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sabato 5 aprile 2014

"Un cuore che ascolta - lev shomea' " - n. 20/2013-2014 (A) di Santino Coppolino

'Un cuore che ascolta - lev shomea'
"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)
Traccia di riflessione sul Vangelo
di Santino Coppolino




Vangelo:  Gv 11,1-45





Con questo racconto l'evangelista ci presenta il cuore del messaggio di Gesù l'Unigenito Dio, è il Kérygma Pasquale, l'annuncio gioioso che risponde al bisogno di felicità e di pienezza insito nel cuore di ogni uomo. Che la morte cioè non ha la parola definitiva sulla storia dell'umanità, che essa è stata sconfitta per sempre anzi, che "è stata ingoiata per la vittoria. Dov'è o morte la tua vittoria? Dov'è o morte il tuo pungiglione? Il pungiglione della morte è il peccato"(1Cor 15,54-55)
Così come Gesù ha attraversato la nostra vita tracciando il cammino verso il regno, similmente ha sperimentato anche la nostra morte, "l'ultimo nemico ad essere annientato, perché (Dio Padre) tutto ha posto sotto i suoi piedi"(1Cor 15,27-27). Egli non ci salva  "dalla" morte, ma "nella" morte, non annulla il limite dell'essere creature, la nostra finitudine, ci dona però di comprenderlo e viverlo in modo nuovo, divino. Come al cieco nato, guarisce i nostri occhi perché possiamo vedere come vivere l'amore fino al dono totale di noi stessi, ci dona dalla croce la sua stessa vita nella consegna del suo Spirito .(cf 19,30)
La resurrezione di Lazzaro è anticipazione di quanto avverrà a tutti coloro che crederanno in Gesù: chi aderisce alla sua persona, al suo messaggio, anche se muore, è già fin d'ora vivente e risorto perché in Gesù partecipa della vita stessa di Dio che è amore:
"Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte" (1Gv 3,14) 
Questa è la vita eterna, la vita piena che ha sapore di Dio, quella che il Figlio è venuto a comunicare ai suoi fratelli.


Dialogo islamo-cristiano - “Dialogo nella quotidianità, strada per la pace” - speranze per padre Paolo Dall'Oglio?

“Dialogo nella quotidianità, strada per la pace” è il titolo dell’incontro sul dialogo islamo-cristiano organizzato dal MAGIS (Movimento e Azione dei Gesuiti Italiani per lo Sviluppo) e dal Centro Astalli, lo scorso 30 marzo a Roma, cui hanno preso parte oltre 100 persone. Un viaggio culturale fra due religioni, un percorso di lettura fra un versetto e una sura, riflessioni teologiche si sono unite ad esperienze di dialogo “sul campo” con testimoni diretti che si mettono ogni giorno in ascolto, in dialogo, alla scoperta dell’altro, della sua dignità di uomo, sia in Italia che nel mondo musulmano. Dialogo, percorso impegnativo perché processo lungo e complesso che può anche spaventare perché il dialogo profondo e vero trasforma i soggetti che interagiscono...

L'auspicio è che l'imminente viaggio papale in Terra Santa e l'incontro in Giordania di Francesco con i profughi siriani rappresentino una scossa positiva in una situazione bloccata. Sono passati otto mesi da quando padre Paolo Dall'Oglio è scomparso nel nulla. Era in Siria, con ogni probabilità a Raqqa, nel nord, tra le prime città finite sotto il controllo degli anti-governativi, poi diventata roccaforte dell'Isis, lo Stato islamico dell'Iraq e del Levante, guidato a qaedisti con rapporti sempre più tesi con i ribelli siriani. Ed è a loro che si attribuisce il rapimento del gesuita 59enne, instancabile tessitore del dialogo interreligioso che aveva scelto la Siria come patria di adozione dagli anni Ottanta. L'Isis, però, non lo ha mai rivendicato.
Domenica alla Sala Assunta in via degli Astalli 17 a Roma, si è svolto un affollato incontro sul dialogo islamo-cristiano. L'evento, promosso dalla Fondazione Magis e dal Centro Astalli, è stato l'occasione di confronto attraverso la riflessione e le testimonianze di chi sceglie il dialogo vissuto nella quotidianità come la strada, quanto mai attuale e urgente, verso la pace. I più applauditi sono stati i familiari del gesuita da otto mesi ostaggio di sequestratori siriani, il cui ricordo ha attraversato tutta la serata...


L'incontro-intervista di Papa Francesco con 5 giovani fiamminghi


L'incontro-intervista di Papa Francesco con 5 giovani fiamminghi


I poveri sono il cuore del Vangelo. Non ha dubbi Papa Francesco che in un lungo colloquio, durato 45 minuti, con alcuni giovani belgi, avvenuto lo scorso 31 marzo e ripreso in un video diffuso dal sito deredactie.be (vai al video) affronta molti temi a lui cari: dall'attenzione ai poveri alle sue paure, dal ruolo di anziani e giovani, schiacciati da una società che mette al centro potere e denaro, al tema della felicità. 
Questa singolare intervista rilasciata dal Papa nasce da un progetto di comunicazione, intitolato "Verse Vis", della pastorale giovanile delle Fiandre. Sono quindici i giovani di lingua fiamminga che hanno lavorato alla sua realizzazione. Cinque di loro, con la mediazione del loro vescovo, monsignor Lucas Van Looy, vescovo di Gand, sono stati ricevuti dal Papa presso lo studio del Palazzo Apostolico, dove non solo hanno potuto parlare con Francesco ma anche riprendere l'intero incontro. Il video, diffuso ieri sera, è in lingua fiamminga, ma le domande dei ragazzi sono in inglese e le risposte del Papa in italiano. Il Papa, nella prima risposta, precisa di sentire un suo "dovere rispondere alle inquietudini dei ragazzi" considerate un "seme che poi darà frutti". Il video intitolato "Habemus Papam" ha una durata di quasi 30 minuti... 

