Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



martedì 3 ottobre 2017

Papa Francesco a Bologna: il primo incontro è con i migranti "Molti non vi conoscono e hanno paura. In voi vedo, come in ogni forestiero che bussa alla nostra porta, Gesù Cristo" (cronaca, foto, testo e video)


VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE FRANCESCO
BOLOGNA PER LA CONCLUSIONE DEL CONGRESSO EUCARISTICO DIOCESANO
VISITA ALL’HUB REGIONALE DI VIA ENRICO MATTEI:
INCONTRO CON I MIGRANTI OSPITI E CON IL PERSONALE CHE SVOLGE SERVIZIO DI ASSISTENZA
Bologna
Domenica, 1° ottobre 2017

Dopo la visita a Cesena il Papa si è spostato a Bologna. 
Alle ore 10.20, l’elicottero con a bordo il Papa atterra a Bologna nel parcheggio della Cassa di Risparmio di Chieti. Al suo arrivo, il Santo Padre è accolto da S.E. Mons. Matteo Maria Zuppi, Arcivescovo di Bologna, dall’On. Stefano Bonaccini, Presidente della Regione Emilia-Romagna, dal Dott. Matteo Piantedosi, Prefetto di Bologna, e dal Dott. Virginio Merola, Sindaco di Bologna. Alle ore 10.30, il Papa arriva all’Hub Regionale per l’Incontro con i Migranti ospiti e con il Personale che svolge servizio di assistenza. Ad accogliere il Santo Padre i circa 1.000 migranti ospiti del Centro, che il Papa saluta percorrendo a piedi il piazzale fino a raggiungere la pedana predisposta per l’Incontro.
Anche qui molto calorosa l’accoglienza.
Al suo arrivo, il Papa è accolto da una operatrice musulmana con il velo che lavora nel centro e che gli mette al polso un braccialetto giallo con un numero identificativo, identico a quello indossato da tutti gli ospiti dell’Hub. 
Guarda il video
Bergoglio si ferma lungamente, sotto la pioggia e senza ombrello, per salutare uno ad uno gli immigrati disposti lungo due file di transenne, andando avanti e indietro da lato all’altro, perché nessuno rimanga escluso. Ci sono numerosi africani e un gruppo del Bangladesh. Moltissimi chiedono di poter fare un selfie. «I like Papa, I am from Senegal» gli dice uno degli ospiti abbracciandolo. Un altro gli regala un ritratto dipinto da lui. Un cartello recita: «Ho già visto troppa guerra». In un altro, scritto su un cartone, alcuni ragazzi africani scrivono: «Abbiamo bisogno dei documenti». Migliaia di mani che portano sul polso il braccialetto giallo stringono quella affaticata ma resistente del Papa, accolto da canti, cori da stadio e dalla gioia esuberante di gruppi di ragazze.
La parte più lunga e significativa dell’incontro non è quella dedicata al discorso, ma quella del saluto personale con gli ospiti.







Il testo integrale del discorso di Papa Francesco

Cari fratelli e sorelle,

vi saluto tutti cordialmente e voglio assicurarvi la mia vicinanza. Ho voluto che fosse proprio qui il mio primo incontro con Bologna. Questo è il “porto” di approdo di coloro che vengono da più lontano e con sacrifici che a volte non riuscite nemmeno a raccontare.

Molti non vi conoscono e hanno paura. Questa li fa sentire in diritto di giudicare e di poterlo fare con durezza e freddezza credendo anche di vedere bene. Ma non è così. Si vede bene solo con la vicinanza che dà la misericordia. Senza questa, l’altro resta un estraneo, addirittura un nemico, e non può diventare il mio prossimo. Da lontano possiamo dire e pensare qualsiasi cosa, come facilmente accade quando si scrivono frasi terribili e insulti via internet. Se guardiamo il prossimo senza misericordia, non ci rendiamo conto della sua sofferenza, dei suoi problemi. E se guardiamo il prossimo senza misericordia, rischiamo che anche Dio ci guardi senza misericordia. Oggi vedo solo tanta voglia di amicizia e di aiuto. Vorrei ringraziare le istituzioni e tutti i volontari per l’attenzione e l’impegno nel prendersi cura di quanti siete qui ospitati. In voi vedo, come in ogni forestiero che bussa alla nostra porta, Gesù Cristo, che si identifica con lo straniero, di ogni epoca e condizione, accolto o rifiutato (cfr Mt 25,35.43).

Il fenomeno richiede visione e grande determinazione nella gestione, intelligenza e strutture, meccanismi chiari che non permettano distorsioni o sfruttamenti, ancora più inaccettabili perché fatti sui poveri. Credo davvero necessario che un numero maggiore di Paesi adottino programmi di sostegno privato e comunitario all’accoglienza e aprano corridoi umanitari per i rifugiati in situazioni più difficili, per evitare attese insopportabili e tempi persi che possono illudere. L’integrazione inizia con la conoscenza. Il contatto con l’altro porta a scoprire il “segreto” che ognuno porta con sé e anche il dono che rappresenta, ad aprirsi a lui per accoglierne gli aspetti validi, imparando così a volergli bene e vincendo la paura, aiutandolo ad inserirsi nella nuova comunità che lo accoglie. Ognuno di voi ha la propria storia, mi diceva la signora che mi accompagnava. E questa storia è qualcosa di sacro, dobbiamo rispettarla, accettarla, accoglierla e aiutare ad andare avanti. Alcuni di voi sono minorenni: questi ragazzi e ragazze hanno un particolare bisogno di tenerezza e hanno diritto alla protezione, che preveda programmi di custodia temporanea o di affidamento.

Vengo in mezzo a voi perché voglio portare nei miei i vostri occhi – io ho guardato i vostri occhi –, nel mio il vostro cuore. Voglio portare con me i vostri volti che chiedono di essere ricordati, aiutati, direi “adottati”, perché in fondo cercate qualcuno che scommetta su di voi, che vi dia fiducia, che vi aiuti a trovare quel futuro la cui speranza vi ha fatto arrivare fino a qui.

Sapete cosa siete voi? Siete dei “lottatori di speranza”! Qualcuno non è arrivato perché è stato inghiottito dal deserto o dal mare. Gli uomini non li ricordano, ma Dio conosce i loro nomi e li accoglie accanto a sé. Facciamo tutti un istante di silenzio, ricordandoli e pregando per loro. [silenzio] A voi, lottatori di speranza, auguro che la speranza non diventi delusione o, peggio, disperazione, grazie a tanti che vi aiutano a non perderla. Nel mio cuore voglio portare la vostra paura, le difficoltà, i rischi, l’incertezza…, anche tante scritte: “Aiutaci ad avere dei documenti”; le persone che amate, che vi sono care e per le quali vi siete messi a cercare un futuro. Portarvi negli occhi e nel cuore ci aiuterà a lavorare di più per una città accogliente e capace di generare opportunità per tutti. Per questo vi esorto ad essere aperti alla cultura di questa città, pronti a camminare sulla strada indicata dalle leggi di questo Paese.

