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martedì 8 gennaio 2019

Solo la collaborazione tra Stati ferma la sopraffazione del più forte ... Papa Francesco, discorso al corpo diplomatico (Testo e Video)

Solo la collaborazione tra Stati 
ferma la sopraffazione del più forte  ... 
 Il buon politico non deve occupare spazi, ma avviare processi; 
egli è chiamato a far prevalere l’unità sul conflitto, 
alla cui base vi è «la solidarietà, i
intesa nel suo significato più profondo e di sfida». 
Papa Francesco, 



discorso al corpo diplomatico -
07.01.2018
 (Testo e Video)




Eccellenze, Signore e Signori,

l’inizio di un nuovo anno ci consente di fermare per qualche istante il frenetico susseguirsi delle attività quotidiane per trarre alcune considerazioni sugli accadimenti passati e riflettere sulle sfide che ci attendono nel prossimo futuro. Vi ringrazio di essere presenti numerosi a questo nostro consueto incontro, che intende essere soprattutto l’occasione propizia per rivolgerci un pensiero cordiale e benaugurante. Attraverso di Voi, giunga la mia vicinanza ai popoli che rappresentate, unitamente all’augurio che l’anno appena iniziato porti pace e benessere a ciascun membro della famiglia umana.
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L’obbedienza alla missione spirituale, che sgorga dall’imperativo che il Signore Gesù ha rivolto all’apostolo Pietro: «Pasci i miei agnelli» (Gv 21,15), spinge il Papa – e dunque la Santa Sede – a preoccuparsi dell’intera famiglia umana e delle sue necessità anche d’ordine materiale e sociale. Tuttavia, la Santa Sede non intende ingerire nella vita degli Stati, bensì ambisce ad essere un ascoltatore attento e sensibile alle problematiche che interessano l’umanità, con il sincero e umile desiderio di porsi al servizio del bene di ogni essere umano.
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Il primato della giustizia e del diritto

Il primo elemento di contatto che vorrei richiamare è il primato della giustizia e del diritto: «Voi – diceva Papa Montini – sancite il grande principio che i rapporti fra i popoli devono essere regolati dalla ragione, dalla giustizia, dal diritto, dalla trattativa, non dalla forza, non dalla violenza, non dalla guerra, e nemmeno dalla paura, né dall’inganno».[3]

Nella nostra epoca, preoccupa il riemergere delle tendenze a far prevalere e a perseguire i singoli interessi nazionali senza ricorrere a quegli strumenti che il diritto internazionale prevede per risolvere le controversie e assicurare il rispetto della giustizia, anche attraverso le Corti internazionali. Tale atteggiamento è talvolta frutto della reazione di quanti sono chiamati a responsabilità di governo dinanzi a un accentuato malessere che sempre più si sta sviluppando tra i cittadini di non pochi Paesi, i quali percepiscono le dinamiche e le regole che governano la comunità internazionale come lente, astratte e in ultima analisi lontane dalle loro effettive necessità. È opportuno che le personalità politiche ascoltino le voci dei propri popoli e che ricerchino soluzioni concrete per favorirne il maggior bene. Ciò esige tuttavia il rispetto del diritto e della giustizia tanto all’interno delle comunità nazionali che in seno a quella internazionale, perché soluzioni reattive, emotive e affrettate potranno sì accrescere un consenso di breve respiro, ma non contribuiranno di certo alla soluzione dei problemi più radicali, anzi li aumenteranno.

Proprio a partire da questa preoccupazione ho inteso dedicare il Messaggio per la LII Giornata Mondiale della Pace, celebratasi lo scorso 1° gennaio, al tema: “La buona politica è al servizio della pace”, poiché vi è un’intima relazione fra la buona politica e la pacifica convivenza fra i popoli e le nazioni. La pace non è mai un bene parziale, ma abbraccia tutto il genere umano. Un aspetto essenziale, dunque, della buona politica è quello di perseguire il bene comune di tutti, in quanto «bene di tutti gli uomini e di tutto l’uomo»[4] e condizione sociale che permette a ciascuna persona e all’intera comunità di raggiungere il proprio benessere materiale e spirituale.

Alla politica è richiesto di essere lungimirante, di non limitarsi a cercare soluzioni di corto respiro. Il buon politico non deve occupare spazi, ma avviare processi; egli è chiamato a far prevalere l’unità sul conflitto, alla cui base vi è «la solidarietà, intesa nel suo significato più profondo e di sfida». Essa «diventa così uno stile di costruzione della storia, un ambito vitale dove i conflitti, le tensioni e gli opposti possono raggiungere una pluriforme unità che genera nuova vita».[5]

Tale considerazione tiene conto dalla dimensione trascendente della persona umana, creata ad immagine e somiglianza di Dio. Il rispetto, dunque, della dignità di ogni essere umano è la premessa indispensabile per ogni convivenza realmente pacifica, e il diritto costituisce lo strumento essenziale per il conseguimento della giustizia sociale e per alimentare vincoli fraterni tra i popoli. In quest’ambito, un ruolo fondamentale è svolto dai diritti umani, enunciati nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, di cui abbiamo da poco celebrato il 70° anniversario, il cui carattere universale, oggettivo e razionale sarebbe opportuno riscoprire, affinché non prevalgano visioni parziali e soggettive dell’uomo, le quali rischiano di aprire la via a nuove disuguaglianze, ingiustizie, discriminazioni e, in estremo, anche a nuove violenze e soprusi.

La difesa dei più deboli

Il secondo elemento che vorrei ricordare è la difesa dei deboli. «Noi facciamo Nostra – affermava Papa Montini – la voce dei poveri, dei diseredati, dei sofferenti, degli anelanti alla giustizia, alla dignità della vita, alla libertà, al benessere e al progresso».[6]

La Chiesa è da sempre impegnata nel sovvenire chi è nel bisogno e la Santa Sede stessa si è fatta, nel corso di questi anni, promotrice di diversi progetti a sostegno dei più deboli, che hanno ricevuto appoggio anche da diversi soggetti a livello internazionale. Tra questi vorrei citare l’iniziativa umanitaria in Ucraina in favore della popolazione sofferente, soprattutto nelle regioni orientali del Paese, a causa del conflitto che perdura da quasi cinque anni e che ha avuto alcuni recenti preoccupanti sviluppi nel Mar Nero. Con un’attiva partecipazione delle Chiese cattoliche d’Europa e dei fedeli di altre parti del mondo che hanno raccolto il mio appello del maggio 2016, e con la collaborazione di altre Confessioni e delle Organizzazioni internazionali, si è cercato di venire incontro, in modo concreto, alle prime necessità degli abitanti dei territori colpiti, che sono le prime vittime della guerra. La Chiesa e le sue varie istituzioni proseguiranno questa loro missione, nell’intento di attirare una maggiore attenzione anche su altre questioni umanitarie, tra cui quella riguardante la sorte dei prigionieri, tuttora numerosi. Col proprio operato e la vicinanza alla popolazione, la Chiesa cerca di incoraggiare, direttamente e indirettamente, percorsi pacifici per la soluzione del conflitto, percorsi rispettosi della giustizia e della legalità, compresa quella internazionale, fondamento della sicurezza e della convivenza nell’intera regione. A tal fine, sono importanti gli strumenti che garantiscono il libero esercizio dei diritti religiosi.

Da parte sua, anche la comunità internazionale con le sue organizzazioni è chiamata a dare voce a chi non ha voce. E tra i senza voce del nostro tempo vorrei ricordare le vittime delle altre guerre in corso, specialmente di quella in Siria, con l’immenso numero di morti che ha causato. Ancora una volta faccio appello alla comunità internazionale perché si favorisca una soluzione politica ad un conflitto che alla fine vedrà solo sconfitti. Soprattutto è fondamentale che cessino le violazioni del diritto umanitario, che provocano indicibili sofferenze alla popolazione civile, specialmente donne e bambini, e colpiscono strutture essenziali come gli ospedali, le scuole e i campi-profughi, nonché gli edifici religiosi.

Non si possono poi dimenticare i numerosi profughi che il conflitto ha causato, mettendo anzitutto a dura prova i Paesi limitrofi. Ancora una volta voglio esprimere gratitudine alla Giordania e al Libano che hanno accolto con spirito fraterno e con non pochi sacrifici, numerose schiere di persone, esprimendo in pari tempo l’auspicio che i rifugiati possano fare rientro in patria, in condizioni di vita e di sicurezza adeguate. Il mio pensiero va pure ai diversi Paesi europei che hanno generosamente offerto ospitalità a chi si è trovato in difficoltà e pericolo.

Tra quanti sono stati toccati dall’instabilità che da anni coinvolge il Medio Oriente vi sono specialmente i cristiani, che abitano quelle terre dai tempi degli Apostoli e che nei secoli hanno contribuito a edificarle e forgiarle. È oltremodo importante che i cristiani abbiano un posto nel futuro della Regione, e dunque incoraggio quanti hanno cercato rifugio in altri luoghi di fare il possibile per ritornare alle loro case e comunque a mantenere e a rinsaldare i legami con le comunità d’origine. In pari tempo, auspico che le autorità politiche non manchino di garantire loro la necessaria sicurezza e tutti gli altri requisiti che permettano ad essi di continuare a vivere nei Paesi di cui sono cittadini a pieno titolo e contribuire alla loro costruzione.

Purtroppo, nel corso di questi anni, la Siria e in generale tutto il Medio Oriente si sono trovati ad essere teatro di scontro di molteplici interessi contrapposti. Oltre a quelli preminenti di natura politica e militare, non bisogna tralasciare pure il tentativo di frapporre inimicizia fra musulmani e cristiani. Anche se «nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani e musulmani»,[7] in diversi luoghi del Medio Oriente essi hanno potuto per lungo tempo convivere pacificamente. Prossimamente avrò l’occasione di recarmi in due Paesi a maggioranza musulmana, il Marocco e gli Emirati Arabi Uniti. Si tratterà di due importanti opportunità per sviluppare ulteriormente il dialogo interreligioso e la reciproca conoscenza fra i fedeli di entrambe le religioni, nell’ottavo centenario dello storico incontro tra san Francesco d’Assisi e il sultano al-Malik al-Kāmil.

