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sabato 28 novembre 2015

PAPA FRANCESCO VIAGGIO APOSTOLICO IN KENYA, UGANDA E NELLA REPUBBLICA CENTRAFRICANA /5 (cronaca, foto, testi e video) VISITA ALL'UFFICIO DELLE NAZIONI UNITE A NAIROBI (U.N.O.N.)





 26 novembre 2015 

 VISITA AL GAZEBO DELLA COMUNITA' SANT'EGIDIO 

Papa Francesco ha incontrato nel pomeriggio a Nairobi, in un gazebo allestito nel campo di calcio della St Mary’s School, la Comunità di Sant’Egidio, impegnata da anni in diverse città del Kenya. All’incontro erano presenti anche alcune donne, attiviste del Programma DREAM, e numerosi bambini nati sani grazie alle cure del Programma che lotta contro l’Aids e ha in cura oltre 11 mila persone in otto centri del Paese. Papa Francesco ha voluto salutare personalmente tutti i bambini.




 VISITA ALL'UFFICIO DELLE NAZIONI UNITE A NAIROBI (U.N.O.N.) 

Il Papa ha visitato il quartier generale dell'Onu a Nairobi (Unon), che ospita gli uffici dei due programmi, l'Unep (per l'ambiente), e l'UN-Habitat, per gli insediamenti umani. Papa Bergoglio è accolto dal direttore generale dell'Unon, signora Sahle-Work Zewde, e dai direttori esecutivi di Unep e Un-Habitat, Achim Steiner e Joan Clos.

 

Nel parco dell'Unon il Papa ha piantato simbolicamente un albero mentre nella sala delle conferenze, che può contenere circa tremila persone, ha tenuto il suo discorso. «Mentre raggiungevo questa sala», ha detto il Pontefice, «sono stato invitato a piantare un albero nel parco del Centro delle Nazioni Unite. Ho voluto accettare questo gesto simbolico e semplice, pieno di significato in molte culture. Piantare un albero è, in primo luogo, un invito a continuare a lottare contro fenomeni come la deforestazione e la desertificazione. Ci ricorda l’importanza di tutelare e gestire in modo responsabile quei polmoni del pianeta colmi di biodiversità come possiamo ben apprezzare in questo continente con il bacino fluviale del Congo, luoghi essenziali per l’insieme del pianeta e per il futuro dell’umanità».


Con il suo lungo e articolato discorso (in spagnolo) al quartier generale dell'Onu a Nairobi (UNON), infarcito di riferimenti all'enciclica «Laudato si'» e alla situazione africana, Francesco ha in qualche modo anticipato l'apertura di COP21, l'incontro di Parigi sui cambiamenti climatici.

Desidero ringraziare per il gentile invito e le parole di benvenuto la Signora Sahle-Work Zewde, Direttore Generale dell’Ufficio delle Nazioni Unite a Nairobi, come pure il Signor Achim Steiner, Direttore Esecutivo del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, e il Signor Joan Clos, Direttore Esecutivo di ONU-Habitat. Colgo l’occasione per salutare tutto il personale e tutti coloro che collaborano con le istituzioni qui presenti.

Mentre raggiungevo questa sala, sono stato invitato a piantare un albero nel parco del Centro delle Nazioni Unite. Ho voluto accettare questa gesto simbolico e semplice, pieno di significato in molte culture.

Piantare un albero è, in primo luogo, un invito a continuare a lottare contro fenomeni come la deforestazione e la desertificazione. Ci ricorda l’importanza di tutelare e gestire in modo responsabile quei «polmoni del pianeta colmi di biodiversità [come possiamo ben apprezzare in questo continente con] il bacino fluviale del Congo», luoghi essenziali «per l’insieme del pianeta e per il futuro dell’umanità». Per questo, è sempre apprezzato e incoraggiato «l’impegno di organismi internazionali e di organizzazioni della società civile che sensibilizzano le popolazioni e cooperano in modo critico, anche utilizzando legittimi meccanismi di pressione, affinché ogni governo adempia il proprio e non delegabile dovere di preservare l’ambiente e le risorse naturali del proprio Paese, senza vendersi a ambigui interessi locali o internazionali».

A sua volta, piantare un albero ci provoca a continuare ad avere fiducia, a sperare e soprattutto a impegnarci concretamente per trasformare tutte le situazioni di ingiustizia e di degrado che oggi soffriamo.

Fra pochi giorni inizierà a Parigi una riunione importante sul cambiamento climatico, in cui la comunità internazionale in quanto tale affronterà nuovamente questa problematica. Sarebbe triste e, oserei dire, perfino catastrofico che gli interessi privati ​​prevalessero sul bene comune e arrivassero a manipolare le informazioni per proteggere i loro progetti.

In questo contesto internazionale, nei quale si pone l’alternativa che non possiamo ignorare, se cioè migliorare o distruggere l’ambiente, ogni iniziativa intrapresa in tal senso, piccola o grande, individuale o collettiva, per prendersi cura del creato, indica la strada sicura per una «creatività generosa e dignitosa, che mostra il meglio dell’essere umano».

...

È necessario un dialogo sincero e aperto, con la collaborazione responsabile di tutti: autorità politiche, comunità scientifica, imprese e società civile. Non mancano esempi positivi che ci mostrano come una vera collaborazione tra la politica, la scienza e l’economia è in grado di ottenere risultati importanti.

Siamo consapevoli, tuttavia, che «gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi». Questa presa di coscienza profonda ci porta a sperare che, se l’umanità del periodo post-industriale potrebbe essere ricordata come una delle più irresponsabili nella storia, «l’umanità degli inizi del XXI secolo possa essere ricordata per aver assunto con generosità le proprie gravi responsabilità».

A tale scopo è necessario mettere l’economia e la politica al servizio dei popoli dove «l’essere umano, in armonia con la natura, struttura l’intero sistema di produzione e distribuzione affinché le capacità e le esigenze di ciascuno trovino espressione adeguata nella dimensione sociale». Non è un’utopia o una fantasia, al contrario è una prospettiva realistica che pone la persona e la sua dignità come punto di partenza e verso cui tutto deve tendere.

