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mercoledì 8 agosto 2012

"Cinquant'anni dopo il Concilio" di Enzo Bianchi

Cinquant’anni fa Giovanni XXIII annunciava il Concilio Vaticano II. Cinquant’anni sono un arco di tempo significativo per una lettura di quella «nuova pentecoste» che ha attraversato la Chiesa cattolica e il suo rapporto con le altre confessioni cristiane, con le altre religioni e il mondo contemporaneo.

I «padri conciliari» ancora vivi sono pochissimi e più nessuno esercita ancora un ministero pastorale (il teologo Joseph Ratzinger vi prese parte come «perito»), abbondano ormai studi e ricostruzioni storiche basate su archivi, diari e documenti di ogni tipo... Eppure la lettura non può essere «distaccata» perché le energie spirituali suscitate e i cambiamenti innestati dal Concilio sul tronco vivo e vitale della tradizione bimillenaria della Chiesa sono attualissimi ancora oggi, nonostante vi sia chi, anche nella Chiesa purtroppo, lavora contro quella che Giovanni Paolo II definì «la grazia più grande fatta da Dio alla Chiesa del XX secolo… l’evento ecclesiale più significativo e determinante».



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martedì 7 agosto 2012

"Il fuoco freddo dell'inferno" di mons. Gianfranco Ravasi

​«Inferno» è ormai una parola un po’ desueta, anche nel linguaggio religioso: abbiamo pensato di soffiar via la cenere che si era depositata su questo argomento incandescente (l’immagine del fuoco, come vedremo, è capitale) e di riproporne qualche aspetto. L’inferno è stato un po’ ostracizzato per ragioni diverse. C’è chi lo considera il reperto di un paleolitico spirituale ormai ammuffito e, al massimo, col filosofo francese Jean-Paul Sartre (1905-1980), proclama che «l’inferno sono gli altri», ossia il prossimo crudele o noioso. C’è invece chi afferma in modo perentorio, citando il poema edito postumo (1886) La fine di Satana di Victor Hugo (1802-1885), che «l’inferno sta tutto intero in questa parola: solitudine», la quale è il campo da gioco di Satana. C’è pure la ben fondata convinzione del filosofo ottocentesco americano William James (1842-1910), secondo il quale «l’inferno di cui parla la teologia non è peggiore di quello che noi creiamo a noi stessi in questo mondo». Ed effettivamente, come con la grazia divina accolta e vissuta in noi già si sperimenta il paradiso della salvezza, così chi pecca e odia già è insediato in uno di quei gironi simbolici che mirabilmente Dante ha tratteggiato e popolato nei canti del suo Inferno. 
Dopo tutto, già san Giovanni metteva in bocca a Gesù queste parole: «Chi non crede è già stato condannato» (Gv 3,18). Che l’inferno, poi, sia vuoto lo si è ripetuto sbrigativamente sulla base di una riflessione ben più ponderata e articolata del famoso teologo Hans Urs von Balthasar (1905-1988): si dev’essere invece consapevoli che, se è vero che immensa è la misericordia di Dio, superiore non solo al nostro peccato, ma alla stessa sua giustizia, come già insegnava anche l’Antico Testamento (cf Es 20,5-9; 34,6-7), è altrettanto vero che esiste la libertà umana, presa sul serio da Dio che la rispetta fino alle sue estreme conseguenze, anche quella del rifiuto radicale e totale del bene e dell’amore.
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Enzo Bianchi: vi spiego cos'è (oggi) il Male - Intervista su Panorama a Enzo Bianchi

Su Panorama dialogo (esclusivo) con il monaco che non porta la croce e da quasi 50 anni accoglie, nella sua comunità di Bose, uomini e donne d'ogni credo

