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sabato 6 luglio 2024

Papa Francesco: democrazia è risolvere “insieme” i problemi di tutti

Papa Francesco: democrazia è 
risolvere “insieme” i problemi di tutti

In occasione della visita del Papa a Trieste di domani per la conclusione della 50.ma Settimana Sociale dei Cattolici in Italia, il quotidiano “Il Piccolo” pubblica un testo inedito di Francesco. Si tratta di un’introduzione a un’antologia di suoi discorsi e messaggi dal titolo “Al cuore della democrazia”. Il volume, curato dalla Libreria Editrice Vaticana e da “Il Piccolo”, viene distribuito gratuitamente domenica come allegato del quotidiano. Il libro ha una presentazione del cardinale Zuppi



Mi rallegro nel rivolgere queste parole per introdurre questo testo che il quotidiano Il Piccolo e Libreria Editrice Vaticana offrono ai lettori in concomitanza con la mia visita a Trieste in occasione delle Settimane sociali.

La mia presenza a Trieste, città dal forte sapore mitteleuropeo per la sua compresenza di culture, religioni ed etnie diverse, avviene in concomitanza con l’evento che la Conferenza episcopale italiana organizza in questa città, le Settimane sociali dei cattolici in Italia, dedicate quest’anno al tema «Al cuore della democrazia. Partecipare tra storia e futuro».

Democrazia, lo sappiamo bene, è un termine nato nell’antica Grecia per indicare il potere esercitato dal popolo attraverso i suoi rappresentanti. Una forma di governo che, se da un lato si è diffusa in modo globale negli ultimi decenni, dall’altro pare soffrire le conseguenze di un morbo pericoloso, quello dello “scetticismo democratico”. La difficoltà delle democrazie nel farsi carico della complessità del tempo presente – pensiamo alle problematiche legate alla mancanza di lavoro o allo strapotere del paradigma tecnocratico – sembra talvolta cedere il passo al fascino del populismo. La democrazia ha insito un valore grande e indubitabile: quello dell’essere “insieme”, del fatto che l’esercizio del governo avviene nell’ambito di una comunità che si confronta, liberamente e laicamente, nell’arte del bene comune, che non è altro che un diverso nome di ciò che chiamiamo politica.

“Insieme” è sinonimo di “partecipazione”. Già don Lorenzo Milani e i suoi ragazzi lo sottolineavano nella magistrale Lettera a una professoressa: «Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia». Sì, i problemi che abbiamo davanti sono di tutti e riguardano tutti. La via democratica è quella di discuterne insieme e sapere che solo insieme tali problemi possono trovare una soluzione. Perché in una comunità come quella umana non ci si salva da soli. E nemmeno vale l’assioma del mors tua vita mea. Anzi. Perfino la microbiologia ci suggerisce che l’umano è strutturalmente aperto alla dimensione dell’alterità e dell’incontro con un «tu» che ci sta davanti. Lo stesso Giuseppe Toniolo, ispiratore e fondatore delle Settimane sociali, era uno studioso di economia il quale aveva compreso molto bene i limiti dell’homo oeconomicus, ovvero di quella visione antropologica basata sull’«utilitarismo materialistico», come lui lo definiva, che atomizza la persona, amputandone la dimensione relazionale.

Ecco, vorrei dire così, pensando oggi a cosa significhi il “cuore” della democrazia: insieme è meglio perché da soli è peggio. Insieme è bello perché da soli è triste. Insieme significa che uno più uno non fa due, ma tre, perché la partecipazione e la cooperazione creano quello che gli economisti chiamano valore aggiunto, ovvero quel positivo e quasi concreto senso di solidarietà che nasce dal condividere e portare avanti, ad esempio nell’agone pubblico, questioni sulle quali trovare una convergenza.

In fin dei conti, è proprio nella parola “partecipare” che troviamo il senso autentico di cosa sia la democrazia, di cosa significa andare al cuore di un sistema democratico. In un regime statalista oppure dirigista nessuno partecipa, tutti assistono, passivi. La democrazia invece richiede partecipazione, domanda di metterci del proprio, di rischiare il confronto, di far entrare nella questione i propri ideali, le proprie ragioni. Di rischiare. Ma il rischio è il terreno fecondo su cui germoglia la libertà. Mentre invece balconear, stare alla finestra di fronte a quanto accade intorno a noi, non solo non è eticamente accettabile ma anche, egoisticamente, non è né saggio né conveniente.

Sono tante le questioni sociali sulle quali, democraticamente, siamo chiamati a interagire: pensiamo ad un’accoglienza intelligente e creativa, che coopera e integra, delle persone migranti, fenomeno che Trieste conosce bene in quanto vicino alla cosiddetta rotta balcanica; pensiamo all’inverno demografico, che colpisce ormai in maniera pervasiva tutta l’Italia, e in particolare alcune regioni; pensiamo alla scelta di autentiche politiche per la pace, che mettano al primo posto l’arte della negoziazione e non la scelta del riarmo. In sintesi, quel prenderci cura degli altri che Gesù continuamente ci indica nel Vangelo come l’autentico atteggiamento nell’essere persone.

Da Trieste, città affacciata sul Mar Mediterraneo, crogiuolo di culture, di religioni e di popoli diversi, metafora di quella fratellanza umana cui aspiriamo in questi tempi oscurati dalla guerra, possa scaturire un impegno più convinto per una vita democratica pienamente partecipata e finalizzata al vero bene comune.
(fonte: Vatican News 06/07/2024)

#CORAGGIO di Gianfranco Ravasi

#CORAGGIO 
di Gianfranco Ravasi



Secondo un aforisma crudele, abbiamo sempre coraggio a sufficienza per le sofferenze altrui.

Il titolo è criptico, V13, ma la soluzione dell’enigma è tragica. Si tratta, infatti, della sintesi cifrata di una data, venerdì 13 novembre 2015, quando Parigi fu scossa da un gruppo di attentati terroristici che ebbero il loro culmine nella strage del Bataclan, con una macabra somma di 130 morti e 350 feriti gravi. Ogni mattina, per dieci mesi, il popolare scrittore francese Emmanuel Carrère seguì le udienze del processo registrando le testimonianze delle vittime, le farneticazioni degli imputati e gli interventi della corte. In una tappa del suo racconto-resoconto, tradotto da Adelphi lo scorso anno, egli inserisce il «crudele» aforisma che abbiamo citato.

In verità, di fronte a tanta violenza estrema e a una montagna di sofferenze, l’autore confessa di essere «scoppiato a piangere di punto in bianco». Però è vero che spesso siamo ardenti di coraggio quando il dolore è di un altro e a noi tocca l’atto pur nobile ma sempre estrinseco della consolazione. 
È facile immaginare, a un livello certamente più modesto, le nostre visite ai malati e le parole di conforto sincere ma necessariamente distanti rispetto alla tempesta che travolge la persona sofferente. Infondere fiducia e coraggio è un gesto nobile, ma un po’ scontato. Ben diverso è il suono di quelle parole tra chi le pronuncia e chi le ascolta. Per questo, forse, in molti casi è più importante l’ascolto silenzioso del lamento del malato, lo è la mano stretta alla sua, la testimonianza di una presenza. Essa è pur sempre segnata dalla diversa situazione vitale, ma cerca di evitare la retorica consolatoria le cui corde dissonanti sono subito avvertite dal sofferente.

(Fonte: “Il Sole 24 Ore - Domenica” - 3 marzo 2024)

venerdì 5 luglio 2024

Estate: Tempo privilegiato per il riposo, necessario per il corpo e per lo spirito...


È arrivata l'estate e per tanti arrivano le vacanze (non per tutti purtroppo!). 
Tempo privilegiato per il riposo, necessario per il corpo e per lo spirito...

Tempo per ... dedicarsi a qualcosa che si è sempre costretti a rimandare durante l’anno, presi dalle tante occupazioni e preoccupazioni quotidiane.

Tempo per ... guardarsi intorno e dedicare attenzione alle persone vicine la cui presenza spesso si dà per scontata.

Tempo per ... accorgersi della presenza di persone di cui a volte si ignora l'esistenza e di situazioni in cui, volendo, anche se con qualche sacrificio si potrebbe essere utili.

Tempo per ... ammirare un tramonto, un'alba e in generale la bellezza della natura che si può scorgere anche nelle piccole cose che esistono e che non si trova mai il tempo per osservare.

Tempo per ... andare oltre le apparenze perché al di là delle apparenze facili, false, brillanti, attraenti ci può essere forse una realtà triste e al di là delle apparenze pesanti, grigie, fastidiose, dolorose ci può essere a volte una realtà luminosa ...