Il cambio di rotta di cui abbiamo bisogno non è possibile realizzarlo senza un impegno sostanziale nell’istruzione e nella formazione. Nulla sarà possibile se le soluzioni politiche e tecniche non vengono accompagnate da un processo educativo che promuova nuovi stili di vita. Un nuovo stile culturale. Ciò richiede una formazione destinata a far crescere nei bambini e nelle bambine, nelle donne e negli uomini, nei giovani e negli adulti, l’assunzione di una cultura della cura: cura di sé, cura degli altri, cura dell’ambiente, al posto della cultura del degrado e dello scarto: scarto di sé, dell’altro, dell’ambiente. La promozione della «coscienza di un’origine comune, di una mutua appartenenza e di un futuro condiviso da tutti. Questa consapevolezza di base permetterebbe lo sviluppo di nuove convinzioni, nuovi atteggiamenti e stili di vita. Emerge così una grande sfida culturale, spirituale e educativa che implicherà lunghi processi di rigenerazione» che abbiamo il tempo di portare avanti.

Sono molti i volti, le storie, le conseguenze evidenti in migliaia di persone che la cultura del degrado e dello scarto ha portato a sacrificare agli idoli del profitto e del consumo. Dobbiamo stare attenti a un triste segno della «globalizzazione dell’indifferenza, che ci fa lentamente “abituare” alla sofferenza dell’altro, quasi fosse normale», o peggio ancora, a rassegnarci alle forme estreme e scandalose di “scarto” e di esclusione sociale, come sono le nuove forme di schiavitù, il traffico delle persone, il lavoro forzato, la prostituzione, il traffico di organi. «E’ tragico l’aumento dei migranti che fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale, i quali non sono riconosciuti come rifugiati nelle convenzioni internazionali e portano il peso della propria vita abbandonata senza alcuna tutela normativa». Sono molte vite, molte storie, molti sogni che naufragano nel nostro presente. Non possiamo rimanere indifferenti davanti a questo. Non ne abbiamo il diritto.

Parallelamente al degrado dell’ambiente, da tempo siamo testimoni di un rapido processo di urbanizzazione, che purtroppo porta spesso a una «smisurata e disordinata crescita di molte città che sono diventate invivibili [e …] inefficienti». E sono anche luoghi dove si diffondono preoccupanti sintomi di una tragica rottura dei legami di integrazione e di comunione sociale, che porta all’«aumento della violenza e il sorgere di nuove forme di aggressività sociale, il narcotraffico e il consumo crescente di droghe fra i più giovani, la perdita di identità», lo sradicamento e l’anonimato sociale.

Voglio esprimere il mio incoraggiamento a quanti, a livello locale e internazionale, lavorano per assicurare che il processo di urbanizzazione si converta in uno strumento efficace per lo sviluppo e l’integrazione, al fine di assicurare a tutti, specialmente a coloro che vivono in quartieri marginali, condizioni di vita dignitose, garantendo i diritti fondamentali alla terra, alla casa e al lavoro. E’ necessario promuovere iniziative di pianificazione urbana e cura degli spazi pubblici che vadano in questa direzione e prevedano la partecipazione della gente del luogo, cercando di contrastare le numerose disuguaglianze e le sacche di povertà urbana, non solo economiche, ma anche e soprattutto sociali e ambientali. La prossima Conferenza Habitat-III, in programma a Quito nel mese di ottobre 2016, potrebbe essere un momento importante per individuare modi di affrontare queste problematiche.

Fra pochi giorni, questa città di Nairobi ospiterà la 10ª Conferenza Ministeriale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Nel 1967, di fronte ad un mondo sempre più interdipendente, e anticipando di anni la realtà attuale della globalizzazione, il mio predecessore Paolo VI rifletteva su come le relazioni commerciali tra gli Stati potrebbero essere un elemento fondamentale per lo sviluppo dei popoli o, al contrario, causa di miseria e di esclusione. Pur riconoscendo il molto lavoro fatto in questo settore, sembra che non si sia ancora raggiunto un sistema commerciale internazionale equo e completamente al servizio della lotta contro la povertà e l’esclusione. Le relazioni commerciali tra gli Stati, parte essenziale delle relazioni tra i popoli, possono servire sia a danneggiare l’ambiente sia a recuperarlo e assicurarlo alle generazioni future.

Esprimo il mio auspicio che le decisioni della prossima Conferenza di Nairobi non siano un mero equilibrio di interessi contrapposti, ma un vero servizio alla cura della casa comune e allo sviluppo integrale delle persone, soprattutto dei più abbandonati.

...

L’Africa offre al mondo una bellezza e una ricchezza naturale che ci porta a lodare il Creatore. Questo patrimonio africano e di tutta l’umanità subisce un costante rischio di distruzione causato da egoismi umani di ogni tipo e dall’abuso di situazioni di povertà e di esclusione. Nel contesto delle relazioni economiche tra gli Stati e i popoli non si può omettere di parlare dei traffici illeciti che crescono in un contesto di povertà e che, a loro volta, alimentano la povertà e l’esclusione. Il commercio illegale di diamanti e pietre preziose, di metalli rari o di alto valore strategico, di legname e materiale biologico, e di prodotti di origine animale, come il caso del traffico di avorio e il conseguente sterminio di elefanti, alimenta l’instabilità politica, la criminalità organizzata e il terrorismo. Anche questa situazione è un grido degli uomini e della terra che dev’essere ascoltato da parte della comunità internazionale.

Nella mia recente visita alla sede dell’ONU a New York, ho potuto esprimere l’auspicio e la speranza che l’opera delle Nazioni Unite e di tutti i processi multilaterali possa essere «pegno di un futuro sicuro e felice per le generazioni future. Lo sarà se i rappresentanti degli Stati sapranno mettere da parte interessi settoriali e ideologie e cercare sinceramente il servizio del bene comune».

