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lunedì 8 novembre 2021

«Da chi vive la fede con doppiezza, come quegli scribi, “dobbiamo guardarci” per non diventare come loro; mentre la vedova dobbiamo “guardarla” per prenderla come modello.» Papa Francesco Angelus 07/11/2021 (testo e video)

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 7 novembre 2021



Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

La scena descritta dal Vangelo della Liturgia odierna si svolge all’interno del Tempio di Gerusalemme. Gesù guarda, guarda ciò che succede in questo luogo, il più sacro di tutti, e vede come gli scribi amino passeggiare per essere notati, salutati, riveriti, e per avere posti d’onore. E Gesù aggiunge che «divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere» (Mc 12,40). Nello stesso tempo, i suoi occhi scorgono un’altra scena: una povera vedova, proprio una di quelle sfruttate dai potenti, getta nel tesoro del Tempio «tutto quanto aveva per vivere» (v. 44). Così dice il Vangelo, getta nel tesoro tutto quanto aveva per vivere. Il Vangelo ci mette davanti questo stridente contrasto: i ricchi, che danno il superfluo per farsi vedere, e una povera donna che, senza apparire, offre tutto il poco che ha. Due simboli di atteggiamenti umani.

Gesù guarda le due scene. Ed è proprio questo verbo – “guardare” – che riassume il suo insegnamento: da chi vive la fede con doppiezza, come quegli scribi, “dobbiamo guardarci” per non diventare come loro; mentre la vedova dobbiamo “guardarla” per prenderla come modello. Soffermiamoci su questo: guardarsi dagli ipocriti e guardare alla povera vedova.

Anzitutto, guardarsi dagli ipocriti, cioè stare attenti a non basare la vita sul culto dell’apparenza, dell’esteriorità, sulla cura esagerata della propria immagine. E, soprattutto, stare attenti a non piegare la fede ai nostri interessi. Quegli scribi coprivano, con il nome di Dio, la propria vanagloria e, ancora peggio, usavano la religione per curare i loro affari, abusando della loro autorità e sfruttando i poveri. Qui vediamo quell’atteggiamento così brutto che anche oggi vediamo in tanti posti, in tanti luoghi, il clericalismo, questo essere sopra gli umili, sfruttarli, “bastonarli”, sentirsi perfetti. Questo è il male del clericalismo. È un monito per ogni tempo e per tutti, Chiesa e società: mai approfittare del proprio ruolo per schiacciare gli altri, mai guadagnare sulla pelle dei più deboli! E vigilare, per non cadere nella vanità, perché non ci succeda di fissarci sulle apparenze, perdendo la sostanza e vivendo nella superficialità. Chiediamoci, ci aiuterà: in quello che diciamo e facciamo, desideriamo essere apprezzati e gratificati oppure rendere un servizio a Dio e al prossimo, specialmente ai più deboli? Vigiliamo sulle falsità del cuore, sull’ipocrisia, che è una pericolosa malattia dell’anima! È un pensare doppio, un giudicare doppio, come dice la stessa parola: “giudicare sotto”, apparire in un modo e “ipo”, sotto, avere un altro pensiero. Doppi, gente con l’anima doppia, doppiezza dell’anima.

E per guarire da questa malattia, Gesù ci invita a guardare alla povera vedova. Il Signore denuncia lo sfruttamento verso questa donna che, per fare l’offerta, deve tornare a casa priva persino del poco che ha per vivere. Quanto è importante liberare il sacro dai legami con il denaro! Già Gesù lo aveva detto, in un altro posto: non si può servire due padroni. O tu servi Dio – e noi pensiamo che dica “o il diavolo”, no – o Dio o il denaro. È un padrone, e Gesù dice che non dobbiamo servirlo. Ma, allo stesso tempo, Gesù loda il fatto che questa vedova getta nel tesoro tutto ciò che ha. Non le rimane niente, ma trova in Dio il suo tutto. Non teme di perdere il poco che ha, perché ha fiducia nel tanto di Dio, e questo tanto di Dio moltiplica la gioia di chi dona. Questo ci fa pensare anche a quell’altra vedova, quella del profeta Elia, che stava per fare una focaccia con l’ultima farina che aveva e l’ultimo olio; Elia le dice: “Dammi da mangiare” e lei dà; e la farina non diminuirà mai, un miracolo (cfr 1 Re 17,9-16). Il Signore sempre, davanti alla generosità della gente, va oltre, è più generoso. Ma è Lui, non l’avarizia nostra. Ecco allora che Gesù la propone come maestra di fede, questa signora: lei non frequenta il Tempio per mettersi la coscienza a posto, non prega per farsi vedere, non ostenta la fede, ma dona con il cuore, con generosità e gratuità. Le sue monetine hanno un suono più bello delle grandi offerte dei ricchi, perché esprimono una vita dedita a Dio con sincerità, una fede che non vive di apparenze ma di fiducia incondizionata. Impariamo da lei: una fede senza orpelli esteriori, ma interiormente sincera; una fede fatta di amore umile per Dio e per i fratelli.

E ora ci rivolgiamo alla Vergine Maria, che con cuore umile e trasparente ha fatto di tutta la sua vita un dono per Dio e per il suo popolo.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

seguo con preoccupazione le notizie che giungono dalla regione del Corno d’Africa, in particolare dall’Etiopia, scossa da un conflitto che si protrae da più di un anno e che ha causato numerose vittime e una grave crisi umanitaria. Invito tutti alla preghiera per quelle popolazioni così duramente provate, e rinnovo il mio appello affinché prevalgano la concordia fraterna e la via pacifica del dialogo.

E assicuro la mia preghiera anche per le vittime dell’incendio seguito a un’esplosione di carburante, nella periferia di Freetown, capitale della Sierra Leone.

Ieri a Manresa, in Spagna, sono stati proclamati Beati tre martiri della fede, appartenenti all’Ordine dei Frati Minori Cappuccini: Benet de Santa Coloma de Gramenet, Josep Oriol de Barcelona e Domènech de Sant Pere de Riudebitlles. Furono uccisi nel periodo della persecuzione religiosa del secolo scorso in Spagna, dimostrando di essere miti e coraggiosi testimoni di Cristo. Il loro esempio aiuti i cristiani di oggi a rimanere fedeli alla propria vocazione, anche nei momenti della prova. Un applauso a questi nuovi Beati!

Saluto tutti voi, cari fedeli di Roma e pellegrini di vari Paesi, in particolare quelli venuti dagli Stati Uniti d’America e dal Portogallo. Saluto i gruppi di fedeli di Prato e di Foligno; e i ragazzi della Professione di fede di Bresso.

A tutti auguro una buona domenica. E per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!
Guarda il video


domenica 7 novembre 2021

Il cardinale Montenegro: Impariamo a guardare il mondo con gli occhi dei poveri. I poveri non sono una appendicite per la Chiesa, ma la sua ricchezza.

Montenegro: guardiamo il mondo 
con gli occhi dei poveri



“Ripartire dagli ultimi nello stile del Vangelo. Aggiustare il mondo praticando l’amore”. È questo il tema del convegno organizzato dalla Caritas Ambrosiana in programma nella giornata di sabato 6 novembre. Il convegno precede la Giornata diocesana Caritas, che le oltre mille parrocchie della diocesi di Milano celebreranno domenica 7 novembre.

Gli ultimi e la pandemia

Al centro dell’appuntamento le ragioni dell’impegno della Caritas a favore degli ultimi in un contesto come quello attuale, in cui la crisi seguita alla pandemia ha precipitato nella povertà persone che non avevano mai richiesto aiuto. Il prolungato blocco delle attività economiche, resosi necessario per contenere i contagi, ha fatto emergere molte debolezze del modello di sviluppo anche di una delle regioni più ricche del Paese: salari bassi, contratti precari, un sistema di aiuti pubblici insufficiente. Per questa ragione molte persone, pur avendo un impiego, non sono più riuscite a far quadrare i bilanci familiari. La conseguenza è stata un’esplosione di richieste di aiuti alimentari, una corsa a indebitarsi, anche ricorrendo al prestito usuraio, per soddisfare esigenze di base o tenere in vita attività economiche. Ad oltre un anno e mezzo dalla crisi – come emerso dall’ultimo Rapporto sulle povertà - il 41% delle persone impoverite non sono riuscite a risollevarsi.

