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giovedì 5 aprile 2018

«Che la nostra vita sia sempre “fiorita” così, come la Pasqua, con i fiori della speranza, della fede, delle opere buone. Che noi troviamo sempre la forza per questo nell’Eucaristia, nell’unione con Gesù. Buona Pasqua a tutti!» Papa Francesco Udienza Generale 04/04/2018 (foto, testo e video)


UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro
Mercoledì, 4 aprile 2018


La pioggia non ha scoraggiato i fedeli accorsi da ogni parte del mondo per assistere all’udienza generale. Ad accogliere il Papa, arrivato puntuale alle 9.30 con la jeep bianca, ci sono infatti in piazza San Pietro circa 20mila persone, muniti di ombrelli multicolori, cappellini colorati e attrezzatura antipioggia. Ospiti della papamobile, fin dall’inizio dell’udienza, sei bambini vestiti con il saio della prima comunione: tre ragazze dai lunghi capelli e tre ragazzi, che si sono goduti tutto il tragitto della parte preliminare dell’udienza del mercoledì. Tra i tanti striscioni, spiccano quelli dei ragazzi degli oratori provenienti dalla diocesi di Milano e di Bergamo – circa 7mila – e quelli dei ragazzi della professione di fede della diocesi di Cremona, oltre 200. Protagonisti come sempre i bambini, che il Papa ha baciato e accarezzato lungo il percorso tra i vari settori della piazza, assicurandosi che avessero il capo ben coperto per ripararsi dal maltempo. Arrivato nel settore più esterno delimitato dal colonnato, Francesco ha salutato anche i fedeli accorsi lungo le transenne che affacciano su piazza Pio XII, muniti degli immancabili smartphone per le foto e i selfie. A fare da cornice all’udienza di oggi, la prima dopo Pasqua, il sagrato ancora addobbato con i fiori delle celebrazioni dei giorni scorsi, con il giallo a fare da padrone in qualità di colore dominante. Terminato il giro in piazza, il Papa si è congedato dai suoi sei piccoli ospiti facendoli scendere dalla jeep e poi, a piedi, richiamato a gran voce dalla prima fila delle transenne, ha stretto la mano e ha scambiato qualche parola con alcuni ragazzi.

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La Santa Messa - 15. Riti di conclusione

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e buona Pasqua!

Voi vedete che oggi ci sono dei fiori: i fiori dicono gioia, allegria. In certi posti la Pasqua è chiamata anche “Pasqua fiorita”, perché fiorisce il Cristo risorto: è il fiore nuovo; fiorisce la nostra giustificazione; fiorisce la santità della Chiesa. Per questo, tanti fiori: è la nostra gioia. Tutta la settimana noi festeggiamo la Pasqua, tutta la settimana. E per questo ci diamo, una volta in più, tutti noi, l’augurio di “Buona Pasqua”. Diciamo insieme: “Buona Pasqua”, tutti! [rispondono: “Buona Pasqua!”]. 
Vorrei anche che dessimo la Buona Pasqua – perché è stato Vescovo di Roma – all’amato Papa Benedetto, che ci segue per televisione. A Papa Benedetto, tutti diamo la Buona Pasqua: [dicono: “Buona Pasqua!”] E un applauso, forte.


Con questa catechesi concludiamo il ciclo dedicato alla Messa, che è proprio la commemorazione, ma non soltanto come memoria, si vive di nuovo la Passione e la Risurrezione di Gesù. L’ultima volta siamo arrivati fino alla Comunione e l’orazione dopo la Comunione; dopo questa orazione, la Messa si conclude con la benedizione impartita dal sacerdote e il congedo del popolo. Come era iniziata con il segno della croce, nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, è ancora nel nome della Trinità che viene sigillata la Messa, cioè l’azione liturgica.

Tuttavia, sappiamo bene che mentre la Messa finisce, si apre l’impegno della testimonianza cristiana. I cristiani non vanno a Messa per fare un compito settimanale e poi si dimenticano, no. I cristiani vanno a Messa per partecipare alla Passione e Risurrezione del Signore e poi vivere di più come cristiani: si apre l’impegno della testimonianza cristiana. Usciamo dalla chiesa per «andare in pace» a portare la benedizione di Dio nelle attività quotidiane, nelle nostre case, negli ambienti di lavoro, tra le occupazioni della città terrena, “glorificando il Signore con la nostra vita”. Ma se noi usciamo dalla chiesa chiacchierando e dicendo: “guarda questo, guarda quello…”, con la lingua lunga, la Messa non è entrata nel mio cuore. Perché? Perché non sono capace di vivere la testimonianza cristiana. Ogni volta che esco dalla Messa, devo uscire meglio di come sono entrato, con più vita, con più forza, con più voglia di dare testimonianza cristiana. Attraverso l’Eucaristia il Signore Gesù entra in noi, nel nostro cuore e nella nostra carne, affinché possiamo «esprimere nella vita il sacramento ricevuto nella fede» (Messale Romano, Colletta del lunedì nell’Ottava di Pasqua).

Dalla celebrazione alla vita, dunque, consapevoli che la Messa trova compimento nelle scelte concrete di chi si fa coinvolgere in prima persona nei misteri di Cristo. Non dobbiamo dimenticare che celebriamo l’Eucaristia per imparare a diventare uomini e donne eucaristici. Cosa significa questo? Significa lasciare agire Cristo nelle nostre opere: che i suoi pensieri siano i nostri pensieri, i suoi sentimenti i nostri, le sue scelte le nostre scelte. E questo è santità: fare come ha fatto Cristo è santità cristiana. Lo esprime con precisione san Paolo, parlando della propria assimilazione a Gesù, e dice così: «Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,19-20). Questa è la testimonianza cristiana. L’esperienza di Paolo illumina anche noi: nella misura in cui mortifichiamo il nostro egoismo, cioè facciamo morire ciò che si oppone al Vangelo e all’amore di Gesù, si crea dentro di noi un maggiore spazio per la potenza del suo Spirito. I cristiani sono uomini e donne che si lasciano allargare l’anima con la forza dello Spirito Santo, dopo aver ricevuto il Corpo e il Sangue di Cristo. Lasciatevi allargare l’anima! Non queste anime così strette e chiuse, piccole, egoiste, no! Anime larghe, anime grandi, con grandi orizzonti… Lasciatevi allargare l’anima con la forza dello Spirito, dopo aver ricevuto il Corpo e il Sangue di Cristo.

Poiché la presenza reale di Cristo nel Pane consacrato non termina con la Messa, l’Eucaristia viene custodita nel tabernacolo per la Comunione ai malati e per l’adorazione silenziosa del Signore nel Santissimo Sacramento; il culto eucaristico fuori della Messa, sia in forma privata che comunitaria, ci aiuta infatti a rimanere in Cristo.

