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sabato 6 settembre 2025

Il cambiamento non viene da solo Lottiamo uniti per il diritto all’educazione - Intervista di Alessandro Gisotti con il Premio Nobel per la Pace Malala Yousafzai


Intervista di Alessandro Gisotti con il Premio Nobel per la Pace Malala Yousafzai

Il cambiamento non viene da solo
Lottiamo uniti
per il diritto all’educazione


«Se ci sono delle ragazze che possono mettere a rischio tutto per avere l’opportunità di imparare, allora penso che possiamo tutti trovare la forza per fare sentire le nostre voci al loro fianco»

All’età di 14 anni, nella sua lotta per affermare il diritto all’istruzione delle donne nel suo Paese, il Pakistan, Malala Yousafzai è diventata il bersaglio di un brutale attacco dei talebani che ha quasi messo fine alla sua vita. Ma Malala non si è fermata. Ha continuato la battaglia iniziata quando aveva solo undici anni, scrivendo su un blog per difendere il diritto delle ragazze ad andare a scuola nella sua regione, la Swat Valley. In pochissimo tempo, è diventata una voce globale nella promozione del diritto all’istruzione per le donne in tutto il mondo.

È oggi fonte di ispirazione per innumerevoli persone — donne e uomini — che hanno aderito alla sua causa. Nel 2014, a soli 17 anni, Malala è diventata la persona più giovane a ricevere il Premio Nobel per la Pace. Insieme a suo padre, l’insegnante Ziauddin Yousafzai, ha fondato il Malala Fund, che da oltre un decennio lotta per l’accesso all’istruzione attraverso progetti e iniziative concrete. In questa intervista esclusiva con i nostri media, Malala racconta il suo appassionato impegno per l’istruzione delle ragazze, riflette sui milioni di bambini a cui viene negata la scuola a causa della guerra, e sottolinea l’importanza del dialogo interreligioso anche per promuovere l’educazione.

Il suo percorso da giovane «blogger» nella Swat Valley ad attivista globale per l’educazione è fonte d’ispirazione in tutto il mondo. La sua esperienza personale e il suo impegno per l’educazione sono cambiati negli anni?

Quando ho iniziato a impegnarmi per l’educazione delle bambine, ero piena di speranze. Credevo che i leader governativi e istituzionali che esprimevano il loro sostegno avrebbero utilizzato il proprio potere per adottare misure rapide e decisive per trasformare il mondo delle giovani donne. Oggi, a 28 anni, devo ammettere una verità più frustrante: il cambiamento richiede tempo. Malgrado i miei anni di attivismo, più di 122 milioni di bambine restano fuori dalla scuola. L’esperienza mi ha insegnato che il progresso richiede più che delle promesse: esige soluzioni creative, risorse continue e pazienza. Ma queste sfide non hanno attenuato il mio senso di urgenza di creare un futuro migliore per le ragazze. È questa la mia missione nella vita e lo sarà sempre.

Conflitti e violenza, dalla Siria all’Ucraina, da Gaza al Sud Sudan, impediscono a milioni di bambini — specialmente alle bambine — di frequentare la scuola, esacerbando la crisi di alfabetizzazione mondiale. Come possiamo assicurare che questi bambini non vengano lasciati indietro, dimenticati?

Questo pensiero mi tiene sveglia la notte. Quanti bambini in questo momento si stanno addormentando al suono degli spari? Quante scuole sono state bombardate questa settimana? Quante famiglie sono state separate per sempre e non si ricongiungeranno mai? A Gaza il numero di bambini uccisi è sconvolgente e terrificante. Quando assistiamo a un genocidio del genere, a volte sembra una situazione senza speranza, come se non ci fosse niente che si possa fare, ma questo non è vero. Per aiutare i bambini colpiti dai conflitti, possiamo finanziare l’educazione nelle emergenze e sostenere le organizzazioni locali che offrono spazi per i bambini nell’ottenere risorse fondamentali, materiali didattici e supporto per la salute mentale. Tenere i bambini a scuola o farli ritornare a scuola al più presto è di vitale importanza per il loro benessere psicosociale e il loro senso di sicurezza.

La situazione delle ragazze afghane sotto il regime talebano continua a essere terribile, con gravi limitazioni al loro accesso all’educazione. In Afghanistan è a rischio il futuro di un’intera generazione di donne. Che cosa sta facendo il Malala Fund per aiutare le ragazze afghane e che cosa può fare la comunità internazionale per sostenere questi sforzi?

La portata dell’oppressione dei talebani è quasi inimmaginabile. Alle donne e alle ragazze è vietato l’accesso all’educazione, al lavoro e a ogni forma di partecipazione pubblica e politica. Controllano ogni parte della vita di una donna, perfino se può andare in un parco, quanto può essere alta la sua voce, come si veste. Questa è più che discriminazione di genere, è apartheid di genere. Questa settimana, il Malala Fund ha annunciato che stanzieremo 3 milioni di dollari di sovvenzioni nuove e prolungate per aiutare le ragazze in Afghanistan, rispondendo alle urgenti esigenze educative e promovendo la giustizia a lungo termine. Dalle scuole a domicilio alla TV satellitare e alla radio, dalle piattaforme online alle app offline, sosteniamo programmi innovativi e flessibili che consentono alle ragazze di continuare a studiare sotto il governo dei talebani. Attraverso la nostra Afghanistan Initiative, siamo anche al fianco di donne leader e attivisti per i diritti umani nel guidare un movimento globale, facendo pressione su leader mondiali per porre fine all’apartheid di genere e garantire un futuro all’educazione delle ragazze.

Lei ha evidenziato molte volte — in particolare quando ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace nel 2014 — che l’educazione è un diritto umano fondamentale che va protetto e promosso. Ha rischiato la vita per questo diritto. In che modo ritiene che l’istruzione possa contribuire al raggiungimento di obiettivi quali la parità di genere, lo sviluppo economico e la pace, in particolare nelle comunità emarginate?

L’educazione alimenta la speranza di un futuro più pacifico, più equo. È a scuola che i bambini imparano a pensare in modo critico e a risolvere i problemi. È lì che fanno amicizia, costruiscono la compassione e imparano a lavorare con gli altri. Queste capacità sono essenziali per affrontare le ingiustizie — come la misoginia e la discriminazione — e ricordare alla gente la nostra comune umanità.

Attraverso il Malala Fund sostiene chi difende l’istruzione locale. Può raccontarci la storia di un attivista di base il cui lavoro l’ha ispirata e in che modo il suo approccio dimostra il potere delle iniziative di alfabetizzazione basate sulle comunità?

Sin da piccola ho visto come una persona possa incidere positivamente. Mio padre, insegnante nella nostra città in Pakistan, spesso andava di porta in porta per convincere le famiglie a mandare a scuola le loro figlie. Il suo impegno ha cambiato la vita a tantissime ragazze, e alle loro famiglie. Mio padre e io abbiamo dato vita al Malala Fund per aiutare più persone che apportano cambiamenti ad allargare il proprio raggio d’azione. Oggi collaboriamo con organizzazioni a guida locale in Afghanistan, Brasile, Etiopia, Nigeria, Pakistan e Tanzania, che stanno promovendo il progresso nell’educazione delle ragazze. Questa estate ho visitato il distretto di Kongwa in Tanzania per vedere all’opera il nostro partner Msichang Initiative. Questa organizzazione aiuta le giovani madri che sono state costrette ad abbandonare la scuola a continuare la loro educazione. Ho visitato le aule scolastiche, incontrato i collaboratori e ascoltato le studentesse parlare degli ostacoli che hanno dovuto affrontare per imparare e la determinazione che le spinge ad andare avanti. Msichang Initiative finora ha aiutato più di 400 giovani donne a ritornare a scuola. Il suo impegno per me ha ribadito perché questa lotta è così importante e perché è così necessario investire in persone appassionate e innovatrici che vogliono aiutare le ragazze ad avere successo.

Papa Leone XIV, come Papa Francesco, ha sottolineato l’importanza dell’educazione quale elemento fondamentale per favorire la pace e promuovere i diritti umani. Lei concorda che il dialogo interreligioso possa fare aumentare le iniziative per l’educazione?