Tempo per ... leggere, riflettere, pregare ...

Tempo per ... occuparsi di qualunque cosa promuova la voglia di vivere, la gioia di essere al mondo, uno slancio per ricominciare la vita di tutti i giorni ... nonostante tutto!

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Insieme alle nostre semplici riflessioni di seguito proponiamo gli auguri di buone vacanze formulati da San Giovanni Paolo II (da Castel Gandolfo Angelus 20 luglio 1980) e da padre Jacques Hamel, sacerdote francese ucciso il 26 luglio 2016 da due giovani estremisti islamici nella chiesa di Santo Stefano a Saint-Etienne-du-Rouvray, presso Rouen dove l’anziano prete, 85 anni, collaborava con il parroco. Per padre Hamel è stata aperta la causa di beatificazione. Il messaggio di “Buone vacanze”, semplice ma profondo, viene considerato il suo testamento spirituale.


"Tempo di riposo - tempo dell’incontro"
 
(San Giovanni Paolo II)

"... Pensando a tutti coloro che adesso, nel corso dell’estate (e nel corso delle vacanze) approfittano del riposo nei diversi luoghi dell’Italia e anche degli altri Paesi.
Il riposo significa lasciare le occupazioni quotidiane, staccarsi dalle normali fatiche del giorno, della settimana e dell’anno... È importante che il riposo non sia un andare nel vuoto, che esso non sia soltanto un vuoto (in tale caso non sarebbe un vero riposo). È importante che il riposo sia riempito con l’incontro. Penso - sì, certamente - all’incontro con la natura, con le montagne, con il mare e con le foreste. L’uomo, a contatto sapiente con la natura, ricupera la quiete e si calma interiormente. Ma ciò non è ancora tutto quanto si possa dire del riposo. Bisogna che esso sia riempito con un contenuto nuovo... significa l’incontro con Cristo, l’incontro con Dio. Significa aprire la vista interiore dell’anima alla sua presenza nel mondo, aprire l’udito interiore alla parola della sua verità...

Auguro con tutto il cuore, che questo tempo di riposo diventi il tempo dell’incontro, di un incontro, nel quale si trovi “la parte migliore”, la parte di cui ormai nessuno può privarci."


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Buone vacanze!
 
(Padre Jacques Hamel)

“L’augurio è che possiamo sentire l’invito di Dio a prenderci cura di questo mondo, a farne, là dove viviamo, un mondo più caloroso, più umano, più fraterno. Un tempo di incontro, con familiari e amici. Un momento per prendersi il tempo di vivere qualcosa insieme. Un momento per essere attenti agli altri, chiunque essi siano. Un tempo di condivisione. Condivisione della nostra amicizia, della nostra gioia. Condivisione del nostro aiuto ai figli, mostrando che per noi contano. Anche un tempo di preghiera. Attenti a ciò che avverrà nel nostro mondo in quel momento. Preghiamo per coloro che ne hanno più bisogno, per la pace, per un migliore vivere insieme. Cerchiamo di avere un cuore attento alle cose belle, a ciascuno e a tutti coloro che rischiano di sentirsi un po’ più soli. Che le vacanze ci consentano di fare il pieno di gioia, di amicizia e di rigenerazione. Allora potremo, meglio provvisti, riprendere la strada insieme. Buone vacanze a tutti!


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Queste sono le vacanze, forse un po’ alternative, che auguriamo con tutto il cuore a chi ci segue nel sito Tempo Perso, nel blog Pietre Vive, nella pagina Quelli della Via e ...
 assolutamente a TUTTI!


* N. B. Il nostro servizio in questo periodo estivo non sarà sospeso, ma "rallenterà il ritmo" diminuendo la frequenza e la periodicità delle pubblicazioni quindi, anche se in vacanza, continuate a seguirci!

Enzo Bianchi: La compassione perduta

Enzo Bianchi
La compassione perduta
 

La Repubblica - 1 Luglio 2024

Bastano forse due settimane per dimenticare un atto di barbarie e di patologica indifferenza verso il prossimo? Possibile che non si ricordi più con orrore e con ferma condanna che un uomo, un lavoratore agricolo mutilato da una macchina mentre lavorava, è stato abbandonato sulla soglia della sua casa: lui, sua moglie e il suo braccio amputato gettato in una cassetta della verdura?

Questa è una narrazione esattamente opposta a quella che fece Gesù per indicare che cos’è l’amore per il prossimo: non l’indifferenza di chi abbandona il sofferente al suo destino, ma la sollecitudine di chi, provando compassione, se ne prende cura per salvargli la vita. È incredibile ciò che è successo nelle campagne di Latina, ma è il segno della morte della compassione e del regnare incontrastato dell’indifferenza. In questo nostro tempo si continua giustamente a diffondere allarmi per la salute del pianeta, per il cambiamento del clima, ma purtroppo si fa silenzio e non si denuncia l’imbarbarimento della vita sociale nel mondo occidentale. Chiunque abbia capacità di osservazione si rende conto che facciamo passi verso la barbarie, che la nostra vita è sempre meno segnata da fiducia, mitezza, rispetto degli altri, riconoscimento della loro infinita dignità.

Eppure molti filosofi da alcuni decenni dedicano particolare attenzione alla compassione considerata non solo come virtù personale, ma come emozione sociale di base, come fondamento della vita della polis. Martha Nussbaum arriva a considerare la compassione come una mediazione verso la giustizia perché il suo interesse è nell’orizzonte dell’altruismo, è un’emozione dolorosa causata dalla consapevolezza della sofferenza altrui. Anche un filosofo che si proclama senza professione di fede religiosa in Dio, André Compte-Sponville, afferma che ogni sofferenza merita la compassione, è un appello a condividere il dolore in cui uno si trova, senza che si pongano condizioni. Per lui la compassione è una virtù universale che scaturisce dalla vulnerabilità umana.

Compassione, patire-con, è più che simpatia, è più che empatia, perché è un avvicinamento consapevole all’altro fino a condividere la sua “passione”. Infatti non è la molteplicità di volti umani che crea la socialità, ma quella relazione che inizia nel dolore, nel mio dolore in cui faccio appello all’altro e nel suo dolore che mi turba, nel dolore dell’altro che non mi è indifferente.

Lo sappiamo tutti: soffrire non ha senso, ma la sofferenza per ridurre la sofferenza dell’altro è la sola giustificazione della sofferenza. Certamente alla compassione bisogna essere aperti e occorre esercitarvisi per conoscerla sempre di più: appare come un fremito delle viscere, una risonanza viscerale della sofferenza dell’altro che si fa consonanza. La sofferenza dell’altro grida, chiama, e la compassione che a essa risponde fa del mio corpo una cassa di risonanza della sua sofferenza. Così la visione di colui che soffre si fa ascolto e spinge alla cura.

Noi umani non abbiamo altre vie per combattere il male e le sue ramificazioni se non quella di sentire compassione ed esercitarla attivamente: combattere contro il male è più decisivo che vincerlo! Così dunque si combatte l’indifferenza, la barbarie: vedendo, non solo guardando, avvicinandoci a chi soffre e rendendolo prossimo per giungere a un vero contatto fisico, occhio contro occhio, mano nella mano. E allora non solo i cuori batteranno insieme ma le viscere soffriranno insieme e ogni cura tentata porterà sollievo.
(fonte: blog dell'autore)

giovedì 4 luglio 2024

Ibrahima: il Papa ha accarezzato le mie cicatrici e pregato per chi cerca salvezza

Ibrahima: il Papa ha accarezzato le mie cicatrici e pregato per chi cerca salvezza

Il giovane senegalese, ricevuto ieri da Francesco a Casa Santa Marta, racconta l’emozione dell’incontro con il Pontefice al quale ha raccontato la sua storia, fatta di torture nelle prigioni libiche, e regalato il suo libro, scritto “per dare voce a chi non ce l’ha fatta”

Il Papa e Ibrahima Lo durante l'incontro a Casa Santa Marta

Il Papa gli ha accarezzato le cicatrici, chiudendo gli occhi, commuovendosi e promettendo di pregare per chi giace in fondo al mare, per gli uomini, le donne e i bambini che sono ancora chiusi nei lager libici, per chi sta attraversando il deserto del Sahara alla ricerca di un luogo sicuro. E poi per i poveri di tutto il mondo, per chi, soprattutto in Africa, non ha la possibilità di ricevere un goccio di acqua o di avere un piatto di cibo. Per chi muore sotto le bombe.