Rinnovo ancora una volta l’impegno della Comunità Cattolica e il mio di continuare a pregare e collaborare perché i frutti della cooperazione regionale che si esprimono oggi in seno all’Unione Africana e nei molti accordi africani di commercio, di cooperazione e di sviluppo, siano vissuti con vigore e tenendo sempre conto del bene comune dei figli di questa terra.
La benedizione dell’Altissimo sia su tutti e ciascuno di voi e sui vostri popoli. Grazie.

Guarda il video del discorso del Papa (tr. in italiano)



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Lo stile della fede


Lo stile della fede
di Mauro Magatti


Papa Francesco ha deciso di andare avanti. Nonostante che i rapporti della sicurezza abbiamo segnalato più volte rischi realistici di attentati. Una decisione coraggiosa. Una decisone di fede: perché Francesco non è temerario. Non affronta il pericolo per il gusto della sfida. Ma perché, come ha ripetuto mille volte, si sente nelle mani del Signore. A cui affida la propria vita e l’alto servizio a cui è stato chiamato.Una grande lezione di cui si accorgono soprattutto i giovani: è dunque ancora possibile sperare a partire da una fede che fa, letteralmente, camminare sulle acque, perché sostenuta da Dio.

Per questo, Francesco è in Africa accompagnato dalla preghiera dei tanti che sono in trepidazione per lui. E dal sostegno di tutti coloro che si rendono conto di quanto sia preziosa la sua figura in un momento storico così delicato; e di quanto sia importante il viaggio che sta intraprendendo: il capo della cristianità che esce dal Palazzo Apostolico di Roma e va in Africa per gettare un ponte laddove altri stanno scavando fossati è un fatto storico straordinario. In un momento dove tutti parlano, a volte in modo fin troppo disinvolto, di guerra e dove si moltiplicano i focolai di tensione, Francesco "attraversa le linee", chinandosi per dare la mano al popolo che soffre e spera.

È questo perché, come ha detto nel suo primo discorso in terra africana, è nella povertà e nella ingiustizia dimenticate che il virus dell’odio comincia a incubare. Prendendo poi la forma che l’estremismo – religioso e politico – è capace di dargli. Tema ripreso nella Messa tenuta con oltre un milione di persone: mai la violenza in nome di Dio! Dopo l’Asia, l’America Latina e gli Usa ora l’Africa. L’annuncio di papa Francesco riesce ad arrivare dappertutto. Esprimendo una leadership che non si limita a parlare, ma che agisce, in prima persona, in difesa della pace e della vita, Francesco rimette insieme ciò che nel nostro tempo viene di continuo slegato, e cioè la parola e l’azione. Origine ultima del nichilismo nel quale siamo immersi.

Ogni giorno che passa, Francesco dà peso storico a quanto ha fatto fin dal primo giorno del suo pontificato: non è forse la sua una rivoluzione dello stile? Ciò che 'buca lo schermo' – e che rende Francesco tanto popolare – è che la gente, in ogni angolo del mondo, capisce: Francesco applica la necessità del cambiamento di cui parla – un cambiamento capace di investire tanto la Chiesa quanto il mondo, la vita personale e le strutture sociali – prima di tutto alla propria persona, al proprio modo di essere Papa. È dal veder trasparire, senza ostentazione, ma con la semplicità del vivere – che ritorna tanto nel modo di parlare e di sorridere quanto nelle decisioni di governo – la verità incarnata in una persona che tanti restano positivamente sconcertati. È questa in fondo la rivoluzione – già concretamente avviata – di Francesco: riportare una grande istituzione planetaria a parlare e agire più chiaramente con uno stile evangelico. Nei gesti, nelle parole, nei silenzi, i messaggi lanciati da Francesco sono, da questo punto di vista, inequivocabili. 

A prima vista, mettere in relazione la Chiesa istituzione e lo stile personale può apparire fuori luogo, quasi una pericolosa estetizzazione. Ma non è così. Perché, come ha scritto in questi anni un grande teologo gesuita, Cristoph Theobald, il «cristianesimo è uno stile». Dove per stile non si intende un tratto superficiale, un modo di presentazione del sé, quanto piuttosto la capacità di 'mettere in forma' gli elementi della realtà in modo da orientarla verso ciò che è essenziale. E che come tale riguarda ciascuno di noi. 

Per questo il cristianesimo di Francesco – che è prima di tutto trasmissione della fede attraverso la testimonianza, cioè la concretezza della vita – non è riducibile né ad un sistema dottrinale né ad un apparato istituzionale. Che pure hanno la loro importanza. È piuttosto fede che sa dare sapore all’esistenza – nel suo dialogo con la ragione e la realtà: in una molteplicità di espressioni singolari e plurali, concrete e universali, intersoggettive e istituzionali, in grado di stabilire un nesso flessibile, ma riconoscibile, tra un contenuto e le forme di vita delle persone e delle comunità. Ovunque, nel mondo e nella storia.
(fonte: AVVENIRE 27 novembre 2015)


venerdì 27 novembre 2015

PAPA FRANCESCO VIAGGIO APOSTOLICO IN KENYA, UGANDA E NELLA REPUBBLICA CENTRAFRICANA /4 (cronaca, foto, testi e video) Incontro con il Clero, i Religiosi, le Religiose ed i Seminaristi



 26 novembre 2015 
 Incontro con il Clero, i Religiosi, le Religiose ed i Seminaristi 

Nella sequela di Gesù si entra “dalla porta”, “non dalla finestra”. Papa Francesco è ricorso a questa immagine, parlando al clero e ai religiosi del Kenya incontrati nella Saint Mary School di Nairobi, per sottolineare quanto sia importante la vita consacrata. Quindi, ha avvertito che non bisogna seguire Gesù per ambizione o interesse personale ed ha ribadito che la Chiesa non è un’impresa e che tutti i discepoli di Cristo sono chiamati a servire gli altri, non a servirsi del prossimo.



L’intervento del Papa, tutto a braccio in spagnolo, è stato preceduto dal saluto di mons. Anthony Ireri Mukobo, presidente della Commissione per il clero e i religiosi della Conferenza episcopale del Kenya e da due testimonianze: di suor Michael Marie Rottinghous, presidente delle religiose del Kenya e del reverendo Felix J. Phiri, presidente della Conferenza dei Superiori del Kenya.