Assolutamente. C’è sempre qualcosa che le persone possono imparare dagli altri. Quando ho iniziato l’università ho incontrato tanti nuovi amici da tutto il mondo che mi hanno fatto conoscere religioni, valori e interessi differenti. Questo ha messo in discussione alcune delle mie convinzioni e ha ampliato, in meglio, la mia visione del mondo. Quel periodo è stato così importante nella mia vita e nel forgiare quella che sono oggi che ne ho scritto molto nelle mie nuove memorie, Finding My Way . Spero che i lettori possano vedere dalla mia storia come l’amicizia e la comunità possano cambiarci come individui e come i legami che costruiamo possano cambiare il mondo che ci circonda. Quando s’incontrano persone di fedi differenti, può essere un’opportunità per comprendersi meglio gli uni gli altri e per ricordare i molti valori che tutti condividiamo. Credo veramente nel potere dell’educazione di superare i divari e promuovere l’empatia attraverso le culture e le religioni.

Tra qualche giorno ricorrerà la Giornata dell’Onu per l’alfabetizzazione (8 settembre). Che messaggio vorrebbe condividere con i nostri lettori per ispirare azioni che assicurino ad ogni bambino, specialmente ogni bambina, la possibilità di leggere, scrivere e imparare liberamente?

Ogni giorno ci sono tante ragazze che studiano a luce di candela, camminano per miglia per andare a scuola o studiano nonostante quelli che dicono loro di stare a casa. Il loro coraggio e la loro determinazione a imparare mi ispira. Nell’Islam, gli atti di servizio e la ricerca della conoscenza sono principi fondamentali della fede. So che sono apprezzati anche nella tradizione cattolica. Se ci sono delle ragazze che possono mettere a rischio tutto per avere l’opportunità di imparare, allora penso che possiamo tutti trovare la forza per fare sentire le nostre voci al loro fianco. Il cambiamento non avverrà da sé. Dobbiamo ascoltare le ragazze e chiedere ai nostri leader di investire nell’educazione e in soluzioni durature.
(fonte: L'Osservatore Romano 01/09/2025)


venerdì 5 settembre 2025

Tonio Dell'Olio Il coraggio di testimoniare

Tonio Dell'Olio
 
Il coraggio di testimoniare

PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  5 SETTEMBRE 2025


“Mai tante persone hanno corso consapevolmente tanti rischi per una cosa tanto piccola: il desiderio di testimoniare. Forse è assurdo, ma è con queste assurdità che abbiamo recuperato la nostra dignità di esseri umani”.

La citazione è dello scrittore Roger Stéphane che ricordava così la resistenza francese a cui aveva partecipato. Con quelle parole Giovanni De Mauro chiude il suo editoriale sull’ultimo numero di Internazionale dopo aver riflettuto sul senso della missione di Global sumud flottilla. 

Il ragionamento è chiaro: al momento attuale non pare ci siano le condizioni per le quali le imbarcazioni che sono partite da vari porti del Mediterraneo possano attraccare a Gaza e distribuire il carico degli aiuti umanitari. Allora perché partire? 
Alla fine la risposta è chiara. Vale la pena correre qualche rischio e sfidare l’opposizione israeliana per “recuperare la nostra dignità di esseri umani”. 

Nel dicembre 1992 con don Tonino Bello in 500 ci mettemmo in viaggio verso Sarajevo assediata dall’esercito serbo e riuscimmo a raggiungerla restando lì solo 24 ore. Non avevamo nemmeno tanti aiuti da distribuire ma solo portammo i nostri corpi. E la gente diceva: è segno che il mondo non si è scordato di noi. 
Riaprire gli occhi sulla speranza è un aiuto umanitario fondamentale.


Alberto Pellai: Se il papà tifoso si trasforma in papà pugile/giustiziere


Alberto Pellai
Se il papà tifoso si trasforma in
papà pugile/giustiziere

Questa è davvero una scena bruttissima dal punto di vista educativo: ci mostra genitori che non hanno compreso nulla del proprio ruolo né del ruolo educativo dello sport e che, molto probabilmente, stanno insegnando ai propri figli che fanno sport l'esatto contrario di ciò che lo sport dovrebbe rappresentare per loro 


Ho spesso parlato ai genitori in questi anni chiedendo loro di attribuirsi il ruolo di allenatori alla vita dei propri figli. Ho scelto il termine di allenatore mediandolo dal mondo sportivo proprio perché penso che lo sport rappresenti una delle migliori palestre di vita che si possa mettere a disposizione di chi sta crescendo. Infatti, lo sport offre la possibilità di mettersi in gioco in un contesto di squadra e al tempo stesso agonistico. Desiderio di competizione e bisogno di cooperazione, perciò, nello sport trovano un ambito elettivo di straordinaria importanza educativa e formativa per i nostri figli. Per decenni i genitori hanno permesso ai propri figli di "giocare allo sport", affidandoli ad allenatori ed educatori che spesso avevano più lo spirito di Don Bosco che quello dei grandi atleti.

Negli ultimi decenni, lo sport ha visto un 'enorme crescita sotto tutti i punti di vista e ai nostri figli sono state proposte esperienze sportive di grande valore sia sul piano educativo che sul piano della formazione atletica. Così molti genitori hanno potuto far vivere ai propri figli un'esperienza sportiva in cui potevano giocare, sviluppare la loro salute, potenziare il loro corpo, imparare a stare con gli altri e a comprendere profondamente la cooperazione all'interno dello spirito di squadra. Poi, però, è accaduto qualcosa: lo sport dei nostri figli è diventato un'occasione per genitori che avevano visto frustrate le proprie personali aspirazioni agonistiche o che sognavano un figlio campione. Uno sport quindi visto dagli adulti (o da alcuni di loro) non più come incubatore di abilità e competenze per la vita, ma come promotore di successo e popolarità. Accompagnare un figlio a una partita per moltissimi genitori non ha più rappresentato un'occasione di genitorialità condivisa, ma un'esperienza in cui trasformarsi da allenatori alla vita a veri e propri allenatori sportivi, attenti alla prestazione agonistica, enormemente critici verso l'arbitro, la squadra avversaria, l'allenatore della propria e dell'altrui squadra.

Il genitore da papà che guarda sì è trasformato in tifoso di curva, pronto a tutto per tutelare il proprio figlio, visto non più come bambino che gioca allo sport, ma come campione in erba di cui diventare agente, protettore e allenatore. Questa evoluzione del ruolo da genitore che guarda a genitore che tifa in modo esagerato e sregolato ha fatto sempre più spesso notizia nelle cronache locali. Oggi su tutti i media leggiamo di ciò che è accaduto a Collegno, in provincia di Torino, dove un padre dagli spalti del pubblico si è precipitato sul campo di gioco prendendo a pugni un ragazzino avversario del proprio figlio e obbligandolo a sottoporsi alle cure di un pronto soccorso dove gli sono state rilevate lesioni di notevole entità. Il papà tifoso in questa notizia si trasforma in papà pugile/giustiziere. Questa è davvero una scena bruttissima dal punto di vista educativo, perché ci mostra genitori che non hanno compreso nulla del proprio ruolo, nulla del ruolo educativo dello Sport e che molto probabilmente stanno insegnando ai propri figli che stanno facendo Sport l'esatto contrario di ciò che lo sport dovrebbe rappresentare per loro. Si comprende perché alcuni allenatori quando si incontrano, sottovoce si dicono come amerebbero allenare una squadra fatta tutta da figli orfani. In questa battuta cinica e terribile in realtà è nascosto in chi accompagna e fa crescere nello sport i nostri figli il desiderio più che legittimo di restituire a mamme e papà il ruolo di spettatori silenziosi a bordo campo. É questo ciò che dovremmo augurare a noi stessi e a tutti coloro che nel prossimo anno scolastico accompagneranno un figlio a una competizione sportiva: essere consapevoli che ciò che serve a un figlio non è un genitore tifoso, ma un genitore osservatore silenzioso che trova il valore del proprio ruolo non nell'urlare, sbraitare e tifare, ma semplicemente nell'essere presenti. É un essere presenti non solo alla vita del figlio ma anche al proprio ruolo, simbolo di un'autorevolezza educativa che dovrebbe connotare la dimensione adulta in ogni sua manifestazione, pubblica o privata che sia.
(fonte: Famiglia Cristiana 03/09/2025)

giovedì 4 settembre 2025

L’intelligenza Artificiale (ChatGpt) non é in grado di curare la nostra anima, guidare la nostra vita di Umberto Galimberti

L’intelligenza Artificiale (ChatGpt) 
non é in grado di curare la nostra anima, 
guidare la nostra vita 
di Umberto Galimberti


Si può affidare all’intelligenza artificiale la cura dell’anima? Il tentativo è stato fatto, con un certo entusiasmo, dallo psicologo clinico Harvey Lieberman che, come lui stesso riferisce in un articolo del New York Times pubblicato su Repubblica (lo scorso 28 agosto), nella sua lunga carriera ha formato centinaia di medici e diretto programmi e servizi di salute mentale. A 81 anni, Lieberman scopre ChatGpt, basata sull’intelligenza artificiale, dotata di apprendimento automatico e specializzata nella conversazione con l’utente umano. Dopo averla frequentata con una certa soddisfazione, l’ha trovata molto utile fino a definirla «una protesi cognitiva, un’estensione attiva del proprio pensiero».