... E' stato un incontro allegro e familiare, in un clima di grande semplicità: tra i giovani c’è anche una ragazza non credente che dice di essere ispirata dalle parole di Papa Francesco. Chiedono innanzitutto perché abbia accettato questa intervista. Il Papa risponde che per lui è un servizio prezioso parlare all’inquietudine dei giovani. Poi, una domanda a bruciapelo: 
“Lei è felice? E perché?”
...
I ragazzi chiedono il motivo del suo grande amore per i poveri
...
La ragazza non credente chiede al Papa quale messaggio abbia per tutti i giovani:
...
Ad una domanda sulla ricerca di Dio, il Papa risponde: 
...
Un giovane gli chiede cosa gli abbiano insegnato i suoi errori. 
...
Una ragazza gli chiede: “Ha un esempio concreto di come ha imparato da uno sbaglio?”:
...
Arriva poi un’altra domanda a bruciapelo: “Di che cosa ha paura lei?”:
...
Infine, l’ultima domanda dei giovani al Papa è particolare: “Lei ha una domanda per noi?”:
“Non è originale, la domanda che io voglio farvi. La prendo dal Vangelo. Dove è il tuo tesoro? Questa è la domanda. Dove riposa il tuo cuore? Su quale tesoro riposa il tuo cuore? Perché dove è il tuo tesoro sarà la tua vita … Questa è la domanda che io farò, ma dovrete risponderla a voi stessi, da soli [ride] a casa vostra …”.

L'intervista rilasciata dal Pontefice ai cinque studenti belgi il 31 marzo scorso sarà diffusa integralmente la domenica delle palme.
Guarda il video



venerdì 4 aprile 2014

Nella Chiesa ci sono «perseguitati da fuori e perseguitati da dentro» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)



S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
4 aprile 2014
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 



Papa Francesco:
"non si può ingabbiare la profezia, lo Spirito"


Oggi i cristiani martiri e perseguitati sono di più che nei primi tempi della Chiesa. Tanto che in alcuni Paesi è vietato persino pregare insieme. È su questa drammatica realtà che Papa Francesco ha centrato la sua meditazione nella messa celebrata venerdì mattina, 4 aprile, nella cappella della Casa Santa Marta.

Il brano del libro dalla Sapienza (2,1.12-22), proclamato nella liturgia, rivela «com’è il cuore degli empi, delle persone che si sono allontanate da Dio e si sono impadronite in questo caso della religione». E com’è il loro «atteggiamento nei confronti dei profeti», fino alla persecuzione appunto. Sono persone, ha detto il Pontefice, che sanno benissimo di avere a che fare con un giusto. Tanto che la Scrittura riporta così il loro pensiero: «Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo e si oppone alle nostre azioni».
Tendere insidie, ha spiegato il Papa, significa fare «un lavoro di chiacchiere fra loro, di calunnie». E così diffamano e «preparano un po’ il brodo per distruggere il giusto». Non possono accettare infatti che ci sia un uomo giusto che, afferma l’antico Testamento, «si oppone alle nostre azioni, ci rimprovera le colpe contro le leggi e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta».
Parole che delineano il profilo dei profeti, perseguitati «in tutta la storia della salvezza».
...
Siamo davanti, ha affermato il Santo Padre, a «una ipocrisia storica». È un fatto che «sempre nella storia della salvezza, nel tempo di Israele e anche nella Chiesa, i profeti sono stati perseguitati». Infatti il profeta è un uomo «che dice: ma voi avete sbagliato strada, tornate alla strada di Dio! Questo è il messaggio di un profeta». Un messaggio che «non fa piacere alle persone che hanno il potere di quella strada sbagliata».
Anche Gesù è stato perseguitato. Volevano ucciderlo, come rivela il Vangelo della liturgia (Giovanni 7,1-2.10.25-30). Ed egli certamente «conosceva quale sarebbe stata la sua fine». Le persecuzioni cominciano subito, quando «all’inizio della sua predicazione torna al suo paese, va alla sinagoga e predica». Allora, «subito dopo una grande ammirazione, incominciano» le mormorazioni, come riporta il Vangelo: «Costui sappiamo di dov’è; il Cristo invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia». E tutti si domandano: «Con quale autorità viene a insegnarci? Dove ha studiato?».
In una parola, è lo stesso atteggiamento di sempre: «squalificano il Signore, squalificano il profeta per togliere l’autorità». 
...
 I profeti «sono tutti perseguitati, non compresi, lasciati da parte: non gli danno posto». E questa è una realtà che «non è finita con la morte e risurrezione di Gesù» ma «è continuata nella Chiesa».
Nella Chiesa infatti ci sono «perseguitati da fuori e perseguitati da dentro». I santi stessi «sono stati perseguitati». Infatti, ha notato il vescovo di Roma, «quando noi leggiamo la vita dei santi» ci troviamo di fronte a tante «incomprensioni e persecuzioni». Perché, essendo profeti, dicevano cose che risultavano «troppo dure».
Così «anche tanti pensatori nella Chiesa sono stati perseguitati». E in proposito Papa Francesco ha affermato: «Io penso a uno adesso, in questo momento, non tanto lontano da noi: un uomo di buona volontà, un profeta davvero, che con i suoi libri rimproverava la Chiesa di allontanarsi dalla strada del Signore. Subito è stato chiamato, i suoi libri sono andati all’indice, gli hanno tolto la cattedra e quest’uomo così finisce la sua vita, non tanto tempo fa. È passato il tempo e oggi è beato». Ma come — si potrebbe obiettare — «ieri era un eretico e oggi è beato?». Sì, «ieri quelli che avevano il potere volevano silenziarlo perché non piaceva quello che diceva. Oggi la Chiesa, che grazie a Dio sa pentirsi, dice: no, quest’uomo è buono! Di più, è sulla strada della santità: è un beato».
La storia ci testimonia dunque che «tutte le persone che lo Spirito Santo sceglie per dire la verità al popolo di Dio soffrono persecuzioni». E qui il Pontefice ha ricordato «l’ultima delle beatitudini di Gesù: beati voi quando siete perseguitati per il mio nome». Ecco che «Gesù è proprio il modello, l’icona: ha sofferto tanto il Signore, è stato perseguitato»; e così facendo «ha preso tutte le persecuzioni del suo popolo».
Ma «ancora oggi i cristiani sono perseguitati» ha avvertito il Papa. Tanto che «oso dire — ha affermato — che forse ci sono tanti o più martiri adesso che nei primi tempi». E sono perseguitati «perché a questa società mondana, a questa società tranquilla che non vuole problemi, dicono la verità e annunciano Gesù Cristo». Davvero «oggi c’è tanta persecuzione».
...
Per i cristiani «sempre ci saranno le persecuzioni, le incomprensioni». Ma sono da affrontare con la certezza che «Gesù è il Signore e questa è la sfida e la croce della nostra fede». Così, ha raccomandato il Santo Padre, «quando succede questo, nelle nostre comunità o nel nostro cuore, guardiamo al Signore e pensiamo» al brano del libro dalla Sapienza che parla delle insidie tese dagli empi ai giusti. E ha concluso chiedendo al Signore «la grazia di andare per la sua strada e, se accade, anche con la croce della persecuzione».


