Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



giovedì 27 giugno 2019

Inaccettabile! di mons. Giovanni Ricchiuti

Inaccettabile!
di mons. Giovanni Ricchiuti

Care e cari,

abbiamo appena concluso il Consiglio Nazionale alla nostra Casa per la pace di Firenze. Prima di tutto vorrei però condividere con voi la mia indignazione di fronte a quanto sta succedendo in questi giorni, con la nave Sea Watch, a cui è vietato l’ingresso nel porto di Lampedusa, con a bordo 42 migranti. Il Parroco di Lampedusa, don Carmelo La Magra, dorme sul Sagrato della chiesa fino a quando i profughi non scenderanno a terra in un porto sicuro. E il ministro degli interni gli ha risposto in tono irrisorio “Dorma bene!”.

Il Vescovo di Torino, Mons. Nosiglia ha dato la disponibilità ad accogliere senza alcun onere per lo Stato le persone a bordo della nave, e il ministro degli Interni gli ha risposto: “Caro Vescovo, penso che Lei potrà destinare i soldi della Diocesi per aiutare 43 Italiani in difficoltà. Per chi non rispetta la legge i nostri porti sono chiusi”.

Sono parole inaccettabili! Bene ha scritto il direttore di Avvenire, parlando di imprudenza, impudenza e arroganza!

Come già detto più volte “io non ci sto!”. “Noi non ci stiamo!”

Ringrazio il direttore di Avvenire Marco Tarquinio, ed esprimo vicinanza e piena solidarietà al parroco di Lampedusa e al vescovo di Torino.

Come vi dicevo abbiamo avuto il nostro consiglio nazionale a Firenze. Dove abbiamo cercato di confrontarci sul coinvolgimento sempre maggiore dei vari punti pace, che stanno lavorando su diversi temi. Con la bella notizia di alcuni nuovi punti pace che stanno nascendo. Abbiamo ricordato con affetto e riconoscenza la nostra Aurelia Giudice, di Sondrio, i cui funerali sono stati celebrati lo scorso 13 giugno. Lei ha amato molto, la sua famiglia, la pace e Pax Christi.

Voglio anche ricordare i due recenti interventi di papa Francesco.

Il primo, a Napoli, pochi giorni fa, in cui invitava i teologi a riflettere sulla teologia della pace e sulla teologia dell’accoglienza. Ciò significa che da ogni elaborazione teologica nasce un orientamento per far camminare il vangelo nella storia.

L’altro intervento, il 10 giugno scorso, quando Francesco disse: “Tante volte penso all’ira di Dio che si scatenerà con quelli responsabili dei paesi che parlano di pace e vendono le armi per fare queste guerre: questa è ipocrisia, è un peccato”. In quella occasione ha annunciato anche il suo viaggio in Iraq l’anno prossimo.

Questo non può che rafforzare e rendere più convinto il nostro impegno a non tacere di fronte a tutto ciò che continuamente si ripete: armi all’Arabia Saudita che bombarda lo Yemen, RWM, F35, Robot Killer, armi nucleari, armi leggere e quant’altro… Le tragedie in Congo e in tanti altri Paesi.

Con all’orizzonte le folli minacce di guerra da parte di Trump contro l’Iran.

Noi non arretriamo nel nostro impegno di educazione, formazione, informazione e controinformazione.
Molte voci, per fortuna, si levano in questa direzione, contro la follia della guerra e delle armi. Insieme non possiamo accettare queste logiche che non hanno nulla di umano. E lo facciamo ricordando anche d. Lorenzo Milani, in questi giorni vicini all’anniversario della sua morte, il 26 giugno 1967.

In questi giorni ci sarà a Bruxelles l’incontro con i delegati di tutte le sezioni nazionali di Pax Christi, con l’elezione dei due nuovi co-Presidenti e del nuovo Consiglio Internazionale. Auguriamo un buon lavoro ispirato dallo Spirito Santo.

Vi saluto, mentre mi preparo a partire, ai primi di Luglio, per una esperienza missionaria in Madagascar. A tutte e tutti voi un buon lavoro con le varie attività estive per la pace.

+ Giovanni Ricchiuti, Presidente Pax Christi


Per completezza dell'informazione vedi anche: 


PAPA FRANCESCO: Immensa tristezza per i corpi senza vita di padre e figlia che galleggiano sul fiume annegati in un canneto del Rio Grande mentre cercavano di attraversare il confine tra Messico e Stati Uniti.

PAPA FRANCESCO:  
Immensa tristezza 
per i corpi senza vita di padre e figlia che galleggiano sul fiume annegati in un canneto del Rio Grande mentre cercavano di attraversare il confine tra Messico e Stati Uniti.



Il Santo Padre ha visto, con immensa tristezza, l’immagine del papà e della sua bambina morti annegati nel Rio Grande mentre cercavano di passare il confine tra Messico e Stati Uniti. 
Il Papa è profondamente addolorato per la loro morte, prega per loro e per tutti i migranti che hanno perso la vita cercando di sfuggire alla guerra e alla miseria.

WASHINGTON, 26. Giacciono a faccia in giù, il viso e i corpi semi sommersi nell’acqua torbida del Rio Grande. Sono stretti nella stessa maglietta, forse il tentativo del padre di non perdere la figlioletta durante la traversata del fiume che separa il Messico dagli Stati Uniti. La bimba ha ancora un braccio attorno al collo del papà. Mostra l’ennesima tragedia dell’immigrazione la foto straziante scattata dalla reporter dell’Ap, Julia Le Duc. Un’immagine che è un pugno nello stomaco e che, come quella del corpo del piccolo Alan Kurdi, sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, sta indignando e commuovendo il mondo e in particolare gli Stati Uniti, dove diventano ogni giorno più aspre le critiche al presidente Donald Trump per la sua politica migratoria, con l’insistenza sulla costruzione del controverso muro al confine messicano. L’uomo, secondo quanto riferito dai media statunitensi, si chiamava Óscar Alberto Martínez Ramírez e aveva 26 anni. Veniva dal Salvador e oltre due mesi fa aveva chiesto asilo alle autorità degli Usa. Stanco di attendere una risposta che forse non sarebbe mai arrivata, disperato, domenica ha cercato di attraversare il fiume ed entrare a Brownsville, in Texas, con la moglie Tania Vanessa Ávalos e la piccola Valeria, di 23 mesi. Una traversata risultata purtroppo fatale per lui e per la piccola. La foto che li ritrae in quell’ultimo abbraccio è ora destinata a diventare il simbolo del dramma che si sta consumando lungo quel confine; una denuncia inequivocabile delle conseguenze delle drastiche politiche di chiusura dei confini, della non accoglienza. E come accadde dopo la pubblicazione di un’altra immagine — quella della piccola Yanela in lacrime mentre la madre viene perquisita dalla polizia di frontiera, che contribuì a rivedere almeno in parte le norme sulla separazione delle famiglie migranti — si spera che la foto di Valeria e del padre smuova l’opinione pubblica, spingendo l’amministrazione ad allentare una morsa che negli ultimi mesi è diventata sempre più stretta. E che continua a fare vittime. Perché non è questa l’ultima tragedia di cui si è avuta notizia oggi lungo quel confine. Sempre nella Rio Grande Valley sono stati infatti trovati i corpi di una giovane donna, di due bambini e di un neonato. Secondo le autorità, le vittime, originarie del Guatemala, sono probabilmente morte per disidratazione ed esposizione all’eccessivo caldo. Tuttavia, le reazioni per ora giungono solo dai media, perché le autorità tacciono. Un silenzio rotto solamente nelle aule del congresso, dove non accennano a diminuire le polemiche, con la camera a maggioranza democratica che stanzia 4,5 miliardi di dollari per alleviare la crisi umanitaria al confine sud e la Casa Bianca già pronta al veto se passasse anche al senato. E questo mentre il responsabile dell’agenzia federale che gestisce i campi al confine con il Messico, quelli dove vengono trattenuti i bambini separati dalle famiglie che entrano illegalmente negli Usa, è costretto ad annunciare le dimissioni, dopo che un gruppo di legali ha denunciato le condizioni terribili in cui i minori sono costretti a vivere
(Fonte: L'Osservatore Romano)


