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sabato 4 aprile 2020

Coronavirus. Don Mimmo Battaglia: «Il vitello d'oro ha tradito. La Chiesa resta con l'uomo»

Coronavirus
Don Mimmo Battaglia:
«Il vitello d'oro ha tradito.
 La Chiesa resta con l'uomo»

03.04.2020 - Lettera pastorale 
"IL MISTERO PASQUALE: 
MISTERO DI MORTE E DI RISURREZIONE ANCHE NELL’EPIDEMIA"
di don Mimmo Battaglia, 
vescovo di Cerreto Sannita - Telese - Sant'Agata de' Goti




Carissimi fratelli e sorelle,

non mi è facile quest’anno scrivere la presente lettera “pastorale” sulla Pasqua. Non è facile per nessuno intervenire con parole adeguate nella situazione particolarmente difficile che stiamo vivendo e che genera tanta incertezza sul presente e sul futuro. Una situazione che non riguarda solo una regione o una nazione, ma il mondo intero. La pandemia ha cambiato tante cose, ha preso tutti alla sprovvista, ci ha privati da un giorno all’altro di troppe cose che davamo per scontate e non avremmo mai pensato che potessero essere messe in discussione.

E’ una situazione che ha messo a nudo la fragilità di questo nostro mondo, l’inconsistenza di ciò in cui pensavamo di aver trovato la chiave risolutiva di tutti i nostri problemi, la gracilità di quell’economia, che sia a livello locale, sia a livello globale, è stata ritenuta l’unica meta ed è stata vista e osannata come l’unica via, che al di fuori di ogni regola, porta l’umanità verso la felicità sulla terra.

Non è facile nemmeno a un vescovo intervenire in una situazione siffatta, che sta provocando morti, sofferenze, ulteriore povertà tra quanti erano già poveri. È una situazione che tuttavia sta dimostrando anche che non c’è altro cammino di sopravvivenza per tutti, se non quello di restare umani, di crescere in umanità, di riagganciare politica, economia e finanza a quella umanità senza della quale il mondo diventa già su questa terra un inferno. Gli esempi di umanità che la situazione sta paradossalmente facendo emergere, tra medici, infermieri e persone che a vario titolo spendono la loro vita per gli ammalati e per gli altri, sono una conferma della validità di questa strada, come l’unica percorribile, l’unica che può assicurare il futuro di tutti.

La situazione straordinaria in cui ci troviamo a vivere questa Settimana Santa richiede parole straordinarie, che certo non possono venire dagli uomini. Possono venire solo dalla Parola di Dio. Pertanto ricorriamo ad essa, perché almeno ci orienti e ci indichi un possibile cammino da percorrere comunitariamente, ecclesialmente.

Mettendoci in profondo sentimento di ascolto e cercando di cogliere ciò che la Parola di Dio può dirci in un tempo come il nostro, sono tre le icone che affiorano alla mia mente ed indicano degli incontri (ciò di cui maggiormente oggi avvertiamo il bisogno): i tre giovani deportati nella fornace ardente; Simeone e Gesù con Maria e Giuseppe nel tempio di Gerusalemme; Pietro Paolo che raggiungono il Signore morendo a Roma.

1) Tre giovani deportati buttati nel fuoco
Il libro di Daniele racconta l’ingiunzione del Re Nabucodonosor a tre giovani, compagni d’esilio dello stesso Daniele a Babilonia, di adorare la statua d’oro da lui fatta erigere, con queste parole: «Ora, se voi sarete pronti, quando udirete il suono del corno, del flauto, della cetra, dell’arpicordo, del salterio, della zampogna e d’ogni specie di strumenti musicali, a prostrarvi e adorare la statua che io ho fatta, bene; altrimenti in quel medesimo istante sarete gettati in mezzo ad una fornace dal fuoco ardente. Qual Dio vi potrà liberare dalla mia mano?» (Dan 3,15).

La storia del re che ha saccheggiato la città di Gerusalemme, spogliato il tempio della sua suppellettile sacra, deportato in schiavitù i suoi giovani, costretti a servirlo, ad adorare una statua d’oro idolatrica, a costo della loro vita. Al rifiuto dei tre, li condanna a morire in una fornace ardente. Eppure da quella fornace Dio li libera.

La perenne attualità della Parola di Dio ci induce a pensare che anche noi siamo oggi in una situazione di esilio. Paradossalmente siamo in esilio a casa nostra. Non possiamo abbracciare i nostri cari, non possiamo frequentare i nostri luoghi di culto, non possiamo celebrare le liturgie della Settimana Santa, alle quali tanto teniamo. A tutto ciò ci ha portato non un re, ma il suo idolo: un idolo d’oro. Una statua immensa: rappresenta quel “capitalismo finanziario senza regole” denunciato dall’allora Papa Benedetto XVI, quando nell’ultimo suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, il 1/01/2013, lo denunciava esplicitamente con queste parole: «Allarmano i focolai di tensione e di contrapposizione causati da crescenti diseguaglianze fra ricchi e poveri, dal prevalere di una mentalità egoistica e individualista espressa anche da un capitalismo finanziario senza regole».

Un capitalismo selvaggio, che ha pensato solo ai profitti, causato guerre per vendere armi, lasciato morire i poveri nell’indifferenza, ha respinto i più disperati in cerca di pane, erigendo muri contro di loro e armando le navi dei guardacoste, ha criminalizzato i loro soccorritori, ha fatto scrivere editoriali, giorno dopo giorno, contro chi li di difendeva (incluso Papa Francesco), ha predicato odio continuo contro i “diversi”, ha reclamato uomini forti, come gli unici che avrebbero potuto salvare le nazioni. Alcuni uomini forti sono effettivamente venuti, ma l’umanità non è stata salvata. Al contrario è precipitata nell’insicurezza e nell’angoscia. L’insicurezza per il proprio futuro e quello dei propri figli, l’angoscia di chi ha visto tagliare ogni anno, mese dopo mese, il bilancio della sanità pubblica, quello della spesa sociale a svantaggio dei più poveri, persino dei portatori di handicap e di quanti nel capitalismo finanziario senza regole non possono permettersi né azioni, né titoli e nemmeno carte di credito, sebbene per pochi spiccioli.

La statua d’oro non parla, eppure butta nel fuoco i più deboli e gli infelici.

Tutti ora in esilio a casa propria, anche i manager e i detentori delle grandi finanziarie internazionali, quelle che non hanno mai pagato un centesimo di tassa, vedono oggi morire migliaia di uomini e pur tremando per il futuro dei propri profitti, non vogliono allargare i cordoni della borsa. Non lo sanno fare: hanno finora vissuto solo per se stessi e per il loro denaro. La statua d’oro è preziosa ma dura e insensibile come il loro cuore.

Dal fuoco i tre giovani esiliati, dal fuoco della malattia, del contagio e della povertà milioni ormai di esseri umani gridano a Dio e noi con loro, noi vescovi e presbiteri, con l’intero popolo cristiano: «Signore soccorrici, vieni in nostro aiuto! Non sei tu l’unico Signore che riconosciamo e adoriamo?». Dal fuoco «quei tre giovani, ad una sola voce, si misero a lodare, a glorificare, a benedire Dio …» (Dan 3,51). Più forte fu il fuoco della fede di quello della fornace, più forte deve essere la nostra fede. Più forte dell’egoismo che tanto ha distrutto, portandoci sull’orlo dell’abisso.

Da quella fornace i giovani furono salvati, ma prima avevano elevato il loro canto delle creature, antecedente a quello di Francesco di Assisi, al quale questi si sarà certamente ispirato: «Benedite opere tutte del Signore, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli» (Dan 3,57). Ciò che salvò i tre giovani e salvò anche il proprio popolo fu saper restare insieme, nella stessa fede, nell’attaccamento alle proprie radici, nella solidarietà con il proprio popolo. È la traccia da seguire, indicata dalla Parola di Dio, in tempo di esilio, in tempo di incendio.

Anche per noi, oggi, è di importanza vitale saper levare a Dio la nostra preghiera dalla fornace in cui siamo in parte precipitati. Non perdiamo la fede, cari fratelli e sorelle. Ora più che mai, ora più che nel resto di tutti gli anni vissuti, è tempo di credere, di affidare la nostra vita, quella dei nostri cari, il futuro dell’umanità a Colui che ci ha creati e ci ha affidato questa terra. Terra da amare e con la quale pregare.



2) Simeone e Gesù con Maria e Giuseppe nel tempio di Gerusalemme
L’icona di Gesù sulle braccia di Simeone di fronte a Maria e Giuseppe, proprio in quel tempio intanto ricostruito, ci riporta a una seconda esperienza che stiamo facendo in questi giorni di sofferenza diffusa: lo smascheramento. Alla santa coppia che gli sta davanti Simeone dice di Gesù: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Lc 2,34-35).

Gesù è stato effettivamente colui che ha fatto cadere la maschera degli uomini del suo tempo ed è tuttora capace di farlo anche per il nostro tempo. Smascherò il fariseismo come osservanza esteriore e pura formalità perché privo di misericordia; smascherò il dominio dei regnanti come esercizio di un potere sanguinario, di cui anche lui fu vittima, perché orientato non al servizio ma allo sfarzo auto celebrativo; fece cadere persino la maschera di chi gli stava vicino come Pietro e i discepoli, quando questi dichiaravano il loro amore solo a parole.

