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lunedì 12 gennaio 2026

Razzismo e affari del nuovo colonialismo di Mario Ricciardi

Razzismo 
e affari del nuovo colonialismo 
di Mario Ricciardi


Negli Stati uniti si discute molto in questi giorni del modo migliore di inquadrare sul piano della teoria politica l’intervento militare in Venezuela e l’intercettazione di due petroliere provenienti dal paese sudamericano che hanno tentato di forzare il blocco navale per raggiungere i porti russi.

Queste azioni dell’attuale amministrazione sono per certi versi in continuità con le politiche di intervento ispirate dai neocon negli anni della presidenza di Bush figlio.

Ma hanno anche aspetti che fanno pensare a un ritorno a schemi che risalgono più indietro nel tempo, all’epoca in cui le potenze europee e gli Stati uniti si scontravano per il controllo delle risorse (terra, schiavi e minerali) presenti nei vasti territori dell’Asia, dell’Africa e delle Americhe abitati da popolazioni indigene, talvolta prive di un’organizzazione politica di tipo occidentale.

Secondo Greg Grandin, uno storico di Yale che è uno dei più autorevoli studiosi dei rapporti tra gli Stati uniti e l’America latina, è a questa fase coloniale della storia della repubblica che si dovrebbe guardare per inquadrare in modo adeguato quel che sta accadendo in queste settimane. L’intervento in Venezuela, visto dal sud, fa venire in mente numerosi precedenti: non solo i golpe sponsorizzati dalla Cia negli anni della guerra fredda, ma anche i conflitti con la Spagna e con il Messico. Questi ultimi, infatti, furono vere e proprie guerre coloniali, che condussero alla conquista di vasti territori, dall’America fino alle Filippine.

Partendo dalle osservazioni di Grandin credo si possa affermare che siamo entrati in una nuova fase nella quale il neo conservatorismo si lascia alle spalle (qualcuno potrebbe dire non a torto «getta la maschera») l’ideale di una potenza egemone che esercita il proprio potere per espandere la democrazia fuori dai confini dell’occidente, e afferma esplicitamente – e sovente in modo brutale – che il proprio scopo è acquisire il controllo di aree situate fuori dai confini degli Stati uniti, senza particolare riguardo per la sovranità nazionale e per l’autodeterminazione dei popoli che vivono nei territori in cui è possibile acquisire risorse sfruttabili dalle imprese statunitensi.

Sotto questo profilo, il modello cui guardare non è più quello della guerra fredda (nel corso della quale la competizione per le risorse e quella per la supremazia ideologica si intrecciavano, con la seconda a fare spesso da ipocrita copertura della prima), ma quello dell’espansione dell’impero britannico a partire dal regno di Elisabetta I e fino alla acquisizione del controllo diretto dell’India dopo la rivolta del 1857. Le somiglianze sono, in effetti, notevoli. C’è la stesso atteggiamento di noncuranza nei confronti delle regole internazionali che aprono la strada agli atti di pirateria di Francis Drake, e si esprimono nella sovrapposizione tra pubblico e privato che caratterizza l’operato della Compagnia delle Indie orientali, e poi le «guerre dell’Oppio» in difesa della «libertà del commercio».

Witkoff e Kushner hanno più in comune con gli agenti della «onorevole compagnia» che con i diplomatici della guerra fredda come Kissinger o Kennan. Non sono accademici prestati alla politica, ma uomini d’affari che fanno allo stesso tempo i propri interessi, quelli degli azionisti delle imprese che rappresentano, e quelli del sovrano cui alla fine rispondono. Le trattative economiche si svolgono all’ombra dei cannoni, pronti a intervenire se i nativi non collaborano.

L’aspetto più inquietante di questa nuova fase, tuttavia, non è l’intreccio tra capitalismo e potere politico (un fenomeno che in varie forme accompagna la modernità in tutte le sue fasi), ma la riemersione del suprematismo che si accompagnava a tutte le imprese coloniali, dalle più efficaci a quelle più sgangherate. Questo atteggiamento, che porta a ignorare le vittime civili dell’intervento in Venezuela come quelle dell’interminabile rappresaglia israeliana a Gaza, è la vera novità con cui dobbiamo fare i conti, e non sarà né facile né indolore.

Perché per farlo sarà necessaria una disamina lucida e senza sconti non solo della cultura della destra, ma anche di una parte della tradizione liberale e progressista.

Prendiamo, per fare un esempio, Bertrand Russell, che nel 1934 scrive, a proposito dell’espansione degli Stati uniti nei territori occidentali: «Dal punto di vista dell’umana civiltà, è difficile vedere che cosa si sarebbe potuto fare che si accordasse con la giustizia e l’umanità. Non possiamo rimpiangere che il territorio degli Stati uniti sia abitato da uomini civili; e se gli uomini civili dovevano abitarlo, era inevitabile che gli indiani soffrissero». Russell il paladino del voto alle donne, il pacifista, il difensore del libero pensiero. La linea d’ombra è dentro di noi, non è il risultato delle maligne macchinazioni di un nemico.

(Fonte: “Il manifesto” - 8 gennaio 2026)