Ibrahima Lo, oggi ha 23 anni, ne aveva 16 quando nel 2017 ha lasciato il Senegal, con destinazione l’Europa. Lui, assieme al gambiano Ebrima Kuyateh, e a Pato, marito di Fati e papà di Marie, morte di sete nel deserto - che aveva incontrato il Papa già a novembre 2023 – sono stati ricevuti da Francesco ieri pomeriggio a Casa Santa Marta accompagnati, fra gli altri, da don Mattia Ferrari, cappellano di Mediterranea Saving Humans, e dal fondatore della ong Luca Casarini.


L’incontro con Francesco

“Mi sono commosso quando mi hanno chiamato perché il Papa voleva vederci, commosso ed emozionato - racconta Ibrahima - di solito lo si vede da lontano, circondato da tanta gente, e invece ero con lui in una sala e lo toccavo con la mano. E lui mi ha detto: ‘Ibrahima, ti avevo visto, come stai, dove vivi?’ Gli ho dato il mio libro, gli ho raccontato la mia storia, e gli ho chiesto di pregare per chi soffre, pregare pure per il mio amico che quando eravamo in Libia in carcere sognava di arrivare in Italia per diventare un calciatore. Ma non ce l'ha fatta, è finito in mare, e il Papa mi ha detto che pregherà. Gli ho anche detto che sono musulmano, ma che ho fatto lo scout perché credo nella fratellanza. Lui mi ha detto: ‘Siamo tutti fratelli e siamo tutti figli di Dio’. Questo mi ha toccato molto.

Le cicatrici che danno la forza

Ibrahima vive a Venezia ed è autore del libro ‘Pane e acqua. Dal Senegal all’Italia passando per la Libia’, storie di uomini donne e bambini, di chi che ce l’ha fatta e di chi no e ora ha bisogno che qualcuno racconti la storia. Un libro che descrive quelle cicatrici toccate dal Papa e che danno la forza a Ibrahima di andare avanti a raccontare la sua storia, quella di un ragazzino che in sei mesi di viaggio, partito dal Senegal, ha trascorso solo tre settimane in libertà, tutto il resto del tempo è stato nelle carceri libiche, picchiato e torturato ogni giorno. “Una volta questi libici sono venuti nella cella ci hanno detto che per uscire dalla prigione avremmo dovuto pagare soldi che non avevamo, ci hanno ordinato di dar loro il numero di qualcuno che avrebbe potuto pagare per noi. Tre di noi, due nigeriani e un gambiano, non avevano nessuno” e i libici li hanno uccisi sotto gli occhi di Ibrahima. La difesa di questo ragazzino di soli 16 anni contro le botte degli aguzzini erano le sue mani, l’unica cosa che poteva fare era alzarle per “proteggere la mia testa”, e sono quelle che oggi portano le cicatrici toccate dal Papa.

Moussa, Farah e chi non ce l’ha fatta

Ibrahima in Senegal ha solo la zia, la decisione di partire per l’Europa nasce proprio dall’essere rimasto orfano, con il sogno di diventare “giornalista per dare voce a chi voce non ha”. E anche un viaggio così duro permette di farsi degli amici, sono le persone che si incontrano per strada, con le quali ti scambi i contatti, quelli dei social. “Però sono pochi quelli che mi hanno risposto, significa che non ce l’hanno fatta”, è il dolore di Ibrahima. Il ricordo che porterà sempre con sé è il salvataggio, suo e di tutte le persone che erano sul gommone assieme a lui. Fu quello il momento preciso in cui la paura cessò. “Era la paura che avevamo dietro di noi, non davanti a noi, perché avevamo paura di essere ripresi dai libici, sarebbe stato meglio morire in mare piuttosto che tornare in Libia per vivere una sofferenza senza fine”. Ibrahima ricorda che assieme a quello suo vi fu un altro salvataggio, ma di sole 4 persone, le altre cento e più che erano a bordo del gommone salirono a bordo dentro “a sacchi neri, e lì ho capito che non ce l’aveva fatta”. Come non ce l’hanno fatta Moussa o Farah, il primo era “il mio amico che sognava di diventare calciatore”, lei, invece, Farah, “era una donna fiera, quando eravamo in Libia i libici la prendevano e lo portavano con la forza a casa loro”.

Il Papa a Ibrahima e Pato ha parlato delle cicatrici, di quelle del corpo e di quelle del cuore, per le quali, spiega il giovane senegalese “non c'è una medicina, né medico e neppure un ospedale”, perché sono malattie che i tanti Ibrahima porteranno sempre con loro.
(fonte: Vatican News, articolo di Francesca Sabatinelli 04/07/2024)


MATTEO ZUPPI: “Non c’è democrazia senza un ‘noi’”

MATTEO ZUPPI:
“Non c’è democrazia
senza un ‘noi’”

03.07.2024 - 50ª Settimana Sociale dei Cattolici in Italia, la Cerimonia di apertura a Trieste


La solidarietà è verso tutti, non guarda il passaporto perché tutti diventano il nostro prossimo e parte nel nostro futuro. ... I troppi morti ci ammoniscono a non accettare i semi antichi e nuovi di odio e pregiudizio. Non vogliamo che i confini siano muri o, peggio, trincee, ma cerniere e ponti! Lo vogliamo perché questo è il testamento di chi sulle frontiere ha perso la vita. Lo vogliamo per quanti, a prezzo di terribili sofferenze, si sono fatti migranti e chiedono di essere considerati quello che sono: persone! Il Vangelo ci aiuta a capire che siamo fatti gli uni per gli altri, quindi gli uni con gli altri. La nostra casa comune richiede un cuore umano e spiritualmente universale.

La Chiesa non rivendica privilegi, non li cerca, ben consapevole di come questi in passato l’hanno fatta percepire preoccupata per sé e meno madre. Ci sentiamo parte di un Paese che sta affrontando passaggi difficili e crisi epocali: basti pensare all’inverno demografico, alla crescita delle disuguaglianze, alle percentuali di abbandono scolastico, all’astensionismo e alla disaffezione sempre più numerosa alla partecipazione democratica, alla vita scartata che diventa insignificante per l’onnipotenza che si trasforma in nichilismo distruttivo di sé stesso. Sentiamo la sfida dell’accoglienza dei migranti, della transizione ecologica, della solitudine che avvolge molte persone, della difficoltà di spazi per i giovani, dell’aumento della conflittualità nei rapporti sociali e tra i popoli, infine della guerra che domina lo scenario internazionale e proietta le sue ombre su tutto questo. Ci angoscia il fatto che oggi i “poveri assoluti” siano cresciuti fino a diventare più di 5 milioni e mezzo: 1 su 10, tantissimi. Dovremmo interrogarci con severità: come è possibile?



Ecco il testo integrale:
Ringrazio il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per la sua presenza che onora questa Settimana e lo ringrazio per il suo servizio di custode e garante della democrazia e dei valori della nostra Repubblica e dell’Europa. Rivolgo un saluto al Presidente della Regione Autonoma del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, al quale va il nostro grazie per l’accoglienza e la disponibilità. Saluto la città di Trieste, con le Autorità civili e religiose – il Prefetto Pietro Signoriello, il Sindaco Roberto Dipiazza e il Vescovo Enrico Trevisi – i rappresentanti delle Chiese e delle Comunità religiose. Rivolgo un caro benvenuto a tutti i partecipanti alla 50ª Settimana Sociale dei cattolici in Italia.

Siamo molto contenti di questo prestigioso traguardo. Dal 1907 a oggi il cattolicesimo italiano non è rimasto a guardare, non si è chiuso in sacrestia, non si è fatto ridurre a un intimismo individualista o al culto del benessere individuale, ma ha sentito come propri i temi sociali, si è lasciato ferire da questi per progredire verso un ordine sociale e politico la cui anima sia la carità sociale (FT 180). Ha pensato e operato non per sé ma per il bene comune del popolo italiano. E il bene comune non è quello che vale di meno, ma è quello più prezioso proprio perché l’unico di cui tutti hanno bisogno e che dona valore a quello personale. Questa è la bellezza della Chiesa cattolica, con i suoi limiti e miserie umane, ma che, come diceva De Lubac, “presenta un carattere eminentemente sociale, che non si potrebbe misconoscere senza falsarla”. Andiamo fieri di questa storia e siamo felici di vivere questi giorni a Trieste, in una terra di confine, segnata dal dialogo interculturale, ecumenico e interreligioso, da tanta sapienza antica e recente, porta che unisce est e ovest, nord e sud, ma anche terra segnata da ferite profonde che non si sono del tutto rimarginate. I troppi morti ci ammoniscono a non accettare i semi antichi e nuovi di odio e pregiudizio. Non vogliamo che i confini siano muri o, peggio, trincee, ma cerniere e ponti! Lo vogliamo perché questo è il testamento di chi sulle frontiere ha perso la vita. Lo vogliamo per quanti, a prezzo di terribili sofferenze, si sono fatti migranti e chiedono di essere considerati quello che sono: persone! Il Vangelo ci aiuta a capire che siamo fatti gli uni per gli altri, quindi gli uni con gli altri. La nostra casa comune richiede un cuore umano e spiritualmente universale. De Gasperi e gli altri Padri fondatori dell’Europa sono stati animati – sono parole sue – “dalla preoccupazione del bene comune delle nostre patrie europee, della nostra Patria Europa”. Ed è significativo che lo statista trentino usasse la parola patria sia per l’Italia, sia per l’Europa senza avvertire contraddizioni. I cristiani prendono sul serio la patria, tanto che sono morti per essa, ma sanno anche che c’è sempre una patria in cielo e questo ci rende familiari di tutti e a casa ovunque. Grazie, quindi, alla splendida e accogliente città di Trieste. È bello ritrovarci da ogni Regione e Diocesi d’Italia in una terra che ci parla dell’opportunità e della bellezza di vivere insieme.