Questa sperimentazione immagino incuriosisca molti psicologi, in quest’epoca in cui, se non ti entusiasmi delle novità tecnologiche, sei semplicemente uno che vuol rimanere ancorato al passato, spaventato da un progresso che non riesce a controllare e da cui, per questo, si difende. Non temo di essere annoverato in questa categoria, perché non credo che l’intelligenza artificiale sia in grado di superare quel limite ben segnalato nel V secolo a. C. da Eraclito, secondo cui: «Per quanto tu cammini, anche percorrendo ogni strada, non raggiungerai mai i confini dell’anima, tanto è profonda la sua vera essenza».

È possibile affidare la propria anima – e più in generale la conduzione della propria vita – alla valutazione di dispositivi algoritmici, per quanto avanzati, come quelli utilizzati dall’intelligenza artificiale? Aristotele non conosceva gli algoritmi, ma nell’ Etica Nicomachea (Libro VI) dice che, siccome la vita degli uomini è per molti aspetti imprevedibile, per governarla non ci si può affidare a una scienza esatta come la matematica. È invece necessaria quella virtù, la saggezza (phronesis ), che non parte da premesse anticipate in grado di giungere a conclusioni inconfutabili, come nel caso dei teoremi matematici.

L’intelligenza artificiale rinuncia alla “saggezza” aristotelica perché la ritiene uno strumento approssimativo e insufficiente per la conoscenza dei vissuti e dei comportamenti umani, anche se questi variano da individuo a individuo e, all’interno dello stesso individuo, nelle diverse stagioni della sua vita. Per questa ragione, attraverso la raccolta di una gran quantità di informazioni che gli algoritmi elaborano, l’IA ritiene di poter apprendere e generare conoscenze capaci di interpretare vissuti e comportamenti umani, sia nella loro norma che nella loro devianza, in modo da poterli confermare o correggere con risposte adeguate.

L’intento è quello di superare il limite delle tradizionali psicoterapie che – per quanto utili e in molti casi vantaggiose – soffrono comunque di quell’approssimazione che sempre accompagna ogni interpretazione umana. Eppure da Socrate, che proclamava la propria “dottaignoranza”, a Nietzsche, che metteva in guardia quanti non accettano che ci sia qualcosa che non sia conoscibile, emerge una consapevolezza diversa. Nietzsche scrive infatti in Al di là del bene e del male : «Creda pure finché vuole il volgo, che conoscere sia un conoscere esaustivo». L’intelligenza artificiale – o meglio, la fiducia acritica che gli entusiasti assegnano alle capacità di questa intelligenza – ritiene invece di poter superare questo limite.

Ma quale nevrosi si nasconde dietro questa fiducia? La “paura dell’incalcolabile”, direbbe sempre Nietzsche. È la stessa paura che egli scorge in quanti spingono a oltranza la loro esigenza di una conoscenza perfetta, priva di dubbi, approssimazioni e lacune. Scrive in un frammento del 1885: «Quello di cercar la regola è il primo istinto di chi conosce, mentre naturalmente, per il fatto che sia trovata la regola, niente ancora è conosciuto. Vogliono la regola, perché essa toglie al mondo il suo aspetto pauroso. La paura dell’incalcolabile come istinto segreto della scienza».

Eppure, scrive Harvey Lieberman: «Col tempo ChatGpt ha cambiato il mio modo di pensare. Sono diventato più preciso con il linguaggio, più curioso nei miei schemi comportamentali. Il mio monologo interiore ha iniziato a rispecchiare le risposte di ChatGpt: calmo, riflessivo, abbastanza astratto da aiutarmi a riformulare le cose».

A questo punto mi verrebbe da chiedere a Lieberman: dove sono finiti i sentimenti e le emozioni, le proiezioni e gli investimenti affettivi che immagino caratterizzavano la sua attività di psicologo clinico nella sua relazione con il paziente? Non erano forse queste le grandi macchine, per quanto approssimative e non perfette, che portavano –se non alla guarigione – al miglioramento delle condizioni di vita dei suoi pazienti? Non è sfiorato dal dubbio che questi aspetti non rientrano nella logica “lineare” con cui procedono i calcoli algoritmici avanzati di cui si serve l’intelligenza artificiale, perché, se presi in considerazione, disturberebbero il sistema?

Mi domando: se si diffondesse su vasta scala questo uso dell’intelligenza artificiale per la cura dell’anima, i fruitori – spinti dal bisogno di ottenere subito soluzioni e risposte – non finirebbero con l’assumere un’attitudine passiva, accettando che la propria vita sia gestita da qualcosa di esterno a loro? E tutto ciò senza una vera consapevolezza, anzi con la persuasione che la decisione resti nelle loro mani, perché sono loro che hanno deciso di farsi guidare dall’IA. Peccato che la logica “lineare”, propria delle macchine, non consente di riflettere la “complessità” dell’esistenza, che appare semplice, non perché lo sia, ma perché l’intelligenza artificiale non è in grado di rappresentarla.

Se il mondo digitale ha come obiettivo la prevedibilità e la calcolabilità – tale è il pensiero della “macchina pensante (Denkmaschine )” di cui parlava Heidegger in Identità e differenza (1957) – allora non può prescindere dal mondo-della- vita di husserliana memoria. Un mondo dove l’individuo, immerso in un ambiente caratterizzato da una complessità, dovuta alla sua variabilità, diversità ed evoluzione, non solo non è né prevedibile, né calcolabile, ma sfugge a ogni modellizzazione. Negare che esista una realtà più complessa al di fuori del modello digitale è forse solo indice di una smodata pigrizia intellettuale. Solo una mente pigra può pensare che l’intelligenza umana sia riducibile ai responsi di quella che oggi chiamiamo – forse con un po’ di esagerazione – “intelligenza” artificiale.

Se si consegna l’intelligenza umana a quella artificiale, se si evita di pensare con la propria testa per affidarsi ai responsi dell’IA, i rischi possono essere anche tragici. Come è accaduto all’adolescente californiano di 16 anni Adam Raine, che si era ritirato dalla vita sociale per consegnarsi alla sindrome giapponese hikikomori , chiuso nella propria cameretta senza mai uscire, nutrito dai familiari e in esclusiva comunicazione con il proprio computer e con le chat gestite dall’IA.

All’inizio Raine interrogava la macchina per risolvere i compiti scolastici, poi per controllare l’ansia sociale, e infine per chiedere come costruire un cappio con cui suicidarsi. Non è un caso isolato, se è vero che solo in Italia nel 2023, uno studio del Cnr stimava circa 54.000 casi tra gli studenti in ritiro sociale, mentre un’indagine dell’Iss ne contava 66.000. Con questo non vogliamo demonizzare l’intelligenza artificiale, ma evitiamo di affidarci senza riserve alle sue risposte. Perché, familiarizzando con l’utente, l’IA, autogenerando risposte dalle competenze acquisite, può indurre i più giovani – proprio come è capitato al sedicenne californiano – a percorsi a rischio o addirittura a gesti estremi.