Tra i deboli del nostro tempo che la comunità internazionale è chiamata a difendere ci sono, insieme ai rifugiati, anche i migranti. Ancora una volta desidero richiamare l’attenzione dei Governi affinché si presti aiuto a quanti sono dovuti emigrare a causa del flagello della povertà, di ogni genere di violenza e di persecuzione, come pure delle catastrofi naturali e degli sconvolgimenti climatici, e affinché si facilitino le misure che permettono la loro integrazione sociale nei Paesi di accoglienza. Occorre poi che ci si adoperi perché le persone non siano costrette ad abbandonare la propria famiglia e nazione, o possano farvi ritorno in sicurezza e nel pieno rispetto della loro dignità e dei loro diritti umani. Ogni essere umano anela a una vita migliore e più felice e non si può risolvere la sfida della migrazione con la logica della violenza e dello scarto, né con soluzioni parziali.

Non posso dunque che essere grato per gli sforzi di tanti governi e istituzioni che, mossi da generoso spirito di solidarietà e di carità cristiana, collaborano fraternamente in favore dei migranti. Tra questi desidero menzionare la Colombia, che, insieme con altri Paesi del continente, negli ultimi mesi ha accolto un ingente numero di persone provenienti dal Venezuela. In pari tempo, sono consapevole che le ondate migratorie di questi anni hanno causato diffidenza e preoccupazione tra la popolazione di molti Paesi, specialmente in Europa e nel Nord America, e ciò ha spinto diversi governi a limitare fortemente i flussi in entrata, anche se in transito. Tuttavia, ritengo che a una questione così universale non si possano dare soluzioni parziali. Le recenti emergenze hanno mostrato che è necessaria una risposta comune,concertata da tutti i Paesi, senza preclusioni e nel rispetto di ogni legittima istanza, sia degli Stati, sia dei migranti e dei rifugiati.

In tale prospettiva, la Santa Sede si è adoperata attivamente nei negoziati e per l’adozione dei due Global Compacts sui Rifugiati e sulla Migrazione sicura, ordinata e regolare. In particolare, il Patto sulle migrazioni costituisce un importante passo avanti per la comunità internazionale che, nell’ambito delle Nazioni Unite, affronta per la prima volta a livello multilaterale il tema in un documento di rilievo. Nonostante la non-obbligatorietà giuridica di questi documenti e l’assenza di vari Governi alla recente Conferenza delle Nazioni Unite a Marrakech, i due Compacts saranno importanti punti di riferimento per l’impegno politico e per l’azione concreta di organizzazioni internazionali, legislatori e politici, come pure per coloro che sono impegnati per una gestione più responsabile, coordinata e sicura delle situazioni che riguardano i rifugiati e i migranti a vario titolo. Di entrambi i Patti, la Santa Sede apprezza l’intento e il carattere che ne facilita la messa in pratica, pur avendo espresso riserve circa quei documenti, richiamati nel Patto riguardante le migrazioni, che contengono terminologie e linee guida non corrispondenti ai suoi principi circa la vita e i diritti delle persone.

Tra gli altri deboli, «sentiamo di fare Nostra – continuava Paolo VI – la voce […] dei giovani delle presenti generazioni, che sognano a buon diritto una migliore umanità».[8] Ai giovani, che tante volte si sentono smarriti e privi di certezze per l’avvenire, è stata dedicata la XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi. Essi saranno pure i protagonisti del viaggio apostolico che compirò a Panama tra qualche giorno in occasione della XXXIV Giornata Mondiale della Gioventù. I giovani sono il futuro, e compito della politica è aprire le strade del futuro. Per questo è quanto mai necessario investire in iniziative che permettano alle prossime generazioni di costruirsi un avvenire, avendo la possibilità di trovare lavoro, formare una famiglia e crescere dei figli.

Accanto ai giovani meritano particolare menzione i fanciulli, specialmente in quest’anno in cui ricorre il 30° anniversario dell’adozione della Convenzione sui Diritti del Fanciullo. Si tratta di un’occasione propizia per una seria riflessione sui passi compiuti per vigilare sul bene dei nostri piccoli e sul loro sviluppo sociale e intellettuale, come pure sulla loro crescita fisica, psichica e spirituale. In questa circostanza non posso tacere una delle piaghe del nostro tempo, che purtroppo ha visto protagonisti anche diversi membri del clero. Gli abusi contro i minori costituiscono uno dei crimini più vili e nefasti possibili. Essi spazzano via inesorabilmente il meglio di ciò che la vita umana riserva ad un innocente, arrecando danni irreparabili per il resto dell’esistenza. La Santa Sede e la Chiesa tutta intera si stanno impegnando per combattere e prevenire tali delitti e il loro occultamento, per accertare la verità dei fatti in cui sono coinvolti ecclesiastici e per rendere giustizia ai minori che hanno subìto violenze sessuali, aggravati da abusi di potere e di coscienza. L’incontro che avrò con gli episcopati di tutto il mondo nel prossimo febbraio intende essere un ulteriore passo nel cammino della Chiesa per fare piena luce sui fatti e lenire le ferite causate da tali delitti.

Duole constatare che nelle nostre società, tante volte caratterizzate da contesti familiari fragili, si sviluppano comportamenti violenti anche nei confronti delle donne, la cui dignità è stata al centro della Lettera Apostolica Mulieris dignitatem, pubblicata trent’anni or sono dal santo Pontefice Giovanni Paolo II. Davanti alla piaga degli abusi fisici e psicologici sulle donne, c’è l’urgenza di riscoprire forme di relazioni giuste ed equilibrate, basate sul rispetto e sul riconoscimento reciproci, nelle quali ciascuno possa esprimere in modo autentico la propria identità, mentre la promozione di talune forme di indifferenziazione rischia di snaturare lo stesso essere uomo o donna.

L’attenzione per i più deboli ci spinge a riflettere anche su un’altra piaga del nostro tempo, ovvero le condizioni dei lavoratori. Se non adeguatamente tutelato, il lavoro cessa di essere il mezzo attraverso il quale l’uomo si realizza e diventa una moderna forma di schiavitù. Cento anni fa nasceva l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, che si è adoperata per favorire condizioni adeguate di lavoro e accrescere la dignità degli stessi lavoratori. Dinanzi alle sfide del nostro tempo, prime fra tutte il crescente sviluppo tecnologico che sottrae posti di lavoro e il venir meno di garanzie economiche e sociali per i lavoratori, esprimo l’auspicio che l’Organizzazione Internazionale del Lavoro continui ad essere, al di là degli interessi parziali, esempio di dialogo e concertazione per il raggiungimento dei suoi alti obiettivi. In questa sua missione essa è chiamata ad affrontare, con altre istanze della comunità internazionale, anche la piaga del lavoro minorile e delle nuove forme di schiavitù, così come una progressiva diminuzione del valore delle retribuzioni, specialmente nei Paesi sviluppati, e la persistente discriminazione delle donne negli ambiti lavorativi.

Essere ponte tra i popoli e costruttori della pace

Nel suo intervento alle Nazioni Unite, san Paolo VI indicò chiaramente l’obiettivo principale di quella Organizzazione internazionale. «Voi – disse – esistete ed operate per unire le Nazioni, per collegare gli Stati; […] per mettere insieme gli uni con gli altri. […] Siete un ponte fra i Popoli. […] Basta ricordare che il sangue di milioni di uomini e innumerevoli e inaudite sofferenze, inutili stragi e formidabili rovine sanciscono il patto che vi unisce, con un giuramento che deve cambiare la storia futura del mondo: non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei Popoli e dell’intera umanità! […] E voi sapete che la pace non si costruisce soltanto con la politica e con l’equilibrio delle forze e degli interessi, ma con lo spirito, con le idee, con le opere della pace».[9]

Nel corso dell’ultimo anno vi sono stati alcuni significativi segnali di pace, a cominciare dallo storico Accordo tra Etiopia ed Eritrea, che pone fine a vent’anni di conflitto e ripristina le relazioni diplomatiche fra i due Paesi. Anche l’intesa sottoscritta dai leader del Sud Sudan, che consente di riprendere la convivenza civile e di riattivare il funzionamento delle istituzioni nazionali, è un segno di speranza per il Continente africano, dove tuttavia permangono gravi tensioni e diffusa povertà. Seguo con speciale attenzione l’evolversi della situazione nella Repubblica Democratica del Congo, esprimendo l’auspicio che il Paese possa ritrovare la riconciliazione che da tempo attende e intraprendere un deciso cammino verso lo sviluppo, ponendo fine al persistente stato di insicurezza che interessa milioni di persone, tra cui tanti bambini. A tal fine, il rispetto del risultato elettorale è fattore determinante per una pace sostenibile. Parimenti esprimo la mia vicinanza a quanti soffrono a causa della violenza fondamentalista, specialmente in Mali, Niger e Nigeria, o per le perduranti tensioni interne al Camerun che seminano non di rado morte anche tra la popolazione civile.

Nel complesso, occorre pure rilevare che l’Africa, al di là di diverse drammatiche vicende, rivela un potenziale dinamismo positivo, radicato nella sua antica cultura e tradizionale accoglienza. Un esempio di solidarietà effettiva tra le Nazioni è costituito dall’apertura delle frontiere in diversi Paesi per accogliere generosamente i rifugiati e gli sfollati. È da apprezzare il fatto che in molti Stati cresce la pacifica convivenza tra credenti di diverse religioni e si favoriscono iniziative solidali comuni. Inoltre, l’implementazione di politiche inclusive e i progressi dei processi democratici stanno dando, in molteplici regioni, risultati efficaci per combattere la povertà assoluta e promuovere la giustizia sociale. Il sostegno della comunità internazionale si rende, dunque, ancora più urgente per favorire lo sviluppo delle infrastrutture, la costruzione di prospettive per le giovani generazioni e l’emancipazione delle fasce più deboli.

