Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



domenica 6 gennaio 2019

Epifania, mons. Forte: ogni uomo, come i Magi, è alla ricerca di Dio



Epifania, mons. Forte:
ogni uomo, come i Magi, è alla ricerca di Dio

Intervista con l’arcivescovo di Chieti-Vasto, mons. Bruno Forte: l’Epifania è la manifestazione della luce di Cristo all’universo intero


L’Epifania è il tempo in cui la luce di Dio abbraccia il mondo intero. È quanto sottolinea a Vatican News mons. Bruno Forte. Come i Magi - aggiunge - ogni uomo è alla ricerca di Dio: “anche quando, apparentemente, gli uomini si mostrano distratti, indifferenti e lontani - spiega il presule - noi credenti sappiamo che nel loro cuore c’è una sete di Dio”. (Ascolta l’intervista con mons. Bruno Forte)

R. – Come dice il nome, “Epifania” significa manifestazione. È il momento in cui si mette in luce il fatto che Cristo, venuto nel mondo, è venuto per ogni essere umano, quale che sia il tempo e il luogo in cui vivrà. Dunque, è la manifestazione della luce di Cristo all’universo intero. Il Natale mette in luce la grazia dell’incarnazione in un clima di intimità in cui il mistero si rivela ai semplici, ai poveri, ai pastori oltre che naturalmente, nella capanna di Betlemme, a Maria e a Giuseppe. Nell’Epifania questa grazia, questo dono, è offerto, manifestato, proposto, al mondo intero. Dunque, è la festa dell’universalità del dono di Cristo e quindi anche, in un certo senso, della vocazione missionaria della Chiesa, per portare la luce di Cristo fino agli estremi confini della terra, a tutto l’uomo e ad ogni uomo.

Coloro che vanno verso questa luce sono i Magi. Cosa rappresentano i Magi e i loro doni?

R. – I Magi sono quelli che vengono da lontano, prima di tutto, e che hanno lasciato sicurezze per mettersi in un cammino, per tanti aspetti, impervio. Quindi, un primo messaggio è che il Signore si fa incontrare da quelli che lo cercano, da quelli che si mettono in discussione, che sanno lasciare le loro certezze per andare verso di Lui. In secondo luogo, i Magi sono guidati nella notte da una stella. Ora, noi sappiamo che la stella è la Parola di Dio. Il Signore si fa incontrare da quelli che nella notte del cuore, nella notte del tempo si lasciano illuminare e condurre dalla Parola di Dio. I Magi sono quelli che adorano il Signore e gli offrono i loro doni. E questo è anche un simbolo bello di scambio, tra Colui che è il dono di Dio per noi, e noi che gli offriamo ciò che siamo, ciò che possiamo. Ma quello che è molto importante è che dopo questo incontro, questa adorazione che riempie il loro cuore di gioia, i Magi fanno ritorno al loro paese. In altre parole, l’incontro con Cristo non ci rende estranei rispetto al nostro quotidiano, ma ci trasforma perché nella quotidianità possiamo portare la sua luce. Un ultimo particolare: l’incontro con Erode. Nel cammino di tutti verso l’incontro con Cristo c’è l’Erode di turno: chi cerca di depistare; chi in qualche modo, mosso da ambizione, gelosia o avidità umane, cerca di rendere difficile o di ostacolare l’accoglienza del Dio fatto uomo. Questo avviene anche ai Magi: loro sanno persistere nella loro scelta, nella loro decisione, e anche sanno, con saggezza, evitare il ritorno da Erode che sarebbe stato un ritorno certamente imprigionante o condizionante, per la loro libertà di testimoni, di quello che hanno visto e adorato.

Torniamo alle parole di Papa Francesco all’ultima udienza generale. Il Pontefice ha esortato ad emulare i Magi alzando lo sguardo al Cielo: “Solo così – ha detto il Papa – riusciremo a vedere la stella che ci invita a percorrere le strade del bene”. Questo è un mondo non troppo abituato a guardare verso il Cielo, spesso è distratto… 

R. – Sì, siamo schiacciati, oltretutto da una continua massa di informazioni, da una continua forma di propaganda che ci viene propinata. Alzare lo sguardo, saper mirare in alto, saper prendere le distanze dall’immediato, dall’effimero, è un atto di libertà e di coraggio. E la voce di Francesco è certamente la voce più autorevole che possiamo ascoltare, per sentirci tutti richiamati a questo sguardo più alto, a quest’orizzonte più profondo, a questa bellezza che non va confusa con l’immediatezza dell’effimero e del consumismo.

I Magi sono dunque il simbolo di chi è alla ricerca di Dio. Come rispondere oggi alla sete del mondo di Dio?

R. – Il cristiano è convinto che il cuore umano è stato fatto per Dio. Lo dice Agostino in maniera stupenda all’inizio delle sue Confessioni: “hai fatto il nostro cuore per Te ed è inquieto finché non riposa in Te”. Quindi anche quando, apparentemente, gli uomini si mostrano distratti, indifferenti e lontani, noi credenti sappiamo che nel loro cuore c’è una nostalgia del totalmente altro, una sete di Dio che è costitutiva in quanto l’uomo è stato fatto a immagine e somiglianza di Dio. Quindi, la vera azione evangelizzatrice, nel momento in cui si propone il Vangelo, è anzitutto quella di suscitare le domande, le attese. In altre parole, di risvegliare questa sete che è nel cuore umano, per poi mostrare come a questa sete corrisponde in pienezza solo il dono di un amore infinito qual è quello che in Gesù Cristo ci è stato rivelato ed offerto. Questo vale per oggi come per ogni tempo ed anche per l’uomo di oggi in questa postmodernità inquieta: l’uomo del consumismo, l’uomo della globalizzazione, l’uomo per tanti aspetti anche distratto da una pluralità di messaggi (si pensi al condizionamento che oggi comporta il Web sulla psiche umana, specialmente dei giovani). Quest’uomo, nel profondo del cuore, è nostalgico di un Dio che illumini e dia senso ai giorni. Ecco perché il cristiano non si stancherà mai di proporre la bellezza di questo Dio. E, soprattutto, di accenderne la ricerca e il desiderio per un contagio da gioia a gioia, come testimoni credibili di una bellezza che dà gioia e che accende il desiderio in coloro che non l’hanno ancora incontrato.


(fonte: Vatican News, articolo di Amedeo Lomonaco)



Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - Epifania del Signore / C





Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)







Preghiera dei Fedeli

“Epifania” di David Maria Turoldo


David Maria Turoldo (1916-1992) è stato un frate dell’Ordine dei Servi di Maria e un poeta che ha saputo tradurre in versi i sentimenti più intimi del cuore umano. Definito “coscienza inquieta della Chiesa” trasforma questa inquietudine in parole che penetrano, come lama affilata, nell’animo di chi legge.
Nella poesia dal titolo Epifania, particolarmente suggestiva e profonda, si sofferma sui Magi, “naufraghi sempre in questo infinito”, e li definisce come “i santi più nostri”, in quanto “pellegrini del cielo”: essi sono “l’anima eterna dell’uomo che cerca”.


 Epifania 

Eran partiti da terre lontane:
in carovane di quanti e da dove?
Sempre difficile il punto d’avvio,
contare il numero è sempre impossibile.

Lasciano case e beni e certezze,
gente mai sazia dei loro possessi,
gente più grande, delusa, inquieta:
dalla Scrittura chiamati sapienti!

Le notti che hanno vegliato da soli,
scrutando il corso del tempo insondabile,
seguendo astri, fissando gli abissi
fino a bruciarsi gli occhi del cuore!