La Chiesa è una madre che non fa distinzione e che ama ogni uomo come figlio di Dio, sua immagine. Bologna è una città da sempre nota per l’accoglienza. Questa si è rinnovata con tante esperienze di solidarietà, di ospitalità in parrocchie e realtà religiose, ma anche in molte famiglie e nelle varie compagini sociali. Qualcuno ha trovato un nuovo fratello da aiutare o un figlio da far crescere. E qualcuno ha trovato dei nuovi genitori che desiderano assieme a lui un futuro migliore. Come vorrei che queste esperienze, possibili per tutti, si moltiplicassero! La città non abbia paura di donare i cinque pani e i due pesci: la Provvidenza interverrà e tutti saranno saziati.

Bologna è stata la prima città in Europa, 760 anni or sono, a liberare i servi dalla schiavitù. Erano esattamente 5855. Tantissimi. Eppure Bologna non ebbe paura. Vennero riscattati dal Comune, cioè dalla città. Forse lo fecero anche per ragioni economiche, perché la libertà aiuta tutti e a tutti conviene. Non ebbero timore di accogliere quelle che allora erano considerate “non persone” e riconoscerle come esseri umani. Scrissero in un libro i nomi di ognuno di loro! Come vorrei che anche i vostri nomi fossero scritti e ricordati per trovare assieme, come avvenne allora, un futuro comune.

Vi ringrazio e di cuore vi benedico. E per favore pregate per me.


Guarda il video


Guarda il video integrale


Per non dimenticare...


Il naufragio di Lampedusa, quattro anni dopo: "Sembravano rassegnati a morire"
Parla Renato Solustri, comandante del nucleo carabinieri sommozzatori di Roma, uno dei sub che partecipò ai primi soccorsi e che poi è entrato nella stiva del barcone carico di migranti naufragato il 13 ottobre 2013 a poche miglia dal porto di Lampedusa. Una strage di oltre 350 persone. “Nella mia mente come dei flash, immagini incancellabili. Fra i corpi e gli oggetti si sentiva la disperazione ma anche la voglia di ricominciare”. 
Guarda il video

“Figlio mio in fondo al mare ho visto l’orrore e piango ancora”
di Renato Sollustri 
in “la Repubblica” del 1 ottobre 2017 

Il maggiore Renato Solustri, che oggi ha 56 anni, è il comandante dei carabinieri subacquei di Roma che con i suoi uomini riportò a galla i cadaveri rimasti prigionieri nel barcone affondato davanti a Lampedusa il 3 ottobre 2013. All’epoca, subito dopo aver finito il suo lavoro, scrisse questo messaggio via Facebook al figlio. 

Ciao Tommy, siamo appena usciti dall’acqua. Questa mattina ci siamo alzati molto presto perché il mare è piatto e ci permette di lavorare in sicurezza. Ne mancano all’appello 3 e, su 517, è un successo anche se, si parla sempre di vite umane. È molto strano che un padre scrive al proprio figlio tramite mex o, in questo caso, tramite Fb. Un tempo c’erano le lettere e le cartoline. Questo era un modo molto più affascinante di comunicare, anche se, la risposta arrivava almeno dopo una settimana! Come sai, mi sento molto spesso con la mamma. I primi due giorni è stato terribile: ho mandato sms anche a lei perché non riuscivo a parlare dalla commozione. Ti chiedo scusa per non aver provato a fare una chiacchierata con te ma, avresti sentito un papà singhiozzare senza spiccicare una parola. Mi rode il fatto di aver dovuto recuperare decine di ragazzi della tua età, che scappavano da una nazione dove il loro futuro era solamente la morte. Sono ragazzi che non potranno mai giocare alla Play o avere un cellulare “figo” o magari, andare a vedere un film con amici. Non potranno mai più sentire le risate di gioia tantomeno, le congratulazioni per aver preso un bel voto a scuola. Non sentiranno nemmeno la stretta delle braccia della mamma... come quella stretta che stava dando una mamma al suo bambino all’interno della cabina del peschereccio. Sai una cosa, mi viene da sorridere quando, ogni volta che stiamo per qualche giorno lontani, ci abbracciamo tutti e tre e ci diciamo: «... la mia famiglia...». Solo ora riesco a capire l’importanza di queste semplici parole. Camminiamo per le strade di Lampedusa e, i superstiti al naufragio, ci salutano e ci chiamano eroi. Non credo a quest’ultima parola ma, di certo, vedo nei loro sorrisi, la speranza che deve avere obbligatoriamente qualsiasi ragazzo della tua età. Vabbè, ti lascio alla tua giornata. Torno a casa il 16. Mi raccomando, non perdiamo la tradizione del nostro abbraccio e, della nostra straordinaria frase «la mia famiglia». Ti voglio bene. Papà

Guarda alcuni dei nostri post di quei giorni terribili:


lunedì 2 ottobre 2017

Papa Francesco a Cesena: la buona politica, il dialogo tra giovani e anziani, la rivoluzione della tenerezza e la gioia di essere preti (cronaca, foto, testi e video)

VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE FRANCESCO
A CESENA NEL TERZO CENTENARIO DELLA NASCITA DEL PAPA PIO VI
1° OTTOBRE 2017

Francesco a Cesena:
ripartire dalla rivoluzione della tenerezza

Siate tenaci nel testimoniare il Vangelo e camminate insieme, sostenuti dallo Spirito Santo. L’incoraggiamento di Francesco a sacerdoti, consacrati e laici dei Consigli pastorali a Cesena


Quella di domenica, per la città di Cesena, è stata una giornata storica. La visita di papa Francesco, in occasione dei 300 anni dalla nascita di Pio VI, il cesenate Giovanni Angelo Braschi, segnerà di certo gli annali della città romagnola. A migliaia le persone sono accorse in piazza e lungo i due chilometri e mezzo, tutti transennati, che separano il centro storico dall’ippodromo del Savio nei pressi del quale è atterrato in anticipo l’elicottero con a bordo il pontefice. 