IL MURO ASSASSINO DI TRUMP

di Francesco Anfossi

26/06/2019  - I corpi senza vita di padre e figlia che galleggiano sul fiume. Sono diventati come Aylan il simbolo della ferocia dei governi nell'impedire ai migranti di attraversare i confini. In realtà non fermano l’immigrazione ma rendono solo più rischiosi i modi per emigrare.

Le immagini che scuotono l’America e il mondo sono quelle di un padre e di una figlia annegati in un canneto del Rio Grande mentre cercavano di attraversare il confine tra Messico e Stati Uniti: sono stati trovati a faccia in giù nell’acqua sporca di fango, le braccia della piccola di due anni ancora strette al collo del papà. La fotografia è stata scattata da Julia Le Duc, reporter del periodico la Journada. L’ennesimo simbolo dei migranti che muoiono cercando di lasciare il proprio Paese per vie impervie e pericolose a causa dei muri eretti dai governi. Muri assassini, perché non fermano l’immigrazione ma rendono solo più rischiose i modi per attraversare i confini.
Lo scatto ricorda quello di Aylan Kurdi, il bambino di tre anni trovato morto sulle coste della Turchia nel 2015. I cadaveri hanno un nome: si tratta di un cittadino salvadoregno, Oscar Alberto Martinez, di 25 anni, e sua figlia Angie Valeria. Si vede la bimba legata al padre da quella che sembra essere una maglietta con il quale l’uomo forse cercava di tenere la piccola stretta a sé nel tentativo di proteggerla. La morte sarebbe avvenuta domenica 24 giugno e i due corpi sono stati ritrovati lunedì 25. Il ministro degli Affari esteri di El Salvador ha intanto invitato le famiglie che tentano di migrare negli Usa di ripensarci: “Non rischiate”. Non sono gli unici cadaveri trovati in quell’area: è stato rinvenuto anche il corpo di un neonato.

Oscar e Angie sono il simbolo delle vittime della politica miope, inumana e feroce della costruzione del muro che divide l’America dal Messico. Lo stavano costruendo anche dove sono morti padre e figlia. Pali d’acciaio appuntiti in cima, fortissimamente voluti dal presidente Trump “per proteggere il Paese”. Due degli “aggressori” galleggiavano sul Rio Grande, senza più vita. Desideravano solo un futuro migliore, hanno trovato la morte. Fuggivano dalla miseria estrema, dalla fame, dalla violenza dei loro Paesi. Una macchia nella coscienza morale dell’America.

Intanto, il massimo responsabile dell’agenzia federale che gestisce i campi al confine del Messico dove vengono trattenuti i bambini separati dalle famiglie illegali è costretto a dichiarare le dimissioni, dopo che un gruppo di legali ha testimoniato le condizioni terribili in cui i minori sono costretti a vivere: senza cibo adeguato, con scarsa assistenza medica, i neonati accuditi da altri minori. Nell’ultimo anno 6 bambini hanno perso la vita.

...
Continua a leggere su:

GUARDA IL VIDEO
Servizio TG2000




LA VIGNETTA DI GIOBA
... ma è così necessario vedere i morti per provare pietà e svegliare il cuore?
Non ci basta guardare il corpo ingiustamente martoriato e appeso alla croce dell'Innocente per dire basta a ogni ingiustizia e basta ad ogni chiusura ed egoismo, personale e nazionale?
Siamo diventati ciechi?
(Don Giovanni Berti)



mercoledì 26 giugno 2019

Il parroco di Lampedusa: «DORMO SUL SAGRATO FINCHÉ I MIGRANTI DELLA SEA WATCH NON SBARCANO»


«DORMO SUL SAGRATO 
FINCHÉ I MIGRANTI DELLA SEA WATCH NON SBARCANO»

Il parroco di Lampedusa, don Carmelo La Magra, trascorre la notte all'addiaccio con una trentina di persone davanti alla chiesa parrocchiale di San Gerlando per esprimere solidarietà a chi è bloccato da giorni sulla nave dell'Ong a largo dell’isola. La mobilitazione di abitanti e turisti: chi porta il caffè e chi il gelato. Mentre iniziative analoghe si ripetono in tutta Italia


La settima notte sul sagrato della chiesa di San Gerlando a Lampedusa è trascorsa con il tremolio delle coperte termiche che in genere vengono distribuite ai migranti durante gli sbarchi per coprirsi. È qui che da quasi una settimana il parroco di Lampedusa, Don Carmelo La Magra, 39 anni, ha deciso di dormire insieme con una trentina di lampedusani e turisti in segno di solidarietà nei confronti dei 42 migranti ormai da 14 giorni fermi a quindici miglia dall’isola a bordo della nave Sea Watch.

«Resteremo qui fin quando non permetteranno ai migranti di sbarcare», ripete Don Carmelo La Magra che, con il Forum Lampedusa Solidale nato dalla sua parrocchia e dagli operatori del progetto Mediterranean Hope della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, ha organizzato il gesto simbolico di solidarietà che sottolinea il sacerdote: «non è un atto di protesta, ma un momento per esprimere vicinanza ai migranti e ai poveri».

Da quando i trenta di Lampedusa che dormono sul sagrato hanno innalzato delle lettere con scritto You are not alone, non siete soli, iniziative analoghe su invito del forum lampedusano sono state riprese in altre città italiane, da Roma a Chiavari. «Non abbiamo tempo per leggere chi ci critica sui social, ma questo abbraccio che arriva da altri luoghi d’Italia ci dà ulteriore forza per andare avanti», spiega Don Carmelo.

In queste notti alcuni piccoli gesti della comunità di Lampedusa hanno scaldato le ore trascorse sul sagrato della chiesa. Chi ha portato il caffè, chi un piatto di pasta, chi come Vito Fiorino che ha una gelateria in centro ha portato le coppette con i gelati. Vito è uno degli eroi dell’isola perché la notte del 3 ottobre 2013 quando qui morirono 366 migranti, lui con il suo peschereccio ne salvò 49. Accanto al suo peschereccio c’era quello di Costantino Baratta, che quella notte insieme a Vito tirava su persone dal mare ed è ora sul sagrato della chiesa accanto a Don Carmelo. 