Naufraghi sempre in questo infinito,
eppure sempre a tentare, a chiedere,
dietro la stella che appare e dispare,
lungo un cammino che è sempre imprevisto.

Magi, voi siete i santi più nostri,
i pellegrini del cielo, gli eletti,
l’anima eterna dell’uomo che cerca,
cui solo Iddio è luce e mistero.


"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n.9/2018-2019 (C) di Santino Coppolino

"Un cuore che ascolta - lev shomea"
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)


Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo:  
Mt 2,1-12 




Se Luca ha nei pastori i primi destinatari dell'annuncio della nascita di Gesù, in Matteo ci sono i Magi, o meglio i Maghi (gr. Oi Màgoi). Gli uni e gli altri considerati come ricettacoli di tutte le impurità, disprezzati ed emarginati dagli israeliti che si guardavano bene dal frequentarli, esseri immondi e perciò stesso ritenuti insalvabili. E' la sconvolgente e rivoluzionaria novità del Vangelo: 
<<Dio non fa preferenze di persone>>( At 10,34), non esclude nessuno dal suo Amore di Padre, siano essi i rozzi e animaleschi pastori o gli scomunicati maghi e per di più pagani. 
E' la "Buona Notizia" che questa pagina di Vangelo ci presenta e consegna come anticipo di quella che sarà tutta l'intera esistenza di Gesù. Guidati, allora, dalla Stella (simbolo della Presenza di Dio e della sua Parola), sorgiamo anche noi mettendoci in cammino fin dove lo splendore della sua luce ci condurrà: fino all'incontro gioioso con il Signore Gesù, vera Luce degli uomini (Gv 1,4)


sabato 5 gennaio 2019

"Il dono più prezioso dei Magi? Il loro stesso viaggio" di p. Ermes Ronchi - Epifania del Signore – Anno C

Il dono più prezioso dei Magi? Il loro stesso viaggio

Commento
Epifania del Signore – Anno C

Letture:  Isaia 60,1-6; Salmo 71; Efesini 3,2-3.5-6; Matteo 2,1-12


Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov'è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All'udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. [...] 

Epifania, festa dei cercatori di Dio, dei lontani, che si sono messi in cammino dietro a un loro profeta interiore, a parole come quelle di Isaia. «Alza il capo e guarda». Due verbi bellissimi: alza, solleva gli occhi, guarda in alto e attorno, apri le finestre di casa al grande respiro del mondo. E guarda, cerca un pertugio, un angolo di cielo, una stella polare, e da lassù interpreta la vita, a partire da obiettivi alti. 
Il Vangelo racconta la ricerca di Dio come un viaggio, al ritmo della carovana, al passo di una piccola comunità: camminano insieme, attenti alle stelle e attenti l'uno all'altro. Fissando il cielo e insieme gli occhi di chi cammina a fianco, rallentando il passo sulla misura dell'altro, di chi fa più fatica. Poi il momento più sorprendente: il cammino dei Magi è pieno di errori: perdono la stella, trovano la grande città anziché il piccolo villaggio; chiedono del bambino a un assassino di bambini; cercano una reggia e troveranno una povera casa. Ma hanno l'infinita pazienza di ricominciare. 
Il nostro dramma non è cadere, ma arrenderci alle cadute. 

Ed ecco: videro il bambino in braccio alla madre, si prostrarono e offrirono doni. 
Il dono più prezioso che i Magi portano non è l'oro, è il loro stesso viaggio. Il dono impagabile sono i mesi trascorsi in ricerca, andare e ancora andare dietro ad un desiderio più forte di deserti e fatiche. 
Dio desidera che abbiamo desiderio di Lui. Dio ha sete della nostra sete: il nostro regalo più grande.

Entrati, videro il Bambino e sua madre e lo adorarono. Adorano un bambino. 
Lezione misteriosa: non l'uomo della croce né il risorto glorioso, non un uomo saggio dalle parole di luce né un giovane nel pieno del vigore, semplicemente un bambino. 
Non solo a Natale Dio è come noi, non solo è il Dio-con-noi, ma è un Dio piccolo fra noi. E di lui non puoi avere paura, e da un bambino che ami non ce la fai ad allontanarti. 

Informatevi con cura del Bambino e poi fatemelo sapere perché venga anch'io ad adorarlo! 
Erode è l'uccisore di sogni ancora in fasce, è dentro di noi, è quel cinismo, quel disprezzo che distruggono sogni e speranze. 

Vorrei riscattare queste parole dalla loro profezia di morte e ripeterle all'amico, al teologo, all'artista, al poeta, allo scienziato, all'uomo della strada, a chiunque: Hai trovato il Bambino? 
Ti prego, cerca ancora, accuratamente, nella storia, nei libri, nel cuore delle cose, nel Vangelo e nelle persone; cerca ancora con cura, fissando gli abissi del cielo e gli abissi del cuore, e poi raccontamelo come si racconta una storia d'amore, perché venga anch'io ad adorarlo, con i miei sogni salvati da tutti gli Erodi della storia e del cuore. 


TRAPIANTI di Raniero La Valle


TRAPIANTI
di Raniero La Valle




Lo scontro sul cuore dello Stato si è fatto durissimo, quello che si sta decidendo è se a settant’anni dal parto doloroso da cui è nato, il nostro Stato debba mantenere un cuore di carne o trapiantarsi un cuore di pietra. 
Si potrebbe definire uno scontro sull’identità: infatti porti chiusi od aperti, bambini discriminati fin dall’asilo, stranieri gettati nel gorgo perché “solo gli italiani”, non sono un cambio di politica, sono un cambio dell’Essere. È singolare come tutto si rovesci. 
Il governo populista insorge contro i Sindaci del popolo, il Paese che voleva dare una lezione all’Europa si fa lacché dell’Europa sigillandone i confini meridionali e armandone sul mare l’apartheid, il ministero della sicurezza pubblica si fa portatore della massima insicurezza promettendo la pacchia ai fabbricanti e venditori di armi, gettando i richiedenti asilo nella clandestinità, rompendo la legge dell’universalità della salute, per cui se una parte della popolazione non è curata anche l’altra si ammala, e accumula sulla testa dei cittadini e di quelli futuri la minaccia di un odio straniero e di incontrollabili sentimenti di vendetta di quanti porteranno nelle loro carni la memoria del rifiuto e delle persecuzioni subite nel nostro mare e nei nostri lager e centri d’identificazione ed espulsione. 
Come ha scritto la segretaria di Magistratura Democratica, Mariarosaria Guglielmi, "dobbiamo essere consapevoli che il nostro Paese sta rinnegando se stesso, la sua storia di accoglienza, l'orgoglio per le vite salvate dalla più grande azione di soccorso umanitario compiuta nel Mediterraneo rappresentata dall'operazione Mare Nostrum”.

Però la Repubblica non è perduta: essa, come dice la Costituzione all’art. 114, non è costituita solo dallo Stato, ma “dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”. E Stato sono anche i cittadini pronti all’accoglienza, e Stato è anche la Costituzione che, come ha sancito una celebre sentenza della Corte Costituzionale del 1991, è fondata sulla “coscienza individuale”, che è “la base spirituale-culturale e il fondamento di valore etico-giuridico” dei diritti inviolabili e delle libertà fondamentali dell’uomo, e quindi non solo ammette l’obiezione di coscienza ma, rispetto a leggi non umane, ne esige l’inosservanza.