La crisi globale dovuta al Covid-19 ha fatto cadere tante maschere. Sta mostrando la vera faccia degli uomini, a qualsiasi livello: la generosità e il senso di responsabilità di persone come medici e infermieri, capaci anche di rischiare la loro vita per soccorrere e curare i malati, la disponibilità di altri a mettere in discussione tutto e l’indisponibilità di altri, il loro attaccamento non tanto alla poltrona, ma a un mondo che in un solo mese è radicalmente cambiato e ci dice ogni giorno di più quello che qualcuno aveva già detto nell’altro secolo: che non basta proclamare né difendere la libertà per sé e per gli altri, ma occorre sentire tutta la responsabilità verso l’altro, quando la sua vita è in pericolo ed io posso e debbo soccorrerlo (H. Jonas, Il principio responsabilità).

La situazione attuale ci mostra, mai come adesso con tanta chiarezza, che la vita di ogni essere umano interdipendente con la vita degli altri. Ha messo in luce l’importanza dell’aiuto reciproco e dimostrato solidarietà e coraggio anche da parte di coloro che alcuni ritenevano avventurieri o peggio dei delinquenti che volevano saccheggiare il nostro paese.

Ha anche smascherato l’inconsistenza di alcuni grandi della terra che si ritenevano al riparo da ogni attacco e superiori a qualsiasi limite. Ha mostrato anche come persone umili e semplici, siano preziose e importanti e quanto siano da tutelare le fasce più precarie e più deboli, come gli anziani negli ospizi, i carcerati e gli immigrati di ogni genere.

Infine, per chi sa leggere la realtà con gli occhi della fede, ha mostrato anche la partecipazione della Chiesa e di noi uomini e donne di Chiesa al comune destino dell’umanità. Le nostre chiese vuote di assemblee, per chi coltiva una percezione di fede e di comunione, sembrano a tratti colme della presenza della Chiesa invisibile e anche di voi fratelli e sorelle, che per adesso solo spiritualmente potete unirvi a noi nella preghiera. Davvero, anche la fede e la percezione di fede mai come adesso possono venire fuori dalla profondità nella quale forse si erano perse oppure emergere dalla superficialità delle celebrazioni divenute abitudinarie e rituali.

La spada che da Simeone fu annunciata tagliente e inesorabile a Maria è anch’essa divenuta reale per le persone più sensibili, per noi pastori come per tutti coloro che vivono il mistero pasquale di Gesù, ma in maniera del tutto particolare: come assenza di sacramenti visibili e desiderio di una sacramentalità reale, quella che ci unisce a Cristo nella sua passione e nel suo dolore per il mondo intero e per ogni uomo.

La sofferenza che ha trafitto il cuore di Maria, la madre addolorata per tutti i suoi figli, oggi più di tutte le altre volte. Ma è proprio questo dolore, unito a quello di Gesù suo figlio, che farà sì che la Pasqua, che ora viene nella ricorrenza liturgica, venga presto in tutta la sua gioia assembleare. Questa gioia io vi annuncio anche quest’anno, convinto come sono, che Maria sta già guardando alla sofferenza di tutti noi figli e che lei, trafitta nel suo cuore anche per tanto dolore, si mostrerà presto come la “salus infirmorum”, la salute degli infermi e la stella che annuncia il nuovo giorno.



3) Pietro e Paolo raggiungono il Risorto morendo a Roma
Era una spada reale quella che troncò la testa e la vita del grande apostolo Paolo a Roma per ordine di Nerone. Fa sorridere di sofferenza l’ironia di quel “privilegio” di morire di spada riservato a Paolo, che si ritrovava il titolo di “cittadino di Roma”. La tradizione cristiana associa la sua morte per decapitazione a quella di Pietro che aveva ricevuto un privilegio ben più alto: essere condannato a morire sulla croce, come Gesù. Pietro, però, non se ne era ritenuto degno ed esprimendo l’ultimo desiderio del condannato, aveva ottenuto di morire con la croce piantata in terra all’incontrario. Morivano così i due grandi apostoli, rinascendo per la vita eterna che non può più morire. Ponevano fine alla loro sofferenza in quell’assurda persecuzione, che con tutte le altre ha seminato più morti di quante ne sta provocando l’attuale pandemia. Partecipavano al mistero pasquale di Gesù in tutta la sua estensione. L’avevano entrambi attesa, ne avevano parlato chissà quante volte alle comunità che si riunivano intorno a loro. Pietro aveva atteso quell’ora come il crepuscolo che precede il nuovo giorno, guardando verso il cielo e avvistando la stella del mattino: «abbiamo anche, solidissima, la parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l’attenzione come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e non sorga nei vostri cuori la stella del mattino» (2Pt 1,19). Quella stessa nella quale si identifica espressamente il Risorto nel libro dell’Apocalisse: «Io, Gesù, ho mandato il mio angelo per testimoniare a voi queste cose riguardo alle Chiese. Io sono la radice e la stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino» (Ap 22,16).

Paolo ha lasciato tracce ancora più vistose del desiderio di quell’incontro con Gesù, per incontrare da vicino Colui che lo aveva atterrato e conquistato sulla via di Damasco. Non desiderando la morte, ma desiderando ardentemente di raggiungere il Signore, aveva scritto: «Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede» (2Tm 4,6ss).

Del resto, aveva già scritto, incoraggiando tutti a rafforzare la fede nel Risorto: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati» (Rm 8,35.37). La consapevolezza di stravincere in forza di Colui che ci ha amati è il motivo incrollabile di tutta la nostra fiducia in Dio. Lo è anche in questi giorni, in cui i pericoli relativamente alla salute e alla vita per noi stessi e per i propri cari sono diventati più reali.

E tuttavia soprattutto adesso è tempo di credere ancora più profondamente nella forza trainante della Risurrezione di Gesù. Così come egli è morto a nostro favore, per noi tutti, è ugualmente risorto non solo per sé, ma per noi.

Siamo figli della risurrezione dal giorno del battesimo, quel battesimo che, seconda un’antica interpretazione dei Padri della Chiesa, era scaturito dal cuore di Cristo, quando egli aveva donato a noi il suo Spirito nel momento in cui dal suo cuore squarciato fuoruscivano sangue ed acqua, i due sacramenti fondamentali che ci associano a lui ogni istante, in vita e in morte. Oltre la morte.

Lì sotto la croce, racconta ancora l’evangelista Giovanni, era presente quel nucleo di Chiesa, costituito da tre donne e un uomo: le tre Marie e l’apostolo amato. Erano pochi, ma sufficienti perché ciò che veramente conta per essere Chiesa, accomunava tutti e quattro. L’amore. L’amore di Giovani e l’amore di quelle donne salvate da Gesù, l’amore sconfinato di Maria: amore immenso come immenso era il suo dolore. Eppure l’amore lo rendeva sopportabile. L’amore deve rendere anche a noi tutto sopportabile. Più forte della morte, della sofferenza, della solitudine, è infatti l’amore.

Maria è l’icona di questo amore che va oltre la soglia sopportabile del dolore. La varca e la supera perché ha un amore sconfinato.

A Te, perciò, o Madre ci rivolgiamo perché se una spada ha trafitto il tuo cuore e trafigge il cuore di tante mamme, di noi pastori e di tutte le persone sensibili, la gioia della risurrezione, di questa Pasqua, possa inondare ugualmente le nostre comunità, spiritualmente radunate intorno a Cristo e a te, sua madre. Gesù morente sulla croce, prima ancora di affidare te al discepolo amato, aveva affidato proprio quel discepolo e, attraverso di lui, tutti noi a te, Maria, nostra Madre dolcissima. Così racconta l’evangelista Giovanni: «Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!”. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé» (Gv 19,26-27).

Tu, diventata la Madre di tutti noi, dopo quei giorni oscuri e dolorosi, hai potuto gioire con Giovanni e con tutti i discepoli della presenza del figlio tuo, che, risorto, si è presentato ripetutamente a quanti lo avevano seguito durante la sua vita, anche a quelli che nell’ora suprema si erano dileguati.

Lo stesso Risorto, per la tua intercessione, madre sua e Madre nostra che mai ci abbandoni, guarisca l’umanità da quest’immane flagello che sta colpendo tutti. E se dobbiamo vivere la Pasqua liturgicamente insieme solo attraverso i mezzi audiovisivi, ci conceda di poterci riabbracciare presto nella gioia della festa, nelle nostre chiese e nelle nostre piazze, nelle nostre case e sulle nostre strade.

Forti della lezione che nessuno può vivere e può morire da solo, renda la nostra vita trasparenza del tuo amore e della tua solidarietà.

Maria, madre di Gesù e Madre nostra, soccorrici con la tua sensibilità di Madre, Gesù ascolti le tue preghiere e faccia cessare la pandemia e tutto ciò che minaccia la nostra vita e quella delle altre creature sulla terra. Amen!