V. Tumisufu Yesu Kristu! (Sia lodato Gesù Cristo!)
R. [Milele na Milele. Amina] (Ora e sempre. Amen)

(In inglese)

Grazie tante per la vostra presenza. Vorrei tanto parlarvi in inglese, ma il mio inglese è povero… Io ho preso nota e vorrei dirvi tante cose, a tutti voi, a ciascuno di voi… ma mi fa paura parlare e preferirei parlare nella mia lingua madre… Mons. Miles è il traduttore. Grazie per la vostra comprensione.

Quando veniva letta la lettera di san Paolo mi ha colpito questo: «Sono persuaso che colui ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù» (Fil 1,6).

Il Signore vi ha scelto tutti, ci ha scelto tutti. E Lui ha iniziato la sua opera il giorno in cui ci ha guardato nel Battesimo, il giorno in cui ci ha guardato dopo, quando ci ha detto “Se hai voglia vieni con me”. E allora, ci siamo messi in fila e abbiamo cominciato il cammino. Ma il cammino lo ha iniziato Lui, non noi! Non siamo stati noi. Nel Vangelo leggiamo di una persona guarita che voleva seguirlo lungo nel cammino e Gesù gli disse: “No”. Nella sequela di Gesù Cristo – sia nel sacerdozio che nella vita consacrata – si entra dalla porta! E la porta è Cristo! E’ Lui che chiama, è Lui che comincia, è Lui che fa il lavoro. Ci sono alcuni che vogliono entrare dalla finestra… Ma questo non serve. Per favore, se qualcuno ha qualche compagno o qualche compagna che è entrato dalla finestra, abbracciatelo e spiegategli che è meglio che vada via e che serva Dio in un altro modo, perché non arriverà mai a termine un’opera che Gesù che non avviato – Egli stesso – attraverso la porta.

E questo ci deve portare ad una consapevolezza di essere persone scelte: “Io sono stato guardato, sono stato scelto”. Mi colpisce l’inizio del capitolo 16 di Ezechiele: “Eri figlia di stranieri, eri stata messa da parte; ma sono passato e ti ho pulito e ti ho preso con me”. Questo è il cammino! Questa è l’opera che il Signore ha cominciato quando ci ha guardato!

Ci sono alcuni che non sanno perché Dio li chiama, però sentono che Dio li ha chiamati. Andate tranquilli, Dio vi farà capire perché vi ha chiamati. Ci sono altri che vogliono seguire il Signore per qualche interesse, per interesse. Ricordiamo la madre di Giacomo e Giovanni: “Signore, ti chiedo, quando dividi la torta, di dare la fetta più grande ai miei figli… Che uno stia alla tua destra e l’altro stia alla tua sinistra”. E questa è la tentazione di seguire Gesù per ambizione: l’ambizione del denaro, l’ambizione del potere. Tutti possiamo dire: “Quando io ho cominciato a seguire Gesù, non mi è capitato questo. Ma ad altri è capitato, e a poco a poco te lo hanno seminato nel cuore, come una zizzania.

Nella vita della sequela di Gesù non c’è posto né per la propria ambizione, né per le ricchezze, né per essere una persona importante nel mondo. Gesù lo si segue fino al suo ultimo passo della sua vita terrena, la Croce. Poi Lui pensa a risuscitarti, ma fino a quel punto devi arrivarci tu. E questo ve lo dico seriamente, perché la Chiesa non è una impresa, non è una ONG. La Chiesa è un mistero: è il mistero dello sguardo di Gesù su ognuno di noi che dice “Seguimi!”.

Quindi che sia chiaro: chi chiama è Gesù; si entra dalla porta quando Gesù chiama e non dalla finestra; e poi bisogna seguire la strada di Gesù.

E’ chiaro evidentemente che quando Gesù ci sceglie, non ci “canonizza”. Continuiamo ad essere gli stessi peccatori… Io vi chiederei, per favore, se c’è qui qualcuno – qualche sacerdote o qualche religiosa o qualche religioso – che non si sente peccatore, alzi la mano… Siamo tutti peccatori, io per primo e poi voi. Però ci porta avanti la tenerezza e l’amore di Gesù.

“Colui che ha iniziato una buona opera, la porterà a compimento”: questo ci porta avanti, quello che ha iniziato l’amore di Gesù. Vi ricordate nel Vangelo, quando l’Apostolo Giacomo ha pianto? Qualcuno di voi lo ricorda o no? E quando ha pianto l’Apostolo Giovanni? No. E quando ha pianto qualcun altro degli Apostoli? Uno soltanto – ci dice il Vangelo - ha pianto: colui che si è reso conto di essere peccatore. Era così peccatore che aveva tradito il suo Signore. E quando si rese conto di questo, pianse… Poi Gesù lo ha fatto Papa… Chi lo capisce Gesù? E’ un mistero!

Non smettete mai di piangere. Quando a un sacerdote, a un religioso, a una religiosa si seccano le lacrime, c’è qualcosa che non funziona. Piangere per le proprie infedeltà, piangere per il dolore del mondo, piangere per la gente che è scartata, per i vecchietti abbandonati, per i bambini assassinati, per le cose che non capiamo; piangere quando ci chiedono “perché?”. Nessuno di noi ha tutte le risposte ai “perché?”.

C’è un autore russo che si domandava perché i bambini soffrono. E ogni volta che io saluto un bambino che ha un cancro, un tumore o una malattia rara – come si chiamano – mi chiedo perché quel bambino soffra… E io non ho una risposta a questo. Soltanto guardo Gesù sulla croce. Ci sono situazioni nella vita che ci portano soltanto a piangere, guardando Gesù sulla croce. E questa è l’unica risposta a certe ingiustizie, a certi dolori, a certe situazioni della vita.

