Le domande ineludibili dopo Crans-Montana
È davvero difficile provare a dire anche solo una parola su quanto è accaduto a Crans-Montana la notte del 31 dicembre. Non ci sono parole davanti ad un evento che ha messo la parola fine in modo brutale alla vita di quaranta giovani che erano lì solo per divertirsi, per fare festa e per gioire della reciproca presenza. Non ci sono parole quando la morte irrompe là dove avrebbe dovuto esserci solo gioia e spensieratezza. Non ci sono parole davanti al dolore incommensurabile dei genitori, perché non è un caso se in nessun vocabolario esista la parola per definire una madre che perde un figlio. L’unica risposta davanti a questa tragedia non può che essere il silenzio. Ciononostante, è pur vero che noi adulti non possiamo esimerci dal dovere di riflettere sull’accaduto e cercare di individuare le nostre responsabilità, affinché ciò che è accaduto non accada mai più.
Quella notte, in quello scantinato, avrebbero potuto esserci i figli di ciascuno di noi perché, diciamocelo pure, la maggior parte dei genitori è disponibile a chiudere un occhio per i festeggiamenti dell’ultimo dell’anno. Diamo per scontato che non si possa dire di no, anche se la maggior parte di noi ha vissuto in un’epoca in cui, a sedici anni, il Capodanno lo potevi festeggiare solo a casa e non nei locali e sempre alla presenza di adulti. L’accaduto è di una tale gravità che interrogarsi è doveroso non solo per rispetto di quei giovani che sono morti nel peggiore dei modi e di quelli che ancora stanno ancora lottando tra la vita e la morte, ma è doveroso soprattutto nei confronti di un’intera generazione che si sente giustamente coinvolta e partecipe dell’evento traumatico.
La prima cosa che mi sentirei di dire a questi giovani è di liberarsi da ogni senso di colpa. Perché se proprio dovessimo parlarne, allora dovremmo dire che l’unica colpa che hanno è quella di essersi illusi di trovarsi in un luogo sicuro, di essersi affidati all’organizzazione di adulti che avrebbero dovuto proteggerli, mettendo la loro sicurezza e non il denaro al primo posto. Inutile dire infatti che ogni giovane che quella sera si trovava lì, era un giovane che si affidava alle scelte, all’organizzazione di adulti cui spetta la responsabilità di garantire in ogni modo possibile la loro incolumità.
Quella sera a festeggiare erano quasi tutti minorenni per lo più tra i 14 e i 16 anni. Si trattava pertanto di persone per le quali il nostro ordinamento giuridico prevede un regime di rappresentanza e di tutela rafforzata fino al compimento del diciottesimo anno di età. Come sappiamo, a quell’età si è piuttosto insicuri, ingenuamente fiduciosi, poco consapevoli di sé e degli altri e soprattutto si tende giustamente a vivere credendo che la morte sia qualcosa che non ci riguardi. È l’età della spensieratezza in cui l’unica vera fatica dovrebbe essere quella di crescere e maturare. E allora cerchiamo di capire cosa possa essere accaduto quella terribile notte. Dai video registrati dagli stessi ragazzi si vede che il soffitto inizia a prendere fuoco ma che loro, ciononostante, continuano a ballare in uno stato generalizzato di euforia. Del resto, tutto andava avanti come se nulla fosse accaduto, il DJ continuava a passare musica e nessuno era intervenuto per dare l’allarme o gestire un eventuale evacuazione. Ad un tratto si vedono ragazze con il viso coperto da strani caschi, poste a cavallo sulle spalle di persone mascherate, le si vedono portare in giro bottiglie di champagne dotate di candele da cui partono coreografiche fontane di scintille. Le indagini in corso potranno certamente servirsi di tutti questi dettagli desumibili chiaramente dai numerosi video postati. In altre parole, si è trattato di una tragedia trasmessa in diretta e raccontata in tempo reale attraverso immagini agghiaccianti.
Tutto questo non può che sconvolgere e pone delle domande. Perché i ragazzi, piuttosto che filmare, non sono scappati via subito? Davanti alla minaccia delle fiamme, infatti, non è prevalso l’innato istinto di conservazione, quella sana paura di ogni essere vivente, ma l’urgenza di chi vuole trasformare quell’evento in immagini da condividere. È come se, persino in un momento drammatico come quello, a prevalere non fosse la presa d’atto della realtà nella sua crudezza, ma la necessità di una sua rappresentazione. Pochissimi i giovani che si sono salvati, dandosi immediatamente alla fuga.