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Tg2 Dossier: “La neve, la prima volta” - Telecamere sul naufragio dell’accoglienza

La neve, la prima volta

Fanus è lì, seduta nel suo dolore infinito, a grattarsi via dalle unghie l’ultimo smalto che è rimasto, e dal volto un’adolescenza consumata troppo in fretta. Il suo aguzzino, carceriere, violentatore somalo eccolo che avanza laggiù, alto, magro, quasi elegante nel portamento, mentre entra nell’auto della polizia con le manette ai polsi. Un capolavoro di immagini, di voci (prestate gratuitamente da cinque attori professionisti) e di un montaggio che assembla torturatori e torturati, sopravvissuti e vittime della strage di Lampedusa del 3 ottobre scorso, raccontando una storia che comincia molto prima dell’approdo o del mancato approdo nell’isola, e che vorrebbe continuare dopo e possibilmente non da noi (non abbia timore, vicepresidente Alfano) ma nei paesi scandinavi che accolgono i rifugiati, o in Olanda dove dopo due settimane a chi chiede asilo politico consegnano una tessera magnetica per piccoli prelevamenti settimanali, mentre da noi possono passare alcuni mesi prima che uno venga interrogato.
Sabato 5 aprile, alle 23,30, va in onda un imperdibile Tg2 Dossier, dal titolo “La neve, la prima volta”, realizzato da Valerio Cataldi con il patrocinio dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati. La storia di quattro ragazzi, due miracolosamente scampati al naufragio che ha tolto la vita a 366 esseri umani, e due venuti a cercare i loro familiari. Impresa inutile per Adal, arrivato da Stoccolma: il fratello era scomparso nei flutti. Wiskey, invece, può riportare a Oslo il fratello, ma deve piangere la morte della sorella. I giovani sono seguiti fino ai paesi in cui hanno scelto di vivere, dove cade quella neve che non avevano mai visto prima. ...

Fanus, Adal, Weldezghi, Ali. Quattro storie, dal naufragio del tre ottobre al naufragio dell'accoglienza.
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... Fanus la neve l’ha vista la prima volta a metà febbraio. Neve di Norvegia. La stessa in cui hanno affondato le scarpe Mehrawi e Petros. Arrivati nel nord europa alla fine di un lungo viaggio, scampati alle torture e al sequestro nel deserto del sahara e al naufragio del 3 ottobre. Le loro storie assieme a quelle di Adal e di Ali, il giovane siriano che ha girato il video delle docce antiscabbia, le raccontano loro stessi in un documentario di 54 minuti La neve, la prima volta, una produzione Tg2 Dossier sulla quale il tg2 ha voluto investire. Andrà in onda su Raidue sabato 5 aprile alle 23,30 e verrà proiettato in anteprima il 2 aprile alle 18 alla Casa del Cinema di Villa Borghese a Roma. Li abbiamo seguiti dal loro arrivo a Lampedusa fino a quando hanno toccato la neve di Svezia e Norvegia, e lungo la strada, ci hanno raccontato le loro storie.
Storie di persone fuggite da guerre e dittature. Storie di ordinario terrore di cui sappiamo molto poco. I volti dei quattro protagonisti non possono essere mostrati perché i loro familiari potrebbero subire ritorsioni. Le loro voci, invece, sono affidate al doppiaggio di nomi famosi del cinema italiano: Francesco Pannofino, Carolina Crescentini, Nicolas Vaporidis, Francesco Venditti, Simone Crisari. Attori che hanno accettato di far parte del progetto con grande entusiasmo perché, come dice Carolina Crescentini: “di fronte a storie come quella di Fanus, non si può far finta di nulla”. Un modo per dare visibilità a chi è costretto a nascondere il proprio volto per proteggere se stesso e i propri familiari.
Leggi tutto: La neve, la prima volta 


Tg2 Dossier: “La neve, la prima volta” 
Sabato 5 aprile ore 23,30 

Dai preti di Bergamo una mensilità in aiuto alle famiglie povere

Dai preti di Bergamo una mensilità
 in aiuto alle famiglie povere 

Un gesto chiesto dal vescovo agli 800 sacerdoti della Diocesi. 
Il versamento in occasione del Giovedì Santo, 
e servirà a costituire un Fondo Famiglia - Casa