I frutti della Messa, pertanto, sono destinati a maturare nella vita di ogni giorno. Possiamo dire così, un po’ forzando l’immagine: la Messa è come il chicco, il chicco di grano che poi nella vita ordinaria cresce, cresce e matura nelle opere buone, negli atteggiamenti che ci fanno assomigliare a Gesù. I frutti della Messa, pertanto, sono destinati a maturare nella vita di ogni giorno. In verità, accrescendo la nostra unione a Cristo, l’Eucaristia aggiorna la grazia che lo Spirito ci ha donato nel Battesimo e nella Confermazione, affinché sia credibile la nostra testimonianza cristiana.

Ancora, accendendo nei nostri cuori la carità divina, l’Eucaristia cosa fa? Ci separa dal peccato: «Quanto più partecipiamo alla vita di Cristo e progrediamo nella sua amicizia, tanto più ci è difficile separarci da Lui con il peccato mortale».

Il regolare accostarci al Convito eucaristico rinnova, fortifica e approfondisce il legame con la comunità cristiana a cui apparteniamo, secondo il principio che l’Eucaristia fa la Chiesa, ci unisce tutti.

Infine, partecipare all’Eucaristia impegna nei confronti degli altri, specialmente dei poveri, educandoci a passare dalla carne di Cristo alla carne dei fratelli, in cui egli attende di essere da noi riconosciuto, servito, onorato, amato

Portando il tesoro dell’unione con Cristo in vasi di creta (cfr 2 Cor 4,7), abbiamo continuo bisogno di ritornare al santo altare, fino a quando, in paradiso, gusteremo pienamente la beatitudine del banchetto di nozze dell’Agnello (cfr Ap 19,9).

Ringraziamo il Signore per il cammino di riscoperta della santa Messa che ci ha donato di compiere insieme, e lasciamoci attrarre con fede rinnovata a questo incontro reale con Gesù, morto e risorto per noi, nostro contemporaneo. E che la nostra vita sia sempre “fiorita” così, come la Pasqua, con i fiori della speranza, della fede, delle opere buone. Che noi troviamo sempre la forza per questo nell’Eucaristia, nell’unione con Gesù. Buona Pasqua a tutti!

Guarda il video della catechesi

Saluti:

...

Rivolgo un cordiale benvenuto ai fedeli di lingua italiana.

...

Un pensiero speciale porgo ai giovani, agli anziani, agli ammalati e agli sposi novelli. Cristo ha vinto la morte e ci aiuta ad accogliere le sofferenze come occasione privilegiata di redenzione e di salvezza. Cercate di vivere il messaggio pasquale, testimoniando nei luoghi di vita la pace e la gioia, doni del Risorto.

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"La santità: arrendersi a Dio" - Madre Maria Emmanuel Corradini

"La santità: 
arrendersi a Dio"
Conoscere Dio e imparare ad amare 
è una sola e medesima cosa.
Madre Maria Emmanuel Corradini

Piacenza - 12 marzo 2018,  l'abbadessa benedettina del monastero 
di San Raimondo di Piacenza, è intervenuta al Quaresimale in Cattedrale.
Ecco il testo del suo intervento.


Fratelli, cingendo i fianchi della vostra mente e restando sobri, ponete tutta la vostra speranza in quella grazia che vi sarà data quando Gesù Cristo si manifesterà. Come figli obbedienti, non conformatevi ai desideri di un tempo, quando eravate nell’ignoranza, ma, come il Santo che vi ha chiamati, diventate santi anche voi in tutta la vostra condotta. 
Poiché sta scritto: Sarete santi, perché io sono Santo. (1Pt 1,13-16)

La santità è di coloro che passano dalla disobbedienza del peccato all’obbedienza dell’amore.
E perché la santità è arrendersi a Dio?

Perché è passare dalla resistenza dell’IO, alla resa all’amore di Dio.
LA SANTITA’ è di coloro che lasciano passare la vita di Dio dentro alla propria vita. UNA VITA TRASFIGURATA DALL’AMORE.
Infatti nessuno nasce santo, ma la Grazia operando in un cuore docile lo trasforma ad immagine di Dio. E il cammino da intraprendere, è il cammino della vita che da figli disobbedienti, a causa del peccato, ci plasma sempre più come il Figlio obbediente.

Quando inizia il cammino? Inizia con la vita.
Vivere è un cammino, e pretendere di accedervi per una porta larga, facile, è un’illusione.
La porta, la via, la nostra uscita dal grembo materno per iniziare il cammino della vita umana è stato difficile, per alcuni traumatico fin dall’inizio. Si cerca di attenuare ora tutto questo, ma il rumore, la luce, le voci, il “freddo” che si percepisce uscendo dall’utero materno fanno sì che si emette un grido.. si nasce piangendo.. gridando..
E anche l’anima deve iniziare un cammino, attraversando la porta che si apre con il Battesimo, che ci permette di passare dalla morte alla vita, dalla schiavitù alla libertà, dal servilismo alla figliolanza.

Attraversare la porta che si apre sulla vita, sulla vita in Cristo e per Cristo è un cammino quotidiano, una responsabilità da rinnovare tutti i giorni.
Se vogliamo vivere veramente, e non sopravvivere, se vogliamo veramente andare verso la vita, Gesù ci chiede di sceglierlo. La vita non va da sé.

Vivere veramente non è un meccanismo automatico, istintivo.
E’ decidersi di nascere dall’alto, della croce, cioè dall’amore di Dio.
È quello che Gesù disse a Nicodemo: “In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. ...
Nascere dall’alto, nascere da Dio: è questa la nuova nascita, la vita nuova, che Cristo ci propone e ci domanda di scegliere. 
La nascita è sempre la nascita di un cuore.
E quindi nascere alla vita cristiana e sentire il battito del cuore di Dio in me.

Come scrive Massimo Recalcati:
Anche Dio ha un cuore.
La vita di Gesù, come la nostra, è dipesa dalla scossa insistente del battito del suo cuore....
Chi è innamorato, gioca sempre tutto il proprio cuore.
E l’innamorato per eccellenza è Gesù. Il suo cuore non si è mai risparmiato. Sin da quando appare a Betlemme, il suo cuore è un cuore aperto, un cuore sacro. Anche la sua parola saprà essere piena di cuore. Parola che, di conseguenza, come spiegano bene i padri della Chiesa, non si può intendere se non attraverso il cuore.
Gesù è il figlio che ha un cuore sacro perché il suo cuore trabocca di vita. È il mistero della nascita che ogni volta ci sorprende: se Dio ha un cuore è perché ogni nascita – ogni vita - coincide con l’avventura del cuore, è perché senza cuore la vita è morta.

Capiamo allora che la porta della vita è l’incontro con Gesù Cristo, o meglio è l’incontro con la porta aperta del Suo cuore squarciato per amore che mi immette nella vita divina, nella comunione con il Padre e lo Spirito Santo.
Dove è stato aperto questo cuore? Sulla croce...e perché?
... sulla croce, l’uomo ha aperto il Cuore di Dio, per conoscere i suoi “pensieri”.
Dio ha voluto e desidera renderci partecipi dei suoi pensieri, di ciò che gli sta a cuore.