La Chiesa è madre di tutti, perché solo guidata dal Vangelo. Leggere e qualificare le sue posizioni in un’ottica politica, deformando e immiserendo le sue scelte a convenienze o partigianerie, non fa comprendere la sua visione che avrà sempre e solo al centro la persona, senza aggettivi o limiti. Nel gennaio 1994, in un momento molto difficile quando – come diceva allora qualcuno – c’era il rischio che l’Italia cessasse di essere una nazione, Giovanni Paolo II scrisse ai vescovi italiani esortandoli a testimoniare “quell’eredità di valori umani e cristiani che rappresenta il patrimonio più prezioso del popolo italiano” e che declinava come “eredità di fede”, “eredità di cultura” ed “eredità dell’unità”. “Certamente oggi è necessario un profondo rinnovamento sociale e politico”, aggiungeva allora il Papa, e perciò “i laici cristiani non possono […] sottrarsi alle loro responsabilità”. La pace e lo sviluppo non sono beni conquistati una volta per tutte. Richiedono un “amore politico” che deve assumere l’unità come un obiettivo da perseguire, da difendere e da far crescere, perché l’unità non è mai statica, ma sempre dinamica!

«Al cuore della democrazia. Partecipare tra storia e futuro» è il tema che ci trova riuniti. Non vogliamo accontentarci di facili lamentele sulla crisi della democrazia e sulla scarsa partecipazione al voto. Ci impegniamo per risposte positive, consapevoli, condivise, possibili. Per questo, desidero rivolgere un convinto grazie. Grazie a chi continua a partecipare nonostante la crisi del “noi” perché la Chiesa è un luogo dove ci si appassiona al prossimo e, quindi, al dialogo, come è avvenuto in assemblee, convegni, riunioni, nel cammino sinodale, proprio per il suo carattere eminentemente sociale e non egocentrico o di massa. Grazie a chi non si scoraggia. Grazie a tutti quelli che con tenacia stanno favorendo esperienze di partecipazione. Grazie agli amministratori che, pur tra sacrifici, si dedicano al bene comune e a quanti esercitano funzioni pubbliche e le adempiono con disciplina e onore (Costituzione, art. 54). Grazie a chi svolge umilmente, secondo le proprie possibilità e scelte, “un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” (Costituzione, art. 4). È così che si costruiscono inclusione e convivenza, si vincono i pessimismi, si sconfiggono le furbizie che piegano a interesse privato il bene pubblico. Grazie alle tante buone pratiche che sono arrivate qui, a Trieste, per farsi conoscere, ma anche alle centinaia di buone pratiche sparse per il Paese che continuano a rendere concreti i frutti della partecipazione. Grazie a chi si impegna nel volontariato, che poi vuol dire gratuità, dono, umanità, costruzione di comunità.

Accanto al grazie, rivolgo un affettuoso incoraggiamento agli sfiduciati, a chi è ai margini della strada, a chi si sente escluso e incompreso, ai poveri, a chi chiede riconoscimento e non lo trova, a chi ha perduto la speranza. Viviamo tutti una stagione difficile e complicata. Cerchiamo di essere all’altezza della sfida. La Chiesa parla perché è libera e ha uno sguardo amorevole e benevolo verso ciascuno: di tutti è amica e preoccupata, nessuno è per lei nemico. Per questo, come Chiesa, di tempo in tempo, con la nostra esperienza umana dell’Italia, maturata tra la gente, esprimiamo “preoccupazioni”: sono testimonianze della realtà e dei suoi angoli dimenticati, sono offerte di dialogo in spirito di franchezza e collaborazione. Romano Guardini ha scritto che la democrazia non è solo un ordinamento che nasce dalla responsabilità dei singoli, ma fa riferimento anche al fatto che «ciascuno di questi singoli può fidarsi degli altri, perché sa che tutti vogliono il bene comune; lo vogliono effettivamente e non soltanto dicono di volerlo. La democrazia è tanto più reale quanto più questo atteggiamento è operante»[1]. Perciò, come ha suggerito papa Francesco in Evangelii gaudium, «non lasciamoci rubare la speranza»! (EG 86), cadendo nell’apatia o nella rassegnazione, perché la nostra democrazia può e deve essere migliore e più inclusiva.

Quale contributo, allora, può offrire la Chiesa all’Italia in questa stagione storica?
La Chiesa non rivendica privilegi, non li cerca, ben consapevole di come questi in passato l’hanno fatta percepire preoccupata per sé e meno madre. Ci sentiamo parte di un Paese che sta affrontando passaggi difficili e crisi epocali: basti pensare all’inverno demografico, alla crescita delle disuguaglianze, alle percentuali di abbandono scolastico, all’astensionismo e alla disaffezione sempre più numerosa alla partecipazione democratica, alla vita scartata che diventa insignificante per l’onnipotenza che si trasforma in nichilismo distruttivo di sé stesso. Sentiamo la sfida dell’accoglienza dei migranti, della transizione ecologica, della solitudine che avvolge molte persone, della difficoltà di spazi per i giovani, dell’aumento della conflittualità nei rapporti sociali e tra i popoli, infine della guerra che domina lo scenario internazionale e proietta le sue ombre su tutto questo. Ci angoscia il fatto che oggi i “poveri assoluti” siano cresciuti fino a diventare più di 5 milioni e mezzo: 1 su 10, tantissimi. Dovremmo interrogarci con severità: come è possibile?

Quante risorse sprecate, quante opportunità perdute, quanti campi in cui è urgente una maggiore solidarietà! Pensiamo agli anziani dei quali dobbiamo proteggere la fragilità, ai disabili, ai giovani che sentono di non avere un futuro ma in realtà lo cercano, alle donne vittime della violenza maschile, a chi lavora in condizioni inaccettabili, alla casa senza la quale non c’è integrazione e nemmeno famiglia e futuro. La solidarietà è verso tutti, non guarda il passaporto perché tutti diventano il nostro prossimo e parte nel nostro futuro. Questo, però, lo costruiamo oggi e raccoglieremo e raccoglieranno quello che oggi seminiamo! L’indicazione evangelica e la Dottrina sociale della Chiesa rappresentano tanta parte dell’umanesimo che è – questa sì! – la vera identità del nostro Paese e che per questo mantiene lo sguardo critico verso possibili derive della convivenza civile.

Ecco quale è la vera rilevanza della Chiesa e dei cristiani: l’amore per Cristo che la porta necessariamente a quello per i suoi fratelli più piccoli! “Se condividiamo il pane del cielo, come non condivideremo quello della terra?”, ricordava il Cardinale Lercaro. Satnam Singh sognava il futuro e lavorava per ottenerlo: è uno di noi, lo ricordiamo con commozione e la sua vicenda è un monito che svela l’ipocrisia di tante parole che purtroppo rimangono tali e, quindi, beffarde. Sentiamo totalmente estraneo a noi il caporalato, la disumanità, lo sfruttamento delle braccia che dimenticano e umiliano la persona che offre le sue braccia. La persona che lo aveva ospitato ha detto di avergli dato il posto perché ricordava come suo papà emigrato dormisse nelle cabine telefoniche in Svizzera. La solidarietà presidia e difende la vita di tutti, tutela il diritto a nascere come quello ad essere curati e accompagnati fino alla fine, difesi dal dolore e senza che nessuna logica o calcolo affretti la morte di nessuno. La solidarietà è un motore invisibile ma indispensabile di tutta la vita collettiva. La sua mancanza indebolisce il tessuto sociale, ostacola la crescita economica, offende l’individuo e non ne sa valorizzare le capacità e, alla fine, svuota la democrazia. La solidarietà passa attraverso le comunità in cui l’uomo vive: le comunità ecclesiali e le tantissime realtà di libero e gratuito altruismo, la famiglia ma anche le comunità locali e regionali, la nazione, il continente, l’umanità intera.

