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sabato 28 novembre 2020

Il Papa al Festival della dottrina sociale: per noi cristiani il futuro è speranza

Il Papa al Festival della dottrina sociale:
per noi cristiani il futuro è speranza

La speranza - afferma Francesco nel videomessaggio per l’aperura dei lavori - è la “virtù di un cuore che non si chiude nel buio, non si ferma al passato, non vivacchia nel presente, ma sa vedere il domani. Per noi cristiani cosa significa il domani? È la vita redenta, la gioia del dono dell'incontro con l'amore trinitario”


Ricordare che siamo parte di una storia che si muove dentro un grande abbraccio, recuperare l’originaria ispirazione al Bene, riappacificandoci col passato che, dissodato da nostalgia o rammarico, diviene terreno fertile per costruire il futuro. Sono queste le direzioni che guidano la decima edizione del Festival della dottrina sociale, in programma dal 26 al 29 novembre e incentrato sul tema “Memoria del futuro”. È un'edizione diversa dal solito, condizionata dalla pandemia e senza la presenza di don Adriano Vincenzi, animatore di nove edizioni del Festival, morto lo scorso 13 febbraio. 


Frequentare il futuro

Al Festival partecipano rappresentanti del mondo degli imprenditori, dei professionisti, dell’ambito istituzionale, della cooperazione, dell'economia e della cultura. Nel videomessaggio per l’apertura dei lavori, Papa Francesco esorta a “frequentare il futuro”, ad avere sguardo e cuore “orientati escatologicamente”.

Per noi cristiani, il futuro ha un nome e questo nome è "speranza". La speranza è la virtù di un cuore che non si chiude nel buio, non si ferma al passato, non vivacchia nel presente, ma sa vedere il domani. Per noi cristiani cosa significa il domani? È la vita redenta, la gioia del dono dell'incontro con l'amore trinitario. In questo senso essere Chiesa significa avere lo sguardo e il cuore creativi e orientati escatologicamente senza cedere alla tentazione della nostalgia che è una vera e propria patologia spirituale.



Vivere la memoria del futuro

Il Papa esorta a cogliere la più autentica “dinamica dei cristiani” che “non è quella - afferma nel videomessaggio - del trattenere nostalgicamente il passato, quanto piuttosto di accedere alla memoria eterna del Padre e questo è possibile vivendo una vita di carità”. Dunque, “non la nostalgia che blocca la creatività e ci rende persone rigide e ideologiche anche nell'ambito sociale, politico ed ecclesiale”. Piuttosto la memoria “così intrinsecamente legata all'amore e all'esperienza, che diventa una delle dimensioni più profonde della persona umana”. “Innestati nella vita dell'amore trinitario diventiamo capaci di memoria, della memoria di Dio”. Papa Francesco ricorda quindi il senso del Festival di quest'anno:

Vivere la memoria del futuro significa impegnarsi a far sì che la Chiesa, il grande popolo di Dio (LG, 6) possa costituire in terra l'inizio e il germe del regno di Dio. Vivere da credenti immersi nella società manifestando la vita di Dio che abbiamo ricevuto in dono nel Battesimo perché si possa fare memoria ora di quella vita futura nella quale saremo insieme dinanzi al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo. Questo atteggiamento ci aiuta a superare la tentazione dell'utopia, di ridurre l'annuncio del Vangelo nel semplice orizzonte sociologico o di farci ingaggiare nel marketing delle varie teorie economiche o fazioni politiche. Nel mondo con la forza e la creatività della vita di Dio in noi: così sapremo affascinare il cuore e lo sguardo delle persone al Vangelo di Gesù, aiuteremo a far fecondare progetti di nuova economia inclusiva e di politica capace di amore.

Parte di una storia

Memoria del futuro – sottolineano i promotori del Festival - è ricordare che siamo parte di una storia. Far memoria del futuro ha un risvolto sociale: fa vedere le cose nella loro giusta dimensione, libera dai ruoli e dagli egoismi corporativi, restituisce la visione di insieme, attiva collaborazioni, rende possibile il perseguimento del bene di tutti e di ciascuno. Far memoria del futuro restituisce la corretta idea di sviluppo, di sviluppo integrale, e mette in cammino comunità, territori e popoli consapevoli che il futuro attende persone che lo rendano presente. Far memoria del futuro è la vera garanzia della libertà, vocazione e destino dell’uomo, chiamato non tanto a fare nuove cose, ma a far nuove tutte le cose. Il programma del Festival prevede vari eventi, tra cui seminari e convegni, che si potranno seguire sul sito www.dottrinasociale.it attraverso dirette in streaming.






venerdì 27 novembre 2020

Quel pugnale che si fermò a pochi centimetri dal cuore di Paolo VI



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Quel pugnale che si fermò a pochi centimetri dal cuore di Paolo VI

Cinquant’anni fa, il 27 novembre 1970, l’attentato contro Papa Montini
appena atterrato a Manila per il viaggio più lungo del suo pontificato.

Un uomo vestito da prete che impugna con una mano un crocifisso e con l’altra un pugnale. Un Papa settantatreenne che affronta il viaggio più lungo del pontificato. Un attentato sventato grazie alla pronta reazione dei collaboratori del Pontefice. Accadde cinquant’anni fa, nel novembre 1970, quando Paolo VI visita Asia e Oceania. Il pellegrinaggio è motivato dalla prima conferenza dei vescovi dell’Asia Orientale ed è tutto rivolto all’incontro con le popolazioni che vivono dall’altra parte del globo, con un messaggio che chiarisce il senso dell’inculturazione della fede e arricchimento alla comunione dell’intera cattolicità.

È lo stesso Paolo VI a presentare ai fedeli, durante un’udienza generale, l’itinerario del viaggio, che ha come prima tappa tre giorni a Manila, poi una puntata in un’isola polinesiana, quindi tre giorni a Sydney, in Australia, per poi proseguire per Giakarta, la capitale della musulmana Indonesia. Da lì un volo verso Hong Kong, “per poche ore, ma sufficienti, noi speriamo per testimoniare a tutto indistintamente il grande Popolo Cinese la stima e l’amore della Chiesa cattolica e nostro personale”. Infine, l’ultima tappa prevista è Colombo. Viaggio lungo e impegnativo ma, spiega Papa Montini, “potere e dovere hanno acceso il volere”.

Paolo VI parte il 26 novembre e l’aereo fa uno scalo tecnico a Teheran, dove il Pontefice viene cordialmente ricevuto dallo scià di Persia Reza Pahlavi. Si decide pure una sosta non prevista a Dacca, nell’allora Pakistan orientale, per un incontro con le popolazioni vittime di un tifone: Montini vuole consegnare una significativa somma di denaro per i soccorsi che comprende il ricavato di una colletta raccolta a bordo dell’aereo tra i giornalisti che lo accompagnano nel viaggio.

Il mattino del 27 novembre, appena sbarcato all’aeroporto di Manila, Paolo VI subisce un attentato che poteva costargli la vita. “Per ogni viaggio”, ha ricordato nelle sue memorie il segretario particolare don Pasquale Macchi, “il Papa fu avvertito che era previsto qualche possibile attentato, a partire dal viaggio in Terra Santa fino all’ultimo in Estremo Oriente. Sempre i servizi segreti misero in allarme la Segreteria di Stato. E ogni volta il Papa affrontò i viaggi senza alcuna preoccupazione, confidando in Dio”. Questa volta però il Papa viene colpito.

“Mentre salutava le autorità, i cardinali e i vescovi”, ha scritto il suo segretario, “il Papa venne aggredito da un pittore boliviano, Benjamin Mendoza y Amor, di trentacinque anni, vestito da sacerdote, che in mano teneva un crocifisso dorato e nell’altra, nascosto da un panno, un kriss (pugnale malese a lama serpeggiante). Con un colpo ferì il Papa al collo, fortunatamente protetto dal colletto rigido, e con un altro al petto vicino al cuore”.