Lo dice bene il Cardinale Stefan Wyszynski:
La cosa più sconosciuta per l’uomo: il cuore. Così bello, che Dio lo cerca. Così potente, che può resistere all’amore dell’Onnipotente. Così fragile, che più di una debolezza lo piega. Così pazzo, che può distruggere tutta la felicità e ogni ordine. Così fedele, che non riesce a scoraggiarlo neppure una perfida infedeltà. Così ingenuo, che si lascia prendere dalla dolcezza. Così grande, che porta in sé tutte le contraddizioni. E questo, quasi, in ogni uomo, e questo, quasi, in un batter d’occhio... 
Ma l’uomo è cento volte più eccezionale, perché riesce a guidarlo.
E Dio? Solo Lui conosce le strade per arrivare al cuore più nascosto. E per questo sulla croce, l’uomo ha aperto il Cuore di Dio, per conoscere i suoi “pensieri” (Stefan Wyszynski, "Appunti dalla prigione", CSEO, Bologna, 1983).

Ma a noi, interessa entrare in questa intimità con Dio che è la strada verso la santità? 
Cioè passare dall’io al TU?

I santi, sono fratelli, sorelle, uomini, donne, che non solo interessa stare con Dio, ma lo sentono necessario per la loro vita. Pregare, rimanere in silenzio alla sua presenza e sentirne il calore, il battito del cuore come Giovanni. E’ l’esperienza mistica che noi crediamo accessibile solo ai santi ai mistici.. invece è esperienza per tutti.

Sentite come si rivolgeva Madre Teresa di Calcutta alle sue suore:
“Mi preoccupa il pensiero che alcune di voi ancora non abbiano incontrato Gesù a tu per tu, da solo a sola. Potete passare anche del tempo in cappella, ma avete mai visto con gli occhi dell’anima l’amore con cui Egli vi guarda?
Conoscete davvero il Gesù vivo: non dai libri, ma stando con lui nel vostro cuore? Avete mai udito le parole d’amore che egli vi rivolge?... non abbandonate mai questo contatto intimo e quotidiano con Gesù come persona viva e reale e non come una pura idea.
Come potremmo passare un solo giorno senza sentirci dire da Gesù: ti amo.
È impossibile. La nostra anima ne ha bisogno tanto quanto il nostro corpo ha bisogno di respirare. Altrimenti la preghiera muore e la meditazione degenera in riflessione. Gesù vuole che ognuno di noi lo ascolti e gli parli nel silenzio del cuore. Vigilate su tutto ciò che potrebbe impedire questo contatto personale con Gesù vivo”. (lettera che Madre Teresa scrisse a tutta la famiglia delle Missionarie della Carità da Varanasi durante la Settimana Santa del 1993 – 25 marzo)

Il problema della nostra vita come cristiani purtroppo è il NON DESIDERARE L’INTIMITA’ CON DIO, LA SUA CONOSCENZA, LA FAMILIARITA’ CON LUI, FARE IL CAMMINO DELLA VITA IN SUA COMPAGNIA. Preferiamo rimanere nell’ignoranza.
Preferiamo un cristianesimo a nostra misura, un fai da te della vita spirituale, oppure PREFERIAMO PERMANERE IN UNA SOTTILE DISTRAZIONE da Cristo, UNO SCOLLAMENTO DA LUI che diventa distrazione nei confronti di tutto..

Invece Dio, è accessibile a tutti, a tutti coloro che lo lasciano entrare e si lasciano incontrare dal suo sguardo iniziando così un vivere in comunione con Lui.
In questo modo allora la vita diventa vera, e vera perché salvata dalla Sua presenza.
I santi si sentono prima di tutto degli uomini e donne salvate, salvate e rialzate dalla loro debolezza e dal peccato(come la Maddalena, Matteo il pubblicano) figli del loro tempo. E così oggi uomini e donne del nostro tempo. Che tutti i giorni iniziano affidandosi alla Grazia....cadono e si rialzano.

“Ci sono tanti santi anonimi avvolti dal manto del silenzio, i santi delle nostre famiglie. Non c’è nessuno di noi che non abbia dei santi nella sua genealogia, che lo sappia o no. Non sono forse io il figlio delle loro lacrime, della loro preghiera, del loro amore?
La grazia che ricevo oggi non è forse in risposta all’amore di una donna sconosciuta, che recita il suo rosario alla sera di un lungo giorno di lavoro nei campi. E quanti santi miserabili, sì, perché oggi è tempo di grande miseria, ma tempo anche della grande misericordia. 
Un santo sarà sempre meno un modello di perfezione, e sempre più figlio del perdono. 
La bellezza di un santo non è quella di un indossatore, ma quella di un volto ferito. Santità misurabile dalla vulnerabilità. Più un essere è ferito dalla vita, più è amato da Dio. Più è rifiutato dagli uomini, più è protetto da Dio, tanto più ferito quanto più amato, quanto più santo.”

La santità è questa, a nostra misura, a nostra portata, è il volto di Cristo riflesso a sua immagine sugli amici di Dio, e forse anche, lo spero, sul nostro volto.

La vita veramente viva, non è quella che si perde nello sballo, che va verso la perdizione, cioè una vita che non sa dove va, che non sa con chi andare, ma la vita che si lascia salvare dal Signore.

La PREFERENZA di Lui, come cammino di vita in pienezza, è quella porta che ci è chiesto di scegliere.
Riconoscere questo chiede alla nostra libertà di preferirlo, di non passare per altre porte di sicurezza e altre vie, anche se ci illudono di essere più facili e allettanti non portano alla vita.
Questa scelta della vita, pochi la scelgono veramente, cioè non significa che pochi possono farla, ma che trattandosi della preferenza di Lui, del Signore e quindi preferenza d’amore, e di pochi.... Perchè è di pochi perché bisogna rispondere alla domanda che Gesù rivolge a Pietro e da quel giorno a ciascuno di noi.
MI AMI TU?
Possiamo rispondere come Pietro.. o fuggire.. o non sentire.. o accogliere e lasciare che il Suo amore invada il cuore e permettono all’Amore di Dio di trasfigurare la loro vita quotidiana.

“Qual è la cosa allora più importante perché la vita sia vera?” ... 
“La cosa più importante di tutto nella vita dell’uomo è che CI SIA L’AMORE, non può mancare l’amore, ma se Dio è Amore allora la cosa più importante che non può mancare è Dio perché Lui è la fonte la sorgente dell’amore”.