† don Mimmo, vescovo

venerdì 3 aprile 2020

"Il panaro" di Tonio Dell'Olio - "Chi può metta e chi non può prenda"

Il panaro
di Tonio Dell'Olio

Di per sé dovrei scrivere "il panaro della solidarietà" perché di questo si tratta. Avrete saputo che in pieno centro storico a Napoli è comparso un panierino calato da un balcone con la scritta: "Chi può metta e chi non può prenda". È la ripresa riveduta e corretta di ciò che avveniva nella sala d'aspetto dell'ambulatorio di San Giuseppe Moscati, medico napoletano che fece della sua professione una vera e propria missione. Quel panaro peraltro è anche l'eco di quella nobilissima tradizione popolare del "caffè sospeso" che ha addirittura generato un modello economico detto appunto della "economia sospesa". Adesso pare che l'esempio napoletano del panaro si stia ripetendo in altri luoghi d'Italia e peraltro anch'io lo scrivo nella speranza che altri, mille e mille altri, con le stesse modalità o in maniera differente, trovino la fantasia giusta per nutrire la solidarietà. Ci sono, infatti, due modi per affrontare la crisi pandemica in corso: una è quella riassunta nel "si salvi chi può" che ci vede chiusi ermeticamente nei nostri interessi e l'altra in cui siamo consapevoli di essere "insieme sulla stessa barca". Strano a dirsi ma è proprio in questo tempo della "distanza sociale obbligatoria" che dovremmo sperimentare di più il calore degli abbracci.
(fonte: Mosaico dei giorni 2 aprile 2020)


LA LETTERA DELL'INFERMIERA SULL'ULTIMO DESIDERIO DI UNA MADRE DI QUATTRO FIGLI

LA LETTERA DELL'INFERMIERA 
SULL'ULTIMO DESIDERIO DI UNA MADRE DI QUATTRO FIGLI

Il sindaco di Volvera, paesino in provincia di Torino, ha postato su Facebook la lettera di una concittadina che fa l'infermiera. Una toccante testimonianza sull'ultimo giorno di vita di una paziente colpita dal coronavirus



Un'infermiera che lavora nell'ospedale San Luigi di Orbassano, in provincia di Torino, ha inviato a Ivan Marusich, sindaco di Volvera, la sua città, una lettera in cui racconta una giornata di lavoro che l'ha molto segnata, tanto da invitarlo a condiverla su Facebook. 
Ecco il testo.

Buonasera sig. Sindaco, lavoro in ospedale, le scrivo perché, da cittadina Volverese vorrei descriverle una giornata tipo. Una come tante, in questo periodo. Ma non vorrei descriverle quello che stanno passando i media: numeri, statistiche, decreti e divieti. Vorrei farlo visto dal lato del paziente covid positivo e degli operatori. Il covid è molto più che un virus subdolo.

Siamo un paese che sa solo lamentarsi per qualsiasi cosa, mai contenti di nulla. Sembra che la quarantena sia un castigo anziché una protezione per ognuno di noi. Se lo riterrà opportuno, potrà condividerlo lei, per sensibilizzare.

Che bello essere chiamati angeli... ma chissà se poi lo siamo davvero.

È un sabato mattina di una settimana di allerta covid. Finalmente un giorno di riposo dopo tanto lavoro. Finalmente puoi dedicarti alla famiglia. Per te la quarantena non esiste, non esiste il divieto ad uscire... non è mai esistito. Tu DEVI lavorare, sei preziosa...dicono.

E invece no, niente riposo. Arriva la chiamata. Si deve andare. C'è bisogno di coprire turni. Il lamento è d'obbligo, non vorresti... ma si fa. Mentre ti prepari, rifletti che marzo non è stato affatto clemente: turni di 12 ore, ferie annullate, riposi... cosa sono i riposi?

Arrivi in ospedale, qualche figura nei corridoi, ma ancora troppa gente in giro.

Arrivi al reparto critico, quello dove sono ricoverati i pazienti positivi. Tutto blindato, suoni. Ti apre la collega che è li da ieri sera... Stremata, viso segnato dalla mascherina e gli occhiali, prendi consegna e la congedi. Deve riposare. Suona un campanello. Ti sporgi alla camera interessata, chiedi il motivo della chiamata, rassicuri che presto entrerai, e vai a vestirti. La vestizione è lunga, ci si deve bardare molto bene,non si possono commettere errori di trascuratezza. Entri dalla paziente, la conosci... la saluti. Ha un casco sulla testa, si chiama c-pap. Serve per respirare meglio... non ha molte speranze e il monitor al quale è collegata ne dà conferma. Ma la paziente è cosciente, lucida e orientata nel tempo e nello spazio... ma soprattutto sa che sta per morire. Lo sa, lo percepisce... lo sente. Parli un po’ con lei.

Non mangia da giorni. Questa mattina chiede la colazione. Ha un diabete non controllato e vuole due fette biscottate con la marmellata. Sarà certo il diabete il suo peggior nemico ora? E riferisci alla collega di passarteli.

Quello sguardo implorante ti uccide. Distogli ogni tanto gli occhi da lei per non morire dentro...

Mentre le sistemi i cavi dei parametri vitali, lei ti prende la mano... amore, sei mamma? Si, di due ragazzi. Allora puoi capire cosa sto provando?

Posso provare, ma se vuoi, puoi descrivermelo... ti ascolto.

Ho 4 figli... sono sempre stati tanto mammoni. Un rapporto bellissimo, anche perché gli ho fatto da madre e da padre, visto che sono rimasta vedova da giovane... Non ho paura di morire, non vorrei solo soffrire. Ma un giorno, uno dei miei figli è venuto a trovarmi e non lo hanno più fatto entrare.. è stato obbligato, non una scelta. Non ho potuto vedere più i nipoti, le nuore...nessuno. Io qui, loro a casa. Non ho potuto dir loro quanto bene gli voglio...

Ma chiamali al telefono e diglielo! Si, ma non è la stessa cosa... E vabbè, però ti sentono, ti parlano...è già qualcosa, meglio di niente... Li chiamo ogni giorno,l i sento che stanno soffrendo perché non possono stare con me fino alla fine.

Entra il medico... la visita... squilla il telefono, è uno dei figli.. la paziente gli dice: c'è il medico, te lo passo. Il medico descrive al figlio la situazione. È davvero critica... Alla signora viene detto che dovrà essere intubata presto e che non ha molto da vivere. Il figlio chiede di poterla vedere per un ultimo, breve saluto. Non è possibile... il covid non decide su chi posarsi... si insinua su chiunque... Il medico esce dalla stanza... la signora piange disperata. Mentre è ancora al telefono con il figlio, il figlio piange con lei... lei ha sempre su di te quello sguardo implorante, come volesse chiederti di fare qualcosa... chiedi di passarle il telefono. La signora ha un telefono vecchio, non è anziana, ma nemmeno tecnologica... non puoi avvicinare il telefono all'orecchio, quindi non sai cosa ti risponde il figlio... ma quello sguardo ti ha trapanato... non sei soltanto un operatore, sei mamma, sei figlia...

Dici al figlio: radunatevi tutti e 4 ma proteggetevi con le mascherine. Fatelo prima che potete e poi chiamate in video chiamata questo numero... e gli dai il tuo.... vi farò vedere mamma. È poca cosa, ma almeno non sarà una cosa interrotta di netto, e la potrete vedere. Gli dici che sarai li x altre 10 ore e di richiamare più volte se non rispondo subito... Non passa neanche un'ora... la collega dice che dalla borsa sta squillando il tuo telefono... tu sei sempre vestita e sempre in quella stanza.. non sei mai uscita... le chiedi di prendere il cellulare, metterlo in un sacchettino, disinfettarlo e passartelo. Apri la video chiamata.. tutti e quattro i figli li... la paziente non se lo aspettava ed è felice come una Pasqua.....e tu con lei. Si parlano un bel po’ ... si raccontano, si dicono ti amo... lei desatura spesso perché si sta affaticando... ma sai il destino nefasto, non te la senti di chiedere di chiudere. Già una volta sono stati obbligati a tagliare, ora vuoi che la decisione sia la loro...

La chiamata dura circa mezz'ora... ed è come se un cerchio si fosse chiuso, quello che doveva essere è stato… lei aveva resistito solo x loro, per vederli, per salutarli. Hai il cuore in mille pezzi. Pensi a te e ai tuoi figli e comprendi tutto... ogni sua preoccupazione. Ti prende la mano, ti dice grazie, veglierò su di te, per quello che hai fatto. E fai fatica a non piangere.

La paziente si spegne. Decidi di uscire e lasciare ai colleghi il resto. E vedi che, come le procedure prevedono, la cospargono di disinfettante, la avvolgono in un lenzuolo e la portano in camera mortuaria. Sola....sola... i suoi effetti personali messi in triplice sacco nero andranno inceneriti...

È domenica mattina.. l'agenzia di pompe funebri è venuta a prendere la salma. Uno solo dei figli presente, a debita distanza. Non l'ha più vista da quella video chiamata. Dà indicazioni all'incaricato e vanno via... la sua macchina svolta a destra, la salma va a sinistra... sola.

Non ce la fai, quello è troppo!!! E se fino ad ora non avevi pianto, ora non ce la fai...

A casa apri facebook. Lamentele ovunque. Vi hanno negato la libertà, il bimbo non può andare più al parco, il cane passeggia troppo in là da casa, non si trova più lievito... Quanta ignoranza...quanti pochi problemi ha la gente... ma su una cosa ancora siamo fortunati: a noi ci saranno state anche negate delle cose, dovremmo anche fare sacrifici... ma almeno noi abbiamo ancora la dignità, un diritto che il covid19 ti toglie, senza poterti lamentare...