In un appunto steso dallo stesso Pontefice quel giorno si legge: “Se ben ricordo, dopo i saluti alle personalità schierate... vedo confusamente un uomo... il quale impetuosamente mi veniva incontro. Io pensavo che fosse uno dei tanti che volevano salutarmi o baciare la mano, o dire qualcosa... Appena egli fu davanti a me, mi diede con ambedue le mani, due formidabili pugni al petto, e poi subito due altri, tanto che io ne sentii la forte percossa”.

Ecco come don Macchi rivive quei momenti: “Da parte mia, pensando che si trattasse di un fanatico, mi precipitai su di lui con una certa violenza per immobilizzarlo, e lo buttai tra le braccia della polizia, impedendogli così di infierire con altri colpi. Il Papa, dopo un primo istante di smarrimento, sorrise dolcemente… E rivedo altresì il suo sguardo su di me, velato da un leggero rimprovero per la mia irruenza. Poi proseguì verso il palco per il primo discorso, senza accennare all’attentato: il suo abito bianco, però, era segnato da una macchia di sangue”. Decisivo è anche l’intervento del vescovo Paul Marcinkus, l’organizzatore dei viaggi papali, che si avventa sull’assalitore.

È lo stesso Paolo VI, nell’appunto vergato il giorno stesso dell’attentato, a scrivere: “Si montò in macchina. Vidi allora sulla manica (sinistra?) alcune piccolissime goccioline di sangue, e mi accorsi che una mia mano doveva aver toccato qualche cosa macchiato di sangue, forse la mano dell’ignoto aggressore. Continuavo ad avvertire sul petto l’impronta delle percosse, ma nulla più. Si arrivò alla cattedrale. All’atto di indossare i paramenti cercai di lavare le impronte sanguigne della mano, senza darmi altra ragione di ciò che era realmente accaduto”.

Dopo la cerimonia, arrivato in nunziatura, il Papa può finalmente essere visitato. È ancora lui a raccontare: “Potei spogliarmi, e allora mi accorsi che la maglia, intrisa di sudore, aveva una grande macchia di sangue sul petto, dovuta a una piccola ferita, proprio vicina alla regione del cuore, superficiale e indolore: la maglia aveva contenuto l’emorragia, non copiosa del resto. Un’altra ferita, anche più piccola, quasi una scalfittura apparve, a destra, alla base del collo”.

“Subito medicato dalla premura del bravo e sempre pronto Professore Mario Fontana”, continua Paolo VI, “le due ferite furono tamponate e medicate nei giorni successivi, e ben presto guarite… Piccola avventura di viaggio, un po’ di rumore nel mondo (seppi che in Italia, all’arrivo della notizia, il Parlamento sospese la seduta) e grande riconoscenza a quanti si interessarono a me; ma soprattutto grazie al Signore che mi volle salvo e mi concesse di proseguire il viaggio”.

Il medico del Papa, constatate le ferite, pratica un’iniezione antitetanica, che provoca un attacco di febbre. E consiglia a Paolo VI di sospendere gli impegni del pomeriggio. Montini però “decise che il programma si svolgesse come previsto per non deludere le attese della gente e per mantenere il riserbo sull’accaduto”. Così il Papa si reca agli incontri con il presidente Marcos, con il Corpo diplomatico e con una delegazione proveniente da Formosa.

La notizia dell’attentato fa il giro del mondo, ma la Santa Sede non conferma che il Papa sia stato colpito. L’attentatore dichiarerà: “Mi dispiace di aver fallito, lo farei ancora se ne avessi l’opportunità”. Uscirà di carcere pochi anni dopo, grazie al fatto che il Vaticano non si era costituito parte civile.


Per approfondire leggi:
L’attentato a Paolo VI raccontato da lui stesso

ed anche il nostro post (all'interno altri link a quelli precedenti)
 

Un dormitorio in ricordo di don Roberto Malgesini per riparare dal freddo chi non ha una casa

Un dormitorio in ricordo di don Roberto Malgesini 
per riparare dal freddo chi non ha una casa

Si apre a Como il dormitorio invernale per i senza fissa dimora. Nel ricordo di don Roberto Malgesini, il sacerdote ucciso la mattina del 15 settembre scorso, da uno dei tanti “fratelli” che quotidianamente aiutava. La porta d'ingresso della nuova struttura è a pochi passi dal luogo dell'aggressione. Un angolo ancora oggi adornato di fiori, sempre freschi e curati, meta incessante di preghiera e visite da parte di quanti l’hanno conosciuto e hanno condiviso con lui il suo impegno a favore dei più poveri. La struttura di San Rocco è uno dei due dormitori temporanei allestiti nella città di Como per questo inverno, con una disponibilità di circa sessanta posti che vanno ad aggiungersi a quelli dei dormitori aperti tutto l’anno


La possibile apertura di un dormitorio invernale per senza dimora nell’edificio che aveva un tempo ospitato l’oratorio di San Rocco, a Como, era stato l’ultimo argomento di cui avevano parlato due giorni prima della sua uccisione. Domenica 13 settembre don Gianluigi Bollini, parroco nella Comunità pastorale Beato Scalabrini, aveva pranzato, come spesso accadeva, con don Roberto Malgesini, suo collaboratore. “L’apertura temporanea di un dormitorio per persone senza dimora, nell’ambito del progetto ‘emergenza freddo’, è un’idea che da alcuni mesi abbiamo coltivato insieme con Caritas diocesana e la Caritas cittadina. Era stato l’ultimo argomento di confronto tra di noi.Insieme ci siamo confrontati proprio su questo progetto, ed è stato molto utile ascoltare le sue idee e il suo parere in proposito”, ricorda don Bollini accompagnandoci nella struttura che, a partire da mercoledì 25 novembre, offrirà un riparo caldo ad una ventina di senza dimora.
A pochi passi dalla porta d’ingresso della nuova struttura c’è il luogo del martirio di don Roberto, ucciso la mattina del 15 settembre scorso, da uno dei tanti “fratelli” che quotidianamente aiutava.Un angolo ancora oggi adornato di fiori, sempre freschi e curati, meta incessante di preghiera e visite da parte di quanti l’hanno conosciuto e hanno condiviso con lui il suo impegno a favore dei più poveri.



“Questo prete – ha ricordato papa Francesco nell’omelia della Giornata mondiale dei poveri citando proprio don Malgesini – non faceva teorie; semplicemente, vedeva Gesù nel povero e il senso della vita nel servire. Asciugava lacrime con mitezza, in nome di Dio che consola”.
La struttura di San Rocco è uno dei due dormitori temporanei allestiti nella città di Como per questo inverno, con una disponibilità di circa sessanta posti che vanno ad aggiungersi a quelli dei dormitori aperti tutto l’anno.

A guidarci nei locali del vecchio oratorio, insieme al parroco don Bollini è Gabriele Bianchi, operatore della Fondazione Caritas solidarietà e servizio, che ha ricevuto la struttura in gestione dalla parrocchia. “I posti a disposizione nei due piani dell’edificio – racconta – sono 24, comprensivi di un posto per il custode notturno e di un altro che sarà utilizzato dai diversi volontari in servizio”.



I servizi invernali per senza dimora della città di Como, comunemente indicati con il progetto “Emergenza Freddo”, fanno capo alla rete “Vicini di Strada” di cui fanno parte tutte le associazioni e gli enti che in città si occupano di grave marginalità.Saranno oltre un centinaio, anche quest’anno, i volontari che si alternano nei due dormitori.Oltre a quello di San Rocco, infatti, è stato attivato un dormitorio in via Borgovico, in uno stabile di proprietà della Provincia di Como, la cui gestione è affidata alla Fondazione Somaschi. Uno sdoppiamento, rispetto allo scorso anno, reso necessario dalla mancata disponibilità della sede utilizzata in passato, ma che permetterà di meglio ottemperare alle disposizioni di distanziamento previste dalla prevenzione del Covid-19.