Segnali positivi sono giunti dalla penisola coreana. La Santa Sede guarda con favore ai dialoghi e si augura che possano affrontare anche le questioni più complesse con atteggiamento costruttivo e condurre a soluzioni condivise e durature, così da assicurare un futuro di sviluppo e di cooperazione per l’intero popolo coreano e per tutta la Regione.

Analogo auspicio formulo per l’amato Venezuela, affinché si trovino vie istituzionali e pacifiche per dare soluzione alla crisi politica, sociale ed economica, vie che consentano innanzitutto di assistere quanti sono provati dalle tensioni di questi anni e offrire a tutto il popolo venezuelano un orizzonte di speranza e di pace.

La Santa Sede auspica pure che possa riprendere il dialogo fra Israeliani e Palestinesi, così che si riesca finalmente a raggiungere un’intesa e dare risposta alle legittime aspirazioni di entrambi i popoli, garantendo la convivenza di due Stati e il conseguimento di una pace lungamente attesa e desiderata. L’impegno concorde della comunità internazionale è quanto mai prezioso e necessario per conseguire tale obiettivo, come pure per favorire la pace nell’intera Regione, particolarmente dello Yemen e dell’Iraq, e permettere nel medesimo tempo di recare i necessari aiuti umanitari alle popolazioni bisognose.

Ripensare al nostro destino comune

Infine, vorrei richiamare un quarto tratto della diplomazia multilaterale: essa ci invita a ripensare il nostro destino comune. Paolo VI lo ebbe a dire in questi termini: «Dobbiamo abituarci a pensare […] in maniera nuova la convivenza dell’umanità, in maniera nuova le vie della storia e i destini del mondo. […] È l’ora in cui […] ripensare, cioè, alla nostra comune origine, alla nostra storia, al nostro destino comune. Mai come oggi, in un’epoca di tanto progresso umano, si è reso necessario l’appello alla coscienza morale dell’uomo! Il pericolo non viene né dal progresso né dalla scienza. […] Il pericolo vero sta nell’uomo, padrone di sempre più potenti strumenti, atti alla rovina ed alle più alte conquiste!».[10]

Nel contesto dell’epoca, il Pontefice si riferiva essenzialmente alla proliferazione delle armi nucleari. «Le armi – diceva –, quelle terribili specialmente, che la scienza moderna [ci] ha date, ancor prima che produrre vittime e rovine, generano cattivi sogni, alimentano sentimenti cattivi, creano incubi, diffidenze e propositi tristi, esigono enormi spese, arrestano progetti di solidarietà e di utile lavoro, falsano la psicologia dei popoli».[11]

Purtroppo, duole constatare che non solo il mercato delle armi non sembra subire battute d’arresto, ma anzi che vi è una sempre più diffusa tendenza ad armarsi, tanto da parte dei singoli che da parte degli Stati. Preoccupa specialmente che il disarmo nucleare, ampiamente auspicato e in parte perseguito nei decenni passati, stia ora lasciando il posto alla ricerca di nuove armi sempre più sofisticate e distruttive. In questa sede, intendo ribadire che «non possiamo non provare un vivo senso di inquietudine se consideriamo le catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali che derivano da qualsiasi utilizzo degli ordigni nucleari. Pertanto, anche considerando il rischio di una detonazione accidentale di tali armi per un errore di qualsiasi genere, è da condannare con fermezza la minaccia del loro uso – mi viene da dire l’immoralità del loro uso – nonché il loro stesso possesso, proprio perché la loro esistenza è funzionale a una logica di paura che non riguarda solo le parti in conflitto, ma l’intero genere umano. Le relazioni internazionali non possono essere dominate dalla forza militare, dalle intimidazioni reciproche, dall’ostentazione degli arsenali bellici. Le armi di distruzione di massa, in particolare quelle atomiche, altro non generano che un ingannevole senso di sicurezza e non possono costituire la base della pacifica convivenza fra i membri della famiglia umana, che deve invece ispirarsi ad un’etica di solidarietà».[12]

Ripensare il nostro destino comune nel contesto attuale significa anche ripensare il rapporto col nostro Pianeta. Anche quest’anno indicibili disagi e sofferenze provocate da alluvioni, inondazioni, incendi, terremoti e siccità hanno colpito duramente le popolazioni di varie regioni del continente americano e del sud-est asiatico. Tra le questioni su cui è particolarmente urgente trovare un accordo in seno alla comunità internazionale vi è dunque la cura dell’ambiente e il cambiamento climatico. Al riguardo, anche alla luce del consenso raggiunto alla recente Conferenza internazionale sul clima (COP-24) svoltasi a Katowice, auspico un impegno più deciso da parte degli Stati a rafforzare la collaborazione nel contrastare con urgenza il preoccupante fenomeno del riscaldamento globale. La Terra è di tutti e le conseguenze del suo sfruttamento ricadono su tutta la popolazione mondiale, con effetti più drammatici in alcune regioni. Tra queste vi è l’Amazzonia, che sarà al centro della prossima Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi prevista in Vaticano nel mese di ottobre, la quale, pur trattando principalmente dei cammini di evangelizzazione per il popolo di Dio, non mancherà anche di affrontare le problematiche ambientali in stretto rapporto con le ricadute sociali.

Eccellenze, Signore e Signori,

il 9 novembre 1989 cadeva il Muro di Berlino. Da lì a pochi mesi si sarebbe posto fine all’ultimo retaggio del secondo conflitto mondiale: la lacerante divisione dell’Europa decisa a Yalta e la guerra fredda. I Paesi a est della cortina di ferro ritrovarono la libertà dopo decenni di oppressione e molti di essi iniziarono a incamminarsi lungo la strada che li avrebbe portati ad aderire all’Unione Europea. Nel contesto attuale, in cui prevalgono nuove spinte centrifughe e la tentazione di erigere nuove cortine, non si perda in Europa la consapevolezza dei benefici – primo fra tutti la pace – apportati dal cammino di amicizia e avvicinamento tra i popoli intrapreso nel secondo dopoguerra.
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Leggi anche il post già pubblicato:
- «La buona politica è al servizio della pace» Messaggio per la 52ª Giornata Mondiale della Pace del 1° gennaio 2019 (testo integrale)

«La vita del cristiano è concretezza nella fede in Gesù Cristo e nella carità, ma è anche vigilanza spirituale» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
7 gennaio 2019
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:
“La concretezza dell’amore cristiano”



Ci vuole la concretissima «pazzia apostolica dei santi» di ogni epoca — capaci di «bruciare» la proprio vita soccorrendo i migranti o stando tra i lebbrosi — per essere cristiani per davvero. È il pratico consiglio suggerito da Papa Francesco lunedì mattina, 7 gennaio, nella prima omelia del 2019 pronunciata durante la messa a Santa Marta.

«L’apostolo Giovanni — ha subito fatto presente il Pontefice, riferendosi alla lettura liturgica (1 Giovanni 3, 22-4,6) — nella prima lettera ai cristiani ci sfida» con «una bella sfida: qualsiasi cosa gli chiediamo la riceviamo da Dio, a patto che osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito». E questo significa, ha spiegato Francesco, che «l’accesso a Dio è aperto, la porta è aperta e la chiave è questa: osservare i suoi comandamenti e fare quello che gli è gradito».

E «il suo comandamento, il primo comandamento, il fondamento della nostra fede», ha affermato il Papa, è «che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri: queste due cose». Perciò, ha rilanciato, «se noi crediamo in Gesù Cristo e se ci amiamo gli uni gli altri, la porta a Dio è aperta, l’accesso è aperto e possiamo chiedere quello che vogliamo, con coraggio, io direi anche “sfacciatamente”, con coraggio, ma a patto che facciamo queste due cose».

Per credere in Gesù Cristo non basta solo dire: «sì, padre, io credo in Gesù Cristo, guardo il crocifisso e, sì , è il Figlio di Dio». In realtà, ha spiegato il Pontefice, «Giovanni va oltre» e dice: significa «credere che Dio, il Figlio di Dio è venuto in carne, si è fatto uno di noi». Proprio «questa è la fede in Gesù Cristo: un Gesù Cristo, un Dio concreto, che è stato concepito nel grembo di Maria, che è nato a Betlemme, che è cresciuto come un bimbo, che è fuggito in Egitto, che è tornato a Nazaret, che ha imparato a leggere col papà, a lavorare, andare avanti e poi la predica».

È sulla concretezza che ha insistito il Pontefice: «Concreto, un uomo concreto, un uomo che è Dio ma uomo. Non è Dio travestito da uomo. No. Uomo, Dio che si è fatto uomo. La carne di Cristo. Questa è la concretezza del primo comandamento».

Anche il secondo comandamento, ha fatto notare Francesco, «è concreto: amare, amarci gli uni gli altri, amore concreto, non amore di fantasia», che magari porta a dire «Ti voglio bene, ah quanto ti voglio bene!» e poi «con la mia lingua ti distruggo con le chiacchiere: no, no, questo no».

L’amore è «concreto», ha ripetuto il Papa. E «i comandamenti di Dio sono concretezza», perché «il criterio del cristianesimo è la concretezza, non le idee e le belle parole». Sulla «concretezza», dunque, «è la sfida: se noi osserviamo questi due comandamenti, rimaniamo in Dio, la nostra vita è vita in Dio e lui rimane in noi». Proprio «questo è il fondamento di quello che l’apostolo Giovanni spiega».

«Giovanni è un appassionato dell’incarnazione di Dio» ha osservato il Papa, ricordando che, nel prologo del suo vangelo, dice: «E il Verbo si è fatto carne». Dunque, davvero Giovanni «è un appassionato, perché ha capito il mistero di Gesù». E proprio «la sua amicizia con Gesù gli ha fatto capire questo». Giovanni «poi continua — ha affermato Francesco — ma questi sono i due comandamenti concreti».