Se ci pensiamo bene, tutto questo ha un senso. Perché in una società in cui tu esisti solo se hai visibilità, dove il tuo valore è commisurato al numero di visualizzazioni e di like, si finisce con l’essere portati a credere che ciò che conti veramente sia ciò che è rappresentato nel mondo virtuale e che nulla esista a meno che non sia rappresentato nei social. Se è così, allora si può comprendere perché il loro primo istinto non sia stato quello di scappare per salvare la vita reale, ma quella di salvaguardare l’immagine e la rappresentazione di essa.
I giovani di cui parliamo appartengono alla generazione dei nativi digitali che sin dalla più tenera età si è trovata tra le mani un cellulare attraverso cui hanno potuto avere accesso prematuramente ad un flusso ininterrotto e inesauribile di informazioni. Sin da bambini sono stati bersagliati dal susseguirsi incessante di immagini che su internet volano ad una velocità tale che difficilmente la loro mente ha il tempo di metabolizzarle. Non a caso si tratta di una generazione che ben presto ha dovuto fare i conti con stati confusionali, spesso accompagnati da ansia, stordimento e paure. Non è per nulla facile, infatti, dover gestire l’overdose di sensazioni che, proprio perché sono sganciate dall’esperienza reale, risultano di difficile elaborazione. Attraverso internet, tutto è dato, tutto è possibile qui ed ora, non c’è nulla da cercare, da desiderare o da evitare, si è solo spettatori passivi. Se è così, allora è possibile comprendere perché si finisca con il filmare il fuoco piuttosto che darsela a gambe levate, perché quando non si è abituati a vivere l’esperienza, ma solo ad osservarla attraverso un dispositivo, non c’è più spazio per la reazione e si finisce con l’essere spettatori di tutto ciò che accade attorno. Non c’è da stupirsi dunque se la prima reazione di questi ragazzi davanti al pericolo incombente sia stata quella di inquadrare il soffitto e trasformare in spettacolo l’imminente tragedia che segnerà la loro tristissima fine.
Eppure, si sarebbe trattato di dare seguito a quella che dovrebbe essere considerata una reazione ancestrale di ogni essere vivente che da sempre è fuggito davanti al fuoco. Qui, dunque, il problema educativo si pone ben prima della necessità di una didattica delle emozioni, dell’educazione sentimentale. Perché, a questo punto quello ciò che sembra sia venuto meno è il basilare istinto di conservazione, ossia la capacità di riconoscere il pericolo e di reagire prontamente, mettendosi al riparo prima possibile. Ripeto, in queste parole non c’è nessun intento di colpevolizzare in alcun modo dei ragazzini che, essendo peraltro minori, non sarebbero in alcun modo colpevolizzabili. Non si tratta nemmeno di colpevolizzare gli adulti, ma certamente si tratta di capire cosa sia potuto accadere di così grave in questa nostra società per arrivare ad “anestetizzare” questi ragazzi fino a tal punto.
Quale pseudo-cultura li ha portati a perdere il contatto con se stessi al punto da far perdere la percezione del pericolo? La prima risposta che mi viene da dire è che in realtà niente può essere percepito come pericolo se non esiste più il senso del limite, ossia quello spazio che segna il confine tra il possibile e l’impossibile, il lecito e l’illecito, il sicuro e il pericoloso.
Eppure, stiamo parlando della generazione dei controllati in tempo reale in ogni loro spostamento, stiamo parlando dei figli di genitori geolocalizzatori, degli allievi dei maestri del registro elettronico che rende tutto accessibile e che di fatto ha abolito la possibilità di marinare la scuola, sia pure per un solo giorno. Ma, a questo punto, c’è da chiedersi se questo sia il genere di protezione di cui questi ragazzi hanno davvero bisogno. Sembra infatti che si sia scambiato il controllo con la sicurezza e la libertà con il compiacimento. Perché se è vero che spetta ad ogni genitore proteggere i propri figli, specie se minori, è anche vero che proteggere non vuol dire controllare, ma dare tempo. Proteggere vuol dire, infatti, preservare il proprio figlio da esperienze premature che non è in grado di gestire e che non ha nemmeno avuto il tempo di desiderare. Vuol dire lasciare loro il tempo necessario per vivere ogni fase della vita senza bruciare le tappe. Vuol dire evitare di fornire risposte a domande che da loro non sono mai state formulate.