Un diario dalla prima linea, quella umana, del cuore…



«Questo Venerdì di Passione, la Chiesa ricorda i dolori di Maria, l’Addolorata... Oggi ci farà bene fermarci un po’ e pensare al dolore e ai dolori della Madonna. È la nostra Madre... “Grazie per avere accettato di essere Madre quando l’Angelo Te lo ha detto e grazie per avere accettato di essere Madre quando Gesù Te lo ha detto”. » - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)

S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
3 aprile 2020
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

 Il Papa prega per chi aiuta a risolvere povertà e fame causate dal Covid-19

Nella Messa a Santa Marta, Francesco pensa alla povertà, alla disoccupazione e alla fame che saranno provocati dalla pandemia di coronavirus e prega per chi già adesso cerca di porvi rimedio. Nell'omelia, ha ricordato l'Addolorata, invitando a ringraziarla perché ha accettato di essere Madre


Francesco ha presieduto la Messa a Casa Santa Marta nel venerdì della V Settimana di Quaresima, dedicandola all'Addolarata. L’antifona d’ingresso, che il Papa legge all’inizio della celebrazione, è un’invocazione di aiuto nell’angoscia: “Abbi pietà di me, Signore, perché sono in angustia; strappami dalla mano dei miei nemici e salvami dai miei persecutori: Signore, che io non resti confuso” (Sal 30). Nell’introduzione, Francesco rivolge il suo pensiero al dopo pandemia: 

C’è gente che da adesso incomincia a pensare al dopo: al dopo pandemia. A tutti i problemi che arriveranno: problemi di povertà, di lavoro, di fame … Preghiamo per tutta la gente che aiuta oggi, ma pensa anche al domani, per aiutare tutti noi.

Guarda il video



In questo Venerdì di Passione che precede la Domenica delle Palme, in cui si fa memoria dei dolori di Maria, Francesco ha dedicato l'omelia alla Vergine Addolorata. Oggi - ha detto - ci farà bene pensare ai dolori della Madonna e ringraziarla perché ha accettato di essere Madre. 

Di seguito il testo dell'omelia secondo una nostra trascrizione:

Questo Venerdì di Passione, la Chiesa ricorda i dolori di Maria, l’Addolorata. Da secoli viene questa venerazione del popolo di Dio. Si sono scritti inni in onore dell’Addolorata: stava ai piedi della croce e la contemplano lì, sofferente. La pietà cristiana ha raccolto i dolori della Madonna e parla dei “sette dolori”. Il primo, appena 40 giorni dopo la nascita di Gesù, la profezia di Simeone che parla di una spada che le trafiggerà il cuore (Cf. Lc. 2,35). Il secondo dolore, pensa alla fuga in Egitto per salvare la vita del Figlio (Cf. Mt. 2,13-23). Il terzo dolore, quei tre giorni di angoscia quando il ragazzo è rimasto nel tempio (Cf. Lc. 2,41-50). Il quarto dolore, quando la Madonna si incontra con Gesù sulla via al Calvario (Cf. Gv. 19,25). Il quinto dolore della Madonna è la morte di Gesù, vedere il Figlio lì, crocifisso, nudo, che muore. Il sesto dolore, la discesa di Gesù dalla croce, morto, e lo prende tra le sue mani come lo aveva preso nelle sue mani più di 30 anni prima a Betlemme. Il settimo dolore è la sepoltura di Gesù. E così, la pietà cristiana percorre questa strada della Madonna che accompagna Gesù. A me fa bene, in tarda serata, quando prego l’Angelus, pregare questi sette dolori come un ricordo della Madre della Chiesa, come la Madre della Chiesa con tanto dolore ha partorito tutti noi.

La Madonna mai ha chiesto qualcosa per sé, mai. Sì, per gli altri: pensiamo a Cana, quando va a parlare con Gesù. Mai ha detto: “Io sono la madre, guardatemi: sarò la regina madre”. Mai lo ha detto. Non chiese qualcosa di importante per lei nel collegio apostolico. Soltanto, accetta di essere Madre. Accompagnò Gesù come discepola, perché il Vangelo fa vedere che seguiva Gesù: con le amiche, pie donne, seguiva Gesù, ascoltava Gesù. Una volta qualcuno l’ha riconosciuta: “Ah, ecco la madre”, “Tua madre è qui” (Cf. Mc. 3,31)... Seguiva Gesù. Fino al Calvario. E lì, in piedi … la gente sicuramente diceva: “Ma, povera donna, come soffrirà”, e i cattivi sicuramente dicevano: “Ma, anche lei ha colpa, perché se lo avesse educato bene questo non sarebbe finito così”. Era lì, con il Figlio, con l’umiliazione del Figlio.

Onorare la Madonna e dire: “Questa è mia Madre”, perché lei è Madre. E questo è il titolo che ha ricevuto da Gesù, proprio lì, nel momento della Croce (Cf. Gv.19,26-27). I tuoi figli, tu sei Madre. Non l’ha fatta primo ministro o le ha dato titoli di “funzionalità”. Soltanto “Madre”. E poi, gli Atti degli Apostoli la fanno vedere in preghiera con gli apostoli come Madre (Cf. At. 1,14). La Madonna non ha voluto togliere a Gesù alcun titolo; ha ricevuto il dono di essere Madre di Lui e il dovere di accompagnare noi come Madre, di essere nostra Madre. Non ha chiesto per sé di essere una quasi-redentrice o una co-redentrice: no. Il Redentore è uno solo e questo titolo non si raddoppia. Soltanto discepola e Madre. E così, come Madre noi dobbiamo pensarla, dobbiamo cercarla, dobbiamo pregarla. È la Madre. Nella Chiesa Madre. Nella maternità della Madonna vediamo la maternità della Chiesa che riceve tutti, buoni e cattivi: tutti.

Oggi ci farà bene fermarci un po’ e pensare al dolore e ai dolori della Madonna. È la nostra Madre. E come li ha portati, come li ha portati bene, con forza, con pianto: non era un pianto finto, era proprio il cuore distrutto di dolore. Ci farà bene fermarci un po’ e dire alla Madonna: “Grazie per avere accettato di essere Madre quando l’Angelo Te lo ha detto e grazie per avere accettato di essere Madre quando Gesù Te lo ha detto”.

Il Papa ha terminato la celebrazione con l'adorazione e la benedizione eucaristica, invitando a fare la Comunione spirituale. Di seguito la preghiera recitata dal Papa:

Gesù mio, credo che sei realmente presente nel Santissimo Sacramento dell’altare. Ti amo sopra ogni cosa e ti desidero nell’anima mia. Poiché ora non posso riceverti sacramentalmente, vieni almeno spiritualmente nel mio cuore. Come già venuto, io ti abbraccio e tutto mi unisco a Te. Non permettere che mi abbia mai a separare da Te. Amen.

Prima di lasciare la Cappella dedicata allo Spirito Santo, è stata intonata l’antica antifona mariana Ave Regina Caelorum ("Ave Regina dei Cieli"):

“Ave, Regina dei Cieli, ave, Signora degli angeli; porta e radice di salvezza, rechi nel mondo la luce. Godi, Vergine gloriosa, bella fra tutte le donne; salve, o tutta santa, prega per noi Cristo Signore”.
(fonte: Vatican News 3/04/2020)

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"La risurrezione in giorni di angoscia e di morte" di Marinella Perroni

"La risurrezione 
in giorni di angoscia e di morte" 
di Marinella Perroni

La Pasqua si avvicina, ma il calendario liturgico e quello dell’epidemia sono diversi: i rigori e il tempo sospeso di una quaresima che ha preso il volto della quarantena continueranno. Allora, quale segno per noi? Il segno di Giona.



Aggiungere parole a parole forse non si deve. Né si può avere la pretesa che le proprie parole siano meritevoli di ascolto e di riflessione più di quelle di altri. Eppure, quei paramenti rosa che alcuni presbiteri hanno indossato per celebrare online l’eucaristia della IV domenica di quaresima un segnale lo hanno mandato: la Pasqua si avvicina. Perché, quando la quaresima era un tempo di rigido digiuno ed evidenti privazioni, la liturgia invitava a fare un’interruzione: il viola cedeva il passo al rosa, il canto di ingresso si apriva con parole di allegria, era permesso sospendere i rigori del digiuno per poi ripartire per l’ultimo tratto di strada verso la celebrazione della madre di tutte le feste, la Pasqua.

Quel segnale rimbomba in questo tempo blindato, in questo susseguirsi di giorni tutti uguali, tutti appesi, come il ragno alla tela, a pochi fili sottili: la Pasqua si avvicina, ma noi non possiamo interrompere i rigori di una quaresima che ha preso il nome e le fattezze di una interminabile quarantena né sappiamo se festeggeremo la Pasqua, visto che ci saranno precluse le antiche celebrazioni religiose, ma ci saranno anche interdetti i nuovi riti della transumanza consumistica.
Ministre e ministri di un mondo ormai cambiato
Nonostante ciò, il tumulto delle voci continua a crescere. Si rincorrono e cercano di sopraffarsi l’un l’altra come non mai, in una sarabanda di campane, megafoni, media tradizionali e nuovi social ormai intasati da rosari, messe, mille diverse forme di predicazione biblica o di esortazioni spirituali. Colpisce la fragorosa oscillazione tra riesumazioni di arcaiche superstizioni, così poco cristiane, e puerili tentativi di recuperare terreno nei confronti della scienza che si impone invece con parole di sapienza e, ancor di più, con la testimonianza di operatrici e operatori sanitari, veri e propri “ministri” di un mondo ormai cambiato: testimonianza in greco si dice martyria, e il loro servizio arriva a volte fino al martirio; il loro “ministero”, poi, non prevede discriminazioni, ma vede schierati in prima fila sia donne che uomini.