San Paolo diceva ai suoi discepoli: “Ricordatevi di Gesù Cristo. Ricordatevi di Gesù Cristo crocifisso”. Quando un consacrato, una consacrata, un sacerdote si dimentica di Cristo crocifisso, poveretto, è caduto in un peccato molto brutto, un peccato che fa orrore a Dio, che fa vomitare Dio: è il peccato della tiepidezza. Cari sacerdoti, sorelle, fratelli, religiosi e religiose, state attenti a non cadere nel peccato della tiepidezza...
Cos’altro vi posso dire? Vorrei darvi un messaggio che viene dal mio cuore per voi: che mai vi allontaniate da Gesù. Questo vuol dire non smettere mai di pregare. “Padre, però, qualche volta è così noioso pregare… Ci si stanca, si ci addormentata…”. Va bene, dormite davanti al Signore: è un modo di pregare. Ma restate lì, davanti a Lui. Pregate! Non lasciate la preghiera!

Se un consacrato lascia la preghiera, l’anima si secca, si inaridisce come quei rami secchi: sono brutti, hanno un aspetto brutto. L’anima di una religiosa, di un religioso, di un sacerdote che non prega, è un’anima brutta! Perdonatemi, ma è cosi…

Vi lascio questa domanda: io tolgo tempo al sonno, tolgo tempo alla radio, alla televisione, alle riveste, per pregare? O preferisco queste altre cose? Quindi mettersi davanti a Colui che ha iniziato l’opera e che la sta portando a compimento in ciascuno di noi… La preghiera.

Un’ultima cosa che volevo dirvi - prima di dirvene un’altra… - è che tutti coloro che si sono lasciati scegliere da Gesù, è per servire: per servire il Popolo di Dio, per servire i più poveri, i più scartati, i più emarginati dalla società, i bambini e gli anziani…; per servire anche quelle persone che non hanno coscienza della superbia e del peccato che loro stessi vivono; per servire Gesù. Lasciarsi scegliere da Gesù è lasciarsi scegliere per servire, e non per essere serviti.

Circa un anno fa, più o meno, c’è stato un incontro di sacerdoti - in questo caso le religiose si salvano! -. Durante questi Esercizi Spirituali, ogni giorno, c’era un gruppo di sacerdoti che dovevano servire a tavola. Alcuni di loro si sono lamentati: “No! Noi dobbiamo essere serviti! Noi paghiamo, abbiamo pagato per essere serviti…”. Per favore, mai questo nella Chiesa! Servire! Non servirsi degli altri, ma servire.

Questo è quello che vi volevo dire, che ho sentito improvvisamente quando ho ascoltato questa frase di San Paolo: “Colui che ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù”.

Mi diceva un cardinale, un cardinale anziano - in effetti aveva soltanto un anno più di me! -, che quando va al cimitero, dove ci sono missionari, missionarie, religiosi e religiose, che hanno dato la loro vita, si domanda: “Perché questo non viene canonizzato domani?”; perché hanno vissuto la loro vita servendo. E mi emoziona quando saluto, dopo una Messa, un sacerdote, una religiosa, che mi dice: “Sono 30, 40 anni che sto in questo ospedale di bambini autistici o che sono nelle missioni dell’Amazzonia o che sto in questo luogo o in quest’altro…” Mi tocca l’anima! Questa donna o quest’uomo ha capito che seguire Gesù è servire gli altri e non servirsi degli altri.

Bene, vi ringrazio molto. Però, che Papa maleducato che è questo… Ci ha dato consigli, ci ha dato “bastonate” e non ci dice “grazie”!… Sì, l’ultima cosa - la ciliegina sulla torta - voglio davvero ringraziarvi! Grazie per aver il coraggio di seguire Gesù, grazie per ogni volta che vi sentite peccatori, grazie per ogni carezza di tenerezza che date a quelli che ne hanno bisogno, grazie per tutte le volte in cui avete aiutato le persone a morire in pace. Grazie per dare speranza nella vita. Grazie perché vi siete lasciati aiutare e correggere e perdonare ogni giorno.

Vi chiedo, nel ringraziarvi, di non dimenticarvi di pregare per me, perché ne ho bisogno. Tante grazie!

Guarda il video del discorso del Papa

Parole del Santo Padre al termine dell'incontro:

Vi ringrazio per il momento che abbiamo passato insieme, però ora devo uscire, perché ci sono i bambini malati di cancro e vorrei vederli e dare loro una carezza.

Ringrazio molto voi seminaristi, che non ho nominato ma che siete compresi in tutto quello che ho detto. E se qualcuno non ha il coraggio di andare su questa strada, per tempo cerchi un altro lavoro, si sposi e faccia una famiglia. Grazie.

Guarda il video integrale


PAPA FRANCESCO VIAGGIO APOSTOLICO IN KENYA, UGANDA E NELLA REPUBBLICA CENTRAFRICANA /3 (cronaca, foto, testi e video) Santa Messa nel Campus dell’Università di Nairobi



 26 novembre 2015 
 Santa Messa nel Campus dell’Università di Nairobi 

Dopo aver incontrato nella Nunziatura di Nairobi, dove risiede, i leader delle altre religiosi e confessioni cristiane, papa Francesco ha celebrato la Messa nel campus universitario. 

Canti, suoni, balli, colori: perché in Africa la fede si esprime anche con il linguaggio del corpo. A queste latitudini la gioia e la preghiera trovano in queste manifestazioni la loro espressione più naturale. E così il suono dei tamburi e il ritmo dato dai tradizionali kayamba — grandi tavole di legno contenenti sassolini, fagioli e semi — è divenuto la colonna sonora della seconda giornata trascorsa dal Papa in Kenya.
È stata una grande festa di popolo.

La messa celebrata da Papa Francesco giovedì 26 novembre a Nairobi ha raccolto una folla immensa di fedeli nel Campus dell’Università e nel vicino Uhuru Park — quello dove vent’anni fa celebrò Giovanni Paolo II — in cui erano stati allestiti i maxischermi. La gioia dei keniani e la loro riconoscenza per aver potuto ospitare per primi il Pontefice in Africa sono state coinvolgenti. Nonostante il tempo inclemente — ultimo strascico della stagione delle piogge — sin dalle prime ore del mattino si vedevano lunghe file di persone in cammino verso il luogo della messa.