Nelle breve permanenza di due ore, Francesco ha dato ampio spazio agli incontri personali. Si è fermato più volte a salutare i disabili. Davanti alla cattedrale, in piazza Giovanni Paolo II, ha incontrato i ragazzi. Ha ringraziato i due cori che hanno animato i momenti fuori e dentro il duomo. Si è intrattenuto con i sacerdoti, in specie con quelli molto anziani o in carrozzina. Ha firmato un paio di dediche. Ha salutato numerosi fedeli, raccomando a tutti di valorizzare il rapporto giovani/anziani. Ha parlato varie volte a braccio, anche all’esterno del duomo, quando ha ricordato a quanti gremivano la piazza di “ascoltare e parlare con gli anziani. Così diventerete rivoluzionari”, la ricetta di Bergoglio.

In piazza del Popolo, ha approfittato del contesto cittadino per affrontare il tema della politica. Ha invitato a non “balconare” la propria vita, cioè a non mettersi su un piedistallo per giudicare gli altri. In questa terra di “accese passioni politiche” ha invitato con forza a “riscoprire anche per l’oggi il valore di questa dimensione essenziale della convivenza civile” con un impegno diretto.
Parole e gesti, come avviene sempre nel gergo di Francesco. Discorsi, ma anche testimonianza personale, come ha ormai abituato il papa venuto quasi dalla fine del mondo che anche in terra di Romagna ha saputo scaldare i cuori e fare commuovere quanti avevano dovuto affrontare un’alzataccia imposta da rigidissime norme di sicurezza.

“Mi sento come un parroco”, ha rivelato il vescovo Douglas Regattieri, in un’intervista rilasciata pochi attimi dopo il decollo dell’elicottero che portava Francesco a Bologna. “Eccellenza, non si meravigli se ho delle espressioni terra terra, ma io mi sento un parroco”, questo il senso delle parole rivolte in confidenza. Aveva parlato, il papa, delle chiacchiere che si fanno nella comunità cristiana come di un atto terroristico. “Chiacchierare è questo. Pensateci”, il monito, non nuovo, di Bergoglio venuto da Cesena. Parole semplici, sì, che possono apparire terra terra, capaci invece di aprire nuove strade di conversione.
 (fonte: Avvenire, articolo di Francesco Zanotti 02/10/2017)




Il testo integrale del discorso di Papa Francesco

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Mi piace iniziare la mia visita a Cesena incontrando la cittadinanza, in questo luogo così significativo per la vita civile e sociale della vostra città. Una città ricca di civiltà e carica di storia, che tra i suoi figli illustri ha dato i natali anche a due Papi: Pio VI, di cui ricordiamo il terzo centenario della nascita, e Pio VII.

Da secoli questa Piazza costituisce il punto d’incontro dei cittadini e l’ambito dove si svolge il mercato. Essa merita dunque il suo nome: Piazza del Popolo, o semplicemente “la Piazza”, perché è del popolo, spazio pubblico in cui si prendono decisioni rilevanti per la città nel suo Palazzo Comunale e si avviano iniziative economiche e sociali. La piazza è un luogo emblematico, dove le aspirazioni dei singoli si confrontano con le esigenze, le aspettative e i sogni dell’intera cittadinanza; dove i gruppi particolari prendono coscienza che i loro desideri vanno armonizzati con quelli della collettività. Io direi – permettetemi l’immagine –: in questa piazza si “impasta” il bene comune di tutti, qui si lavora per il bene comune di tutti. Questa armonizzazione dei desideri propri con quelli della comunità fa il bene comune. In questa piazza si apprende che, senza perseguire con costanza, impegno e intelligenza il bene comune, nemmeno i singoli potranno usufruire dei loro diritti e realizzare le loro più nobili aspirazioni, perché verrebbe meno lo spazio ordinato e civile in cui vivere e operare.

La centralità della piazza manda dunque il messaggio che è essenziale lavorare tutti insieme per il bene comune. E’ questa la base del buon governo della città, che la rende bella, sana e accogliente, crocevia di iniziative e motore di uno sviluppo sostenibile e integrale.

Questa piazza, come tutte le altre piazze d’Italia, richiama la necessità, per la vita della comunità, della buona politica; non di quella asservita alle ambizioni individuali o alla prepotenza di fazioni o centri di interessi. Una politica che non sia né serva né padrona, ma amica e collaboratrice; non paurosa o avventata, ma responsabile e quindi coraggiosa e prudente nello stesso tempo; che faccia crescere il coinvolgimento delle persone, la loro progressiva inclusione e partecipazione; che non lasci ai margini alcune categorie, che non saccheggi e inquini le risorse naturali – esse infatti non sono un pozzo senza fondo ma un tesoro donatoci da Dio perché lo usiamo con rispetto e intelligenza. Una politica che sappia armonizzare le legittime aspirazioni dei singoli e dei gruppi tenendo il timone ben saldo sull’interesse dell’intera cittadinanza.

Questo è il volto autentico della politica e la sua ragion d’essere: un servizio inestimabile al bene all’intera collettività. E questo è il motivo per cui la dottrina sociale della Chiesa la considera una nobile forma di carità. Invito perciò giovani e meno giovani a prepararsi adeguatamente e impegnarsi personalmente in questo campo, assumendo fin dall’inizio la prospettiva del bene comune e respingendo ogni anche minima forma di corruzione. La corruzione è il tarlo della vocazione politica. La corruzione non lascia crescere la civiltà. E il buon politico ha anche la propria croce quando vuole essere buono perché deve lasciare tante volte le sue idee personali per prendere le iniziative degli altri e armonizzarle, accomunarle, perché sia proprio il bene comune ad essere portato avanti. In questo senso il buon politico finisce sempre per essere un “martire” al servizio, perché lascia le proprie idee ma non le abbandona, le mette in discussione con tutti per andare verso il bene comune, e questo è molto bello.

Da questa piazza vi invito a considerare la nobiltà dell’agire politico in nome e a favore del popolo, che si riconosce in una storia e in valori condivisi e chiede tranquillità di vita e sviluppo ordinato. Vi invito ad esigere dai protagonisti della vita pubblica coerenza d’impegno, preparazione, rettitudine morale, capacità d’iniziativa, longanimità, pazienza e forza d’animo nell’affrontare le sfide di oggi, senza tuttavia pretendere un’impossibile perfezione. E quando il politico sbaglia, abbia la grandezza d’animo di dire: “Ho sbagliato, scusatemi, andiamo avanti”. E questo è nobile! Le vicende umane e storiche e la complessità dei problemi non permettono di risolvere tutto e subito. La bacchetta magica non funziona in politica. Un sano realismo sa che anche la migliore classe dirigente non può risolvere in un baleno tutte le questioni. Per rendersene conto basta provare ad agire di persona invece di limitarsi a osservare e criticare dal balcone l’operato degli altri. E questo è un difetto, quando le critiche non sono costruttive. Se il politico sbaglia, vai a dirglielo, ci sono tanti modi di dirlo: “Ma, credo che questo sarebbe meglio così, così…”. Attraverso la stampa, la radio… Ma dirlo costruttivamente. E non guardare dal balcone, osservarla dal balcone aspettando che lui fallisca. No, questo non costruisce la civiltà. Si troverà in tal modo la forza di assumersi le responsabilità che ci competono, comprendendo al tempo stesso che, pur con l’aiuto di Dio e la collaborazione degli uomini, accadrà comunque di commettere degli sbagli. Tutti sbagliamo. “Scusatemi, ho sbagliato. Riprendo la strada giusta e vado avanti”.