Se non c’è Lui nella tua vita, tutto il resto non quadra. ... Dove non c’è più Dio, tutto il resto diventa torbido e vuoto.
E questo non lo si nota subito.
Anche se non appare immediatamente così evidente e altre cose sembrano più impellenti, notiamo che, se nella nostra vita non c’è Dio, se io non l’ho trovato e non sto nel giusto rapporto con lui, allora nient’altro può essere a posto.

Per questo sono necessari uomini e donne che siano “figli santi” che ci parlano di Dio, che portano Dio dentro la nostra vita.
Uomini e donne che si sentono figli di un Padre BUONO, MISERICORDIOSO e ce lo indicano.
Ed è questo il patrimonio che abbiamo sottratto alle nostre generazioni.
Non abbiamo più indicato il Signore come necessità per vivere la vita.
Abbiamo messo fuori il Signore, abbiamo permesso agli uomini di cultura, di scienza, di arte, di tacere o ignorare Dio, ma la nostra civiltà si è terribilmente impoverita.
 Quando si nega Dio, si nega l’uomo.
Se Dio esce dalla nostra vita, non riusciamo neanche più ad amare veramente. L’altro, il vicino, il fratello diventa pericoloso, inquietante, estraneo. Non riusciamo neanche più ad amare la nostra stessa vita, visto che spesso ci gioca brutti scherzi.

Chi invece fa scoprire all’altro la presenza di Dio, la paternità di Dio, gli dona la chiave per aprire la porta della vita.

Chi ha il coraggio di dire e indicare questo è in cammino verso la santità perchè ha compreso che nella vita prima di tutto non può mancare Dio.
 “Senza di me non potete fare nulla”.
E’ arrendersi al Tu di Dio come amore.
Questa è la vera eredità e sapienza che dobbiamo trasmettere.

Ascoltate cosa ha scritto al compimento di un anno, al figlio Francesco, Chiara Corbella mamma malata terminale di 28 anni 15 giorni prima di morire.
«Lo scopo della nostra vita è amare ed essere sempre pronti ad imparare ad amare gli altri come solo Dio può insegnarti. [...] Qualsiasi cosa farai avrà senso solo se la vedrai in funzione della vita eterna. Se starai amando veramente te ne accorgerai dal fatto che nulla ti appartiene veramente perché tutto è un dono. [...] Ci siamo sposati senza niente mettendo però sempre Dio al primo posto e credendo all’amore che ci chiedeva questo grande passo. Non siamo mai rimasti delusi. "Siamo nati un giorno, e non moriremo mai più. Qualsiasi cosa tu faccia nella vita, non scoraggiarti mai, figlio mio: se Dio ti toglie qualcosa, è per darti di più. È bello poter disporre di esempi di vita che ti ricordano che possiamo raggiungere il massimo della gioia già qui, su questa Terra, lasciando Dio guidarci. L'amore è la sola cosa che conta. Lo scopo della nostra vita in terra è il paradiso, e dare la vita per amore è qualcosa di così bello. Me ne vado in cielo a occuparmi di Maria e Davide; tu resta con babbo. Da lassù, pregherò per voi. Francesco, il Signore t'ha voluto da sempre e ti mostrerà il cammino da seguire se gli apri il cuore. Sappiamo che sei speciale e che hai una missione grande, il Signore ti ha voluto da sempre e ti mostrerà la strada da seguire se gli aprirai il cuore... Fidati, ne vale la pena!». Chiara, tua mamma".

Conoscere Dio e imparare ad amare è una sola e medesima cosa.

Noi dobbiamo imparare l’arte dell’amore.
L’amore non consiste solo nel primo grande momento di trasporto.

Però l’amore, il Vangelo, non è acqua zuccherata, non è comodo, ma è una grande sfida, e dunque purificazione, trasformazione e guarigione della nostra vita che ci introduce a ciò che è grande.
E’ lasciarsi ferire dall’altrui libertà, fare spazio all’altro perché l’altro viva in te. L’amore consiste proprio nella pazienza del reciproco accettarsi, nel reciproco avvicinarsi sempre più dal profondo.
Consiste nella fedeltà del sopportarsi, consiste nel camminare insieme, consiste nel sacrificio di se perché l’altro è più importante di me.
Nell’obbedirsi che è un precedere l’altro nel suo bisogno fisico, spirituale o materiale che sia.
L’amore, è l’umiltà che ci fa riconoscere l’altro come necessario alla mia vita, l’altro come mistero.
Insegnare e imparare l’amore. Questo è l’autentico compito di chi parla di Dio.
E questo è ciò di cui ha più abbiamo l’uomo di oggi.
Divenire credibili perchè capaci di amare, figli santi perché peccatori perdonati, rialzati dopo l’ennesima caduta.

Da chi imparare l’amore? Dalla fonte. Da Dio stesso.
Nel Vangelo di Giovanni si dice: 
“Dio è amore. Come il Padre ha amato me così anch’io ho amato voi”.... Gv 15,9
“Il “come” del Padre verso Gesù, il come del Figlio si è sentito amato dal Padre, diventa per noi esperienza.
Gesù è Amore ardente, irradiante, che non può non condividere tutto ciò che ha. E tutto ciò che Dio ha, è ciò che Dio è.
Per donare tutto, Dio deve donarsi tutto. Per questo Gesù non potrebbe accontentarsi di trasmettere ai discepoli una dottrina, o il potere di compiere opere straordinarie. Solo l’esperienza dell’amore che lo unisce al Padre, cioè il dono dello Spirito, è l’eredità vera.
Noi siamo oggetto dell’amore di Dio che ha preferito noi alla salvezza del Figlio.
E Gesù non poteva dire no perché Lui ci ama più di tutto.

Un cristiano, allora non può mai essere soltanto uno che parla, mai soltanto lo specialista di una determinata teoria o di una legge... ma è uno che si lascia prendere dal Signore, che muoia in Lui cosi chè, attraverso la sua persona, il Signore possa arrivare agli uomini. ...

Noi abbiamo paura di consegnare la nostra vita al Signore, Essere presi da Lui, affinchè attraverso di me Egli sia presente. ... lo sprofondare del mio “io” in lui.

“Privami di me stesso e donami a Te” (C. de Foucald)...
ma se non è così come posso nascere vocazioni, o meglio come può nascere il gusto della vita come dono, se in noi non c’è questa passione d’amore per Cristo.