(Fonte: “la Repubblica” del 3 settembre 2025)



Cent'anni dopo, una missiva per Frassati. Aiutaci a guardare verso l'Alto. Lettera a Pier Giorgio

Cent'anni dopo, una missiva per Frassati.
Aiutaci a guardare verso l'Alto

Lettera a Pier Giorgio


Caro Pier Giorgio, ti scrivo a pochi giorni dal prossimo 7 settembre. Un giorno che abbiamo atteso da tempo. Finalmente farai parte dei tanti santi che ci accompagnano lungo le nostre vite. Ma, inutile che ci giriamo intorno, tu sei un santo davvero speciale.
Anche se questa lettera ti giunge per posta cent’anni dopo, mi piace pensare che tu la legga magari sulla cima di una montagna, immerso come sei nella beatitudine celeste.

Innanzitutto mi scuso con te. Ti ho scoperto tardi. Non ti conoscevo molto bene, nonostante mia moglie abbia in casa una cornice che racchiude le tue reliquie e quelle di Armida Barelli. Sta lì, appesa a una parete del salotto, e veglia su di noi e sulle fatiche della giornata. Davvero una compagnia “santa”.

Che bella la tua vita!

Ma, dicevo, devo scusarmi con te, perché negli ultimi due anni, per via del lavoro che mi ha costretto (per fortuna) ad approfondire la tua vita, ho iniziato davvero a conoscerti meglio, immergendomi nelle tue lettere, nelle tue storie, nel tuo percorso così pieno di vitalità e coraggioso per quei tempi. E, non lo nego, pian piano mi sono innamorato di te. Di tutto quello che hai fatto, di quello che sei, di quello che hai pensato lungo la tua pur breve, ma bellissima vita.

Intanto – lasciatelo dire da un boomer come il sottoscritto… mi sembra si dica così oggi… –, tu non sei “solo” il santo dei giovani, ma una vera testimonianza anche per noi più “vecchietti”. Leggendo quello che hai scritto e cosa hai fatto della tua vita, ho davvero l’impressione che tu abbia scavalcato le differenze generazionali e saputo mettere in gioco terra e cielo, allegria e impegno, arte e amicizia, solidarietà e complicità.

Sì, mi piaci molto. Ed è bello sapere che, cent’anni fa, un giovane di un’Italia certo borghese e privilegiata abbia letteralmente donato la sua vita al sacro valore dell’amicizia, agli uomini e alle donne del suo tempo, toccando la povertà con mano. Giovane, ma subito adulto. Adulto, ma incredibilmente giovane. Allegro, sorridente, bello, pieno di ardore mistico, a fianco della povera gente, appassionato alla fede e al Vangelo.

Alla ricerca delle relazioni vere

Ti sei dato da fare senza mettere like. Certo, erano altri tempi, e i social nemmeno esistevano nell’immaginario collettivo, e ti sei affidato più alle lettere di una volta. Però questa solidarietà che hai inseguito ripudia la pubblicità, non è piacente, non ammicca, semmai è sincera, vera, fraterna come solo gli abbracci veri sanno essere, appesa non al momento di un attimo ma alla quotidianità che esige sacrifici, rinunce, vita di preghiera. Ti sei calato dentro le sofferenze dell’umanità, senza se e senza ma.

Viva la montagna…

Poi c’è la tua passione per la montagna. Verso l’Alto è davvero un mantra che sento in modo particolare. Ecco, mi sarebbe piaciuto fare una gita montana con te, accompagnato dalla tua guida sicura verso quelle montagne che sentiamo nostre, che appartengono al profondo del nostro cuore. La montagna come palestra di vita, come scuola di santità e di rispetto verso le meraviglie del creato. La montagna che esige attenzione e premura, sacrifici e sudore. E che però sa darci sempre la meravigliosa ebbrezza di un cammino che ci avvicina al cielo, guardando in giù verso la terra.

Sono rimasto molto colpito dalla devozione che tanti giovani ti hanno mostrato, quella sera del 30 novembre scorso, nella basilica di Santa Maria sopra Minerva a Roma, dove era stata organizzata una veglia in tuo onore. Quella piccozza montanara – la tua piccozza, preziosa reliquia del tuo passaggio su questo mondo – che è stata presa letteralmente d’assalto dai giovani. Tutti volevano farsi fotografare con essa. Come se quella piccozza fossi tu.

… e i Tipi loschi

Ma c’è una cosa che mi piace più di tutte. Quell’associazione un po’ volutamente guascona, che hai chiamato “I Tipi loschi”, mi fa impazzire. Perché, vedi, caro Pier Giorgio, nonostante siano passati cent’anni, la tendenza a volte delle nostre comunità ecclesiali è quella di essere un po’ tristi, poco inclini al sorriso. Mentre, invece, ci vorrebbero più “tipi loschi” all’interno dei nostri territori e parrocchie, più giovani dispensatori di alleluja del sorriso, appassionati di arte, bellezza, musica, buon cibo e buon vino, e soprattutto adulti più allegri, ironici, innamorati della bellezza della vita e di un quotidiano che non è solo lavoro e carriera.

L’allegria e quella sana leggerezza di chi non vuole troppo prendersi sul serio è il sale di una vita vissuta nell’amicizia solidale, nei vincoli di fraternità che devono essere alla base di ogni comunità di fratelli e sorelle.

Insomma, caro Pier Giorgio, spero che qualche angelo ti consegni questa mia lettera. Ti saluto come mio capo cordata preferito. E ti nomino mio fratello aggiunto. Chissà cosa avresti pensato sapendo che il Cai ha istituito i Sentieri Frassati in ogni regione, adatti per ogni età, camminatori allenati o anche per chi è ai primi trekking.

Comincerò a percorrerli una alla volta, finché avrò forza. E poi, lassù in cima, lascerò un fiore sulla croce di vetta. Immaginando che mi starai guardando. Con un sorriso in più.

*Lettera a Pier Giorgio è stato pubblicato nel numero 3 di Segno nel mondo, in distribuzione con Avvenire

(fonte: Azione Cattolica Italiana 28/08/2025)


mercoledì 3 settembre 2025

Tonio Dell'Olio Come Leone Magno il Papa vada a Gaza

Incontro di Leone Magno con Attila - Affresco di Raffaello 1513-1514 nelle Stanze Vaticane 

Tonio Dell'Olio
 
Come Leone Magno il Papa vada a Gaza

PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  2 SETTEMBRE 2025

Come non essere d’accordo con le parole di Papa Leone? L’appello alla pace diventa esortazione, quasi una supplica rivolta ai potenti ed è continua. 

“Invito tutti a non cedere all’indifferenza, ma a farsi prossimi con la preghiera e con gesti concreti di carità – ha detto domenica scorsa all’Angelus -.
Ribadisco con forza il mio pressante appello per un cessate il fuoco immediato e per un serio impegno nel dialogo. È tempo che i responsabili rinuncino alla logica delle armi e imbocchino la via del negoziato e della pace, con il sostegno della comunità internazionale. La voce delle armi deve tacere, mentre deve alzarsi la voce della fraternità e della giustizia”. 

Oggi però siamo giunti al punto in cui le parole non bastano più. Sono diventate strette e rischiano di apparire inadatte. Questo è il tempo di scelte coraggiose e profetiche. Secondo la tradizione, nel 452 Papa Leone Magno si recò fin sulle sponde del Mincio e affrontò Attila, il re degli unni che voleva conquistare Roma. Armato solo della croce, riuscì a dissuadere dal suo intento quello che veniva definito “il flagello di Dio”. 

Al Papa che porta lo stesso nome, chiediamo di andare a Gaza con i capi di altre confessioni religiose e di altre religioni per fermare il genocidio in atto. Lo chiedono gli abitanti della Striscia e soprattutto i bambini che continuano a morire di fame, di bombe e di paura.

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Vedi anche il post precedente:

Salga a bordo, Santità, e che il suo grido di speranza risuoni nel cuore del mondo anestetizzato!!!


martedì 2 settembre 2025

Intenzione di preghiera per il mese di Settembre 2025 Preghiamo per la nostra relazione con tutto il creato

Intenzione di preghiera per il mese di Settembre 2025
Preghiamo per la nostra relazione con tutto il creato

Il Papa: il mondo, non un problema da risolvere,
ma un mistero da contemplare

Nel video con l’intenzione di preghiera per il mese di settembre, dedicato alla relazione tra l’uomo e il Creato, Leone XIV invita a “sperimentare la nostra interdipendenza con tutte le creature, amate da Dio e degne di amore e rispetto”, ispirati in questo dall’esempio di San Francesco


Le immagini di Papa Leone che passeggia per le Ville Pontificie di Castel Gandolfo; quelle della celebrazione lo scorso 9 luglio nel Borgo Laudato si con il nuovo formulario della Messa per la Custodia della Creazione, Missa pro custodia creationis; gli stralci del video “St. Francis of Assisi – Sign of Contradiction” (San Francesco d’Assisi, segno di contraddizione); le meraviglie della natura che si intrecciano con lo stupore di chi contempla.