"Una mensilità dello stipendio per alimentare un Fondo Famiglia Casa. È quanto il vescovo di Bergamo Francesco Beschi ha proposto ai sacerdoti della sua Diocesi, come gesto solidale per la Quaresima. Sono circa 800 i sacerdoti bergamasci, con un stipendio intorno ai mille euro.
Il vescovo ovviamente farà da buon esempio, versando una mensilità, che si aggira sui 2600 euro. Ma per costituire il Fondo la Diocesi ha messo in vendita anche un palazzo di sua proprietà.
«Un scelta compiuta nell’orizzonte della spoliazione necessaria indicataci dal Papa», ha spiegato Beschi. A cosa saranno destinati i fondi? A promuovere specifiche azioni di temporaneo sostegno economico e per incrementare la ricerca di posti di lavoro. Inoltre la diocesi si impegna a investire 600mila euro per la ristrutturazione di un luogo di accoglienza nel centro della città: l’area dell’ex Galgario per la quale è stato avviato un piano con la giunta comunale. ... (Giuseppe Frangi)


MESSAGGIO PER MERCOLEDÌ DELLE CENERI

di Francesco Beschi, Vescovo di Bergamo

"... Davanti alle miserie dell’uomo e del mondo, il Papa ci invita ad aprire gli occhi e a farci annunciatori della misericordia di Dio, della sua vicinanza, della sua amicizia e nello stesso tempo ci affida il compito di diventare misericordiosi, di farci vicini, di manifestare un’amicizia che riscatta e apre alla speranza.
Tutto questo non si può fare senza rinunciare a qualcosa per farci vicino ai poveri: insieme al dono, ci deve essere una rinuncia che ci coinvolga profondamente. “La Quaresima è un tempo adatto per la spogliazione; e ci farà bene domandarci di quali cose possiamo privarci al fine di aiutare e arricchire altri con la nostra povertà. Non dimentichiamo che la vera povertà duole: non sarebbe valida una spogliazione senza questa dimensione penitenziale. Diffido dell’elemosina che non costa e che non duole.” ...
Proprio alla luce del Vangelo e del Messaggio di Papa Francesco, nella felice prospettiva della Canonizzazione di Papa Giovanni, desidero indicare un percorso che assuma il valore di un segno forte ed eccezionale, che confido non si consumi in se stesso, ma diventi capace di generare solidarietà e speranza, di moltiplicare piccoli e grandi gesti di appartenenza, di solidarietà, di fraternità, in ogni nostro contesto di vita quotidiana.
Questo percorso è contrassegnato dalla vicinanza ai poveri, dalla condivisione con le famiglie che hanno perduto le sicurezza fondamentali del lavoro e della casa, da un rinnovato impegno educativo in direzione della solidarietà ispirata dal Vangelo.

In concreto la Diocesi si impegna .... 



giovedì 3 aprile 2014

"La preghiera è un dialogo a tre" - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
3 aprile 2014
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 



Papa Francesco:
"la preghiera cambia il cuore"

Pregare è come parlare con un amico: per questo «la preghiera deve essere libera, coraggiosa, insistente», anche a costo di arrivare a “rimproverare” il Signore. Con la consapevolezza che lo Spirito Santo c’è sempre e ci insegna come fare. È lo stile della preghiera di Mosè quello che Papa Francesco ha riproposto nella messa celebrata giovedì mattina, 3 aprile, nella cappella della Casa Santa Marta.

Questa piccolo “manuale” della preghiera è stato suggerito al Pontefice dalla lettura del passo del libro dell’Esodo (32, 7-14), che racconta «la preghiera di Mosè per il suo popolo che era caduto nel peccato gravissimo dell’idolatria». Il Signore — ha spiegato il Papa — «rimprovera proprio Mosè» e gli dice: «Va’, scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto, si è pervertito».
È come se in questo dialogo Dio volesse prendere le distanze, dicendo a Mosè: «Io non ho niente a che fare con questo popolo; è il tuo, non è più il mio». Ma Mosè risponde: «Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto con grande forza e con mano potente?». E così, ha affermato il Santo Padre, «il popolo è come in mezzo a due padroni, a due padri: il popolo di Dio e il popolo di Mosè».
Ecco allora che Mosè inizia la sua preghiera, «una vera lotta con Dio». È «la lotta del capo del popolo per salvare il suo popolo, che è il popolo di Dio». Mosè «parla liberamente davanti al Signore». E così facendo «ci insegna come pregare: senza paura, liberamente, anche con insistenza». Mosè «insiste, è coraggioso: la preghiera deve essere così!».
...
La preghiera ha successo, perché «alla fine Mosè riesce a “convincere” il Signore». Il Papa ha rimarcato che «è bello come finisce questo brano» della Scrittura: «Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo». Certo, ha spiegato, «il Signore era un po’ stanco per questo popolo infedele». Ma «quando uno legge, nell’ultima parola del brano, che il Signore si pente» e «ha cambiato atteggiamento» deve porsi una domanda: Chi è cambiato davvero qui? È cambiato il Signore? «Io credo di no» è stata la risposta del vescovo di Roma: a cambiare è stato Mosè. Perché egli — ha affermato il Pontefice — credeva che il Signore avrebbe distrutto il popolo. E «cerca nella sua memoria com’era stato buono il Signore con il suo popolo, come lo aveva tolto dalla schiavitù dell’Egitto per portarlo avanti con una promessa».
È appunto «con queste argomentazioni che cerca di “convincere” Dio. In questo processo ritrova la memoria del suo popolo e trova la misericordia di Dio». Davvero, ha proseguito il Papa, «Mosè aveva paura che Dio facesse questa cosa» terribile. Ma «alla fine scende dal monte» con una grande consapevolezza nel cuore: «il nostro Dio è misericordioso, sa perdonare, torna indietro nelle sue decisioni, è un padre!».
Sono tutte cose che Mosè già «sapeva, ma le sapeva più o meno oscuramente. È nella preghiera che le ritrova». Ed è anche «questo che fa la preghiera in noi: ci cambia il cuore, ci fa capire meglio com’è il nostro Dio». Ma per questo, ha aggiunto il Pontefice, «è importante parlare al Signore non con parole vuote come fanno i pagani». Bisogna invece «parlare con la realtà: ma, guarda, Signore, ho questo problema nella famiglia, con mio figlio, con questo o quell’altro... Cosa si può fare? Ma guarda che tu non mi puoi lasciare così!».
...
Il Pontefice ha concluso chiedendo al Signore che «dia a tutti noi la grazia, perché pregare è una grazia». E ha invitato a ricordare sempre che «quando preghiamo Dio, non è un dialogo a due» ma a tre, «perché sempre in ogni preghiera c’è lo Spirito Santo» Dunque «non si può pregare senza lo Spirito Santo: è lui che prega in noi, è lui che ci cambia il cuore, è lui che ci insegna a dire a Dio “padre”».
È allo Spirito Santo, ha aggiunto il Papa, che dobbiamo chiedere di insegnarci a pregare «come ha pregato Mosè, a “negoziare” con Dio con libertà di spirito, con coraggio». E «lo Spirito Santo, che è sempre presente nella nostra preghiera, ci conduca per questa strada».