“L’apertura ufficiale delle due strutture era prevista per il prossimo 29 novembre, mavisto l’abbassamento delle temperature e la disponibilità degli spazi abbiamo deciso di anticipare e già questa settimana abbiamo avuto i primi ingressi.Lunedì in Borgovico e da questa sera a San Rocco”, conferma al Sir Beppe Menafra, referente del servizio “Porta Aperta” della Caritas che si occupa di filtrare gli accessi alle due strutture. “Al momento dell’arrivo – continua l’operatore – chiediamo agli ospiti di firmare un regolamento in cui si impegnano a rispettare gli orari e le regole di convivenza previste dalle strutture. Un modo di responsabilizzarli e renderli partecipi di un vivere comune”.


Soddisfatto anche il direttore della Caritas diocesana Roberto Bernasconi:“Le opere di carità sono il frutto della sensibilità e della capacità di accoglienza di una comunità cristiana.Una comunità che, quando serve – cioè compie un servizio – si apre inevitabilmente agli ultimi, a chi ha estremo bisogno di sentirsi parte attiva del genere umano. Mi piace ricordare che San Rocco è un luogo particolarmente significativo. È il luogo del martirio di don Roberto Malgesini, ma soprattutto della sua quotidiana e instancabile attività pastorale. Credo che la sua presenza, anche se non fisica, ci aiuterà a perseverare sulla strada giusta intrapresa. Ne sono convinto”.
Proprio per lo stile umile e silenzio in cui ha vissuto tutta la sua vita e il suo impegno si è deciso, almeno per il momento, di non intitolare il dormitorio a don Malgesini. In fondo, tutti a Como sono convinti che il modo migliore per ricordarlo non sia quello di mettere il suo nome su una tarda, ma di fare tesoro del suo impegno prendendosi cura dei suoi “amici” rimasti senza un padre.
“Mi viene spontaneo – conclude don Bollini – chiedere a don Roberto di continuare ad aiutarci dal cielo con la sua protezione anche in questo nuovo cammino per la nostra comunità”.
(fonte: Sir, articolo di Michele Luppi 25/11/2020)

Per approfondire vedi anche: (all'interno link per i post precedenti)


AD10S Diego...

AD10S Diego...



Dalla bacheca di Don Giovanni Berti:

... sarebbe bello dare un calcio a tutto quello che sta succedendo nel mondo. Dare un bel calcio non solo al covid, ma anche a tutte le violenze, ingiustizie e sfruttamenti...
La partita del mondo è gioco di squadra... e anche un campione e fuoriclasse come Maradona lo sapeva bene sul campo...
Maradona ha unito dentro e fuori il campo...
Ricordiamo lui e tutti gli altri campioni dello sport facendo gioco di squadra... sempre



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Diego, il calcio che sognavamo
di Roberto Beccantini


Diego Armando Maradona è stato troppo per tutti, anche per se stesso. Dimenticarlo sarà impossibile. Ci ha lasciato a 60 anni, l’età che avevamo celebrato non più tardi del 30 ottobre. L’ultimo tango. L’ultimo dribbling. Nato povero, si inventò ricco di talento, così ricco da poter dissipare il sabba che lo circondava e che la sua bulimia, generosa e infinita, aveva contribuito a costruire.

Per me è stato il più grande, più grande persino di Pelé. Gianni Brera lo definì «divino scorfano». Aveva un sinistro ora violino ora coltello; il regolamento, ai suoi tempi, premiava i difensori, e per questo molti, non solo Andoni Goikoetxea, si diedero alla caccia delle sue caviglie. Era un leader naturale in campo e, appena fuori, un seduttore di popoli. Scelse Napoli e la tirò fuori dal medio evo dei luoghi comuni in cui si crogiolava o in cui la tenevamo prigioniera. Vinse un Mondiale quasi da solo – dopo aver battuto, da solo, Inghilterra (di mano e di prodigio) e Belgio – portò al Napoli i primi (e unici) scudetti della storia, la Coppa Uefa, oltre a una Coppa Italia e a una Supercoppa.

Fatico a scrivere cose che, in suo onore, non siano già state scritte o dette. Bambino, palleggiava negli intervalli delle partite. Adulto, continuò a palleggiare nel cuore delle ordalie più rusticane, dispensatore di una prodigalità che portò i compagni a perdonargli tutto, droga, donne, eccessi. Faceva vincere: what else?

Non è stato un ruffiano in un mondo che, se lo fosse stato, lo avrebbe venerato più di quanto non lo abbia usato, per poi buttarlo quando ritenne che fosse arrivato il momento. I campioni hanno bisogno di una squadra; i geni, di una palla. Ecco perché sono sempre andati d’accordo, almeno loro, almeno per novanta minuti alla settimana. Lo rivedo bambino, tra il fango di villa Fiorito, quei capelli che si sarebbero fatti foresta, quel piede, non meno «de Dios» della mano, che già accarezzava ogni cosa che toccava.

Si è tolto molto, ci ha tolto molto. Si piaceva così. Da peccatore a peccatore: grazie, Diego.

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Il Papa ricorda in preghiera Maradona:
nel video il loro ultimo incontro



Il mondo dello sport è in lutto per la morte del calciatore argentino Diego Armando Maradona, da molti considerato il più grande giocatore di tutti i tempi, ma uomo dalle molte fragilità.

Papa Francesco - ha detto il direttore della Sala Stampa vaticana Matteo Bruni - informato della morte di Maradona, "ripensa con affetto alle occasioni di incontro di questi anni e lo ricorda nella preghiera, come ha fatto nei giorni scorsi da quando ha appreso delle sue condizioni di salute". Gli incontri con Maradona si sono verificati nel 2014, in occasione della Partita per la pace, e poi nel 2015, nell’ambito delle iniziative e i progetti di Scholas Occurentes. 
La famiglia di Diego Maradona inoltre, secondo quanto riferito da Radio Mitre di Buenos Aires, ha ricevuto un rosario e una lettera di condoglianze inviati da papa Francesco. Non solo: dedicata a Diego Armando Maradona c'è anche una "storia" sull'account Instagram Franciscus, nella sezione storie, con una foto di un loro incontro in Vaticano. La storia è accompagnata dall'hashtag #RIPMaradona.
...

Risale ad allora l’abbraccio commosso di Maradona al Papa, la consegna della maglia con su scritto “Francisco” e la dedica: “A Papa Francesco con tutto il mio affetto e molta pace per tutto il mondo”. Ai microfoni di molti giornalisti, Diego Armando dice che tra loro due “il vero fuoriclasse” è il Pontefice. E confessa di essersi allontanato dalla Chiesa ma di aver sentito profonda vicinanza con Francesco per la sua attenzione verso i poveri. “Cosa mi ha detto il Papa? Che mi stava aspettando”.



giovedì 26 novembre 2020

Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - CANTI PER L'AVVENTO

Fraternità Carmelitana 
di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)

CANTI PER L'AVVENTO




Nel rispetto delle regole anti-covid,  tutti i partecipanti alla S. Messa presso il Santuario del Carmine  sono invitati a stamparsi  il proprio foglio dei canti per l'Avvento:


N.B.:  Il foglio non dovrà essere lasciato in chiesa.
 

La forza dell'amore: la donna in piedi per ore sul tetto della sua auto per salutare dalla finestra la madre in ospedale per Covid è icona di un tempo di dolore


La forza dell'amore: 
in piedi per ore sul tetto della sua auto per salutare dalla finestra la madre in ospedale per Covid

Ospedale Valduce di Como, un uomo che abita lì di fronte assiste alla scena e la fotografa: "Ho ascoltato le telefonate con gli infermieri che le garantivano che avrebbero avvicinato sua madre alla finestra, così quella donna è stata lì per vederla"


Foto Fb/Salvatore Amura 

Una donna in piedi sul tettuccio della propria auto, con gli occhi puntati sulla finestra dietro cui è ricoverata sua madre malata di Covid: la scena è stata fotografata fuori dall'ospedale Valduce di Como da Salvatore Amura, che ha deciso di condividere lo scatto su Facebook, nella convinzione che un'immagine del genere possa descrivere meglio di mille parole la situazione in cui si trovano migliaia di famiglie italiane.