«I turisti ci chiedono come mai siamo qui ed è bello vedere che poi si fermano per trascorrere qualche ora insieme a noi», racconta Costantino che è un lampedusano doc, come Paola La Rosa che spiega il perché della sua scelta: «Nei nostri letti non eravamo più comodi sapendo che a poche miglia da noi ci sono delle persone bloccate su una nave». Sul sagrato della piccola chiesa di San Gerlando, l’unica dell’isola, questa notte c’è anche Barbara Gilberto, 20 anni, statunitense, qui in vacanza: «Negli Stati Uniti nessuno sa niente di quello che accade qui a Lampedusa, non è giusto lasciare le persone in mezzo al mare».

Tra i 42 naufraghi a bordo della nave della Ong tedesca c’è anche un ragazzino di 12 anni. Il pensiero di Don Carmelo va a lui: «Dovrebbe essere qui in questa piazza a giocare insieme ai suoi coetanei», dice il sacerdote dalla piazza che negli anni è diventata una roccaforte dell’umanità. «È il luogo d’incontro dei lampedusani, ma anche dei migranti che qui hanno spesso manifestato per il riconoscimento dei loro diritti e per esprimere le loro necessità».

Quella parrocchia cara a Papa Francesco, qui nel suo primo viaggio da Pontefice a luglio del 2013, continua a dare lezioni di umanità al mondo intero. Nella pagina Facebook del Forum Lampedusa Solidale si legge: «Mettiamo simbolicamente in gioco i nostri corpi nel tentativo di dare visibilità e voce agli ultimi della terra, nostri fratelli e sorelle, nostri simili».

Sul caso della Sea Watch 3 ieri si è pronunciata la Corte europea per i diritti umani che ha respinto il ricorso presentato il 21 giugno dalle persone a bordo della nave della Ong per consentire come misura d’urgenza lo sbarco in Italia: «le persone che avevano bisogno di assistenza immediata sono già state evacuate», spiega la Corte Edu che invita comunque il nostro Paese a fornire tutta l’assistenza necessaria ai naufraghi a bordo.

Sul sagrato dalla chiesa di San Gerlando ci si ritroverà comunque alle 22, come ogni notte. Con il solito tremolio delle coperte termiche e una preghiera.

(Nell'immagine in alto: don Carmelo La Magra, parroco di San Gerlando a Lampedusa, durante la manifestazione di protesta in piazza a Lampedusa, 20 giugno 2019)


Papa Francesco: "Benedire non è dire belle parole, non è usare parole di circostanza: no; è dire bene, dire con amore." Omelia Corpus Domini (Foto, testo e video)


SANTA MESSA E PROCESSIONE EUCARISTICA
NELLA SOLENNITÀ DEL SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO
Parrocchia di S. Maria Consolatrice a Casalbertone (Roma)
Domenica, 23 giugno 2019


Nel tardo pomeriggio di domenica 23 giugno Papa Francesco si è recato nel quartiere romano di Casal Bertone, dove ha presieduto i riti per la solennità del Corpus Domini. Nella comunità di Santa Maria Consolatrice ha celebrato la messa sul sagrato della chiesa parrocchiale, al termine della quale si è svolta la processione con il Santissimo Sacramento, che è stata guidata dal cardinale vicario, attraverso le strade del quartiere, fino al campo sportivo “Roma sei”, dove il Santo Padre ha impartito la benedizione eucaristica.








OMELIA

La Parola di Dio ci aiuta oggi a riscoprire due verbi semplici, due verbi essenziali per la vita di ogni giorno: dire e dare.

Dire. Melchisedek, nella prima Lettura, dice: «Sia benedetto Abram dal Dio altissimo, e benedetto sia il Dio altissimo» (Gen 14,19-20). Il dire di Melchisedek è benedire. Benedice Abramo, nel quale saranno benedette tutte le famiglie della terra (cfr Gen 12,3; Gal3,8). Tutto parte dalla benedizione: le parole di bene generano una storia di bene. Lo stesso accade nel Vangelo: prima di moltiplicare i pani, Gesù li benedice: «prese i cinque pani, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli» (Lc 9,16). La benedizione fa di cinque pani il cibo per una moltitudine: fa sgorgare una cascata di bene.

Perché benedire fa bene? Perché è trasformare la parola in dono. Quando si benedice, non si fa qualcosa per sé, ma per gli altri. Benedire non è dire belle parole, non è usare parole di circostanza: no; è dire bene, dire con amore. Così ha fatto Melchisedek, dicendo spontaneamente bene di Abramo, senza che questi avesse detto o fatto qualcosa per lui. Così ha fatto Gesù, mostrando il significato della benedizione con la distribuzione gratuita dei pani. Quante volte anche noi siamo stati benedetti, in chiesa o nelle nostre case, quante volte abbiamo ricevuto parole che ci hanno fatto bene, o un segno di croce sulla fronte… Siamo diventati benedetti il giorno del Battesimo, e alla fine di ogni Messa veniamo benedetti. L’Eucaristia è una scuola di benedizione. Dio dice bene di noi, suoi figli amati, e così ci incoraggia ad andare avanti. E noi benediciamo Dio nelle nostre assemblee (cfr Sal 68,27), ritrovando il gusto della lode, che libera e guarisce il cuore. Veniamo a Messa con la certezza di essere benedetti dal Signore, e usciamo per benedire a nostra volta, per essere canali di bene nel mondo.

Anche per noi: è importante che noi Pastori ci ricordiamo di benedire il popolo di Dio. Cari sacerdoti, non abbiate paura di benedire, benedire il popolo di Dio; cari sacerdoti, andate avanti con la benedizione: il Signore desidera dire bene del suo popolo, è contento di far sentire il suo affetto per noi. E solo da benedetti possiamo benedire gli altri con la stessa unzione d’amore. È triste invece vedere con quanta facilità oggi si fa il contrario: si maledice, si disprezza, si insulta. Presi da troppa frenesia, non ci si contiene e si sfoga rabbia su tutto e tutti. Spesso purtroppo chi grida di più e più forte, chi è più arrabbiato sembra avere ragione e raccogliere consenso. Non lasciamoci contagiare dall’arroganza, non lasciamoci invadere dall’amarezza, noi che mangiamo il Pane che porta in sé ogni dolcezza. Il popolo di Dio ama la lode, non vive di lamentele; è fatto per le benedizioni, non per le lamentazioni. Davanti all’Eucaristia, a Gesù fattosi Pane, a questo Pane umile che racchiude il tutto della Chiesa, impariamo a benedire ciò che abbiamo, a lodare Dio, a benedire e a non maledire il nostro passato, a donare parole buone agli altri.

Il secondo verbo è dare. Al “dire” segue il “dare”, come per Abramo che, benedetto da Melchisedek, «diede a lui la decima di tutto» (Gen 14,20). Come per Gesù che, dopo aver recitato la benedizione, dava il pane perché fosse distribuito, svelandone così il significato più bello: il pane non è solo prodotto di consumo, è mezzo di condivisione. Infatti, sorprendentemente, nel racconto della moltiplicazione dei pani non si parla mai di moltiplicare. Al contrario, i verbi utilizzati sono “spezzare, dare, distribuire” (cfr Lc 9,16). Insomma, non si sottolinea la moltiplicazione, ma la con-divisione. È importante: Gesù non fa una magia, non trasforma i cinque pani in cinquemila per poi dire: “Adesso distribuiteli”. No. Gesù prega, benedice quei cinque pani e comincia a spezzarli, fidandosi del Padre. E quei cinque pani non finiscono più. Questa non è magia, è fiducia in Dio e nella sua provvidenza.