E almeno la Chiesa veleggiasse con la sua barca pacificata e sicura! 
No, anch’essa è gettata nel mondo e ha celebrato questo Natale registrando “le afflizioni” che da fuori e da dentro la investono, come il papa le ha chiamate nel tradizionale discorso di auguri natalizi ai cardinali di Curia. Le afflizioni esterne: “Quanti immigrati, costretti a lasciare la patria e a rischiare la vita, incontrano la morte, o quanti sopravvivono ma trovano le porte chiuse e i loro fratelli in umanità impegnati nelle conquiste politiche e di potere. 
Quanta paura e pregiudizio! Quante persone e quanti bambini muoiono ogni giorno per mancanza di acqua, di cibo e di medicine! Quanta povertà e miseria! Quanta violenza contro i deboli e contro le donne! Quanti scenari di guerre dichiarate e non dichiarate! Quanto sangue innocente viene versato ogni giorno! Quanta disumanità e brutalità ci circondano da ogni parte! Quante persone vengono sistematicamente torturate ancora oggi nelle stazioni di polizia, nelle carceri e nei campi dei profughi in diverse parti del mondo!”.
E tuttavia le difficoltà interne, ha detto il papa, rimangono sempre quelle più dolorose e distruttive. 
Tanto la Chiesa è stata investita quest’anno da “tempeste ed uragani” che gli uni si sono chiesti se il Signore dormisse e non gli importasse che “siamo perduti”, altri, “sbalorditi dalle notizie hanno iniziato a perdere la fiducia in essa e a abbandonarla, altri, per paura, per interessi, per secondi fini, hanno cercato di percuotere il suo corpo aumentandone le ferite, altri non nascondono la loro soddisfazione nel vederla scossa, moltissimi però continuano ad aggrapparsi con la certezza che ‘le porte degli inferi non prevarranno contro di essa’ (Mat. 16, 18)". 
Due sono state le piaghe che il papa ha voluto ricordare: quella di tanti “unti del Signore”, uomini consacrati, che abusano dei deboli, approfittando del proprio potere morale e di persuasione, e quella dell’infedeltà di coloro che tradiscono la loro vocazione "per pugnalare i loro fratelli e seminare zizzania, divisione e sconcerto”. 
Di fronte a questi mali il papa ha rivolto alla Chiesa il monito supremo a specchiarsi in se stessa senza timore nel riconoscere il suo peccato, anzi il papa ha avuto il coraggio di ricordare che il primo ad aver peccato commettendo un triplice abuso, sessuale, di potere e di coscienza, era stato il mitico re David, unto del Signore e ascendente di Gesù, che aveva abusato della moglie del suo ufficiale migliore e con abuso di coscienza e di potere l’aveva mandato a morire in battaglia.

Ma da dove viene al papa la serenità e la fede con cui ancora annunzia al mondo la salvezza? Sembrava che egli avesse detto tutto, ormai, dopo più di cinque anni di pontificato. Ma ora, in questo tempo di Natale, più che mai vissuto come rivelazione della piccolezza e non della tremenda maestà di Dio, è come se avesse voluto dire la parola ultima, dare la consegna definitiva: meglio vivere come atei, se non si dà testimonianza dell’amore di Dio, meglio non frequentare le chiese che dire preghiere, queste sì “atee”, senza Dio, “odiando gli altri o parlando male della gente”. 
Questo è davvero il Vangelo portato all’estremo, com’è stato annunciato alla folla dell’ultima udienza generale, il 2 gennaio, come fece Gesù quando mise da parte se stesso dicendo: “Non chi mi dice Signore Signore entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio”. Il problema di Dio non è di mettere avanti se stesso, è di far crescere l’uomo alla sua statura, non è di essere ammansito, come divinità esigente, non è di essere conquistato con sacrifici ed olocausti, è che l’uomo abbia misericordia e il mondo sia salvo. 
Per la Chiesa è difficile ammetterlo. Per una Chiesa dichiarare di preferire l’ateismo a una fede ipocrita è come negare la propria ragione sociale, perché una Chiesa senza Dio non può esistere, sarebbe puro clericalismo, un orrore. Eppure per la Chiesa di Francesco sarebbe meglio non esistere, sarebbe meglio che Dio fosse non professato e non creduto, piuttosto che gli uomini non si amassero, piuttosto che non conoscessero l’amore, piuttosto che fossero uomini ad uomini lupi. Apostasia? No, è il Vangelo, è la “rivoluzione” del Vangelo, ha detto papa Francesco. Non è un paradosso, perché l’amore è Dio, perché chi ama i nemici è, anche senza saperlo, “figlio del Padre”, e per questo la Chiesa è venuta, per annunziare l’amore. Si raggiunge così la sentenza che un grande monaco del 900, il camaldolese Benedetto Calati, ha lasciato alla fine della sua vita: la Chiesa dovrebbe educare a fare a meno della Chiesa, aprendo la strada allo Spirito, che è libertà; essa non è fine a se stessa, è mezzo, è strumento, è segno, è “ospedale da campo”, la sua funzione è pedagogica, è la pedagogia alla fede, all’incontro diretto con l’amore di Dio. E dicendo che è meglio l’ateismo che l’odio, la Chiesa esercita quel “ministero dello scambio” di cui ha parlato l’apostolo Paolo in una lettera ai Corinti: Dio si scambia col mondo, mediante il Figlio mette gli uomini al posto suo come destinatari d’amore, non pretende di essere lui amato per primo, è lui il primo ad amare, “primerea”, come dice sempre papa Francesco, fiorisce per primo, come il mandorlo in primavera. È il trapianto del divino nell’umano dentro la storia.

Vedi anche i nostri post precedenti:

La sfida religiosa, e non solo politica, della Lega - La Lega e la dimensione cristiana della politica di Giuseppe Savagnone

La sfida religiosa, e non solo politica, della Lega

La Lega e la dimensione cristiana della politica

di Giuseppe Savagnone







Molti cattolici si indignano quando qualche esponente della Chiesa mette in dubbio la legittimità, dal punto di vista evangelico, dell’adesione alla Lega, sia perché vedono in essa un baluardo per la difesa dei valori morali e religiosi (la famiglia, il crocifisso…) contro il laicismo e contro l’Islam, sia perché – fanno notare – non spetta alla gerarchia ecclesiastica valutare le scelte politiche dei partiti e dei loro sostenitori («Date a Cesare quel che è di Cesare…»).

C’è stato anzi chi ha apprezzato, considerandolo un ritorno alla dimensione cristiana della politica, il fatto che Matteo Salvini, nel comizio di chiusura a Milano, prima delle passate elezioni, abbia giurato sul vangelo e anche in seguito abbia spesso utilizzato simboli religiosi, come il rosario, nelle sue apparizioni pubbliche.


Autonomia della politica e fede


È forse il caso di fare però, a questo proposito, qualche considerazione. Il richiamo all’autonomia della sfera politica è di per sé corretto.

Chi vota per la Lega ha il diritto di far valere una serie di ragioni che hanno a che fare con l’interesse generale del nostro Paese e che come tali devono essere discusse e valutate.

Tuttavia, non si può negare che proprio l’appello alla fede – e a quella cristiana in particolare –, da parte del leader leghista, crea una situazione diversa da quella in cui si sono trovati e si trovano altri partiti.

Quando il Pd sostiene tesi contrarie alla visione della Chiesa in materia di aborto o di famiglia, non nasconde di essere in rotta di collisione con il punto di vista dei cattolici.

Renzi non ha mai esibito vangelo e rosario per avallare la sua linea. Salvini sì. E questo lo costringe a presentare la sua non solo come una scelta politica, ma come una interpretazione del vangelo, più valida, a suo avviso, di quella dello stesso magistero.
Date a Cesare quel che è di Dio: ortodossia e consenso

A questo punto, non si può più invocare l’autonomia che spetta alla sfera temporale, perché non è Dio che minaccia Cesare, ma è Cesare che si arroga il diritto di rappresentare il punto di vista anche di Dio.