Scrive Giovanni nella sua prima lettera: «Non prestate fede ad ogni spirito — cioè a ogni ispirazione, a ogni opinione — ma mettete alla prova gli spiriti». E questo significa, ha spiegato Francesco, che «quando ti viene un’idea su Gesù, sulla gente, sul fare qualcosa, sul pensare che la redenzione va su quella strada, metti alla prova quell’ispirazione». Del resto, «la vita del cristiano è concretezza nella fede in Gesù Cristo e nella carità, ma è anche vigilanza spirituale, perché ti vengono sempre idee o falsi profeti che ti propongono un Cristo “soft”, senza tanta carne, e l’amore verso il prossimo è un po’ relativo». Così si finisce per dire: «sì, questi sì che sono dalla mia parte ma quelli, no».

Però, ha messo in guardia il Pontefice, «quando si incominciano a instillare queste derive ci allontaniamo». Ed è «per questo» che «l’atteggiamento del cristiano» deve mettere al primo posto «la fede: Cristo è venuto in carne e la fede è nel grande comandamento, l’amore concreto». In secondo luogo, occorre «stare attenti e discernere cosa succede». E così, ha suggerito, è opportuno discernere se «mi è venuto in mente di fare» qualcosa. E «discernerlo con questa grande verità: l’incarnazione del Verbo e l’amore concreto». Ecco il consiglio di Giovanni nella sua lettera: «Mettete alla prova gli spiriti — cioè l’ispirazione — per saggiare se provengono veramente da Dio, perché molti falsi profeti sono venuti nel mondo».

Il Papa non ha mancato di mettere in guardia dal «diavolo che sempre cerca di allontanarci da Gesù, dal rimanere in Gesù». Per questo «la vigilanza spirituale» è importante. «Il cristiano alla fine della giornata — ha suggerito Francesco — deve prendere due, tre, cinque minuti e dire: “ma cosa è successo nel mio cuore oggi?”». Deve verificare con se stesso non tanto se ha fatto «quel peccato o l’altro, questo riguarda il sacramento della riconciliazione», ma «cosa è successo» nel suo cuore, «quale ispirazione è venuta, quale voglia di fare qualcosa». Le domande da fare a se stessi, ha aggiunto il Pontefice, sono: «Questo è rimanere nel Signore? È secondo lo spirito del Signore?». Certo, a «volte uno può dire: “ma questo che mi è venuto in mente è una pazzia”; ma forse è una “pazzia” del Signore».

«Oggi fra voi — ha confidato il Papa — c’è un uomo che da più di quarant’anni ha lasciato l’Italia per fare il missionario fra i lebbrosi nel Brasile. Ma è forse un “pazzo”? È un pazzo ad andare lì con i lebbrosi a bruciare la vita ma chi lo ha spinto a questo?». La risposta è «lo Spirito del Signore, perché lo Spirito delle volte ci spinge alle “pazzie”, ma alle grandi “pazzie” di Dio».

In questa prospettiva, ha detto il Pontefice, non bisogna «avere paura ma discernere: cosa succede in me». E ad «aiutare a discernere» c’è «il popolo di Dio, la Chiesa, la unanimità della Chiesa, il fratello, la sorella che hanno il carisma di aiutarci a vedere chiaro». È per questo, ha proseguito Francesco, che «è importante per il cristiano il colloquio spirituale con gente di autorità spirituale: non è necessario andare fino dal Papa o fino dal vescovo per vedere se quello che sento è buono: c’è tanta gente, sacerdoti, religiose, laici, che hanno questa capacità di aiutarci a vedere cosa succede nel mio spirito per non sbagliare».

Gesù stesso, ha affermato il Pontefice, «ha dovuto fare questo all’inizio della vita, quando il diavolo gli ha fatto la visita nel deserto e gli ha proposto tre cose che non erano secondo lo spirito di Dio e lui ha respinto il diavolo, con la parola di Dio». Allora «se a Gesù è successo quello, figuriamoci a noi! Ma non dobbiamo avere paura». La domanda da porsi è: «Questa idea, questo sentimento, questa voglia è di Dio? E come faccio?». La risposta sta sempre nella «concretezza». E ancora: «Questo mi porta a credere che Dio è venuto in carne, in Gesù Cristo? Questo mi porta ad amare più i fratelli?». Se la risposta è «sì», significa che «è di Dio». Ma se, invece, la risposta è «no», vuol dire che «non è del Signore: è un falso profeta».

Del resto, ha proseguito Francesco, «anche nel tempo di Gesù c’era gente con buona volontà ma che pensava che la strada di Dio fosse un’altra. Pensiamo ai farisei, ai sadducei, agli esseni o agli zeloti: tutti avevano la legge in mano ma non sempre hanno preso le strade migliori». In realtà, ha suggerito il Papa, ci vuole comunque «la mitezza dell’obbedienza. Per questo il popolo di Dio va avanti sempre nella concretezza: la concretezza della carità, la concretezza della fede, la concretezza della Chiesa e questo è il senso della disciplina della Chiesa».

Infatti, ha spiegato il Pontefice, «quando la disciplina della Chiesa è in questa concretezza, aiuta a crescere, evitando filosofie dei farisei o dei sadducei, che portano alla casistica» e non fanno «crescere spiritualmente». Dunque, ha ribadito il Papa, «il senso è questo: la concretezza, essere concreti, perché Dio si è fatto concreto, nato da donna concreta, ha vissuto una vita concreta, è morto di una morte concreta e ci chiede di amare i fratelli e le sorelle concreti». Con la consapevolezza che «alcuni non sono facili da amare».

«Anche a me — ha confidato Francesco — aiuta quando vedo che qualcuno non è facile da amare e mi domando: ma io sono facile da amare da questo, da questo, da questo? E mi fermo lì perché se vado più avanti diventerò rosso dalla vergogna». Allora ci vogliono «concretezza, discernimento e obbedienza alla Chiesa, al popolo di Dio che è incarnato».

«Non dimentichiamo — ha raccomandato Francesco — due grandi verità del cristianesimo: il Verbo è venuto in carne» e « dobbiamo amarci gli uni gli altri, concreti». Certo, ha riconosciuto, «poi ci sono le proposte che non hanno queste concretezze e ci fanno sognare o andare in un altro mondo: è un po’ come fa quando uno beve due bicchieri di troppo e va in un altro mondo, crede in un’altra fantasia». Ma, appunto, «queste sono fantasie».

«La pietra di paragone è la concretezza» ha ripetuto il Papa avviandosi alla conclusione dell’omelia. È «la concretezza per rimanere in Dio con questi due comandamenti nel popolo di Dio, nella Chiesa e nella disciplina della Chiesa». E «i santi hanno fatto questo e per questo hanno fatto tante “pazzie”, pazzie apostoliche: leggete per esempio — ha proposto — la vita di madre Cabrini, cosa ha fatto questa donna! In viaggio, sempre, per curare i migranti; e nomino questa per nominare una alla mano, ma ce ne sono tanti, tanti». Perché «i santi sono i “pazzi”, i pazzi della concretezza: loro ci aiutino — ha auspicato — a camminare in questa concretezza e a discernere bene cosa fare».

(fonte: L'Osservatore Romano)

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lunedì 7 gennaio 2019

Preghiere di pace nel giorno di Natale per le chiese orientali e gli auguri di Papa Francesco

Un augurio cordiale quello di Francesco dopo la preghiera mariana dell'Angelus del 6 gennaio, per tutti i cristiani che vivono la vigilia del Natale secondo il calendario giuliano

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Papa Francesco, in un videomessaggio alla Chiesa Copto-ortodossa d'Egitto in occasione dell'inaugurazione della nuova Cattedrale della Natività, auspica che "Il Principe della pace doni all'Egitto, al Medio Oriente e a tutto il mondo il dono della pace e della prosperità"

Nel videomessaggio Papa Francesco, oltre a porgere i propri auguri per il Natale e per il nuovo anno, rivolge il suo speciale saluto "in occasione della dedicazione della nuova cattedrale della Natività". La cattedrale sorge nel territorio di quella che sarà la capitale amministrativa egiziana, in una zona desertica a circa 45 chilometri ad est del Cairo. Le parole del Papa arrivano in un clima di tensione per l'attentato di ieri sera alla chiesa di Nasr City in cui è rimasto ucciso un artificiere nel tentativo di disinnescare la bomba collocata all'interno. Il portavoce della Chiesa ortodossa copta, il vescovo Boulos Halim, ha fatto sapere che l'edificio non ha subito gravi danni. 
Di seguito il testo del videomessaggio del Papa:


Cari fratelli e sorelle, buon Natale e felice anno nuovo!
Con gioia saluto tutti voi nella lieta occasione della dedicazione della nuova Cattedrale della Natività, costruita nella nuova capitale amministrativa.
Il Principe della pace doni all'Egitto, al Medio Oriente e a tutto il mondo il dono della pace e della prosperità.
Un saluto speciale porgo al mio tanto caro fratello Sua Santità Papa Tawadros II e alla cara Chiesa Copta Ortodossa, che ha saputo dare una vera testimonianza di fede e di carità anche nei momenti più difficili.
Carissimi fratelli e sorelle, voi avete dei martiri che danno forza alla vostra fede. Grazie per il vostro esempio.
Un deferente saluto rivolgo al Governo egiziano e al Signor Presidente Abdel Fattah al-Sisi.

Guarda il videomessaggio del Papa alla Chiesa copto-ortodossa d'Egitto


Preghiere di pace nel giorno di Natale per le chiese orientali

Festa di Natale oggi, secondo il calendario Giuliano, per milioni di cristiani sparsi nel mondo, fedeli di Chiese orientali
Natale a Il Cairo celebrato dal Patriarca Tawadros
“Preghiamo per la pace nel mondo intero” e perché “Dio doni gioia a tutte le persone”: così il patriarca Tawadros II, capo della Chiesa copta ortodossa, in risposta all’augurio di buon Natale, “nel segno della comunione” tra tutti i cristiani, rivolto ieri da Papa Francesco ai fedeli delle Chiese orientali, cattoliche e ortodosse, che seguono il calendario Giuliano.