Il programma del convegno

L’incontro riunisce ogni anno i volontari e gli operatori della Caritas Ambrosiana. Il convegno, in diretta streaming, si apre con l’intervento dell’arcivescovo emerito di Agrigento, il cardinale Francesco Montenegro. Il programma prevede poi una tavola rotonda con il ministro per le Pari opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti, il segretario generale Fim-Cisl Roberto Benaglia, il presidente del Consorzio Goel, Vincenzo Linarello. Nella terza e ultima parte è in programma l’intervento di Luciano Manicardi, priore di Bose. Il direttore di Caritas Ambrosiana Luciano Gualzetti e il presidente monsignor Luca Bressan introducono e concludono i lavori.

Sulla via degli ultimi

È la prospettiva degli ultimi quella che si deve seguire perché i poveri sanno vedere ciò che è essenziale. Lo sottolinea a Vatican News il cardinale Francesco Montenegro aggiungendo che si deve “imparare a guardare come i poveri vedono il mondo”.

Ascolta l'intervista con il cardinale Francesco Montenegro

Parliamo di questo convegno organizzato dalla Caritas ambrosiana. Al centro di questo appuntamento, ci sono le ragioni dell’impegno della Caritas in favore degli ultimi

Gli ultimi in fondo sono i primi. Papa Francesco ce lo sta dicendo. Se vogliamo restaurare questo mondo e cambiarlo, tornando alle origini della Chiesa primitiva, abbiamo bisogno di ridare il posto giusto agli ultimi. D’altra parte, gli ultimi sono anche il sacramento di Cristo. Così come non possiamo vivere la fede senza l'Eucaristia, non possiamo vivere la fede senza i poveri. Non possiamo farci sostituire da un altro per andare all’Eucaristia, non possiamo delegare un altro ad amare i poveri. Dobbiamo allora prendere coscienza che, come cristiani, dobbiamo incontrarci con questo sacramento. È scomodo ma il Signore ce lo ha dato come testamento. Nel testamento si lasciano le cose migliori alle persone che si amano. Noi, come ha detto il Papa, guardiamo i poveri ma dobbiamo imparare a guardare come i poveri vedono il mondo.

Guardando come i poveri, si può in qualche modo aggiustare il mondo? Può essere questa la via per risolvere i problemi?

Porto l’esempio della parabola del Buon Samaritano. Se dal balcone dovessi vedere quella scena, direi che sono passate due persone e sono andati oltre. È passata poi una terza persona e si è fermata. Faccio una cronaca, faccio quindi la mia statistica. Se invece mi metto al posto dell’uomo ferito, vedo che l’uomo ferito viene percosso due volte. La prima volta dai briganti. La seconda volta dai due che passano. L’uomo ferito ha la sua delusione. Devo allora scoprire quali sono, in fondo, le delusioni e le speranze dei poveri. L’uomo ferito sgrana gli occhi quando vede che un nemico si ferma. È una prospettiva diversa che mi viene data. Non è quella di una persona che si ferma o non si ferma. Si incomincia invece a vedere chi è quella persona. Si devono guardare le cose dei poveri, ai quali il Signore ha lasciato la Buona Notizia. Si deve andare alla loro scuola per rivedere il mondo e il progetto che Dio ha. D’altra parte, i poveri nella Chiesa e nel mondo sono la maggioranza.

Quello visto dai poveri potrebbe quindi essere un mondo che segue le logiche indicate da Papa Francesco, quelle dell’ecologia integrale. Sarebbe un mondo molto più attento alle creature e al creato…

Senz’altro perché i poveri sanno guardare l’essenziale, sanno guardare ciò che conta. Il povero se ha freddo vuole una maglietta. Se noi abbiamo freddo vogliamo la maglietta firmata. Ma non è la firma che riscalda. È invece la lana che riscalda. Siamo preoccupati, però, per la firma. Il povero è preoccupato di coprirsi. Lui sa andare all’essenziale. Una cosa che noi con difficoltà riusciamo a fare. Ci siamo accorti con il Covid che improvvisamente ci siamo visti poveri: poveri di relazioni. E la vita è cambiata. La via del povero è quella via che il Papa ci ha indicato nell’incontro con la Caritas per il 50.mo di fondazione. La via degli ultimi è importante, ma non guardandola dal balcone. Ma mettendomi accanto e lasciandomi guidare da loro. Questa non è poesia. È Vangelo.

Il convegno precede la Giornata diocesana Caritas 2021 che le oltre 1000 parrocchie della diocesi di Milano celebrano domenica…

La Caritas è la Chiesa che serve. Una Chiesa che non serve, che non si mette al servizio, non serve a niente. Basta guardare la lavanda dei piedi. Gesù raccoglie in quel gesto tutta la vita fatta di dono. Quello delle Caritas parrocchiali è il convegno di una Chiesa che apre gli occhi sui poveri e sul servizio che deve prestare. L’amore non può essere programmato in anticipo. Deve essere una risposta ad un bisogno che viene presentato. Una Chiesa che è attenta al grido dei poveri, come Dio è stato attento a quello di Israele, cerca di dare quelle cose che i bisognosi chiedono.

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Il cardinale Montenegro: 
«I poveri non sono una appendicite per la Chiesa, ma la sua ricchezza»

Mons. Francesco Montenegro.
... Il dibattito è stato preceduto dall’intervento del cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo emerito di Agrigento. «I poveri non sono una appendicite per la Chiesa ma sono la sua ricchezza perché una Chiesa lontana dai poveri è una chiesa senza Dio – ha sottolineato Montenegro -. Dal giorno in cui il Signore ha scelto di nascere in una baracca, Dio va cercato tra la gente che soffre negli ospedali, tra i detenuti nelle carceri, tra i migranti che sbarcano a Lampedusa. Soccorrere i poveri vale quanto spezzare il pane durante la eucarestia».

Alle parole del cardinale Montenegro hanno fatto eco quelle del priore di Bose, Luciano Manicardi, intervenuto a conclusione dell’incontro: «Oggi più che aiutare i poveri ci si difende da loro. I cristiani possono fare la differenza se davvero iniziano a vedere i poveri non come nemici ma nemmeno come casi sociali, piuttosto come fratelli cui offrire amicizia».



"Un cuore che ascolta lev shomea" - n. 54/2020-2021 anno B

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino


XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO B

Vangelo:


«Guardatevi dagli scribi» dice Gesù ai suoi discepoli. Gli scribi erano i teologi ufficiali di quel tempo, gli unici interpreti della Torah della quale conoscevano ogni minuzia. Di loro il Talmud sentenzia: «Tutte le parole degli scribi sono parole del Dio vivente» e ancora: «Le parole e le decisioni degli scribi sono superiori alla Legge» (Beresh. M.). Ebbene, Gesù smonta l'aura di santità con la quale gli scribi si sono rivestiti e mostra senza mezzi termini come il loro agire sia ispirato solo dalla ricerca del potere e del prestigio, dalla loro ambizione sfrenata che si consuma nell'approfittare delle persone più deboli e fragili quali sono le vedove. Marco in realtà non intende entrare in polemica con l'istituzione religiosa giudaica, dalla quale la comunità cristiana si è ormai totalmente separata, ma denunziare il pericolo che all'interno della Chiesa si ricreino le stesse dinamiche religiose. La pericope ha principalmente un significato ecclesiale, è un severo monito ai discepoli di ogni epoca che sono tentati di assumere lo stesso comportamento degli scribi, che litigano fra di loro per il potere (9,32ss), che faticano a comprendere ed assumere l'insegnamento di Gesù il quale ci invita ancora una volta ad imparare dai piccoli, da una vedova povera, una quasi invisibile e che nessuno considera, nemmeno i discepoli. Sono gli ultimi i veri protagonisti del Regno, i veri teologi, ed è da loro che la Comunità è chiamata ad imparare e a vivere il Vangelo, a condividerne la vita, «tutta la vita - òlon tòv bìon», perché «Dio ha scelto quello che per il mondo è stolto per confondere i sapienti, quello che per il mondo è debole per confondere i forti, quello che per il mondo è ignobile e disprezzato per distruggere le cose che sono» (1Cor 1,27-28)



sabato 6 novembre 2021

GETTO' INTERA LA SUA VITA E VIDE L'INFINITO NEL NULLA - Chi ha il coraggio di dare tutto, non si meraviglierà di ricevere tutto! L'uomo per star bene deve dare! È la legge della vita. - XXXII T. O. / B - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Ronchi

GETTO' INTERA LA SUA VITA 
E VIDE L'INFINITO NEL NULLA
 

Chi ha il coraggio di dare tutto, 
non si meraviglierà di ricevere tutto!  
L'uomo per star bene deve dare! È la legge della vita.
 

