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martedì 3 aprile 2018

Papa Francesco «Non ci può essere una vera comunione e un impegno per il bene comune e la giustizia sociale senza la fraternità e la condivisione.» Regina Coeli 02/04/2018 (testo e video)


REGINA COELI
Piazza San Pietro
Lunedì dell'Angelo, 2 aprile 2018



Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il lunedì dopo Pasqua è chiamato “lunedì dell’Angelo”, secondo una tradizione molto bella che corrisponde alle fonti bibliche sulla Risurrezione. Narrano infatti i Vangeli (cfr Mt 28,1-10, Mc 16,1-7; Lc 24,1-12) che, quando le donne andarono al Sepolcro, lo trovarono aperto. Esse temevano di non poter entrare perché la tomba era stata chiusa con una grande pietra. Invece era aperta; e dall’interno una voce dice loro che Gesù non è lì, ma è risorto.

Per la prima volta vengono pronunciate le parole: “È risorto”. Gli evangelisti ci riferiscono che questo primo annuncio fu dato dagli angeli, cioè messaggeri di Dio. Vi è un significato in questa presenza angelica: come ad annunciare l’Incarnazione del Verbo era stato un angelo, Gabriele, così anche ad annunciare per la prima volta la Risurrezione non era sufficiente una parola umana. Ci voleva un essere superiore per comunicare una realtà così sconvolgente, talmente incredibile, che forse nessun uomo avrebbe osato pronunciarla. Dopo questo primo annuncio, la comunità dei discepoli comincia a ripetere: «Davvero il Signore è risorto. ed è apparso a Simone», (Lc 24,34). È bello questo annuncio. Possiamo dirlo tutti insieme adesso: “Davvero il Signore è risorto”. Questo primo annuncio - “Davvero il Signore è risorto” - richiedeva un’intelligenza superiore a quella umana.

Quello di oggi è un giorno di festa e di convivialità vissuto di solito con la famiglia. È una giornata di famiglia. Dopo aver celebrato la Pasqua si avverte il bisogno di riunirsi ancora con i propri cari e con gli amici per fare festa. Perché la fraternità è il frutto della Pasqua di Cristo che, con la sua morte e risurrezione, ha sconfitto il peccato che separava l’uomo da Dio, l’uomo da se stesso, l’uomo dai suoi fratelli. Ma noi sappiamo che il peccato sempre separa, sempre fa inimicizie. Gesù ha abbattuto il muro di divisione tra gli uomini e ha ristabilito la pace, cominciando a tessere la rete di una nuova fraternità. È tanto importante in questo nostro tempo riscoprire la fraternità, così come era vissuta nelle prime comunità cristiane. Riscoprire come dare spazio a Gesù che mai separa, sempre unisce. Non ci può essere una vera comunione e un impegno per il bene comune e la giustizia sociale senza la fraternità e la condivisione. Senza condivisione fraterna non si può realizzare una comunità ecclesiale o civile: esiste solo un insieme di individui mossi o raggruppati dai propri interessi. Ma la fraternità è una grazia che fa Gesù.

La Pasqua di Cristo ha fatto esplodere nel mondo un’altra cosa: la novità del dialogo e della relazione, novità che per i cristiani è diventata una responsabilità. Infatti Gesù ha detto: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). Ecco perché non possiamo rinchiuderci nel nostro privato, nel nostro gruppo, ma siamo chiamati a occuparci del bene comune, a prenderci cura dei fratelli, specialmente quelli più deboli ed emarginati. Solo la fraternità può garantire una pace duratura, può sconfiggere le povertà, può spegnere le tensioni e le guerre, può estirpare la corruzione e la criminalità. L’angelo che ci dice: “É risorto”, ci aiuti a vivere la fraternità e la novità del dialogo e della relazione e la preoccupazione per il bene comune.

La Vergine Maria, che in questo tempo pasquale invochiamo con il titolo di Regina del Cielo, ci sostenga con la sua preghiera, affinché la fraternità e la comunione che sperimentiamo in questi giorni di Pasqua, possano diventare nostro stile di vita e anima delle nostre relazioni.

Dopo il Regina Coeli:

Cari fratelli e sorelle,

nel clima pasquale che caratterizza l’odierna giornata, saluto cordialmente tutti voi, famiglie, gruppi parrocchiali, associazioni e singoli pellegrini, venuti dall’Italia e da varie parti del mondo.

A ciascuno di voi auguro di trascorrere nella serenità questi giorni dell’Ottava di Pasqua, in cui si prolunga la gioia della Risurrezione di Cristo. Cogliete ogni buona occasione per essere testimoni della pace del Signore risorto specialmente nei riguardi delle persone più fragili e svantaggiate. A questo proposito, desidero assicurare una speciale preghiera per la Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo, che si celebra oggi.

Invochiamo il dono della pace per tutto il mondo, specialmente per le popolazioni che più soffrono a causa dei conflitti in atto. Rinnovo in particolare il mio appello affinché le persone sequestrate o ingiustamente private della libertà siano rilasciate e possano tornare alle loro case.

Buon Lunedì dell’Angelo! Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci e: “Davvero il Signore è risorto”.

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Che questa Pasqua sia giorno di speranza di Enzo Bianchi


A Pasqua si misura la nostra fede di cristiani 
e la capacità che abbiamo di sperare
di Enzo Bianchi

Dal giorno in cui Cristo si è levato dai morti non vi è più alcuna situazione umana “a cielo chiuso": la resurrezione del Signore spinge il cristiano a testimoniare la propria speranza nella salvezza universale, a pregare per la venuta del Regno, ad attendere il giorno radioso in cui tutte le lacrime saranno asciugate. La Pasqua, le energie del Risorto, l’attesa della resurrezione hanno come destinatari l’intera umanità, la creazione tutta! La Pasqua apre per tutti l’orizzonte della vita eterna: che questa Pasqua sia davvero giorno di speranza per tutti!


“Aspetto la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà”. Così ogni domenica, Pasqua settimanale, concludiamo il Credo, la nostra professione di fede. Celebrare il Triduo della passione, morte e resurrezione di Gesù significa ritornare al cuore della nostra fede, operare una conversione, un cambiamento radicale di mentalità che ci riporta al fondamento senza il quale nulla avrebbe senso nella nostra vita di cristiani: secondo le parole di san Paolo, “se Cristo non è risorto, è vana la nostra fede!” (cf. 1Cor 15,17).

Nel giorno di Pasqua è possibile misurare la nostra fede di cristiani e discernere la capacità che abbiamo di sperare per tutti e comunicare a tutti questa speranza. Nel giorno di Pasqua ogni cristiano proclama la vittoria della vita sulla morte, perché Gesù il Messia è risuscitato da morte per essere il vivente per sempre: un uomo come noi, carne come noi siamo carne, nato e vissuto in mezzo a noi, morto di morte violenta, crocifisso e sepolto, proprio quest’uomo è risorto!

“O morte, dov’è la tua vittoria?” O morte, tu non sei più l’ultima parola sulla vita, ma sei diventata un passaggio, l’ora dell’esodo da questa terra – da Dio voluta e da noi amata – alla vita per sempre, dove Dio è l’unico Signore, dove la sua comunione d’amore è l’unico regno. Questo dovrebbe essere il canto del cristiano nel giorno festa delle feste, perché Cristo è risorto quale primizia di tutti noi, perché la vita regna definitivamente e in ogni creatura è iniziato un processo segreto ma reale di redenzione, di trasfigurazione.

Gesù ha lottato contro la morte durante tutta la sua vita, fino a riportare la vittoria.

L’agonia iniziata da Gesù nell’orto degli ulivi è il culmine di questa lotta (agon) conclusasi con la discesa di Gesù all’inferno, quando ha sconfitto la morte in modo definitivo. Gesù non ha vinto la sua morte, bensì la Morte: “Con la morte ha vinto la Morte”, canta oggi la liturgia!
Tutti gli esseri umani, anche se non conoscono né Dio né il suo disegno, portano nel cuore il senso dell’eternità, e tutti si domandano: “Cosa sperare?”. Essi percepiscono che, restando insensibili alla resurrezione, si vietano di conoscere “il senso del senso” della loro vita. Attendono, cercano a fatica, e a volte per cammini sbagliati, la buona notizia della vita più forte della morte, dell’amore più forte dell’odio e della violenza. Cristo, risorto e vivente per sempre, è la risposta vera che attende dai cristiani quella narrazione autentica che solo chi ha fatto l’esperienza del Vivente può dare. Dove sono questi cristiani? Sì, oggi ci sono ancora cristiani capaci di questo:

ci sono anche ai nostri giorni martiri cristiani, ci sono profeti e visionari cristiani, ci sono testimoni che non arrossiscono mai del Vangelo.

Allora una voce giunge dalla tomba vuota, oggi come quel mattino di resurrezione: “Non temete, non abbiate paura! Il Crocifisso è risorto e vi precede!”. Sì, è ormai vicina per la Chiesa una primavera, una stagione in cui lo Spirito del Risorto si fa presente più che mai, una stagione in cui la Parola di Dio sarà meno rara…

Dal giorno in cui Cristo si è levato dai morti non vi è più alcuna situazione umana “a cielo chiuso”: la resurrezione del Signore spinge il cristiano a testimoniare la propria speranza nella salvezza universale, a pregare per la venuta del Regno, ad attendere il giorno radioso in cui tutte le lacrime saranno asciugate. La Pasqua, le energie del Risorto, l’attesa della resurrezione hanno come destinatari l’intera umanità, la creazione tutta! La Pasqua apre per tutti l’orizzonte della vita eterna: che questa Pasqua sia davvero giorno di speranza per tutti!
(fonte: SIR)

lunedì 2 aprile 2018

Papa Francesco Messaggio Urbi et Orbi: «Noi cristiani crediamo e sappiamo che la risurrezione di Cristo è la vera speranza del mondo, quella che non delude... E noi oggi domandiamo frutti di pace per il mondo intero» (foto, testo e video)

MESSAGGIO URBI ET ORBI
DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PASQUA 2018
Loggia centrale della Basilica Vaticana
Domenica, 1° aprile 2018






Cari fratelli e sorelle, buona Pasqua!

Gesù è risorto dai morti.

Risuona nella Chiesa in tutto il mondo questo annuncio, insieme con il canto dell’Alleluia: Gesù è il Signore, il Padre lo ha risuscitato ed Egli è vivo per sempre in mezzo a noi.

Gesù stesso aveva preannunciato la sua morte e risurrezione con l’immagine del chicco di grano. Diceva: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). Ecco, proprio questo è accaduto: Gesù, il chicco di grano seminato da Dio nei solchi della terra, è morto ucciso dal peccato del mondo, è rimasto due giorni nel sepolcro; ma in quella sua morte era contenuta tutta la potenza dell’amore di Dio, che si è sprigionata e si è manifestata il terzo giorno, quello che oggi celebriamo: la Pasqua di Cristo Signore.

Noi cristiani crediamo e sappiamo che la risurrezione di Cristo è la vera speranza del mondo, quella che non delude. È la forza del chicco di grano, quella dell’amore che si abbassa e si dona fino alla fine, e che davvero rinnova il mondo. Questa forza porta frutto anche oggi nei solchi della nostra storia, segnata da tante ingiustizie e violenze. Porta frutti di speranza e di dignità dove ci sono miseria ed esclusione, dove c’è fame e manca il lavoro, in mezzo ai profughi e ai rifugiati – tante volte respinti dall’attuale cultura dello scarto –, alle vittime del narcotraffico, della tratta di persone e delle schiavitù dei nostri tempi.

E noi oggi domandiamo frutti di pace per il mondo intero, a cominciare dall’amata e martoriata Siria, la cui popolazione è stremata da una guerra che non vede fine. In questa Pasqua, la luce di Cristo Risorto illumini le coscienze di tutti i responsabili politici e militari, affinché si ponga termine immediatamente allo sterminio in corso, si rispetti il diritto umanitario e si provveda ad agevolare l’accesso agli aiuti di cui questi nostri fratelli e sorelle hanno urgente bisogno, assicurando nel contempo condizioni adeguate per il ritorno di quanti sono stati sfollati.

Frutti di riconciliazione invochiamo per la Terra Santa, anche in questi ferita da conflitti aperti che non risparmiano gli inermi, per lo Yemen e per tutto il Medio Oriente, affinché il dialogo e il rispetto reciproco prevalgano sulle divisioni e sulla violenza. Possano i nostri fratelli in Cristo, che non di rado subiscono soprusi e persecuzioni, essere testimoni luminosi del Risorto e della vittoria del bene sul male.

Frutti di speranza supplichiamo in questo giorno per quanti anelano a una vita più dignitosa, soprattutto in quelle parti del continente africano travagliate dalla fame, da conflitti endemici e dal terrorismo. La pace del Risorto risani le ferite nel Sud Sudan: apra i cuori al dialogo e alla comprensione reciproca. Non dimentichiamo le vittime di quel conflitto, soprattutto i bambini! Non manchi la solidarietà per le molte persone costrette ad abbandonare le proprie terre e private del minimo necessario per vivere.

Frutti di dialogo imploriamo per la penisola coreana, perché i colloqui in corso promuovano l’armonia e la pacificazione della regione. Coloro che hanno responsabilità dirette agiscano con saggezza e discernimento per promuovere il bene del popolo coreano e costruire rapporti di fiducia in seno alla comunità internazionale.

Frutti di pace chiediamo per l’Ucraina, affinché si rafforzino i passi in favore della concordia e siano facilitate le iniziative umanitarie di cui la popolazione necessita.

Frutti di consolazione supplichiamo per il popolo venezuelano, il quale – come hanno scritto i suoi Pastori – vive in una specie di “terra straniera” nel suo stesso Paese. Possa, per la forza della Risurrezione del Signore Gesù, trovare la via giusta, pacifica e umana per uscire al più presto dalla crisi politica e umanitaria che lo attanaglia, e non manchino accoglienza e assistenza a quanti tra i suoi figli sono costretti ad abbandonare la loro patria.

Frutti di vita nuova Cristo Risorto porti per i bambini che, a causa delle guerre e della fame, crescono senza speranza, privi di educazione e di assistenza sanitaria; e anche per gli anziani scartati dalla cultura egoistica, che mette da parte chi non è “produttivo”.

Frutti di saggezza invochiamo per coloro che in tutto il mondo hanno responsabilità politiche, perché rispettino sempre la dignità umana, si adoperino con dedizione a servizio del bene comune e assicurino sviluppo e sicurezza ai propri cittadini.

Cari fratelli e sorelle,

anche a noi, come alle donne accorse al sepolcro, viene rivolta questa parola: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto!» (Lc 24,5-6). La morte, la solitudine e la paura non sono più l’ultima parola. C’è una parola che va oltre e che solo Dio può pronunciare: è la parola della Risurrezione (cfr Giovanni Paolo II, Parole al termine della Via Crucis, 18 aprile 2003). Con la forza dell’amore di Dio, essa «sconfigge il male, lava le colpe, restituisce l'innocenza ai peccatori, la gioia agli afflitti, dissipa l’odio, piega la durezza dei potenti, promuove la concordia e la pace» (Preconio Pasquale).

Buona Pasqua a tutti!

Cari fratelli e sorelle,

rinnovo i miei auguri di Buona Pasqua a tutti voi, provenienti dall’Italia e da diversi Paesi, come pure a quanti sono collegati mediante la televisione, la radio e gli altri mezzi di comunicazione. La gioia e la speranza di Gesù risorto diano conforto alle famiglie, specialmente agli anziani che sono la preziosa memoria della società, e ai giovani che rappresentano il futuro della Chiesa e dell’umanità.

Vi ringrazio per la vostra presenza in questo giorno di Pasqua, la festa più importante della nostra fede, perché è la festa della nostra salvezza, la festa dell’amore di Dio per noi. Un ringraziamento speciale per il dono dei fiori, che anche quest’anno provengono dai Paesi Bassi.

In questi giorni di Pasqua annunciate, con le parole e con la vita, la bella notizia che “Gesù e Risorto”. E per favore, non dimenticate di pregare per me. Buon pranzo pasquale e arrivederci!

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Papa Francesco Messa di Pasqua: «Il nostro Dio è il Dio delle sorprese... E io? Ho il cuore aperto alle sorprese di Dio? E io, oggi, in questa Pasqua 2018, io che faccio? Tu, che fai?» (foto, testi e video)


DOMENICA DI PASQUA NELLA RISURREZIONE DEL SIGNORE
SANTA MESSA DEL GIORNO
Piazza San Pietro
Domenica di Pasqua, 1° aprile 2018


Il Papa celebra la Messa del giorno di Pasqua in una Piazza San Pietro particolarmente festosa e sottolinea: il nostro Dio è il Dio delle sorprese.
Cristo è Risorto! Questo il grande annuncio del giorno di Pasqua. Francesco celebra la S. Messa in Piazza San Pietro a tratti illuminata dal sole. La gioia della Resurrezione è visibile: tutto è solenne in questo giorno e i fiori, 50 mila fiori che addobbano l’altare e tutto il sagrato, lo esprimono con la loro bellezza e i loro colori.









OMELIA

Dopo l’ascolto della Parola di Dio, di questo passo del Vangelo, mi vengono da dire tre cose.

Primo: l’annuncio. Lì c’è un annuncio: il Signore è risorto. Quell’annuncio che dai primi tempi dei cristiani andava di bocca in bocca; era il saluto: il Signore è risorto. E le donne, che sono andate per ungere in corpo del Signore, si sono trovate davanti ad una sorpresa. La sorpresa … Gli annunci di Dio sono sempre sorprese, perché il nostro Dio è il Dio delle sorprese. È così fin dall’inizio della storia della salvezza, dal nostro padre Abramo, Dio ti sorprende: “Ma, vai, vai, lascia, vattene dalla tua terra e va”. E Sempre c’è una sorpresa dietro l’altra. Dio non sa fare un annuncio senza sorprenderci. E la sorpresa è ciò che ti commuove il cuore, che ti tocca proprio lì, dove tu non lo aspetti. Per dirlo un po’ con il linguaggio dei giovani: la sorpresa è un colpo basso; tu non te lo aspetti. E Lui va e ti commuove. Primo: l’annuncio fatto sorpresa.

Secondo: la fretta. Le donne corrono, vanno di fretta a dire: “Ma, abbiamo trovato questo!”. Le soprese di Dio ci mettono in cammino, subito, senza aspettare. E così corrono per vedere. E Pietro e Giovanni corrono. I pastori, quella notte di Natale, corrono: “Andiamo a Betlemme a vedere questo che ci hanno detto gli angeli”. E la Samaritana, corre per dire alla sua gente: “Questa è una novità: ho trovato un uomo che mi ha detto tutto quello che io ho fatto”. E la gente sapeva le cose che questa aveva fatto. E quella gente, corre, lascia quello che sta facendo, anche la casalinga lascia le patate nella pentola – le troverà bruciate -, ma l’importante è andare, correre, per vedere quella sorpresa, quell’annuncio. Anche oggi succede. Nei nostri quartieri, nei villaggi quando succede qualcosa di straordinario, la gente corre a vedere. Andare di fretta. Andrea, non ha perso tempo e di fretta è andato da Pietro a dirgli: “Abbiamo trovato il Messia”. Le sorprese, le buone notizie, si danno sempre così: di fretta. Nel Vangelo c’è uno che si prende un po’ di tempo; non vuole rischiare. Ma il Signore è buono, lo aspetta con amore, è Tommaso. “Io crederò quando vedrò le piaghe” dice. Anche il Signore ha pazienza per coloro che non vanno così di fretta.

L’annuncio-sorpresa, la risposta di fretta e il terzo che io vorrei dirvi oggi è una domanda: “E io? Ho il cuore aperto alle sorprese di Dio, sono capace di andare di fretta o sempre con quella cantilena: “Ma, domani vedrò, domani, domani?”. Cosa dice a me la sorpresa? Giovanni e Pietro sono andati di corsa al sepolcro. Di Giovanni il Vangelo ci dice: “Credette”. Anche Pietro: “Credette”, ma a suo modo, con la fede un po’ mischiata con il rimorso di aver rinnegato il Signore. L’annuncio fatto sorpresa, la corsa\andare di fretta, e la domanda: “E io, oggi, in questa Pasqua 2018, io che faccio? Tu, che fai?

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Il 2 aprile 2005, l'ultimo giorno di San Giovanni Paolo II

Il 2 aprile 2005 tornava alla casa del Padre Giovanni Paolo II

Nella commozione dei fedeli di tutto il mondo, una speranza: Santo subito.



L'ULTIMO GIORNO DI SAN GIOVANNI PAOLO II

Brano tratto dal libro Lasciatemi andare, La forza nella debolezza di Giovanni Paolo II, edizioni San Paolo.

Sapendo che per lui si stava approssimando il tempo di passare all’eternità, d’accordo con i medici aveva deciso di non recarsi all'ospedale ma di rimanere in Vaticano, dove aveva assicurate le indispensabili cure mediche. Voleva soffrire e morire a casa sua, ri­manendo presso la tomba dell'apostolo Pietro.

L'ultimo giorno della sua vita - sabato 2 aprile - si congedò dai suoi più stretti collaboratori della Curia ro­mana. Presso il suo capezzale continuava la preghie­ra, a cui partecipava, nonostante la febbre alta e un'estrema debolezza. Nel pomeriggio, a un certo mo­mento disse: «Lasciatemi andare alla casa del Padre». Verso le ore 17 furono recitati i primi Vespri della se­conda domenica di Pasqua, cioè della domenica della Divina Misericordia. Le letture parlavano della tomba vuota e della Risurrezione di Cristo, ritornava la paro­la: «Alleluia». Al termine fu recitato l'inno Magnifi­cat e la Salve Regina. Il Santo Padre più volte abbrac­ciò con lo sguardo i presenti del suo più stretto ambien­te e i medici che vegliavano accanto a lui. Dalla piaz­za San Pietro, dove si erano radunate migliaia di fede­li, specialmente di giovani, giungevano le grida: «Gio­vanni Paolo II» e «Viva il Papa!». Udiva quelle paro­le. Sulla parete di fronte al letto del Santo Padre era ap­pesa in un quadro l'immagine di Cristo sofferente, le­gato con le corde: l'Ecce Homo, che con lo sguardo egli fissava continuamente durante la sua malattia. Gli oc­chi del Papa che si stavano spegnendo si posavano an­che sull'immagine della Madonna di Czestochowa. Su un tavolino, la foto dei suoi genitori.

Verso le ore 20.00, accanto al letto del Papa mo­rente, monsignor Stanislaw Dziwisz presiedette la celebrazione della santa Messa della domenica della Di­vina Misericordia. Concelebrarono: il cardinale Marian Jaworski, monsignor Stanislaw Rylko, monsignor Mieczyslaw Mokrzycki e padre Tadeusz Styczen. Al­l'Eucaristia parteciparono il dottor Renato Buzzonetti, i suoi collaboratori e le suore Ancelle del Sacro Cuore della Casa Pontificia.

Le parole del Vangelo di san Giovanni risuonaro­no in modo commovente: «Venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!"», come anche le parole della preghiera universale: «Signore Gesù, vie­ni per farci udire quella Tua promessa fatta nel cena­colo: "Pace a voi!". In questo momento abbiamo tan­to bisogno della Tua presenza».

Prima dell'offertorio il cardinale Marian Jaworski amministrò ancora una volta al Santo Padre l'Unzio­ne degli Infermi, e durante la Comunione monsignor Dziwisz gli diede il Sangue Santissimo come Viati­co, conforto sul cammino verso la vita eterna. Dopo qualche tempo le forze cominciarono ad abbandona­re il Santo Padre. Nella mano gli era stata posta una candela benedetta accesa. Alle ore 21.37 Giovanni Paolo II lasciò questa terra. I presenti cantarono il Te Deum. Con le lacrime agli occhi rendevano grazie a Dio per il dono della persona del Santo Padre e per il suo grande pontificato.

Vedi anche i nostri precedenti post:

Pasqua: una notte diversa di Enzo Bianchi

Yayoi Kusama, La galleria dell'infinito, 2008

Pasqua: una notte diversa
di Enzo Bianchi


“Perché questa notte è diversa dalle altre notti?”. È la domanda che risuona più volte nella celebrazione della Pasqua ebraica, che quest’anno cade in coincidenza con il sabato santo cristiano. Oggi la prima, amara e brutale risposta è che la diversità sta nel tragico fatto che, proprio mentre un popolo celebra l’avvenuta liberazione dall’oppressione e l’incamminarsi verso la terra promessa, un analogo anelito di terra e libertà viene fermato nel sangue.

Eppure, in quelle stesse ore di violenza e di morte, attorno alle tavole di famiglia in cui si faceva memoria della liberazione dalla schiavitù in Egitto, il più piccolo ha posto anche quest’anno la domanda a chi presiede la cena e questi ha raccontato ciò che Dio ha fatto per il popolo d’Israele. Perché questa notte pasquale è così diversa dalle altre ed è vissuta dagli ebrei con un pasto liturgico pieno di lode e di gioia? Perché in quella notte, dice ancora la tradizione ebraica, “Dio ci ha fatto passare dalla schiavitù alla libertà, dalla sofferenza alla gioia, dal pianto alla festa, dalle tenebre alla splendida luce, dall’oppressione alla redenzione”.

Se questo è il significato della festa ebraica della Pasqua, i cristiani, figli dell’antica alleanza, leggono questa liberazione come liberazione anche dalla morte: evento realizzatosi, secondo la loro fede, in Gesù di Nazareth, il galileo, che dopo una vita passata a predicare come Dio possa regnare sugli uomini e a prendersi cura dei malati, dei poveri, dei peccatori è stato condannato come bestemmiatore dal potere religioso e come persona nociva al bene della società imperiale romana dal procuratore di Giudea Ponzio Pilato, il 7 aprile dell’anno 30 della nostra era.

Pasqua per i cristiani è la festa per eccellenza, “giorno diverso da tutti gli altri giorni”, carico di un significato semplice e definitivo: l’amore vissuto per gli altri, l’amore gratuito di una vita spesa per gli altri è più forte della morte, è capace di vincere la morte, questo destino di ogni essere vivente venuto al mondo. Potremmo porci anche la domanda “perché questa Pasqua è diversa da tutte le altre?”, ma non nel senso che la Pasqua celebrata in questi giorni (sabato dagli ebrei, domenica dai cristiani d’occidente, domenica prossima da quelli ortodossi) sia il giorno della definitiva liberazione dalla morte, dalla violenza, dalla sofferenza: è tragicamente sufficiente guardare attorno a noi per constatare le contraddizioni quotidiane a questa buona notizia.

Eppure ogni anno la Pasqua celebrata al cuore della storia umana contiene novità, soprattutto nuove luci di speranza che si accendono là dove un autentico cammino di umanizzazione è compiuto, nonostante le fatiche e le opposizioni. Anzi sovente è proprio dove lo spessore delle tenebre è più denso che i gesti quotidiani di umanizzazione risplendono con una carica di speranza che trascende ostacoli apparentemente insormontabili. Così è nei campi profughi che quanti si piegano sui corpi sofferenti aiutano l’umanità intera a rialzarsi; è nelle chiese distrutte dalla furia omicida che risuona con più vigore il canto pasquale dei cristiani; è nel cuore, nella mente e nella voce dei giovani sopravvissuti al massacro dei loro compagni di scuola che si intravede di nuovo il sogno di una generazione e una nazione di eguali; è nei quartieri degradati delle nostre città che il calore di una coperta e un pasto condiviso scioglie il rigore delle ingiustizie e dell’indifferenza; è in mezzo al gelo e alla neve dei nostri valichi alpini che l’obbedienza alla legge interiore fa nascere non solo nuove creature ma anche un domani migliore per la nostra società; è tra i flutti di un Mediterraneo reso ostile dall’uomo che la legge del mare si rivela norma di vita da applicarsi anche sulla terraferma.

Sì, antico e sempre nuovo è il messaggio di Pasqua: è al cuore delle tenebre che risplende una grande luce, la luce dell’essere umano creato a immagine di Dio, la luce della vita che riprende il sopravvento sulla morte, la luce dell’amore più forte della morte. Pasqua allora è speranza per tutti: se “liberazione non è se non dalla morte”, questa liberazione è destinata a tutti, non a pochi o ad alcuni. Nella celebrazione della Pasqua ebraica si proclama: “Questa notte ognuno consideri se stesso uscito dall’Egitto, liberato dalla schiavitù!”. Questa è una chiamata alla responsabilità rivolta a ciascuno, indipendentemente dalla propria fede: vivere nella libertà per liberare chi della libertà non può ancora godere.

(articolo pubblicato su La Stampa 1 aprile 2018)



domenica 1 aprile 2018

Padre Dall'Oglio, ti ricordo come fratello di Pasqua

Padre Dall'Oglio, ti ricordo come fratello di Pasqua
di Claudio Monici

Voglio ricordarlo adesso, nella Pasqua di risurrezione. E non quando, tra quattro mesi, il 29 luglio, cadrà il freddo anniversario dei cinque anni di lontananza, di buio, di prigionia... Voglio ricordarlo adesso per renderlo presente nel tempo attuale e non solo stretto nell'intimo dei cuori affamati di parole dei familiari, dei confratelli e dei tantissimi amici d'ogni fede e credo, sparsi per il mondo. Tutti da così lungo tempo appesi a un filo di speranza (e verità) sulla sua sorte, ufficialmente ignota dal 2013. È stato detto che lo hanno ucciso pochi giorni dopo la cattura. Ma fino a prova contraria, voglio ricordarlo ora perché vivo.
Andrebbe ricordato tutti i giorni, dal primo giorno, e non soltanto allo scadere di un anniversario, come fosse l'occasione di un compleanno con la torta le cui candeline resteranno spente; ricordare come fa la goccia che cade e batte la pietra fino a spaccarla. Ricordare lui per ricordare anche i molti come lui, e spezzare il silenzio soffocante delle catene che avvinghiano i polsi e le caviglie di chi è costretto ad uno stato di cattività.
E finalmente rivedere risorgere l'uomo libero, vivo. Ricordarlo come la Pasqua ebraica, la Pesach commemora la liberazione di Israele dalla schiavitù egizia e l'inizio di una nuova libertà nel cammino verso la Terra promessa. Ricordarlo perché, e sono sue queste parole, «il Vangelo propone una logica di speranza... Tutto ciò che procede in questa logica è più forte della morte...».
Ricordarlo ora, anche con le parole del poeta e drammaturgo russo Konstantin Michajlovic Simonov, che ne 1941 scrisse una poesia alla sua amata, dedicandola ai soldati sovietici che, a centinaia, cadevano sui fronti della Seconda guerra mondiale: "Aspettami ed io tornerò, ma aspettami con tutte le tue forze... quando più non si aspettano gli altri, obliando tutto ciò che accadde ieri... Aspettami ed io tornerò a onta di tutte le morti. E colui che ormai non mi aspettava dica che ho avuto fortuna. Chi non aspettò non può capire come tu mi abbia salvato in mezzo al fuoco con la tua attesa...».
Ricordarti, perché ti stiamo aspettando, padre Paolo Dall'Oglio, gesuita avvolto dalla passione fraterna verso il mondo islamico, che sei scomparso quel 29 luglio del 2013, quando ti sei incamminato sulla strada per Raqqa, brevemente pseudo regno di un fantomatico Stato islamico.
Aspettiamo la tua Pasqua, il ritorno del tuo grande sorriso ieratico che un giorno ci spalancò il pesante portone di legno del "tuo" monastero di Deir Mar Mousa al Habashi, sull'aspra montagna nel deserto siriano. La tua piccola comunità monastica, tra Terra e Cielo, di pace, silenzi e meditazione dello spirito, offerta al dialogo tra cristianesimo e islam. Il tuo saio e i tuoi sandali aspettano impazienti di risalire la montagna, quei 345 scalini di pietra, abbracciato ai tanti amici che ti attendono da tutto il mondo, per vocazione, per preghiera, per ecumenismo, per curiosità, per meditazione, per lavorare la terra, o solamente perché quel piccolo portone di legno è sempre stato spalancato sul prossimo tuo. 
Buona Pasqua, "italiano del deserto", così ti conoscono i siriani che ti vogliono bene, quella gente semplice di un'altra fede nello stesso Dio, a cui ti rivolgevi così: «Viviamo su due sponde dello stesso fiume e cerchiamo di interpretare la relazione dell'uomo con il suo Creatore» . Al-Masîhu qâm , Cristo è risorto, padre Paolo.


Papa Francesco Veglia pasquale: «Non è qui… E’ risorto! E’ l’annuncio che sostiene la nostra speranza e la trasforma in gesti concreti di carità» (foto, testi e video)

Domenica di Pasqua – Veglia pasquale nella Notte Santa


Basilica Vaticana
ore 20.30
CAPPELLA PAPALE



Una folla ha seguito il rito iniziato nell’atrio della Basilica Vaticana con la benedizione del fuoco e la preparazione del cero pasquale su cui il Papa ha inciso la croce, l’alfa e l’omega. Dopo che le luci si sono accese quando il cero pasquale è arrivato all’altare maggiore con il canto dell’Exultet, nella sua omelia papa Francesco ha voluto ripercorrere il passaggio di questa celebrazione cominciata nell’oscurità della notte e nel freddo che l’accompagna, sentendo il peso del silenzio davanti alla morte, un silenzio «che cala profondo nelle fenditure del cuore del discepolo che dinanzi alla croce rimane senza parole».











OMELIA

Questa celebrazione l’abbiamo cominciata all’esterno, immersi nell’oscurità della notte e nel freddo che l’accompagna. Sentiamo il peso del silenzio davanti alla morte del Signore, un silenzio in cui ognuno di noi può riconoscersi e che cala profondo nelle fenditure del cuore del discepolo che dinanzi alla croce rimane senza parole.

Sono le ore del discepolo ammutolito di fronte al dolore generato dalla morte di Gesù: che dire davanti a questa realtà? Il discepolo che rimane senza parole prendendo coscienza delle proprie reazioni durante le ore cruciali della vita del Signore: di fronte all’ingiustizia che ha condannato il Maestro, i discepoli hanno fatto silenzio; di fronte alle calunnie e alla falsa testimonianza subite dal Maestro, i discepoli hanno taciuto. Durante le ore difficili e dolorose della Passione, i discepoli hanno sperimentato in modo drammatico la loro incapacità di rischiare e di parlare in favore del Maestro; di più, lo hanno rinnegato, si sono nascosti, sono fuggiti, sono stati zitti (cfr Gv 18,25-27).

E’ la notte del silenzio del discepolo che si trova intirizzito e paralizzato, senza sapere dove andare di fronte a tante situazioni dolorose che lo opprimono e lo circondano. E’ il discepolo di oggi, ammutolito davanti a una realtà che gli si impone facendogli sentire e, ciò che è peggio, credere che non si può fare nulla per vincere tante ingiustizie che vivono nella loro carne tanti nostri fratelli.

E’ il discepolo frastornato perché immerso in una routine schiacciante che lo priva della memoria, fa tacere la speranza e lo abitua al “si è fatto sempre così”. E’ il discepolo ammutolito e ottenebrato che finisce per abituarsi e considerare normale l’espressione di Caifa: «Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!» (Gv 11,50).

E in mezzo ai nostri silenzi, quando tacciamo in modo così schiacciante, allora le pietre cominciano a gridare (cfr Lc 19,40)[1] e a lasciare spazio al più grande annuncio che la storia abbia mai potuto contenere nel suo seno: «Non è qui. E’ risorto» (Mt 28,6). La pietra del sepolcro gridò e col suo grido annunciò a tutti una nuova via. Fu il creato il primo a farsi eco del trionfo della Vita su tutte le realtà che cercarono di far tacere e di imbavagliare la gioia del vangelo. Fu la pietra del sepolcro la prima a saltare e, a modo suo, a intonare un canto di lode e di entusiasmo, di gioia e di speranza a cui tutti siamo invitati a partecipare.

E se ieri, con le donne, abbiamo contemplato «colui che hanno trafitto» (Gv 19,37; cfr Zc 12,10), oggi con esse siamo chiamati a contemplare la tomba vuota e ad ascoltare le parole dell’angelo: «Non abbiate paura […] E’ risorto» (Mt 28,5-6). Parole che vogliono raggiungere le nostre convinzioni e certezze più profonde, i nostri modi di giudicare e di affrontare gli avvenimenti quotidiani; specialmente il nostro modo di relazionarci con gli altri. La tomba vuota vuole sfidare, smuovere, interrogare, ma soprattutto vuole incoraggiarci a credere e ad aver fiducia che Dio “avviene” in qualsiasi situazione, in qualsiasi persona, e che la sua luce può arrivare negli angoli più imprevedibili e più chiusi dell’esistenza. E’ risorto dalla morte, è risorto dal luogo da cui nessuno aspettava nulla e ci aspetta – come aspettava le donne – per renderci partecipi della sua opera di salvezza. Questo è il fondamento e la forza che abbiamo come cristiani per spendere la nostra vita e la nostra energia, intelligenza, affetti e volontà nel ricercare e specialmente nel generare cammini di dignità. Non è qui… E’ risorto! E’ l’annuncio che sostiene la nostra speranza e la trasforma in gesti concreti di carità. Quanto abbiamo bisogno di lasciare che la nostra fragilità sia unta da questa esperienza! Quanto abbiamo bisogno che la nostra fede sia rinnovata, che i nostri miopi orizzonti siano messi in discussione e rinnovati da questo annuncio! Egli è risorto e con Lui risorge la nostra speranza creativa per affrontare i problemi attuali, perché sappiamo che non siamo soli.

Celebrare la Pasqua significa credere nuovamente che Dio irrompe e non cessa di irrompere nelle nostre storie, sfidando i nostri determinismi uniformanti e paralizzanti. Celebrare la Pasqua significa lasciare che Gesù vinca quell’atteggiamento pusillanime che tante volte ci assedia e cerca di seppellire ogni tipo di speranza.

La pietra del sepolcro ha fatto la sua parte, le donne hanno fatto la loro parte, adesso l’invito viene rivolto ancora una volta a voi e a me: invito a rompere le abitudini ripetitive, a rinnovare la nostra vita, le nostre scelte e la nostra esistenza. Un invito che ci viene rivolto là dove ci troviamo, in ciò che facciamo e che siamo; con la “quota di potere” che abbiamo. Vogliamo partecipare a questo annuncio di vita o resteremo muti davanti agli avvenimenti?

Non è qui, è risorto! E ti aspetta in Galilea, ti invita a tornare al tempo e al luogo del primo amore, per dirti: “Non avere paura, seguimi”.



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Nella Veglia Francesco ha battezzato otto adulti. Sono cinque uomini e tre donne provenienti da diversi Paesi: Italia, Perù, Venezuela, Nigeria, Stati Uniti e Albania.






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La Settimana Santa: domenica. Domenica di Pasqua. Sì, Cristo è davvero risorto

La Settimana Santa: domenica.

Domenica di Pasqua. Sì, Cristo è davvero risorto

A Pasqua tutto si colora di gioia. La salvezza fa correre i discepoli al sepolcro vuoto. Il cuore trabocca di riconoscenza. Da Turoldo a von Balthasar, arte e poesia si uniscono nel cantare la festa


La Resurrezione di Cristo di Raffaello Sanzio (1483-1520) è un dipinto a olio su tavola conservato nel Museo d’Arte di San Paolo, in Brasile. È datato 1501-1502. Nell’immagine un particolare dell’opera


È Pasqua, la festa più grande, è il giorno della gioia che fa suonare le campane, che riempie il cuore, che fa correre i discepoli al sepolcro vuoto. È l’alba della vita nuova, che vince la morte, della salvezza donata da Dio all’uomo, dell’amore che rovescia le regole del mondo. È la festa del popolo che si mette in cammino dietro il Risorto, della pietra della tristezza e della disperazione fatta rotolare via, del Signore vivo in mezzo alla sua gente. È la vittoria dello stupore e dell’umiltà sull’arroganza del potere e la prepotenza del più forte, è il trionfo dell’amore sul peccato. Sì, Cristo è davvero risorto.

Il dono di padre Turoldo

Pasqua ha naturalmente ispirato tante riflessioni ed espressioni artistiche. Tra le voci più profonde quella di padre David Maria Turoldo che inizia così la sua poesia “Mattino di Pasqua”.

Padre Turoldo

«Io vorrei donare una cosa al Signore,
ma non so che cosa.
Andrò in giro per le strade,
zufolando così
finché gli uomini dicano: “È pazzo!”.
E mi fermerò soprattutto con i bambini
a giocare in periferia.
E poi lascerò un fiore
ad ogni finestra dei poveri.
E saluterò chiunque incontrerò per via,
inchinandomi fino a terra...
E poi suonerò con le mani
le campane della torre,
a più riprese finché non sarò esausto.
E, a chiunque venga, anche al ricco,
dirò: “Siedi pure alla mia mensa!”.
Anche il ricco è un pover’uomo...
E a tutti dirò: “Avete visto il Signore?”.
Ma lo dirò in silenzio, con un sorriso. (....)».

Il teologo che dà voce al Risorto

Assieme all’arte anche la teologia è naturalmente andata alla radice della più importante delle feste cristiane. Il teologo svizzero Hans Urs von Balthasar (1905-1988) in questo passo dà voce a Cristo stesso: «Non sono uno dei risorti; sono la risurrezione. Chi vive in me, chi è in me compreso, è preso da me nel risorgere. Io sono la metamorfosi. Come cambiano pane e vino così cambia il mondo in me. Minuscolo è il grano di senape, ma la sua forza intima non riposa fino a quando non getterà la sua ombra sopra tutti i vegetali del mondo. Così la mia risurrezione non riposerà finché non sia spezzata la tomba dell’ultima anima e le mie forze non siano pervenute sull’ultimo ramo della creazione (....)».

"Il sepolcro vuoto, annuncio di una vita indistruttibile" di p. Ermes Ronchi - Pasqua di Risurrezione Anno B

Il sepolcro vuoto, annuncio di una vita indistruttibile


Commento
Pasqua di Risurrezione – Anno B

Letture:  Atti 10,34a.37-43; Salmo 117; Colossesi 3,1-4; Giovanni 20,1-9

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all'altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. [...]

Una tomba, un giardino, una casa e un andare e venire di donne e di uomini. Maria di Magdala esce di casa quando è ancora notte, buio nel cielo e buio nel cuore. Non ha niente tra le mani, solo il suo amore che si ribella all'assenza di Gesù: «Amare è dire: tu non morirai!» (G. Marcel). È pieno di risonanze del Cantico dei Cantici il Vangelo del mattino di Pasqua: ci sono il giardino, la notte e l'alba, la ricerca dell'amore perduto, c'è la corsa, le lacrime, e il nome pronunciato come soltanto chi ama sa fare.

Maddalena ha un gran coraggio. Quell'uomo amato, che sapeva di cielo, che aveva spalancato per lei orizzonti infiniti, è ora chiuso in un buco nella roccia. Tutto finito. Ma perché Maria si reca al sepolcro? «Perché si avvicinò alla tomba, pur essendo una donna, mentre ebbero paura gli uomini? Perché lei gli apparteneva e il suo cuore era presso di lui. Dove era lui, era anche il cuore di lei. Perciò non aveva paura» (Meister Eckhart).

E vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Il sepolcro è spalancato, vuoto e risplendente, nel fresco dell'alba. E fuori è primavera. Il sepolcro è aperto come il guscio di un seme. E vuoto. 

Maria di Magdala corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo. È sempre lei, la donna forte accanto alla croce, stordita in faccia al sepolcro vuoto, sempre nominata per prima negli elenchi delle donne che seguono Gesù, è lei che rimette in moto il racconto della fede.

Sugli apostoli era piombato un macigno. Il dolore a unghiate aveva scavato il cuore. Ma loro hanno comunque fatto una scelta intelligente: stanno insieme, non si separano. Uno da solo può essere travolto, insieme invece si fa argine, insieme si può correre e arrivare più lontano e più in profondità: uscirono allora Simon Pietro e l'altro discepolo e correvano insieme tutti e due...

Insieme arrivano e vedono: manca un corpo alla contabilità della morte, manca un ucciso ai conti della violenza. I loro conti sono in perdita. Quell'assenza richiede che la nostra vista si affini, chiede di vedere in profondità. «Non è qui» dice un angelo alle donne. Che bello questo «non è qui». Lui è, ma non qui; lui è, ma va cercato fuori, altrove; è in giro per le strade, è in mezzo ai viventi; è «colui che vive», è un Dio da sorprendere nella vita. È dovunque, eccetto che fra le cose morte. È dentro i sogni di bellezza, in ogni scelta per un più grande amore, è dentro l'atto di generare, nei gesti di pace, negli abbracci degli amanti, nella fame di giustizia, nel grido vittorioso del bambino che nasce, nell'ultimo respiro del morente. E chi vive una vita come la sua ha in dono la sua stessa vita indistruttibile. 



"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 18/2017-2018 (B) di Santino Coppolino

"Un cuore che ascolta - lev shomea"
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)


Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino











Cristo è risorto! Sì, è veramente risorto! Così si salutano, secondo un'antica tradizione, i nostri fratelli ortodossi. La resurrezione di Gesù è una realtà talmente sconvolgente, talmente incredibile, mai sentita prima, che si sente la necessità di rimarcarlo con quel: VERAMENTE, come se ancora stentassimo a credere. L'annuncio gioioso che proclama la definitiva vittoria della vita sulla morte, risuona come una esplosione sul silenzio e sul dolore del Venerdì Santo. 
Gesù, il Vivente, è risorto e la morte non ha più potere su di lui. 
<< La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov'è o morte la tua vittoria ? Dov'è o morte il tuo pungiglione?>>( 1Cor 15,54-55). E se il Signore Gesù è risorto, vuol dire che il Padre ha gradito la sua vita, che l'ha trovata conforme al suo progetto d'amore sull'umanità. La vittoria di Gesù sulla morte è il sigillo del Padre alla fedeltà della sua vita a questo progetto. 
Il Signore ha vissuto in pienezza la nostra storia fatta di sofferenza e di sangue, e quando si è trovato davanti alla morte non è fuggito, ma l'ha affrontata in obbedienza al progetto del Padre, bevendo l'amaro calice fino all'ultima goccia, fino alle estreme conseguenze. 
E' vissuto amando, è morto amando e perdonando tutti, amici e nemici, senza odiare, senza maledire, fino all'ultimo suo respiro. Per questo amore e questa fedeltà << Dio lo ha esaltato e gli ha dato il Nome che è al di sopra di ogni altro nome >>( Fil 2,9) resuscitandolo dai morti. Nella gioia della Pasqua e consapevoli che la morte non ha l'ultima parola sulla nostra storia, siamo chiamati ad inserirci nello stesso cammino che il Signore ha già tracciato, perché possiamo raggiungere la nostra piena realizzazione di figli, ad immagine del Figlio.

Buona Pasqua