Nel mondo sempre si cerca di aumentare i guadagni, di far lievitare i fatturati… Sì, ma qual è il fine? È il dare o l’avere? Il condividere o l’accumulare? L’“economia” del Vangelo moltiplica condividendo, nutre distribuendo, non soddisfa la voracità di pochi, ma dà vita al mondo (cfr Gv 6,33). Non avere, ma dare è il verbo di Gesù.

È perentoria la richiesta che Lui fa ai discepoli: «Voi stessi date loro da mangiare» (Lc 9,13). Proviamo a immaginare i ragionamenti che avranno fatto i discepoli: “Non abbiamo pane per noi e dobbiamo pensare agli altri. Perché dobbiamo dare loro da mangiare, se loro sono venuti ad ascoltare il nostro Maestro? Se non hanno portato da mangiare, tornino a casa, è un problema loro, oppure ci diano dei soldi e compreremo”. Non sono ragionamenti sbagliati, ma non sono quelli di Gesù, che non sente ragioni: voi stessi date loro da mangiare. Ciò che abbiamo porta frutto se lo diamo – ecco cosa vuole dire Gesù –; e non importa che sia poco o tanto. Il Signore fa grandi cose con la nostra pochezza, come con i cinque pani. Egli non compie prodigi con azioni spettacolari, non ha la bacchetta magica, ma agisce con cose umili. Quella di Dio è un’onnipotenza umile, fatta solo di amore. E l’amore fa grandi cose con le piccole cose. L’Eucaristia ce lo insegna: lì c’è Dio racchiuso in un pezzetto di pane. Semplice, essenziale, Pane spezzato e condiviso, l’Eucaristia che riceviamo ci trasmette la mentalità di Dio. E ci porta a dare noi stessi agli altri l’antidoto contro il “mi spiace, ma non mi riguarda”, contro il “non ho tempo, non posso, non è affare mio”. Contro il guardare dall’altra parte.

Nella nostra città affamata di amore e di cura, che soffre di degrado e abbandono, davanti a tanti anziani soli, a famiglie in difficoltà, a giovani che stentano a guadagnarsi il pane e ad alimentare i sogni, il Signore ti dice: “Tu stesso da’ loro da mangiare”. E tu puoi rispondere: “Ho poco, non sono capace per queste cose”. Non è vero, il tuo poco è tanto agli occhi di Gesù se non lo tieni per te, se lo metti in gioco. Anche tu, mettiti in gioco. E non sei solo: hai l’Eucaristia, il Pane del cammino, il Pane di Gesù. Anche stasera saremo nutriti dal suo Corpo donato. Se lo accogliamo col cuore, questo Pane sprigionerà in noi la forza dell’amore: ci sentiremo benedetti e amati, e vorremo benedire e amare, a cominciare da qui, dalla nostra città, dalle strade che stasera percorreremo. Il Signore viene sulle nostre strade per dire-bene, dire bene di noi e per darci coraggio, dare coraggio a noi. Chiede anche a noi di essere benedizione e dono.

Guarda il video dell'omelia

Guarda il video integrale



DECRETO (IN) SICUREZZA BIS. GETTIAMO TUTTI LA MASCHERA

NIGRIZIA - EDITORIALE - LUGLIO / AGOSTO 2019

DECRETO (IN) SICUREZZA BIS.
GETTIAMO TUTTI LA MASCHERA



Scriviamo a te amico. Amica. Che leggi ma anche che non leggi, a prescindere. Che non vuoi ascoltare. Vorremmo raggiungerti per un attimo. Anche per radio o guardandoti in volto. Prenderti due minuti. Non per convincerti, ma per lasciarci scuotere dentro.

19 giugno 2019. Due barchette di legno approdano a Lampedusa con a bordo 45 persone. Fratelli e sorelle. Prima e sempre di essere migranti. Tra loro due bambini e una donna incinta. Tutti dall’Africa subsahariana. Mentre altri 43, fratelli e sorelle, attendono al largo sulla nave Sea Watch. Perché alcuni sì e altri no? Il diritto alla vita non è per tutti? O è solo per chi è già al sicuro?

In Occidente abbiamo fatto delle battaglie per i diritti umani. Ma erano i nostri e non degli altri. Allora scoperchiamola questa verità! Togliamo l’ipocrisia e diciamocelo con franchezza: qualcuno sulla terra è più importante di altri. Al mondo ci sono cittadini di serie diverse.

Chi è sbarcato lo ha fatto senza le luci dei riflettori. Chi resiste sulla nave è più visibile, più mediatico, più strumentale alla retorica dei porti chiusi.

Il decreto (in)sicurezza bis, firmato dal presidente della Repubblica il 15 giugno scorso, parla chiaro: inasprire le pene alle navi che approdano con migranti e mettere tutto sotto il controllo del Viminale. Si tratta di sicurezza di chi è a terra non di chi è in mare; di chi è barricato non di chi scappa.

Ma se ci pensiamo un attimo, non viene prima la sicurezza di chi è minacciato nella vita? Perché non diciamo forte e chiaro che questo decreto è contro la Costituzione e contro il vangelo? Contro sicuramente l’umano che ancora, speriamo, abbiamo in noi.

«Dov’è tuo fratello?» (Gn 4,9), chiede Dio a Caino che ha ammazzato suo fratello. Francesco, vescovo di Roma, lo ha detto l’8 luglio 2013 a Lampedusa e non smette di ricordarcelo. Quel grido risuona ancora oggi dentro le paure di un mondo che produce 70,8 milioni di rifugiati.

Siamo chiamati a schierarci tutti. Da umani prima che da cristiani. Per riconoscere fratello, sorella chi è nel ventre di una madre in attesa, ma anche chi ne è uscito, è debole ed è minacciato nell’esistenza. Grande o piccolo che sia. Battaglie sul tema dell’aborto ne facciamo tante. In nome della vita. E cosa facciamo per chi, questa vita, ce l’ha in balia delle onde?

L’umanità naviga in acque molto agitate. Questo sistema non funziona più. Ripartiamo dall’umano che è rimasto in noi. Che sa cogliere nell’altro noi stessi. Se affoga, anche noi andiamo a fondo.

Fratello, sorella. I due minuti sono finiti. Ora torniamo pure alla vita di sempre. In fondo c’è solo da cambiare il mondo.
(fonte: NIGRIZIA)


martedì 25 giugno 2019

«Gesù invita i suoi discepoli a compiere una vera conversione dalla logica del “ciascuno per sé” a quella della condivisione» Papa Francesco Angelus 23/06/2019 (testo e video)


ANGELUS
Piazza San Pietro
Domenica, 23 giugno 2019


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi, in Italia e in altre Nazioni, si celebra la solennità del Corpo e Sangue di Cristo, il Corpus Domini. Il Vangelo ci presenta l’episodio del miracolo dei pani (cfr Lc 9,11-17) che si svolge sulla riva del lago di Galilea. Gesù è intento a parlare a migliaia di persone, operando guarigioni. Sul far della sera, i discepoli si avvicinano al Signore e Gli dicono: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo» (v. 12). Anche i discepoli erano stanchi. Infatti erano in un luogo isolato, e la gente per comprare il cibo doveva camminare e andare nei villaggi. E Gesù vede questo e risponde: «Voi stessi date loro da mangiare» (v. 13). Queste parole provocano lo stupore dei discepoli. Non capivano, forse si sono anche arrabbiati, e rispondono: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente» (ibid.).