I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:
  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire

In quel tempo, Gesù (...) seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere». Marco 12,38-44


per i social

GETTO' INTERA LA SUA VITA E VIDE L'INFINITO NEL NULLA

Chi ha il coraggio di dare tutto, non si meraviglierà di ricevere tutto! L'uomo per star bene deve dare! È la legge della vita.

C'è un luogo nel tempio dove tutti passano. Gesù siede lì, davanti ai tredici forzieri delle offerte e al sacerdote che controlla la validità delle monete, dichiarando, a voce alta, l'importo dell'offerta.

Arriva una maestra senza titolo per insegnare, ma che scalza dal pulpito i sacerdoti e dalla cattedra i teologi, per una lezione fondamentale.

Gesù osserva le persone e nota questa donna, senza nome, vedova, povera, con la sola sapienza del vivere che sa di pane e lacrime, raccolta tra le pieghe dolenti della vita.

“Venuta una vedova, povera, gettò in offerta due spiccioli”. Gli occhi attenti di Gesù scorgono il divino nascondersi nei due centesimi.

Nella Bibbia, vedove, orfani e stranieri sono i preferiti di Dio, e Gesù ha sempre una delicatezza particolare, per le donne sole. Chiama a sé i discepoli, che erano con la testa altrove! Li istruisce con lo stupore nato dall'aver intuito un di più, uno scialo, un eccesso che esce dal calcolo e dalla logica. Gli spiccioli sono due, la donna poteva tenersene uno e dare l'altro. Ma non l’ha fatto.

Mentre il mondo dice che più denaro è bene e meno denaro è male, Gesù scopre che il bene è detto solo dal cuore, che l'evidenza della quantità è solo illusione. Che conta quanto di lacrime, di speranza e fede stanno dentro due spiccioli.

Questa donna, che convive col vuoto e la sua angoscia, è vicina all'assoluto di Dio. D'ora in poi, se vivrà, lo farà perché quotidianamente dipendente dal cielo. Ma chi ha il coraggio di dare tutto, non si meraviglierà di ricevere tutto!

L'uomo per star bene deve dare! È la legge della vita. Di più! Puoi donare ciò che ti fa vivere: le tue spinte, le passioni vitali.

Nessuno è così vuoto da non poter dare la ricchezza delle esperienze, le intuizioni, le forze del cuore, le energie della mente, le bellezze di cui ha visto e goduto e i perché della sua fiducia.

Amando senza misura, per primi, in perdita, per la sola e limpida gioia di farlo.

Le parole originarie di Marco qui sono bellissime: gettò intera la sua vita. Che risultati concreti portano i due centesimi della vedova? Niente, nessun effetto per le belle pietre e le grandi costruzioni del tempio. Ma ha messo in circuito nelle vene del mondo molto cuore e molta vita.

E come lei, a sorreggere la terra sono quelli di cui i media non si occuperanno mai e che nell’ombra danno ciò che fa vivere, quotidianamente, con mille invisibili gesti di cura, accudimento, attenzione, nella casa o a chi busserà domani.

Piccoli atti gonfi di cuore. Di vita.

Non c'è nessun capitalismo nella carità, per cui la quantità non è che apparenza. E in quel luogo, nel tempio dove il denaro è proclamato, benedetto, invidiato, esibito, Gesù è incantato dalla vedova che non è di nes­suno, e perciò è di Dio.

E’ di Dio perché ha nelle mani il suo segreto.

per Avvenire

La povera vedova vera maestra di generosità  (...)




Valori che “aprono” il mondo. Riflessione sui capitoli 3-4 di Fratelli tutti (Vittorio Rocca)

Valori che “aprono” il mondo.  
Riflessione sui capitoli 3-4 di Fratelli tutti  
 Vittorio Rocca
(Video)


Quarto dei Mercoledì della Spiritualità 2021
tenuto il 3 novembre 2021
e promossi dalla
Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto

RISCOPRIRE IL VOLTO FRATERNO DELL’UMANITÀ
A confronto con la “Fratelli tutti” di papa Francesco



1. Premessa

I temi della fraternità universale e dell’amicizia sociale sono la base della proposta del Papa, valori che “aprono” il mondo. Questi due termini non costituiscono una proposta politica specifica e neanche una valutazione morale concreta, ma esprimono due atteggiamenti fondamentali, che dovrebbero essere alla base di ogni politica e di ogni etica.

A dire il vero l’ispirazione di Fratelli tutti, tanto nelle sue analisi quanto nelle suggestioni che offre per l’ideazione di un nuovo e diverso ordinamento della socialità umana, non è affatto esclusiva del Papa. Infatti, intorno al testo dell’enciclica si potrebbero convocare tutta una serie di riflessioni nell’attuale panorama culturale occidentale che si muovono in maniera sintonica rispetto ad alcune delle sue tematiche centrali.

Ciò che è proprio del pensiero del Romano Pontefice è il tema centrale dei poveri e della povertà come stile di vita. Fraternità e povertà sono due facce della stessa medaglia, fondanti l’architettura bergogliana, assai lontana se non in contrasto con quella teologia e spiritualità disincarnate tanto in voga tra i devoti delle sacrestie ecclesiastiche. Un’architettura che è chiaramente ispirata al santo di Assisi. San Francesco, infatti, creò un nuovo tipo di fraternità dedita, oltre che alla predicazione itinerante, alla condivisione con i più poveri. Una fraternità di minores incentrata sul carisma della povertà. La scoperta spirituale dell’umiltà di Dio, anzi che Dio stesso è Umiltà, spinse san Francesco a vivere radicalmente come minor, attirando da subito a sé altri seguaci per vivere, come lui, da fratelli.

Il Papa sogna una Chiesa povera e fraterna al servizio dei poveri, i quali non sono una categoria astratta, ma persone concrete con volti, storie e nomi. I poveri sono uomini e donne senza terra, senza casa, senza lavoro, senza pane, senza speranza; migranti clandestini e rifugiati; anziani soli scartati. Le idee di fraternità universale e di amicizia sociale sono dunque ideali che possono guidare il nostro pensare e il nostro agire. Se tutte le persone si decidessero per questa forma di apertura ciò sarebbe un fatto reale di enorme potenza con conseguenze a ogni livello sociale: interpersonale, familiare, locale, regionale, nazionale, internazionale, globale. Si farebbe sentire anche a livello delle scelte partitiche: qualcuno che sinceramente decidesse di assumere un atteggiamento di apertura primordiale come potrebbe poi coerentemente votare per un partito populista o per un partito chiuso ai migranti?
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Intervento integrale


Guarda anche il calendario completo degli incontri
- il programma completo degli incontri

Guarda anche il video dei precedenti Mercoledì
- "ADAMO, DOVE SEI? SIAMO FRATELLI IN UMANITÀ"
Riflessione biblica introduttiva - don Carmelo Russo (VIDEO)


- “LE OMBRE DI UN MONDO CHIUSO”: LA FRATERNITÀ TRADITA
Riflessioni sulla Fratelli tutti, cap. 1 - Tindaro Bellinvia (VIDEO)

- Gesù, Buon Samaritano, ci rivela la vera umanità. Riflessione sul cap. 2 di Fratelli tutti - Alberto Neglia, ocarm (VIDEO)

"Per fare sinodo occorre cacciare i mercanti e rovesciare i loro tavoli" p. Antonio Spadaro (AUDIO)

"Per fare sinodo 
occorre cacciare i mercanti 
e rovesciare i loro tavoli"
 p. Antonio Spadaro,
Direttore La Civiltà Cattolica 
 (AUDIO)


... il Pontefice ha sempre molto insistito sul fatto che il Sinodo non è un’assemblea parlamentare dove si discute e si vota per maggioranza e minoranza. Il protagonista, in realtà, è lo Spirito Santo, che «muove e attira», come scrive sant’Ignazio nei suoi Esercizi spirituali. Il Sinodo è un’esperienza di discernimento spirituale alla ricerca della volontà di Dio sulla Chiesa.