Il problema è che il leader della Lega, però, non può appellarsi a quella investitura dall’alto che a vescovi e sacerdoti deriva dalla struttura gerarchica della Chiesa.

Nessuno lo ha consacrato, legittimandone l’autorità. Perciò egli è obbligato a fondare la sua pretesa di “ortodossia” sul consenso popolare, ponendolo in alternativa a quello del magistero ecclesiastico.

La fine delle mediazioni

Emblematico il messaggio postato da Salvini il 23 dicembre sulla sua pagina personale di Facebook: «Io credo che ci sia qualcuno lassù, che ci guarda. Sono convinto che dopo la vita ci sia un’altra vita, altrimenti tutto avrebbe meno senso. Ma attenzione, questo non corrisponde alle gerarchie ecclesiastiche. Anzi mando un enorme augurio, un enorme abbraccio, a tutte le donne e gli uomini di chiesa che mi scrivono, mi mandano messaggi, mi mandano Whatsapp, mi fanno post su Facebook dicendo ‘Matteo tieni duro’. Perché le parole di qualche vescovone, o di ‘Famiglia cristiana’ o del quotidiano dei vescovi, non rappresentano l’animo dei cristiani e dei cattolici».

Dove, oltre all’estrema povertà di questa professione di fede, che svuota il vangelo del suo centro, Cristo (per questo, forse, mancano anche i fratelli), è evidente la pretesa di scavalcare la gerarchia ecclesiastica e i suoi organi ricollegandosi senza mediazioni, alla “base”. È la logica del populismo, applicato alla vita ecclesiale.


Una tradizione tutta leghista


In realtà, basta essere un po’ meno smemorati per rendersi conto che in questo l’attuale leader della Lega è esattamente sulla linea dei suoi predecessori.

A differenza di altri partiti, infatti, fin dal suo sorgere essa ha ritenuto di potersi appellare direttamente ai cattolici per delegittimare le gerarchie ecclesiastiche, ogni volta che esse si contrapponevano ai suoi disegni politici.

In un libro del 1992 intitolato Il vento del Nord, Umberto Bossi scriveva: «State bene attenti, signori del Vaticano, perché (…) noi potremmo suggerire a tanti cittadini del nord Italia di non guardare più a Roma, nemmeno per la religione, ma di guardare alla vicina Germania, alla Svizzera, ai civilissimi Paesi Protestanti che credono in Dio ed in Gesù Cristo ma non riconoscono l’autorità del papato».

Dove, contraddittoriamente, da un lato di chiede che «i preti stiano nelle loro Chiese, facciano le loro prediche (…) ma lascino stare la politica» (ivi), dall’altro però si minaccia uno scisma religioso.

Su questa linea, nel 1997, a difesa del separatismo padano, il capo della Lega dichiarava, con il consueto garbo, riferendosi a Giovanni Paolo II: «Il Papa polacco (…) ha investito nella politica dimenticando il suo magistero di spiritualità e di evangelizzazione (…). I vescovoni sono stati arruolati nell’esercito di Franceschiello, l’esercito del partito-Stato (…). Come già accade nel bergamasco, i fedeli andranno in parrocchia con il fazzoletto verde e si alzeranno se solo sentiranno pronunciare certi sermoni» («Corriere della Sera» del 17 agosto 1997).
Avete riconosciuto tutti la parola “vescovoni”, che ritorna oggi nel discorso di Salvini. Come ritornano le irrisioni e le minacce al pontefice di turno.

E a questa linea si è ispirata la martellante polemica dell’allora Lega nord prima contro il Cardinale Carlo Maria Martini, nei cui confronti fu preannunciata una raccolta di firme allo scopo di cacciarlo da Milano, e poi contro il suo successore, Dionigi Tettamanzi.

Il punto di rottura: ama il tuo prossimo / ama il tuo simile

Identico, allora e oggi, è il punto cruciale di discrepanza tra la posizione della Lega e quello della Chiesa istituzionale: l’universalità dell’amore del prossimo.

«Il Vangelo dice: “Ama il tuo prossimo”. Sbaglia. “Ama il tuo prossimo più prossimo” dovrebbe dire. Perché il vero “prossimo” è chi ci è vicino, chi ci assomiglia, chi ha in comune con noi dei valori, non il primo che passa per la strada. Questo è il nuovo Vangelo della Lega» (Roberto Zaffini, coordinatore leghista di Fano).

Così, completava l’eurodeputato leghista Borghezio, è «solo nell’ambito di questa ben delineata categoria di “prossimità” che deve intendersi il precetto dell’amore fraterno. Di conseguenza, per quanto mi riguarda, non è estendibile al vù cumprà o al vù lavà, certamente prossimi di molte altre persone, ma non del sottoscritto. Grazie a Dio».

Non abbiamo difficoltà a riconoscere il «Prima gli italiani» dell’attuale leader della Lega e, soprattutto, il tono sprezzante nei confronti degli stranieri.

La posizione degli ultraconservatori cristiani

Altro punto di contatto tra la Lega di ieri e quella di oggi è la vicinanza a posizioni fortemente conservatrici all’interno della comunità ecclesiale.

Non per nulla è stato il sacerdote lefebvriano don Floriano Abrahamovicz ad essere chiamato nel febbraio 2007 per benedire il cosiddetto Parlamento del Nord a Vicenza.

Così come oggi sono spesso vicini alla Lega i cattolici che vedono in papa Francesco un pericoloso picconatore della Chiesa, sulla scia di Lutero.

Cadendo però nella contraddizione di seguire proprio loro, in questo modo, il criterio luterano del “libero esame”, quando antepongono il loro giudizio a quello della gerarchia…

La Lega: una visione della vita, non solo scelte politiche

Bisogna prendere atto che la sfida della Lega, ieri come oggi, non è solo politica, ma religiosa. Già riferendosi al partito di Bossi, uno studioso ha potuto dire che «la Lega Nord è un movimento totalizzante (…). È portatrice di una visione globale e organica, chiara nei suoi aspetti fondamentali, anche se mai compiutamente definita» (Bertezzolo).

Esattamente la stessa cosa che notava in una recente intervista un acuto osservatore, Alberto Melloni, riferendosi a Salvini: «Lui non vuole solo i voti dei cattolici. Certe volte sembra quasi che lui voglia le anime».

Non sono in gioco, dunque, come molti oggi pensano, solo contingenti questioni politiche, su cui la Chiesa non ha alcun diritto di intervenire.

Si tratta di scegliere tra due versioni del vangelo. Una è quella dei loro vescovi e del papa, l’altra quella della Lega.

Naturalmente ci sono molti che alle elezioni la votano perché, come si diceva all’inizio, ne condividono le posizioni tattiche o strategiche, senza rendersi conto delle implicazioni ideologiche e religiose della loro scelta.

Ciò non toglie che esse producano, comunque, i loro effetti nella vita del nostro Paese. Così come rischiano di produrne, di ancora più devastanti, nella comunità cristiana.
(Fonte: rubrica "I Chiaroscuri" - 28.12.2018)


Meglio ateo che ipocrita di Enzo Bianchi

Meglio ateo che ipocrita 

di Enzo Bianchi








Alcune espressioni forti di papa Francesco nell’udienza generale di ieri hanno suscitato un audace paragone tra “cristiani ipocriti” e “atei”. In realtà il papa ha insistito soprattutto sull’incoerenza di quanti “vanno in chiesa … e poi vivono odiando gli altri”. È per loro che sarebbe “meglio non andare in chiesa: vivi così, come fossi ateo!”. L’accento dell’esortazione papale non cade tanto sul comportamento più o meno retto da parte di chi si professa ateo e sul suo paragone con la coerenza di vita dei credenti, quanto piuttosto sull’intollerabile ipocrisia religiosa di chi “è capace di tessere preghiere atee, senza Dio”. E si comprenda bene ciò che dice il papa: c’è chi prega senza sentirsi davanti a Dio, senza ascoltare Dio, senza essere veramente toccato dalla presenza e dalla voce di Dio.