Oggi la democrazia soffre perché le società sono sempre più polarizzate, attraversate cioè da tensioni sempre più aspre tra gruppi antagonisti, dominate dalla contrapposizione amico-nemico, dalla pervasiva convinzione che l’individuo è tale quando è al centro, mentre è solo nella relazione che la persona comprende il suo valore. Le pandemie ci hanno fatto comprendere il senso di comune appartenenza, di comunità di destino, di partecipazione a una vicenda collettiva. Non c’è democrazia senza un “noi”. Non c’è persona senza l’altro. La democrazia non solo afferma la libertà, ma promuove anche l’uguaglianza, non proclama astrattamente i diritti, ma difende concretamente la dignità umana soprattutto dove è più pesantemente violata. Ecco perché la democrazia non vuol dire solo istituzioni, leggi e procedure, diritti e doveri, ma anche inclusione dell’altro, del fragile, dell’emarginato. Vuol dire contrasto alla cultura dello scarto, alle dipendenze con le loro drammatiche conseguenze in tante violenze, alle condizioni indegne nelle carceri, ai tanti feriti della malattia psichiatrica.

Ben vengano nuove forme di democrazia incentrate sulla partecipazione: questa Settimana Sociale è dedicata in larga parte proprio alle buone pratiche partecipative di democrazia. Siamo contenti quando i cattolici si impegnano in politica a tutti i livelli e nelle istituzioni. Siamo portatori di voglia di comunità in una stagione in cui l’individualismo sembra sgretolare ogni costruzione di futuro e la guerra appare come la soluzione più veloce ai problemi di convivenza. I cattolici in Italia desiderano essere protagonisti nel costruire una democrazia inclusiva, dove nessuno sia scartato o venga lasciato indietro. Anche, per questo, dobbiamo essere più gioiosamente e semplicemente cristiani, disarmati perché l’unica forza è quella dell’amore.

L’Enciclica Fratelli tutti ci offre un orizzonte concreto, possibile, attraente, condiviso. Un unico popolo. Perciò, guardiamo con preoccupazione al pericolo dei populismi che, se non abbiamo memoria del passato, possono privarci della democrazia o indebolirla! La partecipazione, cuore della nostra Costituzione, consente e richiede la fioritura umana dei singoli e della società, accresce il senso di appartenenza, educa ad avere un cuore che batte con gli altri, pur tra le differenze. Quando la gente si sente parte, avviene il miracolo dell’umanizzazione dei rapporti sociali ed economici: ciò si realizza nei corpi intermedi, nelle istituzioni, sui territori, nelle grandi aree metropolitane e nelle aree interne, al Nord come al Sud. È bello per noi iniziare la Settimana Sociale in questa città di frontiera. Vogliamo incarnare uno stile inclusivo, di unità nelle differenze. Soprattutto vogliamo esprimere tutto l’amore di cui siamo capaci per il nostro Paese. Amiamo l’Italia e, per questo, ci facciamo artigiani di democrazia, servitori del bene comune.

Grazie Presidente Sergio Mattarella, perché ha voluto essere presente con noi a inaugurare giorni di impegno. Buona Settimana Sociale a tutti, tanta visione per il futuro, pronti a pagare il prezzo della speranza e del sacrificio necessario per costruire il domani di un Paese per tutti, con al centro la persona! E così è già più bello per noi!

[1] R. Guardini, Opera Omnia VI. Scritti politici, a cura di M. Nicoletti, Morcelliana, Brescia 20182, 539.


mercoledì 3 luglio 2024

Una chiesa costruita dai migranti, là dove riposa fratel Biagio Conte

Una chiesa costruita dai migranti,
là dove riposa fratel Biagio Conte

Nella chiesa costruita da migranti e persone con disabilità c’è la tomba di fratel Biagio Conte, il “San Francesco di Palermo”, come amano chiamarlo i suoi concittadini. Fratel Biagio, fondatore della "Missione di Speranza e Carità" è morto il 12 gennaio 2023, a soli 59 anni, in una stanzetta della Cittadella del povero e della speranza, una ex caserma militare nel quartiere Decollati. Oggi accoglie circa 500 persone che hanno deciso di uscire da situazioni di emarginazione e cambiare vita.

(foto: Caiffa/SIR)

La chiesa della Cittadella del povero e della speranza, nel quartiere Decollati di Palermo, è stata costruita quasi interamente da migranti, soprattutto tunisini. E’ una “casa di preghiera per tutti i popoli”. L’entrata è stata una delle Porte sante del Giubileo della Misericordia. Appena si entra, sulla destra, c’è la tomba di fratel Biagio Conte, il “San Francesco di Palermo”, come amano chiamarlo i suoi concittadini. Fratel Biagio è morto un anno e mezzo fa, il 12 gennaio 2023, a causa di un tumore, in una stanzetta della missione di via Decollati. Aveva solo 59 anni. La sua presenza invisibile aleggia ovunque. Nelle parole dei fratelli e delle sorelle che lo raccontano. Nelle foto e statue a lui dedicate. Nelle opere che ha costruito per la sua “Missione di Speranza e Carità”, che ha salvato centinaia se non migliaia di persone da situazioni di emarginazione sociale. La sua missione iniziò negli anni ’80 alla stazione centrale e da allora non si è più fermato. Le cittadelle si sono moltiplicate (oggi sono otto le comunità, tra cui una per donne con bambini), offrono vitto e alloggio. Arrivano donazioni di case e terreni. Le attività fervono. In quella di via Decollati sono accolte 500 persone di varie nazionalità – migranti, poveri, ex detenuti, ex tossicodipendenti – che mangiano nella stessa grande sala mensa dove pranzò Papa Francesco il 15 settembre 2018 in occasione della sua visita a Palermo. La missione ha anche forte legami con l’operato di don Pino Puglisi. I due si conobbero il 15 settembre 1993, la mattina stessa del giorno in cui il parroco di Brancaccio venne ucciso dalla mafia, di sera, nella sua parrocchia. È come se Fratel Biagio ne avesse preso il testimone. Di recente è stata aperta anche una missione a Godrano, dove era in corso una guerra di mafia e don Puglisi era riuscito a mettere pace.

(foto: Caiffa/Sir)

Bekir – (foto: Caiffa/Sir)
Bekir, tunisino di Sousse, pittore e decoratore, ha lavorato con fratel Biagio per 27 anni. L’incontro con il missionario, dopo aver avuto problemi con la giustizia, gli ha cambiato la vita. Ora è sposato con figli, e nonostante sia musulmano partecipa attivamente alla vita della missione. Con maestranze tunisine e indiane hanno iniziato a costruire la chiesa quasi a mani nude, senza l’ausilio di architetti. Bekir è l’autore delle icone copte dipinte a olio sulle pareti laterali interne. È lui a farci da guida nella cittadella. “L’altare è stato realizzato a mano con pietre trovate qui – racconta -. Le tavole della Via Crucis sono state scolpite da un ragazzo del Ghana che poi è partito per andare a morire nel suo Paese. Il mosaico sull’abside è stato fatto con il contributo di persone con disabilità. Ognuno ha voluto donare qualcosa”.

La tomba di Biagio Conte è una semplice pietra di marmo verde. Al centro c’è il logo della missione: un tronco d’albero tagliato da cui nasce un nuovo ramo, sorvolato da una colomba bianca. Sopra c’è la sua foto con l’inconfondibile sguardo azzurro, il sorriso aperto e le mani accoglienti che invitano alla preghiera. Sul marmo sono incise sue frasi molto significative. In sacrestia è pieno di dipinti e statue che lo raffigurano, una figura veramente iconica. Oggi il responsabile della missione è padre Pino, 67 anni, una delle persone più vicine a fratel Biagio insieme a fratello Giovanni. Una équipe lo aiuta a continuare la sua opera.