     Che questa visione del Sinodo sia anche una visione della Chiesa, non è da mettere in discussione. C’è una ecclesiologia – maturata negli anni grazie al Concilio Vaticano II – che oggi si dispiega. Per questo c’è bisogno di grande ascolto. Ascolto di Dio, nella preghiera, nella liturgia, nell’esercizio spirituale; ascolto delle comunità ecclesiali nel confronto e nel dibattito sulle esperienze (perché è sulle esperienze che si può far discernimento e non sulle idee); ascolto del mondo, perché Dio vi è sempre presente, ispirando, muovendo, agitando: abbiamo l’opportunità di diventare «una Chiesa che non si separa dalla vita», ha detto Francesco salutando i partecipanti intervenuti all’inizio del percorso sinodale (9 ottobre). Il Pontefice ha quindi sintetizzato così: «Siete venuti da tante strade e Chiese, ciascuno portando nel cuore domande e speranze, e sono certo che lo Spirito ci guiderà e ci darà la grazia di andare avanti insieme, di ascoltarci reciprocamente e di avviare un discernimento nel nostro tempo, diventando solidali con le fatiche e i desideri dell’umanità». Mettere la Chiesa in stato sinodale significa renderla inquieta, scomoda, tesa perché agitata dal soffio divino, che certo non ama safe zones, aree protette: soffia dove vuole.


      Il modo peggiore per fare sinodo allora sarebbe quello di prendere il modello delle conferenze, dei congressi, delle “settimane” di riflessione, e immaginare che così tutto possa procedere in modo ordinato, anche cosmeticamente. Altra tentazione è l’eccessiva premura per la «macchina sinodale», perché tutto funzioni come previsto. Se non c’è il senso della vertigine, se non si sperimenta il terremoto, se non c’è il dubbio metodico – non quello scettico –, la percezione della sorpresa scomoda, allora forse non c’è sinodo. Se lo Spirito Santo è in azione – una volta ha affermato Francesco –, allora «dà un calcio al tavolo». L’immagine è riuscita, perché è un implicito riferimento a Mt 21,12, quando Gesù «rovesciò i tavoli» dei mercanti del tempio.

      Per fare sinodo occorre cacciare i mercanti e rovesciare i loro tavoli. Non sentiamo oggi il bisogno di un calcio dello Spirito, se non altro per svegliarci dal torpore? Ma chi sono oggi i «mercanti del tempio»? Solo una riflessione intrisa di preghiera potrà aiutarci a identificarli. Perché non sono i peccatori, non sono i «lontani», i non credenti, e neanche chi si professa anticlericale. Anzi, a volte essi ci aiutano a capire meglio il tesoro prezioso che conteniamo nei nostri poveri vasi di argilla. I mercanti sono sempre prossimi al tempio, perché lì fanno affari, lì vendono bene: formazione, organizzazione, strutture, certezze pastorali. I mercanti ispirano l’immobilismo delle soluzioni vecchie per problemi nuovi, cioè l’usato sicuro che è sempre un «rattoppo », come lo definisce il Pontefice. I mercanti si vantano di essere «al servizio » del religioso. Spesso offrono scuole di pensiero o ricette pronte all’uso e geolocalizzano la presenza di Dio che è «qui» e non «lì».

Fare sinodo allora implica essere umili, azzerare i pensieri, passare dall’«io» al «noi», aprirsi.
...

ASCOLTA
La riflessione integrale

Guarda anche:
- MOMENTO DI RIFLESSIONE PER L’INIZIO DEL PERCORSO SINODALE 09/10/2021 - Papa Francesco: "tre opportunità per diventare Chiesa sinodale, Chiesa dell’ascolto, Chiesa della vicinanza." (testo e video integrale)

- «Fare Sinodo significa camminare sulla stessa strada, camminare insieme... Incontrare, ascoltare, discernere: tre verbi del Sinodo su cui vorrei soffermarmi.» Papa Francesco Omelia 10/10/2021 (testo e video)


venerdì 5 novembre 2021

GIORGIO LA PIRA E IL BUON GOVERNO DELLA CITTÀ di Nino Giordano

GIORGIO LA PIRA E IL BUON GOVERNO DELLA CITTÀ 
 di Nino Giordano

Il 5 novembre 1977 moriva Giorgio La Pira. Ricordiamo questo vero e proprio bastione del pensiero popolare e di una politica vissuta sulla base di un’autentica ispirazione cristiana con il seguente intervento di Nino Giordano


“ Sono ore tristi quelle che attraversiamo: la sofferenza attraversa il mondo in tutte le direzioni: spesso anche noi siamo dominati dalla stanchezza e da nervosismo; perché c’è tanta ingiustizia in questa terra che appare davvero come posta nelle mani del maligno. Possiamo assentarci ? Il Signore non lo permette…Bisogna essere forti fino alla fine.” (Lettere al Carmelo, cit. XV 40-41)

In un contesto in cui la crisi della politica porta i cittadini alla convinzione che questo tipo di attività sia corrotto e che porti ad aumentare le disuguaglianze e le ingiustizie, la figura e l’opera di Giorgio La Pira possono ancora oggi farci da guida per superare questa attuale situazione così drammatica, non solo pandemica? Possiamo ancora trarre insegnamento dalla sua visione della vita e dell’agire politico?

Esaminiamo alcune linee-guida del suo pensiero.
  • L’elemento base di ogni progetto deve avere al centro la dignità della persona e il bene della comunità.
  • La politica è la più alta tra le attività umane

Lo Stato perfetto, dice san Tommaso, è quello che assicura a tutti il necessario per vivere. Ma questo obiettivo non deve essere perseguito in modo negligente, episodico assistenziale. Si tratta di costruire un modello economico nuovo, che superi la controversia tra socialismo e capitalismo .
  • Oggi se vuoi fare del bene, devi fare politica

Una composizione armonica in cui la vita nel tempo possa esprimere al meglio i valori terreni, restando sempre aperta alla spiritualità e all’eternità: fare della politica una via verso la santità.

“E’ certo un segno d’amore dare il pane a chi non l’ha, se mi capita di incontrarlo, ma è ancora più profondo l’impegno di organizzare le cose in modo che il fratello non manchi del pane, della casa, del vestiario, del lavoro.”

Proporzionare la cassa alla spesa e la spesa all’occupazione. Partire dall’occupazione, non dal danaro: partire dall’uomo, cioè dal fine: non dal danaro, cioè dal mezzo.”

Nel dopoguerra Giorgio La Pira, come sindaco di Firenze, si trovò ad affrontare i drammatici problemi della ricostruzione dopo le distruzioni della guerra e le molte situazioni di indigenza: mancanza di alloggi, sfratti, disoccupazione….

Una città di 400 mila anime con diecimila disoccupati, tremila senza tetto, 17mila poveri e 37mila indigenti!

Nel novembre del 1951, durante un convegno di Studio dell’Unione Giuristi Italiani , racconta la sua giornata da sindaco “ Una volta, quando ero più giovane e non avevo questi contatti con queste realtà, magari facevo delle preghiere più lunghe e più belle, più affettuose, al Signore……adesso sono diventato d’una coscienza dura, perché ormai mi stizzisco dalla mattina alla sera, ed anche mi arrabbio. Quando colui che viene da me mi dice “Lei è un sindaco?”, “Sì”; “deputato?” “Sì” “Anche Sottosegretario?” “Sì”. “E allora, perché non si spara se non è capace di darmi lavoro?. Sono cose che mi lasciano perplesso. Cerco di studiare, e la conclusione è questa : bisogna fare tutti questo sforzo gigantesco, tutti i cristiani che costituiscono la classe dirigente ..C’è in Inghilterra il liberalismo di sinistra che ha elaborato la politica del pieno impiego con i relativi istituti giuridici e finanziari… Ho un solo alleato la giustizia fraterna quale il Vangelo la presenta.”

Ecco il programma da perseguire, conforme al Vangelo e suggerito dallo Spirito Santo.

Il lavoro per chi ne manca

Per Giorgio La Pira (“Giorgio La Pira e la Costituzione – Nino Giordano- LEF Firenze pagg. 65-72) il lavoratore è come un coordinatore, come un corresponsabile, un soggetto e non un oggetto dell’economia” e “nella concezione organica del lavoro la qualifica di lavoratore è uno stato giuridico al quale si ricollegano diritti privati ,diritti pubblici, conseguenze politiche .

Inoltre, se tutti hanno il diritto e l’obbligo di lavorare, sottolinea La Pira, in perfetto accordo con Dossetti, va affermata la necessità di considerare anche il diritto all’esistenza per gli inabili e gli invalidi, come un diritto proprio del lavoratore e non sotto l’aspetto di assistenza o previdenza ”.

Concetto altissimo … .il lavoro è essenziale allo svolgimento della persona umana: chi ne è impedito non deve “chiedere la carità”, ma ha un “diritto” consequenziale e strettamente connesso al fatto che egli è potenzialmente un “lavoratore” e che è il diritto del lavoratore ad aver assicurato il suo “diritto all’esistenza”.