Se c’è crimine nel mondo è per assenza di amore

In un video messaggio, rivolto a tutti i copti nel mondo, il patriarca d’Alessandria, ricorda che “la festa del Natale è un’opportunità” per essere ricolmati dell’amore di Dio, che “non ha inviato un angelo o un arcangelo o un profeta, un politico o un ambasciatore, ma è venuto lui stesso”, “perché Dio ama veramente l’uomo, con azioni e non a parole”. E se “il mondo assiste ad una crescita di violenza, crimine e terrorismo”, tutto ciò avviene, lamenta Tawadros, “perché nel cuore dell’uomo è assente l’amore.”

Riempirsi di pace per rifiutare la violenza

Tra le chiese cattoliche oggi in festa per la nascita del Salvatore, quella greco-ucraina, guidata dall’arcivescovo maggiore Sviatoslav Shevchuk: “celebrare il Natale – sottolinea il presule - significa riempirsi della pace del cielo e dire ‘no’ alla violenza”, “nelle parole e nelle azioni”, sia nella vita privata “soprattutto in famiglia, nel rapporto tra marito e moglie o tra genitori e figli” che “su tutti i fronti della guerra”. “Non permettiamo – ammonisce mons. Shevchuk - che la cieca violenza fisica o morale diventi nella società in cui viviamo, un mezzo di lotta politica”.

Messe in tutto il mondo per accogliere Gesù

A celebrare oggi la Nascita di Gesù, anche i cristiani ortodossi in Russia, in Bielorussia, Serbia, Croazia, Macedonia, Terra Santa e i tanti fedeli osservanti del calendario Giuliano nelle comunità sparse in tutto il mondo. Solenni Messe nella notte di Natale si sono svolte in tutto il mondo, con la partecipazione anche di autorità civili: oltre che in Egitto, nella nuova cattedrale della Natività, eretta dove sorgerà la capitale amministrativa ad est del Cairo e a Kiev in Ucraina, nella cattedrale di Santa Sofia, anche a Betlemme nella chiesa della Natività, dove ha officiato il patriarca greco ortodosso, Teofilo III; a Mosca, nella cattedrale del Cristo Salvatore, dove il rito è stato presieduto dal Patriarca di Mosca e di tutta la Russia, Cirillo I, alla presenza del primo ministro Medvedev; a San Pietroburgo nella cattedrale della Trasfigurazione, cui ha partecipato il capo di Stato Putin; a Belgrado, nel tempio di San Sava, dove ha celebrato il patriarca Ireneo, primate della chiesa ortodossa serba; a Sydney, nella chiesa ortodossa copta di san Marco e in ogni angolo del pianeta dove Gesù era atteso come Signore e Salvatore.


«Facciamo un po’ di silenzio nel nostro cuore e lasciamoci illuminare dalla luce di Gesù. Non permettiamo alle nostre paure di chiuderci il cuore, ma abbiamo il coraggio di aprirci a questa luce che è mite e discreta. » Papa Francesco Angelus 06/01/2019 (testo e video)


SOLENNITÀ DELL'EPIFANIA DEL SIGNORE
PAPA FRANCESCO
ANGELUS
Piazza San Pietro
Domenica, 6 gennaio 2019


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi, solennità dell’Epifania del Signore, è la festa della manifestazione di Gesù, simboleggiata dalla luce. Nei testi profetici questa luce è promessa: si promette la luce. Isaia, infatti, si rivolge a Gerusalemme con queste parole: «Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te» (60,1). L’invito del profeta – ad alzarsi perché viene la luce – appare sorprendente, perché si colloca all’indomani del duro esilio e delle numerose vessazioni che il popolo aveva sperimentato.

Questo invito, oggi, risuona anche per noi che abbiamo celebrato il Natale di Gesù e ci incoraggia a lasciarci raggiungere dalla luce di Betlemme. Anche noi veniamo invitati a non fermarci ai segni esteriori dell’avvenimento, ma a ripartire da esso e percorrere in novità di vita il nostro cammino di uomini e di credenti.

La luce che il profeta Isaia aveva preannunciato, nel Vangelo è presente e incontrata. E Gesù, nato a Betlemme, città di Davide, è venuto a portare salvezza ai vicini e ai lontani: a tutti. L’evangelista Matteo mostra diversi modi con cui si può incontrare Cristo e reagire alla sua presenza. Per esempio, Erode e gli scribi di Gerusalemme hanno un cuore duro, che si ostina e rifiuta la visita di quel Bambino. È una possibilità: chiudersi alla luce. Essi rappresentano quanti, anche ai nostri giorni, hanno paura della venuta di Gesù e chiudono il cuore ai fratelli e alle sorelle che hanno bisogno di aiuto. Erode ha paura di perdere il potere e non pensa al vero bene della gente, ma al proprio tornaconto personale. Gli scribi e i capi del popolo hanno paura perché non sanno guardare oltre le proprie certezze, non riuscendo così a cogliere la novità che è in Gesù.

Invece, ben diversa è l’esperienza dei Magi (cfr Mt 2,1-12). Venuti dall’Oriente, essi rappresentano tutti i popoli lontani dalla fede ebraica tradizionale. Eppure, si lasciano guidare dalla stella e affrontano un viaggio lungo e rischioso pur di approdare alla meta e conoscere la verità sul Messia. I Magi erano aperti alla “novità”, e a loro si svela la più grande e sorprendente novità della storia: Dio fatto uomo. I Magi si prostrano davanti a Gesù e gli offrono doni simbolici: oro, incenso e mirra; perché la ricerca del Signore implica non solo la perseveranza nel cammino, ma anche la generosità del cuore. E infine, ritornarono «al loro paese» (v. 12); e dice il Vangelo che ritornarono per “un’altra strada”. Fratelli e sorelle, ogni volta che un uomo o una donna incontra Gesù, cambia strada, torna alla vita in un modo differente, torna rinnovato, “per un’altra strada”. Ritornarono «al loro paese» portando dentro di sé il mistero di quel Re umile e povero; noi possiamo immaginare che raccontarono a tutti l’esperienza vissuta: la salvezza offerta da Dio in Cristo è per tutti gli uomini, vicini e lontani. Non è possibile “impossessarsi” di quel Bambino: Egli è un dono per tutti.

Anche noi, facciamo un po’ di silenzio nel nostro cuore e lasciamoci illuminare dalla luce di Gesù che proviene da Betlemme. Non permettiamo alle nostre paure di chiuderci il cuore, ma abbiamo il coraggio di aprirci a questa luce che è mite e discreta. Allora, come i Magi, proveremo «una gioia grandissima» (v. 10) che non potremo tenere per noi. Ci sostenga in questo cammino la Vergine Maria, stella che ci conduce a Gesù, e Madre che fa vedere Gesù ai Magi e a tutti coloro che si avvicinano a lei.

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

da parecchi giorni quarantanove persone salvate nel Mare Mediterraneo sono a bordo di due navi di ONG, in cerca di un porto sicuro dove sbarcare. Rivolgo un accorato appello ai Leader europei, perché dimostrino concreta solidarietà nei confronti di queste persone.

Alcune Chiese orientali, cattoliche e ortodosse, che seguono il calendario Giuliano, celebreranno domani il Santo Natale. Ad esse rivolgo il mio augurio cordiale e fraterno nel segno della comunione tra tutti noi cristiani, che riconosciamo Gesù come Signore e Salvatore. A tutti loro, Buon Natale!

L’Epifania è anche la Giornata Missionaria dei Ragazzi, che quest’anno invita i giovanissimi missionari ad essere “atleti di Gesù”, per testimoniare il Vangelo in famiglia, a scuola e nei luoghi di svago.

Rivolgo il mio cordiale saluto a tutti voi, singoli pellegrini, famiglie, parrocchie e associazioni, provenienti dall’Italia e da diversi Paesi. In particolare saluto i fedeli di Marsala, Peveragno e San Martino in Rio, i ragazzi della Cresima di Bonate Sotto e il gruppo “Fraterna Domus”.

Un saluto speciale al corteo storico-folcloristico che promuove i valori dell’Epifania e che quest’anno è dedicato al territorio abruzzese. Desidero ricordare anche il corteo dei Magi che si svolge in numerose città della Polonia con larga partecipazione di famiglie e associazioni. E saluto anche i musicisti della banda che ho sentito suonare. Continuate a suonare la gioia di questa giornata dell’Epifania.

A tutti voi auguro una buona festa. E per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

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«Dio si propone, non si impone; illumina, ma non abbaglia... il Signore è la luce del mondo. Lui, non noi.» Papa Francesco Omelia - 06/01/2019 (foto, testo e video)


SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DELL'EPIFANIA DEL SIGNORE
CAPELLA PAPALE
OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Basilica Vaticana
Domenica, 6 gennaio 2019



 


Epifania: la parola indica la manifestazione del Signore, il quale, come dice san Paolo nella seconda Lettura (cfr Ef 3,6), si rivela a tutte le genti, rappresentate oggi dai Magi. Si svela così la bellissima realtà di Dio venuto per tutti: ogni nazione, lingua e popolazione è da Lui accolta e amata. Simbolo di questo è la luce, che tutto raggiunge e illumina.