Cari fratelli e sorelle, questa città, come tutta la Romagna, è stata tradizionalmente terra di accese passioni politiche. Vorrei dire a voi e a tutti: riscoprite anche per l’oggi il valore di questa dimensione essenziale della convivenza civile e date il vostro contributo, pronti a far prevalere il bene del tutto su quello di una parte; pronti a riconoscere che ogni idea va verificata e rimodellata nel confronto con la realtà; pronti a riconoscere che è fondamentale avviare iniziative suscitando ampie collaborazioni più che puntare all’occupazione dei posti. Siate esigenti con voi stessi e con gli altri, sapendo che l’impegno coscienzioso preceduto da un’idonea preparazione darà il suo frutto e farà crescere il bene e persino la felicità delle persone. Ascoltate tutti, tutti hanno diritto di far sentire la loro voce, ma specialmente ascoltate i giovani e gli anziani. I giovani, perché hanno la forza di portare avanti le cose; e gli anziani, perché hanno la saggezza della vita, e hanno l’autorità di dire ai giovani – anche ai giovani politici –: “Guarda ragazzo, ragazza, su questo sbagli, prendi quell’altra strada, pensaci”. Questo rapporto fra anziani e giovani è un tesoro che noi dobbiamo ripristinare. Oggi è l’ora dei giovani? Sì, a metà: è anche l’ora degli anziani. Oggi è l’ora in politica del dialogo fra i giovani e gli anziani. Per favore, andate su questa strada!

La politica è sembrata in questi anni a volte ritrarsi di fronte all’aggressività e alla pervasività di altre forme di potere, come quella finanziaria e quella mediatica. Occorre rilanciare i diritti della buona politica, la sua indipendenza, la sua idoneità specifica a servire il bene pubblico, ad agire in modo da diminuire le disuguaglianze, a promuovere con misure concrete il bene delle famiglie, a fornire una solida cornice di diritti–doveri – bilanciare tutti e due – e a renderli effettivi per tutti. Il popolo, che si riconosce in un ethos e in una cultura propria, si attende dalla buona politica la difesa e lo sviluppo armonico di questo patrimonio e delle sue migliori potenzialità. Preghiamo il Signore perché susciti buoni politici, che abbiano davvero a cuore la società, il popolo e il bene dei poveri. A Lui, Dio di giustizia e di pace, affido la vita sociale e civile della vostra città. Grazie.

Guarda il video


INCONTRO CON IL CLERO, I CONSACRATI, I LAICI DEI CONSIGLI PASTORALI, 
I MEMBRI DELLA CURIA E I RAPPRESENTANTI DELLE PARROCCHIE


Prima di arrivare in Cattedrale, Francesco fa una breve sosta, senza scendere dall’auto, davanti al Palazzo del Ridotto, dove il Sindaco di Cesena, Paolo Lucchi, scopre una targa che inaugura il “Largo Pio VI”.
Tante persone lo attendono nella Piazza del Duomo, da mesi la cittadella romagnola si stava preparando ad accogliere il Pontefice. Sono più di 900 i volontari per l’evento e tantissimi i bambini che hanno preparato un coro per l’accoglienza.
“La nostra Cattedrale è gremita, oggi, dai rappresentanti laici delle novantacinque parrocchie della Diocesi – commenta il Vescovo della Diocesi Monsignor Douglas Regattieri - sono qui come membri dei consigli delle diciannove unità e delle sei zone pastorali. La sfida di lavorare pastoralmente insieme, che prende anche il nome di sinodalità, è ancora tutta lì, davanti a loro, ma non si avviliscono per gli insuccessi, per le fatiche e per le delusioni”.

Al termine dell’incontro il Papa si reca nella Cappella della Madonna del Popolo per adorare il Santissimo Sacramento e venerare l’immagine della Madonna. E nella Sagrestia incontra gli ospiti della Casa di Accoglienza.






Il testo integrale del discorso di Papa Francesco

Cari fratelli e sorelle!

Vi ringrazio per la vostra accoglienza e vi saluto cordialmente, ad iniziare dal vostro Vescovo Mons. Douglas Regattieri. La mia presenza oggi in mezzo a voi esprime anzitutto vicinanza al vostro impegno di evangelizzazione. Questa è la principale missione dei discepoli di Cristo: annunciare e testimoniare con gioia il Vangelo.

L’evangelizzazione è più efficace quando è attuata con unità di intenti e con una collaborazione sincera tra le diverse realtà ecclesiali e tra i diversi soggetti pastorali, che trovano nel Vescovo il sicuro punto di riferimento e di coesione. Corresponsabilità è una parola-chiave, sia per portare avanti il lavoro comune nei campi della catechesi, dell’educazione cattolica, della promozione umana e della carità; sia nella ricerca coraggiosa, davanti alle sfide pastorali e sociali, di forme nuove di cooperazione e presenza ecclesiale sul territorio. E’ già una efficace testimonianza di fede il fatto stesso di vedere una Chiesa che si sforza di camminare nella fraternità e nell’unità. Se non c’è questo, le altre cose non servono. Quando l’amore in Cristo è posto al di sopra di tutto, anche di legittime esigenze particolari, allora si diventa capaci di uscire da se stessi, di decentrarsi a livello sia personale che di gruppo e, sempre in Cristo, andare incontro ai fratelli.

Le piaghe di Gesù rimangono visibili in tanti uomini e donne che vivono ai margini della società, anche bambini: segnati dalla sofferenza, dal disagio, dall’abbandono e dalla povertà. Persone ferite dalle dure prove della vita, che sono umiliate, che si trovano in carcere o in ospedale. Accostando e curando con tenerezza queste piaghe, spesso non solo corporali ma anche spirituali, veniamo noi purificati e trasformati dalla misericordia di Dio. E insieme, pastori e fedeli laici, sperimentiamo la grazia di essere umili e generosi portatori della luce e della forza del Vangelo. Mi piace ricordare, a proposito di questo primo dovere della diaconia con i poveri, l’esempio di san Vincenzo de Paoli, che 400 anni fa iniziava in Francia una vera “rivoluzione” della carità. Anche a noi oggi è chiesto di inoltrarci con ardore apostolico nel mare aperto delle povertà del nostro tempo, consapevoli però che da soli non possiamo fare nulla. «Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori» (Sal 127,1).