In pochi minuti il video con l’intenzione di preghiera di Leone XIV per il mese di settembre, diffusa attraverso la Rete Mondiale di Preghiera del Papa, ben coglie il tema scelto: “Per la nostra relazione con tutto il creato”. Un tema ispirato dal Tempo del Creato, l’iniziativa ecumenica che unisce i cristiani di diverse confessioni nella preghiera e nell’azione per la cura della terra, iniziata lo scorso primo settembre e in programma fino al 4 ottobre, festa di San Francesco. "Preghiamo - è l'intenzione del Pontefice - perchè ispirati da San francesco, possiamo sperimentare la nostra interdipendenza con tutte le creature, amate da Dio e degne di amore e rispetto".

Custodi della vita

Il Papa, in lingua inglese, recita una preghiera inedita nella quale ricorda che “ogni creatura” è frutto dell’amore di Dio e che proprio nella creazione Lui si rivela “come sorgente di bontà”. “Il mondo- afferma Leone XIV - è infinitamente più di un problema da risolvere. È un mistero da contemplare con gratitudine e speranza”, da custodire, rispettare e proteggere. Questo il testo della preghiera:

Signore, tu ami tutto ciò che hai creato,
e nulla esiste al di fuori del mistero della tua tenerezza.
Ogni creatura, per quanto piccola,
è il frutto del tuo amore e ha un posto in questo mondo.
Anche la vita più semplice o più breve è circondata dalla tua cura.
Come San Francesco d'Assisi, oggi anche noi vogliamo dire:
“Laudato si’, o mio Signore!”.
Attraverso la bellezza della creazione,
ti riveli come sorgente di bontà. Ti chiediamo:
apri i nostri occhi per riconoscerti,
imparando dal mistero della tua vicinanza a tutta la creazione
che il mondo è infinitamente più di un problema da risolvere.
È un mistero da contemplare con gratitudine e speranza.
Aiutaci a scoprire la tua presenza in tutta la creazione,
affinché, riconoscendola pienamente,
possiamo sentire e sapere di essere responsabili di questa casa comune
nella quale tu ci inviti a custodire, rispettare e proteggere
la vita in tutte le sue forme e possibilità.
Laudato si’, Signore!
Amen.

Dal rispetto della natura nasce il rispetto verso la vita

Il video che accompagna l’intenzione di preghiera del Papa unisce due anniversari: l'ottavo centenario della composizione del Cantico delle creature e i dieci anni dalla pubblicazione dell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco. Per il cardinale Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, che ha sostenuto la realizzazione del video, il Papa esorta a contemplare la creazione, “a riconciliarla, a vivere in armonia, a difenderla con spirito profetico, a rispettare ogni essere umano e a promuovere una pace duratura e sostenibile”.

Il bene della terra connesso a quello dell’uomo

“Non si può separare il benessere umano da quello degli altri abitanti della terra e dallo ‘stato di salute’ del nostro pianeta”. Cosi il direttore internazionale della Rete Mondiale di Preghiera del Papa, padre Cristóbal Fones, che invita a guardare a San Francesco per intraprendere scelte di vita più semplici, meno consumistiche perché sia “una vita fondata su un rapporto fraterno con gli altri e con la natura, e su una relazione filiale, di amore e gratitudine, con Dio”.
 (fonte: Vatican News, articolo di Benedetta Capelli 02/09/2025)


Salga a bordo, Santità, e che il suo grido di speranza risuoni nel cuore del mondo anestetizzato!!!

Salga a bordo, Santità!

Foto ritagliata di Irene Grassi, tratta da Flickr

"Salga a bordo, Santità, e che il suo grido di speranza risuoni nel cuore del mondo anestetizzato" è il titolo completo del seguente articolo, pubblicato in data 31 agosto, da José Manuel Vidal sul suo blog in Religión Digital, qui nella traduzione di Lorenzo Tommaselli.

In un mondo che a volte sembra anestetizzato di fronte al dolore altrui, dove l’indifferenza si erge come un muro più alto di quello che circonda la Palestina, si leva un clamore crescente che non può essere messo a tacere. Questa domenica decine di navi salperanno dai porti di tutto il mondo, da Barcellona alla Tunisia, dall’Italia ad altri angoli del Mediterraneo, per una missione che è già passata alla storia: la «Global Sumud Flotilla».

Il suo obiettivo non è da poco: rompere l’assedio illegale di Gaza, aprire un corridoio umanitario e alzare la voce contro il genocidio che, giorno dopo giorno, miete vite palestinesi sotto il peso delle bombe, della fame, dell’incuria e dell’arroganza inumana di Israele e del suo alleato statunitense.

È un’impresa titanica, frutto del coraggio di attivisti, medici, giornalisti e personaggi pubblici provenienti da 44 paesi. Dalla giovane Greta Thunberg, che non esita a mettere il proprio corpo al servizio dei suoi ideali, a Susan Sarandon, che chiede solidarietà laddove i governi rimangono in silenzio, fino all’ex sindaca di Barcellona, Ada Colau e al deputato Juan Bordera. Tutti incarnano la resistenza della società civile di fronte all’inazione.

Ma in questo oceano di impegno c’è un’assenza che risuona come un’eco dolorosa: quella della Chiesa cattolica. Non un vescovo, non un prete, non una suora, non un cardinale salirà a bordo di quelle navi. Nemmeno papa Leone XIV?

Finora, solo il cardinale spagnolo Cristóbal López, arcivescovo di Rabat, ha alzato la voce per benedire questa iniziativa e denunciare l’indifferenza verso l’ingiustizia. Monsignor López, che gesto il suo! Da Rabat il suo sostegno alla flottiglia è un faro nella notte, un promemoria del fatto che la Chiesa non può rimanere in disparte quando l’umanità sanguina.

Ma mi lasci sognare, cardinale: cosa succederebbe se facesse un passo in più? Se salisse a bordo di una di quelle navi in ​​partenza dal Moll de la Fusta a Barcellona? Meglio ancora, s’immagi questo: una nave che attracca a Roma, con a bordo papa Leone XIV, insieme a lei e ad alcuni dei suoi curiali.

Sarebbe un gesto che farebbe tremare le fondamenta del mondo. Un papa che naviga verso Gaza, sfidando il blocco, portando con sé non solo aiuti umanitari, ma anche il peso morale di un’istituzione che nel corso dei secoli è stata un faro di speranza nei momenti più bui.

Israele oserebbe intercettare questa flottiglia, come ha fatto con la Madleen a giugno o con l’Handala a luglio, se il vicario di Cristo fosse a bordo? Oserebbero ripetere le azioni che Amnesty International ha definito come violazioni del diritto internazionale, con il papa come testimone? E cosa direbbe allora Donald Trump, che nel 2025, dalla Casa Bianca, ha definito il bombardamento della chiesa cattolica della Sacra Famiglia a Gaza un «grave errore», ma non ha mosso un dito per fermare la macchina da guerra?

Un papa sulla flottiglia sarebbe molto più di un simbolo: sarebbe una sfida diretta al silenzio complice del mondo, un duro colpo al tavolo della storia. Perché non inganniamoci: quello che sta accadendo a Gaza non è una guerra; è, come denuncia «Caritas Internationalis», un «annientamento». La carestia, dichiarata ufficialmente dall'ONU, ha già causato 317 vittime dall’ottobre 2023, tra cui 121 bambini. Ospedali, scuole, rifugi, persino l’unica chiesa cattolica di Gaza, sono stati rasi al suolo.