Questo, lasciare scomparire il proprio io in Lui, oggi non solo è difficilissimo da attuare ma ancor più da pensare come forma mentis e da perseguire perché in noi c’è sempre il desiderio di riprenderci il nostro spazio, la nostra vita.
Ma Lo dice bene A. Von Speyr. : "La santità non consiste nel fatto che l'uomo dà tutto, ma nel fatto che il Signore prende tutto".
Eppure è il trampolino di lancio per una vita veramente libera e donata.
Come contrasta questa vita libera e donata con la cultura che respiriamo oggi. Infatti un segno caratteristico del nostro tempo è il fatto che si estende sempre di più la cosiddetta vita da single. Cresce e diventa sempre più imponente la percentuale di coloro che non si legano in una relazione durevole, ma sono, appunto, solo dei singoli “io”, dediti unicamente alla propria esistenza.
Ed esiste una specie di paura quasi traumatica di fronte alla fecondità, perché l’altro potrebbe toglierci il posto, perché sentiamo minacciata la parte della nostra esistenza, e questo anche nella Chiesa.
E questo ripiegamento sul voler essere soltanto “io”, in ultima analisi, è paura della morte, paura di perdere la vita, paura di perdere quello che siamo e abbiamo.
Ma l’uomo può trovare se stesso sempre soltanto nella relazione, nell’uscire da sé, nel donarsi.
... e questo significa non trovarsi nel luogo di mia proprietà, nel luogo autonomamente cercato del mio “io”, ma essere là dove è Lui. ... essere là dove è Lui ...essere nel mistero della Croce e della Risurrezione.

Gesù attende ai miei piedi il mio sì, mi onora così, facendomi partecipe del suo servizio.
I santi hanno compreso che la loro unica vera forza era essere presi dentro a questo gesto d’incomparabile amore.
Tale esperienza è però proposta a tutti, a ogni uomo o donna che si fida di Dio, dell’amore di Dio, che non scappa davanti alla croce ma comprende che la croce è il modo con cui Gesù chiede al suo amato(che siamo noi), di lasciarsi amare, perché l’amore dona tutto di sé, compreso il proprio corpo e il proprio sangue.
Ecco perché si può morire perdonando, come sr Leonella, P. Massimiliano Kolbe.. e tutti i martiri del nostro tempo. Ecco perché si può morire per Gesù e il Vangelo, perché uno ha “conosciuto” questo amore di Dio per sé e espropriato del proprio io si rimette tutto a Dio.
La croce allora non è auto-esaltazione del dolore da parte di Dio, o l’imposizione di un giogo pesante all’uomo, ma può divenire con Cristo che si affianca a te la possibilità di una comunione profonda. Addirittura una Grazia.
Prendere la propria croce è un “perdersi nelle mani del Signore”, fissarsi su quell’amore di Dio per me.
Eppure essere in croce è ciò che Dio, nel suo amore, deve all’uomo che è in croce. Perché l’amore conosce molti doveri, ma il primo di questi è di essere con l’amato, unito, stretto, incollato a lui, per poi trascinarlo fuori con sé nel mattino di Pasqua. Qualsiasi altro gesto ci avrebbe confermato in una falsa idea di Dio.
Solo la croce toglie ogni dubbio. La croce è l’abisso dove Dio diviene l’amante.
Noi abbiamo paura della Croce. Cioè abbiamo paura dell’amore.. che ci prenda tutto.

Invece Cristian Lebreton potrà scrivere e affermare con il dono della sua vita:
... "la croce di Gesù rappresenta il BACIO di Dio".

Stoltezza? Pazzia? O profezia?
Così afferma S. Agostino:
“La radice del disorientamento attuale non sta tanto nella forza dell’errore, quanto nella debolezza di quelli che dovrebbero testimoniare la verità”.

Com’è vero anche oggi tutto questo. Quanta debolezza nella nostra fede
Essere cristiani essere figli santi è allora accogliere la salvezza di Dio nella nostra vita che si fa esperienza d’amore. Non saltare la Croce ma attraversarla abbracciarla perché la croce è la carne di Dio. E Dio risorge.

Oggi, più che mai abbiamo bisogno di profeti non di sventura, ma di speranza nella vita, gioia della Salvezza che è una gioia offerta a tutti, e che non richiede altra qualità o capacità che quella di riconoscerci peccatori salvati dalla misericordia di Dio.
Uomini e donne che custodiscono e vivono una vita interiore di famigliarità con Dio, che pregano, che lasciano illuminare la coscienza dalla Parola, che fanno del loro servizio un Opus Dei, un opera di Dio. Che con compasione si chinano sui fratelli in cammino e ne condividono la sorte.
Ecco la grande profezia che tutti possono esprimere oggi è la gioia dell’appartenenza, non sono un burattino.. ma figlio amato, figlio del perdono, della fraternità, figlio in cammino verso la salvezza.

“Perdono... perdono... perdono” queste le ultime parole di suor Leonella. Sono parole che non si improvvisano.
Tre volte come affermazione di una realtà che e scritta nel cuore.
Non solo come una pia parola, che esce sulle labbra.
Quando uno muore ha solo sulle labbra quello che conta, quello che vale.. Ecco sulle labbra di sr Leonella emerge Gesù, che ha trasmesso a lei, i suoi sentimenti. .. e che ora nel suo corpo e nella sua anima si scindono e divengono un tutt’uno.
Ecco perché sr Leonella, S. Franca, P. Massimiliano Kolbe e tutti i santi ...sono profeti forti e umili del loro tempo e per il popolo loro affidato perché leggono la storia con gli occhi della fede con gli occhi che guardano dalla fessura del cuore di Cristo che pertanto vedono una storia abitata dalla misericordia di Dio che vince sul male. Dio ha l’ultima parola.. ed è una parola di salvezza di perdono.

È questa profezia di un Presenza che è misericordia quello di cui il mondo ha bisogno.

Il mondo ha bisogno di essere trasfigurato dalla misericordia e dalla luce di Dio, da quella dei santi e da nostra condizione di figli arresi all’Amore.
Si, anche noi possiamo avere una vita trasfigurata dall’amore di Cristo per gli uomini di oggi se noi viviamo nella luce di Dio.

... E come dice don Primo Mazzolari:
C’è in ognuno di noi una trasfigurazione incancellabile: qualcosa di divino che viene fuori senza di noi e con noi..anche quando siamo cattivi.
Il mistero della trasfigurazione non è finito. Ovunque una povera creatura riesce a far emergere dal proprio fondo tenebroso un desiderio o un pensiero di bontà: ovunque qualche cosa di generoso si svincola dal nostro egoismo e si piega su una miseria altrui, ivi s’innalza il monte della trasfigurazione.
Forse non c’è mai stata tanta bellezza sul monte sfatto della nostra umanità.
..vi dicono che i monti non hanno più vette, che non ci sono giornate luminose in questa lunga passione della storia. Non ci credete, c’è luce anche oggi; ci sono anime che ascendono anche oggi: umili volti di mamme che splendono come il sole....
Ai piedi del Tabor c’è una turba di malati, di sofferenti, di affamati, di schiavi che attendono liberazione...scendiamo.. le tende del Signore si piantono nel cuore dell’umanità.

I santi camminano con noi e in mezzo a noi. Siamo figli di santi.
Come figli di santi avanziamo con loro nel bene. Avanziamo nella fede, nella bontà e nel coraggio di non deviare né di fermarci, ma di mantenere lo sguardo d’amore e di fede a Lui. Tenere lo sguardo di fronte a Lui come il centurione per poter dire “Davvero costui è il figlio di Dio”.
Finalmente figli che si sono arresi all’Amore e perciò santi, qui e ora.