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La chiesa, il Vangelo della famiglia e l'amore tradito / 2

Se nella Torah, data da Dio a Israele, il divorzio era permesso in alcuni casi e normato, nella predicazione di Gesù questa ‘possibilità’ decretata da Mosè per la ‘durezza di cuore’ dei credenti non è in vigore. Gesù, evitando ogni interpretazione casistica, afferma di risalire all’intenzione originaria di Dio nel creare l’uomo e la donna e dichiara che l’uomo non può separare ciò che Dio ha unito in una sola carne, in un ‘noi’ più forte di un ‘io’ e un ‘tu’.
Nel matrimonio cristiano avviene un’alleanza, uno scambio di promesse, una parola data per sempre, si sigilla una storia d’amore come unica. Questo è il vangelo, la buona notizia sul matrimonio che la Chiesa deve trasmettere e predicare con chiarezza ma anche con umiltà, senza arroganza, mettendosi, come sono solito ripetere, in ginocchio davanti ai coniugi che hanno assunto quella loro storia d’amore così fragile, faticosa e difficile.
Il cardinale Kasper, papa Francesco, il prossimo sinodo non mutano e non muteranno questo annuncio, duro non solo per le orecchie di greci ed ebrei di ieri, ma anche per quelle dei cristiani, di ieri come di oggi e di domani. ‘Ma la dottrina che non può essere cambiata - afferma Kasper - è soggetta anche a uno sviluppo’: può essere espressa con parole nuove, può essere compresa più profondamente, può essere declinata in disciplina attraverso modalità diverse, perché è nella storia umana che il vangelo va predicato, creduto e vissuto: non cambia, ma può essere compreso meglio. Tutti sono convinti che la forma e l’identità della famiglia, mutata a più riprese nel corso dei secoli, ha conosciuto in questi ultimi decenni un profondo cambiamento legato ai nuovi approcci antropologici e alle diverse realtà sociali. E il vangelo della famiglia non può essere proposto con il linguaggio, l’intransigenza e la durezza dei tempi post-tridentini.
La Chiesa deve guardare in faccia gli uomini e le donne che la compongono, le loro fragilità e debolezze che li portano a contraddire in modi diversi e molteplici le esigenze del vangelo. Soprattutto nelle storie d’amore il cammino è accidentato e anche per i credenti può accadere la separazione, l’infedeltà, una nuova storia d’amore, il divorzio e nuove nozze. Questi sono innanzitutto cammini di dolore, di fatica, perché la separazione, il distacco, la fine di una vicenda d’amore porta sempre con sé la sofferenza per i coniugi come per i figli. Nella comunità cristiana oggi uomini e donne che si trovano in questa situazione di lacerazione non costituiscono più un’eccezione, ma sono una presenza che interroga. Fino a prima del concilio, erano ritenuti ‘pubblici peccatori’, esclusi dalla comunità cristiana, a volte persino scomunicati. Ma la Chiesa, a partire dagli anni dell’assise conciliare, ha cambiato rotta fino a renderli destinatari di una pastorale attenta, piena di cure, amorevole che non li esclude dalla comunità cristiana ma li invita a partecipare intensamente alla vita ecclesiale.
È in questo cammino che vanno comprese le proposte del cardinale Kasper...
Leggi tutto: Papa Francesco e il Vangelo dei divorziati di Enzo Bianchi


Vedi anche il nostro post precedente:


Papa Francesco UDIENZA GENERALE 2 aprile 2014 - testo e video


Piazza San Pietro
Mercoledì, 2 aprile 2014


Cari fratelli e sorelle, buongiorno.

Oggi concludiamo il ciclo di catechesi sui Sacramenti parlando del Matrimonio. Questo Sacramento ci conduce nel cuore del disegno di Dio, che è un disegno di alleanza col suo popolo, con tutti noi, un disegno di comunione. All’inizio del libro della Genesi, il primo libro della Bibbia, a coronamento del racconto della creazione si dice: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò … Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne» (Gen 1,27; 2,24). L’immagine di Dio è la coppia matrimoniale: l’uomo e la donna; non soltanto l’uomo, non soltanto la donna, ma tutti e due. Questa è l’immagine di Dio: l’amore, l’alleanza di Dio con noi è rappresentata in quell’alleanza fra l’uomo e la donna. E questo è molto bello! Siamo creati per amare, come riflesso di Dio e del suo amore. E nell’unione coniugale l’uomo e la donna realizzano questa vocazione nel segno della reciprocità e della comunione di vita piena e definitiva.
...