Pertanto, è necessario riservare adeguato spazio alla preghiera e alla meditazione della Parola di Dio: la preghiera è la forza della nostra missione – come più recentemente ci ha dimostrato anche santa Teresa di Calcutta. L’incontro costante con il Signore nella preghiera diventa indispensabile sia per i sacerdoti e per le persone consacrate, sia per gli operatori pastorali, chiamati ad uscire dal proprio “orticello” e andare verso le periferie esistenziali. Mentre la spinta apostolica ci conduce ad uscire – ma sempre uscire con Gesù –, sentiamo il bisogno profondo di rimanere saldamente uniti al centro della fede e della missione: il cuore di Cristo, pieno di misericordia e di amore. Nell’incontro con Lui, veniamo contagiati dal suo sguardo, quello che posava con compassione sulle persone che incontrava nelle strade di Galilea. Si tratta di recuperare la capacità di “guardare”, la capacità di guardare! Oggi si possono vedere tanti volti attraverso i mezzi di comunicazione, ma c’è il rischio di guardare sempre meno negli occhi degli altri. È guardando con rispetto e amore le persone che possiamo fare anche noi la rivoluzione della tenerezza. E io invito voi a farla, a fare questa rivoluzione della tenerezza.

Tra quanti hanno più bisogno di sperimentare questo amore di Gesù, ci sono i giovani. Grazie a Dio, i giovani sono parte viva della Chiesa – la prossima Assemblea del Sinodo dei Vescovi li coinvolge direttamente – e possono comunicare ai coetanei la loro testimonianza: giovani apostoli dei giovani, come scrisse il beato Paolo VI nell’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi (cfr n. 72). La Chiesa conta molto su di loro ed è consapevole delle loro grandi risorse, della loro attitudine al bene, al bello, alla libertà autentica e alla giustizia. Hanno bisogno di essere aiutati a scoprire i doni di cui il Signore li ha dotati, incoraggiati a non temere dinanzi alle grandi sfide del momento presente. Per questo incoraggio a incontrarli, ad ascoltarli, a camminare con loro, perché possano incontrare Cristo e il suo liberante messaggio di amore. Nel Vangelo e nella coerente testimonianza della Chiesa i giovani possono trovare quella prospettiva di vita che li aiuti a superare i condizionamenti di una cultura soggettivistica che esalta l’io fino a idolatrarlo – quelle persone si dovrebbero chiamare “io, me, con me, per me e sempre con me” – e li apra invece a propositi e progetti di solidarietà. E per spingere i giovani, c’è bisogno oggi di ripristinare il dialogo tra i giovani e gli anziani, i giovani e i nonni. Si capisce che gli anziani vanno in pensione, ma la loro vocazione non va in pensione, e loro devono dare a tutti noi, specialmente ai giovani, la saggezza della vita. Dobbiamo imparare a far sì che i giovani colloquino con gli anziani, che vadano da loro. Il profeta Gioele ha una bella frase nel capitolo III, versetto 1: “I vecchi sogneranno e i giovani profetizzeranno”. E questa è la ricetta rivoluzionaria di oggi. Che i vecchi non entrino in quell’atteggiamento che dice: “Ma, sono cose passate, tutto è arrugginito…”, no, sogna! Sogna! E il sogno del vecchio farà che il giovane vada avanti, che si entusiasmi, che sia profeta. Ma sarà proprio il giovane a far sognare il vecchio e poi a prendere questi sogni. Mi raccomando, voi, nelle vostre comunità, nelle vostre parrocchie, nei vostri gruppi, fate in modo che ci sia questo dialogo. Questo dialogo farà miracoli.

Una Chiesa attenta ai giovani è una Chiesa famiglia di famiglie. Vi incoraggio nel vostro lavoro con le famiglie e per la famiglia, che vi sta impegnando in questo anno pastorale nella riflessione sull’educazione all’affettività e all’amore. E torno sull’argomento dei vecchi, perché l’ho a cuore. Un giovane che non ha imparato, che non sa accarezzare un anziano, gli manca qualcosa. E un anziano che non ha la pazienza di ascoltare i giovani, gli manca qualcosa. Tutti e due devono aiutarsi ad andare avanti insieme. L’educazione all’affettività e all’amore. E’ un lavoro che il Signore ci chiede di fare in modo particolare in questo tempo, che è un tempo difficile sia per la famiglia come istituzione e cellula-base della società, sia per le famiglie concrete, che sopportano buona parte del peso della crisi socio-economica senza ricevere in cambio un adeguato sostegno. Ma proprio quando la situazione è difficile, Dio fa sentire la sua vicinanza, la sua grazia, la forza profetica della sua Parola. E noi siamo chiamati ad essere testimoni, mediatori di questa vicinanza alle famiglie e di questa forza profetica per la famiglia. E anche qui mi fermo su un’altra cosa. Quando io confesso e viene una donna o un uomo giovane e mi dice che è stanco, che perde anche la pazienza con i figli perché ha tanto da fare, io, la prima domanda che faccio è: “Quanti figli ha?”, e dicono due, tre… E poi faccio un’altra domanda: “Lei gioca con i suoi figli?”. E tante volte ho sentito dai genitori, soprattutto dai papà: “Padre, quando io esco di casa loro ancora dormono, e quando torno sono a letto”. Questa situazione socio-economica chiude il bel rapporto dei genitori con i figli. Dobbiamo lavorare perché questo non avvenga, perché i genitori possano perdere il tempo giocando con i loro figli. Questo è importante!