Forse le Chiese dovranno riflettere su questi uomini e queste donne a che appaiono come Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, due discepoli nascosti che deposero dalla croce «il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi» (Gv 19,40). Speriamo di saperlo fare, quando finalmente vedremo la fine di questa “ora” in cui sembra che la morte sia più forte di ogni speranza, e ci verrà chiesto di testimoniare che credere nella risurrezione non significa credere nel ritorno in vita di un cadavere.

Si stanno delineando nuove forme di sacramentalità laica, e possiamo esserne fieri perché, se è vero che alla crescita dell’aspettativa di vita ha contribuito e contribuisce grandemente la scienza, è altrettanto vero che alla bellezza e alla qualità della vita hanno dato e danno un contribuito essenziale il Vangelo di Gesù, con la sua tensione verso il Regno di giustizia e di pace e con il suo comando della diaconia, e tutti quegli uomini e quelle donne che lo hanno annunciato e testimoniato.

Il segno da cui ripartire
La Pasqua si avvicina ma, oggi più che mai, angoscia, sopraffazione e morte non sono rubricabili a un rapido passaggio obbligato verso il radioso mattino della vittoria. Il triduo pasquale andrà avanti per lunghi giorni e forse mesi, e dovremo interrogarci seriamente sul monito di Gesù: «Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona» (Lc 11,29). Parole rivolte non a tutti, ma ai credenti. Al bisogno di magia più che di profezia non verrà concesso nulla. Né sarà certo il calendario liturgico a decidere quanto a lungo dovremo restare quest’anno nel buio della pancia della balena.

I tempi della fede non sono certo quelli dell’epidemia. Per questo, comunque, anche senza messe o scampagnate, è Pasqua se riusciamo a capire che uno solo ormai è il segno da cui ripartire: non dobbiamo cercare tra i morti colui che è vivo.

(Fonte: Il Regno delle Donne del 28.03.2020)


giovedì 2 aprile 2020

Intenzione di preghiera per il mese di aprile 2020: Preghiamo affinché tutte le persone sotto l'influenza delle dipendenze possano essere ben aiutate e accompagnate. (video e testo in italiano)

Intenzione di preghiera per il mese di aprile 2020
Preghiamo affinché tutte le persone
sotto l'influenza delle dipendenze
possano essere ben aiutate e accompagnate


Nel mese di aprile, il Papa chiede di pregare perché siano aiutati quanti sono imprigionati nel mondo di droghe e alcol, ludopatia e pornografia, comprese le forme indotte dal mondo virtuale. L'intenzione di Francesco è affidata, come di consueto, al video diffuso dalla Rete Mondiale di Preghiera

Guarda il video


La traduzione in italiano del testo pronunciato dal Papa in spagnolo:

Sicuramente avete sentito parlare del dramma delle dipendenze. 
E… avete pensato anche alla dipendenza dal gioco, 
dalla pornografia, da Internet... 
e ai pericoli dello spazio virtuale?

Basandoci sul “Vangelo della Misericordia” 
possiamo alleviare, curare e guarire 
le tante sofferenze legate alle nuove dipendenze. 

Preghiamo affinché tutte le persone sotto l'influenza delle dipendenze 
possano essere ben aiutate e accompagnate.


«Il Signore si è sempre ricordato della sua alleanza. ... Il Signore non dimentica, non dimentica mai.» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)

S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
2 aprile 2020
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

 Il Papa prega per i senzatetto, sofferenti nascosti in questo tempo di dolore

Nella Messa a Santa Marta, Francesco rivolge il suo pensiero a quanti stanno pagando le conseguenze della pandemia di coronavirus, in particolare quelli che non hanno una casa. Nell'omelia ricorda che la vita del cristiano è essere coscienti di essere stati scelti da Dio, gioiosi di andare verso una promessa e fedeli nel compiere l’alleanza

L’Antifona d’ingresso del giovedì della V settimana di Quaresima, che il Papa legge all’inizio della Messa odierna a Santa Marta, è un invito a tenere fissi gli occhi su Gesù, speranza che non delude: “Cristo è mediatore della nuova alleanza perché, mediante la sua morte, coloro che sono stati chiamati ricevano l'eredità eterna che è stata loro promessa” (Eb 9,15). Francesco, nell’introdurre la celebrazione, prega in particolare per i senzatetto:

Questi giorni di dolore e di tristezza evidenziano tanti problemi nascosti. Sul giornale, oggi, c’è una foto che colpisce il cuore: tanti senzatetto di una città sdraiati in un parcheggio, in osservazione … ci sono tanti senzatetto oggi. Chiediamo a Santa Teresa di Calcutta che risvegli in noi il senso della vicinanza a tante persone che nella società, nella vita normale, vivono nascoste ma, come i senzatetto, nel momento della crisi, si evidenziano così.

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Nell’omelia, Francesco commenta le letture odierne, tratte dal Libro della Genesi (Gn 17, 3-9) e dal Vangelo di Giovanni (Gv 8, 51-59) che hanno al centro la figura di Abramo, l’alleanza con Dio e il nuovo annuncio di Gesù che viene a "rifare" la creazione perdonando i nostri peccati. Noi siamo cristiani - ha detto - perché siamo eletti, scelti da Dio, e abbiamo ricevuto una promessa di fecondità, a cui dobbiamo rispondere con la fedeltà all'alleanza. I nostri peccati sono contro queste tre dimensioni: non accogliere l'elezione adorando gli idoli, non sperare nella promessa e dimenticare l'alleanza. La vita del cristiano - è stata la sua esortazione conclusiva - sia quella di essere cosciente dell’elezione, gioioso di andare verso una promessa e fedele nel compiere l’alleanza. 
Di seguito il testo dell'omelia secondo una nostra trascrizione:

Il Signore si è sempre ricordato della sua alleanza. Lo abbiamo ripetuto nel Salmo responsoriale. Il Signore non dimentica, non dimentica mai. Sì, dimentica soltanto in un caso, quando perdona i peccati. Dopo aver perdonato perde la memoria, non ricorda i peccati. Negli altri casi Dio non dimentica. La sua fedeltà è memoria. La sua fedeltà con il suo popolo. La sua fedeltà con Abramo è memoria delle promesse che aveva fatto. Dio elesse Abramo per fare una strada. Abramo è un eletto, era un eletto. Dio lo ha eletto. Poi in quella elezione gli ha promesso un’eredità e oggi, nel passo del libro della Genesi, c’è un passo in più. Quanto a te, la mia alleanza è con te. L’alleanza. Un’alleanza che gli fa vedere lontano la sua fecondità: diventerai padre di una moltitudine di nazioni. L’elezione, la promessa e l’alleanza, sono le tre dimensioni della vita di fede, le tre dimensioni della vita cristiana. Ognuno di noi è un eletto, nessuno sceglie di essere cristiano fra tutte le possibilità che il “mercato” religioso gli offre, è un eletto. Noi siamo cristiani perché siamo stati eletti. In questa elezione c’è una promessa, c’è una promessa di speranza, il segnale è la fecondità: “Abramo sarai padre di una moltitudine di nazioni e … sarai fecondo nella fede. La tua fede fiorirà in opere, in opere buone, in opere di fecondità anche, una fede feconda. Ma tu devi – il terzo passo – osservare l’alleanza con me”. E l’alleanza è fedeltà, essere fedele. Siamo stati eletti, il Signore ci ha dato una promessa, adesso ci chiede un’alleanza. Un’alleanza di fedeltà. Gesù dice che Abramo esultò di gioia pensando, vedendo il suo giorno, il giorno della grande fecondità, quel figlio suo – Gesù era figlio di Abramo - che è venuto a rifare la creazione, che è più difficile che farla, dice la liturgia - è venuto a fare la redenzione dei nostri peccati, a liberarci. Il cristiano è cristiano non perché possa far vedere la fede del battesimo: la fede di battesimo è una carta. Tu sei cristiano se dici di sì all’elezione che Dio ha fatto di te, se tu vai dietro le promesse che il Signore ti ha fatto e se tu vivi un’alleanza con il Signore: questa è la vita cristiana. I peccati del cammino sono sempre contro queste tre dimensioni: non accettare l’elezione e noi “eleggere” tanti idoli, tante cose che non sono di Dio; non accettare la speranza nella promessa, andare, guardare da lontano le promesse, anche tante volte, come dice la Lettera agli Ebrei, salutandole da lontano e fare che le promesse siano oggi con i piccoli idoli che noi facciamo; e dimenticare l’alleanza, vivere senza alleanza, come se noi fossimo senza alleanza. La fecondità è la gioia, quella gioia di Abramo che vide il giorno di Gesù ed era pieno di gioia. Questa è la rivelazione che oggi la parola di Dio ci dà sulla nostra esistenza cristiana. Che sia come quella del nostro padre: cosciente di essere eletto, gioioso di andare verso una promessa e fedele nel compiere l’alleanza. 

Il Papa ha terminato la celebrazione con l'adorazione e la benedizione eucaristica, invitando a fare la Comunione spirituale. Di seguito la preghiera recitata dal Papa:

Gesù mio, credo che sei realmente presente nel Santissimo Sacramento dell’altare. Ti amo sopra ogni cosa e ti desidero nell’anima mia. Poiché ora non posso riceverti sacramentalmente, vieni almeno spiritualmente nel mio cuore. Come già venuto, io ti abbraccio e tutto mi unisco a Te. Non permettere che mi abbia mai a separare da Te.