La condanna dell’ipocrisia, vizio tipico delle persone religiose di ogni tempo, è uno degli ammonimenti più presenti già nei profeti di Israele, mentre nei Vangeli è uno dei tratti più marcati della predicazione di Gesù. Per questo il riprenderla oggi, applicandola ai comportamenti di chi non segue la fede che professa ma l’esteriorità delle apparenze, è semplice attualizzazione dell’insegnamento di Gesù. In quelle “preghiere atee” – espressione inedita ma di rara efficacia – papa Francesco denuncia preghiere, liturgie, gesti religiosi in cui Dio è nominato e invocato ma, in realtà, misconosciuto. E nel chiamare in causa l’ateo coerente con i suoi principi, con la sua coscienza Francesco riconosce che chi si professa ateo e segue la sua coscienza è più retto di chi si dice cristiano ma ha un cuore doppio e viva nell’ipocrisia. 

Il duro ammonimento del papa ricorda a tutti, a cominciare proprio da chi si professa cristiano, una dimensione costante della dottrina cattolica: principio ultimo resta la coscienza autentica, provata, confrontata di ciascuno, che è superiore a ogni autorità e ogni legge. Proprio per questo papa Francesco accosta così sovente l’ipocrisia alla corruzione: se altri peccati “chiamano” alla conversione, ipocrisia e corruzione tendono per loro natura a soffocare la coscienza, a farne tacere la voce, a violentarla nella sua dimensione più intima. È allora davvero motivo di “scandalo” l’atteggiarsi a persona di preghiera e poi non amare il prossimo, pretendere di dialogare nella preghiera con il “Dio che non si vede” e disprezzare “il fratello che si vede”. Allora meglio vivere “come ateo”, senza professare la fede cristiana, piuttosto che contraddire con il comportamento ciò che si professa con le labbra. 

Il papa ancora una volta confessa che i cristiani cadono in peccato come gli altri, riafferma che le beatitudini proclamate da Gesù non sono moralismo ma buona notizia e rivelazione. Nella catechesi sul “Padre nostro” papa Francesco non ha rivolto alcun invito all’ateismo ma ha espresso ancora una volta una forte condanna dell’ipocrisia di chi usa atteggiamenti e addirittura la preghiera cristiana come simboli da ostentare, come autocelebrazioni identitarie ma resta incoerente con il messaggio del vangelo, nutrendo in sé l’indifferenza se non l’astio per il povero e il sofferente, l’ostilità verso chi è diverso e straniero. Ecco perché questa di papa Francesco è risultata un’esortazione appassionata e convincente per credenti e non credenti, per persone “pensanti” di qualsiasi o nessuna appartenenza religiosa. Papa Francesco ha semplicemente ridetto l’espressione del grande padre della chiesa Ignazio d’Antiochia: “Meglio essere cristiani senza dirlo ed esibirlo piuttosto che proclamarsi cristiani senza esserlo”.

Leggi anche il post già pubblicato:

venerdì 4 gennaio 2019

51ª MARCIA Dopo Matera: i piedi della pace in cammino…

51ª MARCIA
Dopo Matera: i piedi della pace in cammino… 

Benvenuti, artigiani della pace! Davvero belli sono i vostri piedi che annunciano e costruiscono la pace nel quotidiano. La guerra si alimenta di odio e di paure. 
La pace è in mani sicure se la buona politica è affidata agli esperti in umanità. Quelli che disarmano la lingua e le mani prima di potersi fregiare di qualche titolo. Compreso quello di benefattori della sicurezza



Come sono belli i piedi della pace! Nonostante il freddo e l’aria tagliente di Matera, i partecipanti alla 51ª Marcia della pace hanno fatto l’esperienza di quanto sia vera l’espressione biblica del profeta Isaia. Tra la bellezza dei sassi e la cordialità accogliente della gente, il cammino in sé è stato un messaggio lanciato all’Italia e alla Chiesa.
Cosa resta della marcia del 31 dicembre? Come fare di un bel ricordo, un’occasione di rilancio e di testimonianza concreta?
Sicuramente la parola di Papa Francesco rimane preziosa bussola. “La buona politica è al servizio della pace”, ricorda il messaggio per l’occasione. Le tre tappe della marcia possono illuminare il percorso che parte da Matera e si prolunga lungo le strade delle nostre città. L’itinerario ha offerto tre parole: politica, Europa e memoria.

La prima indicazione è che c’è bisogno di una politica esigente.

Tira brutta aria in sedi istituzionali, se gli stessi che dovrebbero promuoverle per il bene comune tendono a screditarle. La politica corrotta sottrae risorse ai cittadini e strumentalizza le persone per i propri interessi particolari. Beato il politico che edifica la pace nel suo impegno quotidiano di fare leggi che promuovano integrazione e che abbraccino l’ecologia integrale come orizzonte sociale. Da qui un invito pressante ad essere esigenti nei confronti di chi fa politica: siano credibili, coerenti, coraggiosi senza illudere con programmi mirabolanti. Spesso ci si accontenta di qualsiasi cosa, di proposte miopi che non vanno oltre qualche mese di prospettiva, di annunci irrealizzabili… Perché non promuovere sul campo chi è capace di innescare processi di lunga durata, di aprire orizzonti di speranza? C’è da costruire il mondo delle future generazioni e non la carriera di qualche scaltro imprenditore della paura!

La buona politica è progettuale, non si improvvisa con volti semplicemente nuovi ma irresponsabili.

Un secondo itinerario guarda all’Europa. Matera è capitale europea della cultura 2019: la marcia invita a rilanciare una cultura di pace in un anno in cui siamo chiamati a rinnovare i rappresentanti della politica europea. Perché non partire da un esercizio di discernimento sui candidati? Siano davvero capaci di tessere relazioni e con un progetto di pacificazione sul continente, non asserviti al potente di turno, si chiami Russia o Stati Uniti o altro? Hanno fatto bene i giovani di Rondine, cittadella toscana della pace, nella loro testimonianza a invocare un’Europa dei popoli e non della finanza! Sentirselo dire da ventenni è come bere un elisir di lunga vita, una gioiosa benedizione. Il nuovo anno aiuti ciascun cittadino europeo a sentirsi parte di un progetto comunitario che ha radici lontane ma ancora incompiuto nelle forme.

La terza tappa si ferma sui conflitti dimenticati.

Ci sono ancora troppe zone d’ombra, troppe convenienze economiche, troppi silenzi interessati, troppe connivenze con oppressori a diverse latitudini.

Il commercio di armi non conosce crisi. Non sembra pesare sulle coscienze di nessuno solo perché si ha cura di ripulire i rivoli di sangue versato e di non incrociare i volti delle esistenze spezzate. Il conto per i popoli in guerra è salato in termini di sogni infranti e di fraternità annullata. C’è bisogno di sguardi diversi sul mondo, di comunicazione giusta, di giornalismo coraggioso. Laddove si spengono i riflettori purché la guerra continui a generare denaro insanguinato, gli uomini di pace sanno riaccenderli e scuotere le coscienze addormentate.