La tomba di fratel Biagio Conte – (foto: Caiffa/Sir)

Roberto Rossi – (foto: Caiffa/Sir)
Una occasione per cambiare vita. “Quando siamo venuti qui con mia moglie eravamo senza casa. Biagio ci ha detto di pregare. Ora abitiamo qui dal 2018, siamo gli unici sposati”, dice Roberto Rossi, che vive nella Cittadella del povero e della speranza ed è stato portavoce di fratel Biagio. “Siamo tutti volontari – aggiunge -. Ogni fratello si responsabilizza. Chi fa il cuoco, chi sta alla porta. Alcune persone sono qui anche da 20 anni. Hanno cambiato vita. Sono diventati punti di riferimento per tutta la comunità. Ci sono anche tanti musulmani”. Nella cittadella vivono anche una decina di frati e suore che fanno voto di castità, obbedienza e povertà. La missione è una associazione pubblica di fedeli che ha avuto il nulla osta di Papa Benedetto XVI. Al momento ci sono due sacerdoti diocesani in pensione che danno una mano e alcuni seminaristi di Napoli. La curia di Acireale ha messo a disposizione alcuni diaconi, in comunione con la Chiesa di Palermo.

La missione sostiene anche un centinaio di famiglie povere che abitano a Palermo: le aiutano a pagare l’affitto, le bollette e altre spese quando sono in difficoltà, in cambio di mutuo aiuto. “La comunità è l’ultima soluzione per non finire in strada ma si cerca di fare il possibile perché non perdano la casa”, precisa Rossi.

    
(foto: Caiffa/Sir)

Nella cittadella. Bekir e Riccardo mostrano il resto della cittadella: il panificio dove si produce il pane con il grano raccolto nei terreni di proprietà della missione, ad uso della comunità. Il laboratorio di falegnameria, di ceramica, quello dell’elettricista. Su due alti palazzi spiccano i murales con il volto di fratel Biagio, tra sorelle e fratelli indaffarati. L’ultima, imperdibile tappa, è la piccola stanza dove è morto il fondatore. A fianco un giardino recintato. Qui amava andare a pregare. E qui riposa, nella chiesa costruita dai migranti.

La casa dove è morto fratel Biagio (foto: Caiffa/Sir)

(fonte: Sir, articolo di Patrizia Caiffa 1 Luglio 2024)


Intenzione di preghiera per il mese di Luglio 2024: Preghiamo per la pastorale degli infermi. (commento, testo, video e tweet)

Intenzione di preghiera per il mese di Luglio 2024 
Preghiamo per la pastorale degli infermi.

Nel mese di Luglio Papa Francesco chiede di pregare “perché il sacramento dell’Unzione degli infermi doni alle persone che lo ricevono e ai loro cari la forza del Signore, e diventi sempre più per tutti un segno visibile di compassione e di speranza”. 

 Guarda il video

Il testo in italiano del videomessaggio del Papa

Questo mese preghiamo per la pastorale degli infermi.

L’Unzione degli infermi non è un sacramento solo per coloro che sono in punto di morte. No. È importante che questo sia chiaro.

Quando il sacerdote si avvicina a una persona per amministrarle l’Unzione degli infermi, non sta necessariamente aiutandola a congedarsi dalla vita. Pensarla così significa rinunciare a ogni speranza.

È dare per scontato che dopo il sacerdote arriverà il becchino.

Ricordiamo che l'Unzione degli infermi è uno dei “sacramenti di guarigione”, di “cura”, che sana lo spirito.

E quando una persona è molto malata, è consigliabile darle l’Unzione degli infermi. E quando una persona è anziana, è bene che riceva l’Unzione degli infermi.

Preghiamo perché il sacramento dell’Unzione degli infermi doni alle persone che lo ricevono e ai loro cari la forza del Signore, e diventi sempre più per tutti un segno visibile di compassione e di speranza.


****************

Il conforto, motore della speranza

“Quando il sacerdote si avvicina a una persona per amministrarle l’Unzione degli infermi, non sta necessariamente aiutandola a congedarsi dalla vita. Pensarla così significa rinunciare a ogni speranza. È dare per scontato che dopo il sacerdote arriverà il becchino”, afferma Francesco all’inizio del video.

I sacramenti della Chiesa sono doni; sono le forme in cui Gesù si rende presente per benedire, incoraggiare, accompagnare, consolare. La Chiesa crede e confessa che il sacerdote viene in aiuto amministrando l’Unzione degli infermi, un sacramento che offre conforto a coloro che soffrono di una malattia e ai loro cari.

Un sacramento di dimensione comunitaria

L’invito di Papa Francesco alla preghiera di tutta la Chiesa è un modo per rendere visibile che l’Unzione degli infermi è un sacramento di natura comunitaria e relazionale.

“Nel momento del dolore e della malattia noi non siamo soli: il sacerdote e coloro che sono presenti durante l’Unzione degli infermi rappresentano infatti tutta la comunità cristiana che, come un unico corpo si stringe attorno a chi soffre e ai familiari, alimentando in essi la fede e la speranza, e sostenendoli con la preghiera e il calore fraterno”, ha affermato il Papa a febbraio 2014, davanti a migliaia di fedeli, in un’udienza generale dedicata a questo sacramento.

La vicinanza di Gesù

Questo sacramento assicura la vicinanza di Gesù al dolore di chi è gravemente malato o anziano, il sollievo delle sue sofferenze e il perdono dei suoi peccati, ma non va accostato a un miracolo di guarigione del corpo o alla morte imminente.

L’Unzione degli infermi è, molte volte, il sacramento dimenticato o meno riconosciuto, come aggiunse il Papa proprio in quell’udienza del 2014. Tuttavia, “è Gesù stesso che arriva per sollevare il malato, per dargli forza, per dargli speranza, per aiutarlo; anche per perdonargli i peccati. E questo è bellissimo!”: da qui viene la sua importanza pastorale.

Le immagini che accompagnano le parole di Francesco a corredo dell’intenzione di preghiera di questo mese – girate in due diocesi statunitensi: quella di Allentown, in Pennsylvania, e quella di Los Angeles, in California – evidenziano proprio i contesti differenti in cui il sacramento può essere amministrato. Nel video, realizzato proprio da un team di professionisti dell’arcidiocesi di Los Angeles, si intrecciano infatti due storie apparentemente molto diverse per età e situazione clinica del malato, ma unite dalla grazia del sacramento e dal grande affetto dei cari che si stringono intorno a chi lo riceve.

L’Unzione degli Infermi alla luce dei Vangeli

Padre Frédéric Fornos S.J., Direttore Internazionale della Rete Mondiale di Preghiera del Papa, sottolinea che, sebbene molti abbiano riscoperto la profondità del sacramento dell’Unzione degli infermi, esso viene ancora spesso inteso come un modo per preparare i malati alla morte. “Lo dice proprio Papa Francesco, ricordando che quando qualcuno è gravemente malato si tende sempre a posticipare il sacramento dell’Unzione degli infermi: c’è un po’ l’idea che dopo il sacerdote arrivino le pompe funebri (Udienza Generale del 26 febbraio 2014). Per questo, Papa Francesco desidera che questo mese possiamo riscoprire tutta la profondità e il vero senso di questo sacramento: non solo come una preparazione alla morte, ma come un sacramento che offre conforto ai malati in tempi di malattia grave, ai loro cari e forza a coloro che li assistono”.

“La persona malata non è sola; con il sacerdote e le persone presenti, è tutta la comunità cristiana che la sostiene con le sue preghiere, nutrendo la sua fede e la sua speranza, e assicurando a lei e alla sua famiglia che non sono soli nella sofferenza. Tutti conosciamo persone malate, preghiamo per loro, e se riteniamo che stiano affrontando una malattia grave – o magari sono anziani in condizioni sempre più precarie – non esitiamo a proporre loro di vivere questo sacramento di consolazione e speranza”, ha concluso Padre Fornos.

Anche nel mese di Luglio l'intenzione di preghiera del Papa è stata divulgata con un tweet


martedì 2 luglio 2024

La strage degli innocenti

La strage degli innocenti


«La memoria non è altro che assuefazione». Quanto valgono, oggi, le parole di Giacomo Leopardi, di fronte alle scene che arrivano dal Mediterraneo: in una settimana, a distanza di poche ore l’uno dall’altro, due naufragi. L’uno a largo di Lampedusa, l’altro davanti alle coste calabresi.

«Mai più», s’era detto nel 2015 davanti all’immagine straziante di Aylan Kurdi, il bimbo di 3 anni trovato morto sulla spiaggia turca di Bodrum mentre scappava dalla guerra in Siria.

E così tante altre volte prima e dopo di lui, ad esempio, pochi mesi fa, dopo la tragedia sulle coste di Cutro: 95 vittime, tra cui 35 minori. Ma alle parole, all’indignazione, alle richieste costanti delle organizzazioni umanitarie che soccorrono i migranti è mancata la concretezza.

