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venerdì 27 maggio 2011

Morire di carcere in un Paese civile

Luigi Manconi e Valentina Calderone hanno scritto un libro importante, grave, che fa rabbrividire per quel che racconta, "Quando hanno aperto la cella. Stefano Cucchi e gli altri", con una prefazione di Gustavo Zagrebelsky. Chissà che venga letto da chi ha responsabilità nell’amministrazione della giustizia e ha conservato sentimenti di umanità e che serva a inquietare un’opinione pubblica distratta e dimentica...
È un libro prezioso che non vuole essere «un atto di accusa contro la polizia» e le forze dell’ordine, ma documentare con rigore comportamenti e modi di pensare che vanno cancellati, riformati, se l’Italia vuole veramente essere un Paese civile.
Quando hanno aperto la cella è ricco di fatti e di analisi. Gli autori scoprono tra l’altro il ruolo appassionato delle donne, madri, mogli, figlie, sorelle, l’anello forte, il loro non mollare nella ricerca della verità quando la sentono violata.
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Le donne e gli uomini vittime di questa violenza di Stato, i fantasmi che popolano le 13 storie del lavoro di Manconi e Calderone, hanno dei nomi e cognomi, delle vite ancora giovani da vivere, fulminate all´improvviso da burocrazie della sicurezza e della contenzione ora ottuse ora crudeli. All´anagrafe sono cittadini uguali agli altri, ma di un´uguaglianza solo formale, perché con loro, cittadini di serie b (operai, falegnami, maestri elementari, fotografi, tossici, extracomunitari), privi di costosissimi principi del Foro al loro fianco nel momento del giudizio (almeno per quei pochi per cui un processo si è celebrato), nudi di fronte alla legge perché soggetti, loro sì, soltanto alla legge, la giustizia penale, le forze dell´ordine, la polizia penitenziaria, non mostrano né lentezza, né inefficienza. Sono spietate. Impermeabili all´ascolto, al buon senso, persino alle grida di dolore, al rantolo che annuncia la morte. In una cella di sicurezza di una caserma, sul letto di contenzione di un ospedale psichiatrico, in un pronto soccorso dopo un pestaggio.