Il padre, stagnino, promise alla madre che non avrebbe mai portato con sé sui tetti l’unico figlio, ad aggiustare grondaie. Era però scritto che Enzo Bianchi salisse in alto, in piena umiltà, e rischiasse del suo per gli altri, e ascendesse per poi discendere, le mani sporche di cosa buona. È quello che viene da pensare trovandoselo di fronte, la voce che già racconta chi è l’uomo: calda, profonda, autorevole, con una raschiatura sul fondo, costante. Enzo Bianchi è un gigante con il volto da elfo. E quando l’elfo parla, il silenzio ovunque si fa grato, perché questo dottore in misericordia, con la laurea in economia in tasca e Dio nell’anima, è un intellettuale finissimo, un religioso puro,priore della comunità monastica di Bose (Biella) da lui fondata nel ’65, aperta a uomini, donne, protestanti, ortodossi, cattolici: qualcosa di rivoluzionario in tempi di integralismi religiosi e di nazionalismi antirazziali. Scrive libri, pareri; raramente si concede per festival e tv, quasi mai per interviste.
Fra le parole a lui più care c’è "parresia", dal greco, il coraggio di parlare, la libertà di dire. Bianchi ammette fatiche ("La cella all’inizio è una prigione, con la sua solitudine"); ricorda ferite inferte ("Mio padre era un anticlericale, si sentì tradito dalla mia scelta. Mia madre, morta quando avevo 8 anni, era molto credente, invece"); si misura col dubbio ("Si fanno domande a Dio e da giovani si sentivano subito le risposte"); e, senza paura, guarda in faccia i volti del male.



lunedì 6 agosto 2012

Trasfigurazione, festa della luce: "ALZATEVI E NON TEMETE" di Don Tonino Bello

Oggi è la festa della Trasfigurazione, la festa della luce, la festa della Pasqua. 
Oggi Gesù ci dice «forza discepoli, venite con me, andiamo sul monte, andiamo lì sopra dove è più facile ascoltare la voce di Dio»...
Fratelli, è bellissima la pagina difficile, che noi leggiamo anche nel cuore dell'estate, il 6 di agosto, e possiamo dire che è una pagina difficile per queste molteplicità. Comunque una cosa è certa: il suo orientamento pasquale, il suo sapore pasquale che dice tante cose anche per noi e che forse potremmo condensare in quei due verbi di una suggestione unica che vengono espressi quando gli Apostoli cadono con il volto prono a terra. È allora che Gesù si avvicina loro e dice: «Alzatevi e non temete». Due verbi che sono chiaramente pasquali. «Alzatevi»: alzarsi è lo stesso verbo che in greco cerca di mitigare la resurrezione: risorgete, alzatevi, in piedi! Ci sono alcuni francesi che in esegetica traducono «beati voi poveri» con «in piedi, poveri!» Altri traducono: «in cammino, alzatevi, che aspettate!».
Vedete quanta fame nel mondo, vedete quanta sete di giustizia, quante implorazioni, quante braccia levate. Io non so se sono i miei dormiveglia di febbricitante che a volte mi fanno immaginare questa selva di braccia mirate in alto in attesa di liberazioni che sembra non vengano da nessuna parte. Invece Gesù è venuto a liberarci e chiama anche noi, vuole coinvolgere anche noi.
Alzatevi, che state aspettando? Non vi accorgete che il mondo muore, che il mondo soffre? «Alzatevi» significa anche questo. Lasciate la siesta, l'assopimento delle vostre contemplazioni a volte narcisistico, il vostro riduttivismo spirituale, la coltivazione della vostra vita interiore senza slanci, senza sbocchi al di fuori, senza spinte. «Alzatevi», dice prima di tutto a noi. «Alzatevi, muovetevi, uscite dagli standard, uscite dalle vostre pigrizie, cambiate vita» perché è facile che pure noi, persone consacrate, con tutti i propositi, i progetti, si viva in termini non profondamente cristiani, non in sintonia con Gesù Cristo e allora Gesù ci dice: «Alzatevi, praticate il Vangelo», quello semplice e non l'altro...