Ora, se il nostro Dio si manifesta per tutti, desta tuttavia sorpresa come si manifesta. Nel Vangelo è narrato un via-vai attorno al palazzo del re Erode, proprio mentre Gesù è presentato come re: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei?» (Mt 2,2), domandano i Magi. Lo troveranno, ma non dove pensavano: non nel palazzo regale di Gerusalemme, ma in un’umile dimora a Betlemme. Lo stesso paradosso emergeva a Natale, quando il Vangelo parlava del censimento di tutta la terra ai tempi dell’imperatore Augusto e del governatore Quirinio (cfr Lc 2,2). Ma nessuno dei potenti di allora si rese conto che il Re della storia nasceva al loro tempo. E ancora, quando Gesù, sui trent’anni, si manifesta pubblicamente, precorso da Giovanni il Battista, il Vangelo offre un’altra solenne presentazione del contesto, elencando tutti i “grandi” di allora, potere secolare e spirituale: Tiberio Cesare, Ponzio Pilato, Erode, Filippo, Lisania, i sommi sacerdoti Anna e Caifa. E conclude: «la Parola di Dio venne su Giovanni nel deserto» (Lc 3,2). Dunque su nessuno dei grandi, ma su un uomo che si era ritirato nel deserto. Ecco la sorpresa: Dio non sale alla ribalta del mondo per manifestarsi.

Ascoltando quella lista di personaggi illustri, potrebbe venire la tentazione di “girare le luci” su di loro. Potremmo pensare: sarebbe stato meglio se la stella di Gesù fosse apparsa a Roma sul colle Palatino, dal quale Augusto regnava sul mondo; tutto l’impero sarebbe diventato subito cristiano. Oppure, se avesse illuminato il palazzo di Erode, questi avrebbe potuto fare del bene, anziché del male. Ma la luce di Dio non va da chi splende di luce propria. Dio si propone, non si impone; illumina, ma non abbaglia. È sempre grande la tentazione di confondere la luce di Dio con le luci del mondo. Quante volte abbiamo inseguito i seducenti bagliori del potere e della ribalta, convinti di rendere un buon servizio al Vangelo! Ma così abbiamo girato le luci dalla parte sbagliata, perché Dio non era lì. La sua luce gentile risplende nell’amore umile. Quante volte poi, come Chiesa, abbiamo provato a brillare di luce propria! Ma non siamo noi il sole dell’umanità. Siamo la luna, che, pur con le sue ombre, riflette la luce vera, il Signore. La Chiesa è il mysterium lunae e il Signore è la luce del mondo (cfr Gv 9,5). Lui, non noi.

La luce di Dio va da chi la accoglie. Isaia nella prima Lettura (cfr 60,2) ci ricorda che la luce divina non impedisce alle tenebre e alle nebbie fitte di ricoprire la terra, ma risplende in chi è disposto a riceverla. Perciò il profeta rivolge un invito, che interpella ciascuno: «Àlzati, rivestiti di luce» (60,1). Occorre alzarsi, cioè levarsi dalla propria sedentarietà e disporsi a camminare. Altrimenti si rimane fermi, come gli scribi consultati da Erode, i quali sapevano bene dov’era nato il Messia, ma non si mossero. E poi bisogna rivestirsi di Dio che è la luce, ogni giorno, finché Gesù diventi il nostro abito quotidiano. Ma per indossare l’abito di Dio, che è semplice come la luce, bisogna prima dismettere i vestiti pomposi. Altrimenti si fa come Erode, che alla luce divina preferiva le luci terrene del successo e del potere. I Magi, invece, realizzano la profezia, si alzano per essere rivestiti di luce. Essi soli vedono la stella in cielo: non gli scribi, non Erode, nessuno a Gerusalemme. Per trovare Gesù c’è da impostare un itinerario diverso, c’è da prendere una via alternativa, la sua, la via dell’amore umile. E c’è da mantenerla. Infatti, il Vangelo odierno conclude dicendo che i Magi, incontrato Gesù, «per un’altra strada fecero ritorno al loro paese» (Mt 2,12). Un’altra strada, diversa da quella di Erode. Una via alternativa al mondo, come quella percorsa da quanti a Natale stanno con Gesù: Maria e Giuseppe, i pastori. Essi, come i Magi, hanno lasciato le loro dimore e sono diventati pellegrini sulle vie di Dio. Perché solo chi lascia i propri attaccamenti mondani per mettersi in cammino trova il mistero di Dio.

Vale anche per noi. Non basta sapere dove Gesù è nato, come gli scribi, se non raggiungiamo quel dove. Non basta sapere che Gesù è nato, come Erode, se non lo incontriamo. Quando il suo dove diventa il nostro dove, il suo quando il nostro quando, la sua persona la nostra vita, allora le profezie si compiono in noi. Allora Gesù nasce dentro e diventa Dio vivo per me. Oggi, fratelli e sorelle, siamo invitati a imitare i Magi. Essi non discutono, no, camminano; non rimangono a guardare, ma entrano nella casa di Gesù; non si mettono al centro, ma si prostrano a Lui, che è il centro; non si fissano nei loro piani, ma si dispongono a prendere altre strade. Nei loro gesti c’è un contatto stretto col Signore, un’apertura radicale a Lui, un coinvolgimento totale in Lui. Con Lui utilizzano il linguaggio dell’amore, la stessa lingua che Gesù, ancora infante, già parla. Infatti i Magi vanno dal Signore non per ricevere, ma per donare. Ci chiediamo: a Natale abbiamo portato qualche dono a Gesù, per la sua festa, o ci siamo scambiati regali solo tra di noi?

Se siamo andati dal Signore a mani vuote, oggi possiamo rimediare. Il Vangelo riporta infatti, per così dire, una piccola lista-regali: oro, incenso e mirra. L’oro, ritenuto l’elemento più prezioso, ricorda che a Dio va dato il primo posto. Va adorato. Ma per farlo bisogna privare se stessi del primo posto e credersi bisognosi, non autosufficienti. Ecco allora l’incenso, a simboleggiare la relazione col Signore, la preghiera, che come profumo sale a Dio (cfr Sal 141,2). Ma, come l’incenso per profumare deve bruciare, così per la preghiera occorre “bruciare” un po’ di tempo, spenderlo per il Signore. E farlo davvero, non solo a parole. A proposito di fatti, ecco la mirra, unguento che verrà utilizzato per avvolgere con amore il corpo di Gesù deposto dalla croce (cfr Gv 19,39). Il Signore gradisce che ci prendiamo cura dei corpi provati dalla sofferenza, della sua carne più debole, di chi è rimasto indietro, di chi può solo ricevere senza dare nulla di materiale in cambio. È preziosa agli occhi di Dio la misericordia verso chi non ha da restituire, la gratuità! È preziosa agli occhi di Dio la gratuità. In questo tempo di Natale che volge al termine, non perdiamo l’occasione per fare un bel regalo al nostro Re, venuto per tutti non sui palcoscenici fastosi del mondo, ma nella povertà luminosa di Betlemme. Se lo faremo, la sua luce risplenderà su di noi.

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Migranti, a chi parla il Vaticano di Alberto Melloni - Sui migranti in mare no di Salvini alla Chiesa: “Fate i vostri appelli ma non entra nessuno”


Migranti, a chi parla il Vaticano
di Alberto Melloni

Non era pensabile che la tragedia di 49 persone in mare non suscitasse una reazione del Papa. La Chiesa ora deve capire se quel mondo cattolico che ha fatto credito a Salvini e ai grillini si sveglierà


E alla fine è arrivato il " vescovone", Francesco. Non era pensabile che la tragedia di 49 persone in mare, ostaggi della propaganda, non suscitasse una reazione del Papa. Certo: sono ben più di 49 le persone e i bambini che ieri notte hanno patito sofferenza nel mondo. Ma ignorare quelle 49 nel mare nostrum non vorrebbe dire aiutarne di più, bensì negare il Vangelo. Francesco dunque parla. E dà un’indicazione alla Chiesa italiana, di cui è primate, molto politica e molto cristiana: attendere per capire se la spaccatura che si è aperta nel governo modificherà il modo cattolico di vedere i due partiti della coalizione. La Chiesa deve capire se quel mondo cattolico conservatore che ha fatto credito a Matteo Salvini questa volta si sveglierà: e si chiederà se 49 " povericristi" e "gesùbambini", per i quali Cristo ha versato il sangue in croce, sono davvero "l’invasione". E se quel cattolicesimo a bassa coscienza democratica che si è affidato ai grillini si chiederà se l’uso del linguaggio della guerra (è lì che "donne e bambini" formano una categoria protetta) è quello che li esprime. Gesti eclatanti la Chiesa li avrebbe a disposizione (ospitare tutti coloro che stanno negli Sprar nelle cattedrali; o mandare 49 passaporti vaticani in mare e chiedere il rispetto del Concordato): se preferisce attendere, senza tacere, è perché conosce l’assioma secondo cui " nulla di violento è perpetuo" (nihil violentum perpetuum). E sa che il suo compito — dare alla dialettica democratica coscienze formate e quel " personalismo comunitario" di cui Sergio Mattarella ha dato una fondazione teorica nel discorso di fine anno — va svolto in questo tempo di violenza senza alimentare la retorica salviniana del "millimetro". La Lega s’è imbarcata in una campagna lunghissima: l’ha iniziata a gennaio del 2018 e la finirà solo a metà 2019, quando dovrà decidere se provare a trasformare i voti europei, fatti di umori momentanei, in un’opa di destra sui moderati e liberali. Questa campagna infinita ha bisogno di tacere sui grandi problemi del nostro Paese (il lavoro, il credito, la ricerca, la mafia, la credibilità internazionale, i big data, l’innovazione, la fragilità del suolo, ecc.) e di ipnotizzare tutti sulla sola questione dell’immigrazione. Non è un’idea originale: ovunque in Occidente è il tema che rende. E in Italia lo si può agitare senza spendere, vantandosi appunto di non arretrare di un "millimetro" in un Paese con 20 milioni di immigrati interni e 5 di immigrati esterni. Consapevole di questo congegno ideologico il vasto pianeta della carità cristiana si è mosso da tempo senza menar vanto di nulla del moltissimo che fa. Sia perché nel Cristianesimo autentico si usa così. Sia per non fornire benzina alla propaganda del "millimetro". Così anche ieri con una astuzia diplomatica elegantissima il Papa ha ignorato il governo italiano e si è rivolto all’Europa: perché è giusto. Ma anche per avere il tempo di capire la portata dello scontro che si è aperto dentro il governo. I partiti della coalizione hanno imparato che dissensi, anche finti, sono indispensabili per aumentare i rispettivi consensi. Forti di un terzo dei voti (che in democrazia dista parecchio dalla meta del 51%) né Lega né M5S hanno saputo creare quelle correnti culturali interne che nei grandi partiti fidelizzano i militanti, preparano le alleanze e selezionano le intelligenze. Per cui devono mimare conflitti fra alleati, sperando che basti a guadagnare quei pochi punti percentuali che in regime proporzionale decidono di grandi equilibri di potere. Sanno tutti che il rischio è che poi arrivi un evento — tragico — che trasforma le baruffe dei capi in spaccature dei ceti di riferimento. Ed è per capire questo che la Chiesa ha deciso di attendere senza restare muta.
(fonte: “la Repubblica” del 7 gennaio 2019)