Prima dei cellulari, a un genitore non restava altro che dare fiducia ai figli, credere in loro, scommettere sulla verità della loro parola. La libertà, si diceva, bisogna meritarsela e nulla era scontato. Pensare che tutto questo oggi sia superato perché tanto ci si sente garantiti dalla possibilità di concedere una libertà controllata tramite l’app di turno, è pura illusione. Una libertà vigilata, infatti, alla lunga, non aiuta il figlio a crescere in assunzione di responsabilità, né aiuta a costruire un rapporto di vera fiducia reciproca.
La strage di Crans-Montana, dunque, a ben vedere, non riguarda solo coloro che malauguratamente ne sono rimasti coinvolti. Riguarda un’intera generazione che non riesce più ad essere presente a se stessa, ad agire istintivamente nemmeno a salvaguardia della propria vita. Si tratta di un evento tragico che inevitabilmente chiama in causa la responsabilità di ogni adulto che svolga un compito educativo, affinché possa realmente adoperarsi per restituire alla vita giovani presenti a se stessi e al mondo che li circonda.
(fonte: Tuttavia, articolo di Sabrina Corsello 06/01/2026)
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Le giovani vittime di Crans Montana ora esigono silenzio
Dopo i funerali dei cinque ragazzi, resta un vuoto che interroga tutti: un dolore ingiusto che chiede meditazione, responsabilità e un impegno nuovo a custodire il tempo e la vita come il bene più fragile e prezioso
Alla fine dei funerali di Riccardo, Giovanni, Achille, Chiara e Sofia, giovanissime vittime della strage di Crans Montana, resta un vuoto. Profondo. Lancinante. Un senso di rabbia e di ribellione si impossessa dei nostri fragili cuori, incapaci di sostenere il dramma familiare e collettivo di un intero Paese per tante giovani, meravigliose vite umane andate perse per incuria e ignavia dell’uomo in un momento di festa.
È sommamente ingiusto morire a 15, 16 anni. Perché, dunque? In attesa che la giustizia umana faccia il suo corso, il silenzio – dei parenti e della folla intorno – è stato la prima risposta, dignitosa e profondamente umana, che abbiamo colto nelle dirette televisive. Non solo sui sagrati delle chiese dove si sono svolte le esequie o nelle scuole, dove in quel giorno si è osservato un minuto di silenzio, ma anche nella liturgia. Il rito religioso, che lo alterna a gesti e parole e che riempie questi di carico simbolico, è in questo senso maestro di vita e può indicarci che la nostra vita, perché sia davvero piena, ha bisogno di spazi di assenza di rumore per riappropriarci, nel nostro trafelato vivere, del senso ultimo dell’esistenza. Ma il rito rappresenta nell’esperienza umana anche un momento di passaggio nella propria esistenza, come quegli stessi ragazzi avevano sperimentato nel Battesimo, nella Prima comunione, nella Cresima. Quel passaggio ora riguarda certamente loro, che sono passati dalla vita terrena a quella della gioia senza fine, dove L’Eterno «asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno perché le cose di prima sono passate» (Apocalisse 21,4). Ma, se questo è il vero motivo di speranza che ci consola, quel passaggio riguarderà ora anche i genitori e i parenti di quei ragazzi (ma anche tutti noi!), che dovranno (dovremo) operare un passaggio, lungo, impervio e faticoso, che avrà bisogno di molto e molto silenzio per farli (farci) passare da una presenza di futuro a un’assenza che in certi momenti bui avrà l’amaro sapore della morte.
In questo momento di desolazione collettiva, mitigata dal nostro esserci stretti tutti fisicamente e spiritualmente intorno a quelle bare, dobbiamo però – tutti, giovani e meno giovani! – trarre un grande insegnamento da questa tragedia, perché quei volti che non vedremo mai più sorridere abbiano ancora qualcosa da dirci. E cioè che il tempo è prezioso, che dobbiamo cogliere ogni occasione per esprimere il nostro amore e i nostri sentimenti a chi ci è vicino, a chi amiamo, che non dobbiamo mai dare nulla per scontato, che la vita (che, a volte, è molto dura!) è soprattutto un dono che dobbiamo mettere a frutto in ogni istante delle nostre giornate per costruire il bene nei nostri microcosmi, in un mondo sempre più avvolto da parole e gesti violenti.
È uno dei tesori che loro ci lasciano in eredità. Facciamone buon uso.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Stefano Stimamiglio 07/01/2026)
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Vedi anche i nostri post precedenti:
