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giovedì 27 giugno 2024

Papa Francesco «Come cristiani e comunità ecclesiali rinnoviamo il nostro impegno di preghiera e di lavoro contro la droga» Udienza Generale 26/06/2024 (foto, testo e video)

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 26 giugno 2024


Sono diventati sei i piccoli ospiti del Papa sulla jeep bianca scoperta, prima dell’udienza generale del mercoledì, in piazza San Pietro. I piccoli si sono goduti il giro tra i vari settori della piazza delimitata dal colonnato del Bernini con sguardi curiosi, che ad un certo punto del tragitto si sono incrociati con quelli di altri due loro coetanei, che hanno fatto fermare la papamobile per far autografare al Santo Padre quaderni e disegni. Sotto il sole e il cielo terso di Roma, sono decine di migliaia i pellegrini che assistono all’appuntamento del mercoledì, agitando bandiere variopinte con i colori dei vari Paesi e tenendo a portata di mano gli immancabili telefonini per le foto e i selfie.














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Il testo qui di seguito include anche parti non lette che sono date ugualmente come pronunciate.

Catechesi in occasione della Giornata mondiale contro l’abuso e il traffico illecito di droga


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi si celebra la Giornata Mondiale contro l’abuso e il traffico illecito di droga, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1987. Il tema di quest’anno è Le prove sono chiare: bisogna investire nella prevenzione.

San Giovanni Paolo II ha affermato che «l’abuso di droga impoverisce ogni comunità in cui è presente. Diminuisce la forza umana e la fibra morale. Mina i valori stimati. Distrugge la voglia di vivere e di contribuire a una società migliore». [1] Questo fa l’abuso di droga e l’uso di droga. Ricordiamo però, al tempo stesso, che ogni tossicodipendente «porta con sé una storia personale diversa, che deve essere ascoltata, compresa, amata e, per quanto possibile, guarita e purificata. [...] Continuano ad avere, più che mai, una dignità, in quanto persone che sono figli di Dio». [2] Tutti hanno una dignità.

Non possiamo tuttavia ignorare le intenzioni e le azioni malvagie degli spacciatori e dei trafficanti di droga. Sono degli assassini! Papa Benedetto XVI usò parole severe durante una visita a una comunità terapeutica: «Dico ai trafficanti di droga che riflettano sul male che stanno facendo a una moltitudine di giovani e di adulti di tutti gli strati sociali: Dio chiederà loro conto di ciò che hanno fatto. La dignità umana non può essere calpestata in questo modo». [3] E la droga calpesta la dignità umana.

Una riduzione della dipendenza dalle droghe non si ottiene liberalizzandone il consumo – questa è una fantasia –, come è stato proposto, o già attuato, in alcuni Paesi. Si liberalizza e si consuma di più. Avendo conosciuto tante storie tragiche di tossicodipendenti e delle loro famiglie, sono convinto che è moralmente doveroso porre fine alla produzione e al traffico di queste sostanze pericolose. Quanti trafficanti di morte ci sono – perché i trafficanti di droga sono trafficanti di morte –, spinti dalla logica del potere e del denaro ad ogni costo! E questa piaga, che produce violenza e semina sofferenza e morte, esige dalla società nel suo complesso un atto di coraggio.

La produzione e il traffico di droga hanno un impatto distruttivo anche sulla nostra casa comune. Ad esempio, questo è diventato sempre più evidente nel bacino amazzonico.

Un’altra via prioritaria per contrastare l’abuso e il traffico di droghe è quella della prevenzione, che si fa promuovendo maggiore giustizia, educando i giovani ai valori che costruiscono la vita personale e comunitaria, accompagnando chi è in difficoltà e dando speranza nel futuro.

Nei miei viaggi in diverse diocesi e vari Paesi, ho potuto visitare diverse comunità di recupero ispirate dal Vangelo. Esse sono una testimonianza forte e piena di speranza dell’impegno di preti, consacrati e laici di mettere in pratica la parabola del Buon Samaritano. Così pure sono confortato dagli sforzi intrapresi da varie Conferenze episcopali per promuovere legislazioni e politiche giuste riguardo al trattamento delle persone dipendenti dall’uso di droghe e alla prevenzione per fermare questo flagello.

A titolo di esempio, segnalo la rete de La Pastoral Latinoamericana de Acompañamiento y Prevençión de Adicciones (PLAPA). Lo statuto di questa rete riconosce che «la dipendenza da alcol, da sostanze psicoattive e altre forme di dipendenza (pornografia, nuove tecnologie ecc.) … è un problema che ci colpisce indistintamente, al di là delle differenze geografiche, sociali, culturali, religiose e di età. Nonostante le differenze, ... vogliamo organizzarci come una comunità: condividere le esperienze, l’entusiasmo, le difficoltà». [4]

Menziono inoltre i Vescovi dell’Africa Australe, che nel novembre 2023 hanno convocato una riunione sul tema “Dare potere ai giovani come agenti di pace e speranza”. I rappresentanti dei giovani presenti all’incontro hanno riconosciuto quell’assemblea come una «pietra miliare significativa orientata verso una gioventù sana e attiva in tutta la regione». Hanno inoltre promesso: «Accettiamo il ruolo di ambasciatori e sostenitori della lotta contro l’uso di sostanze stupefacenti. Chiediamo a tutti i giovani di essere sempre empatici gli uni con gli altri». [5]

Cari fratelli e sorelle, di fronte alla tragica situazione della tossicodipendenza di milioni di persone in tutto il mondo, di fronte allo scandalo della produzione e del traffico illecito di tali droghe, «non possiamo essere indifferenti. Il Signore Gesù si è fermato, si è fatto vicino, ha curato le piaghe. Sullo stile della sua prossimità, siamo chiamati anche noi ad agire, a fermarci davanti alle situazioni di fragilità e di dolore, a saper ascoltare il grido della solitudine e dell’angoscia, a chinarci per sollevare e riportare a nuova vita coloro che cadono nella schiavitù della droga». [6] E preghiamo per quei criminali che danno la droga ai giovani: sono criminali, sono assassini! Preghiamo per la loro conversione.

In questa Giornata Mondiale contro la droga, come cristiani e comunità ecclesiali rinnoviamo il nostro impegno di preghiera e di lavoro contro la droga. Grazie!
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[4] https://adn.celam.org/wp-content/uploads/2023/09/Carta-a-la-Iglesia-de-ALC-PLAPA-14sept2023-CL.pdf.
[5] https://imbisa.africa/2023/11/21/statement-following-the-imbisa-youth-meeting/

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Guarda il video della catechesi

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Saluti

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Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.

In particolare, ai fedeli delle parrocchie di San Michele Arcangelo in Casagiove, della Madonna dei Poveri in Seminara e di Santa Maria delle Grazie in Ortona.

Saluto inoltre i militari della Scuola di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza.

Accolgo con affetto i bambini e i ragazzi dell’Associazione “Gabry Dance” di Poggiomarino, accompagnati dai familiari e dagli educatori sportivi.

Il mio pensiero infine è per i giovani, gli ammalati, gli anziani e gli sposi novelli. Sabato prossimo celebreremo la solennità dei Santi Pietro e Paolo, Patroni di Roma. Siate sul loro esempio discepoli missionari, testimoniando ovunque la bellezza del Vangelo. Alla loro intercessione affidiamo le popolazioni che soffrono la guerra: la martoriata Ucraina, la Palestina, Israele, il Myanmar, perché possano presto ritrovare la pace.

A tutti la mia benedizione.


Guarda il video integrale

mercoledì 26 giugno 2024

Tonio dell'Olio: Finalmente un medico per tutte e tutti

Tonio dell'Olio
Finalmente un medico per tutte e tutti

PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI IL 26 GIUGNO 2024


Antonio Mumolo, oltre che essere consigliere regionale del Pd in Emilia Romagna, è il fondatore dell'associazione Avvocato di strada. Si tratta di professionisti senza parcella che difendono le ragioni, ovvero i diritti, dei senza fissa dimora.

Sono loro per primi ad aver chiesto l'accesso degli homeless nel sistema sanitario nazionale. Ebbene anche se l'informazione oggi non ha dato grande risalto alla cosa, ieri la Camera dei deputati ha approvato una norma che riconosce finalmente anche ai senza fissa dimora l'accesso, ovvero il diritto, all'assistenza sanitaria pubblica. Si tratterà di una sperimentazione della durata di due anni, per ora riguarderà soltanto le 14 città metropolitane, avrà un fondo limitato di due milioni di euro, ma intanto si inizia. Finalmente si riconosce il diritto alla salute anche a chi ha perso la casa, ai separati che dormono in auto, ai tanti che sono precipitati all'improvviso in un vortice che sembra un abisso, alla moltitudine dei migranti. E la buona notizia nella buona notizia è che – incredibile a dirsi! – la legge che porta la firma di Marco Furfaro (PD) è passata all'unanimità con 227 voti a favore. Ai più stupisce che gli articoli 3 (uguaglianza) e 32 (diritto alla salute) della Costituzione, fossero finora distrattamente disattesi e che ora sono finalmente rispettati.


COME PUÒ UN RAGAZZO UCCIDERE?




Ecco a Pescara l'ennesima tragedia che lascia tutti senza parole: l'efferato omicidio di un sedicenne compiuto da due coetanei. Sento la tentazione di trovare spiegazioni che possano allontanarmi, come genitore, dall'eventualità di trovarmi in situazione anche lontanamente affini a questo dramma. Come educatori e genitori pensiamo ai figli o agli alunni per i quali abbiamo delle responsabilità educative, ai loro funzionamenti e anche ai loro malfunzionamenti e ci chiediamo se mai potrebbero compiere un gesto simile o trovarsi coinvolti in una situazione dove la coscienza e la consapevolezza del bene e del male svanisca o forse risulti inesistente.

Leggendo in un articolo l'affermazione che per essere genitori serve avere fortuna mi interrogo, prima di tutto come mamma, se riconoscermi o meno in questa visione. Io credo che nessuno educatore può determinare la salvezza e il futuro di chi sta crescendo. Educare significa costruire ogni giorno il meglio con i minori che guardano a noi per orientarsi nella vita. Conosco infiniti genitori che quotidianamente provano a mettercela tutta nell'educare eppure soffrono terribilmente vedendo i figli farsi del male e perseverare in situazioni problematiche per il loro benessere e per il benessere delle persone che stanno loro vicine. Come due ragazzi siano potuti arrivare a un gesto così brutale, dopo vicende che la giustizia ricostruirà chiaramente, è una domanda senza risposta. Come può un ragazzo minorenne, un figlio, uccidere; o colludere con l'uccisione di un altro minore? Che cosa non ha funzionato? Come la tua mente ha potuto oscurare la voce della coscienza?

Ogni giorno come genitori seminiamo tracce per orientare il cammino dei nostri figli. Cerchiamo di tenere il contatto ma oggi più che mai questo contatto è condizionato da mille fattori diversi. Siamo genitori spesso deboli perché la nostra voce arriva alla mente dei figli in mezzo a molte altre voci, il loro cuore e il loro pensiero è nutrito da illusioni, promesse, che spesso contravvengono ai nostri insegnamenti. E che potere abbiamo noi? Spesso pur mettendocela tutta, pur continuando a fare domande, a puntare gli occhi sulla vita dei minori, ci accorgiamo di perdere terreno, li vediamo allontanarsi, sentiamo che la nostra voce non penetra dentro loro. Io non conosco i genitori dei ragazzi coinvolti in questa tragedia ma immagino il loro dolore. Immagino il dolore straziante dei genitori di Christopher e penso allo sconcerto degli altri genitori. L'augurio per chi è rimasto vivo è quello di spegnere tutte le voci che hanno reso possibile questo orrore e sentirne appieno il dolore. La salvezza può passare solo da questo dolore ormai insanabile. Niente potrà riportare in vita il ragazzo ucciso. Sopravvivere a questa tragedia significa portare dentro di sé il dolore lacerante per quello che è stato e l'impegno quotidiano per rendere onore alla memoria di chi non avrà più la possibilità di continuare a vivere.

Noi genitori dobbiamo continuare a educare senza smettere mai, senza giudicare e senza chiamarci fuori. Dobbiamo piuttosto stringerci sempre più saldamente in un'alleanza educativa che sorregge e incoraggia anche di fronte a drammi come questi. Io credo che educare un figlio più che di fortuna abbia bisogno di fede e speranza e solo insieme possiamo tenerle.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Barbara Tamborini 25/06/2024)

martedì 25 giugno 2024

Gaza. “Almeno 21mila bambini dispersi, detenuti o sepolti sotto le macerie”

Gaza. “Almeno 21mila bambini dispersi, detenuti o sepolti sotto le macerie”

La denuncia di Save the Children che ha raccolto alcune stime riguardanti i bambini colpiti dal conflitto. “Non c'è un posto sicuro a Gaza. Ogni giorno troviamo bambini soli ed è sempre più difficile aiutarli”

Foto: Agenzia Dire

Si stima che almeno 21 mila bambine e bambini siano dispersi nel caos della guerra a Gaza. È quasi impossibile raccogliere e verificare le informazioni nelle condizioni attuali in cui si trova Gaza, ma si stima che almeno 17 mila bambini siano separati e non accompagnati e che circa 4 mila siano probabilmente sotto le macerie, mentre un numero imprecisato si trova in fosse comuni. Altri sono stati fatti sparire con la forza, un numero indefinito dei quali detenuti e trasferiti fuori da Gaza, mentre le loro famiglie non sono a conoscenza del luogo in cui si trovano, tra segnalazioni di maltrattamenti e torture. Questo l’allarme lanciato da Save the Children, l’organizzazione che da oltre 100 anni lotta per salvare i bambini a rischio e garantire loro un futuro, i cui team di protezione riferiscono che gli ultimi sfollamenti causati dall'offensiva a Rafah hanno causato la separazione di altri bambini dalle loro famiglie e aumentato ulteriormente la preoccupazione di queste ultime e dell’intera comunità.

"Ogni giorno troviamo bambini soli ed è sempre più difficile aiutarli. Lavoriamo con i nostri partner per identificare i minori soli e rintracciare le loro famiglie, ma non ci sono strutture sicure per loro. Non c'è un posto sicuro a Gaza. Riunire i minori con la loro famiglia è difficile, poiché le ostilità in corso limitano il nostro accesso alle comunità e costringono costantemente le persone a spostarsi - ha dichiarato un esperto di protezione di Save the Children a Gaza -. I vicini e i membri delle famiglie allargate che hanno accolto i bambini soli stanno lottando per dare loro un riparo, cibo e acqua. Molti si trovano con estranei, o completamente soli, e questa situazione li espone al rischio di subire violenze, abusi, sfruttamento".

In seguito agli ultimi attacchi delle forze israeliane a Rafah sono state segnalate numerose vittime. Gli esperti delle Nazioni Unite hanno riferito di "persone intrappolate in tende di plastica in fiamme" e "bruciate vive", mentre il Ministero della Sanità di Gaza ha parlato di "corpi bruciati e non identificabili". Save the Children evidenzia che l’identificazione da parte dei parenti è quasi impossibile nel momento in cui intere famiglie sono state allontanate e le restrizioni all'ingresso impediscono l'accesso delle attrezzature e degli esperti necessari. Secondo il Ministero della Sanità di Gaza, dal 7 ottobre sono stati uccisi più di 14 mila bambini, per circa la metà di questi non è ancora stata completata l’identificazione. Secondo gli esperti delle Nazioni Unite, sono stati trovati di recente bambini anche nelle fosse comuni e molti corpi mostrano segni di tortura e di esecuzioni sommarie, oltre a potenziali casi di persone sepolte vive.

Da ottobre sono stati uccisi almeno 33 bambine e bambini israeliani, mentre non è chiaro se ce ne siano tra quelli ancora tenuti in ostaggio a Gaza. Al 9 giugno, circa 250 minori palestinesi della Cisgiordania risultano nel sistema di detenzione militare israeliano, ma le loro famiglie non sono in grado di confermare il luogo in cui si trovano e il loro stato di salute a causa delle ulteriori restrizioni sulle visite introdotte da ottobre. Le Nazioni Unite hanno ricevuto numerose segnalazioni di detenzioni di massa, maltrattamenti e sparizioni forzate di migliaia di persone, tra cui bambini. "Le famiglie sono straziate dal fatto di non sapere dove si trovino i loro cari. Nessun genitore dovrebbe scavare tra le macerie o in fosse comuni in cerca del corpo del proprio figlio. Nessun bambino dovrebbe essere solo, senza protezione, in una zona di guerra, detenuto o tenuto in ostaggio - ha dichiarato Jeremy Stoner, Direttore di Save the Children per il Medio Oriente -. I minori dispersi ma ancora vivi sono vulnerabili, corrono gravi rischi di protezione e devono essere rintracciati. Vanno protetti e riuniti alle loro famiglie. per quanto riguarda i bambini che hanno perso la vita, la loro morte deve essere registrata in modo ufficiale, le famiglie informate, vanno rispettati i riti di sepoltura e ricercate le responsabilità. Come molti hanno sottolineato, Gaza è diventata un cimitero di bambini, con migliaia di dispersi il cui destino è sconosciuto. Chiediamo un'indagine indipendente e che i responsabili siano chiamati a rispondere. Abbiamo un disperato bisogno di un cessate il fuoco per trovare e sostenere le bambine e i bambini sopravvissuti e per evitare che altre famiglie vengano distrutte".
(fonte: Redattore Sociale 24/06/2024)


Mons. Gianfranco Ravasi Le parole shock di Gesù / 14 Dare e avere

Mons. Gianfranco Ravasi
Le parole shock di Gesù / 14
 
Dare e avere  
 

A chi ha sarà dato ma a chi non ha sarà tolto anche ciò che crede di avere
(Luca 8,18)

Gesù, con questa dichiarazione, cede forse alla logica dell’accumulo propria del capitalismo selvaggio? La frase è abbastanza strana in bocca a colui che ha sempre celebrato il distacco dalle ricchezze, che è stato in compagnia costante di chi era indigente, che non possedeva neppure una pietra come guanciale. Tuttavia, i vangeli ripetono ben cinque volte questa frase, sia pure con varianti. Noi abbiamo scelto le parole riferite da Luca dopo la parabola del seminatore (e così fanno anche Marco e Matteo). Una dichiarazione analoga è posta a suggello della parabola dei talenti (Matteo, 25, 14-30) o delle mine, che erano monete d’oro (Luca, 19, 12-27): «A chiunque ha, sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha».

Certo, l’esperienza di base da cui parte Gesù è probabilmente di tipo economico, ma egli la trasfigura in simbolo adattandola a una lezione di taglio morale. Lo si vede chiaramente nella parabola dei talenti: chi ne aveva dieci e li aveva fatti fruttare riceve anche l’unico talento dell’amministratore inerte e inetto. Detto in altri termini, non basta ricevere i doni divini, custodirli e goderne; è necessario rispondere con l’impegno personale trasformandoli e mettendoli in opera. Grazia divina e libertà umana devono essere in sinergia.

Significativa è la precisazione di Luca: la persona indifferente e pigra perde «anche ciò che crede di avere». Il dono divino non è una pietra preziosa da custodire in uno scrigno, è una realtà viva, una qualità personale. Essa, se viene lasciata ferma e statica, lentamente svapora, si dissolve e rimane il vuoto dell’anima. Interessante è anche il legame con la parabola del seminatore e con l’insegnamento di Gesù in genere, legame sottolineato dai tre evangelisti sinottici — come è noto — che incastonano il detto di Cristo proprio nel discorso in parabole. Luca, infatti, premette alla frase da noi citata questo appello: «Fate attenzione a come ascoltate». Ecco, chi ha un cuore, una mente, un orecchio aperti e ricchi di disponibilità alla comprensione e all’accoglienza della Parola di Dio, riceverà un dono grandioso. La sua esistenza sarà nella pienezza, mentre chi ha un animo gretto e meschino diverrà ancor più misero e vuoto, perdendo anche l’illusorio possesso che tiene affondato dentro di sé, sterile come un freddo gioiello. Un cuore ricco di sensibilità, di volontà, di amore, di adesione si allarga in una straordinaria fioritura e abbondanza; un cuore rinchiuso in se stesso s’impoverisce sempre più, s’immiserisce e lentamente cessa di battere.
(fonte: L'Osservatore Romano 8 giugno 2024)

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Vedi anche i post precedenti:

lunedì 24 giugno 2024

Natività di S. Giovanni Battista Quale nome?

Antonio Savone

Natività di S. Giovanni Battista
Quale nome?


“Dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce”, ci ricorda il vangelo di Mc. Dio è sempre all’opera, anche quando tutto sembrerebbe irrimediabilmente compromesso, quando tutto è nel segno della impossibilità conclamata. E oggi, in questa solennità della Nascita di S. Giovanni Battista, tocchiamo con mano come Dio si faccia strada in una storia che conosce il dramma della sterilità, il dramma, cioè, di non vedere un futuro perché il tempo della fecondità è stato abbondantemente superato.

Proprio la vicenda di Giovanni suggerisce un diverso modo di stare di fronte alla storia. Qualcuno pretenderebbe di imporgli il nome del padre Zaccaria, che significa “Dio ricorda”, ma Elisabetta è perentoria: “No, si chiamerà Giovanni”, che significa “Dio fa grazia”. È solo Dio a darci il nome vero, ad assegnare, cioè, il nostro posto e il nostro compito nella storia, nessun altro. A chi pretenderebbe accostare la vita e leggerla solo a partire dalle abitudini, dalle tradizioni consolidate, dal clan, viene ricordato che nessuno è padrone indiscusso del mistero di un’esistenza. Il compito di ognuno di noi è aiutare a scoprire il vero nome (quello nostro e quello di chi ci è affidato) che ci è assegnato e portarlo a compimento,.

Cosa viene a dire a noi questa differenza di nomi? Chiamarlo come suo padre significava leggere il presente a partire dal passato. Quante volte c’è un passato che incombe e condiziona! Della serie: puoi forse aspettarti qualcosa di diverso con simili premesse?

Chiamarlo con un nome nuovo, invece, suggerisce la consapevolezza che l’intervento di Dio non è relegato soltanto in una storia memorabile e gloriosa ma è ancora all’opera: Dio non cessa di intervenire a favore del suo popolo. Il problema, semmai, è accorgersene e riconoscerlo. Quando l’angelo annuncia la nascita di Giovanni attribuisce a quest’ultimo un compito ben preciso, quello di “convertire il cuore dei padri verso i figli”. Ci saremmo aspettati l’inverso. Eppure, Giovanni ricorda che è il presente a gettare nuova luce sul passato, a dare un senso a ciò che sembrava non averne alcuno. È il qui e ora a farci comprendere che davvero “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio”, persino il limite della vecchiaia di Zaccaria e quello della sterilità di Elisabetta. E se ci fosse un modo diverso di leggere i nostri limiti, quello che a noi sembra, cioè, solo un ostacolo, un impedimento? È la vita nuova che accade sotto i nostri occhi a restituirci la giusta prospettiva con cui accostare ciò che è stato.

Dare il nome “Giovanni” al bambino significa confessare che per quanto nessuno nasca senza bagagli, nessuno è schiavo dei suoi condizionamenti pregressi. Quel figlio ormai inatteso non è l’ultimo anello di una storia passata a cui dovrà essere sempre debitore ma è il frutto insperato a cui la storia passata deve guardare prendendo atto che, pur tra mille resistenze, dubbi e incredulità, Dio si fa strada tra gli uomini.

Laddove noi saremmo convinti che non c’è soluzione di continuità, il vangelo attesta che Dio interrompe un meccanismo condizionato da un certo fatalismo: “Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome”, obiettano i parenti e i vicini come a voler ricordare che le cose devono restare immutate.

Che Dio continui a far grazia vuol dire che non c’è fatalismo che tenga: ad influire su di noi non saranno soltanto gli inevitabili condizionamenti di un ambiente o di una cultura ma molto di più quelli della grazia, dell’opera stessa di Dio. Tra ciò che precede il nostro venire alla luce e ciò che ne consegue c’è il mirabile intreccio tra l’azione di Dio e la mia libertà.

La mia esistenza non è un libro chiuso il cui indice è stato già stilato. Se non mi sottraggo alla presenza di Dio nella mia vita, le pagine migliori sono tutte ancora da scrivere. Basti pensare al buon ladrone: una storia inevitabilmente segnata dal male, conosce un esito diverso per l’incontro con la Grazia all’ultimo istante. Non sono chiamato ad essere quello che qualcuno ha già scritto ma sono chiamato a diventare quello che Dio desidera per ciascuno di noi: “luce delle nazioni”. Ciascuno è chiamato ad aprire strade di novità lì dove il Signore lo ha posto.

Come Giovanni, anche il nostro compito è quello di preparare la via al Signore. Non siamo chiamati a proporre noi stessi ma a fare in modo che altri possano gustare la gioia di conoscere il Signore.

“Lui deve crescere, io diminuire”: non ci spaventi, perciò, tutto ciò che sembra ridimensionare pretese e aspettative nostre.
(fonte: A Casa di Cornelio 23/06/2024)


«VI RACCONTO IL SOGNO DI PADRE PAOLO DALL'OGLIO, UOMO DEL DIALOGO E DELLA PACE»

«VI RACCONTO IL SOGNO DI PADRE PAOLO DALL'OGLIO,
UOMO DEL DIALOGO E DELLA PACE»

Il regista Fabio Segatori ha girato un docufilm sul religioso di cui si sono perse le tracce dal luglio 2013, quando è stato rapito in Siria. Materiali di repertorio, interviste ai famigliari e a chi l'ha conosciuto, sequenze ricostruite con attori compongono il ritratto di una figura coraggiosa, appassionata, votata all'incontro fra cristianesimo e islam, dalla parte degli ultimi. La Rai lo manderà in onda il 17 novembre, giorno del suo compleanno

La foto di padre Paolo dall'Oglio esposta al Campidoglio.

IL DOCUFILM SU PADRE DALL'OGLIO DI FABIO SEGATORI

Il regista Fabio Segatori. 
“Il 17 novembre 1954 è nato un uomo di dialogo e di pace: questo dobbiamo festeggiare”. Il regista viterbese Fabio Segatori, in occasione dei settant’anni dalla nascita di padre Paolo Dall’Oglio, ne racconta la vita, al contempo semplice e incredibile, e la specificità spirituale dell’agire in un docufilm per la Rai in onda proprio il giorno del suo compleanno.

Padre Dall’Oglio, missionario gesuita romano fortemente impegnato nel dialogo interreligioso con il mondo islamico, fondatore nel 1991 della comunità monastica di Deir Mar Musa, un luogo in cui cattolici, ortodossi e musulmani potessero convivere. Di lui, pubblicamente critico verso le repressioni del regime siriano, si sono perse le tracce più di dieci anni fa a Raqqa, dove era impegnato in trattative per la liberazione di un gruppo di ostaggi. “Stiamo ultimando le riprese. La conferenza stampa molto probabilmente sarà in Vaticano, a settembre”, racconta Fabio Segatori.

COME È STATO COSTRUITO IL DOCUFILM

“Il film ha la durata di cinquantadue minuti. È un lavoro importante, dettagliato, integra fluidamente materiali autentici e ricostruzioni di finzione con l’intento di restituire in modo coinvolgente l’avventura umana di padre Dall’Oglio, vissuta per la fede, la pace e la giustizia. Il racconto audiovisivo si basa sull’integrazione di materiali di repertorio e di sequenze ricostruite con attori che si alternano a interviste a persone straordinarie, con due o tre lauree, seguaci di padre Dall’Oglio che nella vita hanno lasciato tutto per andare a vivere nel deserto siriano, in un monastero del 1100 affrescato che lui aveva scoperto nel 1982, allora diroccato. Chiamando i suoi amici scout a raccolta, pietra su pietra lo ha riedificato. Il fulcro della storia sarà proprio la scoperta e il restauro di questo monastero abbandonato, dove si formerà una comunità di ragazzi e ragazze di diverse parti del mondo che, guidati dal suo carisma, si dedicheranno a una vita nel deserto di preghiera, lavoro manuale e accoglienza dell’altro al servizio dell’armonia islamo-cristiana”.

SAN FRANCESCO REINCARNATO IN PADRE DALL'OGLIO

È una storia dei nostri anni, ma dal sapore medievale. “È come se fosse lo stesso spirito di San Francesco a reincarnarsi in un ragazzone di circa un metro e ottanta dei tempi moderni. Padre Dall’Oglio, voglio parlarne al presente, è un personaggio colorito, esuberante, molto simpatico, che parla più lingue, perfettamente l’arabo, che dà il cuore per una causa. Abbiamo restaurato filmati rarissimi. Ci sono molti suoi interventi che sono reperibili negli archivi della Rai e di altre televisioni di tutto il mondo, incluse le ultime drammatiche trasmissioni da lui registrate per Orient News tra il 2012 e il 2013, fino a pochi giorni prima della scomparsa. I ricordi degli amici ricostruiscono il puzzle della sua vita: dall’infanzia spensierata nei mesi estivi a Rocca di Mezzo all’adolescenza nei turbolenti anni ’70, fino alla vocazione e alla passione per il Medio Oriente e la Siria. È anche la storia di un’Italia cattolica che non va di moda raccontare, pura, senza dietrologie. Il suo carattere impetuoso fatto di convinzioni, slanci, testimonianze coraggiose, a volte accompagnate da profondo sconforto di fronte alle difficoltà, unitamente a contrasti talora con autorità religiose, l’ordine dei gesuiti o tra i membri della comunità stessa, sono l’ossatura della sua esperienza di dialogo in un momento in cui il mondo sembra diventato una polveriera. La sua presa di posizione, la sua lotta a favore del popolo siriano e della democrazia, il suo tentativo di dialogare con il mondo islamico, la sua rabbia, la sua fede, il suo voler essere sempre integro, onesto, fino alla scomparsa a Raqqa. Ho utilizzato quello che in gergo tecnico si chiama compositing digitale per unire repertori e scene live action, con le innovative soluzioni di linguaggio già adottate nel docufilm Lussu, con Renato Carpentieri e Galatea Ranzi, finalista ai Nastri d’Argento 2022. Vengo dal cinema spettacolare: il primo che non si deve annoiare sono io”, spiega il regista.

LE TESTIMONIANZE SUL GESUITA

Fra i tanti intervistati autorevoli, Francesca e Immacolata Dall’Oglio, padre Jacques Mourad, padre Vincenzo d’Adamo, Riccardo Cristiano, Gianni Piccinelli, suor Deema Fayyad, padre Jihad Youssef. “Quello che trasmettono dai loro occhi e la profondità di pensiero sono il vero effetto speciale del film. Lo sguardo è un po’ una mia ossessione. Io voglio sempre vedere gli occhi ben illuminati per capire chi sono i miei interlocutori”, continua Segatori. “Tutti loro sono convinti che mettendosi a pregare su questa terrazza che domina il deserto siriano prima o poi la pace arrivi. Cosa che può sembrare folle se non fosse per una sicurezza nel loro parlare e agire che mi ha quasi trascinato in maniera contagiosa. In un momento in cui tutto è cinico, vedere che c’è qualcuno che con la preghiera cuce la pace come se fosse un lavoro all’uncinetto, con pazienza amanuense, mi ha cambiato. Quanto a Francesca, la sorella, è una combattente. In dieci anni dalla scomparsa non ha mai accettato l’idea che fosse morto, da lì il suo appello a continuare a cercarlo. Padre Dall’Oglio era consapevole che rischiava la vita. Quando è scoppiata la guerra civile in Siria e arrivavano al monastero persone torturate, ha preso posizione contro il regime di Assad. Questo fatto lo ha messo in minoranza, perché la comunità cristiana, che girava nei quartieri borghesi di Damasco, era protetta dal regime. Lui, invece, ha preso le parti dei poveri, degli ultimi, che molto spesso erano più sensibili al richiamo dell’Isis. Paradossalmente, da visionario qual era, ha cercato un dialogo con l’Isis. È, infatti, col nemico che bisogna fare pace: questa la sua sfida un po’ donchisciottesca. Solo che quando ha cercato di trattare con l’Isis è scomparso”.

UN FILM SULLA CROCIATA DEI BAMBINI

Raccontarne la figura è stata un’esigenza per Segatori. “Dal 1987 ho un sogno che spero di poter realizzare. Ho scoperto una storia, La crociata dei bambini, realmente accaduta nel 1212, quando una colonna di settemila bambini partì dalla Francia e dalla Germania alla conquista del Santo Sepolcro, sperando di liberare la Terra Santa. Questi bambini furono venduti come schiavi a Genova e a Marsiglia dagli occidentali cristiani. Solo alcuni di loro finirono alla corte di al-Kamil, dove, invece, furono presi come interpreti. Dagli arabi impararono la tolleranza, fin quando arrivò San Francesco d’Assisi che riportò alcuni di loro in Europa. Questa parabola sul dialogo interreligioso l’ho scritta nel 1987 e tutta la mia carriera è stata organizzata per riuscire un giorno a realizzarne un film. Ho poi conosciuto una principessa russa amica di padre Dall’Oglio, che per prima mi parlò di lui. Il fatto che questo grande gesuita dedicasse la vita al dialogo interreligioso tra cristianesimo e islam è stato un segno del destino. Dopo le torri gemelle e le contrapposizioni tra mondo musulmano e cristiano degli ultimi decenni l’esigenza del dialogo è sempre più centrale. Sono questioni di cui si parla poco sul piano culturale e spirituale. Il dialogo interreligioso non è una questione: è la questione. Lo scontro di civiltà non ce lo possiamo permettere. Tutto quello che sta succedendo in Siria, in Israele è talmente grave che sta creando una nuova barbarie. Gli appelli del Santo Padre ancora sono inascoltati. Per me è una cosa incomprensibile e inaccettabile”.

L'ESEMPIO DEL PADRE DI PAOLO DALL'OGLIO

Conclude: “L’avvocato Cesare Dall’Oglio, papà di Paolo, figura di primo piano di militante cattolico, componente della Direzione della Dc nel governo De Gasperi, fu uomo di rigore morale e impegno civile. Paolo Dall’Oglio è cresciuto con questo esempio. C’è stata un’epoca in cui i nostri politici avevano una dedizione al servizio della collettività, cosa di cui oggi c’è molto bisogno soprattutto per i giovani. È possibile fare bene il proprio lavoro senza tornaconto personale. Esistono anche le persone così e bisogna raccontarle, altrimenti sembra che non esistano”.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Francesca Fiocchi 17/06/2024)

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Per saperne di più vedi anche il post (all'interno altri link a quelli precedenti):


Papa Francesco: «Nei momenti di prova, so fare memoria delle volte in cui ho sperimentato, nella mia vita, la presenza e l’aiuto del Signore?» Angelus del 23 giugno 2024 (Testo e video)

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 23 giugno 2024




Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Oggi il Vangelo ci presenta Gesù sulla barca con i discepoli, nel lago di Tiberiade. Arriva all’improvviso una forte tempesta e la barca rischia di affondare. Gesù, che stava dormendo, si sveglia, minaccia il vento e tutto ritorna alla calma (cfr Mc 4,35-41).

Ma in realtà non si sveglia, lo svegliano! Con tanta paura, sono i discepoli a svegliare Gesù. La sera prima, era stato Gesù stesso a dire ai discepoli di salire in barca e attraversare il lago. Loro erano esperti, erano pescatori, e quello era il loro ambiente di vita; ma una tempesta poteva metterli in difficoltà. Sembra che Gesù voglia metterli alla prova. Comunque, non li lascia soli, sta con loro sulla barca, tranquillo, anzi, addirittura dorme. E quando si scatena la bufera, con la sua presenza li rassicura, li incoraggia, li incita ad avere più fede e li accompagna oltre il pericolo. Ma possiamo fare questa domanda: Perché Gesù si comporta così?

Per rafforzare la fede dei discepoli e per renderli più coraggiosi. Essi infatti, escono da questa esperienza più consapevoli della potenza di Gesù e della sua presenza in mezzo a loro, e dunque più forti e più pronti ad affrontare gli ostacoli, le difficoltà, compresa la paura di avventurarsi ad annunciare il Vangelo. Superata con Lui questa prova, sapranno affrontarne tante altre, fino alla croce e al martirio, per portare il Vangelo a tutte le genti.

E anche con noi Gesù fa lo stesso, in particolare nell’Eucaristia: ci riunisce attorno a Sé, ci dona la sua Parola, ci nutre con il suo Corpo e il suo Sangue, e poi ci invita a prendere il largo, per trasmettere a tutti quello che abbiamo sentito e condividere con tutti quello che abbiamo ricevuto, nella vita di ogni giorno, anche quando è difficile. Gesù non ci risparmia le contrarietà ma, senza mai abbandonarci, ci aiuta ad affrontarle. Ci fa coraggiosi. Così anche noi, superandole con il suo aiuto, impariamo sempre più a stringerci a Lui, a fidarci della sua potenza, che va ben oltre le nostre capacità, a superare le incertezze e le esitazioni, le chiusure e i preconcetti, con coraggio e grandezza di cuore, per dire a tutti che il Regno dei Cieli è presente, è qui, e che con Gesù al nostro fianco possiamo farlo crescere insieme al di là di ogni barriera.

Chiediamoci allora: nei momenti di prova, so fare memoria delle volte in cui ho sperimentato, nella mia vita, la presenza e l’aiuto del Signore? Pensiamo: Quando arriva qualche tempesta, mi lascio travolgere dall’agitazione oppure mi stringo a Lui, - ci sono tante tempeste interiori – per ritrovare calma e pace, nella preghiera, nel silenzio, nell’ascolto della Parola, nell’adorazione e nella condivisione fraterna della fede?

La Vergine Maria, che accolse con umiltà e coraggio la volontà di Dio, ci doni, nei momenti difficili, la serenità dell’abbandono in Lui.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

saluto tutti voi, romani e pellegrini dell’Italia e di vari Paesi.

In particolare saluto i fedeli di Sant Boi de Llobregat (Barcellona) e quelli di Bari. Saluto i partecipanti alla manifestazione “Scegliamo la vita”, il coro “Edelweiss” della Sezione Alpini di Bassano del Grappa, e i ciclisti di Bollate venuti in bicicletta.

Continuiamo a pregare per la pace, specialmente in Ucraina, Palestina, Israele. Guardo la bandiera di Israele. Oggi l’ho vista quando venivo dalla Chiesa dei Santi Quaranta Martiri, è una chiamata alla pace! Preghiamo per la pace! Palestina, Gaza, il Nord del Congo… Preghiamo per la pace! E la pace in Ucraina, che soffre tanto, che sia la pace! Lo Spirito Santo illumini le menti dei governanti, infonda in loro saggezza e senso di responsabilità, per evitare ogni azione o parola che alimenti lo scontro e puntare invece con decisione a una soluzione pacifica dei conflitti. Ci vuole negoziazione.

L’altro ieri è venuto a mancare Padre Manuel Blanco, un francescano che da quarantaquattro anni abitava nella Chiesa Santi Quaranta Martiri e San Pasquale Baylon a Roma. È stato superiore, confessore, uomo di consiglio. Ricordando lui, vorrei fare memoria di tanti fratelli francescani, confessori, predicatori, che hanno onorato e onorano la Chiesa di Roma. Grazie a tutti loro!

E a tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

Guarda il video



domenica 23 giugno 2024

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO B

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO B

23 giugno 2024 

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, Dio ha reso leggibile il suo amore per tutta l’umanità nell’esistenza concreta di Gesù di Nazareth. Conquistati dal suo amore, più forte della morte, e resi figli di Dio in Lui, innalziamo al Padre le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/   Ravviva la nostra fede, o Padre

  

Lettore

- Tu, o Padre, non lasci mai sola la tua Chiesa, che il tuo Figlio Gesù ha inviato nel mondo per testimoniare la presenza del tuo Regno nella storia degli uomini. Aiutala a non temere i grandi cambiamenti d’epoca e i dolorosi rivolgimenti politici. Donale di comprendere che la perdita di potere o di privilegi non è un fallimento, ma una grazia per poter annunziare, in verità e con coraggio profetico, il Vangelo della pace e della fraternità. Preghiamo.

- Ti affidiamo, o Padre, il faticoso servizio di papa Francesco. Riempilo del tuo Santo Spirito, perché possa guidare la tua Chiesa in questi tempi difficili e condurla verso una forma un po’ più fraterna e sinodale. Preghiamo.

- Ricordati, o Padre, di tutti i conflitti e le guerre presenti nel mondo. Ricordati dei massacri e delle distruzioni in Ucraina e in Palestina. Ti affidiamo le sofferenze di quelle popolazioni ormai stremate e senza futuro. Preghiamo.

- Ti preghiamo, o Padre, anche per noi, per le nostre incoerenze, per le nostre indifferenze, per la nostra mancanza di fiducia in Te. Sii vicino a quanti sono provati dalla malattia o dalla perdita del lavoro. Benedici e sostieni quei badanti e quelle badanti che si prendono cura delle nostre persone anziane. Preghiamo.

- Davanti a te, o Padre fonte della vita, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo dei numerosi femminicidi nelle famiglie, degli immigrati morti nel Mar Mediterraneo, di coloro che muoiono sul posto di lavoro. Accogli tutti, o Padre, nella tua eterna misericordia. Preghiamo.