Prima di lasciare la Cappella dedicata allo Spirito Santo, è stata intonata l’antica antifona mariana Ave Regina Caelorum ("Ave Regina dei Cieli"):

“Ave, Regina dei Cieli, ave, Signora degli angeli; porta e radice di salvezza, rechi nel mondo la luce. Godi, Vergine gloriosa, bella fra tutte le donne; salve, o tutta santa, prega per noi Cristo Signore”.

(fonte: Vatican News 02/04/2020)

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«Per vedere Dio bisogna liberare il cuore dai suoi inganni! Non abbiamo paura, apriamo le porte del nostro cuore allo Spirito Santo perché ci purifichi e ci porti avanti in questo cammino verso la gioia piena.» Papa Francesco Udienza Generale 01/04/2020 (foto, testo e video)

UDIENZA GENERALE
Biblioteca del Palazzo Apostolico
Mercoledì, 1° aprile 2020

E’ sulla sesta Beatitudine che si concentra la catechesi del Papa all’udienza generale che dall’11 marzo scorso tiene dalla Biblioteca del Palazzo Apostolico per l’emergenza da coronavirus. Proseguendo il ciclo di catechesi sulle Beatitudini, il Papa si sofferma sulla sesta e quindi sulla purezza del cuore come condizione per vedere Dio. Cercare il volto di Dio significa infatti desiderare una relazione non meccanica ma personale, come la stessa vicenda di Giobbe manifesta: prima la conoscenza è per sentito dire, poi, alla fine, lo conosciamo direttamente se siamo fedeli.

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi leggiamo insieme la sesta beatitudine, che promette la visione di Dio e ha come condizione la purezza del cuore.

Dice un Salmo: «Il mio cuore ripete il tuo invito: “Cercate il mio volto!”. Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto» (27,8-9).

Questo linguaggio manifesta la sete di una relazione personale con Dio, non meccanica, non un po’ nebulosa, no: personale, che anche il libro di Giobbe esprime come segno di un rapporto sincero. Dice così, il libro di Giobbe: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (Gb 42,5). E tante volte io penso che questo è il cammino della vita, nei nostri rapporti con Dio. Conosciamo Dio per sentito dire, ma con la nostra esperienza andiamo avanti, avanti, avanti e alla fine lo conosciamo direttamente, se siamo fedeli … E questa è la maturità dello Spirito.

Come arrivare a questa intimità, a conoscere Dio con gli occhi? Si può pensare ai discepoli di Emmaus, per esempio, che hanno il Signore Gesù accanto a sé, «ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo» (Lc 24,16). Il Signore schiuderà il loro sguardo al termine di un cammino che culmina con la frazione del pane ed era iniziato con un rimprovero: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti!» (Lc 24,25). Quello è il rimprovero dell’inizio. Ecco l’origine della loro cecità: il loro cuore stolto e lento. E quando il cuore è stolto e lento, non si vedono le cose. Si vedono le cose come annuvolate. Qui sta la saggezza di questa beatitudine: per poter contemplare è necessario entrare dentro di noi e far spazio a Dio, perché, come dice S. Agostino, “Dio è più intimo a me di me stesso” (“interior intimo meo”: Confessioni, III,6,11). Per vedere Dio non serve cambiare occhiali o punto di osservazione, o cambiare autori teologici che insegnino il cammino: bisogna liberare il cuore dai suoi inganni! Questa strada è l’unica.

Questa è una maturazione decisiva: quando ci rendiamo conto che il nostro peggior nemico, spesso, è nascosto nel nostro cuore. La battaglia più nobile è quella contro gli inganni interiori che generano i nostri peccati. Perché i peccati cambiano la visione interiore, cambiano la valutazione delle cose, fanno vedere cose che non sono vere, o almeno che non sono così vere.

È dunque importante capire cosa sia la “purezza del cuore”. Per farlo bisogna ricordare che per la Bibbia il cuore non consiste solo nei sentimenti, ma è il luogo più intimo dell’essere umano, lo spazio interiore dove una persona è se stessa. Questo, secondo la mentalità biblica.

Lo stesso Vangelo di Matteo dice: «Se la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!» (6,23). Questa “luce” è lo sguardo del cuore, la prospettiva, la sintesi, il punto da cui si legge la realtà (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 143).

Ma cosa vuol dire cuore “puro”? Il puro di cuore vive alla presenza del Signore, conservando nel cuore quel che è degno della relazione con Lui; solo così possiede una vita “unificata”, lineare, non tortuosa ma semplice.

Il cuore purificato è quindi il risultato di un processo che implica una liberazione e una rinuncia. Il puro di cuore non nasce tale, ha vissuto una semplificazione interiore, imparando a rinnegare in sé il male, cosa che nella Bibbia si chiama circoncisione del cuore (cfr Dt 10,16; 30,6; Ez 44,9; Ger 4,4).

Questa purificazione interiore implica il riconoscimento di quella parte del cuore che è sotto l’influsso del male – “Sa, Padre, io sento così, penso così, vedo così, e questo è brutto”: riconoscere la parte brutta, la parte che è annuvolata dal male – per apprendere l’arte di lasciarsi sempre ammaestrare e condurre dallo Spirito Santo. Il cammino dal cuore malato, dal cuore peccatore, dal cuore che non può vedere bene le cose, perché è nel peccato, alla pienezza della luce del cuore è opera dello Spirito Santo. E’ lui che ci guida a compiere questo cammino. Ecco, attraverso questo cammino del cuore, arriviamo a “vedere Dio”.

In questa visione beatifica c’è una dimensione futura, escatologica, come in tutte le Beatitudini: è la gioia del Regno dei Cieli verso cui andiamo. Ma c’è anche l’altra dimensione: vedere Dio vuol dire intendere i disegni della Provvidenza in quel che ci accade, riconoscere la sua presenza nei Sacramenti, la sua presenza nei fratelli, soprattutto poveri e sofferenti, e riconoscerlo dove Lui si manifesta (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 2519).

Questa beatitudine è un po’ il frutto delle precedenti: se abbiamo ascoltato la sete del bene che abita in noi e siamo consapevoli di vivere di misericordia, inizia un cammino di liberazione che dura tutta la vita e conduce fino al Cielo. È un lavoro serio, un lavoro che fa lo Spirito Santo se noi gli diamo spazio perché lo faccia, se siamo aperti all’azione dello Spirito Santo. Per questo possiamo dire che un’opera di Dio in noi – nelle prove e nelle purificazioni della vita – e questa opera di Dio e dello Spirito Santo porta a una gioia grande, a una pace vera. Non abbiamo paura, apriamo le porte del nostro cuore allo Spirito Santo perché ci purifichi e ci porti avanti in questo cammino verso la gioia piena.

Guarda il video della catechesi

Saluti:
...

* * *

Saluto cordialmente i fedeli di lingua italiana. Il mio pensiero va, in particolare, ai gruppi che da tempo si erano prenotati per essere presenti oggi. Tra questi, i ragazzi della professione di fede della Diocesi di Milano, collegati a questo incontro tramite i mezzi di comunicazione sociale. Cari ragazzi, anche se il vostro pellegrinaggio a Roma è solo virtuale, mi sembra quasi di percepire la vostra gioiosa e rumorosa presenza, resa concreta anche dai tanti messaggi scritti che mi avete inviato: ne avete inviati tanti, e sono belli! Sono belli, belli i messaggi. Grazie tante. Grazie per questa unione con noi. Pregate per me, non dimenticatevi. Vi ringrazio e vi incoraggio a vivere sempre la fede con entusiasmo e a non perdere la speranza in Gesù, l’amico fedele che riempie di felicità la nostra vita, anche nei momenti difficili.

Saluto infine i giovani, i malati, gli anziani e gli sposi novelli. L’ultimo scorcio del tempo quaresimale che stiamo vivendo possa favorire un’adeguata preparazione alla celebrazione della Pasqua, conducendo ciascuno ad una ancor più sentita vicinanza a Cristo. A tutti la mia Benedizione.




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UN DECALOGO PER VIVERE BENE LA "QUARANTESIMA"


UN DECALOGO PER VIVERE BENE LA "QUARANTESIMA"

Non possiamo vedere gli amici? Riscopriamo il valore delle relazioni per quando potremo di nuovo incontrarci. Non possiamo più concederci alcuni "piaceri"? Un'occasione per avvicinarci alla sobrietà e a ciò che è davvero essenziale. La noia ci opprime richiusi in casa? Diamo spazio alla creatività e abbracciamo il mondo dalla finestra... Ecco come vivere al meglio questo tempo fra quarantena e Quaresima


I tempi di crisi possono essere anche i tempi in cui nasce un mondo nuovo, uno stile di vita diverso, una mentalità nuova: più empatica, più solidale, più creativa, più ancorata ai valori veri.

Convinto che dal male possa nascere il bene e determinato a non lasciarsi sfuggire questa occasione per promuovere un cambiamento positivo, Adriano Sella, esperto di nuovi stili di vita, un'esperienza missionaria alle spalle, ha redatto un decalogo di grande interesse, con ottime idee per sfruttare al meglio questi giorni difficili. Un periodo che, con un neologismo che nasce dalla sintesi di quarantena e Quaresima, definisce "Quarantesima".

Non possiamo vedere gli amici? Riscopriamo il valore delle relazioni per viverle al meglio, quando potremo di nuovo incontrarci. 

Non possiamo più concederci alcuni "piaceri"? Un'occasione per riscoprire la sobrietà e che cosa è davvero essenziale. 

La noia ci opprime richiusi in casa? Diamo spazio alla creatività e abbracciamo il mondo dalla finestra...