"Abito proprio accanto all'ospedale e in questi mesi io, mia moglie e i miei figli siamo stati nostro malgrado testimoni di tanti episodi simili, con parenti e amici in paziente attesa per ore nella speranza di ricevere notizie e rassicurazioni sui propri cari - racconta - La potenza di quella scena però mi ha colpito in modo particolare, perché fotografa perfettamente quello che stiamo vivendo".

Ha deciso di scattare quella fotografia spinto dalla costanza e determinazione della donna: "Sono uscito verso le 10 del mattino per fare delle commissioni e lei era già lì con il marito. Parlava al telefono con gli infermieri dell'ospedale, in vivavoce, e non ho potuto fare a meno di sentire che le garantivano che avrebbero cercato di avvicinare sua madre alla finestra per fargliela salutare - continua Amura - Poi sono rientrato in casa intorno all'ora di pranzo e lei era sempre lì di fronte, senza darsi per vinta. Nel pomeriggio sono dovuto uscire nuovamente e l'ho vista in piedi sull'auto, mentre il marito cercava di indicarle qualcosa al di là della finestra, dal marciapiede di fronte".

Lo scatto è stato realizzato intorno alle 17.30, il che significa che la coppia ha trascorso quasi tutta la giornata fuori da quella finestra: volevano a ogni costo che la donna ricoverata fosse consapevole della presenza di sua figlia a pochi metri di distanza. "In alcuni dei commenti postati su Facebook la gente si chiede perché non siano ricorsi alla videochiamata, ma il tema non è questo - prosegue l'autore dello scatto - Ho vissuto sulla mia pelle una situazione molto simile nel primo lockdown: a marzo entrambi i miei genitori sono stati ricoverati per Covid, rimanendo in ospedale per mesi prima di migliorare abbastanza da essere dimessi. Il Valduce, come tanti altri ospedali, garantisce il servizio di aggiornamento quotidiano ai familiari e di videochiamata quando possibile, ma la vicinanza fisica è ovviamente un'altra cosa".

L'immagine di una figlia in piedi sul tettuccio di un'auto solo per strappare uno sguardo o un saluto da lontano rappresenta per una madre "qualcosa che nessuna tecnologia, per quanto avanzata, potrà mai sostituire - conclude Amura - Non so chi sia quella donna, ma in quel momento mi è apparsa come un simbolo di una fase della nostra storia che tutti speriamo possa concludersi al più presto".

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La donna sul tetto dell'auto,
icona di un tempo di dolore

... Di tutta la drammaticità del Covid, ciò che è più insostenibile è il distacco dai propri cari, che subiscono i ricoverati. Uomini e donne spesso anziani, di colpo separati dal compagno, da figli e nipoti; e dalla casa in cui vivono da sempre, da ogni piccola cosa cara. Arriva un’ambulanza e gli infermieri, il volto nascosto dalle mascherine, portano via il malato così com’è, senza un libro, una foto dei suoi, senza niente. I portelloni della lettiga si chiudono sulle facce dei familiari, e potrebbe essere, e talvolta è, per sempre.

È questa cesura brutale che lascia attoniti, perché non si è mai morti così, da noi; sempre è stato lasciato quel tempo per stare accanto a un malato grave o moribondo, per stringergli una mano – il tempo perché, magari, un figlio con cui non ci si parlava da anni facesse infine ritorno. Tempo prezioso di riconciliazione e perdono, tempo che vale oro. Ora, nemmeno più un minuto: il distacco può fare al malato anche una paura maggiore della morte. E in chi resta, impotente, a guardare un’ambulanza che si allontana con la sirena accesa, che strappo: come ti portassero via un pezzo di cuore. Sapere, poi, dello smarrimento di tua madre o tuo marito, laggiù, soli. Fioche la voce, al telefono; poi, un mattino il cellulare «è irraggiungibile », dice una voce registrata. In quanti, dei parenti dei cinquantamila italiani che sono morti e degli altri, ricoverati a lungo in condizioni gravi, hanno sperimentato questa tagliente, incredibile separazione. L’insopportabile lontananza da chi ci è caro, e sta soffrendo o morendo, solo. Il gesto della ragazza di Como, in piedi su un’auto per vedere la madre ricoverata, allora è un’icona di questo tempo di dolore. Ma non è unico. 
...

Quanti altri, invece, se ne sono andati soli. Non si potrà fare proprio niente, viene da chiedersi, se i ricoveri nelle terapie intensive diminuiranno, per dare ai malati almeno un saluto da lontano? Già in un incrocio di sguardi, in certi istanti, quante cose ci si possono dire, e quanto valore hanno. L’annichilente strappo dai propri affetti in cui oggi in Italia muoiono centinaia e centinaia di persone al giorno, è qualcosa che mai avremmo immaginato.

Qualcosa che genera un’istintiva ribellione: perché è intollerabile andarsene così, senza neanche potersi salutare. I più si arrendono alla necessità, e soffrono in silenzio. Qualcuno invece, non sentendo ragione, con la limpida ostinazione di un bambino si ingegna: sale sul tetto di un’auto e aspetta, davanti a un ospedale; o prende la fisarmonica, e nel cortile di un ospedale suona sotto alla finestra della sua donna – come si faceva, un tempo, la serenata alla fidanzata.
... 

La ragazza sull’auto, l’alpino con la fisarmonica sotto alla finestra della sua sposa ci commuovono perché ci ricordano l’essenziale: che viviamo per l’altro, per volere bene – e che l’amore vero, è per sempre.



«È Dio che fa la Chiesa, non il clamore delle opere. La Chiesa non è un mercato; non è un gruppo di imprenditori. La Chiesa è opera dello Spirito Santo nella comunità cristiana, nella vita comunitaria, nell’Eucaristia, nella preghiera, sempre.» Papa Francesco Udienza Generale 25/11/2020 (foto, testo e video)

UDIENZA GENERALE

Biblioteca del Palazzo Apostolico
Mercoledì, 25 novembre 2020


“L’ascolto dell’insegnamento degli apostoli, la custodia della comunione reciproca, la frazione del pane e la preghiera”. Sono queste le “quattro caratteristiche essenziali della vita ecclesiale”, che il Papa ha declinato a più riprese nella catechesi dell’udienza, trasmessa in diretta streaming dalla biblioteca privata del Palazzo apostolico, dedicata alla preghiera della Chiesa nascente.  





Catechesi sulla preghiera - 16. La preghiera della Chiesa nascente

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

I primi passi della Chiesa nel mondo sono stati scanditi dalla preghiera. Gli scritti apostolici e la grande narrazione degli Atti degli Apostoli ci restituiscono l’immagine di una Chiesa in cammino, una Chiesa operosa, che però trova nelle riunioni di preghiera la base e l’impulso per l’azione missionaria. L’immagine della primitiva Comunità di Gerusalemme è punto di riferimento per ogni altra esperienza cristiana. Scrive Luca nel Libro degli Atti: «Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere» (2,42). La comunità persevera nella preghiera.

Troviamo qui quattro caratteristiche essenziali della vita ecclesiale: l’ascolto dell’insegnamento degli apostoli, primo; secondo, la custodia della comunione reciproca; terzo, la frazione del pane e, quarto, la preghiera. Esse ci ricordano che l’esistenza della Chiesa ha senso se resta saldamente unita a Cristo, cioè nella comunità, nella sua Parola, nell’Eucaristia e nella preghiera. È il modo di unirci, noi, a Cristo. La predicazione e la catechesi testimoniano le parole e i gesti del Maestro; la ricerca costante della comunione fraterna preserva da egoismi e particolarismi; la frazione del pane realizza il sacramento della presenza di Gesù in mezzo a noi: Lui non sarà mai assente, nell’Eucaristia è proprio Lui. Lui vive e cammina con noi. E infine la preghiera, che è lo spazio del dialogo con il Padre, mediante Cristo nello Spirito Santo.