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Trasfigurazione del Signore

Subito dopo aver annunciato ai suoi discepoli la necessità della sua morte e resurrezione (Mc 8,31), Gesù, sul monte alto (il Tabor secondo la tradizione), conosce un’esperienza di comunione con Dio che ha come testimoni i tre discepoli più intimi: Pietro, Giacomo e Giovanni. La Trasfigurazione avviene nella carne umana di Gesù e, a differenza della resurrezione, ha testimoni oculari. Essa appare un’esperienza che ha Dio come autore (come indica la forma passiva “fu trasfigurato davanti a loro”): si tratta quindi del sì di Dio all’uomo Gesù, al suo ministero, al cammino che egli sta compiendo verso Gerusalemme.
Leggi tutto: Trasfigurazione del Signore di Enzo Bianchi

... Ora a noi, il Tabor e la Trasfigurazione cosa possono suggerire nell’oggi della società e della Chiesa? Sembriamo paralizzati dalle crisi odierne quando la crisi potrebbe addirittura diventare una… opportunità per un cambio delle nostre priorità e dei nostri stili di vita.
La Chiesa stessa, nei suoi vari livelli e articolazioni, non deve preferire maggiormente pratiche di luce e di trasparenza, di perdono e di misericordia, di umanità, di opere giuste? Talvolta siamo tentati a esorcizzare le paure e il vuoto spirituale con la pastorale delle grandi concentrazioni, “con i segni del potere piuttosto che con il potere dei segni” – come diceva don Tonino Bello. Nella Chiesa ci sono tante paure da vincere salendo ancora sul monte per guardare dentro le nubolosità della propria vita, e acquisire una spiritualità matura per discernere strade in avanti, per scendere e accorgersi che ci sono già tanti segni di speranza e di fraternità in atto dappertutto nel mondo...

Per approfondire:
Ascolta "Il vangelo della trasfigurazione: esegesi biblico-spirituale" di Enzo Bianchi


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domenica 5 agosto 2012

A cento anni dalla nascita (5 agosto 1912) dell’Abbé Pierre, fondatore delle comunità Emmaus

A cento anni dalla nascita (5 agosto 1912) 
dell’Abbé Pierre, al secolo Henri Grouès, 
fondatore delle comunità Emmaus

“Se si colpisce l’uomo, si colpisce Dio”. Questa sua certezza fu la costante delle sue sfide per e con l’uomo, per e con tutti gli esseri umani, in primo luogo per e con i più sofferenti, i sans-papiers, i senza tetto, i senza ideale, i senza famiglia, gli affamati di pane e di amore. “Un solo innocente maltrattato davanti a noi o che vede i suoi diritti maltrattati mentre i nostri cuori restano inerti, senza passione, è sufficiente a rendere immondo l’universo intero”.
L’Abbé Pierre non si accontentava di indignarsi. Passava subito all’azione. A dispetto della malattia e della fatica non abbandonava mai nessuno....
Era nato il 5 agosto di cento anni fa a Lione, Henri Grouès, meglio noto come Abbé Pierre, fondatore del movimento internazionale di solidarietà per la giustizia “Emmaus”. Scomparso nel 2007, dedicò la propria vita alle cause più nobili, come la lotta alla fame e alla povertà e l’impegno in favore della democrazia. 
Tanti gli eventi previsti in Francia per commemorare questo centenario: ad Estevile, vicino Rouen dove l’Abbé Pierre è sepolto, oggi viene inaugurato un nuovo Centro Emmaus, mentre nella sua città natale, il 30 giugno scorso, gli è stata intitolata una piazza nel quartiere popolare di Duchère: si tratta di uno spazio ampio con al centro una fontana e circondato da tre livelli di gradinate ...