Padre Gabriel Romanelli, ferito nel bombardamento della parrocchia della Sagrada Familia, parlava quotidianamente con il defunto papa Francesco, che invocava incessantemente la pace. Oggi, Leone XIV ha l’opportunità di raccogliere questo testimone, di accogliere il grido del suo predecessore e dei Patriarchi di Terra Santa, che hanno invocato un cessate il fuoco e l’apertura di corridoi umanitari.

La Global Sumud Flotilla non è solo un convoglio di imbarcazioni cariche di cibo, acqua e medicine. È un atto di resistenza morale, un promemoria del fatto che, come afferma il portavoce della missione Saif Abukeshek, «se i politici non agiscono, lo faremo noi».

E la Chiesa, la Chiesa di Cristo, la Chiesa dei poveri, la Chiesa che da sempre è chiamata a stare con gli ultimi, non può restare in disparte. Monsignor López, il suo sostegno è un primo passo, ma il mondo ha bisogno di più. Ha bisogno di vedere il papa in prima linea, come lo è stato tante volte Francesco, non solo con le parole, ma con gesti che cambiano la storia.

Si immagini, Santo Padre, l’impatto: lei, Leone XIV, che naviga verso Gaza, circondato da attivisti, medici, giornalisti, donne, veterani, tutti uniti dal comune desiderio di giustizia.

Sarebbe il gesto definitivo per fermare il genocidio, per dire al mondo che, nonostante le conquiste estremiste, le politiche della paura e il silenzio dei potenti, c’è ancora speranza. L’umanità saprebbe allora che può sempre fidarsi del papa di Roma, che la Chiesa continua ad essere madre e maestra, faro e rifugio.

Non lascino che questa flottiglia navighi da sola. Che la Chiesa, con Leone XIV come timoniere, salga a bordo. Perché, come dice il Vangelo, «nessuno accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sopra il candelabro, perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa» (Mt 5,15). Che la luce della Chiesa illumini il cammino verso Gaza, verso la pace, verso la giustizia. È tempo di fare la storia e fermare il genocidio!
(fonte: Adista, articolo di José Manuel Vidal 01/09/2025)


Papa Francesco ti scrivo… A distanza di qualche mese, un grazie ancora a Papa Francesco


Papa Francesco ti scrivo…
A distanza di qualche mese, un grazie ancora a Papa Francesco


Penso che uno dei compiti dei pastori che servono una comunità sia quello di offrire una visione alla luce del Vangelo e della fede su quello che accade e sul tempo che viviamo. Tutto ciò con umiltà e semplicità; con la possibilità per tutti ovviamente di approfondire, segnalare dubbi e incongruenze, di contestare e di aggiungere.

Espongo così alcuni pensieri, rivolgendomi direttamente a Papa Francesco, che ora dal Cielo vive nella gloria di Dio.

Caro Papa Francesco, anzi caro papà Francesco, perché per noi sei stato un papà, ti abbiamo amato, abbiamo gioito con te, non sempre ti abbiamo compreso, abbiamo sofferto con te nel momento del ricovero attendendo con ansia il bollettino medico, ci siamo risollevati quando ti abbiamo visto uscire dall’ospedale, siamo nel dolore per la tua scomparsa,… Senza di te, il mondo è più vuoto, il nostro mondo fragile e pieno di conflitti ha perso un costruttore di pace, il nostro mondo è diventato orfano. È orfana la Chiesa, è orfana la parrocchia di Gaza, il cui parroco tu contattavi sempre per far sentire la tua vicinanza. Sono orfani le bambine e i bambini ucraini, che grazie all’azione diplomatica del Vaticano sono potuti tornare a casa. Siamo orfani sì, ma sappiamo che tu sei nella vita senza fine accolto da Cristo; il tuo Magistero vivente, scritto e concreto rimane scolpito nei nostri cuori ed è fonte preziosa per la nostra Chiesa. Volgarmente do una pennellata del tuo grande Magistero – difficilmente sintetizzabile:

La Chiesa in uscita «è la comunità dei discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano […] è una Chiesa dalle porte aperte. Uscire verso gli altri per giungere alle periferie umane non vuol dire correre verso il mondo senza una direzione e senza senso. Molte volte è meglio rallentare il passo, mettere da parte l’ansietà per guardare negli occhi e ascoltare o rinunciare alle urgenze per accompagnare chi è rimasto al bordo della strada. A volte è come il padre del figlio prodigo, che rimane con le porte aperte perché quando ritornerà possa entrare senza difficoltà. […] Usciamo, usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo […] Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro che finisce in un groviglio di ossessioni e procedimenti. Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo».

È Gesù il nostro centro, è l’annuncio della salvezza che scalda i nostri cuori. Gesù si manifesta, come nel Vangelo e il discepolo che amava lo riconosce ed esclama: “È il Signore!». Sogno che anche noi apriamo gli occhi per vedere il Risorto. Sogno che diventiamo Cristiani capaci di uscire e di fermarsi per stare con gli altri, non schiacciati da urgenze, agende, mangiate e pseudoiniziative, ma interessati ad ogni uomo e donna che incontriamo.
Perché usciamo? Perché con Pietro e con gli Apostoli proclamiamo che «il Dio dei nostri Padri ha resuscitato Gesù, che voi avete ucciso appendendolo ad una croce. Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore, per dare a Israele conversione e perdono dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono».

La Chiesa in uscita è la Chiesa in cui ci alziamo e andiamo, siamo in movimento. «Alzatevi, andiamo!» dice Gesù a Pietro, Giacomo e Giovanni nel momento più drammatico della sua vita. «Alzatevi, andiamo!» con queste parole Gesù ci risveglia dal sonno di una fede stanca, dal sonno dei discepoli di ieri e di oggi.

Caro Papa, ho avuto il piacere di partecipare al giubileo degli adolescenti insieme ai ragazzi della nostra Diocesi. Giorni intensi, fatti di condivisione, di chiacchiere, di amicizie, di scherzi e di fraternità. Ci siamo sentiti Chiesa che cammina nella storia. C’era anche una rappresentanza della mia parrocchia di San Sebastiano, due ragazze e un ragazzo che si sono buttati in quest’avventura del Giubileo, ragazzi che stanno vivendo il proprio essere Cristiani in maniera autentica e non superficiale. Saremmo potuti essere di più, per tanti motivi… forse noi adulti dovremmo essere più attraenti, più convincenti, meno preoccupati di spazi e luoghi, non dovremmo essere tristi se i nostri figli e nipoti non vengono in oratorio, non deve importarci questo, preoccupiamoci e lavoriamo perché vivano esperienze forti di fede, perché respirino aria di diocesi e di Chiesa universale.

Durante il Giubileo, abbiamo partecipato alle tue esequie, eravamo a Santa Maria Maggiore; quando è arrivata la tua bara, caro Papa Francesco, ho pregato tanto e ho chiesto al Signore una grazia: non solo di accettare ed accogliere con affetto e calore il nuovo Papa – chiunque sarà – ma spinto dal rimorso di non aver sempre incarnato il Vangelo della Misericordia che hai annunciato, ho chiesto al Signore la grazia di accogliere e mettere in pratica il Magistero che il nuovo Papa ci offrirà insieme ai Vescovi in comunione con lui. Tutto questo per servire Gesù e la Chiesa, per vivere la fede della gioia e non della paura, facendo anche delle scelte impopolari qualora servissero per il Vangelo; prendendoci tutto il tempo per operare delle scelte di cui lo Spirito Santo sia l’autore.