Benvenuti, artigiani della pace! Davvero belli sono i vostri piedi che annunciano e costruiscono la pace nel quotidiano. La guerra si alimenta di odio e di paure. La pace è in mani sicure se la buona politica è affidata agli esperti in umanità. Quelli che disarmano la lingua e le mani prima di potersi fregiare di qualche titolo. Compreso quello di benefattori della sicurezza.

(fonte: Sir, articolo di Bruno Bignami 4 gennaio 2019)


VITE CONSEGNATE I monaci di Thibirine - Annalena Tonelli HOREB N. 3 del 2018 (81) TRACCE DI SPIRITUALITA' A CURA DEI CARMELITANI

VITE CONSEGNATE 
I monaci di Thihirine - Annalena Tonelli 

HOREB N. 3 del 2018 (81)      

TRACCE DI SPIRITUALITA' 
 A CURA DEI CARMELITANI




«La testimonianza di una vita autenticamente cristiana, abbandonata in Dio in una comunione che nulla deve interrompere, ma ugualmente donata al prossimo con uno zelo senza limiti, è il primo mezzo di evangelizzazione. “L'uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, - dicevamo lo scorso anno a un gruppo di laici - o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni”» (EN, 41).

Con questa sollecitazione nell’ormai lontano 1975, Paolo VI nell’esortazione apostolica “Evangelii nuntiandi”, invitava i credenti di allora, ma anche quelli di oggi, a non appiattire la vita cristiana su pie devozioni o su un apparato religioso senza Vangelo. Con questo invito si riallacciava alla tradizione più genuina e più antica della chiesa che, già dalle sue origini, ricordava ai cristiani a non essere parolai ma testimoni credibili del Vangelo. Ci piace ricordare, in quest’ottica, l’ammonimento di S. Ignazio di Antiochia: «State attenti a non avere Gesù sulle labbra e il mondo (la mondanità) nel cuore» e ancora, «è meglio essere cristiani senza dirlo che dire di essere cristiani e di non esserlo». 

Il testimone, ovviamente, non è uno che vende parole o dottrine, ma è, prima di tutto uno che ascolta. Egli educato dalla Parola, ascoltata, meditata, pregata, si porta nel cuore il “patire” di Dio per il mondo così come si è manifestato in Gesù, che si è fatto umano ed è entrato nel quotidiano. 

Testimone è chi si lascia abitare dallo Spirito di Gesù e, nella fragilità della sua esistenza, animato da Lui, impara a stare nella storia e ci sta da contemplativo, ammirando in essa la bellezza del creato e “i germi del regno”. Ma ci sta, anche, con occhi aperti sul cinismo e sulle situazioni infernali provocate dagli uomini, e diventa capace di assumersi la responsabilità di questa storia, senza separarsene, e senza creare per se spazi riservati, distinguendosi solamente per la passione e lo stile di Gesù che lo anima e, uscendo dall’indifferenza, prende posizione, a volte a “caro prezzo”, perché ogni uomo viva.

Nelle pagine che seguono ci piace proporre l’esperienza di alcuni fratelli e di una sorella nella fede, vicini a noi nel tempo, che animati da Gesù sono diventati trasparenza del suo volto e del suo amore appassionato, in contesti molto difficili seganti tragicamente dalla violenza e da strategie di morte.

Si tratta dei monaci di Thibirine e di Annalena Tonelli, cristiana laica, discepola di Cristo consacrata ai poveri e a Dio, come lei amava presentarsi.

...

Leggi tutto:
- Editoriale (PDF)

- Sommario (PDF)



E' possibile richiedere copie-saggio gratuite:
CONVENTO DEL CARMINE
98051 BARCELLONA P.G. (ME)
E-mail: horeb.tracce@alice.it

"Solo donando la vita la troviamo" Mons. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna - Solenne Te Deum di fine anno

"Solo donando la vita la troviamo"
Mettiamo tutto nelle mani di Dio e seguiamo Gesù, il nostro tempo, Colui che la vita la vuole piena, che insegna ad amare e non si stanca di crederlo possibile anche contro noi stessi! 
... Solo la bontà libera l'uomo dal suo essere lupo