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Migranti, mons. Paglia:
“L’inferno è lasciare 49 persone al freddo nel Mediterraneo”

Presidente Accademia per la vita a Tv2000: “Per paura di perdere voti e potere si fa come Erode con Gesù bambino” 
Roma, 7 gennaio 2019. “L’inferno è lasciare 49 persone al freddo nel Mediterraneo. È una follia”. Lo ha detto il presidente della Pontificia accademia per la vita, mons. Vincenzo Paglia, ospite di ‘Bel Tempo si spera’ su Tv2000, commentando la vicenda dei 49 migranti ancora a bordo delle navi Sea Watch e Sea Eye e il relativo appello di ieri del Papa all’Angelus.
“Mi sento male come uomo – ha aggiunto mons. Paglia - Papa Francesco all’Angelus ha parlato di Erode e degli abitanti di Gerusalemme che avevano paura che un bambino gli togliesse il potere. Tradotto: se per paura di perdere i voti si lasciano questi migranti in mezzo al mare si crea la stessa identica paura. E non si può neanche dire ‘tutti i cittadini sono come me’ perché anche gli abitanti di Gerusalemme stavano con Erode”. 
“Il problema – ha proseguito mons. Paglia a Tv2000 - è che quella dimensione umana di accoglienza soprattutto dei più deboli è un principio fondante dell’umanità. Se manca questo è una tragedia per tutti. E non mi si venga a dire che i migranti creano problemi. È ovvio che creano alcuni problemi”.

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Non si sblocca ancora la vicenda della Sea Watch e della Sea Eye. Le due navi di salvataggio restano ancora in mare al largo di Malta, con i 49 migranti a bordo. Ieri il vicepremier Di Maio aveva dato l’ok all’accoglienza di donne e bambini, una proposta però respinta con decisione da Salvini. Servizio di Barbara Masulli

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Sui migranti in mare no di Salvini alla Chiesa:
 “Fate i vostri appelli ma non entra nessuno”

Dopo i sindaci e i governatori, Matteo Salvini apre il fronte di scontro con la Chiesa. «Finché sarò ministro i porti saranno chiusi», ha detto il ministro dell’Interno dopo che persino Papa Francesco si era speso per gli immigrati a bordo delle navi Sea Watch e Sea Eye. «Possono fare gli appelli che vogliono, Fabio Fazio, il vescovo, il cantante, il calciatore, ma io rispondo a 60 milioni di italiani che hanno diritto a un Paese in cui si entra se si ha il diritto», ha spiegato in una delle sue dirette Facebook, stavolta dal Viminale.
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“… comportatevi da cittadini degni del Vangelo” (Fil 1,27) Come cristiani e cittadini, in questo tempo che richiede una testimonianza efficace, siamo chiamati dagli eventi della storia ad essere protagonisti, e non spettatori, delle vicende Politiche del nostro Paese. - Don Carmelo e la Comunità Ecclesiale di Lampedusa prendono una chiara posizione sulle ultime disposizioni legislative



“… comportatevi da cittadini degni del Vangelo” Fil 1,27
Come cristiani e cittadini, in questo tempo che richiede una testimonianza efficace, siamo chiamati dagli eventi della storia ad essere protagonisti, e non spettatori, delle vicende Politiche del nostro Paese. 
Ci sentiamo interpellati dalla Provvidenza che ci ha voluto comunità di periferia nel #MareMediterraneo destinata a condividere la sorte di uomini e donne che, a diverso titolo, mettono piede sulla nostra isola di #Lampedusa; siamo continuamente spronati dal magistero del Santo Padre e del nostro Vescovo a prendere in seria considerazione i segni dei tempi che scorgiamo all'orizzonte e a viverli come opportunità e non come problema. 
È in grave errore chi ritiene di poter ridurre il cristianesimo alla mera ostensione, o ostentazione, di simboli.
Noi teniamo in mano il Vangelo ma, soprattutto, lo teniamo nel cuore e nella mente come lampada che illumina i passi della vita personale e sociale, come bussola di relazioni autentiche con il Prossimo.
Non possiamo accettare chi cerca di ridurre la fede cristiana ad un semplice fatto culturale, un cumulo di tradizioni e usanze che hanno bisogno della nostra custodia per evitare l’estinzione. 
Noi sappiamo che la nostra fede consiste in una relazione reale e viva con il Signore Risorto, noi lo incontriamo e riconosciamo presente nella vita della sua Chiesa, nei Sacramenti della Grazia, nella sua Parola vissuta e in ognuno dei “suoi fratelli più piccoli”, esclusi, sofferenti e stranieri (Mt 25).
Da buoni cittadini vogliamo essere rispettosi dei valori universali e dei diritti umani, come sancito dalla nostra costituzione, garantiti ad ogni essere umano.
Rifiutiamo la logica di chi, procurando esclusivamente conflitti tra poveri, vorrebbe far passare per giustizia la prevaricazione e per sicurezza il peggiore dei nazionalismi. 
Noi sappiamo che “Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto” (At 10,34-35).
La nostra coscienza, pertanto, non può in alcun modo accettare e ritenere giusta nessuna legge che vada contro questi principi; non crediamo di poter considerare legittima nessuna autorità politica, nessun suo pronunciamento che ci porti a mettere in discussione tali fondamenti della nostra vita di cittadini e cristiani.
Assistiamo ormai da quindici giorni al vergognoso trattenimento in mare di 49 persone, uomini, donne e bambini a bordo della #SeaWatch3 e della #SeaEye, che hanno la sola colpa di sperare e sognare il futuro. È inaccettabile, da ogni punto di vista, che qualsiasi dibattito politico venga fatto sulla pelle di persone fragili, ferite e disarmate.
Chiediamo al governo italiano di aprire i porti e di permettere alla società civile di poter accogliere senza alcuna resistenza quanti richiedono il nostro aiuto. 
Invitiamo tutti i fedeli cattolici e cristiani di ogni confessione ad unirsi a noi in questa richiesta.
Preghiamo le comunità ecclesiali di non trincerarsi dietro paure e resistenza ma di mettere in pratica il Vangelo con coraggio e gratuità. 
Desideriamo essere #presepe vivente, povero e umile ma aperto e accogliente per ogni “Cristo” che ci sarà dato di incontrare.

Epifania del Signore 2019
Don Carmelo e la Comunità Ecclesiale di Lampedusa

(fonte: Pagina facebook Parrocchia San Gerlando - Lampedusa -5/1/2019)

La storia dei Magi ci invita ad aprirci all’accoglienza di Cristina Dobner


La storia dei Magi ci invita ad aprirci all’accoglienza
di Cristina Dobner

Queste figure orientali non sono mitiche o favolistiche, vogliono indicarci una realtà che si apre al mondo intero e l’accoglie perché la salvezza, anche nel suo primo comparire in un piccolo bambino, è pur sempre salvezza non solo totale e radicale ma salvezza universale. Solo tre aprono la via a tutti ed allora può avvenire il miracolo dell’attrazione delle genti, il richiamo. Un grande monito per noi, oggi nel nostro contesto occidentale, ad un’apertura che sia accoglienza, che si sappia salvata e che voglia donare e compartecipare la salvezza a tutti


Fra cammelli, Magi in processione, partenze dall’Oriente, arrivi e scampati pericoli, il folklore della festa è sbrigliato e coloratissimo.
Niente di male, anche questi aspetti conducono, veicolano.
Dove però?
Gli antichi personaggi si sono lasciati guidare da una stella, noi, molto più prosaicamente (e tecnologicamente) ci affidiamo al navigatore che ci porta a destinazione con certezza, magari con qualche… giravolta e qualche percorso accidentato… ma si arriva al traguardo.
Traguardo però autoreferenziale. Il navigatore lo ha programmato chi ha deciso dove vuole arrivare.

I Magi, con il loro navigatore stellare, non sapevano dove sarebbero andati, quando sarebbero arrivati, che cosa o chi avrebbero trovato.

Non erano sprovveduti, perdigiorno o alla ricerca di qualche primato per entrare nei Guiness per qualche balorda trovata.
I Magi sapevano guardare, osservare e decidere con sapienza.
Quante volte avranno osservato il cielo e la fantasmagoria delle stelle? Perché seguirne proprio una? Perché rischiare un viaggio, non con un comodo volo ma a dorso di un cammello caracollante con tutti i disagi possibili e le difficoltà dei percorsi?
Affermano “Abbiamo visto spuntare la sua stella”. Di stelle se ne vedono spuntare… ma perché proprio la “sua”?
Sua di chi?
Certezza interiore, sicurezza spronante: li abitava.
Non è forse la luce dello Spirito Santo sempre all’opera nella creazione?
Colui che “c’è e sta operando. Arriva prima di noi, lavora più di noi e meglio di noi; a noi non tocca né seminarlo, né svegliarlo, ma anzitutto riconoscerlo, accoglierlo, assecondarlo, fargli strada, andargli dietro”, come affermava Carlo Maria Martini.
Si impone allora un collirio particolare che sappia pulire e rendere trasparente la vista al mistero che ci circonda e ci induca a fargli posto nell’esistenza.