Tutto ciò che nella Chiesa cresce fuori da queste “coordinate”, è privo di fondamenta. Per discernere una situazione dobbiamo chiederci come, in questa situazione, ci sono queste quattro coordinate: la predicazione, la ricerca costante della comunione fraterna – la carità –, la frazione del pane – cioè la vita eucaristica – e la preghiera. Qualsiasi situazione dev’essere valutata alla luce di queste quattro coordinate. Quello che non entra in queste coordinate è privo di ecclesialità, non è ecclesiale. È Dio che fa la Chiesa, non il clamore delle opere. La Chiesa non è un mercato; la Chiesa non è un gruppo di imprenditori che vanno avanti con questa impresa nuova. La Chiesa è opera dello Spirito Santo, che Gesù ci ha inviato per radunarci. La Chiesa è proprio il lavoro dello Spirito nella comunità cristiana, nella vita comunitaria, nell’Eucaristia, nella preghiera, sempre. E tutto quello che cresce fuori da queste coordinate è privo di fondamento, è come una casa costruita sulla sabbia (cfr Mt 7,24-27). È Dio che fa la Chiesa, non il clamore delle opere. È la parola di Gesù che riempie di senso i nostri sforzi. È nell’umiltà che si costruisce il futuro del mondo.

A volte, sento una grande tristezza quando vedo qualche comunità che, con buona volontà, sbaglia la strada perché pensa di fare la Chiesa in raduni, come se fosse un partito politico: la maggioranza, la minoranza, cosa pensa questo, quello, l’altro… “Questo è come un Sinodo, una strada sinodale che noi dobbiamo fare”. Io mi domando: dov’è lo Spirito Santo, lì? Dov’è la preghiera? Dov’è l’amore comunitario? Dov’è l’Eucaristia? Senza queste quattro coordinate, la Chiesa diventa una società umana, un partito politico – maggioranza, minoranza – i cambiamenti si fanno come se fosse una ditta, per maggioranza o minoranza… Ma non c’è lo Spirito Santo. E la presenza dello Spirito Santo è proprio garantita da queste quattro coordinate. Per valutare una situazione, se è ecclesiale o non è ecclesiale, domandiamoci se ci sono queste quattro coordinate: la vita comunitaria, la preghiera, l’Eucaristia…[la predicazione], come si sviluppa la vita in queste quattro coordinate. Se manca questo, manca lo Spirito, e se manca lo Spirito noi saremo una bella associazione umanitaria, di beneficienza, bene, bene, anche un partito, diciamo così, ecclesiale, ma non c’è la Chiesa. E per questo la Chiesa non può crescere per queste cose: cresce non per proselitismo, come qualsiasi ditta, cresce per attrazione. E chi muove l’attrazione? Lo Spirito Santo. Non dimentichiamo mai questa parola di Benedetto XVI: “La Chiesa non cresce per proselitismo, cresce per attrazione”. Se manca lo Spirito Santo, che è quello che attrae a Gesù, lì non c’è la Chiesa. C’è un bel club di amici, bene, con buone intenzioni, ma non c’è la Chiesa, non c’è sinodalità.

Leggendo gli Atti degli Apostoli scopriamo allora come il potente motore dell’evangelizzazione siano le riunioni di preghiera, dove chi partecipa sperimenta dal vivo la presenza di Gesù ed è toccato dallo Spirito. I membri della prima comunità – ma questo vale sempre, anche per noi oggi – percepiscono che la storia dell’incontro con Gesù non si è fermata al momento dell’Ascensione, ma continua nella loro vita. Raccontando ciò che ha detto e fatto il Signore – l’ascolto della Parola – pregando per entrare in comunione con Lui, tutto diventa vivo. La preghiera infonde luce e calore: il dono dello Spirito fa nascere in loro il fervore.

A questo proposito, il Catechismo ha un’espressione molto densa. Dice così: «Lo Spirito Santo […] ricorda Cristo alla sua Chiesa orante, la conduce anche alla Verità tutta intera e suscita nuove formulazioni, le quali esprimeranno l’insondabile Mistero di Cristo, che opera nella vita, nei sacramenti e nella missione della sua Chiesa» (n. 2625). Ecco l’opera dello Spirito nella Chiesa: ricordare Gesù. Gesù stesso lo ha detto: Lui vi insegnerà e vi ricorderà. La missione è ricordare Gesù, ma non come un esercizio mnemonico. I cristiani, camminando sui sentieri della missione, ricordano Gesù mentre lo rendono nuovamente presente; e da Lui, dal suo Spirito, ricevono la “spinta” per andare, per annunciare, per servire. Nella preghiera il cristiano si immerge nel mistero di Dio, che ama ogni uomo, quel Dio che desidera che il Vangelo sia predicato a tutti. Dio è Dio per tutti, e in Gesù ogni muro di separazione è definitivamente crollato: come dice san Paolo, Lui è la nostra pace, cioè «colui che di due ha fatto una cosa sola» (Ef 2,14). Gesù ha fatto l’unità.

Così la vita della Chiesa primitiva è ritmata da un continuo susseguirsi di celebrazioni, convocazioni, tempi di preghiera sia comunitaria sia personale. Ed è lo Spirito che concede forza ai predicatori che si mettono in viaggio, e che per amore di Gesù solcano mari, affrontano pericoli, si sottomettono a umiliazioni.

Dio dona amore, Dio chiede amore. È questa la radice mistica di tutta la vita credente. I primi cristiani in preghiera, ma anche noi che veniamo parecchi secoli dopo, viviamo tutti la medesima esperienza. Lo Spirito anima ogni cosa. E ogni cristiano che non ha paura di dedicare tempo alla preghiera può fare proprie le parole dell’apostolo Paolo: «Questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,20). La preghiera ti fa conscio di questo. Solo nel silenzio dell’adorazione si sperimenta tutta la verità di queste parole. Dobbiamo riprendere il senso dell’adorazione. Adorare, adorare Dio, adorare Gesù, adorare lo Spirito. Il Padre, il Figlio e lo Spirito: adorare. In silenzio. La preghiera dell’adorazione è la preghiera che ci fa riconoscere Dio come inizio e fine di tutta la storia. E questa preghiera è il fuoco vivo dello Spirito che dà forza alla testimonianza e alla missione. Grazie.

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26 novembre - Oggi mons. Luigi Bettazzi, già Vescovo di Ivrea e Padre Conciliare, compie 97 anni. Ci uniamo agli auguri di Pax Christi




Auguri vescovo Luigi Bettazzi,
 
già Presidente internazionale e nazionale di Pax Christi, 
per i tuoi 97 anni!



Ti vogliamo dire il nostro GRAZIE per la tua luminosa testimonianza di vita e per tutti quei doni preziosi che da lunghissimi anni continui ad offrirci con giovanile freschezza:

G ioia e speranza del Vangelo annunciato ai piccoli e agli scartati della terra;

R espiro della tua umana e sorridente fraternità;

A scolto intelligente del grido di un mondo ferito dal Covid e dai virus di ogni assurda violenza;

Z ampillo di luce che rischiara i nuovi ed impervi sentieri di un’ecologia integrale e di un’economia solidale;

I ndice sempre puntato a indicare orizzonti planetari di giustizia e di pace;

E cumenismo di una Chiesa conciliare che lava i piedi di tutti col profumo attraente della condivisione, dell’amicizia e della convivialità.

26 Novembre 2020

Un abbraccio da tutte le amiche e gli amici di Pax Christi e di Mosaico di pace.



Il mio romanzo “politico” e i mali della scuola: Alessandro D’Avenia si racconta

Il mio romanzo “politico” e i mali della scuola: Alessandro D’Avenia si racconta

Alessandro D’Avenia – Foto di Marta d’Avenia

“‘L’appello’ è un romanzo intriso di dolore perché questa è la mia ricerca: è come se stessi scrivendo un unico libro che si avvicina a questa materia incandescente attraverso le parole. Mi piace l’idea di associarlo all’imprevedibile: in fondo, la grande lezione di questo periodo è che dobbiamo smettere di far finta che la morte e la sofferenza non esistano, perché questo atteggiamento ci sta massacrando e ha trasformato i momenti di fragilità umana, in momenti di vergogna”. 

In occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo, abbiamo lungamente parlato con lo scrittore Alessandro D’Avenia di tenerezza, social network, ma anche del valore dello stare in aula e della ripresa della didattica a distanza: 
“Sono stato preso da un momento di sconforto che non mi aspettavo: ho finito le lezioni e mi sono sentito stanchissimo. Pur sapendo di dover incoraggiare i miei ragazzi, di trasmettere ottimismo, in questa modalità manca la dimensione carnale, manca lo stare nello stesso spazio con il corpo”


“La vita va da quando decidono che nome darti a quando quello stesso nome è solo un graffio su una lapide. Nell’uno e nell’altro caso non hai l’iniziativa, quelle lettere sono tutto ciò che hai per venire alla luce e provare a rimanerci. Forse per questo gli antichi dicevano che il destino è nel nome: che ti piaccia o no, sei chiamato a rispondere all’appello. Nel mio caso è così: mi chiamo Omero, in greco “colui che non vede”… e cinque anni fa sono diventato cieco”.

Così esordisce il professore di scienze Omero Romeo, protagonista dell’ultimo romanzo di Alessandro D’Avenia, L’appello (Mondadori, 348 pagine). Un ritorno tra i banchi di scuola per l’insegnante scrittore dopo il fortunato esordio di dieci anni fa con Bianca come il latte, rossa come il sangue. A differenza di allora, il dolore non appartiene solo agli alunni, ma è incarnato nella malattia del docente che attraverso la sua cecità sfida la sua classe-ghetto in procinto della maturità, a raccontarsi e a dare volto e storia ai propri nomi e alle proprie cicatrici.

Attingendo a forme letterarie e linguaggi diversi – dalla rappresentazione scenica alla meditazione filosofica, dal diario alla storia di formazione – D’Avenia raccoglie le voci stonate di ragazzi che nascondono ferite ma anche sogni e attraverso la dialettica e il contatto con il loro professore scopriranno che “le cose corrono, per paura di non esistere” e che “le relazioni sono fatte come i puzzle, solo con gli incastri nei vuoti si stringono legami veri”.

L’intervista

“Il mio prossimo romanzo sarà un romanzo sulla luce”. Così in un’intervista di un anno fa per il Foglio ha parlato de L’appello. Conferma questa definizione?

“Sì, è proprio un romanzo sul dare alla luce e sul venire alla luce. Il padre stesso del protagonista è un astrofisico. Tuttavia, nel livello strettamente letterale in cui la luce è un fenomeno fisico, risuona la componente simbolica. L’appello parla di ragazzi che erano nelle tenebre e, pur essendo nati, vengono alla luce grazie a uno spazio condiviso, molto simile a un grembo, quello che il professore crea attraverso il fatto di essere cieco. Proprio perché lui non vede, gli alunni possono a poco a poco nascere in questo luogo amoroso, plasmato vicendevolmente. Vivere infatti non è correre verso la morte, ma verso un venire alla luce”.

E la pronuncia del nome degli studenti attraverso l’appello è il primo passo verso questo passaggio. Lo spiega lo stesso professor Romeo, attraverso la sua ossessione per le etimologie. “Se al verbo latino pello, ‘spingere’, mescolo la preposizione ad-, ‘verso’, do vita al composto ad-pello, ‘spingere verso’, ossia l’azione compiuta da una donna quando dà alla luce”.
“Questo romanzo ha la pretesa di far risuonare le cose della vita quotidiana di una profondità che possiamo cogliere solo se il nostro sguardo non è disincantato o cinico. Mi ha sempre colpito, delle tante lettere di sfogo dei ragazzi che ricevo, di quanti si lamentino di come alcuni dei loro insegnanti non ricordino nemmeno i loro nomi. Con questa protesta non chiedono semplicemente che i docenti abbiano buona memoria, ma di farli esistere attraverso i loro nomi”.

“Dobbiamo recuperare la tenerezza dei nomi”

Non è un caso che il protagonista affermi: “L’appello significa chiamare per nome una persona per accertarsi che sia presente; invocazione, richiesta d’aiuto”. E ancora: “Non si può rispondere al proprio nome per abitudine, perché non si è vivi per abitudine, ma per inquietudine”.

“Nel far risuonare nel modo giusto il suono di un nome, c’è insita quella promessa di vita che una coppia di genitori fa al proprio figlio quando ancora non ha un volto e non è nemmeno l’immagine di un’ecografia. Il gioco che iniziano a fare mamma e papà sulla scelta dei nomi, è il loro modo per abbracciare l’essenza della persona. Mi ha sempre affascinato come nella letteratura biblica il nome sia proprio l’essenza, tanto che agli uomini non è permesso di nominare Dio perché vorrebbe dire in qualche modo possederlo. Ad Adamo Dio concede il compito di dare i nomi alle cose e tutti i nomi che Adamo sceglieva, Dio li accettava. In questo c’è una consegna e una missione: nominare bene le cose significa prendersene cura, vuol dire diventarne responsabili”.

Ma come si può ridare centralità al nome?

“Noi oggi abbiamo rinunciato a diventare responsabili delle vite degli altri, fondamentalmente ce ne importa poco. Questa è una configurazione di base che stiamo riscontrando anche in questa fase di emergenza. Ritrovare invece una tenerezza del nome, mi sembra un primo livello di mettere al mondo le persone. Le coppie, quando si innamorano, cominciano a darsi dei soprannomi, quasi che sia necessario reinventare l’altro e coglierne l’essenza, proteggendola attraverso un lessico amoroso che diventa privato ed esclusivo. Ricordo il racconto di una maestra delle prime classi elementari che, nel chiedere ai bambini, che non usano il pensiero astratto, di definire la loro idea di amore, rispondevano: ‘Amore è quando mia mamma dice il mio nome, perché come sta nella sua bocca non sta da nessun’altra parte”.

Dobbiamo recuperare la tenerezza del nome, quindi.

Sì, e per me è un tema radicale: o noi recuperiamo la tenerezza dei nomi, o perdiamo il contatto e la relazione con le persone. Come si evince dal libro, tuttavia, questa tenerezza non è sinonimo di coccola, ma di sfida. Il professore è costretto a riceverli perché non vede, ma li mette costantemente alla prova. Non è un proteggere per difendere dalla realtà, ma è un nominare per lanciare nella realtà (come si vede nella copertina del libro). Una volta che vieni chiamato all’appello, tocca a te venire fuori, come ci è capitato con le interrogazioni, e non c’era scampo. Il nome è quindi una presa in carico di quella luce che la mattina mentre ci svegliamo ci colpisce. Magari preferiremmo rimanere sotto le coperte, in particolare in un momento come questo, in cui spesso la tristezza e la malinconia possono prendere il sopravvento, ma tocca a noi rispondere”.

La sfida e il rapporto dialettico che si instaura tra il professor Romeo e i suoi alunni pone le basi sul metodo scientifico, partendo da aneddoti della vita quotidiana. Così la corsa al bagno di una studentessa diventa l’occasione per innescare un dibattito alla ricerca delle diverse tipologie di forza dell’universo. Perché questa volta ha scelto la scienza e non la letteratura?

“È una scelta che nasce da una fascinazione che da sempre subisco nei confronti della realtà, del creato e delle leggi della fisica. Essendo debole in quell’ambito, è stato bello che il romanzo mi abbia portato in quella direzione per approfondire e comprendere cosa significa guardare il mondo con gli occhi della scienza. Il professore di lettere l’avevo già raccontato nel primo e nel secondo romanzo: quello che avevo da dire in quell’ambito l’avevo esaurito. Oggi la scienza viene invocata come la depositaria della verità, molto più di altre discipline, ma credo sia una grande illusione: occorre sempre un salto dalla fisica alla metafisica”.

In che modo?

“I più grandi scienziati di cui ho letto gli iscritti, da Einstein a Heisenberg, dicono proprio questo: la scienza arriva fino a un certo punto e questa verità è stata anche dimostrata dal famoso teorema di Godel: un sistema non può fondarsi sui suoi stessi principi, ma ha bisogno di un’uscita fuori da se stesso per potersi giustificare. Che cosa sappiamo della realtà o cosa crediamo di sapere? Forse anche la pandemia è stata una grande lezione sul fatto che la scienza può dirci qualcosa del ‘come’, ma non può bastare. Quando sentiamo alcuni scienziati sostenere una tesi e altri quella contraria, noi come dobbiamo comportarci? Qual è lo strumento più adatto per intercettare la verità?”.