Da sindaco portò avanti con la formula dei cantieri di lavoro, il primo intervento con il quale diede soluzione in qualche modo alle più urgenti problemi della disoccupazione fiorentina…

Ad ogni allievo veniva dato 500 lire al giorno se celibe e 600 se coniugato o capo di famiglia; inoltre da parte del Comune venne somministrata ogni giorno una refezione consistente in un quarto di vino, 200 grammi di pane, primo piatto e pietanza. Inoltre ogni allievo riceve una tuta con il Giglio del Comune, lavora soltanto cinque ore al giorno ed al termine del corso riceve un premio di L.3.000.

“Non potrei più fare il sindaco di Firenze se si chiudesse questa valvola, la sola che impedisce ai disgraziati senza lavoro di tirare bombe (anche se lacrimogene) contro una società che li rigetta senza pietà, fuori del suo seno!”

Nel ringraziare il ministro Rubinacci, promotore di questo progetto, scriveva così: “Non bisogna ascoltare i mediocri ed ingiusti delatori e critici: sono come il levita e il dottore della legge della parabola del Samaritano: criticano e passano oltre: non si fermano- come sarebbe loro dovere-a curare con amore il fratello che langue”.

La casa per chi ne è privo

Un altro dramma del dopoguerra a Firenze fu quello dell’emergenza casa. La Pira, preoccupato per l’aumento degli sfratti (nel 1952 ne erano previste 1000) cercò una soluzione temporanea. A questo scopo era stato istituito l’Ufficio Alloggi, che aveva trovato una casa a 1.500 famiglie. Vennero costruiti, inoltre, circa 3.000 alloggi: per la piccola turba che girava coi materassi al sole sorsero in fretta le baracche, malsani e provvisori ricoveri; successivamente progettò le “case minime”: avvio di un’edilizia popolare misurata su risicati spazi e risicati costi. Le case si costruivano e portavano lavoro. Furono impiegati anche gli inabili e gli anziani, che la domenica si affollavano in San Procolo.

“Nonostante questi sforzi mi accorsi che le case non bastavano ancora: ecco il perché delle requisizioni che feci solo per superare il momento… chiesi allora ad alcuni proprietari immobiliari di affittare al Comune una serie di appartamenti vuoti, da usare temporaneamente come alloggio per gli sfrattati, in attesa di soluzioni definitive; avendo solo poche risposte andai a pescare una legge del 1865 : una legge per i terremotati, che autorizzava la requisizione delle case per ragioni di pubblica calamità:”

Nel consegnare i primi mille appartenenti del nuovo quartiere dell’Isolotto (6 novembre 1954) egli presenta la sua concezione dell’ampliamento della città che deve essere in forma di stella”, a partire dal centro storico ,il “cuore” della città.

“La città è una unità organica che presenta ai suoi membri presenti e futuri- come la casa ai membri presenti e futuri della famiglia- tutti gli elementi essenziali per il sereno sviluppo della loro vita: la struttura stessa urbanistica è fatta per una finalità profondamente umana e cristiana; stabilire, cementare, accrescere, tra i membri della città, una comunione fraterna di vita. ..senza, per questo violare il principio della persona e del mistero intimo della persona.”.

In La Pira c’è il netto rifiuto dei periferici quartieri -dormitorio; al contrario, occorre progettare strutture e spazi per la vita comunitaria e culturale della gente, con una particolare attenzione per le scuole, che sono il luogo dove i bimbi trascorrono una parte importante della loro esistenza e che devono essere luminose e confortevoli, per permettere loro di giocare e di socializzare.

Assistenza per chi necessita

Ci deve essere inoltre un diffuso intervento che giunga anche a quelli che non hanno diritto all’assistenza pubblica ma che comunque hanno bisogno di aiuto.

Nel ’52 venne realizzata la distribuzione quotidiana del latte a tutti i bambini delle scuole. Di fronte alle lungaggini burocratiche si rivolge così all’onorevole Montini, presidente dell’amministrazione nazionale per le attività assistenziali “Va alla cassa prendi con violenza questi 25 milioni promessi e mandameli (servivano per la distribuzione del latte): senza questa violenza operosa e salutare non si conclude nulla. …l’unica causa della disoccupazione italiana e del malessere sociale italiano è in questo lentissimo iter burocratico”.

Negli anni del suo governo cittadino si realizzarono grandi opere pubbliche: la ricostruzione dei ponti alle Grazie e a Santa Trinità, la costruzione del ponte Amerigo Vespucci, il quartiere satellite dell’Isolotto e le premesse per l’altro quartiere, quello di Sorgane … Fu ricostruito il Teatro Comunale, anch’esso distrutto dai bombardamenti, e fu creata la Centrale del latte. Furono ammodernati i servizi del rifornimento idrico, del trasporto tranviario, della nettezza urbana.

Ricostruire il tessuto industriale

L’architettura sociale a cui La Pira fa costante riferimento è nella carta costituzionale: il diritto di iniziativa economica non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale (art. 41); il diritto di proprietà privata è finalizzata alla sua funzione sociale (art. 42); la struttura delle aziende è avviata verso la partecipazione (art.46).

“Il sindaco santo” intervenne con decisione nella ricostruzione del tessuto industriale della sua città d’adozione, salvando la Pignone con il più deciso intervento -in materia di lotta ai licenziamenti- che mai un sindaco d’Italia abbia compiuto. E’ stato il primo macroscopico esempio di cambiamento strutturale significativo e duraturo nei rapporti tra iniziative private e industrie pubbliche. “La Pignone non vale come episodio in sé; è un fenomeno che si può riprodurre. E allora bisogna fare come una mamma che ha fatto un vestitino nuovo a un bambino di tre anni; e il bambino cresce, e ogni anno bisogna cambiargli il vestito …Anche noi quando eravamo deputati alla Costituente avevamo fatto un modello per impedire che fatti come quelli della Ducati (anche a Bologna si era aperta una grossa vertenza) e della Pignone si verificassero. Ma abbiamo fatto soltanto il modello: non si è fatto ancora il vestito, e il vestito che abbiamo fatto va in pezzi, è tutto toppe ( come nel caso della Pignone) ed è un vestito che va cambiato.”

Nel 1954 intervenne per compiere – con la solita determinazione e concretezza- altri salvataggi in estremis: la Manetti e Roberts, la Richard Ginori, l’officina del gas, la Fonderia delle Cure.

A fine febbraio del ’55 mandò a Fanfani qualche riflessione sulla dolente esperienza della Fonderia delle Cure. “per quindici milioni non si trova il verso di dare lavoro a cento famiglie… siamo con le mani legate, siamo comandati da coloro nelle cui mani sta il destino della più gran parte degli italiani poiché da essi dipende il lavoro ed il tetto di milioni e milioni di lavoratori.”. Quando fu messa in liquidazione, il Sindaco ricorse alla requisizione e affidò la fabbrica ad una cooperativa di operai. Le banche si rifiutarono di dare il capitale di avviamento ed il sindaco aprì una pubblica sottoscrizione. Gli operai non perdettero il lavoro e, diciamo pure, il pane.

Il buon governo di Pira emerge dalla sua quotidiana sfida per unire l’economia di mercato con un’economia di servizi, correggendo gli indici ingannevoli, come il prodotto nazionale lordo, con gli indici di benessere popolare che richiedevano riforme istituzionali capaci di evitare le scandalose disparità dei redditi. “Di etica ce n’è una sola, anche in economia: è l’etica del servizio; è l’etica che interdice ogni licenziamento sino a quando non sono stati tentati tutti i mezzi per impedire questo atto, che è uno dei più gravi della vita umana” (Giorgio la Pira, le problematiche sui licenziamenti).

Alzare il livello culturale e spirituale della città

La Pira- pur in mezzo a tutte le difficoltà quotidiane (“avrei potuto andarmene in un monastero… ma sei io non ero sindaco, non avrei potuto dare una casa ai senza tetto, l’impiego ai disoccupati, il latte ai bambini, un rifugio ai vecchi”) – ritiene che il polmone segreto da cui la città doveva ripartire era il settore culturale; per questo esortava le nuove generazioni a non abbassare ma alzare il livello culturale e spirituale della città: “farne sempre più un faro di pace, di luce e di speranza per le altre città del mondo.” Per rilanciare la stagione musicale del teatro comunale e organizzare l’allestimento di importanti mostre, fiere e convegni e celebrazioni pubbliche “occorre mobilitare le forze artistiche (pittura, scultura…) orientandoli verso certi temi di cui il Comune prenderebbe l’iniziativa ….l’arte al popolo e il popolo all’arte. Le verità cristiane riflesse attraverso l’arte-tornata a contatto con le masse popolari-possono reimpressionare la società e la civiltà. Il corpo futuro delle nazioni sarà sempre più attratto verso quelle città temporali che più marcatamente in sé rifletteranno l’unità, la spiritualità e la bellezza della città eterna, della città dei risorti, della celeste Gerusalemme! …. Lo stesso equilibrio del sistema economico e produttivo mondiale esige la presenza di questi centri creatori della qualità e della bellezza. L’economia della quantità non potrà reggere se non sarà equilibrata e come integrata e sanata dalla economia della qualità. La bellezza diventa elemento essenziale per una sana ed integrale economia umana!” ( discorso di La Pira alla inaugurazione della mostra Mercato Internazionale dell’Artigianato di Firenze del 1962).