I Magi non hanno solo riconosciuto un fenomeno celeste e ne sono rimasti abbagliati, hanno individuato il Re dei giudei, Colui che è nato, è entrato nella storia.

Non in una grande capitale, in un vasto e redditizio centro commerciale, neppure in un’amena località turistica ma in un luogo che i Magi non conoscevano e non erano in grado di individuare.
Non solo Erode, che teme di essere scalzato da un altro re, ma tutta Gerusalemme è turbata alla loro richiesta.
Né il re né la città volgono gli occhi al cielo, non cercano la stella e la sua luce, interrogano invece Colui che si è rivelato a Israele e lo guida nella storia fino a farla diventare storia di salvezza.
È proprio la sapienza d’Israele che sa individuare il luogo, è proprio Erode il re che indica ai Magi dove dirigersi: Betlemme.
I Magi, questa volta mossi da indicazione umana, da riflessione chinata sulla Torah, accettano il suggerimento e partono.
Solo dopo la loro decisione di affrontare nuovamente l’avventura, la stella riprende a risplendere e a guidarli. Esplode allora la loro gioia.
Con il nostro navigatore non avremmo incrociato né la sapienza umana né quella rivelata e neppure avremmo visto la stella.
Ipotizziamo che degli stranieri o degli immigrati oggi ci chiedano dove sta il re, che cosa risponderemmo?

Queste figure orientali non sono mitiche o favolistiche, vogliono indicarci una realtà che si apre al mondo intero e l’accoglie perché la salvezza, anche nel suo primo comparire in un piccolo bambino, è pur sempre salvezza non solo totale e radicale ma salvezza universale.

Solo tre aprono la via a tutti ed allora può avvenire il miracolo dell’attrazione delle genti, il richiamo.
Un grande monito per noi, oggi nel nostro contesto occidentale, ad un’apertura che sia accoglienza, che si sappia salvata e che voglia donare e compartecipare la salvezza a tutti.
Un riconoscimento tanto più valido quanto più spoglio di apparenze e di apparati sofisticati, un riconoscimento che sconcerta e costringe a interrogarsi: coprire di doni regali e profetici un bimbetto?
Il navigatore avrebbe segnalato: fine del percorso.
I Magi ci dicono: inizio del percorso della nostra salvezza, nostra di tutti. Nessuno escluso.
(fonte: Sir 5/01/2019)


Emergenza freddo: Papa Francesco pensa anche ai senzatetto - Il prezioso servizio dei volontari


Emergenza freddo: Papa Francesco pensa anche ai senzatetto


Con l'Italia nella morsa del gelo, Papa Francesco non poteva non pensare ai senzatetto. 

Si intensifica l’attività dell’Elemosineria Apostolica per i poveri di Roma: l’ufficio della carità del Papa non si è lasciato cogliere impreparato dalla straordinaria ondata di freddo che sta colpendo in questi ultimi giorni la città di Roma per questo rafforza il suo impegno verso i poveri e i senzatetto e fornisce a chi ha bisogno dei sacchi a pelo adatti alle basse temperature alleviando così le sofferenze di chi dorme per strada.

E' stato aumentato il numero dei letti nel dormitorio “Dono di misericordia” inaugurato dal Pontefice nell’ottobre 2015 in via dei Penitenzieri. La struttura è gestita da tre missionarie della Carità, dell’ordine di Santa Teresa di Calcutta, e da due volontari che hanno vissuto l’esperienza della strada. Qui chi bussa può restare un mese ma poi bisogna aspettare altri tre mesi prima di poter ritornare. È un modo per invogliare gli ospiti a trovare una nuova collocazione, a ripensarsi come persone, a riprendere in mano la loro vita. A loro è anche assicurata la cena.

Contro l’emergenza freddo si moltiplicano le iniziative anche in altre zone di Roma. Anche in questo inverno, come accaduto negli scorsi anni, si riaprono le porte della rettoria di San Calisto, zona extraterritoriale vaticana, annessa alla parrocchia di Santa Maria in Trastevere e affidata alla comunità di Sant’Egidio. Sono una trentina i posti letto a disposizione. Agli ospiti viene servita anche la cena nella vicina mensa di via Dandolo.

Sempre a Trastevere, all’interno del centro “Genti di pace”, si trova la “lavanderia del Papa” con a disposizione sei lavatrici e sei asciugatrici con altrettanti ferri da stiro. Poi c’è la distribuzione dei pasti caldi, martedì e giovedì, sia nella cucina allestita nei locali della chiesa di Santa Maria Immacolata all’Esquilino, di cui è titolare il cardinale elemosiniere Konrad Krajewski, sia nelle maggiori stazioni ferroviarie della città.

Grazie alla collaborazione del Sovrano militare ordine di Malta con una clinica veterinaria di Ostia Lido, l’Elemosineria ha pensato anche ai cani dei senzatetto, che sono per tanti di loro l'unica compagnia e conforto. Per loro è stato predisposto un programma di visite gratuite, presso il municipio di Ostia ogni terza domenica del mese, dalle 10 alle 12.30.

Il clochard, il riso e Leopardi


Nella prima gelida settimana del 2019 quattro clochard sono morti, probabilmente a causa del freddo. Morti da soli, su una panchina o sul ciglio di un fiume. Da soli, come avevano vissuto gli ultimi anni della loro vita. Colpita da questa notizia una giornalista di Tv2000, giovedì notte, ha passato qualche ora con i volontari della Caritas per raccontare la condizione dei senza tetto.

“Da loro ricevo sempre più di quanto posso dare” le ha subito detto Ludovica, una ragazza romana che offre il suo tempo a questo servizio. Fra i clochard incontrati c’era Jesus, peruviano, giunto in Italia quando aveva otto anni. “La nostra vita di barboni è una vita sbagliata” ha detto alla giornalista. Poi, a sorpresa, Jesus ha citato Giacomo Leopardi: “L’uomo che ride è padrone del mondo”. Quando ho sentito il servizio in tv ho dubitato che si trattasse di una citazione autentica o comunque esatta. Mi sbagliavo. Sono andato a cercarla e l’ho trovata tra i Pensieri del poeta. Il riso, soprattutto quando viene dal cuore, scrive Leopardi, ha un potere incredibile; scompiglia l’ambiente circostante, da una parte mette a nudo tristezze, dall’altra contagia e coinvolge. Ludovica aveva ragione: quando si è curiosi davanti alla vita si impara sempre dagli incontri che si fanno, anche quando credi di essere tu ad aiutare gli altri. Grazie Jesus, arrivederci.

(fonte: inBluradio - editoriale del programma "Ecclesia" di Lucio Brunelli -5/1/2019)


In questi giorni di gelo sono i senza tetto delle nostre città a soffrire e a rischiare di più. In questo 2019 appena iniziato il freddo ne ha già uccisi 4. Barbara Masulli a Roma ha trascorso una notte con gli operatori della Caritas, tra i pochi che si occupano di loro

Guarda il servizio di Tg2000


Emergenza freddo, una notte con i volontari che girano la città per portare assistenza ai senza tetto



Emergenza freddo a Palermo quattro associazioni di volontariato palermitane, la croce rossa e la protezione civile comunale hanno aiutato per tutta la notte i senza tetto. Una vera e propria gara di solidarietà quella messa in campo nelle ore più difficili.
...
Molti dei cittadini raggiunti in strada hanno scelto di essere accompagnati presso i dormitori comunali, eccezionalmente attrezzati per aumentarne la capienza, mentre per coloro che non hanno voluto lasciare il posto, sono state distribuite coperte e pasti caldi. Anche tutte le pattuglie della Polizia Municipale in servizio notturno... sono state equipaggiate con materiale atto a fornire assistenza in strada. ...
“Abbiamo registrato una straordinaria mobilitazione dei palermitani – ha detto l’Assessore Mattina – che ieri sera hanno portato nei dormitori comunali coperte e cibo. In particolare, mi ha colpito vedere i tanti che hanno preparato apposta il cibo da donare ai senza dimora e in quantità tali che è stato possibile anche darne una parte al Centro Astalli e alla Missione di Biagio Conte. Davvero uno straordinario messaggio di mobilitazione solidale.

I servizi continuano ad essere potenziati anche questa notte e lo saranno fino al termine dell’ondata di freddo.
Gli enti e i volontari accreditati con il Comune sono: Angeli della Notte, Sant’Egidio, Triscele, Le Ali, Frate Allegra, Rotary, City Angels, Cristo nei poveri, Croce Rossa Italiana, Cammino d’amore, S. Elisabetta, Missione Speranza e Anirbas.

Una volontaria, e Miss trans Europa Emerito 2015 Alessandra Barone racconta la sua esperienza. “Ieri sera il prete Massimiliano Tuturici della parrocchia San Giorgio ha aperto le porte della chiesa per ospitare i clochard di Palermo. Per tutta la serata in chiesa i volontari hanno raccolto tante coperte, giubbotti e pasti caldi che i cittadini hanno donato in quantità veramente enorme”.
E ancora: “Noi volontari siamo saliti poi a bordo di un pulmino e abbiamo fatto il giro di tutta la città ... Grazie alle ronde una decina di clochard questa notte hanno dormito sotto un tetto... In serata ci ha raggiunto il sindaco Leoluca Orlando che ha mostrato vicinanza e sostegno alle persone più sfortunate”.
“Sono fiera ed orgogliosa della comunità palermitana – ha concluso – sempre pronta ad abbracciare il più bisognoso”.

L’amministrazione comunale ricorda che per contattare la centrale operativa della Polizia municipale relativamente alle segnalazioni per l’emergenza freddo in città il numero telefonico è 091.6733432. I cittadini potranno effettuare le segnalazioni a partire dalle ore 19.30 al fine di consentire un’adeguata presa in carico e la attivazione dei servizi diretti dell’Amministrazione o altri interventi di supporto e assistenza.
(fonte: Blog Sicilia - Palermo 05/01/2019)