(Fonte: Diocesi di Piacenza)

mercoledì 4 aprile 2018

Martin Luther King raccontato dai figli


I figli di Martin Luther King: 
"Nostro padre? 
Lo ricordano solo per 'I Have A Dream',
 ma lui non era un sognatore. 
Era un rivoluzionario"



"Per trent'anni l'ho rifiutato, ho resistito ai suoi insegnamenti. Dovevo prima riflettere su me stessa e capire chi ero io. Non volevo essere una mini-Martin Luther King junior sol perché era andata così o così fosse giusto fare. Le sue battaglie volevo sentirle mie, interiorizzarle. Fino a quel momento ho deciso di non adottare niente di lui". Quando il 4 aprile 1968 Martin Luther King fu assassinato a Memphis, nel Tennessee, dove si era recato per dare il proprio supporto a uno sciopero di netturbini, Bernice, la figlia più piccola, aveva appena cinque anni. Da allora, lei, la sorella Yolanda (morta nel 2007) e gli altri due fratelli sono dovuti crescere nell'ombra ingombrante di un padre andato via troppo presto lasciando un'eredità pesante. Ognuno ha preso la sua strada, guidando l'associazione Martin Luther King, Jr. Center for Nonviolent Social Change, attiva su più fronti nel sociale, dal dibattito sul controllo delle armi alla sfida climatica, dai diritti allo studio della retorica trumpiana. Bernice King ha raccontato al Time che ha iniziato a studiare il lascito di suo padre tardi, alla ricerca di ispirazione per dipanare i problemi che affliggono oggi il Paese. "Uno dei suoi maggiori insegnamenti è stato quello della non violenza, uno stile di vita da abbracciare", che oggi porta nelle scuole. 

Per suo fratello Martin Luther King III, oggi attivista per i diritti umani e per i diritti civili, il padre era anche altro. "Hanno voluto concentrare il discorso di mio padre sull" "I Have A Dream", facendolo passare solo per un sognatore, ma lui era un radicale, un rivoluzionario. Combatteva contro le disparità salariali, per un'equa distribuzione del reddito", ricorda il figlio maggiore che invita a non "sbiancare" il messaggio politico del reverendo e punta i riflettori su quelli che King definiva "i tre mali della società", povertà, razzismo e spese per gli armamenti, intimamente connessi ."Milioni di americani si stanno accorgendo che stiamo combattendo una guerra immorale che costa quasi 30 miliardi di dollari l'anno - gridava Martin Luther King - che perpetuiamo il razzismo, che accettiamo di avere in casa 40 milioni di poveri in un periodo di sovrabbondante ricchezza materiale". "Sono state queste idee ad ucciderlo, non il fatto che dicesse che i neri dovevano salire sull'autobus dalla porta anteriore insieme agli altri o che dovessero mangiare dove volessero".

Militanza, fatti, non utopie. "L'istinto a rileggere Martin Luther King attraverso le lenti della non violenza e del sogno rischia di adombrare i messaggi politici più radicali negli ultimi comizi", osserva Wornie Reed, alla guida del Race and and Social Policy Center at Virginia Tech. "E di sottovalutare altri aspetti. King era pronto a rinunciare alla sua stessa vita per i poveri". E infatti nel 1966 si era trasferito in uno slum degradato, ai margini della città, per accendere i riflettori sul problema della povertà, e prima che un colpo di fucile alla testa lo uccidesse in quell'albergo di Memphis stava organizzando la "Campagna per i poveri", la marcia su Washington: voleva portare tremila famiglie indigenti nella capitale per un sit in permanente fino a quando il Congresso non avesse approvato una legge contro la povertà. Un accampamento a oltranza, una baraccopoli da mettere sotto gli occhi dell'America riluttante.


(fonte: Huff Post)

Martin Luther King, figlia: 
“Nostra madre ci disse di non odiare l’assassino”


“Avevo solo 5 anni, quando arrivò la notizia dell’assassinio stavo dormendo. Mia sorella Jolanda e mio fratello Martin invece la sentirono alla televisione. Jolanda chiese a mia madre: ‘Devo odiare la persona che ha ucciso mio padre?’. E lei rispose subito ‘no’”. Così Bernice Albertine King, figlia minore di Martin Luther King, in un’intervista di Pierluigi Vito per il Tg2000, il telegiornale di Tv2000, in occasione dei 50 anni dall’assassinio del padre a Memphis ha ricordato quei tragici momenti vissuti dalla famiglia il 4 aprile 1968. “Il giorno dopo, il 5 aprile, - ha proseguito Bernice - mia madre andò a prendere il corpo di mio padre a Memphis. E lei, tornando ad Atlanta, si rese conto sull’aereo (dove ci aveva portato con sé) che a me non aveva ancora detto niente. Allora mi prese da una parte e mi disse: ‘Tuo papà è andato a vivere con Dio e non potrà più parlare con te’”. “Quando avevo sedici anni – ha aggiunto Bernice - guardando il documentario ‘Montgomery to Memphis’ davanti alle immagini del funerale di mio padre cominciai a piangere per la prima volta. E piansi per due ore. Mi resi conto davvero di cosa mio padre aveva provato a fare. Credo che quello sia stato il mio primo vero momento di consapevolezza”. “La nostra famiglia – ha sottolineato Bernice - è stata chiamata alla lotta per la libertà. Mio padre, chiaramente, nel ruolo di pastore e di profeta. Ogni cosa che lui ha fatto era radicata in questo: ogni sermone pronunciato, ogni messaggio lanciato, tutto era fondato sulla Bibbia. Anche se utilizzava testi liberali, lo spirito di ogni suo messaggio veniva dalla sua fede cristiana. Era molto religioso, pregava tanto. Nostra madre ha instillato in noi figli il valore della fede, della preghiera, della dedizione a Cristo”. “Sento che ogni lavoro che faccio – ha concluso Bernice - è una chiamata di Dio. Credo che mio padre questo lo comprendesse molto bene. Per questo quando la sua fede divenne motivo di contrapposizione lui riuscì ad essere il più coraggioso. Perché sentiva che Dio era con lui e per lui. E anche quando nessuno lo capiva lui voleva essere sicuro che ciò che faceva fosse coerente con la volontà di Dio. Lo stesso accadeva per mia madre. E lo stesso vale per me”.