...

... Altre volte io ho detto in questa Piazza una cosa che aiuta tanto la vita matrimoniale. Sono tre parole che si devono dire sempre, tre parole che devono essere nella casa: permesso, grazie, scusa. Le tre parole magiche...






...
Con queste tre parole, con la preghiera dello sposo per la sposa e viceversa, con fare la pace sempre prima che finisca la giornata, il matrimonio andrà avanti. Le tre parole magiche, la preghiera e fare la pace sempre. Che il Signore vi benedica e pregate per me.

Guarda il video della catechesi

Saluti:
...
Saluto cordialmente tutti i Polacchi. 
L’anniversario della morte del Beato Giovanni Paolo II che cade oggi dirige il nostro pensiero verso il giorno della sua canonizzazione che celebreremo alla fine del mese. L’attesa di questo evento sia per noi l’occasione per prepararsi spiritualmente e per ravvivare il patrimonio della fede da lui lasciato. Imitando Cristo è stato per il mondo predicatore instancabile della parola di Dio, della verità e del bene. Egli fece del bene perfino con la sua sofferenza. 
Questo è stato il magistero della sua vita a cui il Popolo di Dio ha risposto con grande amore e stima. La sua intercessione rafforzi in noi la fede, la speranza e l’amore. Durante questa preparazione vi accompagni la mia Benedizione apostolica.
...

Saluto i giovani, gli ammalati e gli sposi novelli, ricordando con la liturgia san Francesco di Paola. Cari giovani, specialmente voi, del Villaggio dei ragazzi di Maddaloni, imparate da lui che l’umiltà è forza e non debolezza! Cari malati, non stancatevi di chiedere nella preghiera l’aiuto del Signore. E voi, cari sposi novelli, gareggiate nello stimarvi e aiutarvi a vicenda.

Guarda il video integrale


mercoledì 2 aprile 2014

Giovanni Paolo II nell'anniversario della sua morte le parole di Papa Francesco e il ricordo di mons. Stanisław Dziwisz e di mons. Leonardo Sandri


2 aprile 2005 - 2 aprile 2014


"L’anniversario della morte del Beato Giovanni Paolo II che cade oggi dirige il nostro pensiero verso il giorno della sua canonizzazione che celebreremo alla fine del mese. L’attesa di questo evento sia per noi l’occasione per prepararsi spiritualmente e per ravvivare il patrimonio della fede da lui lasciato. Imitando Cristo è stato per il mondo predicatore instancabile della parola di Dio, della verità e del bene. Egli fece del bene perfino con la sua sofferenza. Questo è stato il magistero della sua vita a cui il Popolo di Dio ha risposto con grande amore e stima. La sua intercessione rafforzi in noi la fede, la speranza e l’amore." (Papa Francesco -  Udienza 02/04/2014)

Il 2 aprile di 9 anni fa, Giovanni Paolo II tornava alla Casa del Padre, dopo una lunga malattia affrontata con indomito coraggio e generosità. Ad annunciare la morte di Karol Wojtyla in una Piazza San Pietro trasformatasi in un Cenacolo a cielo aperto, fu il sostituto alla Segreteria di Stato, Leonardo Sandri che oggi, cardinale prefetto del dicastero per le Chiese Orientali, ricorda – al microfono di Alessandro Gisotti - l’emozione di quel momento

Il 2 aprile 2005 moriva il beato Giovanni Paolo II. Si concludeva così il lungo pontificato del primo Papa polacco della storia. Un testimone oculare d’eccezione di questi ventisette anni e del periodo precedente trascorso da Wojtyła in Polonia è il suo segretario Stanisław Dziwisz, attuale cardinale arcivescovo di Cracovia. In questa intervista al nostro giornale — a poche settimane dalla domenica della divina misericordia, quando Papa Francesco eleverà Giovanni Paolo ii agli onori degli altari insieme con Giovanni XXIII — il cardinale ripercorre alcuni momenti della vita di Wojtyła e il suo legame con la Giornata mondiale della gioventù, che nella prossima edizione si svolgerà proprio a Cracovia.


Opg: un orrore prorogato

Un «autentico orrore indegno di un paese appena civile». Così il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, definiva gli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) nel discorso di fine anno del 2012. A distanza di quasi due anni, il capo dello Stato esprime nuovamente «rammarico», questa volta per aver dovuto firmare il decreto che prevede lo slittamento della chiusura dei sei Opg attivi a livello nazionale dal 2014, come previsto dalla legge, al 2015 
Una proroga, varata ieri dal Consiglio dei ministri, motivata dal fatto che non sono ancora state realizzate nelle Regioni le residenze per la riabilitazione previste come alternativa agli Opg, le cosiddette Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems), che tuttavia, secondo varie associazioni, non rappresentano la soluzione al problema. La proroga, sostiene il Comitato StopOpg, «protrae solo la sofferenza» dei circa mille detenuti-pazienti ancora internati nelle sei strutture. ...