E così uomini, donne e bambini che scappano da guerre, violenza e siccità continuano a morire nel tentativo di raggiungere l’Europa: ad oggi stando ai dati di Save the Children, solo nel 2024 sono stati 920 i morti e i dispersi nel Mare Nostrum: più di cinque persone al giorno, oltre 29.800 dal 2014. Adesso, di nuovo.

E per qualche giorno torneranno al centro del discorso – anche politico – i miserabili del mondo, che salpano da terre lontane su barchette precarie e qualche volta arrivano a destinazione, qualche altra vengono salvati – quando visti in tempo – dalla Guardia costiera e dalle Ong. Oppure muoiono affogati o asfissiati, come a Lampedusa e a Roccella: famiglie e bambini, disposti a rischiare – e a perire – per respirare aria di libertà.

Insieme a loro, nel Mediterraneo naufraga anche la tradizione europea di accoglienza e sensibilità per i diritti fondamentali.

Si erge sempre più alta, come scoglio insormontabile, l’incapacità di riflettere con responsabilità sulle gravi sfide e sulle immense risorse di questo spazio globale, denunciando complicità mortali con i trafficanti di armi e di migranti, e di guardare al Mediterraneo come fa papa Francesco, con sguardo lucido e fraterno, pieno di speranza, per amore di Cristo Gesù, nel solco di un cammino profetico, ispirato al Vangelo e al dovere di servire sempre, in stagione e fuori stagione, la dignità di ogni persona.

Ma tra le onde scompare anche una civiltà, giuridica e culturale, basata sulla consapevolezza che non possano esistere né Unione, né euro, né Europa, e tanto meno pace, senza il rispetto dei diritti fondamentali. Perché, a ben pensare, davvero questo è: ogni naufragio è il simbolo di un fallimento collettivo, dell’impotenza – o dell’imperizia – degli Stati nell’opera di tutela della vita umana, nell’assicurare un sostegno ai più deboli.

L’Italia come terra di approdo, cimitero di speranza tradita. Si spegneranno presto i riflettori, almeno fino alla prossima strage degli innocenti.

Valgano ad alimentare la fiammella dell’indignazione le parole scritte da Tesfalid Tesfom, giovane migrante eritreo, naufragato al largo di Lampedusa e sepolto ora nel cimitero di Modica. Nel suo portafogli sono state ritrovate intatte delle poesie scritte durante il viaggio. Una recitava così: «Ora non ho nulla, perché in questa vita nulla ho trovato, se porto pazienza non significa che sono sazio, perché chiunque avrà la sua ricompensa, io e te fratello ne usciremo vittoriosi affidandoci a Dio. Ti prego fratello, prova a comprendermi, chiedo a te perché sei mio fratello, ti prego aiutami, perché non chiedi notizie di me, non sono forse tuo fratello?».
(fonte: Settimana News, articolo di Vincenzo Bertolone 30/06/2024)



lunedì 1 luglio 2024

La teologa che dirige una parrocchia

Una esperienza in Austria
Con stipendio, ferie, pensione

La teologa che dirige una parrocchia


«Il mio lavoro ha un senso». Sabine Meraner, 31 anni, dirige una parrocchia in Austria. Non è un caso isolato. Nei Paesi di lingua tedesca, le teologhe cattoliche possono scegliere tra molte professioni e ministeri ecclesiastici. E più della metà degli studenti di teologia in Germania, Austria e Svizzera tedesca sono donne. Sanno che la Chiesa ha bisogno di loro e le cerca. Anche se oggi sempre meno giovani vogliono studiare teologia e lavorare nelle diocesi.

Jenbach è un comune di 7.500 abitanti in Tirolo, a meno di 70 chilometri dal Brennero. Nella chiesa parrocchiale cattolica di San Wolfgang e San Leonardo, un edificio del primo 500 sul tratto tirolese del Cammino di Santiago, il sole splende dolcemente attraverso le alte e colorate vetrate. All’interno c’è una messa per bambini. Una giovane donna in camice liturgico inizia spiegando che oggi è un giorno di gioia, mentre il vicario parrocchiale indiano celebra l’Eucaristia. C’è felicità nell’aria, i bambini - e alcuni genitori - cantano a squarciagola. Proprio una festa.

Sabine Meraner, la donna in camice, tiene una predica nel suo dialetto tirolese, guarda e parla direttamente ai bambini di 8 anni, descrivendo loro cosa significa incontrare Gesù nel sacramento. In seguito, ogni bambino sale all’altare e riceve l’abito da comunione che indosserà presto per la prima comunione. Mentre Eliah lo riceve con entrambe le mani, la sua sorella maggiore - la chierichetta a fianco alla donna in camice - sorride. «Sono così radiosi, i bambini», dice Sabine Meraner più tardi nella nostra conversazione. «Se si chiede loro, durante la commemorazione del battesimo: Volete questa amicizia con Gesù? E loro ti guardano e dicono felici: “Sì, lo voglio”, mi rendo conto che sono un tassello nella loro vita e posso parlare loro di Gesù. È bello».

Sabine Meraner ha un entusiasmo per il suo lavoro che è immediatamente contagioso. Eppure i suoi compiti nella comunità sono impegnativi. Se qualcuno ha bisogno di lei, è presente, anche nel suo giorno libero o di notte, «perché credo che sia questo il punto. Quando ci si prende cura di una parrocchia, si tratta delle persone e non dell'edificio». Come curatrice parrocchiale – questo il nome del modello di leadership tramite laici nella sua diocesi di Innsbruck - è responsabile di tutte le questioni pastorali e organizzative della sua parrocchia. «Quando muore qualcuno, vado dalla famiglia e parlo con loro del lutto subito, poi celebro il funerale, insieme al sacerdote o da sola. Benedico i bambini all’inizio dell’anno scolastico, celebro con loro in chiesa il Natale, la Pasqua e le feste principali. Ho le mie responsabilità nella liturgia, mi vengono assegnati i turni di predicazione, preparo anche le grandi funzioni e ne parlo con il vicario, che di solito è a nostra disposizione come sacerdote».

Le decisioni vengono prese insieme al parroco, al vicario, al diacono e al personale a tempo pieno. Come teologa, Sabine Meraner attribuisce grande importanza a questo aspetto. «Grazie a Dio non devo fare tutto da sola, mai potrei farlo. Ma ho la responsabilità finale».

Sabine Meraner è dipendente della Diocesi di Innsbruck. Riceve uno stipendio, gode di ferie e ha diritto a una pensione. Come lei, centinaia di altre donne laureate in teologia lavorano nelle diocesi di Austria, Germania e Svizzera, anche in ruoli di leadership. Le insegnanti di religione continuano a fornire servizi preziosi, ma sono finiti i tempi in cui le teologhe potevano di fatto lavorare solo come insegnanti e, più raramente, come docenti universitarie. Anni fa, la teologa Daniela Engelhard, allora responsabile dell'ufficio di pastorale della Diocesi di Osnabrück, ha stilato un elenco di oltre 50 posizioni aperte a laici e quindi a donne nella Chiesa cattolica: dai servitori dell'altare agli operatori di pastorale per i malati, dai responsabili della liturgia della parola ai giudici diocesani. La maggior parte delle teologhe cattoliche oggi in servizio nella Chiesa lavora nelle parrocchie come referenti pastorali. Nessuna diocesi di lingua tedesca può oggi fare a meno di queste donne, sostiene Stephanie Feder dell'Associazione Hildegardis, un'organizzazione cattolica tedesca di quasi 120 anni che promuove gli studi femminili e mira ad aumentare il numero di donne negli impegnativi ruoli ecclesiastici con un programma di mentoring molto apprezzato. Secondo i rapporti unanimi provenienti dai tre Paesi, le teologhe non hanno più problemi di vedersi accettate in ambito pastorale. In Svizzera, i teologi laici, comprese le donne, lavorano da tempo alla guida delle parrocchie, in alcuni casi anche in coppie di teologi sposati che condividono la posizione. Sono affiancati da un sacerdote, come richiede il diritto canonico.