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Servizio del Tg2000

Il Triduo Pasquale nella Chiesa del Carmine di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)


Il Triduo Pasquale nella Chiesa del Carmine 
di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)




 Giovedì Santo 
29/03/2018

Omelia di p. Aurelio Antista

... Quando ci accostiamo all'Eucaristia diciamo che facciamo la Comunione, è proprio vero, facciamo comunione con il Signore cioè diventiamo una sola cosa con Lui e Lui con noi, diventiamo il suo corpo... Lui il capo, noi le sue membra... una sola realtà, una sola vita ...
Tutta la vita di Gesù è sintetizzata in questo amore: "avendo amato - li amò", la sua vita non è altro che un amore donato ed il gesto che Lui compie ci dice anche lo stile del suo amore, uno stile di servizio ... La sua vita spesa per amore e un amore che si fa servizio in tutte le sue espressioni; e questa è la consegna che Gesù fa alla sua Chiesa di ogni tempo, di ogni generazione: "come ho fatto io, così anche voi" ...

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 Venerdì Santo 
30/03/2018



 Veglia Pasquale 
31/03/2018



Omelia di p. Alberto Neglia

... Abbiamo simbolicamente rappresentato la risurrezione di Gesù attraverso il simbolo della luce e del fuoco, la luce che rischiara la notte... e consente di camminare in questo mondo senza paura, e il fuoco riscalda ... Quello che noi abbiamo celebrato in questi giorni della Settimana Santa, nel Triduo Pasquale, il mistero della passione di Gesù è Dio che si è fatto umano e fratello nostro ha vissuto fino in fondo l'avventura umana per dare un respiro nuovo a tutta l'umanità... ha sfidato la morte per amore, non cercava la morte Gesù, cercava di dare dignità ad ogni uomo... Gesù risorto apre un cammino ad ognuno di noi ... l'evento pasquale è un evento che ci tocca profondamente, che coinvolge anche noi ... a vivere da risorti. Cosa vuol dire vivere da risorti? prima di tutto uscire dall'indifferenza e diventare responsabili della nostra storia. ...

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 Domenica di Pasqua 
01/04/2018



Omelia di p. Aurelio Antista


"Il Signore è veramente risorto, Alleluia!" Questo è l'annuncio risuonato in tutte le chiese del mondo ... nella Veglia Pasquale ... Il Signore è risorto, è l'evento della sua resurrezione, della sua vittoria sulla morte, su ogni forma di violenza, su ogni odio, è il giorno creato dal Signore, è il giorno nuovo, il giorno della speranza, è il giorno in cui abbiamo speranza che il mondo possa cambiare, la nostra vita possa cambiare ...
In questo giorno della Resurrezione siamo chiamati anche noi a risorgere, ad alzare lo sguardo dalle miserie di ogni giorno, dalle tensioni quotidiane ... alzare lo sguardo e assumere uno stile di vita altro, quello del Signore Gesù, lo stile di ascolto, di accoglienza e di vita spezzata e donata per amore.

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50 anni senza Martin Luther King

4 aprile 1968. 
Paolo VI, Francesco e Martin Luther King:
un legame nel segno della pace

Papa Francesco e Martin Luther King, «due persone che hanno portato all'attenzione universale una nuova visione del mondo». A tre giorni dalla morte del reverendo battista anche Paolo VI lo ricordò


(Archivio Ansa)

Papa Francesco e Martin Luther King, «due persone che hanno portato all'attenzione universale una nuova visione del mondo». Ad evidenziare il legame tra papa Francesco e il pastore afroamericano premio Nobel per la pace è stato monsignor Ivan Jurkovič, osservatore permanente della Santa Sede all’Ufficio Onu di Ginevra.

In un'intervista a Vatican News, in occasione del cinquantesimo anniversario della morte del leader del movimento nonviolento per i diritti civili degli afroamericani in America, avvenuta il 4 aprile 1968 a Memphis, nel Tennessee, mentre il pastore battista era impegnato in una campagna per i lavoratori afroamericani, impiegati nei servizi igienico-sanitari, sottopagati e sfruttati, monsignor Jurkovič ne ha ricordato l’eredità e la figura. "Indubbiamente si tratta di un personaggio monumentale nella storia della difesa dei diritti dell’uomo», dice, «si potrebbe dire che con lui c'è l'inizio di un'epoca nuova accompagnato anche da uno sviluppo generale della società, della democrazia".

A cinquant'anni dalla morte di Martin Luther King, ci si prepara a onorarne il ricordo con manifestazioni e commemorazioni in tutto il mondo. Martin Luther King Jr. resta oggi uno dei protagonisti del ventesimo secolo. Pastore battista, King giocò un ruolo fondamentale nella storia del movimento per i diritti civili nonché nella conquista dell'uguaglianza dinanzi alla legge
da parte della comunità afroamericana con la fine della segregazione. Lo stesso papa Francesco - che meno di un mese fa aveva ricevuto in udienza privata la figlia minore Bernice Albertine King, anche lei impegnata per la non-violenza e contro ogni discriminazione - aveva richiamato la figura di Martin Luther King nel monumentale discorso al Congresso degli Stati Uniti, il 24 settembre 2015, elencandolo tra i «grandi americani», insieme ad Abraham Lincoln, Dorothy Day e Thomas Merton, e affermando che il suo «sogno» continua ad ispirarci.

Nel video il Papa con la figlia Martin Luther King: "Leader e autorità morale. Abbiamo bisogno di lui"


Quando Paolo VI e Martin Luther King s'incontrarono nel nome della pace

La sera di venerdì 18 settembre 1964 nei locali dei Palazzi Apostolici in Vaticano Paolo VI incontrò Martin Luther King. Di questo evento rimangono qualche immagine e poche parole che descrivono quel memorabile incontro che non fu la sola occasione che unì papa Paolo VI e al pastore protestante venuto dagli Stati Uniti per incontrarlo: tre giorni dopo l’assassinio di Martin Luther King – avvenuto il 4 aprile 1968 – nel giorno della Domenica delle Palme papa Montini lo ricordò all’Angelus con queste parole:

"La Nostra speranza cresce altresì vedendo che da ogni parte responsabile e dal cuore del popolo sano cresce il desiderio e l’impegno di trarre dall'iniqua morte di Martin Luther King un effettivo superamento delle lotte razziali e di stabilire leggi e metodi di convivenza più conformi alla civiltà moderna e alla fratellanza cristiana. Piangendo, sperando, Noi pregheremo affinché così sia".

L'appello dei vescovi Usa a 50 anni dalla morte di Martin Luther King

Nel suo discorso finale, la sera prima di essere assassinato da un colpo di fucile di precisione mentre si affacciava dal balcone del Lorraine Motel, Martin Luther King aveva fatto esplicito riferimento alle numerose minacce contro di lui e aveva chiarito che avrebbe amato una lunga vita, ma più importante di tutto, per lui, era fare semplicemente la volontà di Dio.