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Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XVIII domenica del Tempo Ordinario - anno B

Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME)






Preghiera dei Fedeli
XVIII domenica del Tempo Ordinario anno B
3 agosto 2012




XVIII TEMPO ORDINARIO - Commento al Vangelo di p. Alberto Maggi OSM

XVIII TEMPO ORDINARIO - 
Commento al Vangelo Gv 6, 24-35
di p. Alberto Maggi OSM

"Con l’episodio della condivisione dei pani Gesù aveva voluto elevare la folla a livello prima di uomini, poi di persone adulte, di persone mature, ma la folla non ha voluto, voleva farlo re. Ha preferito la sottomissione alla libertà che Gesù aveva loro proposto e Gesù era scappato via.
Ebbene ora la folla lo rincorre, ne va in cerca - il verbo ‘ricercare’ nel vangelo di Giovanni è sempre negativo, è sempre per catturare, lapidare, uccidere Gesù – e, quando lo trova, si rivolge a lui chiamandolo ‘Rabbi’. Rabbi è il maestro della legge, non hanno compreso la novità proposta da Gesù, un rapporto con Dio completamente nuovo, non più basato sull’obbedienza della legge, ma sull’accoglienza del suo amore. ..."

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sabato 4 agosto 2012

"IL PAPA BUONO - Angelo Giuseppe Roncalli" di Luigi Bizzarri consulente storico Alberto Melloni

"IL PAPA BUONO - Angelo Giuseppe Roncalli"
film-documento di Luigi Bizzarri
consulente storico Alberto Melloni


In occasione delle celebrazioni per il cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, il 20 luglio 2012 , Raitre ha trasmesso (21/07/2012) “Il papa buono” di Luigi Bizzarri. 

Angelo Giuseppe Roncalli, è stato eletto il 28 ottobre del 1958. Sarà papa soltanto per 4 anni, 7 mesi e 6 giorni. Doveva essere un anziano “papa di transizione”. In realtà ha operato la transizione della Chiesa nell’avvenire, ha lasciato un ricordo indelebile ed ha scavato un solco insormontabile tra un ‘prima’ e un ‘dopo’ nella storia della Chiesa del nostro tempo.

Il film-documento “Il papa buono” ripercorre tutte le tappe della lunga storia di Angelo Giuseppe Roncalli, figlio di contadini bergamaschi, per capire chi fu veramente il 262 successore di Pietro, per capire cosa ci sia, in realtà, dietro quell’etichetta di ‘papa buono’: un’etichetta che rischia di essere riduttiva fuorviante, rischia di evidenziare solo la melassa dei sentimenti, le immagini rassicuranti e non gli spigoli, i tagli, le incisioni profonde da lui operate nel corpo della Chiesa.
Non si capisce in realtà Giovanni XXIII se non si considera che in lui ci fu bontà, non sprovvedutezza, semplicità non semplicismo, disponibilità non credulità, coraggio non temerarietà, speranza non illusione.

Ai prelati della curia aveva detto: “La chiesa non è un museo da custodire, ma un giardino da coltivare”. Ai diplomatici della Santa Sede aveva suggerito: “Scuotete la polvere imperiale accumulata sul trono di Pietro da Costantino in poi”. Ai custodi della fede aveva ricordato: “la Chiesa deve usare la medicina della misericordia, non la severità della condanna”.
Fu un antesignano dell’ecumenismo; diceva ai cristiani di tutte le fedi, d’Oriente e d’Occidente: “Cerchiamo sempre ciò che ci unisce, non ciò che ci divide”.
Fu difensore del popolo ebraico perseguitato e si adoperò per mettere in salvo gli ebrei in fuga che transitavano dalla Turchia diretti in Palestina; a loro scrisse: “Sento costantemente le vostre voci”.

Primo fra i Pontefici di Roma iniziò la politica del disgelo nei confronti del nemico di sempre: l’Unione Sovietica; disse “È giunto il momento di distinguere l’errore dall’errante”.

Stupì e rinnovò la Chiesa intera con l’indizione del Concilio Vaticano II: 2778 i partecipanti: 7 patriarchi, 80 cardinali, 1619 arcivescovi e vescovi, 975 Superiori Generali, 400 teologi.
Memorabile il suo discorso d’apertura “Gaudet Mater Ecclesia” in cui preannuncia l’avvento di una nuova Chiesa, che sappia parlare al mondo moderno, che non pronunci condanne ed anatemi, che s’incontri con i fratelli separati.