Invece, Gesù invita i suoi discepoli a compiere una vera conversione dalla logica del “ciascuno per sé” a quella della condivisione, incominciando da quel poco che la Provvidenza ci mette a disposizione. E subito mostra di aver bene chiaro quello che vuole fare. Dice loro: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa» (v. 14). Poi prende nelle sue mani i cinque pani e i due pesci, si rivolge al Padre celeste e pronuncia la preghiera di benedizione. Quindi, comincia a spezzare i pani, a dividere i pesci, e a darli ai discepoli, i quali li distribuiscono alla folla. E quel cibo non finisce, finché tutti ne hanno ricevuto a sazietà.

Questo miracolo – molto importante, tant’è vero che viene raccontato da tutti gli Evangelisti – manifesta la potenza del Messia e, nello stesso tempo, la sua compassione: Gesù ha compassione della gente. Quel gesto prodigioso non solo rimane come uno dei grandi segni della vita pubblica di Gesù, ma anticipa quello che sarà poi, alla fine, il memoriale del suo sacrificio, cioè l’Eucaristia, sacramento del suo Corpo e del suo Sangue donati per salvezza del mondo.

L’Eucaristia è la sintesi di tutta l’esistenza di Gesù, che è stata un unico atto di amore al Padre e ai fratelli. Anche lì, come nel miracolo della moltiplicazione dei pani, Gesù prese il pane nelle sue mani, elevò al Padre la preghiera benedizione, spezzò il pane e lo diede ai discepoli; e lo stesso fece con il calice del vino. Ma in quel momento, alla vigilia della sua Passione, Egli volle lasciare in quel gesto il Testamento della nuova ed eterna Alleanza, memoriale perpetuo della sua Pasqua di morte e risurrezione. La festa del Corpus Domini ci invita ogni anno a rinnovare lo stupore e la gioia per questo dono stupendo del Signore, che è l’Eucaristia. Accogliamolo con gratitudine, non in modo passivo, abitudinario. Non dobbiamo abituarci all’Eucaristia e andare a comunicarci come per abitudine: no! Ogni volta che noi ci accostiamo all’altare per ricevere l’Eucaristia, dobbiamo rinnovare davvero il nostro “amen” al Corpo di Cristo. Quando il sacerdote ci dice “il Corpo di Cristo”, noi diciamo “amen”: ma che sia un “amen” che viene dal cuore, convinto. È Gesù, è Gesù che mi ha salvato, è Gesù che viene a darmi la forza per vivere. È Gesù, Gesù vivo. Ma non dobbiamo abituarci: ogni volta come se fosse la prima comunione.

Espressione della fede eucaristica del popolo santo di Dio, sono le processioni con il Santissimo Sacramento, che in questa Solennità si svolgono dappertutto nella Chiesa Cattolica. Anch’io questa sera, nel quartiere romano di Casal Bertone, celebrerò la Messa, a cui seguirà la processione. Invito tutti a partecipare, anche spiritualmente, mediante la radio e la televisione. La Madonna ci aiuti a seguire con fede e amore Gesù che adoriamo nell’Eucaristia.

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

ieri, a Madrid, sono state proclamate Beate Maria Carmen Lacaba Andía e 13 consorelle dell’Ordine francescano dell’Immacolata Concezione, uccise in odio alla fede durante la persecuzione religiosa avvenuta tra il 1936 e il 1939. Queste monache di clausura, come le Vergini prudenti, attesero con fede eroica l’arrivo dello Sposo divino. Il loro martirio è un invito per tutti noi ad essere forti e perseveranti specialmente nell’ora della prova. Salutiamo queste nuove Beate con un applauso!

Rivolgo il mio saluto a tutti voi, romani e pellegrini. In particolare, a quelli venuti dal Brasile, dall’Isola di Guam (Stati Uniti d’America) e al pellegrinaggio di Liverpool promosso dalle Suore di Nostra Signora di Namur.

Saluto i fedeli di Salerno, Crotone e Lanciano.

Auguro a tutti voi una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

Guarda il video


Brave e sorridenti in un tempo violento


Brave e sorridenti in un tempo violento

di Lucia Rossi, 67 anni, Figline Valdarno, insegnante in pensione 
che ama viaggiare e riflettere

"Guardando giocare la nazionale femminile di calcio mi piace osservare la bravura di queste ragazze, le facce sorridenti, l’atteggiamento sicuro, il fair play, il fatto che non facciano le sceneggiate tipiche dei colleghi maschi e vedere che sono donne anche l’allenatrice, l’arbitro e le sue collaboratrici, le telecroniste che seguono le partite: una presenza in maggioranza femminile che comunica un’immagine della donna che non siamo abituati a vedere nei palinsesti televisivi.
Poiché il modo di praticare uno sport si riflette anche sul sentire comune, ben vengano queste giovani protagoniste del campionato mondiale di calcio che si comportano con semplicità, correttezza, affiatamento e senza gesti maleducati, esibizionistici, aggressivi".

"E aggiungo finalmente, perché il momento in cui viviamo è contraddistinto dal suo esatto contrario: il comportamento violento e il senso di superiorità e l’eccesso di personalizzazione la stanno facendo da padroni (maschi). In una società caratterizzata dal predominio mediatico di questi comportamenti penso che sia importante amplificare quel messaggio positivo, anche utilizzando un linguaggio più aderente al buon esempio che vediamo scorrere nelle immagini sul teleschermo".

"Mi rivolgo quindi alle croniste che commentano la partita invitandole a usare al femminile le parole che contraddistinguono i vari ruoli o almeno a mettere l’articolo femminile davanti ad ogni termine per sottolineare la differenza in positivo di una partita giocata da donne. Ma soprattutto per chiedere loro di non adoperare certi termini e modi di dire che caratterizzano il mondo del calcio maschile, perché, per esempio, ho trovato molto poco appropriato che nei momenti più difficili della partita contro il Brasile una delle telecroniste abbia ripetuto più volte parole come soffrire, fargliela vedere, tenere botta, far male, essere più cattive, più aggressive, stringere i denti, resistere fino alla fine, senza rendersi conto di stare usando quella retorica militaristica della sofferenza tanto sfruttata dai suoi colleghi maschi in situazioni analoghe, ma visibilmente in dissonanza col piacere e il divertimento di giocare a pallone che le ragazze della nazionale italiana stanno dimostrando in queste partite".


Lucia fotografata in uno dei suoi viaggi


(fonte: Repubblica, Invece Concita di Concita De Gregorio 23/06/2019)



Alex Zanotelli: Abbiamo l’obbligo di reagire

Abbiamo l’obbligo di reagire
di Alex Zanotelli

Foto tratta dal Fb di Open Arms Italia


L'11 giugno il consiglio dei ministri ha approvato il Decreto/in /Sicurezza bis, proposto dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Un decreto peggiore del primo con delle clausole che violano i principi fondamentali del diritto e dell’etica (Cosa prevede il decreto sicurezza bis). Sì, è soprattutto l’etica che è colpita a morte in questo decreto che bolla come reato soccorrere una persona in mare, salvare un naufrago! Per di più il Viminale potrà vietare ingresso e transito sosta di navi con migranti a bordo nei nostri porti. Il comandante che disobbedirà sarà passibile di una multa dai dieci ai cinquanta mila euro e il sequestro dell’imbarcazione.