La Conferenza episcopale statunitense considera la vita di Luther King un esempio e un’ispirazione proprio per quel principio di resistenza non violenta che ha animato sempre la sua esistenza e le sue battaglie anche di fronte alle minacce, al ridicolo di cui veniva coperto, all'acquiescenza del potere.
"La nostra fede ci spinge ad essere coraggiosi, a rischiare qualcosa di noi stessi, nel difendere la dignità del prossimo che è fatto a immagine di Dio – proseguono i vescovi americani – papa Francesco ci ricorda spesso che non dobbiamo sederci in disparte di fronte al grande male o al bisogno estremo, anche quando il pericolo ci circonda". Onorare al meglio Martin Luther King e preservare la sua eredità si traduce, quindi, "nell'approfondire il nostro impegno a seguire la volontà di Dio, ovunque essa porti quando si lavora per la promozione della giustizia".
(fonte: Avvenire)

Martin Luther King 50 anni dopo:
il sogno, l’uomo, ciò che resta

Foto AP-LaPresse - Tutti i diritti riservati

Cinquant’anni fa veniva assassinato Martin Luther King. Era il 4 aprile del 1968 quando l’icona della lotta pacifica per i diritti civili dei neri americani moriva dopo essere stato raggiunto da un proiettile sul balcone di un motel di Memphis, in Tennessee, quando aveva 39 anni. Ma MLK, questa la sigla delle iniziali del suo nome con il quale viene indicato, non è sempre stato l’eroe di oggi, commemorato negli Usa con una festività a lui dedicata il terzo lunedì di gennaio e scolpito nella pietra di una statua monumentale al centro di Washington. È stato invece anche una figura controversa, solo che il suo ricordo è stato “fissato nel tempo non come l’uomo che era nel 1968, ma come quello dell’agosto del 1963, quello del discorso ‘I have a dream'”, spiega David Farber, professore di storia all’università del Kansas.

L’OPPOSIZIONE ALLA GUERRA IN VIETNAM. 
“È facile per gli americani dimenticare quanto King sia stata in realtà una figura polarizzante negli anni ’60”, afferma Farber, ricordando che “era diventato una figura davvero radicale negli Stati Uniti, un dichiarato oppositore della politica estera americana, che chiedeva che la giustizia si estendesse non solo agli afro-americani ma anche a tutti gli americani poveri”. Un momento cruciale giunse ad aprile del 1967, quando King pronunciò un discorso a New York contro la guerra in Vietnam, dove oltre 11mila soldati Usa morivano ogni anno. “King scatenò l’ira dell’intero movimento per i diritti civili e del governo, oltre che di gran parte della struttura politica, quando si dichiarò contro la guerra in Vietnam”, ricorda il direttore del Centro per gli studi urbani dell’università di Buffalo, Henry Louis Taylor Jr. L’opposizione alla guerra era allora considerata una “frangia” e il sentimento contrario alla guerra “non era così ampiamente diffuso”, dice ancora David Garrow, autore di ‘Bearing the Cross: Martin Luther King Jr., and the Southern Christian Leadership Conference’.

DAL SOGNO ALL’INCUBO DEGLI ULTIMI ANNI DI VITA. 
Al momento del suo omicidio da parte di James Earl Ray, bianco con tendenze razziste, Martin Luther King viveva da anni sotto la costante sorveglianza dell’Fbi, che lo aveva soprannominato l’uomo “più pericoloso” d’America. Nella sua incrollabile difesa della non violenza come modo per arrivare al cambiamento, King affrontava la sfida di una generazione di attivisti neri più giovane e impaziente. “Negli ultimi 12 mesi di vita, King era così esausto, così pessimista sul futuro, così depresso”, sottolinea Garrow. “Una decina o più di volte nei suoi ultimi due anni disse: ‘Il sogno che avevo a Washington nel 1963 è diventato un incubo'”.

LA STRADA ANCORA DA PERCORRERE. 
Cinquant’anni dopo la sua morte, la visione di uguaglianza razziale che King aveva enunciato sui gradini del Lincoln Memorial resta inafferrabile. Jason Sokol, professore di storia all’università del New Hampshire, evidenzia che negli anni ci sono stati dei progressi per gli afro-americani, culminati nel 2008 con l’elezione di Barack Obama, primo presidente nero degli Stati Uniti. Ma le diseguaglianze razziali permangono, “specialmente quando si guarda alla povertà dei neri, al tasso di incarcerazione dei neri e alla questione della brutalità della polizia”, afferma Sokol, autore di ‘The Heavens Might Crack: The Death and Legacy of Martin Luther King Jr’.

Taylor, il professore dell’università di Buffalo, sottolinea che quando King fu ucciso le sue ambizioni erano arrivate “oltre i diritti civili, per abbracciare i diritti umani”. “Il sogno di King era ancorato intorno all’immaginazione di un altro mondo possibile basato su giustizia economica, sociale, politica e razziale, cose legate a una buona istruzione, un sistema di alloggi decoroso e abbordabile, buoni posti di lavoro con uno stipendio per vivere, cure sanitarie di qualità e accessibili”, spiega Taylor. Quindi guardando a questo “ci si accorge che non abbiamo fatto davvero tanti progressi negli ultimi 50 anni nella realizzazione di quel sogno”, chiosa. “Se certamente ci sono stati cambiamenti negli atteggiamenti razziali delle persone, il razzismo è inserito in profondità nelle istituzioni e nelle strutture degli Stati Uniti, che non sono cambiate molto”.

L’EREDITA’ DI MLK: DA OBAMA PRESIDENTE A ‘BLACK LIVES MATTER’. 
Al tempo stesso, tuttavia, l’eredità di Martin Luther King si manifesta in una miriade di modi. “Nel suo discorso per il premio Nobel per la Pace nel 1964, King disse che il Movimento per la libertà stava diffondendo la più ampia liberazione nella storia umana”, ricorda Taylor Branch, autore di ‘America in the King Years’, trilogia sulla vita di King e sull’era dei diritti civili. “Si riferiva a tutto il mondo e non solo alle persone nere”, afferma Branch, che è stato executive producer del documentario ‘King in the Wilderness’, che andrà in onda lunedì su Hbo. “Per molti aspetti ha avuto successo al di là della sua immaginazione” perché “non penso che, in un periodo in cui non si parlava di comportamenti omosessuali che erano addirittura reato, avrebbe sognato una parità di matrimoni” o “un presidente nero, o tutti i passi avanti che sono stati fatti per le donne”, prosegue. L’eredità di King, poi, si vede anche nel movimento ‘Black Lives Matter’ contro le violenze della polizia e negli altri movimenti per la giustizia sociale: “Più di recente si è vista nella ‘March for Our Lives’ in cui miglioni di ragazzi in tutto il Paese sono scesi in strada” per chiedere più controlli sulla vendita delle armi. A quella marcia ha partecipato anche la nipote di Martin Luther King, Yolanda Renee, di 9 anni: “I have a dream, that enough is enough”, ha detto richiamando le parole del famoso discorso di MLK. Cioè “Ho un sogno, che quando è troppo è troppo” e “questo dovrebbe essere un mondo libero dalle armi”.