punto di vista legale, identificare i corpi recuperati dalla guardia costiera e dargli una degna sepoltura. Ma, c’è un grande ma: non esiste alcun capitolo di spesa nella contabilità della ragioneria dell’UE per i funerali dei migranti /richiedenti asilo deceduti durante la traversata in mare. Dunque i corpi o ciò che resta, viene sepolto in tombe anonime e i familiare non potranno mai piangere sul sepolcro del proprio caro.
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Oggi, dopo oltre nove mesi dalla sciagura di Lampedusa, il cinquanta percento dei oltre 350 deceduti non è stato ancora identificato, anche se il personale incaricato ha raccolto il materiale necessario per effettuare il test del DNA, ma se manca quello di un familiare stretto, impossibile fare un confronto per stabilire se il corpo appartiene al congiunto. Morti senza nome. Morti due volte. Famiglie intere e mamme disperate, che continuano a vivere con il dubbio, dubbi che uccidono corpo e anima.
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Canali sicuri, basta morti in mare. Basta corpi senza nome, basta congiunti disperati alla ricerca dei loro familiari, che hanno dovuto lasciare il proprio Paese per guerre, persecuzioni, miseria. Basta aggiungere dolore al dolore.



Il cattolicesimo del risentimento - Christian Albini e le polemiche su Enzo Bianchi



Il cattolicesimo del risentimento

di Christian Albini



Dopo che papa Francesco ha nominato Enzo Bianchi, fondatore e priore del monastero di Bose, consultore al Pontificio Consiglio per l'unità dei cristiani, in rete piccole cerchie di tradizionalisti hanno cominciato a far circolare con insistenza una serie di accuse false e senza bussola.

E' un esempio di quello che definisco cattolicesimo del risentimento, che individua un nemico e comincia ad attaccarlo con dicerie e denigrazioni, come è avvenuto in passato verso credenti come Giuseppe Dossetti e Carlo Maria Martini. Sono ambienti in cui hanno poco spazio il Vangelo e la prossimità, rispetto a una dottrina rigidamente immobilizzata in formule proprie di una certa epoca.

Diceva un padre del deserto: Non disprezzare chi ti sta accanto, perché non sai se lo Spirito santo è in te o in lui. Negli atteggiamenti e nei discorsi del cattolicesimo del risentimento, invece, il disprezzo è evidente e privo di dubbi, perché ci si sente possessori della verità.
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Essere chiesa non significa uniformità e accordo su tutto, ma le critiche vanno fatte nella fraternità e nella verità. Ecco perché è importante dire quando ciò non avviene, un costume purtroppo diffuso.