Adesso stiamo con il fiato sospeso per vedere cosa succederà alla Sea-Watch che, dopo aver salvato quarantatre naufraghi, sta aspettando al largo di Lampedusa di attraccare in un porto italiano.Siamo all’assurdo! (leggi anche Verso il sovranismo giudiziario?)

È un dovere salvare un essere umano, un dovere che affonda le radici nella natura stessa dell’uomo che è in primo luogo un ospite, “uno straniero residente”, come amava dire il filosofo Jacques Derrida. Un dovere codificato nel diritto internazionale, ma anche nella tradizione ebraica: ”Il forestiero dimorante tra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi: tu lo amerai come te stesso” (Levitico 19,34). E cristiana: ”Ero straniero e mi avete accolto” (Matteo 25,35).

Trovo incredibile che il presidente della Repubblica abbia subito firmato un tale obbrobrio! Anche perché questo Decreto contiene una norma ‘ad personam’ cioè toglie il potere al procuratore di Agrigento (Luigi Paronaggio) di intervenire sulle navi salva vita e lo concede invece al procuratore di Catania (Carmelo Zuccaro), quello che non aveva visto alcun reato nel comportamento di Salvini per la “Diciotti”. È un abuso incredibile del potere politico. Ma questo decreto non è solo di Salvini e della Lega, ora è anche di Di Maio e dei Cinque Stelle, altrettanto responsabili per questa deriva razzista. Ma i Cinque stelle sono tutti concordi con Di Maio? Se qualcuno non lo è, perché non alza la voce? Il Decreto passerà ora al Parlamento.

Per questo mi appello a tutti i parlamentari, in particolare ai Cinque Stelle, perché lo boccino. Come mai la Lega e i Cinque stelle rispettano solo alcuni punti del ‘contratto’, approvando addirittura un secondo decreto Sicurezza? Ma nel ‘contratto di governo’, firmato da ambedue i partiti, la ripubblicizzazione dell’acqua è ancora al primo punto del contratto. E per i Cinque stelle è la loro prima stella!

Foto tratta dal Fb di Open Arms Italia
Se il governo giallo-verde si definisce ‘sovranista’, allora obbedisca a quello che il popolo sovrano ha deciso con 26 milioni di voti al Referendum del 2011: l’acqua deve uscire fuori dal mercato e non si può fare profitto sull’acqua! E intanto con l’articolo 24 del decreto crescita si consegna l’acqua del Mezzogiorno ai privati. Che tradimento! Eppure la Legge sulla gestione pubblica dell’acqua è ancora bloccata in Commissione e non si riesce a portarla in Parlamento.

Mi appello al popolo sano di questo paese (e ce n’è tanto!) perché reagisca a questo sfascio umano e morale a cui questa politica ci sta portando. Dobbiamo mettere da parte le nostre differenze e unirci, credenti e laici, per salvare la nostra democrazia, ma soprattutto la nostra comune umanità.

Infine mi appello ai vescovi perché proclamino con chiarezza che il Vangelo di Gesù cozza con quello di Salvini. Davanti a questa discesa nel baratro del rifiuto dell’altro, chiedo ai vescovi di lanciare una campagna ecclesiale di preghiera e di digiuno. È da un anno che un gruppo di preti, suore, missionari/e, incoraggiati dal vescovo emerito di Caserta, monsignor Raffaele Nogaro, ogni primo mercoledì del mese, digiunano davanti al parlamento. Mai come in questo momento la preghiera e il digiuno diventano strumenti potenti per scacciare il dèmone del razzismo. In questo momento storico come cristiani abbiamo l’obbligo morale di esporci pubblicamente per permettere la nascita di un’umanità al plurale.

(fonte: COMUNEINFO 21/06/2019)

Il decreto legge sicurezza “bis” è un provvedimento odioso in contrasto con le norme internazionali, la Costituzione e i più elementari principi di umanità. Entro il 13 agosto dovrà essere convertito in legge dal parlamento. “Un voto che potrà fare la differenza tra la vita o la morte di tante persone”, scrive Fulvio Vassallo della della Clinica legale per i diritti umani dell’Università di Palermo. Mentre si costituiscono gruppi di assistenza e difesa legale per tutti coloro che saranno colpiti dalle eterogenee disposizioni del provvedimento, comincia una battaglia politica e sociale che ha bisogno del sostegno di tanti e tante




lunedì 24 giugno 2019

Che sarà mai questo bambino? di Don Giovanni Berti


Che sarà mai questo bambino?
di don Giovanni Berti

Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei.
Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome».
Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante si aprirono la sua bocca e la sua lingua, e parlava benedicendo Dio.
Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.
Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.
(dal Vangelo di Luca 1,57-66.80)


“Che sarà mai questo bambino?”, è quello che la gente dice del figlio di Elisabetta e Zaccaria, dopo che aver udito quel che è successo riguardo la sua nascita. Elisabetta e Zaccaria sono troppo anziani per aver figli, e la sterilità della coppia era ritenuta una maledizione e una vergogna per Elisabetta (sono sempre le donne a pagare il prezzo più alto… allora come oggi!). Ma alla fine il bambino tanto atteso viene al mondo e anche nell’imposizione del nome accade qualcosa che rompe gli schemi e sconcerta. Elisabetta gli pone il nome di Giovanni, che significa “Dio è misericordia, dono di Dio”, ed è in netta discontinuità con la tradizione che vorrebbe il nome del padre Zaccaria o di un parente. E la cosa che sconcerta è che Zaccaria stesso acconsente a questo elemento di “rottura” con le tradizioni e ciò provoca il “miracolo” del fatto che riacquista la voce perduta…

“Che sarà mai questo bambino?”. Riconosco in questo quesito evangelico la stessa domanda che ogni genitore si pone oggi quando è davanti al proprio piccolo o piccola appena nato. I genitori hanno dentro questa domanda appena vedono venire alla luce (o anche solo in una foto dell’ecografia che anticipa la visione del nascituro) il proprio figlio o la propria figlia. Può essere una domanda fatta con preoccupazione e paura per il futuro di salute e di vita, oppure fatta con l’entusiasmo gioioso di chi vuole crescere al meglio il proprio figlio o figlia. Ogni volta che incontro una famiglia che mi presenta il proprio figlio o figlia in occasione del battesimo, sento anche io questa domanda risuonare nel profondo della mia anima di cristiano e prete: “che sarà mai questo bambino o bambina in futuro come cristiano?”, “cosa posso fare io perché il cammino di quella fede che celebriamo nel Battesimo, sia positivo e non si perda per strada?”

Giovanni il Battista, l’uomo adulto coraggioso che sfida Erode e il potere religioso del suo tempo ed è pronto al martirio, non nasce dal nulla, e la sua storia è ancorata proprio nelle scelte dei suoi genitori, scelte coraggiose pronte anch’esse a sfidare le tradizioni pur di rimanere fedeli a Dio.

Penso che in questo breve racconto degli eventi della nascita di Giovanni il Battista abbiamo uno stupendo modello di vita famigliare e anche della comunità cristiana, come luogo dove nascere e crescere nella fede.