Cari sacerdoti… Voi non avete figli… sì, c’è uno là, greco-cattolico, che ne ha; ma voi non ne avete, e si dice che quando Dio non dà figli, il diavolo dà nipoti! Cari sacerdoti, a voi in modo speciale è affidato il ministero dell’incontro con Cristo; e questo presuppone il vostro incontro quotidiano con Lui, il vostro essere in Lui. Vi auguro di riscoprire continuamente, nelle diverse tappe del cammino personale e ministeriale, la gioia di essere preti. Non perdete questa gioia! Non perdetela. Forse vi aiuterà leggere i quattro numeri finali della Evangelii nuntiandi del Beato Paolo VI: parla di questo. La gioia. Non perdere la gioia. Tante volte la gente trova sacerdoti tristi, tutti ammusoniti, con la faccia da peperoncino all’aceto, e a me alcune volte viene da pensare: ma tu con cosa hai fatto colazione? Caffelatte o aceto? No. La gioia, la gioia! E se tu trovi il Signore, sarai gioioso. La gioia di essere preti, di essere chiamati dal Signore a seguirlo per portare la sua parola, il suo perdono, il suo amore, la sua grazia. La gioia di finire la giornata stanchi: questo è bello! E non avere bisogno delle pastiglie per dormire. Sei stanco, vai a letto e dormi da solo. È una chiamata che non finisce mai di stupirci, la chiamata del Signore. Ogni giorno essa ci viene rinnovata nella celebrazione eucaristica e nell’incontro con il popolo di Dio a cui siamo inviati. Il Signore vi aiuti a lavorare con gioia nella sua vigna come operai accoglienti, pazienti e soprattutto misericordiosi. Come era Gesù. E che possiate contagiare nelle persone e nelle comunità lo spirito missionario.

Cari fratelli e sorelle della diocesi di Cesena-Sarsina, non scoraggiatevi di fronte alle difficoltà. Siate tenaci nel rendere testimonianza al Vangelo, camminando insieme: sacerdoti, consacrati, diaconi e fedeli laici. A volte ci saranno incomprensioni, ma quando ci sono incomprensioni, parlatene, o parlate con il parroco, perché vi aiuti. Ma mai le chiacchiere! Le chiacchiere distruggono una comunità: una comunità religiosa, una comunità parrocchiale, una comunità diocesana, una comunità presbiterale. Le chiacchiere sono un atto “terroristico”. Sì, chiacchierare è un terrorismo, perché tu vai, butti la chiacchiera – che è una bomba –, distruggi l’altro e te ne vai contento. Chiacchierare è questo. Pensateci. Cosa dice Gesù? “Se tu hai qualcosa contro tuo fratello, vai, diglielo in faccia” (cfr Mt18,15). Sii coraggioso, sii coraggiosa. E se non hai il coraggio di dirlo, morditi la lingua. E così andrà bene. Nel vostro cammino sentitevi sempre accompagnati e sostenuti dalla promessa del Signore, cioè la forza dello Spirito Santo. Vi ringrazio di cuore di questo incontro e affido ciascuno di voi e le vostre comunità, i progetti e le speranze alla Vergine Santa, che voi invocate con un titolo molto bello: “Madonna del popolo” – non populista!, è madre del popolo, è brava. Vi benedico di cuore e vi chiedo per favore di pregare per me. Adesso vi do la benedizione.

[Benedizione]



Saluto davanti alla Cattedrale

Vi auguro buona domenica! Saluto il coro: canta tanto bene; come anche la corale dentro la cattedrale. Tutti e due saluto. Grazie tante.

E qui ci sono i giovani: alzino la mano, bambini e giovani! Cosa devono fare i giovani? Avete sentito cosa ho detto [nel discorso in cattedrale]? Cosa devono fare?... Parlare con?... [rispondono: “Parlare con gli anziani”] Parlare con gli anziani. Ascoltare, parlare con gli anziani. Così diventerete rivoluzionari.

Ciao! Grazie, e il Signore vi benedica!

Guarda il video


Una Chiesa al servizio di tutti di Bruno Forte


Una Chiesa al servizio di tutti 
di Bruno Forte  
arcivescovo di Chieti-Vasto



La prima impressione che si ricava dalla prolusione tenuta dal nuovo Presidente dei Vescovi italiani al Consiglio Permanente della Cei lo scorso 25 settembre è quella di uno stile umile ed evangelico, mosso da una profonda ansia pastorale. Chi, come me, conosce da anni e stima il Cardinale Gualtiero Bassetti non si è sorpreso di questo, ha anzi trovato la conferma che l’Amico non è cambiato nel tempo, ha anzi approfondito la sua già ricchissima umanità, la sua fede viva e il suo atteggiamento di simpatia e amicizia verso la società in tutte le sue espressioni. La Chiesa di Bassetti è fino in fondo quella del Concilio Vaticano II, fortemente rilanciata da Papa Francesco: una Chiesa non dirimpettaia del mondo, ma vicina a ogni esperienza umana, capace di ascolto e accoglienza nei confronti di tutti, nessuno escluso, fedele alla sua missione di annunciare e vivere il Vangelo, soprattutto nel segno della carità e del servizio agli uomini. Una Chiesa che non solo non tradisce il dogma, ma lo incarna nell’unico modo che sia ad esso fedele, quello di testimoniare e vivere in ogni situazione, anche la più difficile e ferita, l’amore di Dio verso le persone in gioco, quale che sia il loro atteggiamento interiore verso gli altri, verso il mistero divino e la comunità ecclesiale. Questo stile di amicizia Bassetti lo manifesta sin dall’inizio nei riguardi dei suoi fratelli vescovi, come verso i tanti sacerdoti impegnati sul nostro territorio: «Sento il dovere di esprimere una parola di profonda riconoscenza ai nostri parroci: sono costruttori di comunità, strumenti della tenerezza di Dio, presbiteri che si spendono e si ritrovano nella carità pastorale». Analogo apprezzamento Bassetti ha rivolto a tutti gli altri operatori pastorali, religiosi e laici, donne e uomini impegnati al servizio del Vangelo. Parole di vicinanza umile e attiva il Cardinale ha parimenti detto per quanti sono stati provati dai recenti eventi sismici e dagli sconvolgimenti climatici, come pure per le vittime di violenza «cieca e brutale», specialmente fra le donne. Fra i molti spunti di riflessione che la prolusione offre, vorrei evidenziare la rilevanza di quanto il nuovo Presidente della Cei ha affermato riguardo ad alcuni temi “caldi” della nostra vita comune, affrontati con quello spirito “fiorentino” dei vari La Pira, Bartoletti, Barsotti e Milani, alla cui scuola Bassetti si è formato, capaci di unire sempre l’attenzione «al pane e alla Grazia»: la situazione dei giovani e la drammatica mancanza di lavoro e di prospettive ad essi offerte; la sfida delle migrazioni, con la questione connessa dello Ius soli; la qualità della politica. Alla base dell’attenzione della Chiesa al mondo del lavoro c’è per Bassetti «un principio evangelico: il lavoro è sempre al servizio dell’uomo e non il contrario. Anche dal lavoro passa la dignità di una persona... Oggi il lavoro è senza dubbio la priorità più importante per il Paese». Il giudizio del Cardinale è onesto e insieme amaro: «Ci sono oggi tante affermazioni gridate, ma forse manca un pensiero lungo sul Paese. In questa prospettiva si colloca la prossima Settimana Sociale di Cagliari dal titolo: “Il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo e solidale”. Auspico vivamente che questa riflessione... si trasformi presto in una proposta concreta da mettere al centro dell’agenda pubblica del Paese». Riguardo ai giovani il Cardinale ha osservato che quando ci si rivolge ad essi «bisogna parlare con parole di verità... Sui giovani, infatti, c’è una drammatica e stucchevole retorica, che purtroppo non viene sempre supportata dai fatti». Il cantiere di una rinnovata azione verso i giovani e con loro è aperto e andrà vissuto con creatività e coraggio. Riguardo alle migrazioni Bassetti rilancia i quattro verbi usati da Papa Francesco e che ritiene programmatici per la Chiesa italiana, nella fedeltà alla tradizione di ospitalità della nostra gente: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Specialmente significativo è quanto il Cardinale ha affermato riguardo alla questione dello Ius soli: «Alla luce del Vangelo e dell’esperienza di umanità della Chiesa, penso che la costruzione di questo processo di integrazione possa passare anche attraverso il riconoscimento di una nuova cittadinanza, che favorisca la promozione della persona umana e la partecipazione alla vita pubblica di quegli uomini e donne che sono nati in Italia, che parlano la nostra lingua e assumono la nostra memoria storica, con i valori che porta con sé». Infine, riguardo alla politica Bassetti ha una posizione del tutto in linea con le scelte del Vaticano II: «La politica, come affermava Paolo VI, è una delle più alte forme di carità. Papa Francesco ha più volte auspicato la necessità dei cattolici in politica. Ma come? Non spetta a me dirlo. Quello che mi preme sottolineare è che il cuore della questione non riguarda le formule organizzative. Il vero problema è come portare in politica, in modo autentico, la cultura del bene comune. Non basta fare proclami». La Chiesa italiana, insomma, non può né vuole sottrarsi a un ruolo di vigilanza critica, che sia reso credibile però dall’eloquenza della sua vita: una sfida cui si risponde soltanto pagando di persona. 
(fonte: Il Sole 24 Ore del 1 ottobre 2017)