La visione armoniosa della persona

La sua visione armoniosa della persona che non ha solo bisogno di lavoro, cibo, casa, assistenza medica, ma anche di bellezza, cultura e spiritualità fa sì che “ il sindaco santo” si spenda per realizzare iniziative di ampio respiro in cui la città di Firenze si apre il mondo. E così nel segno dell’unità dei credenti in Cristo, La Pira organizza tra il 1952 e il 1956 “I convegni della civiltà cattolica” (questi i temi: civiltà e pace; preghiera e poesia; cultura e rivelazione; speranza teologale e speranza umana) il Convegno dei sindaci delle città capitali del mondo nel 1955. Giorgio La Pira concepisce la necessità di aprire un costante dialogo con i paesi mediterranei. Il Mediterraneo “il lago di Tiberiade del nuovo universo delle nazioni” era per La Pira, il luogo dove si poteva sviluppare la collaborazione fra i vari paesi, un potenziale simbolo di pace per tutti i continenti e la pace andava riscoperta nella risorsa di fede nell’unico Dio che unisce l’intera famiglia di Abramo (ebrei, cristiani e musulmani) . In questa prospettiva organizza i Colloqui mediterranei. Durante il secondo colloquio, un giovane negro della Martinica Edouard Glissant a proposito della figura del Prof. La Pira si esprimeva così: “una delle acquisizioni della civiltà mediterranea è il concetto che generalizza i dati a partire dall’esperienza. Oltre che l’uomo del “concetto” profondamente assimilato, lei prof. La Pira, è l’uomo mediterraneo che possiede l’innocenza e l’immediatezza, per cui la definirei simbolicamente un “primitivo. Il Mediterraneo e l’Africa hanno trovato forse l’anello mancante della catena”.

All’assemblea dei Comuni d’Europa, tenuta a Venezia (1954)- parlando della vocazione di pace delle città europee- individua nello sradicamento della persona dalla città una delle cause fondamentali della crisi della nostra società, perché la persona umana è in qualche modo definita dalla città in cui si radica: come la pianta dal suo campo. La città con le sue misure, il suo tempio, le sue case, le sue strade, le sue piazze, le sue officine, le sue scuole, rientra in qualche modo nella definizione dell’uomo! Sradicate l’uomo da questo suolo che l’alimenta e lo perfeziona: che avrete? La crisi della Storia presente è in gran parte contenuta in questa domanda veramente drammatica”.

Operare per l’edificazione del Corpo di Cristo

“ Se Dio esiste (ed esiste) e se il Cristianesimo è vero (ed è vero) da questa misurazione integrale non si può prescindere: ogni altra misurazione non può dare che risultati sbagliati. Avete sbagliato la misura dell’uomo: è questa l’espressione che sintetizza la crisi contemporanea.” (AA.VV., I problemi filosofici del mondo moderno, Studium, Roma, pag.179).

In un libretto di recente pubblicazione “In Aedificationem corporis Christi”, che verrà distribuito in occasione del 44° anniversario dela morte ( si rinvia all’articolo del giornale “Avvenire” del 3 Novembre : La Pira “mistico” della politica ) si legge “lo scopo della nostra azione- afferma La Pira- è quello di rivelare i misteri del Cristianesimo ed operare, perciò, per la edificazione del corpo di Cristo”.

“A Messina, nella Pasqua del 1924, La Pira- scrive don Giuseppe Dossetti- ha visto allora il Risorto. Mi attarderei a dire di questo “aver visto” che è qualche cosa di più che un sentimento o una percezione spirituale, io credo che sia stata una reale esperienza mistica” (Don Giuseppe Dossetti, X anniversario della morte di Giorgio La Pira, n.1, pag.17)

La Pira vedeva la crisi della sua epoca come crisi di cultura e asseriva che la crisi della civiltà moderna, prima di essere politica ed economica è metafisica e religiosa.

Dovremo essere capaci di comprendere che « l’economia deve essere finalizzata.. che si impone la socializzazione… socializzazione non significa per altro, necessariamente, sradicamento della proprietà privata o e eliminazione -come fattore originale creativo- della “iniziativa” economica della persona umana …significa che esso è anzitutto destinato a proporsi il fine autentico di ogni economia umana: dare lavoro ad ogni uomo, casa ad ogni uomo, scuola ad ogni uomo, assistenza ad ogni uomo: cioè tradurre in termini di tecnica economica, la grande scena del Vangelo: mi desti da mangiare, da lavorare, da abitare, e così via!”?

Pregare è un’ operazione politica

Pregare è un’operazione politica, la più profonda, la più rivoluzionaria, perché capace di cambiare la realtà. La preghiera ha il potere di incidere nella storia: come scriveva alle suore di clausura, essa è una immensa forza spirituale

Per il sindaco santo la preghiera nella città, come nella vita di ciascun individuo, ha il primo posto in cima alla gerarchia dei valori. Con la preghiera fiorisce l’anima. È come l’albero. Senza radice non cresce. È la vita del cristianesimo. La preghiera santifica l’anima e le dà una forza divina. Egli farà restaurare le madonnine agli angoli delle strade. Sarà così più facile, alla gente che passa, salutare la Madre Celeste e conservare lo spirito dell’Incarnazione. Ad ogni famiglia che entra in un nuovo alloggio, egli offrirà una graziosa ceramica bianca e azzurra, rappresentante l’Annunciazione.

A fine giugno del 1954 è a Napoli dove intervenendo nel congresso della DC affermò: “La prima fondamentale speranza – prima nel tempo e nella dimensione- è la speranza economico-sociale. Qual è il compito di un partito di ispirazione democratica e cristiana? Intuire l’immenso valore religioso, etico, politico di questa speranza, eleggerla come norma orientatrice della nostra azione”.

Nino Giordano

Guarda anche i nostri post già pubblicati: 
- Giorgio La Pira - "Riscoprire l'anima della città, etica della comunicazione e contributo alla cultura civica" .- Interventi di Alberto Neglia (teologo carmelitano), Annachiara Valle (giornalista) e Paolo Nifosì (storico dell’arte) - (VIDEO INTEGRALE)

"La giustizia e la bellezza di Dio" Mons. Bruno Forte - Lettera pastorale per l'anno 2021-2022 per la Diocesi

"La giustizia e la bellezza di Dio"
Mons. Bruno Forte 

Lettera pastorale per l'anno 2021-2022 
per l'Arcidiocesi di Chieti -Vasto



Con la riflessione sulla giustizia si conclude l’itinerario che ho proposto con le lettere pastorali degli ultimi anni, dedicate alle virtù cardinali. Queste virtù – prudenza, giustizia, fortezza e temperanza – costituiscono le attitudini spirituali che ci aiutano ad accogliere la grazia del Signore e ad agire in obbedienza alla Sua volontà. In particolare, come afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica, la giustizia è «la virtù che consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto. La giustizia verso Dio è chiamata “virtù di religione”. La giustizia verso gli uomini dispone a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l’armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune. L’uomo giusto, di cui spesso si fa parola nei Libri Sacri, si distingue per l’abituale dirittura dei propri pensieri e per la rettitudine della propria condotta verso il prossimo» (n. 1807).

Quando Gesù afferma che nel giudizio finale «i giusti splenderanno come il sole» (Mt 13,43), ci fu capire come la giustizia rifletta la luce e la bellezza di Dio, perché ci aiuta a rapportarci a Lui e al prossimo nel modo che meglio corrisponde allo splendore della verità e alla forza contagiosa del bene. Essa chiede di dare a ciascuno il suo (“unicuique suum”, fra i principali precetti ispiratori del diritto romano) e di vivere le relazioni fondamentali dell’esistenza – quella al Signore e quella ai nostri compagni in umanità – in maniera da non fare preferenze o discriminazioni verso nessuno e da trattare tutti nel rispetto della loro dignità e dei loro diritti. «Non tratterai con parzialità il povero, né userai preferenze verso il potente; ma giudicherai il tuo prossimo con giustizia», afferma il libro del Levitico (19,15). E l’Apostolo Paolo, richiamando il riferimento supremo al Signore, esemplifica: «Voi, padroni, date ai vostri servi ciò che è giusto ed equo, sapendo che anche voi avete un padrone in cielo» (Col 4,1).