E poi la visita ai piccoli malati del “Bambin Gesù”, la visita ai carcerati di Regina Coeli, le sue visite nelle parrocchie dei quartieri più desolati e poveri di Roma, il viaggio ad Assisi e a Loreto. Infine la malattia lunga, lenta, dolorosa e poi la fine, il giorno dopo la domenica di Pentecoste: il3 giugno 1963.

Straordinarie ed esclusive le testimonianze dell’ assistente di camera Gusso, del segretario mons. Capovilla, dell’esponente della comunità ebraica Saban, dell’operatore televisivoLazzaretti che documentò quei gesti e quelle parole ancora scritte nel cuore di tanti.

VIZI CAPITALI - 7 "AVARIZIA: Avere, troppo avere questo è il problema" di mons. Renato Boccardo

VIZI CAPITALI  - 7

AVARIZIA: 
avere, troppo avere questo è il problema  
di mons. Renato Boccardo


Possedere è legittimo. Il problema inizia quando il danaro e i beni posseggono noi. O ci ossessionano. Il denaro che lo spilorcio accumula senza sosta è destinato ad essere conservato, a non essere mai speso: «Se spendo il denaro - dice - viene meno il mio potere e non posso più consolarmi nella certezza che quanto ho accumulato mi servirà in qualsiasi momento».

La Scrittura considera l’avarizia un grave peccato. Il denaro infatti sfida Dio, giacché ne occupa il posto: «Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza» (Mt 6, 24), dice Gesù. Se noi fossimo davvero liberi nei confronti del danaro, ci risulterebbe così difficile pagare le imposte o le contravvenzioni?

CHE COS’È L’AVARIZIA?

Come l’orgoglioso, il lussorioso ed il goloso, anche l’avaro è definito peccatore e vizioso non perché ama un qualche bene di questo mondo, ma perché il suo amore per questo bene è smisurato. Massimo il Confessore spiega che il peccato inizia non con il possesso del denaro, ma con il suo “cattivo uso”, quando cioè il danaro cessa di essere un mezzo e diventa un fine (cf Centurie sulla carità, III, 4) . «Io sono ciò che ho», ripete di sé l’avaro, e pone nell’avere la radice del suo essere. Di ogni realtà egli cerca il dominio esclusivo, economicamente quantificabile, e non un gioioso godimento.

Esistono due specie di avarizia: materiale e spirituale.


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di Renato Boccardo


venerdì 3 agosto 2012

LA BIBBIA E LA SCIENZA DEI NUMERI - "La salvezza in una cifra" di Gianfranco Ravasi

LA BIBBIA E LA SCIENZA DEI NUMERI

Anche chi non ha una grande assuefazione coi testi sacri sa che essi sono costellati di numeri che spesso non devono essere computati quantitativamente, ma valutati qualitativamente, cioè come simboli. Così, che la creazione dell’universo sia dalla Genesi distribuita nei sette giorni della settimana, destinata ad avere il suo apice nel sabato liturgico, è legato al fatto che il sette è un segno di pienezza e perfezione, naturalmente coi suoi multipli. In questa luce si comprende perché si scelgano nell’Apocalisse sette chiese, perché Gesù ci ammonisca di perdonare non solo sette volte, ma settanta volte sette, perché l’oro puro sia «raffinato sette volte», come si dice nel Salmo 12,7, perché settanta siano gli anziani del «senato» costituito da Mosè, settanta i discepoli inviati in missione da Gesù, settanta siano gli anni dell’esilio babilonese e settanta settimane d’anni scandiscano l’avvento finale del regno messianico, secondo il libro di Daniele (9, 24).