Concludo, caro Papa Francesco, alzando lo sguardo verso il Paradiso: c’è una stupenda immagine creata con l’Intelligenza Artificiale, in cui tu sei in un giardino splendido, sei sorridente, insieme a tutti quei Pontefici che hanno aperto e portato avanti il Concilio Vaticano II: Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Voglio pensarvi così, tutti insieme nella gioia eterna. Caro Papa Francesco, hai festeggiato con noi sulla terra la Pasqua e poi hai viaggiato verso la Pasqua eterna. Ci hai dato tante volte la benedizione del Signore, dalla sera del 13 marzo 2013 in cui abbiamo iniziato a conoscerti, fino all’ultima, il giorno di Pasqua, quando non ti sei risparmiato e hai voluto benedire il tuo popolo per l’ultima volta. Hai chiesto tante volte la nostra preghiera per te, fin dalla sera dell’elezione quando hai voluto che il popolo ti benedicesse. Ora siamo noi a chiederti di intercedere per noi, di guardarci e di benedirci. Sì, donaci la tua benedizione, Santo Padre! Non ti diciamo «ciao», o «arrivederci» o «buonasera», «addio», ma «a Dio», perché questo è il disegno di salvezza che Dio ha per tutti. Grazie, Santo Padre, per quello che sei stato, per quello che ci hai regalato; grazie Gesù per averci donato un Papa così grande!
(fonte: Vino Nuovo, articolo di William Dalé 30/08/2025)



lunedì 1 settembre 2025

Almeno 800 morti e 2.500 feriti nell’est del Paese - Un boato e la terra trema: distruzione e morte in Afghanistan


Almeno 800 morti e 2.500 feriti nell’est del Paese

Un boato e la terra trema: distruzione e morte
in Afghanistan


All’inizio un forte boato, come fosse quello di una tempesta imminente. Poi la terra ha iniziato a tremare: una prima, potente, scossa di terremoto seguita da altre repliche di assestamento, più di una decina quelle che si sono riuscite a contare.

La notte di domenica 31 agosto, nell’est dell’Afghanistan, è stata un’ecatombe. Decine di città e villaggi rasi al suolo, almeno 800 morti e 2.500 feriti: ma questi numeri saranno inesorabilmente destinati a salire, quando i soccorritori riusciranno ad arrivare in tutte le zone colpite, molte delle quali ancora isolate.

La virulenza del sisma di magnitudo 6 ha distrutto parte della provincia di Kunar, al confine con il Pakistan, e quella di Nangahar. Prima che si facesse giorno, gli abitanti, disperati ed in preda al panico, hanno iniziato a scavare a mani nude nel tentativo di poter salvare i propri cari sepolti tra le macerie. Un testimone di un villaggio dell’entroterra di una delle zone più devastate, quella vicina alla città di Jalalabad, ha raccontato che molte delle abitazioni, costruite con fango e legno, si sono ripiegate su loro stesse come fossero fuscelli senza alcuna consistenza: «I bambini sono ancora sotto le macerie, i giovani sono ancora sotto le macerie, gli anziani sono ancora sotto le macerie. Vi prego, qualcuno ci aiuti!».

Un altro sopravvissuto della zona del distretto di Nurgal ha ancora negli occhi la tragedia: «Dopo la prima scossa, sono riuscito a salvare tre dei miei figli. Ma quando sono tornato indietro per portare in salvo il resto della famiglia il tetto di una stanza è crollato uccidendo mia moglie, gli altri due miei figli e ferendo me e mio padre. Sembrava che tutto intorno a noi stesse franando, comprese le montagne».

Il portavoce del governo talebano ha fatto sapere che tutti i mezzi di soccorso disponibili «sono stati inviati nelle aree del sisma» anche se molte vie di comunicazione, per ora, risultano completamente inaccessibili.

Sul fronte delle reazioni internazionali, immediata è stata la presa di posizione del Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres: «Sono pienamente solidale con il popolo afghano dopo il devastante terremoto che ha colpito il Paese. Esprimo le mie più sentite condoglianze alle famiglie delle vittime e auguro una pronta guarigione ai feriti» ha scritto in un messaggio su X sottolineando che il team dell’Onu presente nel Paese si è già «mobilitato e non risparmierà sforzi per assistere le persone in difficoltà nelle zone colpite».

Sulla stessa lunghezza d’onda anche l’Unione europea che ha fatto sapere che la sua squadra di protezione civile per le emergenze «si trova già sul campo e i nostri partner sono pronti ad offrire assistenza immediata».

La Cina, tramite il. portavoce del ministero degli esteri, Guo Jiakun, ha inviato le condoglianze ufficiali del governo di Pechino a tutto il popolo afghano e offerto di sostenere, in ogni modo, le operazioni di soccorso per recuperare cadaveri e feriti.

Una forte e determinata volontà di sostegno è stata inoltre espressa da alcune nazioni confinati come il Pakistan e l’Iran. Il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, si è detto profondamente rattristato e pronto ad inviare squadre di soccorso mentre il ministro degli esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha offerto beni di prima necessità e forniture mediche.

Come purtroppo avviene in simili tragedie, i più vulnerabili risultano sempre essere i bambini: per questo l’Unicef ha avviato un coordinamento locale per determinare la risposta necessaria alle esigenze dei più piccoli. «La nostra attenzione — ha spiegato in un comunicato l’agenzia dell’Onu — è rivolta all’identificazione delle priorità urgenti in materia di salute, acqua potabile, servizi igienico-sanitari, alloggi temporanei e sostegno psicosociale per i bambini e le famiglie colpiti».

Quello della scorsa notte, è il terzo, grande, terremoto che si è verificato in Afghanistan da quando i talebani hanno conquistato il potere, nel 2021.

Da allora, con la ritirata delle forze straniere dalla nazione, gli aiuti internazionali mirati a soddisfare i bisogni urgenti ed atavici della popolazione si sono assottigliati sempre di più passando dai 3,8 miliardi del 2022 ai 767 milioni di quest’anno. Situazione che complicherà, anche questa volta, la gestione dei soccorsi e l’approvvigionamento dei beni di prima necessità.

(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Federico Piana 01/09/2025)

Leone XIV: "Gesù ci chiama alla libertà. Nel Vangelo usa la parola umiltà per descrivere la forma compiuta della libertà... chiediamo oggi che la Chiesa sia per tutti una palestra di umiltà... dove Gesù può ancora prendere la parola ed educarci alla sua umiltà, alla sua libertà." Angelus 31/08/2025


PAPA LEONE XIV

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 31 agosto 2025


Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Stare a tavola insieme, specialmente nei giorni di riposo e di festa, è un segno di pace e di comunione, in ogni cultura. Nel Vangelo di questa domenica (Lc 14,1.7-14) Gesù è invitato a pranzo da uno dei capi dei farisei. Avere ospiti allarga lo spazio del cuore e farsi ospiti chiede l’umiltà di entrare nel mondo altrui. Una cultura dell’incontro si nutre di questi gesti che avvicinano.

Incontrarsi non è sempre facile. L’Evangelista nota che i commensali “stavano a osservare” Gesù, e in genere Lui era guardato con un certo sospetto dai più rigorosi interpreti della tradizione. Ciò nonostante, l’incontro avviene, perché Gesù si fa realmente vicino, non rimane esterno alla situazione. Egli si fa ospite davvero, con rispetto e autenticità. Rinuncia a quelle buone maniere che sono soltanto formalità per evitare di coinvolgersi reciprocamente. Così, nel suo stile proprio, con una parabola, descrive ciò che vede e invita chi lo osserva a pensare. Ha infatti notato che c’è una corsa a prendere i primi posti. Questo succede anche oggi, non in famiglia, ma nelle occasioni in cui conta “farsi notare”; allora lo stare insieme si trasforma in una competizione.

Sorelle e fratelli, sederci insieme alla mensa eucaristica, nel giorno del Signore, significa anche per noi lasciare a Gesù la parola. Egli si fa volentieri nostro ospite e può descriverci come Lui ci vede. È tanto importante vederci con il suo sguardo: ripensare a come spesso riduciamo la vita a una gara, a come diventiamo scomposti per ottenere qualche riconoscimento, a come ci paragoniamo inutilmente gli uni agli altri. Fermarci a riflettere, lasciarci scuotere da una Parola che mette in discussione le priorità che ci occupano il cuore: è un’esperienza di libertà. Gesù ci chiama alla libertà.

Nel Vangelo usa la parola “umiltà” per descrivere la forma compiuta della libertà (cfr Lc 14,11). L’umiltà, infatti, è la libertà da se stessi. Essa nasce quando il Regno di Dio e la sua giustizia hanno veramente preso il nostro interesse e ci possiamo permettere di guardare lontano: non la punta dei nostri piedi, ma lontano! Chi si esalta, in genere, sembra non avere trovato niente di più interessante di se stesso, e in fondo è ben poco sicuro di se stesso. Ma chi ha compreso di essere tanto prezioso agli occhi di Dio, chi sente profondamente di essere figlio o figlia di Dio, ha cose più grandi di cui esaltarsi e ha una dignità che brilla da se stessa. Essa viene in primo piano, sta al primo posto, senza sforzo e senza strategie, quando invece di servirci delle situazioni impariamo a servire.