Sotto al primo sole di marzo i detenuti dell’Ospedale psichiatrico giudiziario passeggiano adagio su e giù per i cortili. Sono 206 uomini, oltre a 98 donne, colpevoli di reati commessi in stato di infermità mentale, e tuttora ritenuti socialmente pericolosi. Quando passano i medici tanti di loro si avvicinano, ansiosi di sapere: «Dottore, e la mia perizia? Quando potrò uscire?».
«Quando», per molti è una data assolutamente incerta. Di sei mesi in sei mesi la "pericolosità sociale" può essere prorogata, senza un termine. È l’aberrazione degli Opg italiani, come un limbo in cui si entra, ma spesso non si sa quando si esce. Per uno schiaffo a un vigile c’è stato chi si é fatto quindici anni. «Mi hanno dato una stecca», cioè una proroga, dicono fra di loro i detenuti: e sono altri sei mesi.
Adesso, la proroga l’hanno avuta gli Opg, che sulla carta tra due giorni dovevano chiudere. Niente da fare, le nuove comunità che dovrebbero accogliere questi detenuti hanno già la loro sigla per nome, "Rems", ma nelle Regioni non esistono ancora. Tutto, dunque, come prima. ...
Leggi tutto: Viaggio negli Opg, nuova proroga alla vergogna di Marina Corradi

Vedi anche alcuni dei nostri precedenti post:

martedì 1 aprile 2014

La chiesa, il Vangelo della famiglia e l'amore tradito / 1



"La Chiesa può trovare una nuova strada affinché un divorziato risposato, dopo un periodo penitenziale, venga riammesso ai sacramenti. La mia non è una posizione lassista, bensì che intende riconoscere come tramite la penitenza chiunque può ricevere clemenza e misericordia. Ogni peccato può essere assolto. Infatti, non è immaginabile che un uomo possa cadere in un buco nero da cui Dio non possa più tirarlo fuori".
A ridosso delle Mura leonine, nell'abitazione del cardinale tedesco Walter Kasper (il più anziano elettore a partecipare al recente conclave), fa mostra di sé il volume "Il Vangelo della famiglia" (Queriniana), che contiene il testo integrale della Relazione introduttiva tenuta dal porporato all'ultimo concistoro di fine febbraio...

Una relazione che doveva restare "riservata" fino alla sua pubblicazione con tanto di prefazione, commento conclusivo e appendici in contemporanea con l'edizione tedesca (Herder Verlag), ma sappiamo bene che non è stato così e ciò che era accaduto al Concilio - papa Benedetto ha parlato di "Concilio parallelo" - si è ripetuto con l'ultimo Concistoro straordinario.
Ciononostante "Il Vangelo della famiglia" (perché questo è il titolo che ha voluto l'Autore, non altro) si legge e si medita nella riflessione del card. Kasper, teologo tedesco dalla chiara vocazione di pastore, non del censore, in tutta la sua freschezza e originalità. E ancor di più, se ci si avventura nelle brevi parole che ha posto come presentazione, come pure nella stringata conclusione (che rappresenta la sua replica al termine dell'articolato dibattito fra i cardinali)...

"Parole dette con tenerezza, con amore..." - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)



S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
1 aprile 2014
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 



Papa Francesco:
"no ad un cristianesimo senza entusiasmo"

I cristiani anestetizzati non fanno bene alla Chiesa. E’ quanto sottolineato da Papa Francesco nella Messa di stamani a Casa Santa Marta. Il Papa ha ribadito che non bisogna fermarsi ai formalismi, ma “immischiarsi”, vincere l’accidia spirituale e rischiare in prima persona per annunciare il Vangelo.

Papa Francesco ha svolto la sua omelia soffermandosi sul passo del Vangelo che narra dell’incontro tra Gesù e il paralitico che, ammalato da 38 anni, stava sotto i portici presso la piscina aspettando la guarigione. Quest’uomo si lamentava perché non riusciva a immergersi, era sempre anticipato da qualcun altro. Ma Gesù sposta l’orizzonte e gli ordina di “alzarsi”, di andare. Un miracolo che desta le critiche dei farisei perché era sabato e quel giorno, dicevano, non si poteva. In questo racconto, ha osservato il Papa, troviamo due malattie forti, spirituali. Due malattie su cui, ha detto, “ci farà bene riflettere”. Innanzitutto la rassegnazione del malato, che è amareggiato e si lamenta:
“Io penso a tanti cristiani, tanti cattolici: sì, sono cattolici ma senza entusiasmo, anche amareggiati! 'Sì, è la vita è così, ma la Chiesa… Io vado a Messa tutte le domeniche, ma meglio non immischiarsi, io ho la fede per la mia salute, non sento il bisogno di darla ad un altro…'. Ognuno a casa sua, tranquilli per la vita… Ma, tu fai qualcosa e poi ti rimproverano: 'No, è meglio così, non rischiare…”'. E’ la malattia dell’accidia, dell’accidia dei cristiani. Questo atteggiamento che è paralizzante dello zelo apostolico, che fa dei cristiani persone ferme, tranquille, ma non nel buon senso della parola: che non si preoccupano di uscire per dare l’annuncio del Vangelo! Persone anestetizzate”.
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Ma in questo passo del Vangelo, ha detto il Papa, troviamo anche un altro peccato quando vediamo che Gesù viene criticato perché ha guarito il malato di sabato. Il peccato del formalismo. “Cristiani – ha detto – che non lasciano posto alla grazia di Dio. E la vita cristiana, la vita di questa gente è avere tutti i documenti in regola, tutti gli attestati”:
“Cristiani ipocriti, come questi. Soltanto interessavano loro le formalità. Era sabato? No, non si possono fare miracoli il sabato, la grazia di Dio non può lavorare il sabato. Chiudono la porta alla grazia di Dio! Ne abbiamo tanti nella Chiesa: ne abbiamo tanti! E’ un altro peccato. I primi, quelli che hanno il peccato dell’accidia, non sono capaci di andare avanti con il loro zelo apostolico, perché hanno deciso di fermarsi in se stessi, nelle loro tristezze, nei loro risentimenti, tutto quello. Questi non sono capaci di portare la salvezza perché chiudono la porta alla salvezza”.
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E davanti a queste due tentazioni, davanti “a quell’ospedale da campo lì, che era simbolo della Chiesa”, davanti a “tanta gente ferita”, Gesù si avvicina e chiede solo: “Vuoi guarire?” e “gli dà la grazia. La grazia fa tutto”. E poi, quando incontra di nuovo il paralitico gli dice di “non peccare più”:
“Le due parole cristiane: vuoi guarire? Non peccare più. Ma prima lo guarisce. Prima lo guarì, poi ‘non peccare più’. Parole dette con tenerezza, con amore. E questa è la strada cristiana, la strada dello zelo apostolico: avvicinarsi a tante persone, ferite in questo ospedale da campo, e anche tante volte ferite da uomini e donne della Chiesa. E’ una parola di fratello e di sorella: vuoi guarire? E poi, quando va avanti, ‘Ah, non peccare più, che non ti fa bene!’. E’ molto meglio questo: le due parole di Gesù sono più belle dell’atteggiamento dell’accidia o dell’atteggiamento dell’ipocrisia”.