Leggi tutto: La salvezza in una cifra di Gianfranco Ravasi


giovedì 2 agosto 2012

Terremoto Emilia due mesi dopo

Con la gente, due mesi dopo il terremoto

​Ci sono aziende che per non chiudere hanno dislocato l’attività in Veneto o anche in Trentino: e i pullmann degli operai partono dall’Emilia all’alba e tornano a tarda sera. In certe manifatture si lavora anche di notte, pur di non perdere le ordinazioni: perché chi lascia andare via i clienti è perduto, e dunque non si può mollare. I tecnici dei Comuni discutono di agibilità sotto ai gazebi, nei quaranta afosi gradi della Bassa. Le parrocchie hanno la chiesa segnata di crepe, ma gli oratori accolgono ogni mattina i ragazzini. 
In Emilia e nel Mantovano una strenua volontà di tenere duro sembra scontrarsi con la burocrazia farraginosa che imbroglia la ricostruzione con le sue carte; con un aiuto dallo Stato che non è quello sperato, e forse con una sottovalutazione complessiva della gravità del sisma, tale che le donazioni alla Protezione civile sono, a oggi, meno di un terzo di quelle per l’Abruzzo. Se chiedi a un emiliano come va, due mesi dopo, c’è chi ti risponde amaro: male, ci stiamo impantanando e siamo stanchi, e chi può se ne va. C’è chi ti parla della paura che ancora abita i paesi, per cui la notte ti sembra di sentire la terra che trema, ma non è vero: è solo il tarlo dell’ansia, che rode. Oppure ti dicono di una Bassa sospesa come una bolla in questa calura d’agosto, dove nell’apparenza irreale dei capannoni vuoti si aspetta settembre, per cercare di ripartire. «Non siete e non sarete soli», aveva detto Benedetto XVI a Rovereto sulla Secchia. Una promessa delusa allora, in quelle parole?

“Eravamo soli, c’era tanto spazio, così abbiamo ospitato anche le famiglie dei vicini. Ci si fa compagnia, ciascuno ha la propria tenda, mangiamo insieme.” Racconta Giuliano. “Ci aiutano volontari da mezza Italia, sono privati, portano cibo, acqua, generi di prima necessità. Tiriamo avanti così, finché dura la bella stagione.”
“E poi che succederà?” Chiedo.
“Non ho idea” mi risponde “la mia casa è quella, e non è più agibile. Non ne ho un’altra.
Leggi tutto: Il “castello” di Giuliano

Come si vive in una tendopoli autogestita dai senzatetto? Stringi stringi, viene a crearsi un microcosmo sociale analogo a quello delle grandi cascine emiliane di cinquant’anni fa (ma non ci sono tetti, mobili ed edifici di mattoni), nel quale riemergono abitudini e relazioni che l’individualismo ha sepolto da decenni...
Ma non è un idillio, sia chiaro, anche se il terremoto ha creato legami e spazzato via – per una volta – la vita atomizzata che è la regola nella cosiddetta modernità. Non è un idillio perchè la vita nei campi è scomoda – il caldo, le zanzare, le tende, le brande, la convivenza comunque forzata… – e perchè il domani è incerto e le ferite del terremoto ci sono ancora tutte: si riaprono appena viene pronunciata la parola “casa”

Sito web che indica tutti i campi autogestiti Terremoto Emilia 2012




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"Bologna non dimentica" e tutti dobbiamo mantenere vivo il ricordo della strage di 32 anni fa

