#Il cavallo e il toro
Il Breviario di Gianfranco Ravasi
Un cavallo e un toro videro il loro padrone prepararsi per andare in guerra. Il cavallo si allarmò, mentre il toro era certo di non avere nulla da perdere. Il padrone sellò il cavallo e partì, ma poco dopo giunse la notizia di un accordo tra le parti nemiche. Il padrone decise di festeggiare l’evento con gli amici. E, così, sgozzò il toro.
La parabola appartiene allo sterminato patrimonio di racconti morali elaborati nei secoli dal mondo arabo, le cui lezioni rivelano però un valore universale. Qui è bollata la stupidità dell’egoismo. Il toro è ben soddisfatto della sua sicurezza, irride la disgrazia altrui e non prevede che la sua sorte fortunata può improvvisamente ribaltarsi. Spesso la cura ottusa del proprio interesse non fa intuire i rischi che ci circondano e, così, ci si ritrova costretti a un amaro risveglio.
Liberamente potremmo intuire anche che questo apologo ci ripropone una maggiore sensibilità nei confronti degli altri, alzando almeno per un momento la testa dal proprio “particulare”. Il poeta secentesco inglese John Donne invitava a chiederci per chi suoni la campana della morte perché essa non segna solo il trapasso di un altro, ma è un po’ come il nostro rintocco perché anche noi siamo mortali, nonostante il presente benessere.
Partecipare delle sofferenze altrui è un atto di umanità.
L’immigrato affamato non è una questione estranea al tuo quieto vivere, è un appello al tuo egoismo perché si apra alla solidarietà. Ricorda, inoltre, che anche per te può esserci il giorno del bisogno e della miseria.
(Fonte: “Il Sole 24 Ore - Domenica” del 12 luglio 2026)