Carissimi, chiediamo oggi che la Chiesa sia per tutti una palestra di umiltà, cioè quella casa in cui si è sempre benvenuti, dove i posti non vanno conquistati, dove Gesù può ancora prendere la parola ed educarci alla sua umiltà, alla sua libertà. Maria, che ora preghiamo, di questa casa è veramente la Madre.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

purtroppo, la guerra in Ucraina continua a seminare morte e distruzione. Anche in questi giorni i bombardamenti hanno colpito diverse città, compresa la capitale Kyiv, causando numerose vittime. Rinnovo la mia vicinanza al popolo ucraino e a tutte le famiglie ferite. Invito tutti a non cedere all’indifferenza, ma a farsi prossimi con la preghiera e con gesti concreti di carità. Ribadisco con forza il mio pressante appello per un cessate il fuoco immediato e per un serio impegno nel dialogo. È tempo che i responsabili rinuncino alla logica delle armi e imbocchino la via del negoziato e della pace, con il sostegno della comunità internazionale. La voce delle armi deve tacere, mentre deve alzarsi la voce della fraternità e della giustizia.

Our prayers for the victims of the tragic shooting during a school Mass in the American State of Minnesota include the countless children killed and injured every day around the world. Let us plead God to stop the pandemic of arms, large and small, which infects our world. May our Mother Mary, the Queen of Peace, help us to fulfil the prophecy of Isaiah: «They shall beat their swords into ploughshares and their spears into pruning hooks» (Is 2:4).

I nostri cuori sono feriti anche per le più di cinquanta persone morte e circa cento ancora disperse nel naufragio di un’imbarcazione carica di migranti che tentavano il viaggio di 1100 chilometri verso le Isole Canarie, rovesciatasi presso la costa atlantica della Mauritania. Questa tragedia mortale si ripete ogni giorno ovunque nel mondo. Preghiamo perché il Signore ci insegni, come singoli e come società, a mettere in pratica pienamente la sua parola: «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35).

We entrust all our injured, missing and dead, everywhere, to our Saviour’s loving embrace. Affidiamo tutti i feriti, i dispersi e i morti, ovunque, all’abbraccio amorevole del nostro Salvatore.

Domani, 1° settembre, è la Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato. Dieci anni fa Papa Francesco, in sintonia con il Patriarca Ecumenico Bartolomeo I, istituì per la Chiesa cattolica tale Giornata. Essa è più che mai importante e urgente e quest’anno ha per tema “Semi di pace e di speranza”. Uniti a tutti i cristiani la celebriamo e la prolunghiamo nel “Tempo del Creato” fino al 4 ottobre, festa di San Francesco d’Assisi. Nello spirito del Cantico di frate sole, da lui composto 800 anni fa, lodiamo Dio e rinnoviamo l’impegno a non rovinare il suo dono ma a prenderci cura della nostra casa comune.

Rivolgo con affetto il mio saluto a tutti voi, fedeli di Roma e pellegrini dall’Italia e da vari Paesi. In particolare, saluto i gruppi parrocchiali di Quartu Sant’Elena, Morigerati, Venegono, Rezzato, Brescello, Boretto e Gualtieri, Val di Gresta, Valmadrera, Stiatico, Sortino e Casadio; e il gruppo di famiglie di Lucca venuto lungo la via Francigena.

Saluto inoltre la Fraternità Laicale delle Suore Dimesse di Padova, i giovani di Azione Cattolica e dell’AGESCI di Reggio Calabria, i giovani di Gorla Maggiore e i cresimandi di Castel San Pietro Terme; come pure il Movimento Shalom di San Miniato con la Filarmonica Angiolo del Bravo, l’Associazione “Note libere” di Taviano e il gruppo “Genitori Orsenigo”.

A tutti buona domenica!

Guarda il video


Il Dio in cui non credo


Carlo Silini*
Il Dio in cui non credo


Non credo nel Dio di Vladimir Putin e del suo tirapiedi spirituale, il patriarca di Mosca Kirill, secondo i quali l’invasione dell’Ucraina è una guerra santa, una sacra battaglia contro la decadenza morale dell’Occidente che lascia sfilare masse debosciate di LGBTQ+ e abbandona i veri valori, e che presentano piamente il conflitto contro Kiev come una crociata necessaria per la salvezza spirituale del mondo.

Non credo neppure nel Dio di Benjamin Netanyahu e dei suoi sodali ultraortodossi e teo-nazionalisti che ordinano lo sterminio dei palestinesi e al tempo stesso esentano dal servizio militare i loro studenti delle yeshivot (scuole religiose) perché devono occuparsi di un servizio divino superiore. Né in quello dei terroristi di Hamas che predicano il dovere morale dello sterminio degli israeliani facendosi scudo dei corpi dei civili palestinesi e abusano del suo nome per commettere i peggiori crimini contro le persone e contro il loro stesso Dio.

Però credo nel messaggio radicale del cristianesimo e del suo fondatore, così follemente pacifico da invitare a non distruggere mai i nemici, per pessimi che siano, ma – addirittura – ad amarli e, quando scatta l’onda cieca della violenza, a riporre la spada nel fodero. Perché «chi di spada ferisce, di spada perisce» (Matteo 26:52). Credo anche alle parole illuminate del Corano, laddove recita che «chi uccide una persona innocente, è come se avesse ucciso tutta l’umanità; e chi salva una vita, è come se avesse salvato tutta l’umanità» (Surat al-Ma’ida, 5:32). Stesso messaggio: «Chi salva una vita, è come se avesse salvato il mondo intero», leggo nel Talmud (testo rabbinico), Sanhedrin 37a.

Non credo nel Dio di Donald Trump, seguace della teologia della prosperità, che – anche se non lo dice – detesta i poveri, perché se son poveri è colpa loro: non hanno abbastanza fede o non hanno «seminato» abbastanza (cioè donato denaro alla Chiesa), e quindi meritano l’indigenza, mentre la ricchezza materiale è il segno distintivo del vero credente. Non credo neppure nel Dio di J.D. Vance, vicepresidente Usa, che reinterpreta il concetto teologico di S. Agostino dell’ordo amoris, sostenendo che l’amore e l’aiuto debbano seguire una precisa scaletta: prima i più vicini – la famiglia, la comunità, la Nazione – poi, ma anche no, gli stranieri e i migranti.

Però credo nel Dio del capitolo 25 del Vangelo di Matteo che non ha in uggia i poveri Cristi, al contrario. E non stabilisce alcuna gerarchia tra chi merita la salvezza e chi no, il criterio è la vulnerabilità, e dice: «Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi». Una visione in cui sono gli ultimi i più vicini a Dio, non il contrario.

Non credo, infine, nei rosari del leader italiano Matteo Salvini, che li bacia nell’aula laica del Senato a Roma, e li brandisce come un’arma contro la decadenza identitaria dell’Europa cristiana (toh, mi ricorda il patriarca Kirill e il presidente Putin) e contro i migranti provenienti dal sud di religione islamica. Ma credo al dolore di quella madre di duemila anni fa, invocata come un mantra nei rosari, che piangeva sotto la croce di un figlio innocente, condannato, torturato e ucciso e a tutte le madri israeliane, palestinesi e di ogni parte del mondo che oggi versano silenziose lacrime per i propri cari spariti per guerra, per fame o per annegamento in un mare d’acqua o di ostilità in nome di Dio.
(fonte: Azione 18/08/2025) 

*Carlo Silini Giornalista e scrittore, nato a Mendrisio nel 1965. Laureato in teologia a Friburgo nel 1989 è sposato e ha un figlio. Editorialista e caporedattore al Corriere del Ticino e dal 2023 dirige Azione, settimanale di cronaca e cultura della Cooperativa Migros Ticino. Ha vinto lo Swiss Press Award, il più importante premio svizzero di giornalismo, nel 2015 per la categoria carta stampata e nel 2017 per la categoria local. Uscito nel 2015, Il ladro di ragazze, sua prima prova narrativa, è stato per mesi ai primi posti delle classifiche della Svizzera italiana. Stessa sorte per il sequel del 2019 Latte e sangue. Con Le ammaliatrici del 2021 chiude la trilogia.