Il protagonista sembra aver trovato una via mediana.

“Il professore Romeo cerca proprio di unire queste due dimensioni. Non è il positivista che si affida alla scienza come unica depositaria del sapere, ma va fino in fondo nella conoscenza delle cose per poi scoprire che per coglierne l’essenza occorre comunque un salto. La sua è la fascinazione di un creato che ci sorprende sempre e che invece oggi abbiamo perso. Lo vedo con gli adolescenti: il contatto con realtà non create dall’uomo, è diventato residuale e questa mancanza si traduce nella perdita di relazione con il mondo. In fondo Omero Romeo li porta a ri-stupirsi del reale”.

Come accade con l’episodio della studentessa che corre in bagno.

“È proprio questo: trasformare la fuga in bagno in un modo di dimostrare che ci sono forze che governano la realtà di cui stupirsi continuamente. Quel capitolo, e quella lezione, si chiudono con la domanda di Romeo agli alunni: ‘Che cosa abbiamo imparato?’. E uno di loro risponde: ‘Abbiamo capito che le cose corrono, per paura di non esistere’. Così avviene il passaggio dalla fisica alla metafisica: guardare il mondo con gli occhi del metodo scientifico, ma poi lasciare intervenire il cuore per capire perché tutto questo accade. Come ci ha insegnato Pascal: il cuore fa quel salto che la ragione non può compiere da sola”.

A proposito dello stupore, attraverso la cecità del protagonista si innesca una riscoperta degli altri sensi, una ricerca che è anche una riappropriazione diversa del mondo. A partire dal modo che ha il professor Romeo di conoscere i ragazzi, toccando i loro volti.

“Sì, è così e qui torniamo al tema della tenerezza. Da quando ci hanno messo in tasca un cellulare, utilizziamo il tatto per muovere uno schermo, per far scorrere le immagini su Instagram. In questo modo abbiamo l’impressione di entrare in contatto con il mondo, ma in realtà è una superficie bidimensionale che si muove nelle solite direzioni, è un tatto che non coglie più la profondità. Il fatto che Omero Romeo sia costretto, per accogliere le vite degli alunni, a ricorrere all’udito e ad appoggiare le mani sul loro volto, vuol dire cogliere la profondità del vissuto altrui perché la carne che oggi noi tocchiamo solo per dominare, controllare e possedere, invece ha bisogno di un’infinita tenerezza. Solo le persone che amano davvero sanno dare le carezze, ma oggi sono praticamente sparite dal lessico amoroso, tutto votato al consumo e all’auto-soddisfazione. Invece la carezza è quel gesto che, un po’ come il pronunciare il nome, dice all’altro che è prezioso e fragile allo stesso tempo. Noi trattiamo ‘con tatto’ le cose fragili, quelle più preziose. Ma quale umano non è fragile? Quale persona non è contenta di essere accarezzata sul volto? Io sono convinto che abbiamo perso la parte più erotica del corpo umano, cioè il volto. Abbiamo totalmente confuso l’erotico con l’erogeno e pensiamo che la parte più erotica del corpo sia quella più stimolabile dal punto di vista strettamente del piacere”.

Da qui un passaggio-chiave del libro: “La vista è sopravvalutata: gli occhi finiscono per non vedere ciò che vedono sempre, più vedono e meno guardano”.

Credo ci sia un abuso della vista, incoraggiata dall’ipnosi del nostro tempo. Come diceva McLuhan, ogni epoca ha il suo senso ipnotizzato e noi viviamo in un’epoca che ha portato alle estreme conseguenze la vista. Una vista che vuole controllare, dominare, che gode del pregiudizio. Invece esserne privati potrebbe essere un bell’esperimento. Io l’ho fatto per scrivere questo libro, andando all’Istituto dei Ciechi di Milano. C’erano altre persone sconosciute, bisognava fidarsi degli altri, cercare il contatto con delicatezza, dover andare piano e ricostruire l’ambiente attraverso le proprie dita e l’ascolto. È un’esperienza che mi ha fatto un gran bene e mi ha portato a riflettere: se mi togliessero la vista, io che rapporto instaurerei con il mondo? Sarebbe un rapporto di tenerezza, di umiltà, che fa del ricevere, e non del dominare, il suo fine”.

Nel romanzo emerge un altro tema, quello della sofferenza, che gli studenti raccontano attraverso l’appello. Le loro storie sono diverse, ma hanno in comune delle cicatrici che vengono portate alla luce grazie al loro nome. Nel caso del professor Romeo accanto al dolore c’è la malattia, la perdita della vista. Come si affrontano dolore e malattia? A maggior ragione se hanno quel carattere dell’imprevedibilità, quello “scandalo dell’imprevedibilità” come lo definisce il filosofo Silvano Petrosino, che caratterizza così profondamente anche l’emergenza che stiamo attraversando.

L’appello è un romanzo intriso di dolore perché questa è la mia ricerca: è come se stessi scrivendo un unico libro che si avvicina a questa materia incandescente attraverso le parole. Mi piace l’idea di associarlo all’imprevedibile: in fondo, la grande lezione di questo periodo è che dobbiamo smettere di far finta che la morte e la sofferenza non esistano, perché questo atteggiamento ci sta massacrando e ha trasformato i momenti di fragilità umana, in momenti di vergogna. Gli alunni all’inizio si vergognano del loro dolore, quasi che la vita sia un posto in cui la sofferenza non debba esistere. Parliamo di uno dei temi eterni della vita umana: il primo poema scritto di cui abbiamo testimonianza è Gilgamesh in cui il protagonista va alla ricerca del segreto per non morire perché il suo migliore amico è morto e lui ne soffre terribilmente. Tutta la letteratura comincia con una domanda sul dolore e sulla morte: come si fa a guarire dal suo veleno?”.

E ogni epoca ha dato una risposta diversa.

“I Greci, tornando al tema del nome, erano convinti che per sopravvivere occorresse avere due cose: entrare nel canto epico o avere una tomba con scritto il proprio nome, anche a costo di andare incontro alla morte. Il cristianesimo porta questa dimensione su un altro livello: non hai bisogno di conquistarti un nome per vivere, perché tu sei già voluto a priori come miracolo della vita, sei figlio di Dio quindi non devi procurarti questo da solo”.

E nella cultura di oggi?

La nostra è una cultura basata sull’efficientismo e sulla prestazione più che sulla presenza, e il dolore è un ostacolo al successo. Così lo abbiamo nascosto e disintegrato e nel contempo disintegriamo noi stessi perché non riusciamo più a metterlo nell’esperienza di vita. Io lo vedo negli studenti, nella frustrazione per un brutto voto, un dolore limitato della vita quotidiana a cui non sono stati allenati, perché una cultura intera li spinge a eliminare questo aspetto”.

Allora che cosa succede nel romanzo?
“Si crea uno spazio in cui il dolore è accettato, ma non perché c’è qualcuno che ti dice: dai, resisti, stringi i denti, ma perché c’è qualcuno che ne è parte e che lo vive insieme a te. In tal modo diventa accettazione della vita stessa e il fatto che il professore sia ferito tanto quanto i suoi alunni è stata una delle cose più belle che questo romanzo mi ha regalato”.

Per quale motivo?
“Nei primi due romanzi, soprattutto nel primo con il quale questo si confronta, il professore è un personaggio risolto, è uno che sa come va la vita e la racconta agli altri. Qui c’è invece un uomo che deve capire se riesce a continuare a stare al mondo. Il diario del professore è una scoperta di se stesso a contatto con i ragazzi, uno scambio continuo in cui loro hanno bisogno di lui e lui ha bisogno di loro. La trama stessa è la narrazione di come il dolore si possa affrontare. Non è una teoria o una risposta astratta: è vivere una dimensione esistenziale che nel romanzo diventa un gioco, un viaggio di andata e ritorno continuo nella relazione tra maestro e discepolo in cui non si sa più bene chi è il maestro e chi il discepolo”.