1. Perché la giustizia? Le ragioni che rendono particolarmente attuale la riflessione sulla giustizia sono diverse: la prima riguarda l’essere giusti verso il Signore ed è fondata sull’esigenza di rivolgerci con fiducia e adorazione a Dio, urgenza che si è accresciuta e approfondita in tanti proprio a motivo delle prove prodotte dalla pandemia che ha colpito la famiglia umana Alla giustizia verso Dio, fondamento di quella verso gli altri, esorta Papa Francesco con queste parole: «Invito quanti sono chiamati a operare per la causa della giustizia – eminente virtù cardinale – a non temere di perdere tempo dedicandone in abbondanza alla preghiera. Nella preghiera, e solo in essa, noi attingiamo da Dio, dalla sua Parola, quella serenità interiore che ci permette di adempiere i nostri doveri con magnanimità, equità, lungimiranza. Il linguaggio della pittura e della scultura spesso rappresenta la giustizia intenta con una mano a soppesare con la bilancia interessi o situazioni contrapposti, e pronta, con l’altra mano, a difendere i diritti con la spada. L’iconografia cristiana aggiunge alla tradizione artistica precedente un particolare di non poco conto: gli occhi della Giustizia non sono bendati, bensì rivolti verso l’alto, e guardano il Cielo, perché solo nel Cielo esiste la vera giustizia» (Discorso del 27 marzo 2021 per l’apertura dell’Anno Giudiziario in Vaticano). 
L’impegno per la giustizia, dunque, nasce anzitutto da un intenso rapporto con il Signore.

Anche guardando alle situazioni storiche che ci circondano, però, il bisogno di giustizia ci appare urgente: innumerevoli sono nel mondo le violazioni dei diritti umani; amara è la constatazione – fatta già da Paolo VI nella Populorum Progressio (26 marzo 1967) – che «i poveri restano sempre poveri, mentre i ricchi diventano sempre più ricchi» (n. 57). Come ha detto ancora Papa Francesco, <<la pandemia sta aggravando le disuguaglianze già presenti nelle nostre società… Oggi, forse più che mai, il nostro mondo sempre più globalizzato richiede urgentemente un dialogo e una collaborazione sinceri e rispettosi, capaci di unirci nell’affrontare le gravi minacce che incombono sul nostro pianeta e ipotecano il futuro delle giovani generazioni» (Discorso agli Ambasciatori di recente nomina presso la Santa Sede, 4 dicembre 2020). Anche da questa costatazione è ispirata l’Enciclica Fratelli tutti (3 ottobre 2020), tesa a «far rinascere tra tutti un’aspirazione mondiale alla fraternità». Un mondo senza giustizia – quale troppo spesso è il villaggio globale in cui ci troviamo – è un mondo senza fraternità e senza bellezza, che nega Dio nei fatti e calpesta la dignità di gran parte degli esseri umani.

2. La giustizia verso il Signore. 
L’esigenza di vivere una relazione giusta con Dio nasce nel credente dalla consapevolezza che all’amore infinito del Signore si deve corrispondere con amore umile e fiducioso. Dio è Amore (cf. 1 Gv 4,8.16) e si diventa capaci di amare e di crescere nell’amore quando ci si scopre amati da Lui, avvolti e condotti dal Suo amore infinito verso un futuro, che siamo chiamati a costruire con Lui. Alla scuola di quanto è avvenuto sulla Croce e nella Resurrezione del Signore, lo sguardo della fede scruta nelle profondità dell’unico e adorabile mistero divino l’eterna sorgente dell’Amore nella persona del Padre, la pura accoglienza dell’Amore nella persona del Figlio, eterno Amato che ci insegna come divino sia non soltanto il dare, ma anche il ricevere, e la comunione e la fecondità dell’ Amore nella persona dello Spirito, che unisce l’Uno e l’Altro nel vincolo dell’Amore eterno, li apre al dono di sé nella creazione e nella storia della salvezza, e viene in noi a liberare l’amore, a renderlo sempre nuovo, generoso e irradiante. Amata così dal Dio vivente, la creatura umana può divenire capace di amare, obbedendo al comandamento di Gesù: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34). La risposta della fede alla Grazia divina, vissuta nella preghiera, nell’accoglienza del dono che viene dall’alto nella liturgia e nell’esercizio della carità, ci aiuta a relazionarci all’Eterno secondo giustizia, lasciandoci amare da Lui, accogliendo il Suo dono e dandone testimonianza nelle parole e nelle opere. 
Chiediamoci allora: 
Amo Dio con tutto me stesso? Accolgo con umiltà e gratitudine i Suoi doni? Testimonio con la vita l’urgenza di celebrare in tutto il primato di Dio, tutto ricevendo da Lui con fede e offrendogli tutto di me con amore?

3. l.a giustizia verso noi stessi. 
Essere giusti verso noi stessi vuol dire non abdicare mai alla nostra dignità di persone, create a immagine e somiglianza di Dio. L’elaborazione dell’idea di “persona” fu un frutto prezioso dei dibattiti cristologici dei primi secoli cristiani: con l’incarnazione la Persona divina del Figlio ha assunto la natura umana, sì che Gesù è l’alleanza in persona, vero Figlio unigenito del Padre e vero uomo. In questa luce, la persona è intesa come il soggetto libero e consapevole delle proprie azioni, che gestisce se stesso come sorgente delle proprie scelte e del suo rapporto agli altri. Si fonda qui il valore assolutamente unico e irripetibile di ogni persona, la ragione della resistenza da opporre ad ogni massificazione: «La persona – scrive Emmanuel Mounier – non è un oggetto: essa anzi è proprio ciò che in ogni uomo non può essere trattato come un oggetto» (Il personalismo, Ave, Roma 1964). Singolare nella sua originalità irripetibile, la persona è però tutt’altro che chiusura gelosa o separatezza altera: essa, anzi, tanto più realizza sé stessa quanto più sa donarsi agli altri e sa accoglierli. Praticare la giustizia nei confronti di sé stessa vuol dire per la persona non rinunciare mai alla consapevolezza e alla libertà dei suoi atti ed affermare la propria dignità in ogni sua espressione, cominciando dal rispetto dovuto al suo corpo, che è la linea di frontiera fra interiorità ed esteriorità, attraverso cui passa ogni sua relazione con il mondo e con gli altri. L’essere giusti verso sé stessi fonda la responsabilità e la giustizia nei confronti degli altri, perché riconoscere la propria dignità personale implica riconoscerla nella persona di ogni altro. 
Chiediamoci allora: 
Sono giusto verso me stesso? Mi voglio bene come il Signore desidera da me, corrispondendo a quello che Lui vuole per me? Rispetto la mia dignità di persona, come quella di ogni altro?