Il prato era stato completamente trasformato in un denso strato di fango, ma in tanti non sono voluti mancare all'appuntamento con il Papa. 

Tra canti e balli il pontefice è stato accolto gioiosamente nonostante le condizioni climatiche sfavorevoli e Papa Francesco ha voluto ricambiare l'affetto arrivando a bordo dell'auto scoperta anche sotto la pioggia, accolto dai canti in lingua swahili di un coro composto da elementi provenienti da tutte le parrocchie della capitale.

Il rito, probabilmente il più ampio raduno di massa nel viaggio papale in Kenya, è stato celebrato in inglese e lingue swahili, masai, kiriborana, turkana, e animato da canti africani e della tradizione latina, e da danze. Tutto il rito è stato contrassegnato dalla tipica gestualità liturgica locale: la folla spesso accompagnava ritmicamente a braccia alzate i canti, durante i quali un gruppo di bambine e bambini, vestiti con i colori tradizionali del Kenya, danzavano ai piedi dell’altare. Anche il lezionario, prima della liturgia della parola, è stato portato nel presbiterio a ritmo di musica, adagiato su una cesta che una ragazza danzante teneva in equilibrio sul capo.


Le lingue locali sono usate anche nelle preghiere dei fedeli, mentre la preghiera eucaristica è recitata in latino. 
 

Bergoglio ha celebrato sotto una struttura realizzata per questa occasione, una specie di gazebo aperto sormontato da una tettoia che ricorda quella di una chiesa. 


Il rito si è svolto nel Central Park, ma la folla seguiva anche nel vicino Uhuru Park, grazie ai maxischermi. Presente anche il presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta, mentre il saluto al Papa è stato affidato all'arcivescovo di Nairobi, cardinale John Njue.
 

Francesco lo aveva detto durante la messa crismale del primo Giovedì Santo: i pastori della Chiesa devono avere addosso «l'odore delle pecore». Cioè devono essere capaci di guidare il proprio gregge ma anche stare in mezzo ai fedeli che gli sono affidati. 
Fin da quel momento il vescovo Virgilio Pante, pastore di Maralar, missionario della Consolata di origini bellunesi, ha avuto l'idea di regalare al Papa la sua mitria confezionata con pelle di pecora. Giovedì mattina, prima dell'inizio della Messa celebrata al Central Park di fronte all'università di Nairobi davanti a circa un milione di persone, il vescovo ha potuto donare l'originale copricapo liturgico al Pontefice, che ha voluto indossarlo durante la celebrazione. Monsignor Pante guida la diocesi nel territorio del Kenya dove vivono i pastori nilo-hamitici.

 

"Mungu abariki Kenya!", Dio benedica il Kenya. Papa Francesco ha concluso con queste parole in swahili la sua prima omelia in Africa. 

Guarda il video dell'omelia

Ecco il testo:

La parola di Dio parla alle profondità del nostro cuore. Oggi Dio ci dice che gli apparteniamo. Egli ci ha fatti, noi siamo la sua famiglia e per noi Lui sarà sempre presente. “Non temete – Egli ci dice –: io vi ho scelti e prometto di darvi la mia benedizione” (cfrIs 44,2-3).

Abbiamo ascoltato questa promessa nella prima Lettura. Il Signore ci dice che farà sgorgare acqua nel deserto, in una terra assetata; Egli farà sì che i figli del suo popolo fioriscano come erba e come salici lussureggianti. Sappiamo che questa profezia si è adempiuta con l’effusione dello Spirito Santo a Pentecoste. Ma vediamo anche che essa si compie dovunque il Vangelo è predicato e nuovi popoli diventano membra della famiglia di Dio, la Chiesa. Oggi ci rallegriamo perché si è realizzata in questa terra. Mediante la predicazione del Vangelo, tutti noi siamo diventati partecipi della grande famiglia cristiana.

La profezia di Isaia ci invita a guardare alle nostre famiglie e a renderci conto di quanto siano importanti nel piano di Dio. La società del Kenya è stata a lungo benedetta con una solida vita familiare, con un profondo rispetto per la saggezza degli anziani e con l’amore verso i bambini. La salute di qualsiasi società dipende sempre dalla salute delle famiglie. Per il bene loro e della comunità, la fede nella Parola di Dio ci chiama a sostenere le famiglie nella loro missione all’interno della società, ad accogliere i bambini come una benedizione per il nostro mondo e a difendere la dignità di ogni uomo e di ogni donna, poiché tutti noi siamo fratelli e sorelle nell’unica famiglia umana.

In obbedienza alla Parola di Dio, siamo anche chiamati ad opporre resistenza alle pratiche che favoriscono l’arroganza negli uomini, feriscono o disprezzano le donne, non curano gli anziani e minacciano la vita degli innocenti non ancora nati. Siamo chiamati a rispettarci e incoraggiarci a vicenda e a raggiungere tutti coloro che si trovano nel bisogno. Le famiglie cristiane hanno questa missione speciale: irradiare l’amore di Dio e riversare l’acqua vivificante del suo Spirito. Questo è particolarmente importante oggi, perché assistiamo all’avanzata di nuovi deserti, creati da una cultura dell’egoismo e dell’indifferenza verso gli altri.

Qui, nel cuore di questa Università, dove le menti e i cuori delle nuove generazioni vengono formati, faccio appello in modo speciale ai giovani della nazione. I grandi valori della tradizione africana, la saggezza e la verità della Parola di Dio e il generoso idealismo della vostra giovinezza vi guidino nell’impegno di formare una società che sia sempre più giusta, inclusiva e rispettosa della dignità umana. Vi stiano sempre a cuore le necessità dei poveri; rigettate tutto ciò che conduce al pregiudizio e alla discriminazione, perché queste cose – lo sappiamo – non sono di Dio.