Teatro di questo viaggio è l’aula. Nel libro si legge: “I Greci chiamavano aulos il flauto, l’aula è la cassa di risonanza in cui la vita soffia le storie di ragazzi che mai avremmo scelto. […] E qui noi insegnanti “professiamo” gli articoli del nostro credo: l’appello”. Qual è il ruolo dell’aula nel romanzo e qual è il suo valore oggi in cui si ha a che fare con la didattica a distanza?

“Ho ripreso la didattica a distanza due settimane fa. Pensavo proprio al termine ‘aula’ in relazione invece alla pratica di creare delle ‘stanze’ attraverso le piattaforme tecnologiche, il massimo della metafora concessa in questa fase. Quello della stanza è un concetto molto diverso”.

Perché?

“Ha a che fare con il verbo stare, quindi qualcosa in cui ti fermi, espleti la funzione per cui la stanza è stata pensata e poi vai via. Invece l’aula è uno spazio cavo in cui, ancora una volta, riemerge l’idea di un grembo in cui vengono ospitate delle vite. Nel riprendere la didattica a distanza sono stato preso da un momento di sconforto che non mi aspettavo: ho finito le lezioni e mi sono sentito stanchissimo. Pur sapendo di dover incoraggiare i miei ragazzi, di trasmettere ottimismo, in questa modalità manca la dimensione carnale, manca lo stare nello stesso spazio con il corpo. Nel romanzo spesso si parla del bisogno di un ‘umanesimo carnale’, perché il corpo è il luogo dell’incarnazione dello spirito. Di conseguenza, se io mi prendo cura del corpo delle persone, del loro sguardo, della loro posizione in classe, si apre un mondo. La cultura che disincarna e che pensa che questo possa fungere da alternativa, invece, ha rinunciato al corpo e alla relazione”.

Però sembra si stia andando sempre di più in questa direzione. Può essere considerata una sconfitta?

La rapidità con cui siamo ritornati alla didattica a distanza dopo aver messo le scuole in sicurezza in mille modi diversi, sì, mi sembra una sconfitta. L’aula è uno spazio cavo, ma non vuoto: è quel luogo in cui, si può accogliere la vita e la relazione, si può crescere e nutrire la speranza. McLuhan sosteneva che il medium è il messaggio. Io, tuttavia, sono convinto sempre di più che il messaggio è il medium: se ho una relazione viva con i miei alunni, anche se mi appoggio a uno strumento che disincarna, adotterò comunque tutti gli stratagemmi per rendere carnale anche questo mezzo perché voglio raggiungere i miei studenti in un rapporto che sia pieno. Così ci siamo inventati degli accorgimenti che rendano questo appuntamento, se non pari al fatto di essere nella stessa aula, quantomeno proiettato a mantenere quel contatto necessario per poter educare”.

Eppure anche prima dell’emergenza, come lei ha scritto di recente nella sua rubrica settimanale per Il Corriere della Sera, Ultimo banco, gli alunni lamentavano l’alternarsi di più supplenti a distanza di poche settimane, e gli insegnanti di essere in balia di precarietà e concorsi rimandati in piena pandemia. “Non abbiamo voluto la scuola ma un parcheggio, non docenti ma parcheggiatori a ore”, ha chiosato. Come si è arrivati a questo punto?

Vorrei che non ci appiattissimo sull’attualità, ma che sfruttassimo l’attualità per comprendere realmente cosa sta emergendo. Siamo in un sistema scolastico che ha mortificato le vite per tanti anni e nessuno ha detto niente. Mi piacerebbe che questo romanzo avesse una valenza politica”.

In che senso?

Politica per me significa prendersi cura della polis, non nel senso di orientamento partitico, il disastro di questo nostro tempo, ma nella constatazione che c’è in gioco un bene comune e trasversale che non deve essere polarizzato solo per accaparrarsi consensi. Da vent’anni facciamo i conti con una scuola che non è neanche in grado di garantire un insegnante per un anno intero, cosa che sarebbe tranquillamente risolvibile. Accanto a una gestione ridicola della cosa pubblica, c’è spesso anche la volontà di tenere le cose in questo stato”.

Durante il periodo del primo lockdown lei ha dichiarato di aver rinunciato a una proposta televisiva da parte del Ministero per realizzare invece un progetto di natura vocazionale insieme a Mario Calabresi. Come mai questa scelta?

“Qualsiasi manuale di psicologia, fin dalle prime pagine, sostiene che la felicità dipende da due ambiti: la creatività, che si realizza nella propria professione, e le relazioni buone. È la felicità nel suo senso più profondo, come la intendevano i latini, l’arbor felix, l’albero che dà frutto, che scopre che la sua vita ha senso nel momento in cui entra in contatto con il mondo in maniera creativa, dando e ricevendo amore. Mi sono chiesto durante il confinamento cosa potessi fare per perseguire questo obiettivo per me e per i miei ragazzi. Creare un altro contenuto video da fruire a distanza in cui fare la mia lezioncina su Leopardi per 15 minuti che utilità avrebbe avuto? Mi sembrava un’operazione autoreferenziale, proprio ciò che sta ammazzando l’istruzione, sia a scuola che all’università”.

Così ha rinunciato.

Sì, ma per sposare un progetto diverso, collegato all’orientamento. Ho cominciato a realizzare dei brevi video, condivisi sui miei canali social, sulla scoperta della propria vocazione, cercando di dare ai ragazzi di quarta e quinta superiore degli strumenti su quello che poteva essere il loro percorso futuro. In questo modo non mi fermavo all’attualità, ma stavo guardando al dopo-confinamento. E ho chiesto una mano a Mario Calabresi, persona a cui mi lega una profonda amicizia e che stimo. Lui nei suoi libri ha spesso parlato di vocazione, e mi sembrava il tutor perfetto per questa iniziativa. Si è trattato di un atto inaugurale, poi proseguito autonomamente, eppure ha avuto una valenza importante: mettere degli adolescenti nella condizione di riflettere sul proprio avvenire in un momento in cui il futuro sembrava non esistere, ha significato fornire loro l’antidoto al veleno della disperazione e del lasciarsi andare”.

I social network sono stati dunque uno strumento prezioso. D’altro canto il suo blog, Prof 2.0, è nato nel 2007, anni prima dell’uscita del suo primo romanzo. Qual è tuttavia il discrimine tra un uso sano di questi canali, sia per un professore sia per i suoi alunni, e il rischio di incappare in forme di dipendenza?

Il discrimine è dettato dall’autenticità del vivere la propria vocazione all’interno di quel contesto e dall’evitare l’autoreferenzialità. Io sono un insegnante, e attraverso i social network porto la mia identità, il mio linguaggio, determinando quel luogo e rimandando a un mondo che è più grande di quella piazza virtuale. In un social io dico ai miei interlocutori: guardate che stiamo qua dentro per dirci delle cose che ci servono ad agire fuori da qui: dal leggere un libro all’approfondire un argomento fino allo scoprire la propria aspirazione. È sempre un momento d’aula, un momento in cui si guarda la vita da un punto di osservazione, ma non è dato crogiolarsi, perché altrimenti si viene soffocati e quello che era un grembo diventa una prigione. La partita si gioca fra dipendere e tendere: se non c’è tensione verso l’altro da qui, inevitabilmente il medium si mangerà il messaggio. Ed è quello che da dieci anni cerco di fare. Mi piacerebbe che quando ci saranno i titoli di coda sulla mia vita, nel voltarmi indietro possa dire di non aver sprecato proprio tutto e che qualcuno si ricordi di me non tanto perché ho venduto dei libri o ho avuto chissà quanti follower, ma perché per intraprendere una scelta gli è stato utile leggere una mia frase, guardare un mio video o ritrovarsi nelle parole di un mio romanzo. Ecco, quando hai aperto più vita con la tua vita, allora la tua esistenza non è stata vana”.