4. La giustizia nei riguardi di ogni persona. 
Sul piano delle relazioni affermare la giustizia vuol dire costruire rapporti autentici, impegnandosi a creare le condizioni per superare le diverse possibili forme di ingiustizia. Tra queste, una prima, grave ingiustizia riguarda i giovani: fra di loro molti che hanno raggiunto l’età dell’accesso all’occupazione sono senza lavoro e – quel che è peggio – sono indotti a pensare che siano stati inutili i sacrifici fatti per studiare e formarsi a un domani, in cui contribuire col proprio impegno alla realizzazione di sé, dei propri cari e dell’intera comunità. Togliere la speranza ai nostri ragazzi, spingendoli talora ad abbandonarsi a forme pericolose di evasione, è una clamorosa negazione della giustizia, che una sana democrazia dovrebbe garantire. Un’altra diffusa forma di ingiustizia riguarda le donne: non di rado esse subiscono violenze verbali o fisiche, e la loro reazione – espressione del diritto a difendere la loro dignità – è valutata in maniera erronea e non come un atto di giustizia verso se stesse. Parimenti ingiusto è il diverso trattamento che viene spesso loro riservato nel mondo del lavoro: non solo ci sono frequenti discriminazioni in questo campo, ma è soprattutto iniquo che non di rado sia offerta loro una retribuzione inferiore a quella degli uomini che lavorano con analoghi compiti e responsabilità. Se poi si aggiunge a questa la situazione dei tanti che in età matura hanno perso il lavoro – specialmente in questo tempo segnato dalla gravissima prova della pandemia – e non riescono a garantire a sé e ai propri cari le condizioni necessarie a una vita serena, si comprende quanto la sperequazione sul piano lavorativo sia una inaccettabile ingiustizia: a fronte di chi non lavora contro la sua volontà e le sue attitudini, ci sono situazioni di privilegio e favoritismi legati al potere, se non talvolta alla corruzione, che offendono la coscienza morale e la promozione responsabile del bene comune da parte di tutti. Il lavoro è un diritto e, dove esso viene fatto passare come un favore, è lesa gravemente la giustizia: e questo vale in particolare per le persone fragili e vulnerabili. Da ciò consegue spesso che le relazioni interpersonali di chi non si sente realizzato in ambito lavorativo siano appesantite dall’amarezza e sfocino in tensioni dolorose, anche all’interno delle famiglie. Il bisogno di giustizia si collega qui al dovere che una democrazia matura ha di provvedere al benessere dei cittadini e alla piena espressione delle potenzialità di ciascuno. 
Ci chiediamo allora: 
come viviamo la giustizia nei nostri rapporti interpersonali? Come influisce il contesto sociale sulla serenità o meno dei nostri rapporti? Quanto le delusioni che spesso la politica ci fa sperimentare sono avvertite come ferite alla giustizia che vorremmo sperimentare a tutti i livelli, e specialmente nelle nostre relazioni con gli altri? Quali reazioni tutto questo produce in noi e nei nostri compagni di strada?


5. La giustizia nella società
La sperequazione lavorativa si associa spesso nella nostra vita sociale a quella retributiva: a fronte di persone che non riescono ad arrivare a fine mese con quanto guadagnano, ce ne sono altre che godono di guadagni spropositati o di pensioni d’oro, tanto più inaccettabili quanto più riguardano protagonisti della vita politica, che avrebbero dovuto fare dell’equità il loro programma di vita. Un mondo in cui c’è chi guadagna in un anno o meno quanto la stragrande maggioranza dei lavoratori non riuscirà a guadagnare per tutta la vita, è malato: in esso si alimenterà inevitabilmente una situazione di disagio diffuso e di disgregazione, fino a che non si troveranno vie per far crescere la giusta distribuzione dei beni fra tutti i cittadini. Anche in questo campo il principio da scardinare è quello del privilegio e il coraggio del legislatore non deve fermarsi di fronte ad alcuna pretesa di diritto acquisito, tanto più se essa viene sollevata a difesa di posizioni che avallano sperequazioni insopportabili. Soprattutto nell’ambito degli stipendi pubblici occorre che siano fissati tetti massimi di guadagno che garantiscano l’equità: se l’esempio comincerà ad essere dato nel pubblico, è possibile che esso si estenda al mondo del privato. L’urgenza di attuare condizioni di equità diffusa nella distribuzione dei guadagni deve costituire un pungolo cui corrisponda l’azione dei politici, al fine di conformare al primato del bene comune e alla giustizia per tutti gli stili di vita e le scelte operative di chi più ha. Ogni forma di sfruttamento in ambito lavorativo, poi, va denunciata come ingiustizia che offende la dignità della persona umana. Un’attenzione va data anche alla giustizia penale, ossia all’atteggiamento di giustizia da tenere nei confronti di chi ha sbagliato o di chi commette crimini: fino a quale punto la giustizia implica la punizione e a quali condizioni può e deve trasfigurarsi nella dimensione del perdono? In ogni caso, la pena non potrà mai essere fine a sé stessa, ma dovrà tendere alla reintegrazione piena della persona nella vita civile. Una progettualità sociale veramente solidale deve inoltre esprimersi in una riforma organica della giustizia: una giustizia lenta e con meccanismi farraginosi risulta lesiva della dignità della persona, perché la priva di diritti e di garanzie civili irrinunciabili in un’autentica democrazia. 
Ci chiediamo pertanto: 
Riconosco l’ingiustizia che esiste nella differenza a volte scandalosa fra guadagni e stili di vita, che c’è nella nostra società? Mi impegno a stimolare tutti al suo superamento, anche attraverso le scelte del mio stile di vita e il mio personale contributo alla causa di una più grande equità e giustizia per tutti in campo sociale e politico? Mi impegno nel sostenere ogni lotta allo sfruttamento di chi lavora? Vigilo e sostengo ogni impegno a favore di una giustizia che sia veramente tale nei tempi e nelle modalità del suo esercizio?


6. Giustizia, ambiente e mondialità. 
Infine, non è difficile rilevare la diffusa ingiustizia che esiste nel villaggio globale: chi ha la fortuna di nascere o vivere e produrre in alcune aree geografiche del mondo, ha accesso a possibilità e vantaggi del tutto impensabili in altre zone. Il divario si è acuito con gli effetti prodotti dalla pandemia sull’economia di molte aree e Paesi. In non pochi casi l’impatto che la crisi ha avuto sulle reti produttive e commerciali più prossime ai cittadini e al territorio è stato drammatico. Non basterà, perciò, distribuire aiuti a pioggia, se non si attiveranno processi virtuosi di produzione e di consumo. Occorre, poi, che cresca in tutti la coscienza del dovere di giustizia da esercitare rispettando l’ambiente, tutelandone la salubrità e difendendolo da sfruttamento e manipolazioni irreversibili. Raggiungere forme di sviluppo sostenibile esige la cooperazione e l’impegno di tutti, anche attraverso una vigilanza responsabile sui consumi. Ovviamente, il generale bisogno di giustizia non potrà essere soddisfatto ai vari livelli senza il protagonismo di uomini e donne che si sforzino di essere giusti nelle loro scelte e nei comportamenti pubblici e privati. L’auspicio di un mondo più giusto risulta inseparabile da quello di avere cittadini più motivati e impegnati nella promozione di una società equa e solidale, in particolare se si tratta di protagonisti della vita politica o dell’economia. Senza una diffusa tensione morale, senza un profondo amore per la giustizia radicato nei cuori, il superamento delle ingiustizie resterà lettera morta. Per chi crede è riconoscibile l’importanza di attingere nell’impegno per la giustizia a una forte motivazione spirituale, fondata nel giudizio e nell’amore del Dio vivente. L’auspicio per il tempo che verrà dopo la pandemia si fa qui preghiera, affinché possano sempre più realizzarsi per ciascuno e per tutti le parole della Scrittura: «Misericordia e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno» (Sal 85,11). 
Ci chiediamo: 
Nella mia sete di giustizia ho presenti le sfide decisive, connesse ai rapporti del “villaggio globale”? Prego e opero per un mondo più giusto, dove la pace sia non solo assenza di conflitti, ma equità e giustizia per tutti, singoli e popoli?

7. Chiediamo a Dio il dono della giustizia. 
Per imparare a essere giusti guardiamo a «Gesù Cristo giusto. Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo» (1 Gv 2,1). Gesù ci insegna a essere giusti pagando di persona. Seguire Lui richiede l’impegno fattivo a imitarlo: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8,34). Tanti Santi nella storia seguendo Gesù sono stati operatori di giustizia, come il nostro San Giustino che nel IV secolo da buon pastore riconciliò nella giustizia e nella pace la città di Chieti, divisa a quel tempo dall’eresia di Ario che negava la divinità di Cristo, o in epoca moderna il nostro San Camillo, che si adoperò per praticare la giustizia soprattutto verso i deboli e gli infermi, e ancora il nostro San Francesco Caracciolo, che si spese senza riserve per i poveri del suo tempo, attingendo luce e forza dalla prolungata adorazione eucaristica. Chiediamo a Dio di essere operatori di giustizia e di pace nel modo il più possibile simile a quello in cui lo è stato Gesù e lo sono stati i Santi. Confidiamo sull’intercessione e l’aiuto della Vergine Madre, alla quale con fiducia ci rivolgiamo: 

«Maria, umile serva del Signore, che in ascolto obbediente della Sua volontà sei divenuta luogo dell’avvento del Figlio eterno fra noi, grandi cose ha fatto in Te l’Onnipotente: ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Strumento docile della Sua giustizia, Tu hai collaborato ad essa con la Tua fede e il Tuo amore operoso. Santuario del Dio vivente, aiutaci a essere tempio vivo della gloria del Padre, imitatori del Cristo nella grazia dello Spirito, operatori di giustizia e di pace in tutte le espressioni del nostro impegno d’amore e di servizio a Dio e al prossimo. Amen»

+ Bruno Forte Arcivescovo di Chieti-Vasto