domenica 1 ottobre 2017

Il pranzo del Papa a Bologna con 1400 “ospiti” nella chiesa di San Petronio - Quei poveri che pranzano in chiesa, e l’accusa di “profanazioneˮ (commenti, testo e foto)

Quei poveri che pranzano in chiesa, e l’accusa di “profanazioneˮ
I commenti per gli “ultimiˮ a tavola con il Papa in San Petronio. Avveniva agli inizi del cristianesimo. Accadeva anche a Roma, con Gregorio Magno che serviva a tavola. E nel V secolo si tenne un pranzo per i poveri a San Pietro ammirato da Paolino da Nola
Il Papa a pranzo con i gli “ultimi” di Bologna nella basilica di San Petronio (© L’Osservatore Romano)
Papa Francesco lo aveva detto poco prima durante l’incontro all’Hub Regionale di Bologna: «Da lontano possiamo dire e pensare qualsiasi cosa, come facilmente accade quando si scrivono frasi terribili e insulti via internet». È accaduto anche nel caso della decisione dell’arcivescovo Matteo Zuppi di far mangiare un migliaio di i poveri con Papa Francesco all’interno della basilica di San Petronio. 

Commentatori, giornalisti e “hatersˮ di professione, insieme a siti sedicenti cattolici, non si sono limitati a dissentire dalla scelta (critica del tutto legittima), ma hanno come spesso accade esasperato i toni, tirando in ballo addirittura la parola «profanazione». Nessuna sorpresa: se si è arrivati a dare dell’eretico al Pontefice sulla base di presunte eresie che lui mai ha scritto o pronunciate, anche un pranzo con poveri e disagiati sotto le volte di una chiesa può venire presentato come un atto eversivo e gravissimo, un affronto alla sacralità del luogo e un’offesa - anzi una profanazione - del Santissimo Sacramento. 

È l’ennesimo esempio di “tradizionalistiˮ che pur di trovare la loro quotidiana accusa contro il Papa dimenticano (o ignorano) la tradizione e la storia della Chiesa. Il Vangelo è pieno di scene che descrivono Gesù a tavola: proprio il suo sedersi a mensa con pubblicani e peccatori provoca scandalo. La stessa eucaristia viene istituita attorno a una tavola imbandita per la cena. San Giovanni Crisostomo, Padre della Chiesa venerato dalle chiese cattolica e ortodossa, scriveva: «Vuoi onorare il Corpo di Cristo? Non trascurarlo quando si trova nudo. Non rendergli onore qui nel tempio con stoffe di seta, per poi trascurarlo fuori, dove patisce freddo e nudità. Colui che ha detto: “Questo è il mio Corpoˮ, è il medesimo che ha detto: “Voi mi avete visto affamato e non mi avete nutritoˮ, e “Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli lo avete fatto a meˮ... A che serve che la tavola eucaristica sia sovraccarica di calici d’oro, quando Lui muore di fame? Comincia a saziare Lui affamato, poi con quello che resterà potrai ornare anche l’altare». 

Queste parole di Giovanni Crisostomo attestano il legame indissolubile tra il servizio all’altare, l’eucaristia e la carità, l’amore per gli altri e per i poveri, come si legge in un numero del 2009 della rivista teologica (non certamente eversiva) Communio: «Un legame sottolineato nelle Scritture così come il tema del banchetto messianico, in cui gli ultimi saranno saziati». 

È ovvio che il pranzo in chiesa - come quello che tradizionalmente offre la Comunità di Sant’Egidio ai poveri il giorno di Natale nella basilica di Santa Maria in Trastevere - rimane un evento eccezionale, dato che si tratta di un luogo destinato alla liturgia e alla preghiera. Ma il gesto compiuto oggi da Francesco in San Petronio a Bologna è molto più tradizionale di quanto si pensi o di quanto dicano quanti lo accusano di «profanazione». 

Il pranzo in comune era frequente nelle prime generazioni cristiane e accompagnava la riunione della comunità fin dai tempi apostolici. Narra san Giovanni Crisostomo: «Nelle chiese c’era un’usanza ammirevole: i fedeli, riunitisi, una volta ascoltata la Parola di Dio, partecipavano tutti alle preghiere di rito e poi ai santi misteri. Alla fine della riunione, invece di tornare subito a casa, i ricchi, che si erano preoccupati di portare provviste in abbondanza, invitavano i poveri e tutti si sedevano a una stessa tavola, apparecchiata nella chiesa stessa e tutti senza distinzione mangiavano e bevevano le stesse cose. Si comprende come la tavola comune, la santità del luogo, la carità fraterna che si manifestava dappertutto diventavano per ognuno fonte inesauribile di gioia e di virtù». 