Ma ecco, di seguito, il decalogo di Adriano Sella.
(per approfondimenti, www.contemplazionemissione.org)

1. Riappropriamoci della resilienza per poter superare l'evento traumatico. Siamo obbligati a non uscire di casa come lotta contro il coronavirus. Facciamo nostro l'imperativo #iostoacasa come un’ occasione che ci aiuta a conoscere meglio la nostra abitazione. Rendiamola un luogo sano, bello e accogliente per noi e per i nostri familiari. Riorganizziamo la nostra vita casalinga di fronte alla difficoltà.

2. Rinunciamo alle relazioni umane per riscoprirne la ricchezza. Siamo costretti ad astenerci dalle relazioni sociali per proteggerci dal pericolo dell'infezione. Viviamola come un'esperienza importante per capire quanto le relazioni ci mancano e quanto sono essenziali per la vita, in modo da farle diventare la nostra felice compagna del vivere per l'oggi e per il domani.

3. Fermiamoci per poter rinascere. Finalmente qualcosa ci ha bloccati spezzando i ritmi di vita sempre più veloci e sempre più disumani. Recuperiamo il silenzio perduto come dimensione terapeutica per il benessere psico-fisico e spirituale. Viviamo il riposo anche come momento di contemplazione, per riscoprire le priorità del ben vivere e la piramide dei valori.

4. Viviamo una sobrietà felice per capire le priorità della vita. Questo tempo del Covid 19 ci obbliga a fare a meno di tante cose che non sono di prima necessità. È un meno per un di più. Separiamo ciò che è davvero importante da ciò che non lo è. Vestiamoci delle cose essenziali, utilizziamo quando serve quelle utili e liberiamoci da quelle superflue e inique.

5. Mettiamo in moto la creatività per scandire bene il tempo quotidiano. All'improvviso ci siamo trovati con tanto tempo a disposizione. Cerchiamo di valorizzarlo diventando creativi mediante il fai da te di vari lavori, l'auto-produzione del cibo e la costruzione di opere nel campo artistico, musicale e letterario. Sprigioniamo creatività e condividiamo le nostre creazioni.

6. Non sprechiamo questa crisi ma valorizziamo il carpe diem. Ogni crisi anche la più dura può portare qualcosa di buono e di rivoluzionario. Viviamo l'attimo presente come una grande opportunità di cambiamento raccogliendo gli insegnamenti che possono generare una nuova umanità e un nuovo mondo. Ricordiamoci che il seme deve morire per dare frutto.

7. Abbracciamo il mondo dalla finestra della nostra casa. Anche se siamo in casa da soli, non sentiamoci abbandonati. Affacciamoci al balcone per scambiare un saluto a distanza con i vicini. Usiamo le tecnologie di comunicazione per sentire un familiare o un amico, oppure per incontrarci virtualmente. Manifestiamo la nostra vicinanza e solidarietà a distanza.

8. Riscopriamo la lentezza per la crescita umana. Il Covid 19 ci costringe a rallentare e ci fa vivere una slow life. Viviamo con lentezza e smettiamo di correre, di affannarci e di riempirci di stress. Riscopriamo la lentezza come modo felice di vivere perché ci aiuta a gustare ogni attimo, ad apprezzare anche il più piccolo avvenimento. Ricordiamoci! Madre terra ci insegna che tra semina e raccolto ci vuole anche molto tempo.

9. Informiamoci meglio per non essere vittime delle fake news. Il coronavirus ci porge tempo prezioso per leggere e per studiare. Impegniamoci nella lettura e cerchiamo un'informazione vera, libera e giusta. Partecipiamo alle campagne online per promuovere giustizia sociale in questo nostro mondo malato. Condividiamo, via sms, e-mail e whatsapp, pensieri, letture e ricerche che ci aiutano a superare la tempesta per entrare in una nuova realtà da persone mature.

10. Affidiamoci ad una Mano invisibile che non ci fa sentire soli. Questa situazione drammatica ci fa sentire fragili, perduti e forse anche disperati. Condividiamo lettere, messaggi e video che manifestano la solidarietà di tanta gente e anche di tanti popoli. Crediamo che siamo parte di Madre Terra, dove tutto è collegato e connesso. Affidiamoci al Dio di Gesù Cristo che mai ci lascia soli, anzi nei momenti più duri ci porta addirittura in braccio. Riscopriamo questa grande relazione cosmica che ci toglie ogni paura e ci riempie di energia per un nuovo inizio.




mercoledì 1 aprile 2020

«Oggi vorrei che pregassimo per tutti coloro che lavorano nei media, per comunicare... per aiutare a sopportare questo tempo di chiusura. - Il discepolo si lascia guidare dallo Spirito, per questo il discepolo è sempre un uomo della tradizione e della novità, è un uomo libero.» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)

S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
1 aprile 2020
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

 Il Papa: chi lavora nei media aiuti le persone a non sentirsi isolate

Nella Messa a Santa Marta, Francesco rivolge il suo pensiero agli operatori della comunicazione perché aiutino le persone a sopportare questo periodo di isolamento. Nell'omelia, ricorda che il discepolo di Gesù è un uomo libero, un uomo della Tradizione e della novità, perché si lascia guidare dallo Spirito Santo e non dalle ideologie

L’Antifona d’ingresso del mercoledì della V settimana di Quaresima è una preghiera di liberazione: “Tu mi liberi, Signore, dall'ira dei miei nemici. Tu mi innalzi sopra i miei avversari, e mi salvi dall'uomo violento” (Sal 17). Papa Francesco nell’introdurre la Messa di oggi a Casa Santa Marta rivolge il suo pensiero a chi lavora nei media:

“Oggi vorrei che pregassimo per tutti coloro che lavorano nei media, che lavorano per comunicare, oggi, perché la gente non si trovi tanto isolata; per l’educazione dei bambini, per l’informazione, per aiutare a sopportare questo tempo di chiusura”.

Guarda il video



Nell’omelia, Francesco commenta il Vangelo odierno (Gv 8, 31-42) in cui Gesù dice ai Giudei: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Essere discepolo - ha affermato il Papa - vuol dire lasciarsi guidare dallo Spirito Santo: per questo il discepolo di Gesù è un uomo della Tradizione e della novità, un uomo libero, mai soggetto alle ideologie. 
Di seguito il testo dell'omelia secondo una nostra trascrizione:

In questi giorni, la Chiesa ci fa ascoltare il capitolo ottavo di Giovanni: c’è la discussione tanto forte tra Gesù e i dottori della Legge. E soprattutto, si cerca di far vedere la propria identità: Giovanni cerca di avvicinarci a quella lotta per chiarire la propria identità, sia di Gesù, come l’identità che hanno i dottori. Gesù li mette all’angolo facendo loro vedere le proprie contraddizioni. E loro, alla fine, non trovano altra uscita che l’insulto: è una delle pagine più tristi, è una bestemmia. Insultano la Madonna.

Ma parlando dell’identità, Gesù disse ai giudei che avevano creduto, consiglia loro: “Se rimanete nella mia parola, siete davvero i miei discepoli”. Torna quella parola tanto cara al Signore che la ripeterà tante volte, e poi nella cena: rimanere. “Rimanete in me”. Rimanere nel Signore. Non dice: “Studiate bene, imparate bene le argomentazioni”: questo lo dà per scontato. Ma va alla cosa più importante, quella che è più pericolosa per la vita, se non si fa: rimanere. “Rimanete nella mia parola”. E coloro che rimangono nella parola di Gesù hanno la propria identità cristiana. E qual è? “Siete davvero miei discepoli”. L’identità cristiana non è una carta che dice “io sono cristiano”, una carta d’identità: no. È il discepolato. Tu, se rimani nel Signore, nella Parola del Signore, nella vita del Signore, sarai discepolo. Se non rimani, sarai uno che simpatizza con la dottrina, che segue Gesù come un uomo che fa tanta beneficienza, è tanto buono, che ha dei valori giusti, ma il discepolato è proprio la vera identità del cristiano.

E sarà il discepolato che ci darà la libertà: il discepolo è un uomo libero perché rimane nel Signore. E “rimane nel Signore”, cosa significa? Lasciarsi guidare dallo Spirito Santo. Il discepolo si lascia guidare dallo Spirito, per questo il discepolo è sempre un uomo della tradizione e della novità, è un uomo libero. Libero. Mai soggetto a ideologie, a dottrine dentro la vita cristiana, dottrine che possono discutersi … rimane nel Signore, è lo Spirito che ispira. Quando cantiamo allo Spirito, gli diciamo che è un ospite dell’anima, che abita in noi. Ma questo, soltanto se noi rimaniamo nel Signore.

Chiedo al Signore che ci faccia conoscere questa saggezza di rimanere in Lui e ci faccia conoscere quella familiarità con lo Spirito: lo Spirito Santo ci dà la libertà. E questa è l’unzione. Chi rimane nel Signore è discepolo, e il discepolo è un unto, un unto dallo Spirito, che ha ricevuto l’unzione dello Spirito e la porta avanti. Questa è la strada che Gesù ci fa vedere per la libertà e anche per la vita. E il discepolato è la unzione che ricevono coloro che rimangono nel Signore.

Il Signore ci faccia capire questo che non è facile: perché i dottori non l’avevano capito, non si capisce soltanto con la testa; si capisce con la testa e con il cuore, questa saggezza dell’unzione dello Spirito Santo che ci fa discepoli.