Tutti conosciamo bene la parabola di Gesù a proposito dell’uomo che costruì la sua casa sulla sabbia invece che sulla roccia. Quando soffiarono i venti, essa cadde e la sua rovina fu grande (cfr Mt 7,24-27). Dio è la roccia sulla quale siamo chiamati a costruire. Egli ce lo dice nella prima Lettura e ci chiede: «C’è forse un dio fuori di me?» (Is 44,8).

Quando Gesù Risorto afferma, nel Vangelo di oggi: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra» (Mt 28,18), ci dice che Lui stesso, il Figlio di Dio, è la roccia. Non c’è nessuno oltre a Lui. Unico Salvatore dell’umanità, desidera attirare uomini e donne di ogni epoca e luogo a Sé, così da poterli portare al Padre. Egli vuole che tutti noi costruiamo la nostra vita sul saldo fondamento della sua parola.

Questo è il compito che il Signore assegna a ciascuno di noi. Ci chiede di essere discepoli missionari, uomini e donne che irradino la verità, la bellezza e la potenza del Vangelo che trasforma la vita. Uomini e donne che siano canali della grazia di Dio, che permettano alla sua misericordia, benevolenza e verità di diventare gli elementi per costruire una casa che rimanga salda. Una casa che sia un focolare, dove fratelli e sorelle vivano finalmente in armonia e reciproco rispetto, in obbedienza alla volontà del vero Dio, che ci ha mostrato, in Gesù, la via verso quella libertà e quella pace a cui tutti i cuori aspirano.

Gesù, il Buon Pastore, la roccia sulla quale costruiamo le nostre vite, guidi voi e le vostre famiglie sulla via del bene e della misericordia per tutti i giorni della vostra vita. Egli benedica tutti gli abitanti del Kenya con la sua pace.

«Siate forti nella fede! Non abbiate paura!». Perché voi appartenete al Signore.

Mungu awabariki! (Dio vi benedica!)

Mungu abariki Kenya! (Dio benedica il Kenya!)

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QUEL BAMBINO ABBANDONATO NEL PRESEPE



QUEL BAMBINO ABBANDONATO NEL PRESEPE

26/11/2015 In una chiesa di New York il custode ha trovato un neonato nella mangiatoia del presepe proprio come fosse Gesù Bambino. Il piccolo sta bene. La legge dello Stato permette di abbandonare neonati minori di 30 giorni ma solo se lasciati in mani sicure.

L'allestimento del presepe della Holy Child Jesus.
L'allestimento del presepe della Holy Child Jesus.
Il Bambin Gesù è arrivato in anticipo in una chiesa del Queens. Un neonato è stato infatti posto, probabilmente dalla madre, proprio nell'allestimento della natività dove il giorno di Natale viene messa la statuina di Gesù Bambino. Il piccolo, scoperto con il suo cordone ombelicale intatto, è stato trovato da un custode nella Chiesa che, neanche a farlo apposta si chiama Holy Child Jesus (Santo Gesù Bambino). Il parroco ha parlato di un "miracolo di Natale" e ha aggiunto «La cosa bella è che questa donna ha scelto questa chiesa - che dovrebbe essere una casa per chi ha bisogno – come casa per il suo bambino».
Il custode Jose Moran era appena rientrato dalla sua pausa pranzo, poche ore dopo aver allestito il presepe e aver lasciato lo spazio vuoto per aggiungere Gesù il giorno di Natale. Era intento a spazzare i pavimenti e ha sentito subito piangere, ma ha continuato il suo lavoro pensando che in Chiesa ci fosse qualche fedele che aveva portato con se il figlio piccolo. 

L'arrivo della polizia e del personale sanitario dopo il ritrovamento del bambino
L'arrivo della polizia e del personale sanitario 
dopo il ritrovamento del bambino
Ha poi deciso di capire da dove venisse quel pianto: «Ho seguito le grida. Mi sono diretto verso il piccolo presepe che avevamo installato all'interno della chiesa. Non potevo credere ai miei occhi. C’era un bambino, in buone condizioni di salute, avvolto in un asciugamano posato nella mangiatoia tra le statue di Maria e San Giuseppe». L’uomo ha poi così commentato: «Mi riempie di gioia il fatto che chi lo ha abbandonato lo ha portato in un posto sicuro e non lo ha lasciato morire».

C’è una legge dello Stato di New York (la "Safe Heaven” ) che permette di “abbandonare”, senza dover dare spiegazioni bambini sotto i 30 giorni di vita in "posti sicuri" come chiese, ospedali e stazioni di polizia. Ma solo dopo averlo affidato a una persona responsabile. Quindi la donna che ha deposto il neonato in chiesa potrebbe essere perseguita perché avrebbe dovuto, secondo quanto stabilisce la legge, comunicare dove aveva lasciato il figlio. 

La polizia sta quindi ancora cercando di rintracciarla. Ha controllato le immagini delle telecamere che mostrano una donna, probabilmente la madre del neonato, che entra in chiesa con il bambino nascosto sotto il cappotto e esce poi a mani vuote. Poco prima è stata ripresa anche in un negozio nelle vicinanze mentre compra degli asciugamani.

Una giovane coppia della parrocchia vorrebbe adottare Gesù Bambino, così è stato chiamato il piccolo, e mantenere questo dono nella comunità.
(fonte: Famiglia Cristiana)

Bauman, la speranza della Buona notizia

Bauman, la speranza della Buona notizia
di Lorenzo Fazzini

Zygmunt Bauman fa 90 (anni). Il 19 novembre prossimo il sociologo polacco, trapiantato in Gran Bretagna (nel 1971 l’Università di Leeds lo arruolò come docente dopo che nella Polonia comunista gli venne impedito di insegnare perché ebreo), compirà 90 primavere (i nostri auguri!). E non smette di osservare la società contemporanea e di denunciarne derive e storture. In questa intervista, rilancia la sua ammirazione per papa Francesco, svela una sua passione giovanile per la figura di Cristo e consegna ai giovani il testimone per costruire un mondo più giusto ed equo. 