Elisabetta e Zaccaria dimostrano una formidabile sintonia di coppia che non cede alle pressioni delle consuetudini e delle aspettative, ma ha un solo obiettivo: fare la volontà di Dio nel bene del proprio figlio. Zaccaria, dopo la durezza di cuore dimostrata quando non ha creduto all’angelo di Dio che gli annunciava la risposta alle sue preghiere, assecondando con convinzione la scelta del nome Giovanni fatta dalla sua sposa Elisabetta, ritrova nuova voce: dalle parole inutili che lo rendevano muto, alle parole (anche solo scritte… concrete) che costruiscono un nuovo ponte verso Dio e verso la sua famiglia. E così non solo Giovanni come predicatore e battezzatore nel fiume Giordano, ma anche la sua famiglia diventa un annuncio di chi che sta per venire davvero a demolire i muri delle tradizioni e a dare nuova vita al rapporto con Dio: Gesù Cristo. Anche la comunità cristiana trova in questo stile di rottura con le durezze di cuore e la fiducia coraggiosa in Dio, un modello di vita. Come cristiani nella società siamo chiamati ad essere voce che non teme di denunciare, indicare la strada verso il vero bene degli uomini e la strada che Dio ha aperto verso ogni essere umano. A tutti noi cristiani serve il coraggio di Elisabetta e di Zaccaria per far si che ogni nuovo fratello e sorella che fa parte della Chiesa si senta spinto a realizzare pienamente la propria vocazione e non spenga la fede.


Sea-Watch. Card. Montenegro: “Incomprensibile. Le leggi dovrebbero rispettare gli esseri umani”

Sea-Watch. 
Card. Montenegro: “Incomprensibile. 
Le leggi dovrebbero rispettare gli esseri umani”

"C'è un uomo che soffre. Potrebbe essere mio fratello, potrei essere io, laddove c'è sofferenza non posso voltare le spalle": a parlare al Sir è il cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento. La cosa "più logica" sarebbe far sbarcare le 42 persone ancora bloccate in acque internazionali sulla nave Sea-Watch 3 e poi decidere dove accoglierli: "L'Europa è così grande, non credo che così poca gente possa mettere in crisi un continente".


“Incomprensibile”. Per il cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, le leggi “dovrebbero essere fatte per rispettare gli uomini, invece a quanto pare ci dimentichiamo di avere davanti a noi degli esseri umani”. E’ il suo commento alla vicenda della nave Sea-Watch 3 bloccata da dodici giorni in acque internazionali, al largo delle coste di Lampedusa, con 42 persone a bordo, alcuni dei quali in condizioni fisiche molto precarie a causa delle torture subite nei centri libici. Per effetto del decreto sicurezza bis se la nave entrasse in acque italiane rischierebbe il sequestro e 50.000 euro di multa. La Corte di Strasburgo ha ricevuto una richiesta di “misure provvisorie” da parte della Sea Watch 3 per chiedere all’Italia di consentire lo sbarco dei migranti a bordo della nave. Il governo italiano deve rispondere alle richieste di chiarimento della Corte europea entro oggi pomeriggio. Nel frattempo il ministro dell’interno Salvini chiede che Olanda e Germania si facciano carico dei profughi mentre l’arcivescovo di Torino, mons. Cesare Nosiglia, si dice disposto ad accoglierli. “C’è un uomo che soffre. Potrebbe essere mio fratello, potrei essere io, laddove c’è sofferenza non posso voltare le spalle”, è questo l’appello del cardinale Montenegro. La cosa “più logica” sarebbe farli sbarcare e poi decidere dove accoglierli: “L’Europa è così grande, non credo che così poca gente possa mettere in crisi un continente”.

42 persone a bordo di una nave che nessuno vuole accogliere. Cosa pensa di questa ennesima vicenda?

A volte sembra che l’unico parere possibile sia il silenzio perché determinati atteggiamenti sono incomprensibili. Le norme, le leggi, dovrebbero essere fatte per rispettare gli uomini ma a quanto pare ci dimentichiamo che abbiamo davanti degli esseri umani.

Che esseri umani debbano vivere così, in attesa chissà di chi o cosa, soltanto perché ci sono dei “no” mi sembra incomprensibile.

Perché va contro ogni logica: della sicurezza, della difesa… Si resta proprio senza parole.

E‘ una società incattivita? Non riesce più a considerare l’altro, il diverso da sé, un essere umano?

Oramai stiamo cavalcando il cavallo dell’odio. La cosa più triste è che se una persona ha un’idea tutti possono permettersi il lusso di insultare, invece di avere un sereno confronto delle idee su qualsiasi argomento. Oggi ti intimoriscono perché tu non parli però loro possono gridare. Ma questa è convivenza, società civile, cercare il bene comune?

Ci stiamo incamminando verso la via della prepotenza e del far west. Quello che ha la pistola più veloce spara per primo.

Inoltre sui migranti vengono diffuse fake news a scopo di consenso.

Può anche darsi che qualche verità ci sia. Non è che siano tutti angioletti, nemmeno noi siamo tutti angioletti. Ma non possiamo, per difendere un principio, dire che tutti sono diavoletti. Mi sembra assurdo dover massificare così la gente, le categorie di persone, gli esseri umani. La mia terra ha 155.000 migranti all’estero. Se avessero trovato porte chiuse cosa avrebbe significato per questa gente? Se dovessero rimandarli tutti indietro – qui non c’è lavoro, non ci sono industrie – come farebbero?

Intanto nella sua diocesi, il parroco di Lampedusa dorme da diverse notti sul sagrato per dimostrare solidarietà ai migranti della Sea-Watch e chiedere lo sbarco.

Ho mandato un messaggio, sono con loro. E’ una protesta silenziosa che non insulta nessuno.

Ci si mette accanto a chi soffre. Il Vangelo ci insegna questo.

Il gesto del parroco ha colpito molto ed è stato imitato anche in altre località.

E’ chiaro. Il problema non è la critica, mi meraviglierei se non ci fosse. Noi abbiamo il dovere di vivere le beatitudini. Il Vangelo o lo prendo tutto o lo lascio tutto. Non posso scegliere solo le pagine che mi piacciono.

Però la comunità cattolica sul tema migranti è divisa: c’è chi non accetta proprio le pagine che invitano all’accoglienza dello straniero.

Ognuno dovrà vedersela con la propria coscienza.

Escludere l’altro, che sia un profugo o il disabile o il povero o l’anziano, vuol dire costruire una società dell’esclusione.

Pochi fortunati che decidono mentre la maggioranza deve sottostare alle decisioni di pochi. Dove c’è un uomo che soffre là ci dobbiamo tutti fermare. Il Signore ha fatto scrivere la pagina del Buon Samaritano e davanti a quella dobbiamo interrogarci: e io?

Qual è il dunque il suo appello oggi?

C’è un uomo che soffre. Potrebbe essere mio fratello, potrei essere io, laddove c’è sofferenza non posso voltare le spalle.

Nemmeno altri Paesi europei hanno dimostrato disponibilità all’accoglienza.