E negli ultimi anni si è sviluppato di più in termini di leadership condivisa. Sotto il cardinale Reinhard Marx, l’arcidiocesi di Monaco-Frisinga, una delle più grandi in ambito tedesco, ha una doppia leadership composta dal vicario generale e da un capo ufficio donna (che però è un avvocato). Il seminario della Diocesi di Innsbruck è guidato insieme da un rettore, cioè un sacerdote, e da una giovane teologa esperta. Sia la Caritas Germania che la Caritas Austria hanno per la prima volta delle donne alla guida. In entrambi i Paesi, i vescovi si sono impegnati a portare un maggior numero di donne qualificate nelle posizioni di leadership della Chiesa, gli austriaci persino tramite una quota rosa. La vicinanza all'altare e all'ambone delle donne varia da diocesi a diocesi. In alcune, alla guida della parrocchia è legato l’incarico di predicazione, in altre il vescovo lo concede caso per caso. Nella diocesi di Linz, nota per le sue innovazioni, l’abate del monastero di S. Floriano ha chiamato una teologa a predicare alla grande funzione del 4 maggio 2022 per San Floriano, patrono della diocesi. Più o meno nello stesso periodo, in Germania, il primo vescovo - Franz-Josef Overbeck di Essen - autorizzò alcune teologhe del ministero pastorale ad amministrare il battesimo ai bambini, in modo che le famiglie non dovessero aspettare troppo a lungo la disponibilità di un sacerdote o diacono.

Se oggi le teologhe sono sempre più visibili nei ministeri della Chiesa, molti fattori hanno avuto un ruolo importante. Si pensi alla carenza di sacerdoti, ma anche alla relativa ricchezza delle chiese locali in Germania, Austria e Svizzera. «Siamo una delle poche aree al mondo in cui la Chiesa ha i mezzi per impiegare molto personale cosiddetto laico, perché gli stipendi devono essere abbastanza alti da mantenere una famiglia», spiega Arnd Bünker, direttore dell'Istituto svizzero di sociologia pastorale di San Gallo. In altri Paesi, le diocesi non possono permettersi di assumere teologi laici, anche se fossero aperte alle nuove forme di pastorale che ciò comporterebbe. Per questo motivo le giovani decidono raramente di studiare teologia: non potrebbero guadagnarsi da vivere. Di conseguenza, la teologia rischia di rimanere una sorta di scienza segreta, rilevante e accessibile solo ai sacerdoti.

Il fatto che sempre meno giovani studino teologia è un problema anche per la Chiesa nei Paesi di lingua tedesca. È vero che oltre la metà degli studenti di teologia sono donne, ma l’interesse per questa materia diminuisce di anno in anno tra gli uomini e le donne. Questo non è dovuto alle prospettive di carriera: «La Chiesa li sta reclutando anche prima della laurea, sia per l'insegnamento che per la parrocchia o per altri settori della cura pastorale», osserva Gabriele Eder-Cakl, direttrice dell’Istituto pastorale austriaco della Conferenza episcopale di Vienna. A suo avviso, lo studio della teologia rimane molto attraente perché insegna una solida conoscenza della fede e il discernimento. Tuttavia, aggiunge, questo riflette anche l’insoddisfazione delle giovani cattoliche per il fatto che la loro Chiesa le esclude dal ministero sacramentale vero e proprio - il ministero sacerdotale.

Sabine Meraner di Jenbach non si sente chiamata a fare il sacerdote. Quando qualcuno la chiama scherzosamente «signora parroco», lo fa in modo riconoscente, ma a lei non piace lo stesso, racconta Sabine. «Allora chiarisco: il sacerdozio è una vocazione a sé stante. Io sono una curatrice parrocchiale. Non è un “mezzo prete”, ma un ministero con una propria vocazione». E vuole che i giovani ai quali è così felice di servire lo sentano. Vuole essere lei stessa un modello, rendendo tangibile la sua gioia e il suo entusiasmo per questo ministero laicale. «Annunciare Gesù agli altri, confortare chi è in lutto, tutto ciò che ne consegue. Sono incontri in cui si fa il bene. Posso dire con orgoglio: il mio lavoro ha un senso».
(fonte: DONNE CHIESA MONDO, articolo di Gudrun Sailer giugno 2024)

Papa Francesco: «Dio è uno che ti prende per mano e ti rialza, uno che si lascia toccare dal tuo dolore e ti tocca per guarirti e ridonarti la vita. Egli non discrimina nessuno perché ama tutti.» Angelus del 30 giugno 2024 (Testo e video)

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 30 giugno 2024



Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Il Vangelo della liturgia odierna ci racconta due miracoli che sembrano essere intrecciati fra loro. Mentre Gesù va a casa di Giairo, uno dei capi della sinagoga, perché la sua figlioletta è gravemente malata, lungo la strada una donna emorroissa gli tocca il mantello e Lui si ferma per guarirla. Nel frattempo, annunciano che la figlia di Giairo è morta, ma Gesù non si ferma, arriva nella casa, va nella camera della fanciulla, la prende per mano e la rialza, riportandola in vita (Mc 5,21-43). Due miracoli, uno di guarigione e un altro di risurrezione.

Queste due guarigioni sono raccontate in un unico episodio. Entrambe avvengono attraverso il contatto fisico. Infatti, la donna tocca il mantello di Gesù e Gesù prende per mano la fanciulla. Per quale motivo è importante questo “toccare”? Perché queste due donne – una perché ha perdite di sangue e l’altra perché morta – sono considerate impure e quindi con loro non può esserci un contatto fisico. E invece Gesù si lascia toccare e non ha paura di toccare. Gesù si lascia toccare e non ha paura di toccare. Prima ancora della guarigione fisica, Egli mette in crisi una concezione religiosa sbagliata, secondo cui Dio separa i puri da una parte e gli impuri dall’altra. Invece, Dio non fa questa separazione, perché tutti siamo suoi figli, e l’impurità non deriva da cibi, malattie, e nemmeno dalla morte, ma l’impurità viene da un cuore impuro.

Impariamo questo: davanti alle sofferenze del corpo e dello spirito, alle ferite dell’anima, alle situazioni che ci schiacciano, e anche davanti al peccato, Dio non ci tiene a distanza, Dio non si vergogna di noi, Dio non ci giudica; al contrario, Egli si avvicina per farsi toccare e per toccarci, e sempre ci rialza dalla morte. Sempre ci prende per mano per dirci: figlia, figlio, alzati! (cfr Mc 5,41), cammina, vai avanti! “Signore sono peccatore” – “Vai avanti, io mi sono fatto peccato per te, per salvarti” – “Ma tu Signore, non sei peccatore” – “No, ma io ho subito tutte le conseguenze del peccato per salvarti”. È bello questo!

Fissiamo nel cuore questa immagine che Gesù ci consegna: Dio è uno che ti prende per mano e ti rialza, uno che si lascia toccare dal tuo dolore e ti tocca per guarirti e ridonarti la vita. Egli non discrimina nessuno perché ama tutti.

E allora possiamo chiederci: noi crediamo che Dio è così? Ci lasciamo toccare dal Signore, dalla sua Parola, dal suo amore? Entriamo in relazione con i fratelli offrendo loro una mano per rialzarsi, oppure ci teniamo a distanza ed etichettiamo le persone in base ai nostri gusti e alle nostre preferenze? Noi etichettiamo le persone. Vi faccio una domanda: Dio, il Signore Gesù, etichetta le persone? Ognuno si risponda. Dio etichetta le persone? E io, vivo continuamente etichettando le persone?

Fratelli e sorelle, guardiamo al cuore di Dio, perché la Chiesa e la società non escludano, non escludano nessuno, non trattino nessuno da “impuro”, perché ciascuno, con la propria storia, sia accolto e amato senza etichette, senza pregiudizi, sia amato senza aggettivi.

Preghiamo la Vergine Santa: Lei che è Madre della tenerezza, interceda per noi e per il mondo intero.

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Dopo l’Angelus

Cari fratelli e sorelle,

saluto tutti voi, romani e pellegrini di diversi Paesi!

Saluto in particolare i bambini del Circolo missionario “Misyjna Jutrzenka” di Skoczów, in Polonia; e i fedeli della California e del Costa Rica.

Saluto le suore Figlie della Chiesa, che in questi giorni, assieme a un gruppo di laici, hanno vissuto un pellegrinaggio sui passi della loro fondatrice, la Venerabile Maria Oliva Bonaldo. E saluto i ragazzi di Gonzaga, presso Mantova.

Oggi si ricordano i Protomartiri romani. Anche noi viviamo in un tempo di martirio, ancor più dei primi secoli. In varie parti del mondo tanti nostri fratelli e sorelle subiscono discriminazione e persecuzione a causa della fede, fecondando così la Chiesa. Altri poi affrontano un martirio “coi guanti bianchi”. Sosteniamoli e lasciamoci ispirare dalla loro testimonianza di amore per Cristo.

In questo ultimo giorno di giugno, imploriamo il Sacro Cuore di Gesù di toccare i cuori di quanti vogliono la guerra, perché si convertano a progetti di dialogo e di pace.

Fratelli e sorelle, non dimentichiamo la martoriata Ucraina, Palestina, Israele, Myanmar e tanti altri luoghi dove si soffre tanto a causa della guerra!

A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci! Grazie.

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