Mons. Matteo Zuppi, 


Arcivescovo di Bologna

Solenne Te Deum di fine anno

San Petronio, 31 dicembre 2018




Si uniscono nella celebrazione della fine di un anno una consapevole tristezza e una gioia profonda. Ci fermiamo, ma non da soli: insieme al Padre, per capire con Lui, vero specchio della nostra anima e interpretazione migliore del nostro profondo, chi siamo, chi siamo stati e per cercare il senso del nostro vagare i cui passi, come si esprime il salmo, sono da Lui contati! 
E' un rito, certo, che come i riti ci aiutano a vivere. In realtà ne abbiamo bisogno: ci liberano dalla tirannia dell'io, scandiscono la nostra vita, ci sottraggono dal potere della cronaca che schiaccia compulsivamente sul presente ed enfatizza il protagonismo, per poi farci scoprire amaramente che siamo solo qualcosa di effimero e passeggero. Fermiamoci, nel silenzio e nella meditazione, per ascoltare il Padre, per affidarci a Lui, per pregare, cioè ascoltare la sua volontà di amore e non cercare di imporre a Lui la nostra! Fermiamoci per lodare il Padre, che è ringraziare per quello che è non solo per quello che ci ha dato. 
Misurare il tempo ci aiuta a viverlo meglio. Fermarci – che spesso crediamo sia perdere tempo – è il primo modo per non sprecarlo. Quanto sarebbe importante nella vita ordinaria perdere tempo per ascoltare il Signore che ci parla al cuore, per capire i suoi sentimenti e trovare con Lui i nostri, per riempire le valli di abbandono o per sanare le ferite della solitudine! Chi si ferma con il Signore si ferma con il prossimo. Chi ascolta Dio, presta attenzione alla domanda del prossimo. Regaliamo un po' del nostro cuore e tempo a chi, potremmo ben dire, non aspetta altro! Questa sera vogliamo guardare insieme il futuro, pensare al tempo che abbiamo davanti e al tempo oltre il tempo, al fine della nostra vita e alla fine di questa - le due cose sono molto collegate e non dovremmo mai pensarle separate. Farlo ci aiuta a vivere bene ogni giorno, quel giorno, davvero così breve, che è la nostra vita. Guardare al futuro ci rende consapevoli del nostro presente, che non è una successione di immagini e di emozioni. Impariamo a leggere, come si suole dire, i segni dei tempi, i modi con cui il Signore parla alla nostra vita. Anche perché a volte i giorni diventano improvvisamente pochi, finiscono, come è avvenuto a quanti ci precedono nel cammino, nomi che ricordiamo questa sera affidandoli al Signore prima e ultima lettera della nostra vita. Avvertiamo, ed è salutare, la vanità del nostro agitarci, anche se una certa deformazione del digitale lo amplifica facendo illudere. Sentiamo amarezza per il tempo che abbiamo dissipato, confrontandolo anche con quanti non lo hanno o non lo hanno avuto perché non viene valorizzato, come accade ai tanti scartati o perché il mistero del male e le chiare responsabilità degli uomini lo hanno rubato loro e continuano drammaticamente a farlo sotto gli occhi di tutti, spegnendo la vita e con essa cancellando la possibilità di esprimere quello che essi avevano dentro di sé. Il tempo è nostro, ma come tutto quello che siamo e abbiamo perché non finisca dobbiamo ricordarci che è donato e che solo capendo il senso del dono e quindi donandolo a nostra volta non si perde. E' proprio vero che la vita è breve e, come cantava qualcuno "non c'è tempo, non vale la pena, per agitarsi e combattere"; mentre un altro interrogava tutti su quando l'uomo finalmente imparerà a vivere e a farlo senza ammazzare o senza lasciarlo fare, aggiungo. Mettiamo tutto nelle mani di Dio e seguiamo Gesù, il nostro tempo, Colui che la vita la vuole piena, che insegna ad amare e non si stanca di crederlo possibile anche contro noi stessi! Ci affidiamo, con tutta la nostra volontà e responsabilità, alla provvidenza di Dio, dopo esserci aiutati più che possiamo! La sua provvidenza ci libera dai giudizi apocalittici sul presente e sul futuro. Certo, le domande e le inquietudini sono tante e non vogliamo certo affatto ignorarle: la pace, le guerre a pezzi, il clima di intolleranza, l'incertezza sul futuro inaccettabile soprattutto pensando ai giovani ma anche a chi si avvicina alla pensione e non ha sicurezze alcune; la violenza nelle parole e nel digitale che facilmente scambiamo come realtà ma anche può diventare drammaticamente realtà; la crisi economica così pesante per chi non ha lavoro e la povertà di tanti che vivono per strada o cercano un posto come i profughi, tutti "nostri" perché tutti indicati come fratelli più piccoli di Cristo. Non vogliamo essere fatalisti, cioè lasciare la vita al caso come ultima espressione del nostro potere. Solo donando la vita la troviamo. Riconoscerci come questa sera figli davanti al Padre ci rende davvero protagonisti, perché solo l'amore che abbiamo ricevuto e che ci rende liberi, spiega il senso del nostro camminare e ci dona la piena responsabilità e decisività delle nostre scelte. Il nostro è un Padre, non un padrone, una dipendenza o un'entità diffusa senza volto, terribile o inutile perché lontano. Senza Padre ci arrendiamo facilmente, passando dall'onnipotenza al nichilismo, dal millenarismo per cui vogliamo ottenere subito quello che desideriamo alla rassegnazione per cui niente vale la pena e tutto è ridotto solo al mio consumo. 
Questa sera, allora, nella grandezza ma anche nell'intimità e familiarità di questa casa che ci ricorda come siamo insieme a tutta la città degli uomini, ci presentiamo insieme – e quanto è importante - per ringraziare e per guardare con speranza il tempo e l'anno che verrà. Vorrei chiedere due cose. 
La prima: cerchiamo e amiamo quello che ci unisce e mettiamo da parte quello che divide, anche se qualcuno pensa di trarre dalla divisione convenienze immediate se fa sentire forti e importanti, o di difendere le proprie ragioni. La divisione indebolisce tutti e la vera ragione è quella di vivere insieme. Alla fine saremo tutti insieme nella casa di Dio, che è una sola, per tutti e lì saremo finalmente una cosa sola anche se sempre tutti diversi. Iniziamo a viverlo fin da oggi. E' possibile: è il fine e la fine della nostra vita! Mettiamo da parte quello che divide cercando ostinatamente e a volte faticosamente quello che unisce. In nome della propria verità si offende l'altro, financo la propria madre Chiesa! La divisione non è mai bene, perché sempre alleata con il diavolo, il divisore. Cerchiamo quello che unisce, non per un ribasso di convinzioni o per un compromesso mediocre, anzi, ma per scoprire la bellezza che c'è nel prossimo e per essere tutti più forti perché insieme. Cerchiamo quello che unisce perché tutti possano trovare risposta alla loro domanda di senso e di amore e perché divisi siamo più deboli e finiamo per usare i mezzi che pure abbiamo "per scarsi e rachitici fini" invece di accogliere la vita di tutti e di ognuno e per farlo dal suo inizio al suo compimento. Cerchiamo quello che unisce perché altrimenti restiamo soli, diventiamo isole, finiamo per credere che possiamo vivere senza il prossimo. E non è mai buono che l'uomo sia solo. Insieme possiamo piantare alberi che saranno bellissimi per chi verrà dopo di noi. Per pensare seriamente a sé dobbiamo pensare al dopo di noi! 
Vorrei chiedere una seconda cosa, a me stesso e a tutti: una bontà perseverante. Non scambiamola per bonarietà, passività, dabbenaggine, pigro accondiscendere che rifugge i conflitti con la pretesa di fare il bene e in realtà facendo pagare i conti a chi viene dopo! Buonismo e cattivismo sono speculari. La bontà è incredibilmente forte, ha i tempi lunghi (rende davvero galantuomini) perché un uomo buono affronta la vita vera, non scappa dai problemi, non si accontenta di una rapida esibizione di sé, non perde tempo a raccogliere i sassi per tirarli a sua volta contro chi li ha lanciati contro di lui ma vince il male con la bontà, perché vuole che la vita fiorisca. Solo una bontà perseverante fa parlare la lingua che tutti capiscono. Non una bontà ideale, irenica, fuori dal mondo, ma da uomini e donne veri, forti come è chi è davvero buono. Solo la bontà libera l'uomo dal suo essere lupo. Essa vede i difetti altrui, che a volte sono insopportabili e che tanto dividono, ma, nutrita di pazienza non ne resta prigioniera e ci aiuta ad esercitare la bellissima ed indispensabile arte di vivere insieme. E in questo ci aiuta il buon umore che è l'occhio benevolo e benedicente di Dio, che osserva quello che c'è di strano nell'esistenza, a volte proprio di comico. Il buon umore "aiuta ad essere buoni, perché dopo avere riso è più facile tornare a impegnarsi con serietà", diceva Guardini, "illumina gli altri con uno spirito positivo e ricco di speranza, sorride e fa sorridere, trasmette umanità". 
Gesù, primo e ultimo nostro amante, la nostra unica verità, uomo e Dio, ci conduca nella pienezza del tempo e nella storia, ci aiuti a vivere i nostri giorni con il suo amore e a farlo con bontà perseverante già qui, perché qui inizia la vita oltre la vita.


GUARDA IL VIDEO
Omelia integrale

Omelia p. Alberto Neglia (VIDEO) - MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO (C) - 01/01/2019



Omelia p. Alberto Neglia

- MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO (C) -
01/01/2019


Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto




... Abbiamo iniziato il 2019, tutti ci scambiamo gli auguri... è molto bello che anche la liturgia ci rivolge parole di augurio ... "ti benedica il Signore e ti custodisca", cosa vuol dire ti benedica? il Signore faccia scendere su di te la sua forza vitale ... Dio ce lo vuole dare sempre il suo respiro, la sua forza vitale, si tratta di accoglierlo ... e lasciarci custodire, accompagnare dal volto di Dio "il Signore faccia risplendere su di te il suo volto", il volto di Dio è un volto creativo ... questo Dio è Trinità, è comunione, se risplende il suo volto, noi, creati ad immagine di Dio nella nostra vita, anche noi saremo capaci di comunione e di relazione ...
"... e ti conceda pace" e ti consenta di vivere in pace, prima di tutto con noi stessi ... 
Lasciamoci guardare, amare, abbracciare da Dio, accogliamo nella nostra esistenza questa forza vitale, questo respiro di Dio nella nostra vita e che lo Spirito Santo che ci fa crescere come figli di Dio ...
Siamo chiamati a generare Dio ogni giorno nella nostra vita ...
Dio si è fatto carne in Gesù nel seno di Maria ... Come Maria ha accolto Gesù, la provvidenza di Dio ... e gli ha dato una carne, anche noi siamo chiamati, come Maria, ad accogliere la benedizione, la forza, il respiro, lo spirito di Dio nella nostra vita e allora ... anche noi cresceremo come figli di Dio, fratelli di Gesù e staremo in questo mondo da figli di Dio e da fratelli tra di noi. Questo è l'augurio che ci fa la liturgia ...