Il suo 90° compleanno ci ricorda che lei è una sorta di “secolo breve” incarnato: la sua vita (è nato nel 1925) ci richiama (quasi) quel 1915-1989 dipinto da Eric Hobsbawm. Lei ha vissuto le grandi tragedie del Novecento: nazismo, Shoah, Hiroshima, comunismo. Questi eventi le hanno fatto perdere l’ottimismo verso il genere umano? 
«Finché vivo spero: questa è la massima che ho imparato da piccolo. E ancora credo, alla fine di questo mio “secolo breve”, che finché spero vivo. Ma ammetto che comunque in questo secolo siamo riusciti a lasciarci alle spalle molti tipi di miseria umana, ma molti altri misfatti e catastrofi, se non più, e non meno, tossici, minacciosi e creati dall’uomo li hanno rimpiazzati, come le leggendarie teste dell’idra che rinascevano subito dopo che ne veniva tagliata una. Non nego che avrei preferito finire la mia vita in un mondo meno oscuro e meno ostile verso gli esseri umani rispetto a quello in cui vivo e, penso, morirò». 

Quindi ne deduco che lei non sia ottimista per il futuro... 
«Nonostante sia un pessimista a breve termine, rimango ottimista sul lungo periodo. Quando si tratta di lottare per un mondo più luminoso e più amichevole, la frustrazione per quanto si ama e si spera non è un motivo per abbandonare questo impegno. Ed essa – come mi ha insegnato la vita – rimane impotente nel far vincere la rassegnazione fino a quando noi volontariamente non lo permettiamo». 

Da uno dei suoi testi di riferimento, Il disagio della postmodernità(Bruno Mondadori), pubblicato nel 2000, prendo una frase che papa Francesco ricorda in continuazione: «La famigerata globalizzazione dell’economia e della finanza presenta un ulteriore aspetto, che potremmo definire “globalizzazione della miseria”». Nello stesso libro denunciava che, caduto il Muro di Berlino, ne era sorto un altro, il muro del Mercato. Perché la solidarietà e la giustizia non sono ancora riuscite a scalzare egoismo e inequità?
«Il mercato consumistico – conosciuto per essere capace di addomesticare e sollecitare la cupidigia umana – e il tipo di vita umana che esso promette, una vita basata sull’esplicita o implicita promessa che tutte le strade per la felicità umana portano alla fin fine in un negozio a fare acquisti – ha causato la veloce crescita dell’ineguaglianza sociale, moltiplicando e approfondendo le divisioni tra gli uomini come un suo specifico, e forse inseparabile, effetto collaterale. La globalizzazione, nella forma assunta fin qui, significa anzitutto la diffusione di tali effetti in tutto il mondo. In questo senso essa era, e rimane, “globalizzazione della miseria”. Il compito di riformarla in una globalizzazione della dignità umana, della moralità e della felicità, spetta ai più giovani per essere realizzato». 

Un suo recente libro, edito da Laterza, con il teologo polacco Stanislaw Obirek si intitola Conversazioni su Dio e l’uomo. Oggi assistiamo, a livello globale, a una recrudescenza dello scontro intra-islamico tra sciiti e sunniti: la nascita del sedicente Stato islamico è visto da diversi osservatori come un sintomo di tale lotta intra-islamico. In che modo il pensiero laico può aiutare l’islam a riconciliare la religione con la modernità? 
«Non è in gioco la riconciliazione della religione con la modernità. Nessuna religione che io conosco è stata o è negligente nel dispiegare i prodotti più alla moda della modernità al servizio di quello che lei crede sia l’unica fede e nello sconfiggere chi lei considera eretici o pagani. Quel che è in gioco qui è qualcosa in più: la separazione della fede – ereditata o scelta – dai diritti umani; la relazione tra Dio e l’uomo come una questione di coscienza personale; il diritto universale di servire Dio in diversi modi, e il mutuo rispetto per queste modalità; l’essere di Dio come un Dio dell’umanità, non un Dio di tribù reciprocamente nemiche e antagoniste. In poche parole: un Dio di unità, non di divisione tra gli uomini; un Dio di amore, e non di odio». 

Il suo recente apprezzamento per la figura e le parole di papa Francesco hanno trovato vasta eco in Italia. Cosa vorrebbe chiedere o di cosa vorrebbe parlare con il pontefice se lo potesse incontrare di persona? 
«Papa Francesco non ha bisogno delle mie domande. Ogni giorno egli se ne esce con risposte a domande che io sto ancora cercando, e con successo a metà, di articolare. In un altro dialogo con Stanislaw Obirek (On the World and Ourselves, Polity 2015), il mio interlocutore ha spiegato così il saggio richiamo degli appelli di Jorge Mario Bergoglio: il papa dimostra “una certa empatia per l’umana fragilità e il peccato, e ancora di più, Francesco non eleva se stesso sopra di noi ma sta al nostro fianco”. Poco prima del settembre 1939, ovvero l’inizio della seconda guerra mondiale, lessi il libro di Emil Ludwig Figlio dell’Uomo. La storia di un profeta. Un racconto che mi impressionò moltissimo e sul quale mi ricordo di aver rimuginato per varie settimane, durante il mio viaggio attraverso la Polonia in fiamme e insanguinata. Ludwig, come ho sottolineato commentando la suggestione sopracitata di Obirek, assegnava all’eroe di questo racconto un dono che “ha spinto pescatori, artigiani, piccoli commercianti a riempire le case di preghiera per ascoltarlo quando arrivava da Nazareth. Le persone si accalcavano intorno a lui perché questo nazareno non portava loro un’altra litania di prescrizioni o normative, né prometteva tormenti infernali ai disobbedienti, ma annunciava la Buona notizia: egli portava la speranza”». 

Cosa accomuna dunque quel libro letto 70 anni fa e il papa attuale? 
«L’eroe del racconto di Ludwig portava un nuovo modo di essere ascoltato. Io sento che è questa l’impressione che i discorsi di papa Francesco trasmettono, sebbene si focalizzino sulle radici terrene del male e della miseria umana nel nostro mondo».
(fonte: Avvenire)