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Era proprio necessaria la reliquia di padre Puglisi?

Era proprio necessaria la reliquia di padre Puglisi?
di Valentina Chinnici
(foto d'archivio privato concessa da Nora Ales: padre Puglisi è l'ultimo in alto, a destra)
Padre Puglisi a casa mia è sempre stato una figura mitica.
Mia madre se lo era ritrovato compagno di classe, all'Istituto Magistrale De Cosmi: un ragazzino smilzo con i calzoncini corti, seduto nel banco dietro di lei.
A quel tempo mia madre portava lunghissime trecce nere, di cui andava tanto fiera, e quel compagnetto dispettoso si divertiva a tirargliele con energia, per poi assumere aria serissima e impassibile di fronte alla professoressa che non capiva perché mai la composta signorina Ales si agitasse all'improvviso nel suo primo banco.
Ci raccontava spesso mia madre di quegli occhi vivi e intelligenti, di quanto fosse bravo in matematica, aggiungendo, con sottile compiacimento, che nei temi però era più brava lei: ogni tanto, infatti, lo aiutava al punto che una volta la solita professoressa aveva mormorato: “Puglisi, Puglisi, mi pare che qui c'è lo zampino di Ales”.
Passarono due anni.
All'inizio del nuovo anno scolastico, però, il secondo banco restò vuoto: Dov'è Puglisi? Mah... Dice che è entrato in seminario. Si vuole fare parrino. C'era rimasta male mia madre. In fondo le sarebbe mancato quel ragazzino sempre sorridente, con le orecchie grandi e le mani immense. Lo ritrovò, trent'anni dopo, e fu ben lieta di affidargli le sue figlie nei ritiri spirituali che teneva in giro per la Sicilia. 
...
Ricordo ancora la reazione incredula e straziata di mia madre, durante il telegiornale: Lo sapevo che era un santo, ma non pensavo che avrebbe avuto il coraggio del martirio. Come Gesù Cristo...
Da quel giorno padre Puglisi fu ufficialmente santo a casa mia. Mia madre incominciò a pregarlo come già faceva con papa Giovanni, che in effetti a quel tempo non era santo neanche lui, e sistemò una sua fotografia nel suo altarino personale, in camera da letto, accanto a quella di suo padre, dei suoi fratelli defunti e, appunto, all'immaginetta di papa Roncalli.
Adesso, che faccio l'insegnante di lettere, e proprio nella scuola media dove anche padre Pino fu professore di religione per qualche tempo, mi ritrovo spesso a parlare di padre Puglisi, a far vivere la sua testimonianza, il suo messaggio di legalità, di giustizia, di attenzione agli ultimi.
Non poteva dunque lasciarmi indifferente il gran fermento vissuto in questi giorni dalle parrocchie palermitane, impegnate ad accogliere proprio una reliquia di padre Pino Puglisi: si tratta di un frammento di una costola, quella più vicina al cuore, parte della quale è stata anche inviata a papa Francesco. Le scolaresche ricevono inviti a partecipare a questo evento/celebrazione, in cui si prende spunto dal passaggio della reliquia, custodita in una teca d'argento cesellato, per fare memoria della figura di Don Pino, il piccolo parroco che fece paura ai boss della sua Brancaccio.
Ora, da insegnante – e da cattolica – che ha portato con sé i propri ragazzi, molti dei quali musulmani, indù o non credenti, non posso fare a meno di domandarmi quale sia la funzione, per la Chiesa del terzo millennio, della venerazione di una reliquia. A cosa serve insomma una reliquia? A ricordare che il beato è vissuto davvero e che la sua testimonianza è autentica? Se è questo il motivo, non bastava forse la testimonianza di quanti lo hanno conosciuto e ne diffondono a tutt'oggi le parole e i gesti? Se si voleva un qualcosa di tangibile, non sarebbe bastato, per esempio, il testo della Bibbia che è stato sepolto con lui nella sua stessa bara, a dire l'amore immenso che padre Pino nutriva per le Scritture?
Era veramente necessario asportare quel frammento osseo, esporlo in una solenne urna d'argento e farlo girare per vie e parrocchie, in cortei guidati dalle confraternite?
...
Vigiliamo, allora, con rispetto ma con intransigenza, perché la reliquia, quale che sia, possa essere solo e soltanto un volano, un dito puntato verso il cielo, che ci spinga a indagare, per esempio, come e perché quel piccolo parrino faceva tanta paura ai boss del suo quartiere. Cosa faceva concretamente, oltre a 'togliere i ragazzi dalla strada' come fanno migliaia di preti in tutte le periferie del mondo?
Su Internet, per fortuna, si trovano anche reliquie vere, e non solo le patacche di ebay. Una per tutti, la voce viva di padre Pino che ci ricorda, con forza, che, se ognuno fa qualcosa... allora si può fare molto.
Solo così la testimonianza di padre Puglisi non sarà mai minimamente appannata.


Guarda il video con la voce di don Pino Puglisi che pronuncia la celebre frase 
“Se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto”.