Guarda il video


La buona Italia da non umiliare. Costituzione e «tassa sulla bontà» di Luigino Bruni


La buona Italia da non umiliare.
Costituzione e «tassa sulla bontà»
di Luigino Bruni

Per provare a comprendere un aspetto decisivo del dibattito politico dell’anno che si è appena concluso, occorre guardarlo da un punto di osservazione più alto e più distante dalla bagarre recente; e poi da lì tentare uno sguardo e una valutazione d’insieme. L’incidente del Governo sulla tassazione delle organizzazioni del Terzo settore, non è una questione minore o solo fiscale. La serietà di quella distrazione risalta immediatamente non appena ci domandiamo: come mai i nostri governanti dichiarano di voler aiutare gli italiani poveri, o addirittura di voler sconfiggere la povertà, e poi pensano di complicare la vita a quelle organizzazioni che la povertà vera la combattono e riducono da decenni se non da secoli? Questo (apparente) paradosso si svela se lo collochiamo accanto ad altri interventi e atteggiamenti collegati e coerenti tra di essi – quelli nei confronti delle cooperative e delle Ong (impegnate sulle rotte marine delle migrazioni), o la minaccia di riduzione del finanziamento ai giornali realizzati in cooperativa o da aziende non profit. E scorgiamo subito un tratto comune netto e significativo, che raggiunge anche il modo con cui è stato pensato (finora) il reddito di cittadinanza.

L’Italia e l’Europa hanno risposto alle loro crisi epocali generando, dal basso, realtà associative che curavano le povertà inserendole dentro tessuti sociali e comunitari diversi. Dalle Misericordie nate dalla società toscana nel Duecento, ai Monti di pietà dei Francescani all’alba della modernità, fino al movimento cooperativo, passando per le opere di welfare ante-litteram degli ordini religiosi tra Seicento e Novecento. Il genio italiano ha risposto alle povertà generando società civile organizzata, attivando le persone e i loro i capitali comunitari, relazionali e soprattutto i capitali narrativi (le prime cure di malattie sociali e di emarginazioni iniziavano quando, insieme, eravamo capaci di narrarci altre storie che illuminavano le povertà e spalancavano orizzonti capaci di vedere e aprire un altro cielo).

E lo ha fatto fino a pochi decenni fa, quando siamo stati capaci di rispondere alla crisi dello Stato sociale dando vita a migliaia di cooperative sociali che hanno curato le nostre fragilità mettendo a sistema la vocazione comunitaria del nostro Paese. Ora, nell’età dei social – il cui nome camuffa una radicale deriva individualistica – la politica ha iniziato a pensare di poter servire il Bene comune saltando la mediazione del "civile" per dar vita a un governo dei sondaggi e dei like dei "singoli". Un mondo nuovo, dove però le povertà vere non si vedono, non si capiscono e quindi non si curano. Un grande limite dell’attuale proposta del Reddito di cittadinanza è, infatti, l’assenza della mediazione della società civile. Si vorrebbe eliminare la povertà attivando un rapporto diretto Stato-individuo, mediato soltanto da organismi burocratici statali (i centri per l’impiego). Dimenticando, ancora una volta, che la prima indigenza dei "poveri" è relazionale, è l’assenza di relazioni buone e/o la presenza di relazioni tossiche.

Insieme all’articolo 1 della nostra Costituzione, sta allora entrando profondamente in crisi anche l’articolo 2: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Collegare i diritti inviolabili degli uomini e delle donne alle «formazioni sociali ove si svolge la loro personalità», fu un atto moralmente forte e profetico. L’umanesimo cristiano e laico che generò quella Carta sapeva che senza la mediazione dei corpi intermedi i diritti inviolabili non vengono né riconosciuti né garantiti, perché non c’è uomo più violabile e violato dell’uomo isolato e solo, come l’albero senza bosco quando arrivano le grandi tempeste. 

Dietro l’articolo 2 ci sono, invisibili e realissimi, la Bibbia e tutto il Vangelo, molto pensiero greco e romano, Tommaso d’Aquino, Luigi Sturzo, Luigi Luzzatti, Antonio Gramsci, e la distruzione dei corpi intermedi perpetrata dal fascismo. Accanto a quelle parole c’era anche, scritta con inchiostro simpatico, una visione positiva della persona umana, uno sguardo buono e generoso sull’uomo che vedeva l’individuo capace di fiorire in pienezza solo diventando persona (individuo-in-relazione), quindi dentro famiglie, associazioni, partiti, cooperative, comitati editoriali, comunità spirituali e ideali.

C’era l’etica delle virtù, la pietra miliare dell’antropologia occidentale, che vedeva gli esseri umani prima socievoli poi furbi, prima capaci di cooperare poi di evadere, prima buoni poi cattivi. Quando si inverte questo ordine, torniamo all’antropologia del lupo, alla guerra di tutti contro tutti, alla paura e alla rabbia che diventano il collante di individui non persone; e immediatamente iniziamo a guardare il vicino di casa come un evasore potenziale o effettivo, a vedere chi arriva sull’uscio di casa non come una possibile benedizione ma come una sciagura certa.
La società civile di oggi non è più quella lasciataci in eredità dal Novecento. È ferita, colpita al cuore dalla globalizzazione, dai nuovi mercati e dai loro princìpi utilitaristici, da una politica che l’ha manipolata e consumata senza rigenerarla.

Ma da essa dobbiamo ripartire per immaginare un Paese migliore, iniziando prima a vederla, poi stimarla e quindi curarne le ferite. Potremo – dobbiamo– riaprire i porti, perché ad accogliere non ci saranno soltanto il Governo, individui o la polizia: ieri e oggi la sola buona e sostenibile accoglienza è quella di comunità, di associazioni, chiese, fatte di persone che possono accogliere chi arriva dal mare perché ogni giorno si allenano nell’arte dell’accoglienza di persone in carne e ossa; perché sono esperti di corpi non di messaggi e di tastiere (e nella vita il corpo dice quasi tutto). Dimenticare e violare l’articolo 2 della Costituzione significa, inoltre, negare altri due princìpi cardini dell’Italia e dell’Europa: il principio personalista e quello di sussidiarietà (che deriva dal primo). Se l’individuo matura diventando persona, per salire (o scendere) bene dal singolo allo Stato occorre necessariamente passare per i corpi intermedi che danno vita, sinfonicamente, alla società civile, attraversare le formazioni sociali - perché è in questi passaggi dove impariamo a praticare la democrazia e la pietas, che è fondamento di ogni convivenza umana.

Col nuovo anno l’aumento di tassazione alle organizzazioni non-profit – quella che il presidente Mattarella ha chiamato «tassa sulla bontà» – sarà corretto. Tutti lo vogliamo. Ma non accontentiamoci di questo emendamento alla Manovra 2019. Infine un augurio per l’anno che inizia. La stragrande maggioranza della società è composta di persone perbene. Magari restano silenziose nel loro posto di lavoro, nelle corsie degli ospedali, qualche volta anche nelle carceri. Non sempre frequentano i social perché frequentano altri luoghi umani. Sono spesso deluse e scoraggiate, ma restano - restiamo - persone per bene. Non dimentichiamolo, e non lo dimentichi chi ci rappresenta e ci governa.
(fonte: Avvenire 3 gennaio 2019)


GUARDA IL VIDEO
Estratto del discorso di fine anno 
del Presidente della Repubblica Italiana