Il Papa ha terminato la celebrazione con l'adorazione e la benedizione eucaristica, invitando a fare la Comunione spirituale. Di seguito la preghiera recitata dal Papa:

Ai Tuoi piedi, o mio Gesù, mi prostro e Ti offro il pentimento del mio cuore che si abissa nel suo nulla nella Tua santa presenza. Ti adoro nel sacramento del Tuo amore, l’Eucaristia. Desidero riceverti nella povera dimora che Ti offre il mio cuore; in attesa della felicità della comunione sacramentale voglio possederti in spirito. Vieni a me, o mio Gesù, che io vengo da Te. Possa il Tuo amore infiammare tutto il mio essere per la vita e per la morte. Credo in Te, spero in Te, Ti amo.

Prima di lasciare la Cappella dedicata allo Spirito Santo, è stata intonata l’antica antifona mariana Ave Regina Caelorum ("Ave Regina dei Cieli"):

“Ave, Regina dei Cieli, ave, Signora degli angeli; porta e radice di salvezza, rechi nel mondo la luce. Godi, Vergine gloriosa, bella fra tutte le donne; salve, o tutta santa, prega per noi Cristo Signore”.
(fonte: Vatican News 1/04/2020)

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Raniero Cantalamessa: Se si ferma la speranza si ferma tutto

Raniero Cantalamessa:
Se si ferma la speranza si ferma tutto

Nella sua terza predica di Quaresima, registrata dalla cappella Redemptoris Mater, il predicatore della Casa pontificia invita a riflettere su Maria ai piedi della croce e, partendo dalla sua partecipazione alle sofferenze di Cristo, la descrive Madre della speranza, virtù che è ossigeno per ogni uomo e per il cammino della Chiesa



“Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala.”: è questa la frase del Vangelo che il padre Raniero Cantalamessa propone oggi alla riflessione del Papa e della Curia romana nella sua terza predica di Quaresima.

Maria non scappa dal Calvario
Maria è sul Calvario, insieme ad altre donne, ma lei è la Madre. Ha assistito alle torture e alle umiliazioni inflitte al Figlio e alla sua crocifissione e, come aveva fatto Gesù, anche a lei - osserva il predicatore - viene chiesto di perdonare. E prosegue affermando che “se Maria poté essere tentata, come lo fu anche Gesù nel deserto, questo avvenne soprattutto sotto la croce". Una tentazione profondissima perchè lei credeva che Gesù era il Figlio di Dio, eppure sotto la croce vede che Gesù non reagisce per liberarsi. E allora anche lei tace:

Umanamente parlando, ci sarebbero stati tutti i motivi, per Maria, di gridare a Dio: "Mi hai ingannata!", o, come gridò un giorno il profeta Geremia: "Mi hai sedotta e io mi sono lasciata sedurre!" e scappare giù per il Calvario. Invece ella non scappò, ma rimase "in piedi", in silenzio, e così facendo è divenuta, in modo tutto speciale, martire della fede, testimone suprema della fiducia in Dio, dietro il Figlio.

Come Maria anche la Chiesa
Maria sul Calvario era unita alla croce di Cristo, era dentro la sua stessa sofferenza, sottolinea padre Cantalamessa, che pone una domanda: se Maria “è figura e specchio della Chiesa, sua primizia e modello”, che cosa ha voluto dire alla Chiesa lo Spirito Santo facendo in modo che nelle Sacre Scritture fosse descritta questa sua presenza accanto alla croce di Cristo? Ci dice ciò che deve fare ogni giorno il credente per imitarla: “Stare accanto a Maria presso la croce di Gesù, come ci stette il discepolo che egli amava”.

Stare accanto alla croce 'di Gesù'
Padre Cantalamessa fa poi una precisazione dicendo che bisogna distinguere tra lo stare "accanto alla croce" e lo stare accanto alla croce "di Gesù" e che è questa la cosa più importante:

Non basta stare presso la croce, cioè nella sofferenza, starci anche in silenzio. Questo sembra già da solo una cosa eroica, eppure non è la cosa più importante. Può essere anzi niente. La cosa decisiva è stare presso la croce "di Gesù". Ciò che conta non è la propria croce, ma quella di Cristo. Non è il soffrire, ma il credere e così appropriarsi della sofferenza di Cristo. La prima cosa è la fede. La cosa più grande di Maria sotto la croce fu la sua fede, più grande ancora che la sua sofferenza.

La fede è purificata dalla sofferenza
Credere veramente nella croce di Cristo, afferma ancora il predicatore, “è prendere la propria croce e andare dietro a Gesù”, è “partecipare alle sue sofferenze” non accettate passivamente, ma vissute attivamente “in unione con Cristo”. Così fede e opere trovano una sintesi: la fede nella croce di Cristo “ha bisogno di passare attraverso la sofferenza per essere autentica”. E spiega che soffrire unisce alla croce di Cristo in modo concreto, “è una specie di canale, di via di accesso, alla croce di Cristo, non parallela alla fede, ma facente un tutt'uno con essa”.

La virtù della speranza
Padre Cantalamessa introduce poi un nuovo tema, quello della speranza. Dice che per l’evangelista Giovanni, che riferisce l’episodio del Calvario, “la croce di Cristo non è solo il momento della morte di Cristo, ma anche quello della sua 'glorificazione' e del trionfo”. In essa è già operante la risurrezione. E dice:

Sul Calvario Maria dunque ha condiviso con il Figlio non solo la morte, ma anche le primizie della risurrezione. Un' immagine di Maria ai piedi della croce, in cui ella appare solo ‘triste, afflitta, piangente’, come canta lo Stabat Mater, cioè solo l'Addolorata, non sarebbe completa. Sul Calvario, ella non è solo la ‘Madre dei dolori’, ma anche la Madre della speranza, ‘Mater spei’, come la invoca la Chiesa in un suo inno.

Maria spera contro ogni speranza
Come Abramo, anche Maria sotto la croce “credette, sperando contro ogni speranza. Maria ha creduto “che Dio era capace di far risuscitare il suo Figlio anche dai morti” e come lei anche la Chiesa, osserva padre Cantalamessa, vive la risurrezione nella speranza. 

Come Maria fu presso il Figlio crocifisso, così la Chiesa è chiamata a stare presso i crocifissi di oggi: i poveri, i sofferenti, gli umiliati e gli offesi. Starci con speranza. Non basta compatire le loro pene o anche cercare di alleviarle. È troppo poco. Questo possono farlo tutti, anche chi non conosce la risurrezione. La Chiesa deve dare speranza, proclamando che la sofferenza non è assurda, ma ha un senso, perché ci sarà una risurrezione da morte. La Chiesa deve ‘dare ragione della speranza che è in lei’.

Senza la speranza si ferma tutto
La speranza è essenziale come l’ossigeno per la vita di ogni persona e anche per la Chiesa, tuttavia, osserva il predicatore “la speranza è stata per molto tempo, ed è tutt'ora, tra le virtù teologali, la sorella minore, la parente povera”. E cita al riguardo un’immagine del poeta Charles Péguy in cui fede, speranza e carità sono come tre sorelle, due grandi e una ancora piccola. Camminano tenendosi per mano, la bambina, che è la Speranza, è al centro. Tutti pensano che siano le due grandi a trascinare la bambina. Si sbagliano, dice il poeta: "è la bambina Speranza che trascina le due sorelle, perché se si ferma la speranza si ferma tutto".

“Dobbiamo - come suggerisce lo stesso poeta - diventare « complici della bambina speranza ». Hai sperato ardentemen­te una cosa, un intervento di Dio, e non è successo niente? Sei tornato a sperare di nuovo la volta successiva, e ancora niente? Tutto è andato avanti come prima, nonostante tante suppliche, tante lacrime, e forse anche tanti segni che questa volta saresti stato esaudito? Tu continua a sperare, spera ancora un'altra vol­ta, spera sempre, fino alla fine. Diventa complice della speranza!”.

Sperare è scoprire che c'è ancora qualcosa da fare 
Diventare complici della speranza, prosegue padre Cantalamessa, significa “permettere a Dio di deluderti, di ingannarti quaggiù tutte le volte che vuole”, permettendoti così “di fare un atto di speranza in più e ogni volta più difficile". La speranza però, avverte padre Cantalamessa, non è solo un atteggiamento interiore, è anche “scoprire che c'è ancora qualcosa che si può fare”.

Quand'anche non ci fosse nulla più da fare da parte nostra per cambiare una certa situazione difficile, resterebbe pur sempre un grande compito da assolvere, tale da tenerci abbastanza impegnati e tenere lontana la disperazione: quello di sopportare con pazienza fino alla fine. Questo fu il grande ‘compito’ che Maria portò a compimento, sperando, sotto la croce, e in questo ella è pronta ora ad aiutare anche noi.

Il sussulto di speranza del profeta Geremia
La Bibbia presenta diversi esempi di ”sussulti di speranza” che cambiano le situazioni più tragiche. Un esempio è l’esperienza del profeta Geremia che conosce la più profonda desolazione ma, dice il padre Cantalamessa, “dal momento che il profeta decide di tornare a sperare, il tono cambia: la lamentazione si trasforma in fiduciosa attesa dell’intervento di Dio”. E conclude invitando a guardare ancora a Maria, Madre della speranza, con l’antico inno:

“Salve , o Madre di misericordia, Madre di Dio e Madre di perdono, Madre di Speranza e Madre di grazia, Madre ricolma di santa allegrezza, o Maria!”.
(fonte Vatican News, Adriana Masotti 27/03/2020)