Con queste vicende abbiamo avuto la prova di cosa è l’Europa. L’Europa non esiste. Se serve solo come banca è una cosa. Se invece deve unire delle nazioni allora può dichiarare fallimento, perché non sta affrontando i problemi. Se ognuno pensa per sé perché insistono tanto sull’Europa unita? La somma di tutti egoismi non fa mai una comunità.

Una soluzione potrebbe essere farli sbarcare a Lampedusa e poi decidere dove accoglierli?

Sarebbe la cosa più logica. L’Europa è così grande, non credo così poca gente possa mettere in crisi un continente. Saperli ripartire, magari non tutti vogliono stare in Italia perché hanno parenti altrove. E’ possibile che non ci si riesce ad organizzare? Oramai il tema immigrazione è diventato un modo per non parlare di altri problemi. Ma questo non è costruire il futuro.

Il paradosso è che, in questo caso, stiamo parlando di 42 persone a fronte di 500 milioni di abitanti. Invece si usa sempre il termine invasione.

In Europa siamo stati tutti invasori e invasi. Mi chiedo se, a furia di stare solo tra noi, ce la faremo a sopravvivere? Se le statistiche sono vere ci dicono che nel 2050 saremo dai 7 ai 10 milioni in meno di italiani. Allora dovremo telefonare a questa gente e dire: venite, vi paghiamo il viaggio? Possibile che non vogliamo cominciare a costruire il futuro già da adesso?

Il problema è che, per effetto del decreto sicurezza bis, la nave rischia il sequestro e una multa molto salata.

Poi ci sarà il decreto ter e quater… faremo una somma di decreti, tutte forme più o meno pulite. Sono leggi che dicono: qui non devi mettere piede. Quando diciamo “aiutiamoli nella loro terra” chiediamoci cosa ha fatto l’Occidente per aiutarli.

Questo per dire che la legalità non sempre va di pari passo con la giustizia?

C’è stato qualcuno che per la verità è finito sulla Croce, non ha avuto applausi. Perché la verità e la giustizia hanno sempre un prezzo alto. Anche la misericordia ha un prezzo alto.

Qual è il suo auspicio?

C’è da augurarsi che certe cose non succedano più.

Io amo gli animali e li rispetto. Ma ho davanti agli occhi un poster con il volto di un cane e la scritta “Non mi abbandonare”. Perché un uomo questa frase non può scriverla?



(fonte: SIR, articolo di Patrizia Caiffa 24 giugno 2019)

Vedi anche il post:
Migranti, il parroco di Lampedusa: “Aprite i porti e gli aeroporti alle persone”


La storia di accoglienza della famiglia Mottola: “Ousmane e Dembele, i nostri figli maggiori”

La storia di accoglienza della famiglia Mottola:
“Ousmane e Dembele, i nostri figli maggiori”


Sono migliaia in Italia le famiglie che hanno scelto di accogliere in casa dei rifugiati. Una esperienza in controtendenza che dimostra la possibilità di vivere insieme nell'arricchimento e nel rispetto reciproco. La famiglia Mottola, di Casal di principe, ha aperto le porte a due ragazzi del Mali.


Hanno una chat familiare che si chiama “Omegad”, acronimo che racchiude tutti i nomi di una famiglia allargata molto speciale: Ousmane, Maria Grazia, Ester, Giuseppe, Antonio e Dembele. Ousmane e Dembele vengono dal Mali e sono stati accolti in casa per due anni e mezzo dalla famiglia Mottola, a Casal di Principe (Napoli), nell’ambito del progetto di Caritas italiana “Protetto. Rifugiato a casa mia”. Il progetto si è concluso nel 2017, e in un anno ha permesso a 500 famiglie di aprire le porte della propria casa ai rifugiati e sensibilizzare almeno 1.500 persone nei territori dove hanno avuto luogo le accoglienze. Qualcosa di simile al progetto “Refugees welcome Italia”, parte del network europeo Refugees Welcome International, fondato a Berlino nel 2014 e ora attivo in 15 Paesi. Anche in questo caso i numeri sono significativi. Negli ultimi sei mesi circa 600 famiglie italiane hanno dato la disponibilità ad ospitare un rifugiato. Lo scorso anno è stato registrato boom di richieste dell’80%, in contemporanea con l’annunciata chiusura dei porti alle Ong. Esperienze in controtendenza che dimostrano l’esistenza di un’altra Italia, più nascosta, convinta delle possibilità di arricchimento reciproco tra culture e nazionalità diverse. Un modo per aiutare con gesti concreti chi è stato costretto a lasciare la propria casa a causa di conflitti, persecuzioni e povertà. E resistere al clima imperante di ostilità, diffidenza e chiusura fomentato dalla politica.

Figli grandi che spiccano il volo. Come succede in tutte le famiglie, ora Ousmane e Dembele, hanno lasciato casa per spiccare il volo da soli. Arrivati nel 2016 a casa Mottola che avevano rispettivamente 18 e 20 anni, hanno subito familiarizzato con i genitori Antonio e Maria Grazia. Imprenditore edile lui, casalinga lei. Due figli, Ester e Giuseppe, di 14 e 12 anni.

“Ousmane e Dembele ci chiamano mamma e papà”

racconta al Sir Antonio Mottola: “Si è subito instaurato un clima molto bello, un affetto profondo che ancora rimane”.

Per noi sono i figli maggiori, che continuiamo a seguire e consigliare quando vogliono sfogarsi, quando sono in difficoltà”.

Oggi Dembele vive da solo in un appartamento in affitto ad Aversa e svolge il servizio civile all’ufficio immigrazione di Caritas Aversa. Si mantiene con piccoli lavori stagionali. Ousmane, che sognava di diventare calciatore, ha giocato per un anno con la squadra Albanova Calcio, poi ha raggiunto per alcuni mesi i parenti in Francia. Da poco è tornato a Casal di Principe, abita presso amici e ha un lavoro temporaneo presso una azienda. Nel frattempo sta prendendo la patente. “E’ come se i figli grandi, usciti di casa, avessero preso la loro strada – dice Antonio -. Siamo stati fortunati perché, grazie alla rete che si è creata intorno alla parrocchia di San Nicola di Bari, siamo riusciti ad inserirli in un contesto sociale. Loro sono bravi perché desiderano camminare con le proprie gambe. Vogliono essere autonomi, hanno una grande dignità” .

Dietro alle spalle Ousmane e Dembele hanno storie drammatiche come tanti altri rifugiati: la fuga da casa, il deserto, l’orrore dei centri libici, la traversata. Aver trovato una famiglia tutor che li ha accolti e supportati, insieme alla mobilitazione di tutta la comunità e della Caritas di Aversa, li ha aiutati ad apprendere bene l’italiano ed integrarsi nel territorio.

Ci siamo arricchiti tantissimo con questa esperienza. Come genitori abbiamo scoperto che l’amore va al di là dei figli naturali. I nostri figli hanno acquisito una grande apertura mentale”.

Il rapporto è ancora “stupendo”, precisa papà Mottola, tant’è che nella chat familiare si scambiano affettuosità, si chiedono consigli in caso di necessità. E per le feste si riuniscono ancora insieme. Certo, il clima sociale intorno è cambiato, ammette, “ma noi cerchiamo di combattere a tutti i costi questa ondata razzista, facendo capire che siamo tutti uguali, tutti fratelli, e che vivere insieme è possibile”.
(fonte: SIR, articolo di Patrizia Caiffa del 20/06/2019)