L’orologio della Stazione centrale segna le 10:25 da trentadue anni. Un altro 2 agosto, un altro dito nella ferita.
Quella mattina la stazione è affollata di gente che va e torna dal mare, e la sala d’aspetto della seconda classe è gremita ma tranquilla. Non sono nemmeno le 10 e 30 quando «un ordigno a tempo, contenuto in una valigia abbandonata, esplose, causando il crollo dell’ala ovest dell’edificio. L’esplosivo, di fabbricazione militare, era posto nella valigia, sistemata a circa 50 centimetri d’altezza su di un tavolino portabagagli sotto il muro portante dell’ala ovest, allo scopo di aumentarne l’effetto». «Lo scoppio fu violentissimo, provocò il crollo delle strutture sovrastanti le sale d’aspetto di prima e seconda classe dove si trovavano gli uffici dell’azienda di ristorazione Cigar e di circa 30 metri di pensilina. L’esplosione investì anche il treno Ancona-Chiasso in sosta al primo binario. Il soffio arroventato prodotto da una miscela di tritolo e T4 tranciò i destini di persone provenienti da 50 città diverse italiane e straniere. Il bilancio finale fu di 85 morti e 200 feriti. La violenza colpì alla cieca cancellando a casaccio vite, sogni, speranze», così il momento viene ricordato, lapidario nella sua sintetica precisione, da Stragi.it, il sito internet dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. 

Lo ricordo molto bene. Il 2 agosto 1980 alle 10:25, nella sala d’aspetto di 2ª classe della stazione di Bologna, affollata di turisti e di persone in partenza o di ritorno dalle vacanze, un ordigno a tempo, contenuto in una valigia abbandonata, esplose, causando il crollo dell’ala ovest dell’edificio...
Passai, accanto al convoglio fermo sul primo binario, il giorno dopo. La ‘ferita’ ancora visibile dalle rovine dell’edificio devastato, testimoniava tutta l’atrocità di quanto era accaduto. La gente passava in silenzio. Tra loro tanti giovani universitari, senza risposte. Ricordo le prime reazioni. Anche perchè Bologna reagì alla strage con orgoglio e prontezza: molti cittadini, insieme ai viaggiatori presenti, prestarono infatti i primi soccorsi alle vittime e contribuirono ad estrarre le persone sepolte dalle macerie ed, immediatamente dopo l’esplosione, la corsia di destra dei viali di circonvallazione del centro storico di Bologna, su cui si trova la stazione, fu riservata alle ambulanze ed ai mezzi di soccorso.
Dato il grande numero di feriti, non essendo tali mezzi sufficienti al loro trasporto verso gli ospedali cittadini, i vigili impiegarono anche autobus, in particolare quello della linea 37, auto private e taxi. Al fine di prestare le cure alle vittime dell’attentato, i medici ed il personale ospedaliero fecero ritorno dalle ferie, così come i reparti, chiusi per le festività estive, furono riaperti per consentire il ricovero di tutti i pazienti. L’autobus 37 divenne, insieme all’orologio fermo alle 10:25, uno dei simboli della strage. Una strage, ancora oggi, non del tutto spiegata. Come tante altre stragi di quegli anni, in una Italia sconvolta da una violenza che l’ha divisa tra civiltà e barbarie.
Leggi tutto: Emilia Romagna. 2 agosto 1980, a Bologna. L’orologio della stazione si fermò, tra civiltà e barbarie.



mercoledì 1 agosto 2012

"Il deserto e il giardino. Le due solitudini dell'uomo" di Enzo Bianchi

Solitudine: una parola che abitualmente suona come negativa, che fa paura, perché rimanda all’immagine di una landa desolata, a una situazione chiusa, di isolamento, addirittura di reclusione in prigione. Quando si afferma che qualcuno è solo, lo si dice con un sentimento di pena, di compassione. Gabriel Marcel è arrivato a confessare: «Non c’è che una sofferenza: l’essere solo», ben sapendo che molti uomini e molte donne sono condannati a subire questa situazione. E Victor Hugo ha scritto lapidariamente: «L’inferno è tutto in questa parola: solitudine». Più che di solitudine, dovremmo però parlare di solitudini, al plurale, perché tante sono le forme in cui la solitudine può apparire, e di fatto appare, nelle nostre vite.
Innanzitutto c’è una solitudine da leggere come una sorta di destino, cioè quella solitudine in cui si precipita a un certo punto della vita, quando la morte ci strappa chi ci permetteva di non essere soli.