Non mancano, ricostruisce Communio, disposizioni dettagliate per questi pranzi, cui spesso partecipa anche il vescovo, tanto da suggerire l’immagine di una sorta di una «liturgia della carità». Anche Gregorio Magno, Vescovo di Roma alla fine del IV secolo, apre le porte della Chiesa per far mangiare i più poveri, in un momento difficile per la sua città, segnata da violenze e da situazioni di bisogno estremo. Papa Gregorio allestisce il “triclinium pauperumˮ, una mensa per i poveri, nell’oratorio di Santa Barbara, accanto alla sua residenza al Celio. Al centro della piccola chiesa venne costruito un grande tavolo di marmo dove lui stesso, il Papa, ogni giorno, serve il pasto a dodici poveri. 

Anche la basilica di San Pietro - non quella attuale, ma quella precedente costantiniana - ha visto pranzi simili. San Paolino da Nola, vissuto tra il IV e il V secolo, racconta un pranzo per i poveri offerto nella basilica di San Pietro in Vaticano dal senatore romano Pammachio. Il senatore, convertitosi al cristianesimo, offrì un pranzo in memoria della moglie scomparsa. Il vescovo Paolino con queste parole loda e sostiene l’opera dell’amico: «Tu radunasti nella basilica dell’Apostolo (Pietro, ndr) una moltitudine di poveri, patroni delle anime nostre, che per tutta la città di Roma chiedono l’elemosina per vivere... Mi sembra di vedere tutte quelle moltitudini di gente misera affluire a sciami in grandi schiere, fino in fondo all’immensa basilica del glorioso Pietro... che lieto spettacolo era quello». 

Chi oggi parla a sproposito di «profanazione» sta dunque dando del «profanatore» non soltanto all’attuale Pontefice e all’attuale arcivescovo di Bologna. Ma a molti dei loro predecessori, santi compresi. Dimenticando che ci sono occasioni particolari in cui nelle chiese, per essere benedetti prima del Palio di Siena, entrano persino i cavalli.
(fonte: Vatican Insider articolo di Andrea Tornielli)

... Le maestose volte gotiche della basilica di San Petronio, luogo simbolo laico e religioso della città di Bologna, fanno da cornice al pranzo che Papa Francesco condivide con 1400 “ospiti” in una delle tappe più significative dell’intera visita nel capoluogo emiliano. Sono gli “ultimi”, gli abitanti di quelle «periferie», geografiche ed esistenziali, che per Bergoglio rappresentano invece il «centro» da cui tutto inizia: poveri, homeless, rifugiati, disabili, anziani abbandonati, ex tossicodipendenti, persone con disturbi psichici, individuati fra diverse realtà e associazioni, enti, parrocchie, di ispirazione cristiana e non solo. 

Tutti si ritrovano braccio a braccio con il Pontefice e l’arcivescovo Matteo Zuppi nelle grandi tavolate bianche allestite dalla Caritas diocesana che trasforma così la basilica conosciuta come la sesta più grande d’Europa (quarta in Italia dopo San Pietro e il Duomo di Milano e di Firenze) in un refettorio dove consumare un «pranzo di solidarietà». Pranzo durante il quale, afferma Francesco nel suo saluto iniziale, «possiamo condividere il nostro pane quotidiano». Che non è solo il cibo offerto da chef e ristoratori bolognesi, ma anche quello «più prezioso» che è «il Vangelo, la Parola di quel Dio che tutti portiamo nel cuore, che per noi cristiani ha il volto buono di Gesù». 

Bergoglio fa consegnare a tutti un Vangelo: «È per voi! È rivolto proprio a chi ha bisogno! Prendetelo tutti e portatelo come segno, sigillo personale di amicizia di Dio che si fa pellegrino e senza posto per prepararlo a tutti», sottolinea. Nella società probabilmente state ai margini, ma «oggi - dice ai suoi ospiti - siete al centro di questa casa. La Chiesa vi vuole al centro. Non prepara un posto qualsiasi o diverso: al centro e assieme». Perché «la Chiesa è di tutti, particolarmente dei poveri» e tutti «siamo degli invitati, solo per grazia». «Siamo dei viandanti, dei mendicanti di amore e di speranza, e abbiamo bisogno di questo Dio che si fa vicino e si rivela nello spezzare del pane».







Guarda il video
Papa Francesco fa pauperismo? 
Solo sciocchezze di chi non conosce la Parola Dio 
contenuta nelle Sacre Scritture
Fr. Egidio Palumbo, Carmelitano

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXVI domenica Tempo Ordinario / A





Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)





Preghiera dei Fedeli


"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n.46/2016-2017 (A) di Santino Coppolino

"Un cuore che ascolta - lev shomea"
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)


Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo: 
Mt 21,28-32 



"I pubblicani e le prostitute vi precedono nel Regno!". Parole durissime quelle che Gesù rivolge ai sommi sacerdoti e agli anziani del popolo che credono di essere giusti. Questa parabola rivela la situazione di quanti crediamo di non essere bisognosi di conversione, solo perché diciamo di sì a Dio a parole, ma poi con la vita manifestiamo ben altro: "Dicono e non fanno!" (23,3). Siamo come il fico che è pieno di foglie ma totalmente privo di frutti; o come il tempio che invece di essere "casa di preghiera per tutti i popoli" (Is 56,7), è stato trasformato in una spelonca di ladri, sempre pronti a puntare il dito contro il fratello che sbaglia. In verità i due fratelli sono una persona sola: siamo noi che ascoltiamo, anche se riteniamo di essere una terza persona: "Leggiamo sempre questa parabola pensando di identificarci con un terzo fratello, che fa come il primo e parla come il secondo. Ma questo fantomatico fratello non esiste" (cit.). Pubblicani e prostitute sono peccatori pubblici, ufficialmente riconosciuti tali, ma finché non abbiamo l'umiltà di riconoscerci in loro, di sentire il disagio per la nostra ipocrisia, non potremo mai convertirci. Come Chiesa siamo chiamati a riconoscerci in coloro che gridano: "Signore, Signore!" (7,21), ma poi non facciamo. 
"Siamo casta meretrix che diventa casta sposa in quanto si riconosce prostituta; diventa "sì" ogni qualvolta riconosce il proprio "no" e si converte".