Per chi presiede

Noi ti benediciamo, o Dio nostro Padre, perché con l’evento della Pasqua di Gesù hai salvato il mondo dal naufragio della morte, donandogli la vita nuova nel tuo Figlio Gesù. Esaudisci le nostre preghiere e colma le nostre speranze, se le ritieni conformi alla tua volontà. Te lo chiediamo per Gesù Cristo nostro Fratello e Signore, nei secoli dei secoli.  AMEN.


Non ti importa che siamo perduti?

Non ti importa che siamo perduti?

La “barca di Pietro” travolta dalla scristianizzazione: il testo ci offre alcuni dettagli che ci rivelano un senso un po’ inatteso


Un brano super famoso, la tempesta sedata, interpretato spesso per indicare la situazione attuale della Chiesa nel mondo: la “barca di Pietro” travolta dalla scristianizzazione, il timore di essere “perduti” come cristiani e la domanda quasi accusatrice a Gesù stesso: “Non ti importa? Che si potrebbe tradurre: non sembra che tu metta molte energie su questo rischio che noi viviamo. Poi la risposta di Gesù a salvare la situazione, che noi immediatamente percepiamo come traduzione del suo essere Signore della natura e della storia. Volendo, però, restare in questa interpretazione di fondo, il testo ci offre alcuni dettagli che ci rivelano un senso un po’ inatteso.

Il primo. Da bravi pescatori che da decenni sul quel lago si guadagnano da vivere, i discepoli sanno bene che queste “tempeste” possono essere molto intense, ma di breve durata. E di certo, hanno imparato strategie per minimizzare il danno e il rischio. Ma dell’applicazione di queste non c’è traccia nel testo, anche se si può ipotizzare che siano state attuate. Piuttosto, sembra che la domanda dei discepoli nasca da un dettaglio: Gesù sta “placidamente” dormendo. Come a dire: mentre noi ci facciamo in quattro per “salvarci”, tu non percepisci nemmeno questo pericolo. La domanda dei discepoli, perciò, sembra più un rimprovero che una vera richiesta di aiuto.

Ma Gesù non ha timore della “tempesta”. Non sembra essere preoccupato di quelle cose che noi reputiamo segnali del rischio di essere persi come cristiani. Calo delle vocazioni sacerdotali, calo delle presenze alla vita sacramentale, perdita di peso sociale e culturale della Chiesa, presunte derive teologiche anche da parte delle autorità ecclesiali, beghe di potere interno di una Chiesa accartocciata su di sé, percezione della scristianizzazione della società e aumento dei comportamenti immorali… ecc. Di tutto ciò Gesù non ha timore. Noi invece sì. Il che mostra già una prima sfasatura tra il nostro modo di interpretare la realtà e quello di Cristo e ci ributta la domanda su di noi, esattamente come Cristo fa: “non avete ancora fede?” A dire che la percezione del pericolo incombente nasce dalla nostra mancanza di fede, non dai dati oggettivi della realtà.

Il secondo dettaglio. Gesù sta dormendo nella “parte inferiore” (etimo di poppa v. 38) della barca. Nella realtà forse si stava riposando. Ma in questa interpretazione sembra che Lui non abbia il posto che gli compete, dentro la barca di Pietro, la “parte inferiore”. Che questo possa essere connesso con la paura di essere perduti? A cosa cerchiamo di affidarci nella tempesta? Mobilitiamo strategie di riduzione del danno, o proviamo a rimettere Cristo al centro? Ci fa figura la nostra paura o la sua presenza? Credo che anche qui sia più la nostra percezione del suo essere “nel sonno”, che non il dato reale, dovremmo saperlo: “Non si addormenterà, non prenderà sonno il custode d’Israele” (Sal 121,4). E allora risuona di nuovo la sua domanda a noi: “non avete ancora fede?”.

Ma come? Dopo tutti i segni che hanno visto (i cap. 2 e 3 di Mc sono pieni di guarigioni) ancora non si fidano? Sembra proprio così. E c’è un altro dettaglio a segnalarcelo. Quando Gesù si sveglia vede lo stato emotivo in cui si trovano i discepoli di fronte alla tempesta e Mc lo descrive usando un verbo che va tradotto con l’espressione essere bloccati dalla timidezza. Stranamente invece, dopo che Gesù ha calmato la tempesta, la reazione dei discepoli è descritta da Mc con un altro verbo: essere presi dalla voglia di fuggire per l’enorme spavento. Davvero strano: di fronte alla tempesta, ci blocchiamo, di fronte all’amore imprevedibile di Gesù, vorremmo fuggire.

Allora forse la domanda di Gesù ai discepoli e a noi mira a qualcos’altro. Non tanto al passaggio dal non credere al credere, ma da quel credere in cui ci serviamo di Dio per “far tornare” i conti, per sapere chi siamo, per opporci al nemico di turno, per ottenere i nostri obiettivi, per sentirci migliori… a quella fede in cui davvero serviamo Dio e ci lasciamo prendere dal suo amore imprevedibile e assoluto. Un ultimo dettaglio ci porta qui. Gesù apre il brano facendo un invito tradotto con: “passiamo all’altra riva”. In realtà sarebbe: “attraversiamo verso l’oltre” (v. 35 letterale). Cioè, proprio nella tempesta, proprio in questa condizione in cui temiamo di essere perduti, abbiamo la possibilità di accedere ad un livello di fede che sta oltre la media adesione religiosa, dove ci consegniamo a lui, alla sua forza amorevole che si manifesta sopravanzando ogni nostro desiderio e ogni nostra paura, tanto da far “saltare” per aria le sicurezze umane della nostra vita.

Di fronte a questo è ovvio che vorremmo “scappare”, è ovvio che ci spaventiamo molto di più che sentire di non valere più come cristiani. Ma il cammino di fede va proprio in quella direzione, perché quando pensiamo di aver capito chi è Cristo e cosa vuole da noi, la realtà (e lui dietro di essa), si incaricherà di costringerci a porci di nuovo la domanda finale: “Ma chi mai è costui?”
(fonte: Vino Nuovo, articolo di Gilberto Borghi 23/06/2024)