La “norma anti maranza” e la scorciatoia della paura: quando lo Stato rinuncia all’educazione e sceglie solo la repressione
C’è qualcosa di profondamente inquietante nella trasformazione del disagio giovanile in uno slogan politico. Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera alla cosiddetta “norma anti maranza”, una stretta sull’imputabilità dei minori tra i 14 e i 18 anni che introduce una presunzione generale di responsabilità penale, superando l’attuale necessità di accertare caso per caso la capacità di intendere e di volere. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rivendicato il provvedimento con una frase diventata simbolo della linea del governo: “Chi sbaglia paga”.
Ma dietro una formula apparentemente semplice si apre una questione molto più profonda: quale idea di società c’è dietro la scelta di affrontare i problemi dei ragazzi attraverso l’inasprimento delle pene invece che attraverso prevenzione, scuola, servizi sociali, cultura e inclusione?
La parola stessa scelta per definire il provvedimento, “anti maranza”, è il segnale più evidente di una deriva comunicativa pericolosa. Non si sta parlando soltanto di contrastare comportamenti violenti o reati commessi da giovani: si rischia di trasformare un’intera generazione, spesso figlia di periferie dimenticate e di condizioni sociali fragili, in un bersaglio politico. Una categoria vaga, caricata di stereotipi, che finisce per sostituire l’analisi dei problemi con la ricerca del colpevole di turno.
Uno Stato serio deve certamente garantire sicurezza ai cittadini e deve intervenire quando un minore commette un reato grave. Nessuno può sostenere il contrario. Ma uno Stato democratico non può limitarsi a punire senza interrogarsi sulle cause. Un adolescente che cresce in contesti segnati da povertà educativa, marginalità, abbandono scolastico e assenza di prospettive non è semplicemente un “nemico” da colpire: è anche il prodotto delle responsabilità collettive di una società che spesso arriva troppo tardi.
La giustizia minorile nasce proprio da questo principio: un ragazzo non è un adulto in miniatura. Ha una responsabilità, ma anche una possibilità di cambiamento. La funzione della pena nei confronti dei minori dovrebbe essere prima di tutto quella del recupero, della crescita e del reinserimento. La presunzione generalizzata di imputabilità rischia invece di spostare il baricentro verso una risposta esclusivamente repressiva. Le opposizioni e diversi osservatori hanno criticato la riforma sostenendo che possa indebolire la specificità della giustizia minorile e sostituire la valutazione della persona con un automatismo.
Il problema è che la politica della paura è spesso più semplice della politica della responsabilità. È più facile annunciare nuove pene che spiegare perché mancano educatori nelle periferie, perché tanti giovani abbandonano la scuola, perché i servizi territoriali sono insufficienti, perché interi quartieri vengono lasciati senza opportunità.
La domanda allora è inevitabile: si vuole davvero combattere la criminalità giovanile o si vuole costruire consenso sulla paura dei giovani?
La sicurezza non nasce soltanto dalle sanzioni. Nasce da comunità più forti, da scuole capaci di includere, da famiglie sostenute, da politiche sociali efficaci. La repressione può essere necessaria in casi specifici, ma non può diventare l’unica risposta dello Stato.
C’è inoltre un rischio culturale enorme: quello di abituare l’opinione pubblica all’idea che ogni problema sociale possa essere risolto con un nuovo reato, una nuova pena, un nuovo nemico. È una scorciatoia che può produrre consenso immediato, ma che non costruisce una società più giusta né più sicura.
Un Paese che vuole davvero il bene dei propri giovani non deve soltanto chiedere loro di pagare quando sbagliano. Deve chiedersi perché alcuni arrivano a sbagliare e cosa è stato fatto, o non fatto, prima che fosse troppo tardi.
Perché uno Stato forte non è quello che riempie le carceri minorili. È quello che riesce a impedire che un ragazzo ci finisca dentro.
(fonte: Faro di Roma, articolo di G. Cavalleri e I. Smirnova 23/07/2026)